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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

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C  37&é 


DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  AI   NOSTRI  GIORNI 

SPECIALMENTE      INTORNO 

AI  PRINCIPALI  SANTI,  REATI,  MARTIRI,  PADRI,  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDINALI 
E  PIÙ  CELERRI  SCRITTORI  ECCLESIASTICI,  AI  VARII  GRADI  DELLA  GERARCHIA 
DELLA  CHIESA  CATTOLICA,  ALLE  CITTA  PATRIARCALI,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  AI  CONCILII,  ALLE  FESTE  PIÙ  SOLENNI, 
AI  RITI,  ALLE  CERIMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  PAPALI,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  NON 
CHE    ALLA    CORTE    E    CURIA    ROMANA    ED    ALLA    FAMIGLIA    PONTIFICIA,  EC.  EC.  EC. 

COMPILAZIONE 

DEL  CAVALIERE  GAETANO  MORONI  ROMANO 

SECONDO  AIUTANTE  DI  CAMERA 

DI   SUA  SANTITÀ   PIO   IX. 


VOL.  LXXXI. 


IN     VENEZIA 

DALLA      TIPOGRAFIA      EMILIANA 
MDCCCLVI. 


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La  presente  edizione  è  posta  sotlo  la  salvaguardia  delle  leggi 
vigenti,  per  quanto  riguarda  la  proprietà  letteraria,  di  cui 
l'Autore  intende  godere  il  diritto,  giusta  le  Convenzioni 
relative. 


DIZIONARIO 


DI  ERUDIZIONE 


STORICO -ECCLESIASTICA 


T 


TR  I 


TRI 


1  RIONFO,  Triumphus.  Ceremonia 
pomposa  e  solenne,  onore  pubblico  che 
facevasi  presso  gli  antichi  ,  allorché  un 
duce  degli  eserciti,  che  avea  ottenuto  se- 
gnalata vittoria,  entrava  nella  capitale 
dello  stato  cui  apparteneva»  Le  Acclama- 
zioni di  Laudi  (F.)  de  Soldati  e  del  po- 
polo che  ne'trionfi  gridavano  dietro  il  vin- 
citore io  triumphe,  die  origine  alla  voce 
Triumphus  j\f\  imitazione  dell'/o  thriam- 
bc 'Bacchiche  cantavasi  nel  trionfo  diBac- 
co.  Già  a  Ingressi  solenni  in  P».oma  ,  ol- 
tre di  questi,  loro  pompe  e  archi  trionfa- 
li, parlai  del  trionfo  degli  antichi  roma- 
ni, di  sue  ceremonie,  e  dell'ovazione  o  pic- 
colo trionfo,  ed  eziandio  in  tutti  i  nume- 
rosi articoli  che  lo  riguardano.  Ne'più so- 
lenni trionfisi  eressero  ai  chi  trionfali,  de- 
cretali dal  senato  romano,  ed  i  superstiti 
di  Roma  (Pr.)  e  di  altrove  li  descrissi  do- 
ve esistono,  anche  dicendo  de*  posteriori 
più  rinomati,  ed  a' luoghi  loro  di  quelli 
temporanei  che  si  erigono  a'principi,  ed 
anticamente  s'innalzavano  nel  Possesso 
del  Papa  (F.),massime  da'duchi  di  Par- 
ma e  Piacenza  (V.)  feudatari  della  s.  Se- 


de; il  che  dalle  popolazioni  si  pratica  nei 
loro  Piaggio  Villeggiature  (J7.),  e  tal- 
volta nel  loro  ritorno  a  Roma.  Si  eresse 
da  principio  in  Roma  una  solaPorto  trion- 
fale, della  quale  ragionai  a  Porte  di  Ro- 
ma, per  la  quale  tutti  i  vincitori  entrava- 
no, e  per  la  Strada  {V.)  trionfale  si  re- 
ca vano  al  Campidoglio  (  V.)  ad  offrire  un 
Sagri fizio  (  V .)  nel  Tempio  di  Giovc^V.), 
che  si  ringraziava  con  forinola  che  si  legge 
nelDrissonio,  De Formulisjahve  pronun- 
ziandone nell'ascendere  il  carro  trionfale. 
Siccome  il  dittatore  Furio  Camillo  dopo 
la  presa  di  Veio  volle  trionfare  cou  ap- 
parato insolito  e  troppo  superbo,  travet** 
san  do  Roma  su  carro  tirato  da  cavalli 
bianchi,  ed  i  romani  dando  tale  carro  al 
Sole,  fu  obbligato  a  esiliarsi  da  se  stesso  da 
Roma.  Scrisse  Giovanni  Reiskio,  Disser- 
tatio  de  Tviumpho  Romano  per  equos 
candido s  facto ,  Luneburgi675.  In  ap- 
presso gli  archi  trionfali  si  moltiplicaro- 
no in  occasione  di  particolari  trionfi,  e  dì 
essi  ne  trattarono  fra  gli  altri:  Pietro  Le- 
hvecht,Commentatio  deArcubus  Trium- 
phalibus,  Lipsiaei75o.  Corrado  Rupcr- 


4  TRI 

lo,  De  romaiiovum  Trìumphis ,  Jenae 
ijoi.  Gio.  Pietro  Bellori,  Feterus Ar- 
cus  Augustorum  triumphy  insignii*,  Ilo- 
mae  1 690  :  Sj-gismundi  Augusti  Man* 
tuoni  (idcuntis  profectio  ac  triumphus, 
Roinae:  Archi  trionfali  di  Roma  con  le 
spiegazioni  ilei  Bellori  e  delFea,  Roma. 
Gio.  Ballista  Piranesi,  Trionfi  de* roma- 
ni: Archi  trionfali  di  Roma,  e  aV Italia. 
Oltre  gli  ardii  trionfali,  vi  sono  i  monu- 
mentali e  di  transito.  Gli  archi  monumen- 
tali trionfali  furono  destinali  a  ricordare 
i  trionfi  ottenuti  dopo  vittorie  segnalate. 
L'idea  primitiva  degli  archi  trionfali  cre- 
de il  Nibby  poterla  dedurre  dagli  orna- 
menti ,  che  posticci  facevansi  alle  porte 
delle  città,  ed  agli  archi  di  transito,  do- 
ve l'esercito  reduce  vittorioso  passava,  che 
venivano  ornati  con  immagini  e  con  isto- 
rie che  dopo  la  pompa  trionfale  toglie- 
vansi.  Affine  pertanto  di  rendere  perpe- 
tua la  memoria  de'  trionfi  vennero  co- 
strutti monumenti  solidi  sul  luogo  pel 
quale  l'esercito  era  passato,  sia  entrando 
in  Roma  stessa,  sia  lungo  la  strada  con- 
solare che  avea  seguito.  Non  tutti  gli  ar- 
chi furono  eretti  in  memoria  di  trionfi; 
ve  ne  furono  ancora  di  quelli  innalzati,  o 
da  qualche  corporazione,  o  da  particola- 
ri agl'imperatori  in  benemerenza  di  bene- 
fìzi o  di  favori  ricevuti,  e  di  quelli  resta- 
ti non  tutti  presentano  la  magnificenza 
de'trionfali.  Finalmente  altri  ne  furono 
eretti  come  semplici  fornici  di  transito, 
onde  entrare  in  qualche  luogo  particolare 
o  recinto,  e  questi  che  debbonsi  riguar- 
dare come  d'origine  più  antica,  e  che  a- 
vea  fornito  l'idea  de'monumentali  e  dei 
trionfali, naluralmeuteerano  più  sempli- 
ci de'nominati.  A  quest'ultima  classe  uni- 
sconsi  i  giani,  fornici  a  due  ed  a  quattro 
faccie,  perciò  chiamati  hifrontes  e  qua- 
drifrontes)  e  particolarmente  costruì  van- 
si  ne'fori  e  presso  il  Tribunale.  Dell'an- 
tica invenzione  degli  archi  trionfali,  e  che 
sene  fa  menzione  pure  dalla  s.  Scrittura, 
parla  il  p.  Menochio,  Stuore>  t.  3,  cent. 
1 13  cap.  3g3;  Dell'arco  trionfale  che  si 


T  R  I 

drizzh  Saul ,  e  degli  archi  pari  me  n  li 
trionfali  de  romani.  Nota  che  questi  al 
principio  furono  di  semplioe  lavoro  e  di 
vile  materia,  poi  crescendo  la  potenza  e 
la  ricchezza  della  repubblica,  si  fecero  con 
ispesa  e  ornato  maggiore,  e  s'abbellirono 
con  trofei,  iscrizioni,  colonne  e  statue;  nou 
che  fu  costume  scolpirvi   la  pompa  del 
trionfo  e  le  cose  in  esso  portate,  le  bat- 
taglie navali  e  terrestri,  con  varie  mac- 
chine da  guerra  e  armi.   Principalmen- 
te vi  si  scolpirono  Vittorie  espresse  eoa 
figure  alate  e  corone  in  mano,  e  le  iscri- 
zioni per  dichiarar  le  cause  per  le  quali 
furono  drizzali,  e  se  per  decreto  degl'im- 
peratori o  del  senato  romano.  Per  impe- 
dire al  trionfatore  di  troppo  inorgoglir- 
si, era  permesso  a'soldati  che  portando  ra- 
mi d'alloro  esultanti  cantavano  iotrium» 
phctd'ì  unire  alle  lodi  versi  satirici;  di  più 
si  faceva  salire  sul  carro   trionfale  uno 
schiavo,  da  Plinio  ingegnosamente  chia- 
mato carnifex  gloriae,  perchè  incessan- 
temente gridava  all'orecchie  del  trionfa- 
tore: Respice  post  te;  hominem  memen- 
to le.  Piomolo  e  i  suoi  successori  guerreg- 
giarono quasi  sempre  co'  loro  vicini  per 
ottenere  uomini,  donne,  terre,  e  ritorna- 
vano in  Roma  colle  spoglie  de'popoli  de- 
bellati: consistevano  queste  per  la  massi- 
ma parte  in  biade  e  in  armenti,  oggetti 
importanti  di  grandissima  gioia.  PeròRo- 
molo  1  .°re  di  Roma,  fu  pure  il  r  .°a  entra- 
le trionfante  in  Roma  {F.)  carico  di  spo- 
glie opime,  che  cosi  chiamò  per  quelle  del 
da  lui  ucciso  Acrone  re  de'ceninesi,  e  le 
depose  nel  tempio  di  Giove  Feretrio,  sul 
quale  fu  poi  costruito  il  Tempio  di  Gio- 
veOltimo  Massimo  Capitolino.  Ecco  l'o- 
rigine de'  trionfi  de'roinani,  che  furono 
in  appresso  la  principale  cagione  del  se- 
gno di  grandezza  a  cui  giunse  la  città  e- 
terna.  Siccome  quegli  solo  sotto  i  cui  au- 
spica si  era  fatto  la  guerra,  avea  diritto 
di  chiedere  il  trionfo,  allorché  non  v'eb« 
be  altro  duce  supremo  se  nou  Y Impera- 
tore, i  trionfi  doveangli  essere  riservati; 
per  tal  modo  il  trionfo  divenne  un  pri- 


T  II  I 

\ilegio  degl'imperatori  e  de'principi  del- 
la casa  imperiale.  Benché  poi  si  toglies- 
se a  persona  privata  la  pompa  del  trion- 
fo, si  continuò  tuttavia  ad  accordai-  loto 
quelle  distinzioni  che  in  ogni  tempo  era- 
no a  quelle  annesse,  vale  a  dire  il  di- 
ritto di  portare  la  Toga  o  Tonaca  (F.) 
pietà  o  palmata,  abito  trionfale  in  cer- 
te ceremonie,  una  statua  che  li  rappre- 
sentava con  quella  veste  e  con  Corona 
(T.)  d'alloro;  finalmente  alcune  altre 
prerogative  meno  comuni,  da  Tacito  rin- 
chiuse nelle  parole:  et  cptidquid  prò 
triumpho  datur.  Qualche  volta  avven- 
ne, che  se  il  senato  rifiutava  d'accordare 
il  trionfo,  richiesto  dal  vincitore  e  con- 
quistatore, per  mancanza  di  qualche  ne- 
cessaria condizione,  il  duce  trionfava  sul 
monte  Albano  (ora  Cave  e  luogo  ove  so- 
no i  Pas  sionisti).  Papirio  Massa  filili.0 
che  trionfò  in  questo  modo  l'anno  di  Ro- 
ma 52  2; e  ili.°che  dell'ovazione  godesse, 
l'u  Publio  PostumioTuberto  l'anno  di  Ro- 
ma 2 5o. Talvolta  iPapi  concessero  l'onore 
del  trionfo  con  Ingresso  solenne  in  Roma 
(7  .),  come  Paolo  11 1  all'imperatore  Carlo 
V  vincitore  di  Tunisi (FAj  e  s.  Pio  V  a 
Marc'  Antonio  Colonna  generale  dì  s. 
Chiesa  vincitore  della  Turchia  a  Lepanto 
(V*)}  colle  12  galere  pontificie,  onore  de- 
cretatogli anche  dai  senato  e  popolo  ro- 
mano, e  descritto  da  Francesco  Alberto- 
li  io  nella  Relazione  dell'  entrata  fatta  in 
Roma  dall' Ecc.mo  Marc  Antonio  Co- 
lonna, e  daLucianoCenturioni,  Columna 
Rostrata,  seu  plausus  Triumphantis  M. 
A.  Columnae,  R.omaei633.  Il  Buonar- 
roti, Osservazioni  sopra  alcuni  meda- 
glioni, ne  riporta  eruditissime  sui  trionfi 
degli  antichi  romani  ,  mediante  pompa 
presa  da  quella  colla  quale  ritornavano 
alla  patria  i  vincitori  de'giuochi  Olimpici. 
Ragiona  particolarmente  sui  carri  o  qua- 
drighe trionfali  tirate  da  4  o  da  6  cavalli 
(Nerone si  servì  d'alcune  cavalle  ermafro- 
dite in  alcuni  suoi  effeminati  e  vituperevo- 
li trionfilo  dagli  elefanti  ne'lrionfi  Partici 
o  Persici  degl'imperatoriAlessandroSeve- 


T  R  I  5 

ro  e  Gordiano.  Che  i  trionfanti  erano  pre- 
ceduti e  circondali  da' soldati  con  rami 
d'alloro,  ma  nelle  medaglie  monumenta- 
li de'trionfì  sono  espressi  con  rami  di  pal- 
me ,  ed  anche  i  trionfatori  vestiti  della 
toga  pietà  portavano  un  ramo  d'alloro  e 
lo  scettro  coli' aquila,  perchè  sempre  a- 
veano  qualche  imperio  come  consoli  o 
proconsoli, avvertendo  che  siccome  gl'im- 
peratori aveano  a  vita  l'imperio  procon- 
solare, i  trionfi  loro  nelle  medaglie  si  di- 
stinguono particolarmentedal  ramo  d'al- 
loro da  loro  portalo,  senz'altro  bastone, 
quando  però  non  fossero  stati  nel  mede- 
simo tempo  consolai  quali  magistrati  con 
solenni  pompe  venivano  portati  in  pub- 
blico a  rallegrare  il  popolo  con  feste  e 
giuochi  fatti  a  loro  spese  e  da  loro  pre- 
sieduti, treni  o  processi  consolari  che  nei 
monumenti  furono  presi  per  tronfi.  Che 
a'trionfatori  era  portata  la  corona  dà  uà 
servo  pubblico,  e  poi  sotto  gl'imperatori  la 
fecero  reggere  da  una  figura  della  Vitto- 
ria; nella  pompa  trionfale  conducendosi 
pure  le  torri  dette  Fercula  a  più  ordi- 
ni, con  le  spoglie  de'vinti  in  forma  di  tro- 
fei, e  degli  schiavi  sopra  e  da' medesimi 
portate,  essendovi  effigiati  e  dipinti  i  prin- 
cipali avvenimenti  della  vinta  guerra,  e 
rappresentate  le  città  espugnate  nella  me- 
desima; i  prigionieri  principi  erano  con- 
dotti avanti  e  vicino  al  carro  del  trionfan- 
te, e  legati  colle  mani  avanti.  Che  appe- 
na in  Roma  giungeva  la  notizia  delle  ri- 
portale vittorie,  si  celebravano  le  feste  e 
i  giuochi  trionfali,  ed  il  senato  decretava 
l'onore  del  trionfo.  In  essi  si  rallegrava  il 
popolo,  facendosi  condurre  le  immagini 
o  statue  degl'imperatori  in  abito  trion- 
fale sui  carri  e  cogli  ornamenti  trionfali; 
feste  e  giuochi  che  si  rinnovavano  dopo 
i  trionfi,  assistendovi  gl'imperatori  colla 
toga  pietà,  i  quali  ne'lrionfi  incedevano 
nell'ultimo  luogo,  che  però  veniva  ad  es- 
sere il  primo.  De'  trionfi  trattarono  an- 
cora: Onofrio  Panvinio,  De  Trìwrnpho, 
Ilelmstadii  1 67$.  G.  Battista Marliani,  De 
Triumphis  veterum  r  ornatiti  rum,  liomue 


e  tri 

1 549.  Tommaso  Lidiati,  Serie  summo* 
rum  magistratuum,etJ riunì  phorwn  ro- 
ma nor  imi.  Filippo  Antonini,  fi  Trionfo 
romano,  Faenza  1  769.  G.  Cesare  Bulen- 
gero,  De  spoliis  bellici*,  trophaeis,  ar- 
elibus  triunijilialilnis,  et  pompa  trium- 
pìii,  nel  T/ics.  ili  Grevio.  Francesco  Mo- 
di, Ponderine  Triuntplialcs,  Francofur- 
li  1 586.  J.  Dario  Schieferdech,  Disserla- 
tio  de  Triumphiset  Ovatiombus  roma- 
fiorimi,  Lipsiae  1 6o5.  Giovanni  Nicolai, 
flomanorum  'Trinili  pini*  solemnissimus, 
Francofnrti  1  690.  Le  pompe  trionfali  de- 
gli antichi  furono  in  parte  imitate  ne'so- 
Icnni  Treni (V.),  per  la  Coronazione  de- 
gf  Imperatori  (V  .),  per  la  Coronazione 
delie  (F),  nel  Possesso  del  Papa  (f  .) 
quando  era  solennissimo,  nel  possesso  del 
Prefetto  di  Fonia  (J7.),  nel  possesso  del 
Senatore  di  Homa(V.),  ed  in  altre  pub- 
bliche funzioni  splendidissime. 

TRIPOLI.  Sede  vescovile  della  pro- 
vincia ecclesiastica  di  Lidia,  nell'esarcato 
d'Asia,  eretta  nel  secolo  IV  sotto  la  me- 
tropoli di  Sardi.  La  città,  non  piti  esiste, 
e  ie  rovine  si  vedono  ancora  sul  fiume 
Meandro  a  poca  distanza  da  Gerapoli.  Si 
conoscono  i  seguenti  7  vescovi  greci  che 
ne  occuparono  la  cattedra.  Agogio  fu  nel 
3i5  al  concilio  di  INicea  I;  Leonzio  dot- 
tissimo assistè  al  sinodo  di  Seleucia  del 
359,  non  riconosciuto  per  canonico,  e  nel 
quale  si  un\  agli  ariani  e  sottoscrisse  la  lo- 
ro formola  di  professione  di  fede;  Com- 
inodo  sottoscrisse  al  concilio  d'  Efeso  del 
43  ij  Paolo  Irovossi  nel  449  a"  m'gan_ 
daggio  o  conciliabolo  d'Efeso,  e  nel  4^1 
fu  al  concilio  generale  di  Calcedonia;  Gio- 
vanni sottoscrisse  la  lettera  del  concilio 
di  Lidia  all'imperatore  Leone  I,  relati- 
vamente all'assassinio  di  s.  Pioterò  d'A- 
lessandria ;  Anastasio  assistè  e  sottoscris- 
se al  VII  concilio  geneiale;  Sisinniofu  al 
concilio  di  Folio.  Oriens  christianus,  t. 
1 ,  p.  ò'8o.  In  questo  nel  t.  3,  p.  1  070,  tro- 
vai che  Tripoli  di  Lidia  ebbe  altresì  dei 
vescovi  latini,  e  ne  riporta  due:  fr.  Mar- 
tinodeSoto -Major  carmelitano,  nomina- 


TR  I 

to  da  Eugenio  IV  neh 44°;  n-  Bartolo- 
meo de  Ghisolfì  de*minori,eletto  da  Sisto 
IV  nel  1 479*  Tripoli,  Tripolitan,  è  ora 
un  titolo  vescovile  in  partìbus  del  simi- 
le arcivescovato  di  Sardi,  che  conferisce 
la  s.  Sei\e. 

TRI  POLI.  Sede  vescovile  della  i.a  pro- 
vincia della  Frigia  Pacaziaua,  nell'  esar- 
cato d'Asia,  sotto  la  metropoli  di  Laodi- 
cea,  eretta  nel  secolo  IX, 

TRIPOLI,  Tripolis,  T ar aiolo s.Cxi- 
tà  vescovile  e  considerevole  d'Asia  della 
Fenicia  marittima,  ora  nella  Turchia  a- 
siatica,  già  capitale  d'una  contea  de'cro- 
ciati  e  di  presente  capoluogo  del  pascià* 
laticodel  suo  nome  in  Siria,  che  compren- 
de in  parte  l'antica  Fenicia,  l'antica  Leo-» 
dicea,  e  abbraccia  il  paese  di  Kesrauan 
abitato  da'maronili  che  ne  occupano  la 
parte  sud-ovest.  Giace  a  35  leghe  da  Da 
masco,  ed  a  43  da  Acrio  Tolemaide,  in 
una  fondura  a  pie  d'un  ramo  del  fiume 
Xanto  che  scaturisce  nel  Monte  Libano, 
sotto  una  montagna  in  cima  alla  quale 
sorge  un  castello  munito  a  circa  mezza  le- 
ga dal  Mediterraneo.  Residenza  d'  un 
mutsellim  o  governatore,  e  d'un  console 
di  Francia,  è  lunga  e  stretta  e  traversata 
dal  Nahar-Aba-Aly,  o  l'antico  Xanto,  fiu- 
micello  che  quivi  si  varca  sopra  due  pon- 
ti di  pietra,  le  cui  sponde  riescono  som- 
mamente pittoresche,  ed  il  quale  forma 
cascate  bellissime, essendo  formata  la  sua 
cinta  da  mura  di  giardini.  Poco  salubre 
n'è  l'aria,  a  motivo  dell'acque  stagnanti 
che  contiene;  le  case  assai  ben  fabbrica- 
te e  le  strade  insinuiate  per  la  maggior 
parte,  ma  in  parecchi  punti  traversate  da 
acquidotli  sospesi,  i  quali,  essendo  in  pes- 
simo stato,  lasciano  piover  1'  acqua  sui 
passeggiali.  Numerose  fontane,  tutte  più 
o  meno  decorate  d'  arabeschi,  trovansi 
sparse  per  tutti  i  quartieri.  Vi  sono  due 
moschee  ,  un  bagno  ben  fabbricato  ,  ed 
un  kan  vastissimo  e  pulitissimo.  Tra  la 
città  ed  il  maredistendesi  una  fertile  pia- 
nura coperta  d'alberi  fruttiferi,  tra  altri 
da  moricelsi  e  olivi,  e  presso  la  spiaggia 


T  R  I 
trovasi  In  borgata  chiamata  Marina,  dal 
nome  dell'antico  monastero  dove  s.  Ma- 
rina sotto  abito  virile  visse  molti  anni  pe- 
nitente, con  grandi  magazzini,  kan,  caf- 
fè ed  altri  edilìzi.  Più.  oltre  sorgeva  in  ma- 
no de'greci  il  famoso  tempio  di  s.  Grego- 
rio Taumaturgo,  profanato  verso  la  me- 
tà del  secolo  XVII  da' maomettani,  co- 
me tanti  altri  santuari.  Sebbene  il  Terzi 
riferisca  nella  Siria  sacra  ,  che  Tripoli 
giace  sulle  sponde  del  mare,  come  in  pe- 
nisola, favorita  dalla  natura  di  sito  como- 
do, elevato  e  fortissimo,  provvista  anco- 
ra di  spazioso  porto,  cinta  da  torri  e  da 
mura  terrapienate;  nondimeno  i  geografi 
moderni  affermano  ,  che  non  v'  è  porto 
propriamente  detto,  né  la  rada  offre  si- 
curezza quando  forte  sia  il  vento  mae- 
strale; le  navi  danno  fondo  fra  la  terra  e 
certi  piccoli  isolotti  sassosi.  Quantunque 
la  situazione  sia  poco  favorevole  al  com- 
mercio, tuttavia  vi  si  fanno  grandi  espor- 
tazioni di  seterie,di  fazzoletti  nel  paese  fab- 
bricati, di  sapone  e  di  sponghe  raccolte 
fra  questa  città  e  Berito.  Conta  più.  di 
20,000  abitanti, e  nelle  vicinanze  si  fan- 
no notare  il  sepolcro  e  la  moschea  d'un 
santone, ombreggiati  da  platani,  con  una 
vasca  entro  cui  alimentatisi  de'pesci  sagri. 
Il  territorio  forma  un  affienissimo  giar- 
dino, pieno  d'ogni  sorla  di  fruiti;  è  irri- 
galo da  parecchi  fiumi  e  ruscelli  scen- 
denti dal  Monte  Libano.  Quando  il  tem- 
po è  in  calma  scorgesi  sulla  spiaggia  del 
mare  ed  entro  questo  stesso  parecchie  sca- 
turigini di  dolce  ed  eccellente  acqua,  che 
credonsi  procedere  da  una  gran  grotta  di- 
stante una  lega  all'est,  e  ch'è  osservabi- 
le per  una  sorgente  copiosissima  ch'esce 
dalla  terra  a  grosse  bolle,  e  si  perde  indi 
a  poco  nella  grotta  stessa.  Allorquando  i 
Crocesignati(V, funsero  in  questa  cam- 
pagna, rinvennero  tra  le  altre  cose  canne 
di  zucchero,  che  la  più  parte  degli  storici 
chiamarono  canne  di  miele.  Questa  pian- 
ta eravi  stata  trasportata  dall' Indie,  co- 
me in  altri  luoghi  della  Siria,  donde  por- 
tate in  Sicilia  e  di  qui  a  Granata,  indi  a 


TRI  7 

Madera,  furono  poi  recale  al  Brasile  e 
nel  rimanente  d'  America.  A  due  leghe 
verso  l'oriente  diTripoli  vedeasi  una  tom- 
ba  tagliata  nello  scoglio, che  i  sirii  cristia- 
ni credeano  essere  il  sepolcro  di  Canaan  o 
Chanaan  nipote  di  Noè,  il  padre  de'feni- 
cii.  Il  nome  di  Tripoli  corrisponde  alla 
sua  origine,  perchè  fondata  da  3  popoli 
diversi,  cioè  Tirii,  Sidonii  e  Aradi  (non 
Arabi  come  vogliono  altri).  Erano  que- 
sti soliti  convenirvi  in  tempi  stabiliti  per 
cagione  del  traffico,  e  volendo  assicurare 
le  merci  vi  fabbricarono  alcune  case  ore- 
cinti,  ben  distinti  l'uno  dall'altro  per  uno 
stadio,  come  in  seguito  si  costumò  in  o- 
rienfe. Questo  nome  di  Tripoli, che  signi- 
fica tre  città,  trovasi  in  diverse  altre  prò- 
vincie  ove  esisteva  una  città  composta  di 
tre  parti,  oppure  in  cui  eravi  un'associa- 
zione di  tre  città.  In  progresso  di  tempo, 
colla  frequenza  de'popoli  crebbero  a  se- 
gno, che  gli  uni  agli  altri  si  unirono,  e  con 
ciò  di  3  borghi  si  formò  una  città,  ove  poi 
si  radunavano  i  pubblici  rappresentanti 
delle  circonvicine  per  trattar  di  affari  po- 
litici e  distato.  Ciò  avvenne,  secondo  Dio- 
doro Siculo,  nell'Olimpiade  107.  Si  vuo- 
le da  alcuno  che  ancora  sussistano  le  3 
divisioni  o  intervalli,  ma  il  Terzi  nel  cele- 
brarne l'opulenza,onde  gareggiò  colle  pri- 
marie cittàdiFenicia,dice  che  non  conser- 
va  l'antica  figura,  per  essere  stata  riedi- 
ficata parte  sulle  rovine  dell'aulica  e  par- 
te fuori  del  suo  ricinto  in  forma  triango- 
lare. 11  p.  Quieu  neWOriens  christianus, 
quanto  al  nome  di  Tripolit\o  dice  deri- 
vato dalle  vicine  tre  città  di  Arado,Sido- 
ne  e  Tiro;  e  formatasi  di  3  parti,  tutte 
con  pari  distanza  da  essa  lontane,  ciascu- 
na avendo  coloni  di  Arado,  Sidone  e  Ti- 
ro. Die  i  natali  a  Teodosio  poeta  lirico, 
ed  a  Teodoro  matematico  che  scrisse  de 
Sphaeris,  e  dicesi  che  da  lui  Tolomeo, 
Frodo  e  Tione  apprendessero  i  precetti 
più  essenziali  di  quella  scienza.  Nel  me- 
morando confitto  in  cui  Dario  in  queste 
vicinanze  fu  vinto  da  Alessandro  il  Gran- 
de, fuggirono  8000  greci  del  suo  esercì- 


8  TRI 

to  ,  prevalendosi  delle  navi  trovate  nel 
porto,  e  veleggiarono  a  Cipro.  La  città 
pervenuta  in  dominio  d'Alessandro,  dopo 
la  sua  morte  ubbidì  a  vicenda  a'Seleuci 
ed  a'  Tolomei.  Sotto  i  primi  vi  si  adorò 
Giove  Tripolitano,  ciò  ricavandosi  dalle 
medaglie  coll'epigrafe  Jovi  Delubro.  An- 
tioco il  Grande  re  di  Siria  la  conquistò 
con  tutta  la  Fenicia  verso  l'anno  219  a- 
vanti  l'era  corrente.  Recatosi  a  guerreg- 
giare nella  regione  il  Magno  Pompeo,  la 
conquistò  alla  repubblica  romana  ,  con 
l'uccisione  del  tiranno  Dionisio,  ch'erosi 
impadronito  della  città.  Si  conoscono  più 
medaglie  col  nome  di  Tripoli  di  Fenicia, 
coniale  ad  Antonio  e  Cleopatra,  degl'im- 
peratori Augusto,  Nerone,  Traiano,  Se- 
vero, Eliogabalo,  e  dell'imperatrice  Giu- 
lia Soemia.  Sotto  il  dominio  de' romani 
fu  la  città  libera,  adendo  il  diritto  di  go- 
vernarsi colle  proprie  sue  leggi  ,  e  sotto 
l'imperatore  Vespasiano  prese  il  sopran- 
nome di  Flavia.  Vi  fu  promulgato  l'È- 
vangeloal  nascere  della  Chiesa,  ma  il  cul- 
to cristiano  scemò  notabilmente  quando 
nel  638  fu  tolta  a'  romani  da  Youkima 
greco  rinegato,  uno  degenerali  del  calif- 
fo Omar  maomettano.  Tripoli  passò  poi 
in  potere  de'califii  d'Egitto,  a  cui  la  tol- 
sero i  crociati  del  lai/  Crocia  la  (^.),  per 
bberare  i  santi  luoghi  di  Stria  dalle  ma- 
ni degl'  infedeli,  di  che  e  con  altre  no- 
zioni analoghe  riparlerò  all'articolo  Tur- 
chia. Narrai  nel  voi.  LXXVII,  p.  25,  che 
Raimondo  IV  conte  di  Tolosa  e  di  s. 
Gilles,  fece  parte  della  crociata  alla  te- 
sta di  100,000  uomini,  dopo  aver  ri- 
cusato la  corona  della  conquistata  Geru- 
salemme^ recò  all'assedio  di  Tripoli,  du- 
rante il  quale  si  andò  formando  uno  sta- 
to inSiria,  e  morì  a'28  febbraio  1  io5,  nel 
castello  di  Monte-Pelarin  da  lui  fabbri- 
cato in  faccia  a  Tripoli,  lasciando  il  det- 
to stalo  al  nipote  Guglielmo  conte  diCer- 
dague, succedendolo  negli  stati  aviti  il  pri- 
mogenito Bertrando  contedi  Tolosa  e  di 
s.  Gilles.  Questi  imitando  il  zelo  religio- 
so del  padre,  prese  la  croce,  neh  109  si 


TR  I 
recò  in  oriente,  ed  a' io  giugno  espugno 
Tripoli  dopo  un  assedio  o  blocco  di  7  un- 
ni, aiutato  da  Baldovino  I  re  di  Gerusa- 
lemme e  da' genovesi.  Non  pare  quindi 
che  Tripoli  fosse  conquistata  avanti  la 
Pasqua  del  1099,  come  vuole  il  p.  Le 
Quien.  Tripoli  allora  divenne  capitale  di 
una  contea, checomprese  parecchie  piaz- 
ze lungo  il  mare  di  Fenicia  da  Maraclea 
sino  al  fiume  Lieo,  donde  avea  principio 
il  regno  latino  di  Gerusalemme  ^eù  uno 
de'  4  principati  Ialini  eretti  in  Siria  dai 
principi  cristiani  crocesignati,  sotto  la 
sovranità  de* Tripoli  tatù  Comites.  Que- 
sto principato  e  questa  città  per  distin- 
guerli dagli  altri  Tripoli,  fu  detto  Tri- 
poli di  Soria  o  Siria.  Bertrando  fu  pro- 
clamato contedi  Tripoli  nello  stesso  gior- 
no che  vi  fece  il  suo  ingresso,  e  nel  me- 
desimo anno  morto  il  cugino  Gugliel- 
mo riunì  alla  contea  le  terre  che  avea  ri- 
cevuto dal  padre  suo.  Neh  1  io  coadiu- 
vò Baldovino  1  a  conquistare  Berilo,  che 
si  arrese  a'i5  maggio.  I  due  principi  nel 
seguente  giugno  marciarono  in  soccorso 
di  Baldovino  del  Borgo  conte  di  Edessa, 
ove  un'armata  di  saraceni  lo  teneva  as- 
sediato ad  istigazione  del  di  lui  nemico 
Tancredi  cuginooziodiBoemondo  I  prin- 
cipe d' 'Antiochia ,  della  quale  e  de!  prin- 
cipato latino  riparlai  a  Siria.  Al  rumo- 
re della  loro  marcia  gl'infedeli  levarono 
l'assedio.  Indi  dopo  aver  con  Baldovino 
1  assediata  Sidone,  che  si  arrese  nel  di- 
cembre, Bertrando  si  recò  a  stabilir  la  sua 
residenza  in  Tripoli.  Neh  1  1  1  Tancredi 
amministratore  dei  principato  d'  Antio- 
chia, dopo  la  morie  di  Boemoudo,  essen- 
dosi disgustato  con  Bertrando,  gli  tolse 
Tortosa  o  Ortosia  ossia  Antarada,  che 
in  Siria  avea  conquistato  il  padre,  dan- 
done il  governo  a  Guglielmo  naturale  di 
Roberto  duca  di  Normandia.  Bertrando 
si  vendicò  di  quest'insulto  in  una  manie- 
ra tutta  cristiana.  Avanzatosi  sino  a  Ce- 
sarea di  Filippi  un  esercito  di  100,000 
turchi,  distanti  una  sola  giornata  da  An- 
tiochia, la  minacciavano  d'assedio,  per  cui 


T  I  T 
Tancredi  implorò  il  soccorso  de' principi 
cristiani.  Prontamente  l'ebbe  da  Baldo- 
vino I,  da  Bertrando  e  da  altri  signori, 
cìie  con  soli  26.000  uomini  fugarono 
gl'infedeli  a'29  dicembre.  Bertrando  non 
potè  esimersi  di  collegarsi  nel  1  1  12  con 
Alessio  1  imperatore  greco  contro  Tan- 
credi, per  riaver  da  questi  Antiochia  in 
forza  del  suo  giuramento.  Durante  le  ne- 
goziazioni della  lega  morì  Bertrando  a' 
2  1  aprile,  cui  successe  I'  unico  suo  figlio 
Pons,  sotto  la  direzione  del  vescovo  del- 
la città,  e  si  meritò  d'esser  chiamalo  Vc- 
mulo  della  gloria  de  suoi  maggiori,  ti- 
tolo che  giustificò  colle  sue  belle  azioni. 
Hgli  però  succedette  soltanto  agli  stati 
paterni  d'oriente  e  alla  contea  di  Tripo- 
li, lasciando  godere  ad  Alfonso  Giorda- 
no suo  zio  la  contea  di  Tolosa  e  gli  al- 
tri stati  d'occidente;  il  quale  articolo  va 
tenuto  presente  ,  per  le  altre  notizie  ri- 
guardanti i  conti  di  Tripoli  derivati  dai 
conti  Tolosa  ni.  Pons  si  distinse  in  quasi 
tutte  le  guerre  ch'ebbero  al  tempo  suo  i 
crociati  contro  gl'infedeli.  Nel  1  1  1  3  mar- 
ciò verso  Tiberiade  in  soccorso  del  re  Bal- 
dovino I,  e  nel  1  1  19  sentendo  che  Bug- 
gero reggente  di  Boernondo  11  principe 
d'Antiochia  veniva  aggredito  da  un  for- 
midabile esercito  di  turchi,  corse  per  li- 
beramelo, ma  non  fece  in  tempo,  poi- 
ché era  già  perito  colla  sua  armala;  indi 
lo  vendicò  con  Baldovino  li  re  eli  Geru- 
salemme.in  una  sanguinosa  battaglia  vin- 
ta sugl'infedeli.  Neh  122  Pons  ebbe  col 
re  in  proposito  dell'omaggio  d'investitu- 
ra che  ricusava  rendergli,  una  questione 
vivissima,  di  cui  gli  altri  baioni  del  regno 
ne  impedirono  le  conseguenze.  Ne\i  ii/\. 
si  segnalò  all'assedio  di  Tiro, il  cui  conqui- 
sto principalmente  si  dovè  al  suo  valore 
e  abilità.  Dipoi  coll'aiutodel  re,  nel  r  127 
sottomise  la  città  di  Rafania  vicina  a'suoi 
stali  e  nella  provincia  d'Apamea.  Dopo 
la  morte  neh  1  3  1  di  Baldovino  II  prese 
le  parli  d'Alice  vedova  di  Boernondo  11 
principe  d'Antiochia,  che  il  re  Folco  con- 
trastava a'  tutori  delia  figlia  Costanza  il 


TIW  9 

governo  del  principato.  G  l'impedì  il  pas- 
saggio per  marciarvi  sopra,  ma  nella  guer- 
ra insorta  rimase  sconfitto  dal  re,  il  qua- 
le poi  lo  liberò  dall'assedio  cui  l'aveauo 
cinto  i  turchi  in  Montferrand.  Nondime- 
no Pons  continuando  la  guerra  cogl* in- 
fedeli, neh  137  tradito  da'siri  del  Mon- 
te Libano  restò  vinto  e  prigione,  patendo 
barbara  morte.  Gli  successe  nella  contea 
il  primogenito  Baimondo,  il  quale  da  fi- 
glio animoso  volle  subito  vendicar  la  mor- 
te del  padre  contro  gli  assassini1  che  l'a- 
veauo occasionata;  li  prese  nel  Monte  Li- 
bano e  con  rigorosi  supplizi  li  fece  mori- 
re in  Tripoli,  con  giubilo  del  popolo.  In- 
tanto Sanguino  sultano d'Aleppo  gli  rup. 
pe  guerra  e  assediò  iti  Rafania.  Accorse 
Baimondo  1  con  re  Folco,  ed  assalito  San- 
guino, restarono  disfatti  e  il  conte  prigio- 
ne e  Folco  assediato  in  un  castello;  finché 
soccorsi  da  Guglielmo  patriarca  di  Ge- 
rusalemme, che  colla  vera  Croce  guidava 
le  truppe,  e  da  Raimondo  principe  d'An- 
tiochia e  marito  di  Costanza,  ambedue  ri- 
cuperarono la  libertà.  Neh  149  alla  bat- 
taglia di  Belinas  vinse  il  sultano  d'Alep- 
po Noradino  ,  il  quale  si  risarei  in  altro 
combattimento,ove morì  Raimondo prin- 
cipe d'  Antiochia,  a  cui  successe  il  figlio 
Boernondo  III  sotto  la  tutela  ili  Costan- 
za e  del  padrigno  Rinaldo.  Nel  1  1  5 1  Hai  - 
mondo  1  perì  presso  la  porta  di  Tripoli, 
ucciso  da  una  masnada  de'diutorni,  dive- 
nendo conte  di  Tripoli  il  figlio  Raimon- 
do Il  sotto  la  regg-mea  della  madre  O- 
diema,  sorella  di  Melissende  regina  di  Ge- 
rusalemme.Neh  1  (3 3  iNoradino all'assedio 
di  Harene  fatti  prigionieri  il  conte  e  Boe- 
rnondo 111  d'Antiochia, fece toro  provare 
asprissima  cattività,  e  mediante  riscatto 
d  80,000  ducali  d'oro  li  rimise  in  liber- 
tà neh  171.  Nel  precedente  anno  Tripo- 
li soggiacque  a  sì  orribile  terremoto,  che 
quasi  tutti  i  suoi  fabbricati  crollarono,  ri- 
manendo la  più  parte  degli  abitanti  sepol- 
ti sotto  le  rovine.  Non  guari  dopo  però  la 
città  venne  rifabbricata  meglio  di  prima. 
1  cristiani  vi  stabilirono  manifatture  di  se- 


io  TK1 

ta  e  camellotti,  continuamente  occupan- 
dotene nelle  fabbriche  ben   4°°°-  Nel 

1 177  il  conte  dopo  esser  stato  sconfìtto 
davanti  Hama,  si  portò  ad  assediar  Ha- 
renc,  e  indusse  diversi  signori  a  secondar- 
lo, ma  adescato  da  una  <ommn  olfertagli 
dal  governatore  si  ritirò.  Neil  173  essen- 
do Baldovino  IV  re  di  Gerusalemme  a 
cagione  della  lebbra  impotente  al  gover- 
no,aflidòla  reggenza  al  contedi  Tripoli, e 
neh  1 85  morendo  la  confermò  sino  alla 
maggiorità  del  nipoteBaldov'moV,  il  qua- 
le pure  nell'anno  dopo  scese  nel  sepolcro, 
Raimondo  II  allora  contrastò  il  trono  di 
Gerusalemme  a  Guido  di  Lusignano,  ma 
pel  bene  della  pace  rinunziò  poi  alla  sua 
pretensione.  Mentre  il  conte  nel  1  187  sta- 
va all'assedio  di  Sefori  venne  assediata  in 
Tiberiade  sua  moglie  Esquiva  da  Sala- 
dino, die  impadronitosi  della  città  a'  2 
luglio  la  die  alle  fiamme,  risparmiando  il 
castello  ov'erasi  ritirata  la  contessa,  e  re- 
candosi incontro  al  marito  che  veniva  ad 
assalirlo.  Nel  dì  seguente  cominciò  la  fa- 
mosa battaglia  diTiberiade,  cui  Piai  inon- 
do li  con  un'allocuzione  deqna  di  Sallu- 
stio,  avea  inutilmente  consigliato  d'evi- 
tare. Nella  rotta  de'  cristiani  fu  costretto 
aila  fuga,  per  cui  fu  da  alcuno  incolpato 
di  connivenza  co'  nemici  ,  e  poscia  morì 
nell'anno stessoin  Tripoli  minacciata  d'as- 
sedio da  Saladino,  il  quale  s'impadronì 
del  castello  di  Tiberiade.  Non  avendo  fi- 
gli, legò  i  suoi  stati  al  figlioccio  Raimondo 
III  figlio  di  Boemondo  III  principe  d'An- 
tiochia. Caduto  esso  in  demenza,  talvol- 
ta violenta,  verso  il  1  200  allìdò  la  contea 
a  Boemondo  IV  il  Guercio  suo  fratello, 
dorante  la  minorità  di  Raimondo  Rupi- 
no  di  lui  figlio,  avuto  da  Alice  figlia  di 
Rupino  della  Montagna  principe  d'Arme- 
nia. Boemondo  IV  abusando  della  fidu- 
cia fraterna,  nel  1  20  1  riunì  nella  propria 
persona  la  contea  di  Tripoli  in  un  al  prin- 
cipato d'Aiitiochi-ì:delle  vertenze  che  per- 
ciò insorsero  feci  parola  nel  voi.  LI,  p.  307 
eullrove,essendovi  intervenuto  Innocen- 
zo III  (F.)  per  pacificarle,  Neh  233  di- 


TRI 

venne  principe  d'Antiochia  e  conte  di  Tri» 
poli  Boemondo  V,  succeduto  al  padre 
Boemondo  IV,  che  sposò  Luciana  Conti 
nipote  d'Innocenzo  III,  la  quale  dal  ma- 
rito ebbe  in  dono  la  metà  della  contea  di 
Tripoli  nel  caso  che  avesse  successione,  e 
3o,ooo  bizantini  in  caso  contrario,  come 
notai  nel  voi.  XVII,  p.  76.  Da  essi  nac- 
quero Boemondo  VI  che  nel  1 15 1  succes- 
se al  genitore,  e  Piacenza  maritata  ad  En- 
rico I  redi  Cipro:  la  madre  Luciana  fa- 
cendo da  amministratrice  nella  sua  mino- 
rità non  venne  lodata.  Fu  creato  cavalie* 
re  d'Antiochia  da  s.  Luigi  IX  in  Joppe, 
onde  inquartò  al  suo  stemma  quello  di 
Francia.  A  suo  tempo  il  vescovo  latino  di 
Tripoli,  Obizzo  Sanvitale,  fu  nel  1260  da 
Papa  Alessandro  IV  traslato  a  Parma, 
Boemondo  VI  prese  imprudentemente  le 
parti  de'  veneziani  contro  i  genovesi,  e 
così  mantenne  le  dissensioni  che  trassero 
in  rovina  le  cose  di  Terra  Santa.  Egli  per- 
de Antiochia  neh  268,  la  quale  fu  pre- 
sa d'assalto  a'29  maggio  o  a' 12  giugno, 
dal  sultano  Bibaso  Bondochar,  facendo- 
vi 100,000  prigionieri,  oltre  r  7,000  che 
sul  luogo  fece  trucidare.  Morì  a  Tripo- 
li nel  1274,  lasciando  il  figlio  Boemon- 
do VII  sotto  la  tutela  della  madre  Sibil- 
la figlia  del  re  d'Armenia  e  del  vescovo 
di  Tortosa  ossia  Antarada.  Egli  stabilì  la 
sua  residenza  a  Tripoli,  donde  prestò  o- 
maggio  d'investitura  a  Carlo  1  ti'Angiò 
re  di  Sicilia  e  Gerusalemme,  nelle  mani 
del  bali  d'Acri.  Il  suo  carattere  petulan- 
te e  indiscreto  accese  gravi  dissensioni  coi 
cavalieri  templari.  N'ebbe  pure  col  vesco- 
vo latino  di  Tripoli,  che  obbligò  ad  ab- 
bandonare Terra  Santa.  A' 1  3aprileia87 
Tharanlhai, generale  di  Kelaoun  Malek- 
el-Mansor  sultano  d'  Egitto  e  di  Babilo- 
nia ,  che  il  p.  Le  Quìen  chiama  Melec- 
Messor,  tolse  a  Boemondo  VII  Laodicea 
e  l'adeguò  al  suolo.  Morto  poi  Boemon- 
do VII  a' 19  ottobre  senza  prole,  insorse 
contrasto  tra  Sibilla  sua  madre  e  Lucia 
sua  sorella, moglie  cliNajare  diTouci  fran- 
cese e  grande  ammiraglio  di  Sicilia,  in- 


TR  I 

Ionio  alla  successione  della  contea  di  'tri- 
poli.  Il  sultano  Kelaoun  troncò  le  dispu- 
le colla  presa  da  lui  falla  Od* Mammaluc- 
chi (VA  di  Tripoli ,  che  fece  incendiare 
a'26  027  aprile  1288  01289,  Nana  ''  ^'" 
naldi  che  la  combattè  di  notte  sì  fiera- 
mente, che  per  l'infievolite  forze  de'cri- 
stiani  l'ebbe  per  forza,  e  furonvi  uccisi 
7000  cristiani.  Alquanti  scamparono  so* 
pra  legni  ch'erano  nel  porto,  rifugiando- 
si a  Tolemaide,  Alle  crudeltà  il  malva- 
gio sultano  aggiunse  I'  empietà,  facendo 
legare  alla  coda  de'cavalli  le  ss.  Immagi- 
ni e  trascinarle  per  tutta  la  città.  Dopo 
averla  i  saraceni  rubata  e  spogliata  d'o- 
gni sostanza,  essendo  piena  di  molte  mer- 
canzie e  altre  cose,  il  barbaro  sultano  la 
fece  ardere,  abbattere  e  disfare  da'  fon- 
damenti, Addolorato  Papa  Nicolò  IV  da 
tanto  disastro,  ili /di  settembre  con  let- 
tera ingiunse  al  vescovo  di  Tripoli,  che 
predicasse  e  facesse  promulgare  la  crocia- 
ta sopra  i  pessimi  saraceni,  nella  Sehia- 
vonia  e  nella  Marca  di  Treviso.  Tutte  le 
altre  piazze  della  contea  di  Tripoli  cad- 
dero nel  tempo  stesso  sotto  la  potenza  del 
sultano,  unitamente  a  quelle  del  princi- 
pato d'Antiochia.  Per  tali  perdite  i  cro- 
ciati si  trovarono  ridotti  alle  sole  città  di 
Tolemaide,  d'\  Tiro  e  di  Sidone }  che  non 
tardarono  a  cadere  nelle  mani  degl'infe- 
deli. Tripoli  cogli  stati  formanti  la  con- 
tea ,  furono  poi  riuniti  all'  impero  della 
Turchia,  e  ne  segui  i  destini  e  le  vicen- 
de politiche, 

La  fede  cristiana  fu  predicata  a  Tri- 
poli ne'tempi  degli  Apostoli  dal  principe 
di  essi  s.  Pietro,  che  vi  costituì  per  ve- 
scovo Marone,  un  collegio  di  1  2  preti  e 
de'diaconi,  non  che  l'ordine  delle  vedo- 
ve e  tutti  i  ministri  della  Chiesa,  a'quali 
impose  d'ubbidire  a  Marone.  Tanto  egli 
che  i  successori  vi  eliminarono  gli  avanzi 
del  gentilesimo,non  senza  difficoltà  e  per- 
secuzioni, poiché  la  chiesa  di  Tripoli  fu 
innaffiata  dal  fecondo  sangue  de'martiri 
i  ss.  Leonzio  che  patì  insieme  con  Ipazio, 
Tribuno  e  Teodolo  sotto  l'impero  d'  A- 


TR  I  ri 

driano.  In  quello  di  Diocleziano  riporta- 
rono la  palma  del  martirio  i  ss.  Luciano, 
Metrobio,  Paolo,  Zenobio,  Teotino  eDru- 
so,  come  si  legge  nella  Siria  sacra,  L'im- 
peratore Giustiniano  I  eresse  una  sonino» 
sa  basilica  a  s.  Leonzio,  che  si  rese  cele- 
bre, La  sede  vescovile  appartenne  alla 
provincia  ecclesiastica  della  Fenicia  Ma- 
rittima nel  patriarcato  d'Antiochia,  suf- 
fraganea  dell'arcivescovo  di  Tiro,  ed  eb- 
be vescovi  greci,  greci-melchiti,  maroniti 
e  latini,  I  vescovi  greci  che  si  conoscono 
sono  Marone,  cui  successe  Ellanico,  che 
nel  3ij  intervenne  al  concilio  di  Nicea  I, 
e  poi  a  suggestione  degli  ariani  abbrac- 
ciati i  loro  errori,  fu  obbligalo  a  dimet-* 
tersi  ed  esulare,  da  s,  Eustasio  patriarca 
d'Antiochia, surrogandogli  Teodosio. Nel 
sinodo  di  Seleucia  del  35$  Ireneo  episco- 
pio Tripolis  Plweniciae^'xccome  ariano, 
sottoscrisse  I'  eretica  professione  di  fede. 
Commodo  nel  43  1  si  recò  al  concilio  d'E- 
feso, e  per  la  sua  adesione  a  Nestorio  fu 
separato  dalla  comunione  cattolica.  Teo- 
doro nel  45  1  intervenne  al  concilio  diCal- 
cedouia  e  ne  sottoscrisse  i  canoni, indi  nel 
458  firmò  la  rinomata  epistola  dal  sino* 
do  di  sua  provincia  indirizzata  all'impe- 
ratore Leone  I,  sul  martirio  di  s.  Pioterò 
d'Alessandria.  Il  vescovo  Stefano  amma- 
latosi d'  infermità  incurabile,  si  recò  al 
sepolcro  di  s.  Eutimio  archimandrita,  e 
coli' olio  di  sua  lampada  per  virtù  divi- 
na guarì  perfettamente, Gli  successeLeon- 
ziodi  lui  cugino,  ornato  di  cospicue  virtù, 
e  fu  largo  benefattore  del  monastero  di 
monaci  sotto  l'invocazione  del  gran  mar- 
tire s.  Leonzio.  Arsenio  è  l'ultimo  vesco- 
vo di  cui  si  abbia  memoria.  Oriens  dir, 
t.  2,  p.  822.  I  maroniti  antichi  vi  ebbero 
degli  arcivescovi,  suffraganei  del  patriar- 
ca maronita  d'  Antiochia,  e  se  ne  cono- 
scono sei. Isacco  insigne  per  dottrina  scia- 
drensis,  alunno  del  Collegio  de' 'Maro- 
niti di  Roma, ordinato  nel  1629,  autore 
di  diverse  opere,  e  perito  nelle  lettere  la- 
tine,siriache  ed  arabiche. Gli  successe  Mi- 
chele Hesronita  arcivescovo,  indi  Gio- 


ti  TRI 

vanni  IJesronita  degnissimo.nominato  da 
Urbano  Vili  e  morto  nel  1 644*  Poscia 
Gabriele, quindi  Giuseppe  Hesronìtaar- 
chìrpìscopi  Tripoli  tri  tu'  del   1676.    Nel 

j6g5  sedeva  Giuseppe  Si  monto,  al  dire 
del  Terzi  successore- di  Gabriele,  per  cui 
sembra  il  medesimo  Hesronita.  Basilio 
monaco  fiorì  nella  1 ."  metà  del  secolo  de- 
corso. Orie/is  dir.  t.'3,p.  79.C0nquistat.-1 
Tripoli  da'crocesignali  latini,  vi  fu  eretta 
la  sede  vescovile  del  rito  loro,  sotto  il  pa- 
li iarca  d'Antiochia,  indi  Papa  Innocenzo 
Il  la  dichiarò  sullraganea  dell'arcivescovo 
J.itino  di  Tiro, quando  elesse  per  vescovo 
di  Tripoli  Gerardo,  che  nel  1  137  cadde 
prigione  de'saraceni.  Fiumano  nel  1  179 
intervenne  al  concilio  di  Laterano  IH. 
L.  eletto  arcivescovo  d'Apamea,  dal  pa- 
triarca d'Antiochia  neh  198  fu  traslato 
a  Tripoli  di  propria  autorità  ;  ma  Papa 
Innocenzo  III  sospese  al  patriarca  l'offi- 
cio pontificale  e  perciò  la  facoltà  di  con- 
fermarlo, per  avere  operalo  inconsulta 
Sede  apostolica ^cotne  sospese  L.  eletto. 
Dipoi  assolse  L.  ed  a'3  1  dicembre  di  pro- 
pria autorità  lo  trasferì  a  Tripoli,  come 
similmente  tolse  la  sospensione  al  patriar- 
ca; indi  ingiunse  al  vescovo  di  Tripoli  e 
al  suo  capitolo  di  conferire  ili. "canoni- 
cato che  vacasse  a  certo  Piai  mondo.  Do- 
po ili2i3  gli  successe  Gaufrido  arcidia- 
cono francese  e  fratello  di  Fiandra  (ti  san- 
ta vita  e  operatrice  di  miracoli.  Nel  12  i5 
Innocenzo  HI  invitandolo  al  concilio  di 
Laterano,  con  sua  lettera  enciclica,  dice  : 
In  eodem  modo  (archiepiscopo  et  episco- 
pis)/?er  T rinapoli  tanam  (Tri poli tanam) 
provinciam (consti tutis).  Papa  Innocenzo 
J  V  del  1  243  mandò  l'arcivescovo  di  Tiro 
e  V.  eletto  episcopo  Tri  poli  tano,  per  in- 
quirire  il  vescovo  di  Biblos  e  il  patriarca 
antiocheno.  Il  vescovoObizzo sunnomina- 
to nel  f  260  passò  a  Parma.  Al  vescovo^»'. 
Guglielmo  domenicano  nel  i263-^*crisse 
Urbano  IV,  perchè  gli  esponesse  le  dissen- 
sioni che  agitavano  la  Terra  Santa.  Nel 
1 274sedeva  fr. Paolo  minorità, fu  al  conci- 
lio di  Lione  11,  e  probabilmente  fu  quel 


TR  I 
vescovo  di  Tripoli  vessato  d'Antarada  nel 
I278,eche  per  insidiargli  la  vita  dovèfug- 
gire.  Nel  1279  Nicolò  111  l'inviò  a  Rodolfo 
I  re  de' romani,  ed  a  Carlo  I  re  di  Sici- 
lia per  collegarli  insieme  ;  e  poi  avendo 
patito  atroci  ingiurie  da  Boeraondo  VII 
conte  di  Tripoli ,  questi  fu  gravemente 
ammonito  dal  Papa.  Cintio  Pigna  nobile 
romano  essendo  eletto  di  Tripoli,  Onorio 
IV  nel  1286  lo  dichiarò  arcivescovo  di 
Capua.  Era  vescovo  B.  quando  il  solda- 
no  di  Babilonia  Melec-Messor  3*27  aprile 
1  289  espugnò  Tripoli,  onde  Papa  Nicolò 
IV  ingiunse  al  vescovo  di  predicare  iti  oc- 
cidente la  crociata  contro  i  saraceni,  con 
lettere  del  i.°  settembre,  e  nuovamente 
con  altra  de'20  ottobre  1  290.  Nel  i332 
il  vescovo  Guido  Baisi  di  Re™io  fu  eletto 
arcivescovo  di  Ravenna.  Giovanni  abba- 
te benedettino  vescovo  di  Trieste,  da  A- 
lessandro  V  fu  traslato  a  Tripoli.  Gli  suc- 
cessero Pietro  I,e  per  sua  morte  a'28  gen- 
naio^ '4  II'-  Simone  minorità;  indi  tro- 
vasi Pietro  II,  che  morto  a'i4  novem- 
bre 1 435,  ih  questo  Eugenio  IV  gli  sur- 
rogò fr.  Nicola  del  Nevo  minorità.  Dopo 
il  vescovo  Antonio,  trovo  per  sua  morte 
nominato  nel  r45i  fr.  Benedetto  de  A- 
doaria  minorità.  Orienschr.  t.  3,p.  1  1  74- 
Presentemente  Tripoli  ha  i  seguenti  ve- 
scovi di  diverso  rito.  L'arcivescovo  mg.' 
Paolo  Musa,  Tripolitan  Maronitarum, 
e  ne  parlai  nel  voi.  XLI1I,  p.127,  nel  pa- 
triarcato d'Antiochia  lìti' Maroniti  in  Si- 
ria. Il  vescovo  mg/  Atanasio  Totungi, 
Tripolitan  Me Ichi tarimi, come  dissi  nel 
voi.  XLIV,p.i  58,  nel  patriarcato  de'gre- 
c\-3Iclchiti  in  Siria.  Il  vescovo  Tripo- 
litan Syroriun,  la  cui  sede  è  tuttora  va- 
cante, sulfragauea  del  patriarcato  de  Siri 
in  Siria,  il  che  riferii  nel  voi.  LXVII,  p. 
3o.  Vi  sono  le  missioni  apostoliche  de'la- 
tini,  del  vicariato  apostolico  di  Aleppo  o 
Bcrrea(V.),e  ne  riparlai  a  Monte  Liba- 
no ed  a  Siria.  Vi  sono  poi  ora  in  Tripoli 
i  la  zza  risti  col  prefetto  di  loro  missione,  e 
un  tempo  eranvi  i  gesuiti  e  i  carmelitani: 
i  lazzaristi  furono  sostituiti  a'gesuiticou 


( 


T  11  I 

decreto  della  congregazione  di  propagan- 
da fide,  da  cui  dipendono  i  vescovi  di  Tri- 
poli de'diversi  ricordati  ri  ti,  de' a  2  novem- 
bre 1782.  Dell'ospizio  de' minori  osser- 
vanti di  Terra  Santa,  esistente  in  Tripoli 
e  dipendente  dal  p.  Guardiano  i\it\  s.  Se- 
polcro (%*)> feci  menzione  nel  voi.  XXX, 
p.  5g  e  60,  ove  dissi  della  missione  de* 
cappuccini.  FinalmenteTripoli,  Tripoli- 
tiiu,  è  un  titolo  \esco\\\ein  partibns} del- 
l' eguale  arcivescovato  di  Tiro,  che  con- 
ferisce la  s.  Seile.  Ne  fu  insignito  mg/Giu- 
seppe Habaisci,  che  trasferito  a' 3  mag- 
gio 1824  da  Leone  XII  al  patriarcato 
d'Antiochia  ùe  Maroniti, il  Papa  nel  con- 
cistoro de'2  3  giugno  1828  nominò  vesco- 
vo di  Tripolis  civitas  Maritima  Phoe- 
niciae,  sub  Archiepiscopo  Tyrenjn  par- 
tibus  infidelium ,  come  leggo  nella  pro- 
posizione concistoriale,  mg/  Ferdinando 
Siciliani  diGiovenazzo  diocesi  di  Molfetta, 
già  arcidiacono  ei.a  dignità  dell'insigne 
collegiata  di  Giovenazzo,  e  con  ritenzio- 
ne dell'arcidiaconato;  dichiaralo  poi  au- 
siliare del  vescovo  di  Melfi  e  Rapolla,  pa- 
re da  Gregorio  XVI,  poiché  con  tale  qua- 
lifica venne  perlai.3  volta  pubblicato  nel- 
le Notizie  di  Roma  del  1 84o.  11  regnante 
Pio  IX  nel  concistoro  de'3  luglio  1848, 
per  obitum  Ferdinandi  Siciliani,  come 
ricavo  dalla  proposizione  concistoriale,di- 
chiaro  vescovo  in  par  tibus  Tripolis  ci- 
vitas episcopali*  Phoeniciac  sub  archie- 
piscopo Tyren\  il  rev.  p.  fr.  Giusto  Re- 
canati di  Camerino,  dell'ordine  degnino- 
li cappuccini,  maestro  in  filosofìa  e  teo- 
logia, definitore  generale  e  prefetto  delle 
missioni  del  suo  ordine,  consultore  delle 
congregazioni  del  s.  ofuzio,de'vescovi  e  re- 
golari, e  di  propaganda  fide;  indi  e  per 
quelle  qualità  lodate  nella  medesima  pro- 
posizione, il  Papa  lo  fece  amministrato- 
re  apostolico  del  vescovato  ih'  Sinigaglia 
(V.)  sua  patria,  ed  a'7  marzo  1 853  lo  creò 
cardinale  titolare  de'ss.XI  I A  postoli  e  pro- 
tettore di  tutto  l'ordine  religioso  delle  Da- 
me de\  Sa  grò  Cuore. Tvo\o  per  ultimo  nel 
Giornale  di  Roma  de'  1 5  genuaio  1 855, 


TRI  i3 

che  nel  giorno  precedente,  domenica,  il 
cardinal  Patrizi  vicario  di  Roma,  nella 
chiesa  della  ss.  Trinità  de'Monli,  assistito 
dall'arcivescovo  di  Parigi  e  dal  vescovo  d' 
Orleans,avea  fattola  solenne consagrazio- 
ne  di  mg/  Leone  Francesco  Sibour  d'I- 
stres  arcidiocesi  d'  Aix,  vicario  generale 
(del  fratello  arcivescovo)  di  Parigi,  eletto 
vescovo  di  Tripoli  in  partibus  infidelium 
(con  breve  apostolico  del  Papa  Pio  IX  dei 
23  dicembre  i854,  dichiarandolo  inoltre 
ausiliare  del  fratello). 

TRIPOLI,  Tripolis. Regno  o  reggen- 
za di  Barbarla,  nell' Africa  (^.),  trova- 
si tra  23°  45  e  33°  di  latitudine  nord,  e 
tra  7°4o  e  26°  di  longitudine  est,  nella 
parte  più  orientale  della  Barbarla  mede- 
sima. Composto  del  paese  di  Tripoli  pro- 
prio al  sud-ovest,  del  regno  di  Fezzan  al 
sud  e  del  regno  di  Barca  all'est,  viene  al 
nord  limitalo  dal  Mediterraneo,  all'  est 
dall'Egitto, al  sud  dalSahara, ed  all'ovest 
dal  regno  di  Tunisi ' (V.).  Irregolarissima 
n'è  la  forma:  il  Mediterraneo  vi  produce 
il  gran  golfodella  Sidra, ed  il  Fezzan  inol- 
trasi considerabilmente  ne'deserli. La  lun- 
ghezza della  regione  è  di  circa  4oo  leghe 
dall'est  all'ovest,  presso  a  poco  sotto  il  pa- 
rafilo della  repubblica  di  Gadames,Oasi 
occidentale  della  reggenza  di  Tripoli,  e 
della  repubblica  e  altra  Oasi  di  Syouab, 
governate  da'sceiki  nominati  dal  pascià 
governatore  della  reggenza  di  Tripoli,cui 
pagano  annui  tributi,  prima  esse  forman- 
do parte  de'dominii  della  reggenza  di  Tu- 
nisi. Sotto  il  1 20  meridiano  è  la  massima 
sua  larghezza  dir  3oleghe,tutta  la  reggen- 
za diTripoli  avendo  la  superficie  di45,ooo 
leghe  quadrate.  La  regione  di  Barca  oc- 
cupa tutta  la  parte  orientale  della  reg- 
genza di  Tripoli,  ed  è  posta  fra  la  gran 
Sirte  e  l'Egitto:  la  gran  Sirte  insieme  al- 
la piccola  Sirle  che  sta  alla  spiaggia  tu- 
nisina, si  denominano  le  Secche  di  Bar- 
barin.  Le  coste  sono  abitate  lungo  il  Me- 
diterraneo, la  parte  meridionale  è  del  tut- 
to abbandonata,  e  sparsa  di  bollenti  e  de- 
serte sabbie  ,  denominandosi  Deserto  di 


i4  T  li  I 

Barai,  susseguito  nell'interno  più  al  sud 
dalDeserlodi  Libia.Equcsta  l'anticaCire- 
naica,  e  comprende  all'est  la  più  grati  par- 
ie della  Marmarica.  Si  elisie  ancora  FJ- 
bia  (  /  .)  Pentapoli  (  7  .)  per  le  5  sue  prin- 
cipali città  denominale:  Berenice,  Arsi' 
/H'c.To/c/naidc oTolomeln,  Cirene  (P\), 
tulle  state  sedi  vescovili^  Cirene  o  Curili 
divenne  metropoli  della  Libia  Pentapo- 
li con  su  ir»  aganei  sotto  il  patriarcato  d'A- 
lessandria, ed  Apollonia  o  Apollonos,  del 
qua]  nome  vi  furono  due  sedi  vescovili, 
una  detta  pure  Cossia,  sotto  la  metropo- 
li d'  Antinoe  eretta  nel  V  secolo,  l'altra 
sulFraganea  di  Tolemaide  eretta  nel  IX 
secolo,  ambedue  appartenenti  al  medesi- 
mo patriarcato  ed  aliai.3  e  2*  Teìnnde. 
Alcuni  dicono  che  una  di  dette  sedi  tosse 
Sozusa  (7  .),  sede  vescovile  suffraganea 
di  Cirene,  ma  essa  fu  eretta  nel  IV  seco- 
lo. Fu  Sozusa  l'antico  e  famoso  porlo  di 
Cirene,  emporio  il  più  insigne  del  com- 
mercio di  Libia,  e  le  navi  d'ogni  banda  vi 
affluivano.  Ora  appena  gli  è  rimasto  il  no- 
me di  Marza-Susa, difficilmente  accessibi- 
le, come  tutta  la  spiaggia  Cirenaica.  Tali 
città  ora  probabilmente  corrispondono  a 
Bengasi,  Tochira,  Curio  già  capitale  del- 
la Cirenaica,  Barca  e  Bonandria.  I  mon- 
ti Gerdobab,  che  si  estendono  al  sud,  rac- 
chiudono nelle  loro  valli  le  due  famige- 
rate Oasi  di  Syouah  e  di  Audjelah.  Tan- 
ta era  la  fama  di  fertilità  della  Cirenaica, 
che  i  mitologi  vi  favoleggiarono  simbo- 
licamente gli  Orti  Esperidi,  ne'quali  le  3 
sorelle  Esperidio  Allantidi  della  bella  vo- 
ce, che  altri  fanno  giungere  sino  a  7,  vi 
custodivano  le  piante  che  producevano 
de'potni  d'oro  di  sorprendente  virtù,  e 
perciò  guardali  dall'orribile  drago  Espe- 
rio (diverso  dal  mostro  o  Idra  di  Lerna  di 
7,  ovvero  e)  e  anche  5o  teste,  che  nel  ta- 
gliarle si  rinnovavano)  dalieioo  teste,  il 
quale  a  un  tempo  mandava  100  fischi  di- 
versi, poi  ucciso  da  Ercole  per  impadro- 
nirsi de'pomi  d'oro,  che  fu  la  i2.a  e  ulti- 
ma ^a  fatica  e  conquista.  Oggi  nella  Ci- 
renaica si  \  cdouo  le  spaziose  e  verdeggiali- 


TR  I 
ti  praterie  d'Elicali.  Dentro  il  deserto 
di  Barca  trova  vasi  pure  la  regione  Ani 
monia  celebrata  per  l' inaccessibile  tem- 
pio di  Giove  Aminone,  a  motivo  delle  sab- 
bie bollenti  che  Io  circondavano,  idolo  che 
rendeva  i  vantali  oracoli,  e  reso  più  famo- 
so dall'accesso  d'  Alessandro  il  Grande^ 
che  vi  fece  la  pazza  apoteosi  di  se  stes- 
so, qualificandosi  figlio  di  quel  nume,  per 
la  mania  d'innalzar  la  propria  origine  si- 
no alla  divinità.  Sebbene  il  regno  di  Bar- 
ca appartenga  al  pascià  governatore  del- 
la reggenza  di  Tripoli,  pure  il  governo  è 
affidalo  a'  due  bey  indipendenti,  ma  da 
esso  investili  del  potere,  di  Bengasi  o  Be- 
renice, e  di  Derna  o  Darnis  o  Dardani- 
de  (V>),  metropoli  della  Libia  Mannari- 
ca con  suffraganei  sotto  il  patriarcato  d'A- 
lessandria, che  gli  pagnno  annuo  tributo, 
ed  in  ambedue  le  città  essi  risiedono  co- 
me loro  capitali.  La  regione  di  Fezzan  gia- 
ce nella  reggenza  di  Tripoli  fra'due  de- 
serti, il  Libico  e  il  Sahara,  e  corrisponde 
al  paese  degli* antichi  garamanti,  ultimi 
popoli  dell'Africa  noli  a'romani,  e  doma- 
ti da  Cornelio  Balbo,  che  ne  menò  trion- 
fo. 11  Fezzan,  che  ha  Murzuk  per  capita- 
le, abbondante  di  sorgenti  d'acqua  dol- 
ce, anticamente  avea  per  metropoli  Ga- 
rama^  e  Plinio  ricorda  la  pietra  prezio- 
sa garamantide,  che  si  traeva  dalle  vi- 
scere d'uno  de'monti  Garamantici.  Que- 
sto paese  ha  1'  aspetto  tristo  e  infecon- 
do, tranne  qualche  vallata,  ove  la  vege- 
tazione col  beneficio  dei  rigagnoli  d'ac- 
qua acquista  qualche  vigore;  e  dissemi- 
nate si  vedono  delle  specie  di  Oasi  ,  cir- 
condate sovente  da  acacie  e  palme  datte- 
rifere.  Ardentissimo  è  il  clima  nella  sta- 
gione estiva,  e  agl'indigeni  stessi  rende- 
si  insoffribile,  quando  il  micidiale  vento 
Rhamsyn  soffia  dalle  contrade  equatoria- 
li. Poco  si  parlerebbe  del  misero  regno  di 
Fezzan,  che  non  devesi  confondere  colla 
provincia  e  regno  di  Fez  o  Fes  e  sua  ca- 
pitale omonima  nell'impero  di  Marocco 
(/^.),  se  non  vi  fosse  stabilito  l'emporio  del 
traffico  fra  l'Africa  settentrionale  e  la  cen- 


T  fi  I 

trale.  Al  Ira  versano  tulio  il  Fezzan  le  ca- 
rovane, che  dall'Egitto,  dalla  Cirenaica, 
da  Tripoli  muovono  per  l'interne  regio- 
ni, e  vi  penetrano  dal  Sondali,  dal  Bor- 
ni), dalla  famosa  Tombuclù  città  e  prin- 
cipale emporio  della  Nigrìzia  (  V  .),  e  dai 
paesi  tutti  che  il  misterioso  Niger  innaffia. 
Il  sultano  di  Fezzan  governa  indipenden- 
te e  dispoticamente,  e  non  solo  ereditario 
nella  sua  discendenza  èquel  trono,  ma  an- 
che il  cadi  Irasmetle  il  supremo  potere 
giudiziario  e  religioso  a'suoi  discendenti. 
L'  armata  non  è  permanente,  ma  sono 
pronti  al  insegnale  20,000  difensori  per 
respingere  qualunque  esterno  assalto. L'o- 
maggio che  dalla  mela  del  secolo  XVI 
presta  il  sultano  al  pascià  di  Tripoli,  con- 
siste in  un  donativo  annuale  d'una  ma- 
no di  schiavi,  di  polvere  d'oro  e  di  sena 
medicinale.  Quanto  alle  amichila,  come 
nel  regno  di  Barca,  e  singolarmente  quel- 
le belle  di  Cilene,  anche  in  quello  di  Fez- 
zan vi  sono  avanzi  di  monumenti  roma- 
ni, testimoni  di  loro  dominazione.  Nel 
Fezzan,  1'  auliche  vestigia  della  città  di 
Zuela  dimostrano  la  grandezza  passata. 
Tragan  fu  un  tempo  la  città  più  delizio- 
sa del  Fezzan,  perchè  collocata  in  mezzo 
a  giardini  amenissimi,  ed  alle  campagne 
in  miglior  guisa  coltivate,  ed  imponenti 
sono  le  rovine  del  suo  castello  già  forti- 
ficato. La  città  di  Bonjem,  posta  all'estre- 
mità del  Fezzan,  è  una  delle  fortezze  ga- 
ramantiche,  che  i  romani  nell'Africa  co- 
struirono in  mezzo  a 'deserti,  e  vuoisi  eret- 
ta a'tempi  di  Settimio  Severo.  II  regno 
di  Tripoli  propriamente  è  limitato  al  nord 
dal  mare,  dal  Barca  all'est,  dal  Fezzan  e 
dal  Sahara  al  sud  ,  dal  regno  di  Tunisi 
all'ovest,  e  comprende  una  superficie  di 
16,000  leghe  quadrale.  Trovasi  questa 
contrada  bagnata  nella  massima  parte  dal 
golfo  della  Sidra,  all'ovest  terminalo  dal 
capo  Mesurata,  il  più  notabile  del  paese; 
le  sponde  di  esso  golfo  sono  generalmen- 
te fronteggiate  da  banchi  d'arene  e  sco- 
gliere. Le  montagne  che  una  gran  parte 
cuoprono  della  regione,  ponno  conside- 


TIW  \5 

ratti  come  una  continuazione  orientale 
dell'Atlante;  segnalandosi  all'ovest  i  mon- 
ti Tarhona  e  Gharian,  e  sul  limite  me- 
ridionale i  monti  Ouadan  ed  Haroudjè- 
el-Acouad;  la  parte  orientale  abbraccia 
vaste  pianure  deserte.  Non  trovasi  nelTri- 
poli  proprio  fiume  nessuno  rimarcabi- 
le;meglio  torrenti  che  fiumi  ponno  dirsi 
I'LJaadi-Quaam,  eh'  è  l'antico  Ciniphusi 
l'Uadi-Nahil,  e  PUadi-el-Gaml:  alcuni  la- 
ghi s'incontrano  lungo  il  golfo  della  Si- 
dra, e  nell'interno  giace  il  lago  Sciabara. 
11  clima  di  Tripoli  è  salubre;  tuttavia  gli 
abitanti  hanno  a  temere  lo  scirocco  ,  il 
quale  in  autunno  di  sovente  soffia  per  3 
giorni  di  seguito,  e  che  non  si  evita  se  non 
rinchiudendosi  accuratamente  nell'abita- 
zioni. La  peste  viene  meno  frequente  che 
nella  maggior  parte  degli  altri  paesi  del- 
la Barbarla.  Le  pioggie  cominciano  gene- 
ralmente in  ottobre,  tempo  in  cui  le  ter- 
re sono  ai  atee  seminate.  I  mesi  di  dicem- 
bre e  gennaio  riescono  secchi;  in  aprile 
la  vegetazione  fa  pompa  di  tulio  il  suo 
vigore.  11  territorio  aggiacente  alla  costa, 
particolarmente  all'ovest,  è  di  grande  fer- 
tilità. 1  dintorni  della  capitale  del  regno, 
la  città  di  Tripoli  (l7.),  soprattutto  l'al- 
ture di  Tarhona  e  di  Gharian  sommini- 
strano l'olio  d'olive  migliore  che  si  cono- 
sca; l'orzo  abbonda.  1  datteri  sono  una 
delle  principali  ricchezze  di  Tripolina  pal- 
ma che  li  produce  somministra,  al  tem- 
po del  rinnovellamento  annuo  del  suc- 
chio, un  liquore  abbondante,  che  i  nati- 
vi chiamano  laghi,  ed  ilqualeappena  usci- 
to dall'albero,  dà  una  bevanda  deliziosa 
e  rinfrescante;  ma  un  momento  dopo  ac- 
quista un  grado  grande  di  forza  per  mez- 
zo della  fermentazione,  ed  ubbriaca  abu- 
sandone. 11  zafferano,  tra'più  pregiali  del 
mondo,  viene  precipuamente  coltivalo 
sulle  montagnedi  Tarhona  e  di  Gharian; 
larobbia,che  i  cristiani  del  paese  chiama- 
no alirzari,  e  gli  arabi  fura,  è  uno  degli 
articoli  più  importanti  del  commercio 
d'esportazione  in  Europa. Benissimo  cre- 
sce il  gelso,  e  l'introduzione  de'bachi  do 


io  TRI 

scia  potrebbe  farsi  agevolmente;  la  cas- 
sava, in  Europa  sconosciuta,  somministra 
Boa  farina  nutritiva,  ed  è  uno  degli  og- 
getti principali  della  sussistenza  del  popo- 
lo;! I  bisnaé  un  altro  grano  assai  importan- 
te. Trovanti  nc'cautoni  montagnosi  mol- 
ti piedi  di  carubbì  o  frutti  di  loto,  albe- 
ro celebre  dell' antichità  come  alimento 
della  nazione  de'lotofagi;  folto  n'è  il  fo- 
gliame, ed  \\  frutto  somiglia  assai  a  quel- 
lo del  tamarindi.  Le  mandorle,  i  fichi,  i 
cedri,  gli  aranci,  i  peri,  le  prugne,  le  pe- 
sche, l'uve,  i  meloni,  vengono  abbondan- 
ti e  di  sapore  squisito.  Copiose  sono  le  no- 
ci di  galla,  e  il  duplice  frutto  delle  api,  la 
potassa.  Le  razze  arabe  de'cavalli  indige- 
ni sono  di  debole  qualità,  piccoli  e  agili, 
e  diconsi  barberi;  i  muli  vengono  di  fuo- 
ri; numerosi  vi  si  trovano  gli  asini  e  mol- 
to robusti.  Esportasi  per  Malta  quantità 
grande  di  pecore,  capre,  polli  e  pernici. 
Abbondano  i  castrati,  ma  la  carne  è  in- 
feriore; quella  però  de'bovi  piccoli  è  mol- 
to buona.  Lunghesso  la  costa  trovansi 
quantità  di  sponghe,  destinate  all'espor- 
tazione. Il  sale  marino  è  la  produzione 
principale  del  paese,  e  potrebbesi  racco- 
glierne abbastanza  pel  consumo  di  tutta 
l'Europa.  Sono  i  tappeti  uno  tra  gli  og- 
getti primari  tra  le  fabbriche  di  Tripoli, 
e  ne  esporta  annualmente  più  di  2000; 
stuoie  di  vario  genere,  acquavite  di  dat- 
teri, liquore  di  palma,  burro  salato,  i  ba- 
racani  o  schiavine,  stoffedi  lana,  lavoraq- 
si  soprattutto  nelle  tende  de'  beduini;  si 
(anno  bernumi,  sorta  di  manlellicol  cap- 
puccio. Apprestano  cuoi  di  bue,  pelli  di 
vitello,  di  pecora,  e  di  capra  di  grossa  co- 
da, marrocchini  rossi  e  gialli.  La  fabbri- 
cazione della  potassa  appartiene  al  solo 
pascià,  come  l'esportazione  del  sale  è  mo- 
nopolio sovrano.  Si  trae  un  dazio  nota- 
bile su  tutti  i  boschi  di  datteri,  e  su  tutti  i 
pozzi  di  acqua,  il  tripolo,  sostanza  terrea 
acconcia  a  lavar  vetri ,  pietre  e  metalli, 
sebbene  trovasi  in  altre  parti,  anche  d'A- 
frica, specialmente  è  abbondante  ne'din- 
torni  di  Tripoli,  e  perciò  ne  avrà  tratto 


T  11  l 
il  nome  ,  dicendosi  anche  terra  tripoli* 
tana.  Si  fanno  molle  esportazioni  per  Tu- 
nisi, Algeri,  Marocco,  il  Levante  e  l'Eu- 
ropa. Trai'  importazioni  si  noverano  an- 
che gli  schiavi  e  gli  eunuchi:  nel  1  83c)  gli 
schiavi  negri,  secondo  l'età  e  il  sesso,  si 
vendevano  da  5o  a  100  colonnati, gli  eu- 
nuchi si  pagavano  sino  a  700  colonnati,  il 
numero  desili  schiavi  calcolandosi  a  2.5oo 
l'anno.  Importanlecommercioera  pe'tri- 
politani  il  passaggio  delle  carovane,  che 
dall'imperodi  Marocco  dirigevansi  indi- 
voto  pellegrinaggio  alle  città  della  Mecca 
e  di  Medina  nell'Arabia,  per  venerazio- 
ne a  Maometto;  ma  la  spedizione  france- 
se del  i  798  deviò  lo  zelo  de'mussulmani, 
e  non  più  si  riaccese  coll'antico  fervore, 
anche  per  gli  ostacoli  politici  frapposti  dai 
pascià  di  Tripoli.  Si  osservò,  che  tranne 
la  carovana  del  1824,  composta  di  3ooo 
individui  e  20oocammelli,  oltre  qualche 
centinaio  di  donne,  le  posteriori  appena 
giunsero  a  4°o  individui.  Importavano 
questi  pellegrini  gran  quantità  di  merci 
dall'Africa  interna  ,  che  ordinariamente 
cambiavano  co'colounati  spaglinoli  e  coi 
zecchini  veneti.  Nel  ritorno  poi  che  face- 
vano da'detti  luoghi,  recavano  differenti 
produzioni  asiatiche,  le  quali  però  pre- 
ferivano di  portare  nella  patria.  Di  siffatti 
pellegrinaggi  riparlo  a  Turchia.  Tripoli 
è  il  principale  porto  del  paese  propria- 
mente di  Tripoli;  i  porti  poi  più  impor- 
tanti del  regno  sono  quelli  di  Bengasi  e 
di  Derna,  sulla  costa  del  Barca.  Il  com- 
mercio marittimo  si  fa  principalmente  so- 
pra bastimenti  italiani  e  francesi;  gl'indi- 
geni hanno  piccoli  bastimenti,  ma  il  pa- 
scià possiede  brigantini,  parecchie  scune, 
e  de'  legni  a  vapore.  La  popolazione  del 
regno  supera  due  milioni  d'abitanti,  tra 
i  quali  la  metà  appartengono  al  paese  di 
Tripoli;popolazione  checomponesi  di  mo- 
ri, turchi,  arabi,  beduini  e  giudei;  tran- 
ne questi  ulti  mi,  che  so  no  in  numero  mag- 
giore di  1  2,000,  lutti  gli  abitanti  della  re- 
gione diTripoli  sono  mussulmani,nè  man- 
ca un  numero  di  cattolici  e  di  cristiani. 


TRI 
Al  servizio  del  governo  sonovi  un  gran  nu- 
mero di  cristiani  rinegati  e  di  negri.  S'in- 
contrano alcuni  avanzi  di  quella  schiat- 
ta chiamata  prilli  dagli  antichi  ,  ed  alla 
quale  attribuì  vasi  il  potere  di  guarire  dal 
morso  de'serpenti  e  fare  altre  cose  mera- 
vigliose: si  vedono  percorrere  le  vie  in  uno 
stato  di  nudità  e  di  sporcizia,  e  sono  ve- 
nerati quali  santi  dogli  abitanti,  ed  han- 
no pe'cristiani  violenta  antipatia.  Altre  tri- 
bù d'arabi  menano  vita  pastorale  nelle 
campagne,  e  ti  abituano  alle  depredazio- 
ni. Ne'  monti  Gharian  incontratisi  tribù, 
arabe  ,  che  abitano  nelle  caverne.  I  soli 
dintorni  del  lido  sono  coltivali  e  abitabi- 
li, mentre  poco  al  di  là  errano  ne'deserti 
gli  arabi  vagabondi,  che  rendono  diffìci- 
li le  comunicazioni  col  Fezzan  nel  lato 
australe.  Quindi  non  si  presenta  la  con- 
trada, che  sotto  l'aspetto  di  monotona  pia- 
nura, di  cui  si  tengono  in  gran  pregio  i 
pozzi  per  dissetare  le  carovane  che  i'at- 
traversano.  Vi  sono  moltissime  abitazioni 
sotterranee  e  incavate  nel  sasso,  che  pren- 
dono lume  dall'alto;  s'incontrano  all'op- 
posto sopra  terra  frequentissimi  i  sepol- 
cri costruiti  regolarmente  in  pietra,  e  di- 
stinti da  una  bianca  cupola  sono  quelli 
de'loro  marabotli  o  santoni.  La  riputa- 
zione e  il  titolo  di  marabottosi  acquista 
colla  lettura  daW"  Alcorano  (P.)y  coll'a- 
stinenza  dal  vino  e  da'liquori  spiritosi,  ed 
invece  della  poligamia  comune  agli  altri 
maomettani,  avere  a  compagna  una  so- 
la donna.  Lo  stesso  sovrano  s'inchina  per 
superstizioso  rispetto  a  questi  pretesi  san- 
toni,i  quali  fomentano  tale  credulità,  pra- 
ticando goffe  ciurmerle  e  ridicoli  atteg- 
giamenti d'affettata  pietà.  La  reggenza  di 
Tripoli  è  governata  da  un  pascià  dispo- 
tico, già  tributario  del  gran  sultano  della 
Turchia  (/x.),  il  quale  pascià  in  segui- 
to si  limitò  a  ricevere  l'investitura  e  soc- 
correre la  Porta  ottomana  ne'  bisogni, 
con  truppe  e  denari.  Su  di  che  e  altro 
riguardante  Tripoli,  meglio  a  Turchia. 
Da  più  d'un  secolo  la  sovranità  diven- 
ne ereditaria  nella  famiglia  mora  de'Ca- 


TRI  ,7 

ramanti.  Anni  addietro  l'armata  tripo- 
litana  di  terra  non  sorpassava  3o,ooo 
soldati  regolari,  oltre i5,ooo  arabi  pron- 
ti ad  ogni  cenno,  con  un  treno  di  3o 
cannoni.  La  marina  militare  contava  2 
corvette  da  20  a  22  cannoni,  3  brigan- 
tini, 5  golette,  6  bovi,  6  bastimenti  mer- 
cantili armati  in  caso  di  guerra,eio  scia- 
luppe, i  quali  legni  erano  montati  da 
1408  ufficiali  e  marinai,  con  un  corredo 
di  1  36  cannoni.  11  cabotaggio  si  pratica 
da'tripolini  lungo  la  costa  e  specialmen- 
te da  Tripoli  città  ,  a  Gerba  o  Gerbi  o 
Girba  o  Zerbi  isola  de'Lotofagi  del  Me- 
diterraneo sulla  costa  del  regno  di  Tuni- 
si, col  mezzo  de'navigli  chiamati  sanda- 
li, della  portata  di  io  a  i5  tonnellate.  I 
corsari  e  pirati  tripolini  sempre  furono  te- 
nuti i  più  audaci  e  formidabili  della  Bar- 
balia  ,  e  quasi  tutte  le  nazioni  europee, 
sinché  durò  la  pirateria,  si  sottrassero  con 
l'oro  dalle  loro  molestie,  e  dopo  tale  a- 
bolizione  continuarono  qualche  lieve  an- 
nuo donativo  la  Svezia,  la  Danimarca  e 
l'Olanda,  che  probabilmente  più  non  fa- 
ranno. 1  principali  luoghi  del  regno  di 
Tripoli, oltre  i  nominati  di  quelli  di  Bar- 
ca e  di  Fezzan,  ed  oltre  la  capitale  Tri- 
poli >  sono  i  seguenti.  Saba  Ira  (/^.)  o  Sa- 
bathra,  ossia  l'ripoli  Vecchio,  già  città 
vescovile  ragguardevole,  posta  sul  Medi- 
terraneo verso  la  piccola  Sirte  o  golfo  di 
Cabes.  Il  nome  di  Tripoli  le  derivò,  come 
a  diverse  altre  città  così  chiamate,  per- 
chè le  vicine  popolazioni  di  tre  paesi  con- 
vennero a  edificarla,  come  specialmente 
narrai  di  Tripoli  (V.)  di  Fenicia,  già  ca- 
pitale d'uno  de'4  principati  formati  in  Si- 
ria dacrocesignati.  11  suo  porto  è  cape- 
vole  di  navi  d'aito  bordo,  ma  oggi  e  per 
essere  ridotto  in  rovina,  e  per  l'aere  mal- 
sana giace  quasi  abbandonato.  E  distan- 
te peri  o  leghe  all'ovest  da  Tripoli  NiW' 
i'o,  cioè  dalla  capitale  della  reggenza.  Ger- 
bi o  Zerbi  o  Girba o  Girbita  (/r.),  iso- 
la del  Mediterraneo  del  limite  orientale 
della  piccola  Sirte,  che  segna  l'estremo 
confine  della  reggenza  coll'altra  di  Timi* 


vol.  LXXXI. 


s 


T  R  I 


sì,  e  già  vescovato,  per  cui  e  per  appar- 
tenere nello  spirituale  a  quel  vicariato  a- 
postolico,  in  tale  articolo  ne  riparlai.  Di 
figura  quadrilunga  ha  le  coste  all'intor- 
no addentellate;  e  serra  colla  sua  massa 
una  piccola  baia,  e  da'due  capi  che  la  de- 
terminano viene  per  angustissimi  stretti 
divisa.  Nelle  guerre  contro  i  turchi,  soste- 
nute dall'ordine  Ccrosoli/ziilano,  e  nella 
spedizione  africana  di  Carlo  V,  fu  teatro 
di  molti  combattimeuti  navali,  e  con  va- 
rio fato  fu  occupata  dalle  potenze  belli- 
geranti.La  reggenza  diTunisi  la  riconqui- 
stò, comechè  in  essa  geograficamente  si- 
tuata, indi  la  dinastia  de'Caramanli  nuo- 
vamente la  riunì  a  questa  di  Tripoli.  Ma 
essendo  compresa  nel  vicariato  apostoli- 
co di  Tunisi,  può  essere  ritornata  nel  suo 
naturale  dominio. Tagiura,città  posta  ove 
col  capo  di  tal  nome  termina  la  pianura 
suburbana  orientale  di  Tripoli ,  eh'  è  la 
meglio  coltivata  de'  dintorni  ,  e  forse  la 
stessa  che  Tacapa  (F.)  già  sede  vesco- 
vile,anzi  viene  chiamata  anco  Capes  o  Ca- 
pez.  Ridonda  di  santoni  marabutti,  e  vi 
s'intrecciano  stuoie  con  foglie  di  palme, 
essendola  popolazione  di  mori  e  ebrei  an- 
che intenta  all'agricoltura.  Lebda,  Leptis 
Magna,  già  sede  vescovile,  città  posta  nel- 
la spiaggia  del  Mediterraneo,  presso  la  fio- 
rente pianura  di  Turot,  abitata  dagli  a- 
rabi  beduini.  Ha  discreto  porto,  con  ca- 
stello forlificato.Fondata  da'fenicii,fu  poi 
colonia  romana  ,  e  divenne  magnifica  e 
celebre.  De'  sontuosi  suoi  edilìzi  restano 
tracce  d'un  anfiteatro,  d'un  arco  trionfa- 
le, di  terme,  acquedotti,  lapidi  e  colonne 
granitiche.  Fu  patria  dell'imperatore  Set- 
timio Severo,  e  di  s.  Fulgenzio  dotto  e 
pio  vescovo  di  Ruspa  e  dottoredella  Chie- 
sa. Mes tirata,  città  posta  a  mezzo  del  ca- 
po omonimo,  con  fertile  territorio,  alter- 
nalo da  boschi  di  palme  e  olivi.  Vi  si  fab- 
bricano belli  tappeti  colorati,  ed  è  il  luo- 
go di  riposo  per  le  carovane  dirette  al  Fez- 
zan,  ed  a  Vadei  per  passare  in  Nigrizia, 
tragitto  a  cui  i  soli  negri  resistono,  poi- 
ché il  gran  deserto  è  colpito  da'  cocenti 


TR  I 

raggi  del  sole.  Murate  o  Maiala,  città  si- 
tuata lungo  la  costa  orientale  di  Sidre  o 
gran  Sirte,  ampio  seno  famoso  per  vetu- 
sti naufragi,  le  cui  spiaggie  sono  del  tut- 
to deserte.  Si  vanta  possedere  eccellenti 
pozzi  d'acqua  potabile,  che  fornisce  alle 
carovane  assetate.  Presso  di  essa  sono  le 
maestose  rovine  della  citlà  di  lierchicha- 
mera.  L'autore  dell'Istoria  degli  stali  di 
Algeri,  Tunisi ,  Fri  poli  e  MaroccOyhoii- 
drai754>  osserva  che  il  regno  di  Tripo- 
li è  in  generale  diviso  in  due  provincie  o 
regioui,  la  Marittima  e  la  Mediterranea; 
chele  sue  vicende  sotto  il  governo  de'tur- 
chi  sono  una  serie  di  crudeltà  e  di  stragi, 
come  gli  altri  governi  di  Barbarla;  che  le 
scene  furono  le  stesse,  solo  diversi  gli  at- 
tori che  lo  dominarono,  cioè  i  dey  e  i  pa- 
scià dipendenti  dalla  Porta  Ottomana,  a 
cui  paga  annuo  tributa.  Dice  inoltre,  che 
le  principali  ricchezze  ili  Tripoli  mussul- 
mana si  riducevauo  alle  prede de'suoi  cor- 
sari, con  navi  e  galere,  al  cui  tempo  cir- 
ca 8  erano  i  principali  pirati.  Quanto  poi 
al  governo,  al  commercio,  a'eostumi  dei 
tripolini,  sono  così  somiglianti  a  quelli  di 
Tunisi  t  aggi  unge,  che  il  volerli  particola- 
rizzare  sarebbe  una  ripetizione  soverchia. 
Gli  è  per  questo,  che  trovai  più  oppor- 
tuno di  diffondermi  in  tale  articolo  ,  ed 
in  questo  essere  breve;  articolo  che  deve- 
si  tenere  sempre  presente,anche  per  quan- 
to mi  resta  a  dire,  poiché  la  più.  parie  del- 
le vicende  politiche,  civili  e  religiose  di 
Tunisi,  si  rannodano  e  quasi  sono  comu- 
ni a  quelle  di  Tripoli.  Di  più  rimarca  il 
citato  storico,  che  avvi  una  differenza  fra 
i  due  legni,  almeno  alla  sua  epoca,  che 
il  governo  de'  tripolini  osservava  esat- 
tamente i  trattati,  uè  lasciava  mai  di  pu- 
nire rigorosamente  chiunque  de'  suoi 
sudditi  ardiva  violarli.  Se  ciò  proveniva 
da  vera  probità  o  dal  conoscere  la  pro- 
pria debolezza,  lo  scrittore  non  credè  de- 
ciderlo, non  pertanto  tale  sistema  era  di 
notabile  conseguenza  per  la  navigazione 
dell'altre  nazioni.  I  moderni  geografi  ri- 
feriscono che  la  dinastia   de'  Caramanli 


T  II  I 

tuttavia  stabilì  il  governo  in  Tripoli  for- 
se meglio  e  più  illuminato,  e  con  miglio- 
re condizione  sociale  e  più.  inoltrata  ili 
quella  degli  altri  stati  barbareschijappog- 
giandosi  tutto  il  potere  de'pascià  di  Tri- 
poli, e  la  loro  arbitraria  amministrazio- 
ne, su  Ile  truppe  negre.  Belle  e  interessan- 
ti rovine  di  monumenti,  massime  roma- 
ni, attestano  che  questa  contrada  un  tem- 
po godette  d'una  civiltà  più  perfeziona- 
ta di  quella  che  oggidì  non  olire. 

La  Barbaria  o  Bai  beria  è  quadripar- 
tita ne'paesi  di  Tripoli,  Tunisi,  Algeri 
e  Marocco  (F):  i  due  primi  sono  reg- 
genze, l'Algeri  ènei  dominio  di  Francia, 
il  Marocco  forma  un  impero  separato.  La 
regione  di  Tripoli  si  chiamò  Tripolita- 
na per  le  tre  ci  Uà  di  Oea,  Sabrata  eLeptis 
Magna,  lai.adelle  quali  poi  ne  aggiunse 
il  nome  e  si  chiamò  pur  essa  Tripoli.  Il 
nome  di  Tripolitana  pare  che  sia  deri- 
vato alla  provincia  dopo  Tolomeo;  e  fa 
anche  detta  Tripolitana  regia,pm  esatta- 
tamente  che  Tripoli,  nome  che  peraltro 
prevalse.  Alla  contrada  visitata  ab  anti- 
co dagli  egiziani  e  da'fenicii,  derivò  il  i.° 
lustro  dalla  potenza  di  Cartagine  fonda- 
ta da'fenicii  presso  Tunisi,  per  cui  ivi  ne 
riparlai,  in  uno  ad  Algeri,  886  anni  avan- 
ti l'era  nostra,  e  tosto  i  cartaginesi  signo- 
reggiarono quasi  tutta  la  Barbaria,  ed  e- 
stesero  altrove  le  loro  vaste  conquiste. 
Crollato  il  loro  impero  dalle  vittorie  dei 
romani,  Tripoli  che  avea  fatto  parte  del- 
l'Africa ede'possedimenti  cartaginesi,sog- 
giacque  a'roinani,  i  quali  della  Barbaria 
costituirono  un'  ampia  provincia  nelle 
quattro  parli  suddivisa  di  Cirenaica  os- 
sia la  regione  del  regno  di  Barca,  Afri- 
ca minore,  Numidia  e  Mauritiana.  Do- 
po Costantino  I  l'estremità  orientale  ap- 
partenne alPEgitto,l'occidentale  allaSpa- 
gna,  e  lo  spazio  intermedio  si  chiamò  A- 
frica  propria.  Nel  J±i$  Genserico  re  dei 
Mandali  (V.)  tolse  l'Africa  a'  romani  e 
con  essa  la  Barbaria,  e  da  lui  incominciò 
nella  contrada  uu'epoca  di  desolazione  e 
di  lutto;  i  vandali  distruggendo  le  belle 


TRI  ,0 

città  e  le  fabbriche  superbe  da'  romani 
erette  durante  il  pacifico  possesso  del  pae- 
se per  lo  spazio  di  4oo  anni.  Quasi  100 
anni  dopo  Belisario  ricuperò  all'impera- 
tore Giustiniano  I  la  Barbaria  e  Tripoli, 
e  interamente  cacciò  i  vandali  dalla  con- 
trada nel  553;  e  l'imperatore  nominò 
Sergio  a  governatore  della  provincia ,  e 
contribuì  all'intera  propagazione  del  cri- 
stianesimo, già  in  parte  introdottovi  nei 
tempi  apostolici.  Rimase  in  possesso  dei 
greci  fino  al  663,  quando  gli  arabi  Mao- 
mettanisotto  pretesto  di  religione,  deva- 
starono l'Africa,  indi  a  poco  a  poco  se  ne 
impadronirono  gli  stessi  arabi  e  Saracco 
«^pubblicandovi  l'Alcorano  nel  697  sot- 
to il  califfato  d'  Osman  3.°  successore  di 
Maometto,  e  se  ne  resero  crudelmente  de- 
spoti.Sotto  i  primi  principi  saraceni  il  pae- 
se riacquistòquasi  l'antico  splendore,  ma 
cacciati  i  saraceni  dalle  Spagne  e  perse- 
guitati anche  di  là  da'mari,  non  potero- 
no quindi  più  sostenersi  in  Africa,  nella 
Barbaria  e  in  Tripoli.  Chiamarono  ben- 
sì molti  turchi  avventurieri,  i  quali  inve- 
ce di  difenderli,  alla  loro  volta  s'impadro- 
nirono del  paese  e  fondarono  nella  Bar- 
baria diversi  stati,  fra'quali  Tripoli,  Bar- 
ca e  Fezzan.  Questo  regno  cosi  formalo 
venne  a  corrispondere  alla  parte  dell'an- 
tica Africa  propria  detta  Tripolitana  ,  e 
all'antica  Libia,  che  conteneva  sotto  i  ro- 
mani la  Cirenaica,  la  Pentapoli  eia  Mar- 
marica.  Nel  1  129  circa  Ruggero  I  re  di 
Sicilia  occupò  Tripoli,  Tunisi  e  Malta, 
ed  unì  i  conquisti  alla  Sicilia,  i  quali  poi 
furono  perduti.  Dopo  l'invasione  sarace- 
na, Tripoli  avea  avuto  uu  particolare  de- 
stino, diverso  dal  rimanente  di  Barbaria, 
quando  Ferdinando  V  re  di  Spagna  e  di 
Sicilia  con  l'aiuto  de'  maltesi  conquistò 
Tripoli,  che  restò  al  nipote  imperatore 
Carlo  V.  Avendo  i  cavalieri  di  Rodi(F.) 
o  Gerosolimitani  perduto  quell'isola,  va- 
gheggiando Carlo  V  d'essere  il  ristaurato- 
re  dell'illustre  ordine,  gli  donò  in  feudo 
nobile  nel  1 53o  l'isole  di  Malta  (F.),  Ga- 
zo e  Cornino,  con  Tripoli,  mediante  l'ob- 


20  TRI 

bligo  di  far  guerra  continua  a'turchi  ed 
a' barbai  esebi  corsari,  e  di  mandare  in  an- 
nuo tributo  al  vicerèdi  Sicilia  un  uccel- 
lo falcone  o  sparviero.  I  cavalieri  quindi 
presero  possesso  di  Malta  e  sue  altre  iso- 
le, e  di  Tripoli,  sebbene  con  ripugnala, 
siccome  certi  di  non  poterlo  conservare, 
senza  valide  fortificazioni  e  numerosa 
guarnigione.  Infatti  Tripoli  fu  riconqui- 
stato da'turebi,  a  mezzo  del  famoso  corsa- 
ro Dragut;  ma  pareebe  l'imperatore  Car- 
lo Y  lo  conquistasse  di  nuovo  nel  1 535  in- 
sieme a  Tunisi.  Però  non  andò  guari,  ebe 
i  tinelli  ricuperarono  Tripoli  nel  i55i 
con  Gozo,  e  più:  tardi  anebe  Tunisi,  per 
opera  di  Sinan  pascià  luogotenente  di  So- 
limano II  imperatore  de'turchi.  Nell'ar- 
ticolo Schiavo  dissi  dell'insurrezione  de- 
gli schiavi  cristiani  di  Tripoli.  Dessa  av- 
venne mentre  Assan  pascià  viceré  di  Tri- 
poli dimorava  in  campagna  con  buon 
nervo  di  soldatesca,  aitine  di  riscuotere 
a  viva  forza  da'mori  del  paese  quel  tri- 
buto,cb 'eglino  non  volevano  di  buon  ac- 
cordo pagare.  1  cristiani  schiavi,  ebe  ge- 
mevano in  Tripoli,  servendosi  di  questa 
occasione,  deliberarono  di  sacebeggiar  la 
città,  e  quindi  fuggirsene.  Siccome  essi  do- 
veano  quotidianamente  caricare  di  sassi 
lungi  6  miglia  per  portarli  in  Tripoli  per 
la  fabbrica  del  palazzo  del  viceré,  ed  i 
custodi  erano  pochi  e  deboli,  ed  era  aper- 
ta la  doviziosa  armeria  con  armi  per  mol- 
te migliaia,  cosi  divisarono  di  profittar- 
ne. La  trama  fu  scoperta  dall'impazien- 
za d'uno  schiavo,  gridando  inopportuna- 
mente: libertà)  libertà.  I  custodi  subito 
serrarono  le  porte  del  palazzo  e  l'arme- 
ria, invocando  con  alle  strida  aiuto.  Ac- 
corsi in  folla  gli  abitanti  e  scagliatisi  su- 
gli schiavi  ne  uccisero  1 5o  e  ferirono  i  oo, 
e  poco  mancò  che  non  li  tagliassero  tutti 
a  pezzi,  trattenuti  dal  pensiero  che  per- 
devano l'utile  che  ne  ricavavano;  bensì 
gl'incatenarono  e  gettarono  in  prigione. 
Tornato  il  pascià,  ne  fece  scorticare  uno 
vivo,  due  impalare  ei 6  trinciare  a  furia 
di  sciabolate,  senza  però  che  le  ferite  fos- 


TRI 
sero  mortali.  Tra  di  essi  eranvi  alcuni  ec- 
clesiastici e  religiosi,  che  ricorsero  alla  cle- 
menza di  Papa  Sisto  V7,  il  quale  con  de- 
naro li  fece  con  altri  riscattare.  La  Por- 
ta ottomana  pienamente  a  mezzo  de'pa- 
scià  governatori  dominò  Tripoli  sino  al 
1713,  in  cui  Hamet  il  Grande,  bey  o  pa- 
scià oriundo  di  Caramania,  si  volle  eman- 
cipare e  negò  di  riconoscere  l'autorità  del 
sultano  Acinet  III,  il  quale  gliene  avea 
affidato  il  governo,  ed  eresse  Tripoli  in 
istato  indipendente,  cominciando  così  il 
dominiodella  dinastia  de'Caramanli.  Do- 
po aver  fatto  sanguinosa  carnifìcina  del- 
la guarnigione  turca,  estese  la  sua  domi' 
nazione  al  regno  di  Fezzan.  I  suoi  discen- 
denti soffrirono  sovente  rivoluzioni  inte- 
stine e  sanguinose,  suscitate  dall'ambi- 
zione edalla  discordia.  All'articolo  Schia- 
vo parlai  dell'incessanti  piraterie  de' tri- 
polini, tunisini  e  algerini,  e  di  quanto  fe- 
cero i  Papi  e  diversi  sovrani  pel  riscatto 
degli  schiavi  e  per  frenare  tali  ladronec- 
ci ed  escursioni.  Piaccontai  come  nel  1  8  1  6 
l'Inghilterra,  sotto  il  comando  dell'am- 
miraglio Exmouth  ,  sped'i  una  squadra 
navale  nel  Mediterraneo,  per  obbligare 
il  pascià  di  Tripoli  e  le  altre  reggenze  bar- 
baresche a  stabilire  cogli  stati  italiani  re- 
lazioni pacifiche,  come  le  aveano  contrat- 
te colle  grandi  potenze  per  politica  o  per 
forza.  Pertanto  Exmout  costrinse  Tri  po- 
li e  gli  altri  slati  a  convenire co're  di  Sar- 
degna e  delle  due  Sicilie,a  libertà  di  traf- 
fico commerciale,  e  che  i  re  potessero  te- 
nere i  loro  consoli  in  Tripoli  e  negli  al- 
tri luoghi,  colle  particolari  condizioni  ivi 
riportate  pel  riscatto  degli  schiavi  e  per 
la  definitiva  abolizione  della  pirateria  e 
della  schiavitù  de'cristiani.Nel  1 8 1 7  il  bey 
Ahmet  secondogenito  del  pascià  o  dey  di 
Tripoli,  si  recò  con  un'armata  nella  Cire- 
naica per  sottomettere  i  beduini,delti  zoa- 
si,  i  quali  si  rendevano  ollremodo  infesti 
a' vicini  paesi;  ed  allora  regnava  tiranni- 
camente sulle  due  provincie  di  Bengasi  e 
Derna  del  regno  di  Barca,  Mhamet.  suo 
fratello  primogenito,  che  colle  crudeltà 


TR  I 

avea  provocalo  invece  di  soffocare  il  ger- 
me della  ribellione.  I  zoasi  furono  ster- 
minali a  tradimento  nel  modo  il  più  or- 
rendo, mentre  in  pegno  di  pace  aveano 
spedito  a  Bengasi  22  ostaggi,  accampan- 
do di  fuori  col  loro  esercito.  Si  promise 
adessi  da  Allinei  piena  amnistia,  e  si  pre- 
parò nella  solennità  del  Ramadan  il  ber- 
nusso  rosso  da  distribuirsi  a'capi.  Di  que- 
sti 45  malaccortamente  entrarono  nella 
città  di  Bengasi  per  ricevere  tale  onore, 
ma  ad  uu  dato  cenno  furono  inumana- 
mente trucidati  insieme  a'  11  statichi,  e 
quindi  piombò  Ahmetco'uiamelucchi  sul 
campo;  però  essendosi  impiegato  alquan- 
to di  tempo  perordinare  la  cavalleria,  po- 
terono i  zoasi  fuggire  rapidamente  fra  i 
monti,  lasciando  però  utì  bottino  di  4ooo 
cammelli,  di  100,000  moutoni,  di  6000 
bovi,  e  di  molti  schiavi  e  oggetti  prezio- 
si. Le  donne,  i  fanciulli  e  gl'inermi  furo- 
no tutti  barbaramente  passati  a  fìl  di  spa- 
da. Questa  strage  ordinala  dal  pascià  di 
Tripoli  ben  poco  si  accorda  cogli  elogi  che 
La  posteriormente  meritato  il  suo  gover- 
no. 11  primogenito  Mhamel  recidivo  ne- 
gli attentati  di  fellonia  e  di  parricidio, 
venne  posteriormente  strangolato  nell'e- 
silio. Non  cessando  interamente  i  ladro- 
necci barbareschi,  neh  8  19  una  squadra 
navale  anglo-francese  si  presentò  sulle  co- 
ste dell'  Africa,  e  indusse  le  reggenze  di 
Tripoli  e  Tunisi  a  promettere  con  due 
trattati  d'astenersi  dalle  predecontro  qua- 
lunque potenza  cristiana,  di  mantenere 
con  esse  relazioni  amichevoli,  e  d'  aboli- 
re la  tratta  de'negri.  Nel  18  16  erasi  sta- 
bilito che  il  re  di  Sardegna  dasse  al  dey 
di  Tripoli  un  regalo  di  4ooo  piastre  di 
Spagna  ogni  volta  che  mandasse  un  nuo- 
vo console.  Accadde  nel  1825  che  il  conso- 
le sardo  allontanossi  per  temporaneo cou- 
gedo  e  poi  vi  ritornò.  Pretese  il  dey  che 
fosse  il  caso  del  regalo,  e  commise  qual- 
che vessazione  ad  alcuni  sudditi  sardi  per 
averlo.  Allora  il  re  per  indurlo  a  desiste- 
re dalle  sue  eccessive  pretensioni,  spedì  a 
Tripoli  una  divisione  navale  composta  di 


TRI  21 

2  fregate,  d'una  corvetta  e  d'un  brick  sot- 
to gli  ordini  di  Sivori  capitano  di  vascel- 
lo. Giunto  questi  avanti  la  città  di  Tri- 
poli, a'27  settembre  introdusse  qualche 
negoziato  per  accomodar  le  cose  buona- 
riamente;ma  trovandosi  deluso  appiglios- 
si  alla  forza.  Quindi  nella  seguente  uotte 
incominciò  ad  inviare  Mamelli  luogote- 
nente di  vascello  con  9  lancie  o  palischer- 
mi per  distruggere  alcuni  bastimenti  tri- 
polini ch'erano  nel  porto.  Di  fatti  fra  il 
fuoco  delle  batterie  barbaresche  furono 
incendiate  due  golette  e  un  brick;  prepa- 
rossi  poscia  a  bersagliar  la  città.  Allora 
il  dey  cedette,  interpose  il  console  ingle- 
se, e  colla  di  lui  mediazione  a'29  conclu- 
se un  accordo,  col  qualerinunziò  alla  pre- 
tensione che  avea  suscitato,  e  promise  di 
osservare  il  trattato  esistente.  Le«2;o  nel- 
l'Algeria  del  cav.  Calza  console  ponti- 
fìcio della  medesima,  che  la  Francia,  la 
quale  avea  garantito  a'bastimeuti  della  s. 
Sede  libera  navigazione,  viudice  detrat- 
tati solennemente  stipulati  nel  1 8  r  9  dal- 
le potenze  di  Barbaria,  per  la  preda  fat- 
ta da'tripolini  di  due  bastimenti  pontifì- 
cii, spedi  nel  febbraio  1826  a  Tripoli  due 
fregate  l'Amazzone  e  l'Armida,  e  la  go- 
letta la  Bearnese,  comandate  da  Arnoldo 
de  Saulsay  comandante  di  vascello,  per 
farsi  restituire  i  bastimenti  di  bandiera 
pontificia  predati,  insieme  al  loro  carico, 
ed  ottenere  un  compenso  pe'danni  soffer- 
ti da' proprietari.  Fu  in  quell'occasione 
che  vennero  nuovamente  sottoscritte  tan- 
to dal  bey  di  Tripoli,  che  da'go  verni  di 
Tunisi, Algeri  eMarocco,le  promesse  for- 
mali, di  lasciare  d'allora  in  poi  in  perfet- 
ta pace  le  navi  coperte  dalla  bandiera  pa- 
pale, dimodoché  la  navigazione  de'  ba- 
stimenti romani  divenue  liberissima,  per 
la  generosa  protezione  accordata  dal  re 
di  Francia  Carlo  X  alla  marina  pontifì- 
cia. Non  ostante  però  tali  atti  solenni,  una 
squadra  algerina  ne'giorni  1 8  e  1  9  agosto 
1 826  sorprese  nel  Mediterraneo  due  ba- 
stimenti di  bandiera  pontifìcia  e  li  con- 
dusse in  Algeri  co'loro  equipaggi.  Il  con- 


22  TRI 

sole  francese  Deval  colà  residente  prese 
sotto  la  sua  protezione  immediata  quei 
sventurati,  ed  ottenne  che  fossero  tratta- 
ti con  lutti  i  riguardi  possibili,  sommi- 
nistrando loro  la  quotidiana  sussistenza. 
Quindi  Carlo  X  fece  tubilo  partire  la  fre- 
gata la  Golatea  e  la  goletta  laTorche  per 
chiederne  la  libertà,  e  difatti  l'ottenne  ai 
99  ottobre.  Deval  continuò  le  più  calde 
trattative  per  la  restituzione  o  rimborso 
de'carichi  predali, non  che  pel  risarcimen- 
to delle  perdile  sofferte,  e  la  sicurezza  to- 
tale della  bandiera  pontificia  nell'avve- 
nire; trattative  che  se  rimasero  sempre  in  • 
fruttuose,  servirono  poi  per  un  de'moti- 
\i  che  determinò  la  Francia  al  conquisto 
d'Algeri.  Nel  1828  il  governo  del  regno 
delle  due  Sicilie  era  molestato  dalla  reg- 
genza di  Tripoli,  colla  quale  nel  1 8  1 6  a  - 
\ea  stabilito  pacifiche  relazioni  e  il  rega- 
lo di  4ooo  piastre  alla  rinnovazione  d'o- 
gni console.  Il  pascià  o  dey  però,  addu- 
cendoloslranoprincipioche  i  trattati  ob- 
blighino soltanto  durante  la  vita  de'con- 
traenti,  dopo  la  morte  di  re  Ferdinando 
1  chiese  nel  182  5  al  figlio  Francesco  I  un 
regalo  di  100,000  piastre  per  la  rinno- 
vazione della  convenzione.  Gli  si  dimo- 
strò l'irrazionabilità  d'una  tal  pretensio- 
ne e  per  allora  vi  rinunziò;  ma  nel  1828 
rinnovò  la  sua  richiesta,  e  prefisse  arro- 
gantemente un  termine  di  due  mesi  alla 
risposta.  Allora  il  re  spedì  una  divisione 
della  sua  marina  per  fienaie  la  strava- 
ganza del  pascià,  composta  di  24  legni, 
de'quali  3  fregale,  un  brick,  una  goletta, 
due  pacchetti,  1  2  cannoniere  e  4  bombar- 
diere. N'ebbe  il  comando  Sozj  Carafa  ca- 
pitano di  vascello,  e  sciolse  le  vele  da  Na- 
poli a' 14  agosto,  ma  sebbene  il  numero 
de'bastimenti  fosse  ragguardevole,  i  gros- 
si non  erano  alti  alla  sottile  spiaggia  tri- 
polina ,  con  officiali  nella  più  parte  ine- 
sperti e  gli  artiglieri  quasi  tutte  reclute. 
Dopo  inutili  negoziati,  incominciarono  le 
ostilità,  mentre  il  dey  ch'erasi  preparato 
alla  guerra,  avea  aumentato  le  batterie,  e 
schieralo  avanti  il  porto  una  flottiglia  di 


TR  1 

20  legni.  L'attacco  fu  respinto  con  gra- 
vi perdite  degli  aggressori,  che  consuma- 
rono tutte  le  munizioni  senza  recar  alcun 
danno  all'  inimico.  Laonde  il  Sozj  si  ri- 
tirò a  Messina  colla  squadra,  e  usciti  in 
mare  diversi  corsari  tripolini,  predaro- 
no vari  bastimenti  del  regno  delle  due  Si- 
cilie. Il  re  fece  quindi,  colla  mediazione 
del  console  generale  di  Francia  in  Tripo- 
li e  del  comandante  d'un  brick  francese, 
sottoscrivere  la  pace  a'28  ottobre,  pagan- 
do 80,000  colonnati,  così  ristabilendosi 
le  anteriori  relazioni.  Non  cessando  il  dey 
d'Algeri  interamente  dalle  piraterie,  a- 
vendo  esso  insultalo  il  console  di  Francia 
Deval,  dandogli  sul  viso  un  colpo  del  suo 
ventaglio,  quindi  rifiutato  il  credito  del- 
l'israelita Bacry,efattofar  fuoco  sull'am- 
miraglio La  Brettonniere,Carlo  X  ordinò 
l'occupazione  d'Algeri,  e  Gregorio  XVI 
vi  ristabilì  il  cristianesimo  coli'  erezione 
della  sede  vescovile.  Racconto  a  Tunisi, 
che  la  Francia  dopo  aver  occupato  nel 
i83o gli  stati  della  reggenza  d'Algeri, ob- 
bligò il  dey  di  Tunisi  e  quello  di  Tripo- 
li alla  convenzione  che  riportai,  di  rinun- 
ziare cioè  al  diritto  di  corseggiamento  in 
tempo  di  guerra  colle  potenze,  d'abolire 
la  schiavitù  de'  cristiani,  lo  stabilimento 
de'consoli  eagenti  commerciali  in  qualun- 
que luogo  delle  due  reggenze  senza  im- 
posizioni, e  la  libertà  di  commerciare  a- 
gli  stranieri  co'lunisiui  e  tripolitani,  e  che 

,  il  nome  della  religione  di  Cristo  ed  i  suoi 
seguaci  fossero  rispettati  ec;  convenzio- 
ne conclusa  e  sottoscritta  l'i  1  agosto  col 
dey  di  Tripoli.  Dal  loro  canto  le  poten- 
ze rinunziarono  al  diritto  verso  i  navigli 
tripolini  ealtri  barbareschi.  Il  re  clelledue 
Sicilie  Ferdinando  li,  volendo  profittare 
de'vantaggi  che  un  tale  impegno  assicu- 
rerebbe alla  navigazione  mercantile,  per 
mezzo  del  governo  francese  partecipò  al- 
la reggenza  di  Tripoli  e  a  quella  di  Tu- 
nisi, che  da  parte  sua  rinunziava  formal- 
mente al  diritto  di  corso  verso  le  mede- 
sime, in  caso  di  guerra.  Ambedue  i  dey 
si  obbligarono  coi  re  ad  una  perfetta  re- 


TR  I 

ciprocanza.  In  questo  tempo  dominava 
nella  reggenza  di  Tripoli  Sidi-Jussuf  Ca- 
ramanli,  principe  lodato  per  giustizia,  li- 
beralità e  animo  pacifico,  circondato  da 
savi  ministri.  In  Tripoli  quasi  lotte  le  na- 
zioni cristiane  vi  mantengono  un  rappre- 
sentante, che  vi  è  costautemente  rispet- 
tato. Sono  già  quasi  Z'j  anni  che  la  schia- 
vitù de"prigionieri  cristiani  è  abolita,  ma 
ancor  prima  erano  que*  miseri  umana- 
mente trattati  a  segno,  che  molti  dopo 
conseguita  la  libertà,  amarono  meglio  di 
continuare  i  domestici  servigi,  ed  eserci- 
tarvi le  arti  e  mestieri,  di  quello  che  ri- 
passare in  Europa.  Gl'intrepidi  viaggia- 
tori dell'Africa  centrale  trovarono  in  Tri- 
poli valida  protezione,  anche  per  la  be- 
nefica influenza  dei  benemerito  diploma- 
tico inglese  Warrington.  Anche  il  mono- 
polio praticato  tirannicamente  da  altri 
despoti  africani,  è  nella  reggenza  di  Tri- 
poli più  moderato,  dacché  il  pascià  si  ri- 
serva la  sola  vendita  delle  proprie  mer- 
ci derivate  da  decime,  tributi  e  confische, 
e  le  comprite  di  munizioni  da  guerra  e 
t» arma, e  delle  provvigioni  de'forti.  Il  di- 
vieto temporaneo  di  esportazione  di  ta- 
luni articoli  è  in  favore  deluciditi,  e  ta- 
luni altri  pochi  si  danno  in  appalto  agli 
ebrei.  Si  trae  un  dazio  non  indi  (Ferente, 
ch'è  impostosi!  tutti  i  boschi  de'datteri, 
e  su  tutti  i  pozzi  d'acfjua.  Certo  Ghuma 
pretendendo  rappresentare  la  nazionali- 
tà delle  tribù  arabe  dell'interno,  che  vo- 
gliono rovesciare  il  governo  feudale  dei 
bey  di  Tripoli,  insorse  con  altri,  fu  quin- 
di vinto  e  ma  ridato  in  esilio  a  Trebison- 
da;  donde  sfuggito,  neh  855  tornò  nella 
reggenza  a  proclamar  la  causa  dell'indi- 
pendenza delle  tribù  arabe  ,  che  trovò 
pronte  a  secondarlo,  siccome  angariate  da 
molteplici  vessazioni.  Indi  nel  luglioGhu- 
ma  capitanando  i  ribelli, affrontò  le  trup- 
pe turche  del  pascià  e  le  costrinse  alla  bat- 
taglia che  durò  per  due  giorni.  La  disfat- 
ta dell'armata  turca  fu  completa  ;  arti- 
glieria, bandiere, provvisioni,  munizioni, 
tutto  perde.  Appena  a  pochi  riuscì  fug- 


TRI  23 

gire.  Ghuma  dopo  aver  sterminati  e  fat- 
ti prigionieri  quasi  tutti  i  turchi,  avendo 
loro  preso  4o  pezzi  di  cannone  e  trovan- 
dosi alla  testa  dii5,ooo  rivoltosi,  si  pro- 
pose di  assediare  Tripoli,che  non  a  vea  per 
mezzi  di  difesa  che  un  migliaio  d'uomi- 
ni;  voltò  le  artiglierie  controia  cittadel- 
la e  si  arrese.  La  Francia  e  l'Inghilterra 
presero  misure  per  guarentire  i  lorocon- 
soli  e  nazionali,  avendo  il  bey  invocato 
il  soccorso  della  i."  Nel  novembre  arrivò 
in  Tripoli  Osman  Mesciar  spedilo  dalla 
Porta  a  nuovo  governatore  della  reggen- 
za ,  e  molti  del  partito  rivoluzionario  si 
recarono  nella  capitale  a  far  la  loro  som- 
missione, e  tutti  furono  perdonati;  in  tal 
modo  più  della  metà  de'sollevati  si  arre- 
se, e  con  tale  esempio  buona  parte  fece- 
ro altrettanto.  Gacim  pascià,  il  quale  era 
il  governatore  della  Montagna ,  e  ch'era 
stato  preso  e  imprigionato  da  Ghuma,  ca- 
po de'ribelli,  fu  da  questi  liberalo  e  resti- 
tuito al  nuovo  pascià  Osman.  Questo  poi 
si  mosse  colle  truppe  ottomane  contro  il 
luogo  ov'erasi  accampato  Ghuma,  per  co- 
stringerlo alla  resa.  Ghuma  però  evitan- 
do formali  combattimenti,  ne'primi  del 
1 856  si  ritirò  nell'interno  del  paese,  la  sua 
truppa  si  sbandò,  e  l'insurrezione  restò 
del  tutto  domata  nella  reggenza.  Nel  1828 
il  dotto  Giacomo  Gràberg  de  Hemnsò 
pubblicò  la  sua  erudita:  Memoria  sul  com- 
mercio di  Tripoli  d'Africa,  e  delle  sue 
relazioni  con  quello  d'Italia.  Già  erasi 
stampato:  Della  Cella,  Piaggio  a  Tripo- 
li di  Barbarla  alla  frontiera  occiden- 
tale dell'Egitto  «e/1817,  Milano  «826 
con  figure  colorate.  Levati,  Storia  del- 
la Barberia,  Milano  1826  eoa  figure. 
TRIPOLI,  Tripolis.Oea.  Città  arci- 
\escoviie  di  Barbarla  nell'Africa,  capitale 
del  regno  e  reggenza  di  Tripoli  (V.)%  e 
capoluogo  di  Tripoli  proprio  sul  Medi- 
terraneo, fra  le  antiche  Cartagine  per  oc- 
cidente e  Cirene  peroriente,moltoprossi- 
maalle  Sirti, notissima  per  le  sue  anteriori 
piraterie  tanto  infeste  a'na vigniti  e  agii 
abitanti  litoranei, ed  ai  i5  leghe  sud-est 


24  T  R  I 

da  Tunisi  e  220  eia  Algeri:  da  Marsiglia 
è  distante  270  leghe.  S'innalza  sull'estre- 
mità d'un  basso  promontorio,  facendoal- 
l'estcrno  buona  comparsa,  ed  è  bagnata 
dal  mare  da  3  lati,  col  4-°  comunicando 
col  continente  mediante  una  pianura  d'a- 
rena. Cinta  di  mura  bastionate  fiancheg- 
giate da  6  fortissime  torri,  ricevendo  di- 
fesa da  una  principale  batteria  avanzata 
in  forma  di  mezzaluna  con  24  cannoni  di 
grosso  calibro,  che  si  collega  alle  mura 
mediante  un  molo  guernilo  da  altri  12 
cannoni.  Un'  altra  batteria  si  prolunga 
verso  il  lato  meridionale,  un  considere- 
vole forte  guarda  il  fianco  occidentale,  ol- 
tre l'imponente  Castello  del  Pascià,  che 
dal  lato  sud-est  la  rende  munita.  Chia- 
masi Forte  Inglese  la  batteria  marittima 
che  domina  la  rada,  e  che  per  poco  è  di- 
sgiunta dalle  varie  batterie  minori.  In 
compendio  ultimamente  si  numeravano 
nelle  fortificazioni  i5o  pezzi  d'artiglieria 
di  vario  calibro,  de'quali  la  3/  parte  di 
bronzo.  Altri  geografi  descrivendo  le  for- 
tificazioni di  Tripoli  lo  fanno  con  varian- 
ti :  dicouo  che  il  Castello  del  Pascià  è  al- 
l'est, ed  al  nord  sopra  una  lingua  di  ter- 
ra che  sporge  all'  ovest  del  porto  sono  o- 
pere  fortificatorie ,  fra  le  quali  il  Forte 
Spagnuolo,  e  che  all'ovest  della  lingua  di 
terra  trovansi  numerosi  isolotti,sopra  uno 
de'quali  sta  il  Forte  Francese.  A  piedi  del- 
le mura  della  città,  dalla  parte  del  nord, 
sono  le  tombe  de'ct  istiani.  1 1  porto  di  Tri- 
poli è  formato  da  un  ammasso  di  scogli, 
ond'è  riparato  dall'impeto  de' venti  nord- 
est, i  soli  che  arrechino  danno  in  que'pa- 
raggi.  Alla  sua  poca  vastità  supplisce  ii 
pregio  della  massima  sicurezza,  e  vi  stan- 
ziano comodamente  i  vascelli;  però  man- 
ca di  fondo  pe'grossi  vascelli  da  guerra. 
Tripoli,men  grande  d'Algeri  e  diTuuisi, 
ha  però  le  vie  più  larghe  che  in  quelle  due 
città, almeno qoanto alla  1. 'innanzi  aldo 
minio  francese:  sono  diritte  e  spalleggiate 
da  case  assai  regolari,  ma  cosi  ineguale 
riesce  \\  suolo  stante  le  macerie  successi- 
vamente statevi  accumulate,  e  sulle  quali 


TR  I 

si  è  fabbricato,  che  alcune  soglie  di  porle 
trovansi  a  livello  de'  terrazzi  delle  case 
vicine.  Tripoli  residenza  ordinaria  del  pa- 
scià o  dey  governatore  della  reggenza,  e 
delle  autorità  di  questa,  lo  è  pure  de'con- 
soli  esteri,  i  quali  soli,  oltre  i  primari  mus- 
sulmani, hanno  il  diritto  di  avere  nelle  lo- 
roabitazioni  finestre  dalla  parte  della  stra- 
da. Veggonsi  qua  e  colà  parli  di  pavimen- 
to, alcune  delle  quali  molto  antiche  e  che 
sembrano  del  tempo  de'romani.  Uno  de' 
maggiori  archi  trionfali  dell'antichità  an- 
cora sussiste,  non  però  del  tutto  intero, 
ed  i  mori  lo  chiamano  l'Arco  Vecchio: 
fu  eretto  nel  164  di  nostra  era,  dal  pro- 
console Ser.  Cornelio  Orfito,  e  da  Ultedio 
Marcello  legato, ad  onore  dell'imperatore 
Marc' Aurelio  il  Filosofo.  Si  può  vedere 
il  Morcelli,  Africachristiana,  t.i,  p.  23. 
Sebbene  altissimo  è  quesl'  arco  marmo- 
reo, nondimeno  si  crede  che  la  parte  dal- 
l'arene accumulate  coperta  sia  eguale  a 
quella  che  discoperta  si  vede.  E  costruito 
tli  pietre  di  grandissima  dimensione,  da 
nessun  cemento  congiunte.  Della  più  bel- 
la scultura  va  ornata  la  volta,  ma  non  vi- 
sibile che  in  parte,  avendola  i  mori  riem- 
pita di  macerie  e  calcina  pei-  far  botte- 
ghe.I  suoi  bassorilievi  e  iscrizioni  eccitano 
la  meraviglia  degl'investigatori,  comechè 
in  parte  il  monumento  sia  notevolmente 
mutilato, oltre  la  parte  sepolta. Noterò  per 
coincidenza,  ed  a  scanso  di  equivoci,  che 
,  in  Roma  nella  via  del  Corso  e  incontro  al 
Palazzo  Otlohoni  Fiano  (?.),  sorgeva 
l'arco  di  Mare' Aurelio,  fatto  demolire  da 
Alessandro  VII  acomodoe  regolarità  della 
iìob\\tStrada,\\  quale  era  decoralo  di  più 
sculture  di  marmo,  e  le  principali  furono 
portate  nel  Masco  Capitolino ,  e  poi  al 
palazzo  de'  Conservatori,  e  nel  palazzo 
Tor Ionia  a  piazza  di  Venezia,  e  le  4  co- 
lonne di  verde  antico  si  collocarou^negli 
altari  maggiori  di  s.  Agnese  in  piazza  Sa- 
vona e  della  cappella  Corsini  nella  basi- 
lica Laleranense.  Siccome  il  volgolo  chia- 
mò arcodi  Tripoli, voglio  dichiarare  che 
alfatto  il  nome  non  derivò  da  Tripoli,  ma 


TRI 
dalla  decorazione  d'alcuni  trofei,  eda#r- 
co  de  Trofei  o  de'Trofoli,  si  formò  il  vo- 
cabolo di  Trìpoli.  Fuvvipure  un'opinio- 
ne tra  gli  archeologi,  che  l'arco  venne  in- 
nalzato per  la  vittoria  riportata  su  ti  e  cit- 
tà e  così  venne  detto  di  Tripoli.  Marc'Au- 
relio  trionfò  de'germani  e  de'sarmati,  per 
cui  gli  fu  eretto  l'arco,  e  non  degli  africani 
e  barbareschi.  Si  distinguono  in  Tripoli  le 
6  moschee  fra  gli  edilìzi  di  i  ."ordine,  con 
minareti,  e  6  altre  minori.  Magnifica  è 
la  grande  moschea,  il  cui  coperto  tutto 
composto  di  cu  potette,  sta  appoggiato  so- 
pra 1 6  colonne  doriche  di  bellissimo  mar- 
mo bigio;  la  splendidezza  degli  ornamen- 
ti, la  luce  modesta  che  la  rischiara,  i  pro- 
fumi deliziosi  che  vi  si  respirano,  fanno 
di  questa  moschea  un  soggiorno  magico. 
E  più  d'un  secolo  che  fu  fabbricata, e  rac- 
chiude il  sepolcro  de'membri  della  fami- 
glia regnante.  Vengono  poi  i  caravanser- 
ragli, e  le  case  de'  principali  cittadini,  e 
de' consoli  stranieri  che  sono  le  più  ele- 
vate, costruite  in  pietra,  ed  imbiancate 
al  di  fuori  regolarmente  due  volte  entro 
l'anno.  Le  altre  abitazioni  d'un  medesi- 
mo modello  hanno  un  solo  piano  e  sono 
uniformemente  quadrate,  con  un  cortile 
nel  mezzo  lastricato  di  pietre  di  Malta, 
e  circondato  da  un  portico  sostenuto  da 
pilastri,  e  sopra  di  esso  innalzasi  la  galle- 
ria. Dal  portico  e  dalla  galleria  varie  por- 
te danno  accesso  a  grandi  camere,  che  tra 
esse  non  comunicano,  ne  sono  illuminate 
se  non  dalla  corte,  ed  è  questa  l'abitazio- 
ne delle  donne.  11  tetto  o  terrazzo  pia- 
no, serve  di  passeggio  e  raccoglie  l'acqua 
piovana,  recata  poi  per  mezzo  di  tubi  alle 
cisterne,  ove  conservasi  purissima  per 
supplire  alla  deficienza  della  sorgiva.  Le 
case  per  la  maggior  parte  sono  intonacale 
d'un  cemento  bruno  a  marmo  lucidissi- 
mo somigliante,  ed  alcune  fatte  di  mar- 
mo nero  e  bianco.  Ne'terrazzi  ascendono 
i  mussulmani  dopo  il  tramonto  del  sole, 
a  respirare  la  frescura  dell'aere  marino 
e  ad  invocare  Maometto.  Le  persone  di 
I  ,a  sfera  hanno  una  sala  con  banchi  di  pie- 


TRI  »S 

tra  da  ogni  lato,  e  per  una  scala  si  entra  in 
un  solo  e  grande  appartamento,riservato 
al  padrone  di  casa,con  finestre  sulla  stra- 
da.Le  più  belle  botteghe  somigliano  a  me- 
schine bolteguccie,  ma  di  sovente  conten- 
gono mercanzie  di  gran  valore,  come  per- 
le, oro,  gemme  e  droghe  ricercate.  Vi  han- 
no due  bazar  ben  costruiti  e  ben  provve- 
duti; uno  solo  contiene  botteghe,  essendo 
l'altro  destinato  alla  vendita  degli  schia- 
vi negri.  Vi  sono  3  carceri,  una  pe'tur- 
chi,  le  due  altre  pe'mori.  Havvi  inoltre, 
fuori  dell'unica  porta  presso  la  spiaggia, 
mentre  l'altra  è  verso  la  campagna,  uà 
mercato  che  tiensi  ogni  martedì,  e  un  al- 
tro che  ha  luo^o  in  ciascun  venerdì  della 
settimana,  due  leghe  più  lungi  nel  sito  di 
Sabba;  ed  in  tutti  i  lunedì  e  giovedì  nel 
villaggio  di  Taquera,  distante  5  leghe.  Il 
caffè-bazar  è  quel  grazioso  ritrovo,  in  cui  i 
turchi  si  radunano  per  parteciparsi  le  no- 
velle del  giorno  e  prendere  il  c.ilfè;  nessun 
moro  della  classe  distinta  entra  in  quel 
luogo;  e  si  fanno  portare  il  calìe  da'loro 
schiavi, alla  porta,dove  sono  sedili  di  mar- 
mo, coperti  da  pergolati  di  verzura.  Le 
provvisioni  di  Tripoli  in  selvaggina  ven- 
gono dalle  montagne  di  Chiaran  o  Go- 
nano  e  di  Tarhona,  e  consistono  princi- 
palmente in  lepri,  gazelle,  cotornici,  co- 
lombi, quaglie. Lecostecircostanti  sono  pe- 
scosissime, e  la  maggior  parte de'pescatori 
sono  maltesi.  In  generale  le  vettovaglieso- 
no  a  prezzi  moderati;  a  caro  prezzo  per 
la  loro  rarità  sono  i  gallinacci,  la  anitre  e 
le  oche,  provenienti  col  pollame  da  Malta. 
imbarcanti  a  Tripoli  datteri,  lane,  zaffe- 
rano, robbia,  soda,  sena,  pellami  e  penne 
di  struzzo  pe'porti  d'Europa  e  pel  Levan- 
te. La  popolazione  ascende  a  circa  i6,ooo 
anime,  e  componesi  di  turchi,  mori, 
giudei,  e  d'  alquanti  cattolici  e  cristiani. 
Sono  gli  ebrei  in  numero  di  circa  3ooo 
ed  hanno  3  sinagoghe;  i  cattolici  hanno 
chiesa  e  oralorii.La  civiltà  trovasi  in  que- 
sta città  molta  avanzata.  Ordinariamente 
"vengono  adoperati  negli  abili  i  ricchi  me- 
talli e  la  seta.  La  corte  del  pascià  gover- 


•26  TRI 

nalore  e  tributario  della  Porta  ,  è  som- 
mamente fastosa.  La  peste  fa  talvolta  stra- 
ge della  popolazione.  Il  paese  circostante 
è  infestato  da  orde  d'arabi  beduini,  che 
aboliscono  per  derubare.  I  dintorni  so- 
no aridi,  non  mancano  però  di  ville  col- 
tivale. Negli  scavi  si  trovarono  urne, me- 
daglie e  altre  anticaglie  degne  d'osserva- 
zione. Tripoli  prese  il  suo  nome  dall'an- 
tica contrada  o  provincia  di  Tripolis, cosi 
anch'essa  chiamata  perciò  che  conteneva 
3  città  principali,  Sa  brani,  Leptis  gran- 
de, ed  Oea  o  Oeea,  olla  quale  in  seguilo 
si  comunicò  il  nome  della  contrada  me- 
desima, ed  è  l'odierna  Tripoli,  che  dive- 
nutane capitale  ne  seguì  e  le  furono  co- 
muni tutte  le  vicende.  Sabrata,  come  no- 
tai nell'articolo  precedente,  fu  anch'essa 
chiamata  Tripoli,  perchè  le  vicine  popo- 
lazioni di  3  paesi  contribuirono  a  edificar- 
la, e  per  distinguerla  dall'attuale  Tripoli 
Oea,  fu  denominata  Tripoli  Secchio ,  di- 
cendosi l'altra  Tripoli  Nuovo,  distanti 
tra  loro  io  le«he.  L'Autore  dell'  Istoria 
degli  stali  di  Tripoli,  ec,  dice  che  la  sua 
capitale, ossia  la  Tri  poli  in  discorso,  è  di- 
visa in  due  parti, cioè  vecchia  e  nuova;  la 
i."  consistere  in  un  mucchio  di  rovine, 
Ja  2."  situata  da  essa  a  qualche  distanza 
eassai  popolata,  benché  non  molto  gran- 
de. Il  [j,im\vimd,Lexicongeographicum, 
verbo  Oea,  la  dice:  Urbs  Africae  in  Tri- 
poli tana  regione.  Nunc  Tripoli  dici  tur, 
estqtte  Urbs  ampia  et  ninni  ta,regni  Tri- 
politemi  caput,  cum  porta  in  ora  maris 
Mediterranei.  Nel  vocabolo  Tri  polis  la 
qualifica.  Urbs  Africae,  in  ora  maris 
Mediterranei.  Duplex  est,  nempe  Tri- 
polis  Vetus,  Tripoli  Vecchio,  ubi  alias 
Sabrata,  Urbs  Africae  in  ora  maris  Me- 
diterranei et  in  Tripolitana  regione  , 
media  inter  Leptim  Magnani  ad  ortum 
et  Tacapam  ad  occasum,  cum  por  tu  ca- 
paci. Sed  parva  est,  et  in  dies  deficit , 
a  paucis  tantum  habi tata  propter  aeris 
indente  ntiam.  Tripolis  autent  Nova  , 
Tripoli seu  Tripoli  de  Barbarla,  Urbs  est 
ampia  Africae,  ubi  alias  Oca  Urbs.  A- 


TR  I 

lias  capta fueral  ab  hispanistet  concessa 

equilibus  Mclitensibiis ,  ut  commodius 
servare  tur;  sed  inde  postea  ejectifue- 

re  a  Turcis,  quibus  pariti t per  aliquot 
annos  ,  nunc  autem  fere  sui  juris  est  , 
Jlcipublica  formatti  qiiamdam  servans 
sub  clientela  Turcaruin.  La  cillà  di  Tri- 
poli fu  rovinata  dal  terremoto  nel  4o4i 
solfrì  le  vicende  a  cui  soggiacque  la  con- 
trada per  l'invasione  de' vandali  e  de'sa- 
raceni;  venne  presa  da  Ruggero  I  re  di 
Sicilia,  che  s'intitolò  re  di  Tripoli,  di  Tu- 
nisi e  di  Malta;  e  più.  tardi  venne  conqui- 
stata dagli  spaglinoli,  che  la  cederono  al- 
l'ordine Gerosolimitano; fu  bombardata 
sotto  Luigi  XIV  redi  Francia  neh  6S5, 
da  una  sua  squadra  navale  comandata 
dal  maresciallo d'Estrees;bombarda  men- 
to rinnovato  per  ordine  di  Luigi  XV  nel 
J728,  per  cui  la  citta  si  trovò  costretta 
inviare  una  deputazione  al  re  per  doman- 
dargli perdono.  A  Vendola  occupata  i  fran- 
cesi, ritornò  in  potere  della  Porta  Otto- 
mana a'5  ottobre  1809. 

L'  evangelo  penetrò  nella  regione,  per 
la  predicazione  del  tesoriere  ed  eunuco  di 
Caudace  regina  dell'  Etiopia,  istruito  e 
battezzato  da  s.  Filippo,il  2.°de'7  diaconi 
che  gli  A  postoli  scelsero  dopo  l'Ascensione 
delSignore, perchè  si  crede  che  fu  il  1. "apo- 
stolo dell'Etiopia,  donde  l'evangelo  mira- 
bilmente si  propagò  nella  Barbaria  e  nella 
regione  Tripolitana;  Indi  si  formò  la  pro- 
vincia ecclesiastica  Tripolitana,  con  Oea 
o  Tripoli  per  metropoli,  il  cui  vescovo 
ebbe  a  suffraganti  i  vescovi  di  Girba.  o 
Girbita,  Napoli  di  Barbarla,  Sabatra, 
Gì  Ut,  Leptis  Magna  o  Leseti*  città  del- 
la Tripolitana  e  di  Libia  Tripolitana  sul 
Mediterraneo,  la  quale  ebbe  pure  un  ve- 
scovo sotto  il  patriarcato  d'Alessandria, 
siccome  posta  sul  limite  delle  due  nomi- 
nale provincie  ecclesiastiche,  i  cui  vescovi 
D'ioga  del  265,  Vittorino  del  393,  Sal- 
viano  del  4 1  1  e  Calipide  del  484  sono  ri- 
portati neW  Africa  Christiana^. i,p.  202 
di  Morcelli.  Questa  parla  purea  p.  2o3 
di  Leptis  minor  %  sede  vescovile  della  Bi- 


ti;  i 

zacena  sotto  la  metropoli  di  Hadramito 
(V.)  o  Adrumcto.  Già  nel  precedente  ar- 
ticolo feci  parola  delle  provincie  ecclesia- 
tiche  della  Libia  Marmarica,  con  Derna 
o  Dardanide  (V.)  per  metropoli;  della 
Libia  Pentapoli,  con  Cirene  (F.)  o  Cu- 
rio  per  metropoli;  tutte  nel  patriarcato 
d'Alessandria.  Al  medesimo  appartenne 
la  provincia  della  Libia  Tripolilana,  la 
quale  secondo  Commanville,  Histoire.de 
tous  les  Eveschez,  ebbe  a  vescovati  Oea 
o  Hyon,Sebon  e  Lebeda  o  Leptis  Magna, 
tulli  eretti  nel  secolo  IX.  Di  più.  Com- 
manville nel  novero  de'  vescovati  copti  , 
suffraganei  del  patriarca  d'Alessandria, 
riporta  quelli  che  pure  furono  nella  Bar- 
baria,  cioè  di  Tripoli,  Barca,  Faran,  A- 
frica,  Keirvan  o  Cirene.  Fu  Tripoli  che 
die  il  nome  alla  provincia  Tripolilana,  ed 
i  suoi  vescovi  furono  egualmente  secon- 
do i  riti  ei  luoghi  sotto  la  primazia  di  Car- 
tagine, e  sotto  il  patriarcato  d'  Alessan- 
dria; ma  ne'concilii  di  Cartagine  il  vesco- 
vo di  Tripoli  s'intitola  di  Oeam,  ed  è  per 
questo  che  il  Morcelli  tratta  di  sua  chiesa 
e  de'suoi  vescovi  sotto  il  vocabolo  Oen- 
sis,  chiamando  insigne  la  provincia  Tri- 
polilana, e  la  metropoli  e  sede  vescovile 
Oeam,  Oeensis  civitas,  Oca,  Oeea,  se- 
condo le  diverse  nomenclature  usate  da' 
geografi  antichi.  Registra  per  vescovi:Na- 
tale,  che  nel  265  fu  al  concilio  di  Carta- 
gine, il  quale  disse  la  sua  sentenza,  ed  an- 
cora pe'vescovi  Pompeo  di  Sabrata  e  Dio- 
ga  di  Leptis  Magna.  Mariniano  donati- 
sta fu  nel  4i  '  alla  conferenza  di  Carta- 
gine e  si  sottoscrisse.  Cresconio,  che  per 
difendere  la  fede  cattolica  fu  esiliato  dal- 
l'ariano Genserico  re  de' vandali,  ed  è  no- 
minato a'28  novembre  nel  martirologio 
«  ornano.  Inoltre  il  Morcelli  ragiona  della 
provincia  d'  Africa  sotto  i  diversi  impe- 
ratori come  fu  divisa  sino  all'occupazio- 
ne de'saraceni.  Pel  fanatismo  di  questi  la 
religione  cattolica  restò  del  tutto  abbat- 
tuta, e  priva  de'suoi  pastori.  Isella  Me- 
moria intorno  alle  missioni  di  Africa 
ec.  estratta  dall' archivio  di  propagai 


T  I  I  27 

da  fide  d'ordine  di  ClementeXl da  mgS 
Forteguerriys\  dice  che  l'apostolico  zelo 
de'  Papi  non  lasciarono  diligenza  alcuna 
di  riunire  alla  Chiesa  si  vasta  regione,che 
da  lei  separavano  gli  errori  di  Èutiche  e 
di  Nestorio,  e  l'intuì  leni  uza  del  maomet- 
tismo. Che  la  Barbarla,  la  migliore  e  la 
più  popolata  regione  dell'Africa,  a  cagio- 
ne della  ricchezza  del  traffico  e  del  com- 
mercio, e  comprendente  l'Africa  propria, 
la  Mauritiana  ed  una  parie  dellaLibia  an- 
tica, fu  oggetto  delle  paterne  sollecitudini 
de'Papi  Dell'inviarvi  missionari,  e  dell'e- 
roica carila  de'frati  istituiti  per  la  reden- 
zione degli  Schiavi^  /y.),come  l'ordine  del- 
la Mercede  e  quello  de'  Trinitari  (  F.).Ma 
nel  regno  di  Barca  a  detta  epoca  non  e- 
ravi  alcuna  stabile  missione  apostolica. 
Bensì  eravi  in  quella  di  Tripoli,  e  spet- 
tava a'minori  osservanti  riformati,  e  nel 
1691  da  uno  in  fuori  tutti  vi  morirono 
di  pe^te,  ma  speditamente  ve  ne  furono 
mandali  degli  altri,  onde  la  missione  tor- 
nò all'essere  di  prima.  Tra  gli  schiavi,  e  i 
forastieri,  la  maggior  parte  francesi,  che 
frequentavano  il  porto  di  Tripoli,  erano 
da  600.  In  Derna  vi  erano  soli  3  catto- 
lici, e  2  in  Bengasi;  in  Gibel  e  in  Susa  po- 
chi o  nessuno.  Nondimeno  però  di  quan- 
do in  quando  si  recavano  i  missionari  per 
quelle  parti  con  molto  loro  incomodo  e 
pericolo  a  sovvenirli.  Il  maggior  frutto 
di  queste  missioni  consisteva  nel  mante- 
nere costanti  i  cattolici  nella  fede,  e  nel- 
l' affaticarsi  per  richiamarvi  i  rinegati.  [ 
sacerdoti  e  i  religiosi  schiavi,  per  lo  più 
erano  quelli  che  intorbidavano  la  missio- 
ne di  Tripoli  ,  non  volendo  riconoscere 
per  loro  superiori  la  congregazione  di  pro- 
paganda fide,  ne  il  prefetto  della  missio- 
ne, assolvendo, celebrando  cammini sh  an- 
dò i  sagra  me») ti  fuori  di  parrocchia. Al  qua- 
le  inconveniente  la  congregazione  prov- 
vide con  dichiarare  a'20  luglio  1682,  che 
nessuno  avrebbe  soddisfai  lo  a'precetti  del- 
la Chiesa  se  non  avessero  preso  i  sagra- 
menti  nella  chiesa  della  missione. Nel  re- 
gno di  Tripoli  teneva  la  congregazione 


28  TRI 

un  sacerdote  con  titolo  di  vicario  aposto- 
lico. Con  lettera  cW6  giugno  i  704,  scritta 
dal  console  di  Francia,  che  risiedeva  in 
Tripoli,  s'ebbe  notizia  come  il  bey  aveva 
permesso  che  si  fabbricasse  una  bella  chie- 
sa e  ospizio  pe'  minori  osservanti  rifor- 
mati, e  che  in  delta  chiesa  già  fabbricata 
si  facevano  con  piena  libertà  e  decoro  tut- 
te le  funzioni  sagre,  e  che  dal  medesimo 
bey  era  slata  conceduta  facoltà  areligiosi 
medesimi  d'edificare  un  ospedale  capace 
ili  5o  letti,  per  conforto  de' poveri  schiavi 
infermi;  che  però  supplicarono  Clemente 
XI  a  concorrere  a  questa  santa  opera  con 
abbondante  limosina,  siccome  subito  ot- 
tennero, avendo  loro  dato  5oo  scudi  per 
la  fabbrica,  ed  altri  5oo  da  investirsi  per 
mantenere  co'  frutti  la  medesima.  Nel 
17)4  trovo  notizie  che  la  bella  chiesa,  il 
convento  e  l'ospedale  de'suddetti  religio- 
si sussistevano  dentro  la  città  di  Tripoli. 
Dell'attuale  prefettura  apostolica  di  Tri- 
poli darò  le  notizie  che  ricavo  dallo  Sla- 
to delle  missioni  del  i832,  dalla  con- 
gregazione di  propaganda  presentato  a 
Gregorio  XVI;  dalla  Notizia  statistica 
delle,  missioni,  stampata  neh  843,  e  da 
altre  posteriori  notizie.  Neh 832  era  pre- 
fetto della  missione  il  p.  Filippo  da  Col- 
tibuono  minore  osservante  riformato,  il 
quale  aveva  seco  alcuni  altri  missionari 
dello  stesso  ordine  ,  a  cui  tuttora  spetta 
la  missione  di  Tripoli.  Neh  843  era  pre- 
fetto della  missione  il  p.  Lodovico  da  Mo« 
dena  di  detto  ordine,  con  due  missionari 
correligiosi,  con  facoltà  della  forinola  4> 
residente  in  Tripoli,  ov'è  una  pia  con- 
gregazione della  Via  Crucis,altra  pia  con- 
gregazione della  Madonna  del  Carmine, 
ed  una  scuola  frequentata  da  5o  ragazzi 
era  slata  aperta  nell'ospizio  de'  religiosi 
missionari.  Vi  si  parla  anche  la  lingua  mal- 
tese e  l'italiana.  Eranvi  due  chiese,  l'una 
in  Tripoli,  l'altra  in  Bengasi  370  miglia 
lungi  dalla  capitale. Altri  luoghi  della  mis- 
sione sono  Capo  Bonandrea}Derna  e  Gi- 
bel.  In  Tripoli  la  popolazione  cattolica  e- 
ra  di  Goo,  senza  contarvi  i  fanciulli;  io 


TR  I 
Bengasi  la  popolazione  cattolica  nell'esta- 
te richiamatavi  dal  commercio  ascende- 
va a  3oo,  nell'inverno  discendeva  anche 
a  meno  di  100.  Per  tutta  la  reggenza  si 
calcolavano  circa i3oo  cattolici,  in  Tri- 
poli vi  dimora  un  prete  greco  scismatico, 
ivi  mantenuto  dal  pallia  rea  eretico  d'A- 
lessandria. In  Bengasi  vie  la  confraternita 
del  ss.  Sagramento:  la  sua  piccola  cristia- 
nità si  distingue  per  la  concordia  e  per  la 
divozione,  onde  quasi  tutti  soddisfano  al 
precetto  pasquale.  Nel  i83g  nella  visita 
fatta  dal  prefetto  apostolico  nella  missio- 
ne, si  trovò  un  luogo  adattalo  per  fab- 
bricare una  chiesa  :  si  aspettava  il  fir- 
mano da  Costantinopoli  per  edificarla, 
e  qualche  sussidio  per  la  costruzione,  che 
forse  ebbe  probabilmente  luogo.  La  ri- 
voluzione da  alcuni  anni  avea  fatto  ces- 
sare il  commercio,  e  la  povertà  essendo 
divenuta  eccessiva  ,  molti  cristiani  era- 
no partiti  per  cercarsi  altrove  la  sussi- 
stenza. La  civilizzazione  nella  citlà  di  Tri- 
poli era  in  progresso,  come  lo  è  in  Tu- 
nisi e  nel  rimanente  dell'impero  di  Tur- 
chia (Z7.),  eminentemente  nell'Algeria, 
non  però  in  Marocco.  Il  culto  cattolico  è 
libero,  ed  il  cattolico  è  rispettato  anco  da' 
maomettani.  Si  associano  i  morti  per  la 
città  con  cotta  e  stola;  si  suonano  le  cam- 
pane anche  di  notte  nel  Natale  del  Signo- 
re.senza  che  alcuno  impedisca  i  missionari 
dal  farlo  o  li  derida.  11  solo  Viatico  si  por- 
ta occulto  agi'  infermi,  per  evitare  ogni 
possibile  caso  d'irriverenza.  Al  missiona- 
rio però  è  vietato  di  muover  questione, 
o  discorso  di  religione  co'maomeltani,  per 
condannare  i  quali  alla  morte  bastereb- 
be il  minimo  indizio  che  pensassero  d'ab- 
bracciare il  catolicismo.  Quindi  i  casi  di 
conversione  sono  moralmente  impossi- 
bili. Però  con  l'ultimo  firmano  emanato 
dal  regnante  sultano,  anche  nella  reg- 
genza di  Tripoli  col  tempo  i  mussulma- 
ni potranno  liberamente  convertirsi,  co- 
me giova  ed  è  consolante  lo  sperare.  Que- 
sta missione  ha  una  rendita  di  scudi  5o, 
provenienti  dall'affitto  dell'antico  ospizio t 


TRI 
edavea  de'sussidii  dalla  congregazione  di 
propaganda  in  proporzione  del  numero 
de'  missionari. 

TRIREGNO  PONTIFICALE,  Tri- 
regnum,  Tìiiara  seu  Regnimi  triplici  Co- 
rona ornata,  Triregnali  Mitra  seu  Re- 
gnali seu  Camauri,  Papalis  Mitra.  Or- 
namento del  capo  e  mitra  turbinata,  os- 
sia di  figura  conica  piramidale  rotonda  in 
forma  di  pileo,  proprio  del  sommo  Pon- 
tefice, tutto  chiuso  di  sopra  e  circondato 
da  tre  corone;  nobilissima  e  splendida  in- 
segna d'  onore,  di  maestà  e  di  giurisdi- 
zione. Il  Magri  nella  Notìzia  de' vocaboli 
ecclesiastici ,  in  quello  di  Mitra  ,  orna- 
mento proprio  de' vescovi,  dice  che  il  Pa- 
pa oltre  la  Mitra  ordinaria  suole  porta- 
re in  alcune  solennità  una  Corona  Im- 
periale (/^alta  e  ovata,  la  quale  comu- 
nemente si  dice  Regno  o  Camauro,  or- 
nata con  3  Corone  j  che  Innocenzo  III 
nel  Sermone  di  s.  Silvestro  I,  spiegò  si- 
gnificare la  Mitra  e  il  Regno:  In  signum 
Imperii  Pontìfex  utitur  Regno  ,  in  si- 
gnum Pontìficis  utitur  Mitra.  Il  che  già 
notai  nel  voi.  XLV,  p.  266,  anzi  vi  ag- 
giunsi, collo  stesso  Papa:  Sed Mitra  serti* 
per  utitur  et  ubiquej  Regno  vero  nec  u- 
bique,  nec  semper.  Ecclesia  in  signum 
temporalium  dedit  miài  Coronavi  ;  in 
signum  spiritualium  contulit  mihi  Mi- 
tram:  Mitrampro  sacerdotio,  Coronarli 
prò  regno.  Imperocché  la  sagra  Tiara 
(V.)  fu  delta  Regnimi  Mundi,  non  che 
Corona  e  Diadema  (Z7.).  Quella  degli  e- 
brei  fu  un  ornamento  del  capo  de*  Sa- 
cerdoti (/^.),  però  la  tiara  del  loro  Som- 
mo Sacerdote  (P  .)  era  circondata  da  tri- 
plice corona,  cioè  dalla  corona  d'oro  di- 
stinta in  3  ordini,  i  quali  lasciavano  lo 
spazio  per  la  lamina  d'oro  (V.),  in  cui 
era  inciso  il  ss.  Nome  di  Dio.  Ne  ripar- 
lai nel  citato  voi.  a  p.  260  e  277.  Ivi  no- 
tai che  i  vescovi  greci  usano  una  specie  di 
tiara,  che  descrissi  nel  voi.  XXX 1 1,  p.  1 47, 
per  la  mitra  data  da  Papa  s.  Celestino  I 
nel  43  1  a  &.  Cirillo  patriarca  d'Alessan- 
dria, qual  suo  legato  al  concilio  generale 


TRI  29 

d'Efeso;  e  quali  altri  vescovi  usano  mitre 
che  in  parte  le  somigliano,  come  i  ruteni. 
Rimarcai  ancora  che  i  Vescovi  investiti 
del  dominio  temporale  usarono  una  co- 
rona nelle  mitre,  almeno  in  quelle  sovra- 
stanti lostemma,esene  vedono  tuttora  or- 
nati per  memoria  dell'  esercitata  sovra- 
nità, oltre  la  Spada  e  il  Pastorale.  Tra* 
privilegi  che diconsi  concessi  all'arcivesco- 
vo di  Ravenna  (V.)  da  Valentiniano  III, 
si  enumera  il  Camauro  ornato  di  due  co- 
rone. La  Tiara,  pontifìcia  fu  ed  è  una 
Mitraò\  lìgura  conica  turbinata  e  ornata 
d'una  sola  corona;  poi  vene  fu  aggiunta 
altra,  e  quindi  la  3.a,  onde  prese  il  nome 
di  Triregno.  Il  Vettori,  //  Fiorino  d'o- 
ro illustrato,  eruditamente  ragiona  della 
tiara  pontifìcia, che  il  Vallemont  descris- 
se, quale  mitra  di  forma  rotonda  ed  ele- 
vata, con  due  infide  o  pendenti  frangiati 
nell'estremità,  e  seminati  di  crocette,cin- 
ta  di  3  corone  ducali,  nella  cui  sommità  è 
posto  un  mondo  o  globo  d'oro,  e  sopra  di 
esso  nel  centro  è  una  croce.  Di  più  il  Val- 
lemont soggiunge,  che  l'antica  tiara  pon- 
tificia era  un  berretto  rotondo  ed  elevato, 
circondato  da  una  corona;  che  Bonifacio 
VII!  fu  ili. "Papa  che  vi  aggiunse  la  a." 
corona  ,  allorquando  dichiarò  la  sovia- 
nità  e  preminenza  del  sommo  Pontefi- 
ce in  lutto  il  mondo,  e  finalmente  Rene- 
detto  XII  v'aggiunse  la  3.a,  dopoaver  de- 
ciso che  l'autorità  del  Papa  si  estendeva 
sopra  le  3  Chiese,  cioè  Militante  ,  Pur- 
gante e  Trionfante  ;  e  volle  ancora  cosi 
decidere  la  celebre  questione  della  visio- 
nebealifìca,  perla  quale  faticò  tanto  Gio- 
vanni XXII  suo  antecessore.  Siccome  la 
tiara  più  comunemente  si  disse  Regno, 
così  dopo  1'  aggiunta  della  3."  corona  si 
nominò  Triregno.  La  tiara  altre  volte  fu 
ornamento  di  testa  in  uso  presso  i  persia- 
ni, gli  armeni,  i  frigi,  i  parti  ec;  il  quale 
serviva  a' principi  ed  a'sagrificaìori.  Si 
vuole  che  tuttora  i  persiani  ornino  la  te- 
sta con  una  foggia  di  tiara,  e  i  grandi  del 
regno,  non  che  il  re  stesso, portano  sul  ca- 
po una  berretta  non  dissimile  nella  for- 


3o  TRI 

ma  d.illa  tiara  papale,  priva  perì1)  dello 
corone  edella  croce.  Alcune  provincie  ile' 
sciti  usano  egualmente  la  tiara.  Le  don- 
ne di  Uidach  nella  Guinea  in  Afi  ica,han- 
no  pure  le  berrette  simili  nlla  tiara,  ri- 
spetto alla  forma,  non  all'ornamento  e. 
sterno.  Era  anticamente  assai  in  uso  fra 
gliorientali,anche  pressoi  particolari, pe- 
rò rotonda  o  ricurva  o  ritorta  in  cima  sul 
davanti,  e  simile  al  frigio  berretto  chia- 
malo pileo,  poiché  soltanto  a'sovrani  era 
permesso  portare  la  tiara  diritta.  Ne'prin- 
cipii  della  repubblica  i  romani  andavano 
d'ordinario  a  capo  ignudo,  o  non  lo  co- 
privano se  non  col  lembo  della  loro  ve- 
stejnon  facevano  uso  del  pileo  che  ne'giuo- 
chi,  nelle  saturnali,  ne'viaggi  e  alla  guer- 
ra. Gli  schiavi  che  venivano  posti  in  liber- 
tà, facevansi  radere  il  capo,  e  ricevevano 
il  pileo  ch'era  il  seguo  di  loro  Uberazio- 
ne, ()u'um\\  capere  pileu/n  significava  es«er 
posto  in  libertà;  giacche  questa  Berretta 
era  il  simbolo  della  libertà.  //  Prefetto 
di  Roma^F.)  sotto  i  Papi  usò  un  berret- 
tone in  forma  di  tiara  chiusa  e  ornata  di 
corona.  Nell'articolo  Mitra  dichiaracene 
fu  pure  denominala  P/irygium,  Thiara, 
Corona  sacerdotalisj  ragionai  di  sua  o- 
rigine,  differenti  forme  e  uso,  de'suoi  sim- 
bolici significati,  e  delle  3  diverse  specie, 
cioè  preziosa, aurifrigiata  e  semplice.  Del- 
le mitre  del  Papa,  ed  anco  di  sua  mitra 
turbinata  di  forma  conica,  appellata  an- 
ticamente regno,  corona,  tiara;  che  a-, 
venie  una  corona,  poi  vi  fu  aggiunta  la 
a.*,  quindi  la  3.a,  per  cui  prese  il  nome  di 
triregno.  Riportai  il  già  riferito  signifi- 
cato della  tiara,  dichiarato  dal  dottissimo 
Jnnocen2o  IH,  le  diverse  mitre  usate  da' 
Papi,ridottecomunemenle  a  3, cioè  seni- 
plice,aurifrigiata  e  preziosajcome  formate, 
e  de'tempi  e  funzioni  in  cui  si  usano:  de- 
scrissi le  più  ricche  e  magnifiche,  enume- 
rando le  gemme  di  quelle  che  non  più  e- 
sistono.  A  Coronazione  de'Sommi  Ponte- 
fici, riparlai  di  questa  solennissima  cere- 
ruonia,  con  altre  erudizioni,  notando  che 
Giulio  li  fu  il  i.°  a  separare  la  funzione 


T  R  I 

della  coronazione  da  quella  del  Posses- 
so del  Papa  (  /  .);  e  nuovamente  ripor- 
tai la  forinola  che  recita  i!  cardinal  Prio- 
re (V.)  de'diaconi,  Dell'imporre  il  sagro 
triregno  sul  capo  del  nuovo  Papa,  a  cui 
inoltre  spetta  nell'altre  pontificie  funzio- 
ni di  metterglielo  sul  capo,  incombendo 
il  levarlo  al  cardinale  2.°  diacono:  ese- 
guendosi la  funzione  nella  gran  loggia 
Vaticana  delle  solenni  benedizioni  fatta  da 
Paolo  V,  mentre  il  Papa  è  sulla  seilia  pon- 
tificale sopra  del  trono  ivi  preparato  e  sol- 
lobaldacchino,alla  vistadi  tutto  il  popolo 
affollato  nella  vastissima  piazza  dis. Pietro. 
Nella  zecca  pontificia, tra'conii  delle  meda- 
glie d'Urbano  V 1 1 1, vi  è  quello  colla  effigie 
del  Papa  col  capo  nudo  e  genuflesso  in  pi- 
via!e,con  s.Miehele  che  scende  dal  cielo  fra 
raggi  egli  pone  il  triregno.  Altre  medaglie 
espressero  il  formale  atto  della  coronazio- 
ne, mediante  l'imposizione  del  triregno. 
Le  forme  degli  antichi  e  degli  odierni  tri- 
regni si  ponno  vedere,  oltreché  nelle  ope- 
re che  ricorderò  in  fine,  ne'  seguenti  au- 
tori. Bonanni,  La  Gerarchia  ecclesiasti- 
ca consideratanelle  vesti  sa gre  e >civili,p. 
265,in  cui  trattando  Della  mi  traponti fi- 
ciat  riprodusse  i  disegni  delle  mitre  sem- 
plice,aufi  igiata  e  preziosa, e  quello  del  tri- 
regno pontificale  a  tempo  di  Clemente  XI, 
con  3  corone,  sovrastato  dal  globo  e  dalla 
croce.  Osservai  nel  voi.  LXII,  p.  107,  che 
il  Papa  portando  nella  cima  del  triregno 
e  nella  superficie  de' *5tfW#/z' e  del  lei5W7r- 
pc(f7.)  la  Croce,  fa  vedere  al  popolo  cri- 
stiano, ch'egli  è  tutto  interamente  da  ca- 
po a  piedi  professore  della  dottrina  e  del- 
la vita  di  Cristo.  Tanto  il  triregno,  quan- 
to le  dette  mitre  hanno  le  loro  code  ter- 
minanti ciascuna  con  la  croce  e  una  fran- 
gia. Tali  code  si  dicono  infidae,  vittae, 
né  senza  mistero,  disse  Innocenzo  III,  De 
misi.  Missac  lib.  2,  cap.  44  >  poiché  men- 
tre pendono  nelle  due  estremila  del  tri- 
regno dietro  le  spalle,  dinotano  li  due  sen- 
si e  significati  co'quali  si  espongono  le  di- 
vine Scritture,  e  sono  letterale  e  mistico. 
Di  tali  Fascie  (V.),  liste  o  pendenti  fran- 


T  R  I 
grati,  dette  pure  lemnisci,  e  proprie  anche 
d'ogni  mllva  Mi  tra  e  (\e\Diadema(Pr.),i\- 
parlai  nel  voi.  XLV,p.  2 65, dicendo  degli 
altri  vocaboli  e  simbolici  significati.  Il  ve- 
scovo SiivneUì  tLetterc  cccl.  t.  3,  lelt.17: 
La  Mitra  de  vescovi,  dice  significare  la 
gloria  della  Resurrezione  di  Cristo,  e  per- 
ciò secondo  il  rito  romano  non  si  usa  d'al- 
tro colore  che  o  di  seta  e  oro  tempestala 
digemmee  perle,  cioè  la  preziosa;  di  sem- 
plice tela  d'oro,  l'aui  ifrigiata;  e  di  dama- 
sco bianco  o  candido  bisso,  la  semplice, 
la  quale  si  usa  anco  nelle  funzioni  lugu- 
bri. Quanto  alle  due  ville  o  fimbrie  o  fa- 
sce, che  pendono  sulle  spalle,  dice  signi- 
ficare che  il  vescovo  adempia  coll'opere 
ciocché  insegna  colle  parole.  Opina  che  il 
triregno  o  regno  pontificale  non  è.  orna- 
mento sagro.Delle  vilte,quale  antico  orna- 
rnentoprofano,parlanoil  Buonarroti  nelle 
Osservazioni  sui  medaglioni,  e  il  Mon 
gitore  nella  Dissertazione  presso  il  Ca- 
logeri t. io,  p.  352.  Nella  Chi-ortologia 
Romanorum  Pontificum- ,  dipinta  sulle 
pareti  della  basilica  di  s.  Paolo,  illustrata 
dal  Marangoni ,  stampata  in  Roma  nel 
1  7S 1  e  dedicala  a  Benedetto  XIV,  si  trat- 
ta nel  cap.  r  1  :  De  Mitra  Pontificali,  seu 
Episcopali,  qua  ImaginesSummor.  Pon- 
tificum poste,  rioris  aevi  exornalae  con 
spiriuntur  in  Chronologia  basilìcae  s. 
Pauli  via  Ostiensi.  Exploralur  ejusdeni 
origo,  et  usus  in  Romanis  Ponti ficibus  : 
nec  non  quaesliones  de  ejusdem  ornalus 
anliquitate  :  ac  de  illius  extensione  ad 
caeleros  Episcopos,  S.  R.  E.  Cardina- 
lesJ  et  alios,  ex  speciali  ejusdem  Roma- 
ni Pontificis  privilegio:  Etaliaplura  hoc 
super  argumenlo  notatu  digna  explican- 
tur.  Nel  cap.  12  :  De  Romani  Pontificis 
ornamento  capiti*,  quod  Tiara,  seti  Re- 
gnimi, nuncupalur:  Cuinam  ex  veslibus 
summiPontificis  veterisTestamentì  ,a  qua 
originem  traxil,  respondeat  :  linde  pri- 
mus  ejus  usus  processeril,  et  probabili- 
ter  statuilur  asaeculo  Christi  Fili,  re- 
jecto  testimonio  con  fieli  edicli,  seu  Dona- 
tionis  M agni  Constatimi  imperato! is. 


TRI  3 1 

Qua  occasione  illuni  usurpaverit  Roma- 
nus  Pont'fex.  Tiara  e  Coronatae  aliquod 
monumentimi  profertur  sub  inilia  saeculi 
TX,  imnw,et  sub  finem  saeculi  FUI  sub 
Leone  PP.  UT.  De  varia  forma  ejusdem 
Tiarae,  et  praecipue  Turbinala,  sub  fi- 
ne saeculi  IX,  ac  sequentibus,  usque  ad 
saeculum  XI V sub  Bonifacio  FllI.Sla- 
iuitur  ipsum  Bonifacium  Tiarae  Ponti- 
ficiae  alterarli  coronarti  minime  addidis- 
se,  et  a  quo  successore  probaliler  adje- 
clafuerit,  sicuti  etiam  lertia.  Usimi  Tia- 
rae nulli  palriarchae,  vel  episcopo  ,  aut. 
etiam  legato  a  lalere  unquani  a  Roma- 
no Ponti fi.ee  frisse  concessimi.  De  fabu- 
losa Tiara  s.  Silvestri  PP.  De  Tiarae 
usu  usurpature postea  interdicio archie- 
piscopo Beneventano.  Tiara  Romani 
Pontificis  preziosissimi  gemuris,  et  uni o 
nibus  maximi  valoris  a  Paulo  II  exor- 
nata. De  ipia,  seu  preziosa  Mitra,  oppi- 
gnorata ab  Eugenio  I E  prò  expensisgrae- 
corurn  ad  concilium  Florentiuum, prou- 
nione utriusque  Ecclesiae,arlunatorum, 
nec  non  curii  aliis  jocaliis  a  Calisto  III 
prò  expensis belli  sacri  contea  turca s.  De 
usu  Tiaram  Ponti  fidarti  apponeteli  sterri- 
malibus  Romanorum  Pontif curii.  Nella 
stessa  Chronologia  si  riportano  l'imma- 
gine di  s.  Urbano  I  fatta  eseguire  da  s.  Pa  • 
srjnale  I  nella  chiesa  di  s.  Cecilia,  colla  tia- 
ra ornata  di  corona  ;  e  le  figure  di  8  tia- 
re, lulte  di  forma  conica  colle  code,  due 
sovrastate  dalla  croce,  tutte  ornate  d'un 
diadema  o  corona,  ed  una  di  3  corone: 
queste  tiare  sono  tratte  da'  monumenti, 
pitture  e  statue  esistenti  nelle  basiliche 
Lateranense  e  Vaticana, in  Firenze,  in  A 
nagni,  in  Orvieto,  in  Bologna,  tutte  ap 
pai  tenenti  a  Bonifacio  Vili;  ma  quella 
col  triregno  esistente  in  Bologna  fu  fatta 
dopo  Urbano  V,  al  quale  comunemente 
si  attribuisce  l'aggiunta  della  3.a  corona, 
altri  anticipandola,  come  dirò  poi.  Ri- 
portasi pure  l'immagine  di  s.  Silvestro  I 
esistente  nella  basilica  Lateranense,  con 
tiara  ornata  di  due  corone.  Parlandosi 
poi  dell'  epoca  quando  s' introdusse  ne- 


32  TRI 

gli  Stemmi  (F.)  pontificii  e  ne'  Sigilli 

(/'.)  pontificii,  l'uso  tli  ornarli  colla  tia- 
ra o  il  triregno  e  colle  C/u'<i\'i  (1  .)  incro- 
ciate, sembra  doversi  attribuire  al  pon- 
tificato tli  Bonifacio  Vili,  venendo  con- 
cesso alle  basiliche  Lateranense  e  Vatica- 
na per  istemma  il  triregno  e  le  chiavi  in- 
crociate alla  i.a,  il  triregno  e  le  chiavi  pen- 
denti alla  2. "j costumandosi  esprimere  il 
triregno  anche  raggiante.  Anzi  si  vuole  che 
innanzi  Bonifacio  Vili  comunemente  le 
armi  gentilizie  non  fossero  sovrastate  da 
mitre,  né  da  cappelli  cardinalizi  o  prela- 
tizi. Et  haec  sufjicìanl  ad  ostendeiidum} 
(letale  Bonifacii  PP.  FUI  in  usti  adirne 
jìonfuisse  (salteri  corani  u  ni  lev  )  sitpra 
stemmata  genti  Ut  ia  appone  re  aliud  orna- 
mentimi, non  Tiarae,  neqne  Piiei,  neque 
Mitraej  nude  indiani  in  hoc  adhibendam 
esse  fida  ri  nec  Ciacconio,  nec  Frizonio, 
neque  cinque  ex  scriptoribus  deRomanis 
Pontificibus,  vel  Cardinalibus,  qui  stem- 
mata eorum  bisce  ornamentis  insignita, 
exhibenl.  Quando  i Papi  introdussero  nel- 
le loro  Monete  Pontificie  i  loro  stemmi 
esovrastati  dal  triregno,e  da  questo  e  dal- 
le chiavi,  si  può  vedere  ^'trattatisti  del- 
la numismatica  pontificia,  nel  citato  Vet- 
tori, e  nella  recente  e  lodata  opera  <leld.r 
Angelo  Cinagli,  Le  monete  de' Papi  de- 
scritte in  tavole  sinottiche.  Pare  che  già 
a'tempi  di  Martino  V  si  usasse  porre  nelle 
monete  il  triregno  colle  chiavi,  che  diven- 
ne il  sigillo  e  lo  stemma  di  molte  auto- 
rità pontificie,  e  di  lutto  ciò  che  ha  appar- 
tenenza co'  Papi,  che  troppo  lungo  sareb- 
be a  voler  classificare.Dice  il  Vettori,  che  i 
Papi  nelle  monete  si  servirono  nel  rove- 
scio per  prima  e  sola  insegna  delle  chiavi 
pontificie,quindi  passarono  a  inserirvi  al- 
cuna parte  dell'insegne  gentilizie  senza  lo 
scudo,  colle  chiavi  però  sopra  dei  mede- 
simo campo  della  moneta,  le  quali  in  cro- 
ce traversa  vi  adattavano.  Posero  dipoi 
le  insegue  interamente  dentro  la  targa  , 
sovrapponendovi  le  due  chiavi  in  croce,  e 
sopra  tutte  queste  cose  collocarono  il  trire- 
gno. Il  Vettori  iutende  parlare  delle  mo- 


T   :      I 

nete  pontificie  cominciate  ad  usarsi  dopo 
le  antichissime,  nelle  (piali  usarono  por- 
rei nomi  loro  in  cifra  e  monogrammi, so- 
pra di  che  è  da  vedersi  il  Vignoli  ,  An- 
tiquiores  Pont.  Borri,  denarii.  Osserva 
il  Cancellieri,  Storia  de* possessi  p.  67, 
che  il  duca  di  Modena  per  essere  il  più 
antico  vicario  temporale  della  Chiesa  ro- 
mana porta  nello  stemma,  oltre  le  chiavi, 
anche  il  triregno,  distintivo  che  non  ha 
verun'allra  famiglia. Notai  nel  vol.LXVI, 
p.  7g,cbe negli  stemmi  pontifìcii  della  cas- 
sa mortuaria  de'  Papi  defunti,  in  quelli 
del  catafalco  pe'suoi  funerali,  ed  in  quelli 
delle  carte  mortuarie  che  si  affiggono  nelle 
pareti  esterne  delle  patriarcali  basiliche 
e  della  chiesa  de'ss.  Vincenzo  e  Anasta- 
sio, tutte  sovrastate  dal  triregno,  non  ci 
deve  andare  l'ornamento  delle  chiavi, per- 
chècolla  morte  del  Papa  cessa  la  sua  giu- 
risdizione e  podestà  significata  dalle  chia- 
vi.Tutlavolla  non  sempre  si  osserva, forse 
per  ignorarsi  da  chi  dovrebbe  impedirlo. 
11  cardinal  Garampi,  nell'  Illustrazione 
del  sigillo  della  Garfagnana,  oltre  le 
belle  erudizioni  che  riferisce  sulla  mitra, 
sulla  tiara  e  sul  triregno,  ci  die  4  tavole 
incise,  colle  immagini  de'  Papi  coronate 
di  tiare  e  di  triregni.  La  1  .a  esprime  il  bu- 
sto di  Bonifacio  Vili  già  collocato  nella 
cappella  di  s.  Bonifacio  da  lui  ristorata  e 
ornata  nella  basilica  Vaticana,  e  ora  nella 
cappella  della  B.  Vergine  delle  Grotte  Va- 
ticane. Egli  è  colla  tiara  in  capo  ornata 
di  due  corone,  in  atto  di  benedire  colla 
destra  e  reggendo  le  pontificiechiavi  colla 
sinistra.  Tali  chiavi  anticamente  i  Papi 
non  l'usavano  che  il  giorno  di  loro  solen- 
ne coronazione  e  del  possesso  che  pren- 
devano nel  Laterano,  dove  il  priore  di  s. 
Lorenzo  ad  Sancta  Sanctorum,  gli  con- 
segnava le  chiavi  della  basilica  esngro  pa- 
lazzo Lateranense:  quia  specialiler  Pe- 
tro  principi  Apostolorum  data  est  po- 
testas  claudendi  et  aperiendi,  et  ligan- 
di  atquc  solvendi)  et  per  ipsum  Aposto- 
limi  omnibus  Roma  ni s  Ponlificibus.  I 
pittori  e  scultori  iu  lai  forma  vollero  rap» 


T  R  I 

presentare  Benedetto  XII,  esistente  nelle 
Grotte  Valicane,  e  altri  Papi,  per  effigiarli 
con  tutti  i  più  solenni  e  onorifici  distin- 
tivi di  loro  autorità  e  dignità.  La  2.a  ta- 
vola rappresenta  il  sepolcro  di  Bonifacio 
Vili  esistente  nelle  suddette  Grotte,  la 
cui  statua  giacente  ha  la  tiara  fregiata  dal- 
la doppia  corona  da  lui  aggiunta,  per  cui 
il  Garampi  censura  il  dotto  Marangoni, 
che  nella  discorsa  Clironologia  pretese  di 
provare,  che  non  mai  Bonifacio  Vili  u- 
sasse  la  doppia  corona  ,  anzi  lo  rappre- 
sentò con  una,  affermando  cosi  essere  ne* 
monumenti  Vaticani,  il  che  non  è  vero. 
Bensì  in  varie  statue  del  medesimo  Bo- 
nifacio Vili  apparisce  con  una  sola  coro- 
na, perchè  non  aggiunse  la  2.a  che  sul  fi- 
ne del  pontificato.  Il  Garampi  chiama 
strano  il  vedere  la  figura  giacente  di  Bo- 
nifacio Vili  nel  coperchio  del  suo  sepol- 
cro colla  corona  in  capo,  quando  non  si 
è  mai  costumato  di  seppellire  con  essa  i 
Papi,  ma  colla  sola  mitra,  come  lo  fu  Bo- 
nifacio Vili.  Ne'  Sepolcri  de   Romani 
Pontefici  (V.)  divenne  comune  l'uso  di 
rappresentarli  quasi  tutti  coronati  del  tri- 
regno, sebbene  si  seppelliscano  colla  mi- 
tra di  lama  d'argento.  Il  Garampi  sog- 
giunge: »  Ma  chi  mai  potrà  render  ragio- 
ne di  tutti  i  capricci  de' pittori  ?  In  una 
vecchia  pittura  fu  rappresentato  l'Eter- 
no Padre  col  triregno  in  capo;  e  in  altra 
antica  immagine,  Cristo  crocefisso  colla 
mitra."  La  3."  tavola  contiene  il  detto  bu- 
sto o  mezza  statua  di  Benedetto  XII  esi- 
stente nelle  Grotte  Vaticane,  scolpito  in 
Roma  da  Paolo  Sanese,  mentre  dimora- 
va in  Avignone,  per  aver  fatto  di  nuovo 
il  tetto  alla  basilica,  con  due  sole  corone; 
ma  lo  scultore  che  lavorò  la  statua  di  Be- 
nedetto XII  ,  che  ancora  vedesi  sul  suo 
sepolcro  nella  chiesa  d'Avignone,  vi  fece 
il  triregno  come  l'avrà  veduto  portare  dal 
Papa  medesimo  nella  stessa  forma  che  si 
costuma  anche  oggidì.  Anche  tal  mezza 
statua,  come  accennai,  tiene  le  chiavi  col- 
la sinistra,  il  che  non  si  riferisce  a  fun- 
zione particolare  ,  ma  per  indizio  della 

VOL.  LXXXl. 


TRI  33 

somma  pontificale  podestà,  e  della  chiesa 
romana,  della  quale  le  chiavi  sono  pro- 
pria e  distintiva  insegna,oltreil  Padiglio- 
ne o  Sinnicchio  {V\,  insegna  che  sovra- 
sta gli  stemmi  delle  Monete  de'cardina- 
li  Camerlenghi  di  s.  Chiesa  (  Z7.),  e  gli 
stemmi   de'  Parenti  (V.)  de'  Papi.  La 
4.a  tavola  contiene  le  teste:  di  Giovanni 
XXII  della  statua  sepolcrale  giacente  pres- 
so la  sagrestia  della  metropolitana  d'A- 
vignone, colla  tiara  in  capo,  che  oltre  alla 
corona  inferiore,  ne  ha  un'altra  che  può 
dirsi  quasi  doppia,  più  in  alto;  di  Bene- 
detto XII  della  statua  sepolcrale  nella  cap- 
pella de' Sartori  di  detta  chiesa;  col  tri- 
regno in  capo,  e  con  questo  ornato  di  3 
effettive  corone  sono  le  statue  sepolcrali 
d'Innocenzo  VI  nella  cappella  a  lato  del 
santuario  de' certosini  di  Villanova  dio- 
cesi d'Avignone,  e  dell'antipapa  Clemen- 
te VII  sepolto  nel  coro  de' celestini  d'A- 
vignone. 11  Cancellieri,  Storia  de posses- 
si',  dice  a  p.  49  ' ,  parlando  delle  Teste  de' 
ss.  Pietro  e  Paolo  (F.)\  e  de'  loro  anti- 
chi busti  gioiellati  non  più  esistenti,  che 
il  capo  di  s.  Pietro  avea  la  tiara  con  3  co- 
rone a  gigli  di  perfetta  figura  conica,  quale 
dovea  usarsi  a'tempi  d'Urbano  V,  che  in 
essi  pose  tali  ss.Reliquiejoud'èdameravi- 
gliarsijChe  di  questa  forma  di  triregno  non 
si  valessero  ne  il  Marangoni, ne  il  Garam- 
pi ne'dotti  loro  libri  della  Clironologia 
e  del  Sigillo  dellaGarfagnana,  ne'quali 
dierono  incise  le  più  antiche  forme  de'pon- 
tificii  triregni.  La  forma  del  triregno  di 
s.  Pietro  in  discorsosi  può  vedere  ne'due 
disegni  pubblicati  dal  medesimo  Cancel- 
lieri a  p.  i  e  22  delle  Memorie  delle  sa- 
gre Teste,  ed  io  lo  descrissi  nel  citato  ar- 
ticolo, con  tutto  il  fondo  di  perle  piccole, 
colle  3  corone  piene  di  gemme  preziose, 
la  croce  in  cima  formata  di  gioie,  ed  i  pen- 
doni o  code  del  regno  ornati  di  pietre  pre- 
ziose finissime  e  grosse,  nel  fine  def quali 
erano  6  campanelle  lunghe  dorate.  Tan- 
to la  Chiesa  trionfante,quanto  la  militau* 
tesi  diletta  della  varietà  de'  Co  lori  eccle- 
siastici (F.),  con  iride  sagra;  lai/  rap- 


34  T  R  I 

presentala  nelle  Gemme  (/'.),  la  2."  ne' 
Fiori  (/  .).  L'ornamento  della  Cliiesa 
trionfante  non  si  rappresenta  di  fiori  che 
sono  corruttibili,  ma  eli  gemme  e  Pietre 
(F.)  preziose  perchè  durevoli.  Dell'  im- 
magine di  s.  Pietro  (F.) espressa  nelTW- 
clinio  Lconiano(F.)e\u  altri  monumen- 
ti con  tre  Chiavi  pontificie  (F.)  in  ma- 
no, ragionai  in  più  luoghi,  spiegato  per 
simbolo  della  triplicata  podestà  pontifi- 
cia sulle  tre  chiese  militante,  purgante  e 
trionfante,  da  Dio  comunicala  al  princi- 
pe degli  Apostoli  ed  a'  suoi  Successori j 
ovvero  la  scienza,  il  potere  e  la  giurisdi- 
zione pontificia.  Questa  slessa  pienezza  di 
podestà  si  vedeva  indicata  in  un'imma- 
ginedis.  dietro  esistente  nell'archivio  disi- 
la basilica  Vaticana  e  riferita  dal  Torri- 
gio  a  p.  76  delle  Grotte  Faticane,  con 
Ire  ordini  di  capelli  in  testa,  invece  del 
triregno,  a  tempo  del  s.  Apostolo  non  u- 
sato,  ma  bensì  in  quello  d'Urbano  V  in 
cui  fu  dipinta,  ed  al  quale  il  Torrigio at- 
tribuisce l'introduzione  della  3.*  corona 
nella  tiara,  dicendo  significare  le  3  chiavi 
e  le  3  corone,  le  3  podestà  che  ha  il  som- 
mo Pontefice,  cioè  Imperatoria,  Regia, 
Sacerdotale,  e  la  podestà  che  ha  nel  Pa- 
radiso, in  Terra,  nel  Purgatorio;  ed  è 
pei  ciò  che  s.  Pietro  fu  anticamente  espres- 
so con  3  chiavi,  vale  a  dire  quando  non 
j>i  usava  la  tiara  fregiala  di  3  corone,  colle 
quali  fu  poi  a  nell'egli  rappresentato,  e  la 
veneranda  sua  statua  di  bronzo  della  Chie- 
sa di  s.  Pietro  in  Faticano,  per  la  sua 
festa  è  vestita  con  piviale  e  triregno.  Al- 
cuni critici  osservano,  che  l'unione  delle 
Ire  chiavi  nelle  mani  di  s.  Pietro  può  es- 
sere ancora  un  mero  arbitrio  de'  pittori 
e  musaicisli,  come  fecero  nel  Triclinio 
e  in  allri  monumenti  colla  croce  doppia, 
trovandosi  molti  ritratti  di  s.  Pietro  con 
una  sola  chiave  e  con  due.  Il  ricordalo  Bo- 
nonni,  dicendo  del  simbolico  significato 
del  triregno,  riporta  le  opinioni  di  Maz* 
zoroni,  Saussay  e  Raiuaudo,  i  quali  pen- 
sano che  la  mitra  comune  a'vescovi  è  se- 
gno dell'autorità  episcopale,  ma  la  coro- 


TRI 

na  d'oro  è  simbolo  della  triplicala  pode- 
stà pontificia,  con  cui  il  romano  Ponte- 
fice supera  ogni  altra  dignità,  avendo  fa- 
coltà d'insegnare,di  dispensare. e  di  puni- 
re, pel  Primato  (F.)  che  gode  di  onore 
e  di  giurisdizione.  Di  più  dichiara  il  Bo- 
nanni,  sulla  cima  del  triregno  è  un  glo- 
bo e  su  di  questo  uno  croce  ,  non  senza 
mistero,  poiché  viene  significalo  il  mon- 
do adombrato  nel  globo  soggettalo  in  vir- 
tù della  s.  Croce,  e  si  sostiene  dal  Papa 
perchè  alla  di  lui  cura  consegnato.  Altre 
misteriose  significazioni  delle  3  corone  col 
quale  è  ornata  la  tiara,  sono  le  riferite  dal 
cardinal  Sirleto;  cioè  di  portarsi  dal  Pa- 
pa una  corona  perseguo  della  sublime  di- 
gnità; che  la  2."  corona  fu  aggiunta  in  me- 
moria di  quella  donata  da  Costantino  I  a 
s.  Silvestro  I,  e  la  3.a  per  segno  di  quella 
mandata  da  Clodoveol  a  s.  Pietro. USaus- 
say  poi  fu  di  parere,  usare  il  Papa  3  co- 
rone, perchè  in  esso  si  devono  conside- 
rare 3  dignità,  lai  .a  di  Sommo  Sacerdo- 
te, la  2."  di  Re  e  Signore  temporale,  e  la 
3."  d'uni  versa  le  Legislatore;  siccome  3  so- 
no le  podestà  in  terra  del  Vicario  di  Cri- 
sto, cioè  coelestium,  terrcstrium,  et  in- 
fernorum  ,  spiegale  nelle  3  chiavi  colle 
quali  anticamente  si  esprimeva  s.  Pietro. 
11  Landucci  sagrista  pontificio,  nel  trire- 
gno ravvisò  le  tre  potenze  espresse  nelle 
tre  corone,  cioè  àe\V Impero,  del  Regno, 
dei  Sacerdozio,  le  quali  sebbene  indicate 
nella  sola  corona  o  tiara  prima  usala,  fu- 
rono poi  con  Ire  distinte  più  chiaramente 
significate.  Perciò  Innocenzo  III  vi  rico- 
nobbe nel  Papa  la  dignità  di  Sacerdote 
e  di  Re,  V  Imperio  e  il  Sacerdozio  che 
in  se  riunisce,  e  i  diversi  usi  della  mitra 
e  della  tiara.  Laonde  si  prescrive  nel  Ce- 
remoniale  Romano  Kb.  3,  sez.  5,  cap.  9: 
Che  il  Papa  ne'giorni  solenni  usi  il  Regno 
ossia  la  Tiara,  nell'andare  e  tornare  dal- 
la chiesa  ,  non  mai  nelle  funzioni  sagre, 
nelle  quali  si  adopera  la  Mitra,  e  si  de- 
pone il  Regno  sull'altare  nella  sua  testie- 
ra coperta  di  velluto  cremis  in  seta.  Nelle 
autiche  Cavalcate  del  Papa,  egli  iuce- 


TRI 
deva  alla  chiesa  colla  tiara  o  triregno,  di- 
sceso dal  cavallo  lo  deponeva  e  assume- 
va la  mitra  ;  quindi  nel  partire  lasciala 
questa  riprendeva  il  triregno:  altrettanto 
si  praticò  nel  Possesso  sino  e  inclusive  a 
Leone  X,  perchè  prima  il  Papa,  dopo  co- 
ronato in  s.  Pietro,  recavasi  immediata- 
mente al  Laterano  pel  possesso,  funzio- 
ni che  poi  furono  divise.  Anche  il  Magri 
afferma, coll'autorità  dell'Ordine  Roma- 
no di  Cencio  Camerario,  nel  121 6  Ono- 
rio III,  ch'era  solito  il  Papa  quando  ar- 
rivava alla  porta  della  chiesa  di  deporre 
il  regno  e  di  pigliar  la  mitra,  come  or- 
namento sagro. A  Cappelle  pontificie, nel 
descrivere  tutte  quante  le  sagre  funzio- 
ni che  celebra  o  assiste  il  Papa,  si  ordi- 
narie che  straordinarie  ,  rilevai  quando 
dalla  sagrestia  si  reca  al  Genujlessorio 
(V.)  col  triregno  ,  deponendolo  per  far 
breve  orazione,  terminata  la  quale  assu- 
me la  mitra  alzatosi  in  piedi;  e  quando 
ivi  terminata  la  funzione  torna,  e  depo- 
sta la  mitra  che  avea  assunto,  dopo  bre- 
ve orazione  alzatosi  in  piedi,  riprende  il 
triregno.  Ivi  ancora  riportai  1'  orazione 
che  nel  procedere  alla  coronazione  del 
nuovo  Papa  pronunzia  il  incardinale  del- 
l'ordine de'diaconi,  in  cui  lo  chiama  Pa- 
ter Regum  et  Rector  omnium  fidelium, 
dicendo  poi  nell'atto  d' imporgli  il  tri- 
regno sulla  testa  nuda  (talvolta  i  Papi  u- 
sano  di  ritenere  sotto  il  Berrettino ,  ed 
anticamente  alcuno  anche  il  Camauro): 
AccipeTiaram  tribusCoronis  ornatani, 
et  scìas  te  esse  Patrem  Principum  ,  et 
Regum,  Rectorem  Orbis)  in  terra  Fica- 
riunì  Salvatoris  N.  J.  C.  Anticamente 
appena  il  cardinale  avea  imposta  la  tiara 
sul  capo  del  Papa,  lutto  il  popolo  l'ac- 
clamava con  dire  Kyrie  eleison  (F.)t  ed 
apprendo  dal  p.  Gattico,  che  ancora  si  co- 
stumava a  tempo  di  Nicolò  V.  Indi  il  Pa- 
pa col  triregno  in  capo  per  la  1.»  volta 
comparte  al  popolo  solennemente  la  Be- 
nedizione aposloliea  (V.),  e  col  medesi- 
mo triregno  in  capo  e  il  Pallio, sulla  Se- 
dia Gestatoria  (f. ),  co' Flabelli  (F.)* 


TRI  35 

lati,  viene  condotto  nella  Camera  de  pa- 
ramenti t  per  deporlo  e  spogliarsi  degli 
abili  pontificali.  Il  Papa  dalla  camera  de 
paramenti  o  dalla  sagrestia  si  reca  co! 
triregno  a  celebrare  o  ad  assistere  allo 
feste  dell'  Epifania,  della  Cattedra  di  s. 
Pietro,  della  ss.  Annunziata,  della  Pa- 
squa di  Risurrezione,  dando  poi  col  tri- 
regno la  solenne  benedizione,  dell'Asce)  1 
sione,  nella  quale  festa  pure  col  triregno 
comparte  la  benedizione,  di  Pentecoste, 
del  Corpus  Domini  (cioè  viene  portato 
da'  cappellani  nella  processione  al  mo- 
do che  dirò,  nel  descrivere  la  quale  fun- 
zione notai  i  Papi  che  col  triregno  sul 
capo  portarono  il  ss.  Sagramento;  dopo 
che  il  Papa  con  esso  ha  dato  la  trina  be- 
nedizione, riceve  nel  capo  la  mitra  dnì 
cardinal  i.°  diacono,  e  si  porta  al  came- 
rino vicino  ove  depone  i  paramenti),  de* 
ss.  Pietroe  Paolo,cioè  nella  sola  festa, del 
l'Assunta  dando  poi  col  triregno  la  solen- 
ne benedizione,  d'Ognissanti,  del  s.  Na- 
tale nella  sola  festa,  e  x\q\Y  anniversaria 
della  propria  coronazione.  In  tali  circo- 
stanze dunque  il  Papa  usa  il  triregno  nel 
solo  accesso  e  recesso  dalla  camera  de'pa- 
lamenti  o  sagrestia  della  cappella  ponti- 
ficia o  chiese,  non  facendo  mai  uso  di  tri- 
regno nell'  accesso  a'  vesperi ,  ancorché 
pontificali,  e  conseguentemente  neppure 
nel  recesso.  Siccome  nellecappelle  del  pa- 
lazzo apostolico  ora  non  si  usa  di  recar- 
visi in  sedia  gestatoria,  vale  a  dire  in  que' 
vesperi  e  feste  in  cui  si  usava, essendosi 
nel  nostro  secolo  introdotto  il  costume, 
per  maggior  semplicità  e  comodo  de'Pa- 
pi, d'entrare  nella  cappella  uscendo  dalla 
sagrestia,  e  non  dalla  camera  grande  de' 
paramenti,  così  non  ha  luogo  la  sedia  ge- 
statoria, per  la  brevità  del  tragitto,  che 
si  ripete  nel  ritorno.  Per  l'anniversario 
della  coronazione  aveano  anche  luogo  i 
flabelli. 

Innanzi  di  ragionare  dell'origine  della 
Tiara  Pontificale ,  ora  Triregno^  con- 
viene che  io  rammenti  d'aver  già  tratta 
to,  principalmente  ne'vol.  LV1IJ,  p-22<) 


36  TRI 

e  seg.,  LXVII,  p.  278  e  seg.,  come  l'im- 
peratore Costantino  I  il  3Iagno,i\\ venuto 
pubblicamente  cristiano ,  ridonò  la  pace 
alla  Chiesa,  sino  allora  crudelmente  per- 
seguitata, ma  floridamente  rigogliosa  per- 
chè innaffiata  dal  fecondissimosangue  dei 
suoi  gloriosi  ss.  Mar  ti  riaccordando  ai  cri- 
stiani il  libero  esercizio  di  loro  Religione, 
donando  a  Papa  s.  Mele  hi  a  de  parte  del- 
l'imperiai palazzo  di  Laterano,  con  ren- 
dite per  mantenere  il  decoro  del  supre- 
mo Gerarca.  Le  quali  munificenze  viep- 
più provò  il  Papa  s.  Silvestro  I(fr.)  dal 
3  r4  in  poi;  però  avvertendo,  che  le  di  lui 
grandi  gesta  furono  mescolate  con  atti  ri- 
tenuti da'  critici  apocrifi  o  alterati.  Im- 
perocché Costantino  I,  oltreché  donò  a  s. 
Silvestro  I  il  rimanente  del  palazzo,  che 
perciò  divenne  il  Patriarehio  Latera- 
nense  (f.),  quando  lasciò  per  sempre 
Roma  (V .)  per  trasferire  la  sede  del  ro- 
mano impero  a  Costantinopoli r'(/^.), co- 
minciata a  fabbricare  nel  326  e  dedicata 
nel  33o;  mirabile  e  strepitoso  avvenimen- 
to predisposto  dalla  divina  provvidenza, 
che  die  principio  all'  esistenza  di   Roma 
cristiana,  la  quale  colle  sue  glorie  offu- 
scò quelle  di  Roma  pagana,  restando  li- 
bera nel  benefico  e  paterno  potere  de'Pa- 
pi.  Così  l'eterna  Roma ,  nobilitata  dalla 
Sede  apostolica  (^.),  fu  elevata  a  me- 
tropoli di  tutto  quanto  l'orbe  cattolico, 
pel  maggior  lustro  e  propagazione  della 
fede.  Raccontai  che  alcuni  sostengono  a- 
ver  Costantino  I  concesso  a  s.  Silvestro  I 
la  Tiara,  corona  che  poi  si  mutò  nel  Tri' 
regno,  o  se  fu  ili.°Papa  ad  usarla,  per- 
chè fu  ih.°Papa  dipinto  con  essa;  oltre 
quell'altre  insegne  imperiali  che  enume- 
rai; se  fu  l'imperatore  ili.0  a  rendere  al 
Papa  l'omaggio  di  Palafreniere  (V.)ì  e 
se  s.  Silvestro  1  istituì  l'ordine  dello  Spe- 
ron  d'oro  (V*),  che  porta  il  suo  nome,  e 
se  ne  fregiò  l'imperatore.  Che  oltre  le  vi- 
stose rendite  da  Costantino  1  assegnate 
alle  chiese  da  lui  fondate  in  Roma,  e  a- 
scendenti  a  circa  annui   3oo,ooo  scudi, 
se  con  editto  e  donazione,  tenuta  suppo- 


TRI 
sta,  nella  quale  si  pretende  compresa 
quella  della  Tiara,  concedesse  Roma  e 
molle  provincie  in  Sovranità  de*  Papi  e, 
della.  Chiesa  romana  (/  .).  Di  tutto,y;ro 
et  contea,  tenni  proposito;  poiché  gli  uni 
sostennero  colla  concessione  della  Tiara, 
la  famosa  donazione  del  principato  tem- 
porale; gli  altri  negarono  la  1  .*,  e  dichia- 
rarono apocrifa  la  2.  ':  narrai  io  che  piut- 
tosto consistesse  la  donazione,  cioè  in  quei 
Patrimoni  de  Ila  chiesa  romana  (F.)  che 
nominai.  Né  mancò  chi  credette,  avere  s. 
Silvestro  I  da  se  medesimo  preso  l'orna- 
mento della  tiara,  in  segno  della  libertà 
che  laChiesa  avea  riacquistato  da  Costan- 
tino I,  nel  proteggerla  apertamente,  ma 
con  tale  prudenza  e  moderazione  che  il 
paganesimo  non  potè  vantare  i  suoi  mar- 
tiri, sebbene  facesse  di  tutto  per  distrug- 
gete l'idolatria.  Libertà  dalla  Chiesa  ricu- 
perata dopo  la  sofferta  servitù  gentilesca, 
la  quale  si  volle  simboleggiare  nella  tia- 
ra, per  la  sua  figura  corrispondente  al- 
l'antico pileo  o  berrettone  romano  ,  col 
quale  indicavasi  la  libertà  ;  dagli  antichi 
scrittori  chiamato  pure  Camelaugo,  Ca- 
melauroe  Camauro, con  una  corona  nel- 
la parte  inferiore  e  perciò  detto  Regno: 
di  sua  antichità,  dissi  al  suo  articolo,  che 
già  l'usava  Papa  Costantino  nel  7  1  o.  Tut- 
tociò  premesso,  comincierò  dal  dire,  che 
antichissimo  è  l'uso  di  coronarsi  i  roma- 
ni Pontefici,  prima  colla  tiara,  indi  col 
triregno.  Sempre  fecero  questa  cererno- 
nia  con  ecclesiastica  magnificenza,  non  già 
per  far  pompa  della  suprema  loro  digni- 
tà, ma  per  maggior  esaltazione  della  glo- 
ria di  Gesù  Cristo  e  della  sua  Chiesa.  Il 
Novaes,£>mertazzo/j/,t.  2,  dissert.5:  Del- 
la solenne  coronazione  de' Pontefici,  ri- 
ferisce che  una  sola  volta  coronavausi  i 
Papi  dopo  la  loro  elezione,  ma  in  quei 
diversi  altri  giorni,  denominati  Festum 
Coronae,  i  quali  con  esso  già  riportai  nel 
voi.  Vili,  p.  i6r,ove  trattai:  Della  co- 
ronazione del  Papa;  cioè  ne'gioroi  nei 
quali  solevano  adoperare  la  tiara  e  poi  il 
triregno,  diversi  dagli  odierni  descritti  di 


TRI 
sopra,  tranne  alcuni ,  e  solo  noterò  che 
tra 'detti  giorni  eravi  quello  infestivita- 
te  s.  Silvestri  I,  ed  in  anniversario  suo. 
11  Garanipi  nel  trattare  di  detto  argomen- 
to, osserva  che  i  Papi  oltre  di  coronarsi 
nel  giorno  della  coronazione,  costumaro- 
no di  rinnovare  la  stessa  funzione  in  al* 
cune  più  celebri  solennità  dell'  anno,  le 
quali  ci  vengono  additate  da  Pietro  Mal- 
lio  nel  libro  dedicato  ad  Alessandro  III 
e  ristampato  in  Ada  ss.  Junii}  t.  6,  par. 
2,cap.  8,  §i5i,da  Benedetto  canonico  di 
s.  Pietro  uel  Museum  Italicum,  t.  2,  e  nel 
medesimo  da  Cencio  Camerario;  ond'  è 
che  per  Festum  Coronae,  ovvero  cele- 
brare  Coronam,  s'intese  questa  solenne 
e  ripetuta  incoronazione,  ogni  qualun- 
que volta  si  rinnovasse  fra  Tanno.  Papa 
debet  accipere  Coronam  in  capite  suot 
et  per  mediani  Urbem  cum  processione 
redire  adpalatium.perficere festum  Co- 
rotiac.  Coronatus  redit  ad  palatami,  si- 
cut  in  aliis  Cofonis.  Acceptis  laudibus, 
et  celebrata  Corona,  sicutmos  est,omnes 
r e deunt  ad  propria.  In  appresso  poi  si 
andò  tralasciando  tale  funzione,  per  cui 
Paolo  II  stimò  conveniente  rimetterla  in 
uso,  scrivendo  nella  sua  vita  il  Cannesio: 
quum  celeri  Pontijìces  vix  semel  in  an- 
nidecursu  Tiarae  usudelectatisint,ipse 
primus  prò  rerum  ac  dignitatis  condì- 
tione  frequentius,  atque  id  solcmniori- 
bus  anni  diebus,  eam  magna  cum  venu- 
statedeferrecousuevit.  Dieequindi  il  No- 
vaes,  che  ili^de'Papi  che  trovasi  dipinto 
colla  'Tiara  coronalo  è  s.  Silvestro  I,  co- 
me col  Pvocoa  ,  De  Mitra  s.  Silvestri  I 
Papae,  e  con  molti  altri,  riporta  il  San- 
diui,  Vitae  Pontificum,  t.i,  p.  92.  Vuo- 
le renderne  ragione  il  cardinal  Stefane- 
schi,  scrivendo  che  Costantino  I,  battez- 
zato da  s.  Silvestro  I  (pare  che  invece  lo 
fosse  da  altri  in  Nicomedia),^  questo  die 
la  corona  0  tiara: proprium  sibi  Regnimi, 
seu  Phrygium  manibus  Silvestri  inver- 
tite pressil.  Sembra  ch'egli  l'abbia  rica- 
vato dall'editto  famoso  della  donazione 
di  Costantino  1,  presso  il  Labbé,  Conci- 


t  a  I  37 

lior.  1. 1,  p.  i538,  ove  si  legge.  Decrevi- 
mus  et  hoc,  ut  idem  venerabilis  pater  no  - 
sterSilvester  summus  Ponlifex,etomnes 
ejus  successores  Pontifices  diadema  te,w- 
delicet  Corona,  quam  ex  capite  nostro 
UH  concessimus,  ex  auro  purissimo,  et 
gemmis  pretiosisf  uti  debeant,  et  in  ca- 
pite ad  laudem  Dei,  et  prò  honore  B. 
Petri,  gestare.  Il  No  vaes  non  intende  ivi 
trattar  la  questione,  tanto  agitata  fra'cri- 
tici ,  se  Costantino  I  ricevè  in  Roma  da 
s.  Silvestro  I  il  battesimo,  né  di  disputa- 
re sull'editto  della  donazione,  poiché  si 
proponeva  addurre  gli  autori  contrari  e 
favorevoli  nella  BibliotecaPontificia,chQ 
per  altro  non  pubblicò  (forse  questa  si 
potrebbe  formare,  se  non  completa  cer- 
tamente copiosissima,  con  quanto  mi  fu 
dato  in  questa  voluminosa  mia  opera  di 
pubblicare).  Si  limitò,  per  riguardo  al 
i.°Papa  dipinto  colla  tiara,  di  conclu- 
dere col  Papebrochio,  In  Conat.  ad  s. 
Silvestr.  I,  u.°  5,  p.  128.  Ommissis  fa- 
bulis  dici  posse  videtur3  quod  constituta 
per  Costantinum  ecclesiastica  pace,  Sil- 
vesler  vel  propria  electiones  ,  vel  ipsius 
(Imperatoris)  mandalo,  Pdeuni  sutnsc- 
rit,  romano  more  symbolum  libertalis , 
euniqne  aureo  phrygio ,  seu  diademate 
ornatimi  inferne3  qua  caput  langit ,  ad 
significandum  Regale  Sacerdotiuni  o- 
mnium  Principimi  collalum  a   Christo. 
Così  ancora  i  critici  Bollandisti,  Ada  ss. 
Mali,  t.  4,  die  19^.467:  Gemmalo  dia- 
de tua  le  usuni  Constanti uum  edam  ex  a- 
liquibiis  ejus  numinis  habemus.   Quod 
aulem  Ponlificiae  Thiarae  inferne  c/r- 
cumduda  Corona  tj asmodi  orìgine  mha- 
beat,  velini  cerlius  probalum  legere.  In- 
terim video  itnagines  Pontificum, ut  mine 
habentur,  Silvestri  anlecessores  omnes 
nudo  vertice  exprimere,  ìpsumque  pri- 
muni  Inter  eospìlealum,  seu  Tiara  (quae 
formam  veleris  pilei  romani  habet)  ledimi 
co  ns pici -.ncque  disciplinet  con/edura  pri- 
dem  animo  meo  abversans ,  quod  scili- 
cet  Silvesler,  vel  proprio  ino  tu,  vel  Con- 
slanùni/ussuj  islud  liberlatis  uoUssiinuui 


38  TRI 

signutn  assumere  volueritj  quia  Eccle- 
sia eatenus  sub  imperalorum  gentiltum 
servilute  gemens  per  Constantinum  diri- 
sii  ami  m  emancipala  quodammodofuit, 
et  sui  juris  facta  est,  plurimisque  liber- 
tatibus  ab  eodrm  imperatore  donata.  Il 
Donai]  ni  cap.  65:  Del  Triregno  Ponti- 
fìcio, riferisce  che  Innocenzo  111  fu  uno 
tli  quelli,  che  nel  serm.  3,  In  consecrat. 
Pouti/ic,  e  nell'altro  di  S.Silvestro  I,  ere- 
delle  alla  donazione  fattagli  da  Costanti- 
no I,  della  corona  d'oro  ornata  di  gioie, 
dichiarando  così  la  dignità  che  possede- 
va e  da  Dio  ricevuta, benché  il  santo  Pa- 
pa per  umiltà  nou  volle  usarla.  Che  Co- 
stantino 1  donasse  la  corona  a  s.  Silvestro 
1  è  stato  affermato  da  molli  scrittori,  poi- 
ché dice  il  Dominili,  il  pio  imperatore  con 
tale  azione  non  conferì  alcun  dominio  ne 
podestà  al  Papa,  ma  solamente  dichiarò 
ciò  che  possedeva,  dando  campo  al  me- 
desimo di  esercitare  liberamente  la  sua 
sublimediguilà,  come  successore  di  s.  Pie- 
tro, impedito  sino  a  quel  tempo  dalle  per- 
secuzioni de'  tiranni  e  degli  eretici.  Che 
perciò  essendo  i  Papi  in  istato  libero  po- 
terono usar  l'insegne  della  suprema  di- 
gnità, da  Dio  a  loro  conferita.  Il  Bonan- 
ni  riporta  diversi  scrittori  che  crederono 
alla  tiara  donata  a  s.  Silvestro  I,  e  per- 
sino di  quelli  che  la  ritennero  fregiata  di 
3  corone,  che  portata  in  Avignone  e  ri- 
tornata in  Roma  venne  rubata  nel  i^$5. 
Di  parte  della  mitra  di  s.  Silvestro  1,  che" 
si  conserva  nella  chiesa  de'ss.  Silvestro  e 
Martino  a'  Monti,  parlai  nel  voi,  XLV, 
p.  262  :  se  ne  può  vedere  il  disegno  nel 
citato  Rocca,  Opera  omnia,  t.  2,  p.  379, 
De  Mitra  s.  Silvestri  I  Papae.  La  de- 
scrisse pure  il  Sarnelli  già  citato,  dichia- 
rando giustamente  essere  la  mitra  pon- 
tificale, non  il  regno.  Quanto  a  questo  e- 
gli  riferisce,  che  Costantino  I  stando  per 
partire  da  Roma,  volle  mettere  sul  cupo 
di  s.  Silvestro  1  la  Corona  imperiale  del 
proprio  capo,  d'oro  e  di  gemme;  ma  e- 
gli  per  riverenza  della  corona  chiericale, 
cioè  della  sagra  mitra,  non  volle  portarla, 


TRI 

bensì  si  fece  un  altro  diadema  reale  au* 
ri  frigia  lo  ili  forma  circolare,  ch'egli  cre- 
de sia  quello  chiamato  regno,  indi  per  le 
3  corone  triregno.  Anche  il  Sarnelli  se- 
guì l'opinione  d'Innocenzo  111,  ed  il  si- 
mile fece  il  Thiers  xx^X  Istoria  delle  par- 
rucche. 11  Platina  nelle  Vite  de* Ponte-* 
fìci  scrisse,  che  Costantino  I  avendo  of- 
ferto a  s.  Silvestro  I  una  corona  tempe- 
stala di  perle  preziose,  la  ricusò  come  or- 
namento che  in  veruna  forma  eragli  con- 
veniente, e  si  contentò  d'una  mitra  bian- 
ca  tonda  ricamata  d'oro;  e  che  riporta- 
ta in  Roma  d'Avignone,  Eugenio  IV  l'u- 
sò religiosamente  in  solenne  processione 
che  fece  con  lutto  il  clero  e  il  popolo  ro- 
mano, dalla  basilica  Vaticana  alla  Late- 
1  anense,  indi  venne  riposta  nella  suddet- 
ta chiesa  de'ss,  Silvestro  e  Martino.  Nella 


biografìa  di  Gre 


X  dissi  col  suo  sto- 


'b— regorw. 

rico  Bonuccijche  dopo  eletto  inViterbo  gli 
fu  domandato  se  ivi  oin  Roma  voleva  es- 
sere coronato,  ma  che  egli  rispose:  in  Ro- 
ma, dove  Costantino  I  cavatosi  dal  capo 
l'imperiai  diadema  l'olfiì  a  s.  Silvestro  I, 
qual simbolo  della  regia  dignità  e  del  do- 
minio temporale  de'Papi.  Alcuni  storici 
vogliono  ancora,  che  Costantino  I  donas- 
seas.  Silvestro  I  il  suo  ricco  Manto  o  am- 
manto, Superhumerale  (V.),  vidclicet 
lorum  quod imperiale  circumdare  asso- 
let  collimi,  quindi  che  da  esso  ebbe  ori- 
gine il  sagro  Pallio  f/^.J,  come  asserisce 
il  De  Marca;  insigne  ornamento  pontifi- 
cale, chiamato  Stola  Pontijicalis,  e  det- 
to pure  Plirygium  perchè  si  soleva  tes- 
sere da'fi  igi,  in  quo  est  plcnitudo  Pon- 
tijicalis officii;  ed  il  Papa  è  il  solo  che 
pel  suo  Primato  (F.)  può  usare  il  pallio, 
essendovi  in  esso  la  pienissima  podestà  di 
tutta  la  Chiesa,  in  ogni  tempo  e  in  ogni 
luogo,  il  che  non  è  lecito  agli  altri  che  ne 
sono  insigniti.  i\eli856  dalla  Stamperia 
di  propaga nda  fide  fu  pubblicato»  De  sa- 
cri Pallii  origine  Philippi  Vespasiani 
kistoriae  eccle.siasticae  in  Coli.  Urba- 
no professoris  disquisilio.  Il  dotto  auto- 
re, come  ne  dà  bella  contezza  la  Civiltà 


TRI 

cattolica,  serie  2.a,  t.  2,  p.  3ag,  con  pre- 
gevole e  severa  erudizione,  ammettendo 
eziandio  il  dono  del  manto  imperiale,  pro- 
va che  non  può  essere  il  Pallio  sagro  che 
il  Papa  usa  e  conferisce  a'patriarchi  e  a- 
gli  arcivescovi.  Di  più  entra  poi  a  prova- 
re, che  ii  pallio  non  è  derivato  a'  sommi 
Pontefici  romani  dall' E/odo  Ephod(V.) 
e  dal  Razionale  (F.)  del  Pontefice  degli 
ebrei,sebbeue  potea  in  qualche  modo  sim- 
boleggiarli; come  simboleggia  ne'rituali, 
nelle  lettere  apostoliche  e  ne'  monumen- 
ti artistici  cristiani  il  buon  Pastore  (F.), 
che  si  leva  sulle  spalle  la  pecorella  smar- 
rita, o  la  Croce  che  portò  in  ispalla  il  Re- 
dentore. Mg. r  Vespasiani,  considerato  un 
celebre  passo  di  Liberato  diacono,  entrò 
nel  pensiero,  che  il  pallio  pontificale  non 
sia  altro  che  il  pallio  portalo  in  vita  da 
s.  Pietro,  e  dopo  il  suo  martirio  eredi- 
tato da' sommi  Pontefici,  come  successo' 
ri  di  Pietro,  e  portato  da  essi  in  segno 
dell'  apostolica  podestà.  Qui  il  eh.  auto- 
re osservò  l'antichissima  usanza  d'aversi 
in  gran  tonto  il  pallio  antico,  onde  so- 
lcano andare  adorni  gli  uomini  insignito- 
me  i  filosofi,  ed  i  romani  benché  tenaci  di 
loro  usanze,  deponevano  la  Toga(F.)pev 
assumere  il  pallio  filosofico,  al  modo  dei 
greci  che  aprivano  scuola  in  Ptoma.  Vol- 
gendo poi  l'attenzione  alle  cose  sagre,  dal 
lib.  3  de  Re  si  ha,  che  per  l' indumento 
del  pallio  s'intendeva  di  trasmettere  qua- 
si lo  spirito  e  la  virtù  di  chi  lo  vestiva, 
il  che  fece  il  profeta  Elia  coprendo  Eliseo 
col  suo  pallio  o  mantello,  cosi  inaugu- 
randolo in  Profeta,  e  col  suo  pallio  gli 
conferì  il  gagliardo  suo  spirito. Eliseo  poi, 
possessore  del  pallio  del  suo  maestro,  cou 
quello  operò i  più  meravigliosi  e  tremen- 
di prodigi.  I  cristiani  appresero  molte  co- 
stumanze dagli  ebrei,  e  le  pregiarono  som- 
mamente e  le  seguirono  con  venerazione; 
perciò  s.  Paolo i.°eretu ita  volle  essere  se- 
polto involto  nel  mantello  che  s.  Atana- 
sio d'xllessaudi  ia,  allora  so  (ferente  le  più 
crudeli  persecuzioni  in  difesa  de'  dogmi 
cattolici;  avea  dato  a  s.  Aulouio  abbate, 


TRI  39 

il  quale  l'ubbidì,  e  poscia  ne' dì  solenni 
toglieva  dal  corpo  di  s.  Paolo  l'indumen- 
to e  se  ne  vestiva  con  gran  divozione;  e 
s.  Ignazio  di  Costantinopoli  si  ornava 
òeM'humerale  di  s.  Giacomo  Minore  apo- 
stoloei.°vescovodi  Gerusalemme.  Viem- 
maggiormenle  si  confermò  mg.r  Vespa- 
siani a  riputare  il  pallio  pontificale  im- 
magine di  quello  che  i  Papi  successori  di 
s.  Pietro  ereditarono  da  lui,  dall'osserva- 
re  che  nella  chiesa  d'Alessandria  il  pal- 
lio di  s.  Marco  passava  dall'uno  all'altro 
vescovo,  togliendosi  dal  corpo  del  defini- 
to. E  che  il  pallio  sia  quello  di  s.  Pietro, 
dopo  la  sua  morte  lasciato  a'sommi  Pon- 
tefici ,  quasi  pegno  e  testimonio  ch'essi 
sono  vestiti  della  sua  virtù,  del  suo  spi- 
rito e  della  sua  autorità,  deducesi  aper- 
to dal  testimonio  dell'antico  autore  che 
va  sotto  il  nome  d'Eusebio  da  Cesarea, 
il  quale  nel  sermone  dell'  Epifania  dice: 
Nìhilantiquius  veste  illa  sacerdotali  ar- 
chipraesulis  nostri  quae  Mi  vestì  de  V. 
T.  successit  Ephod  bysso  auroque  con- 
textae,  qua  in  signum  plenissimae  po- 
testà tis  primus  Linus  amictus  est,  cui 
et  typum  dedit  et  nomea,  ut  a  veteribus 
accepimus  scrìptoribus,  quam  appella- 
vit  et  Pallìum.  Donde  è  naturale  conse- 
guirne quello  essere  il  pallio  medesimo  di 
s.  Pietro  e  l'usuale  sua  veste,  ed  in  Pa- 
pa s.  Lino  suo  immediato  successore  di- 
venne un  sagro  indumento  tipo  della  suc- 
cessione, e  segno  della  pienissima  pode- 
stà.Nolerò  d'aver  dichiarato  a  Pallio,  che 
comunemente  a  s.  Lino  se  ne  attribuì  l'i- 
stituzione, e  che  a  Praga  si  vuole  conser- 
varsi parte  del  pallio  filosofico  di  s.  Pie- 
tro, primo  pastore  universale  dell'ovile 
raccomandatogli  daCristoje  perciò  i  sagri 
palili  si  pongono  sul  corpo  di  s.  Pietro,  da 
dove  eziandio  gli  antichi  Papi  lo  prende- 
vano e  se  lo  mettevano  sulle  proprie  spal- 
le. Quindi  mg/  Vespasiani  con  validissi- 
mi argomenti  passa  a  provare,  che  tut- 
tociò  che  si  pratica  dalla  Chiesa  si  riferi- 
sce al  pallio  di  s.  Pietro,  sia  de'riti  che  lo 
riguardano,  dal  benedirsi  nel  giorno  del 


4o  TRI 

martirio  e,  sopra  il  suo  celeberrimo  se- 
polcro, e  perciò  sopra  il  beato  suo  corpo 
si  custodiscono,  donde  si  tolgono  per  man- 
darli a'raetropolitani;  anzi  i  Papi  sonoin- 
ironizzati  e  consagrali  all'altare  che  so- 
vrasta la  tomba  di  s.  Pietro  ,  ed  ivi  essi 
ricevono  il  pallio  e  celebrano  lai. "messa 
pontificale:  cosi  figurasi  il  Pontefice  imo- 
vo  sorgere  perennemente  come  un  nitro 
Pietro  dal  suo  sepolcro,  e  da  quel  sepol- 
cro pigliare  il  mantel  suo,  indice  della  po- 
destà conferita  da  Cristo  a  lui  ed  a' suoi 
successori.  La  Civiltà  cattolica  poi  volle 
aggiungerti  a  Uro  forte  argomento  con  sa- 
gra erudizione  archeologica  ,  che  com- 
prende il  più  nobile  e  sublime  concetto 
che  uomo  vaglia  ad  escogitare  intorno  al- 
la divina  podestàconcessada  Cristo  al  suo 
rappresentante  in  terra, nel  vedersi  espres- 
so dall'antica  Chiesa  in  vetustissimi  mo- 
numenti cristiani,  che  descrive,  il  Salva- 
tore che  neir  ascendere  al  cielo  getta  il 
suo  pallio  in  grembo  a  Pietro,  onde  sim- 
boleggiare con  sublimità  di  mistero,la  vir- 
tù di  Cristo  trasfusa  in  Pietro  coli'  ere- 
dità del  pallio ,  come  la  virtù  profetica 
d'  Elia  fu  col  pallio  travasata  in  Eliseo. 
Cristo  avea  già  colle  Chiavi  dato  rinve- 
stitura a  Pietro  d'aprire  e  chiudere  i  cie- 
li, ora  col  suo  pallio  gl'infonde  la  divina 
virtù,  che  informa  l'altro  potere  conces- 
sogli come  a  suo  Sicario  in  terra.  Cosi 
testimoniata  ch'ebbe  poscia  Pietro  col  suo 
sangue  la  divinità  di  Gesù  Cristo,  lasciò 
morendo  in  eredità  a  Lino  un  mantello, 
che  secondo  il  discorso  simbolo  era  il  man- 
tello di  Cristo.  Quali  vesti  poi  Cristo  a- 
doperassein  questo  mondo,  lo  dissi  a  To- 
naca inconsutile,  a  Sandali  e  Scarpe,  e 
in  altri  articoli.  Essendo  il  triregno  il  pri- 
mario e  maestoso  principesco  ornamen- 
to del  Papa,  ora  che  il  pallio  pontificale, 
primaria  insegna  della  pienezza  di  sua 
pontificia  podestà, ha  ricevuto  un'ulterio- 
re illustrazione,  per  l'importanza  dell'ar- 
gomento e  per  l'analogia  che  ha  con  que- 
sto, mi  si  condoni  l'eseguita  digressione. 
Nelle   Vitac  Pontifwum  del  Ciacco- 


TRI 
ilio,  riportando  tutti  i  ritratti  de'  Papi 
co'  loro  stemmi,  l'effigie  di  s.  Silvestro  I 
è  col  camauro;  quindi  quella  dell'  im- 
mediato successore  s.  Marco,  coronata 
colla  tiara  circondata  da  corona,  e  co- 
sì i  capi  di  altri  immediati  successori  di 
s.  Marco.  Nella  Clironologia  illustrata 
dal  Marangoni,  ed  esistente  nella  basili- 
ca Ostiense,  i  ritratti  di  s.  Silvestro  I  e 
di  s.  Marco  sono  col  capo  nudo:  ili.°Pa- 
pa  colla  tiara  ornata  di  corona  reale  e 
terminante  colla  croce,  è  Costantino  del 
708,  ed  il  2.°s.  Gregorio  II  del  7  1 5  ;  il 
i.QPapa  colla  tiara  con  due  corone  è  In- 
nocenzo VI  del  1 352,  e  il  r  .°Papa  col  tri- 
regno è  Urbano  V  deli  362.  Il  Bonanni 
inoltre  riporta  le  opinioni  di  quelli  che 
attribuiscono  a  Clodoveo  I  re  di  Francia 
l'origine  della  tiara  pontificia,  poiché  nar- 
ra: essendo  egli  ili.°re  de'franchi  cristia- 
no, l'imperatore  Anastasio  I  per  animar- 
lo a  mantener  la  fede,  gl'invio  il  titolo  di 
Patrizio  dell'impero  d'oriente,  con  tut- 
ti gli  ornamenti  reali,  fra 'quali  una  ricca 
corona  d'oro  con  gemme  preziose;  ma 
Clodoveo  I  volendo  mostrare  di  ricono- 
scere il  suo  regno  da  Dio,  e  non  dalla  sua 
spada,  inviò  i  suoi  ambasciatori  verso  il 
5  18  a  Papa  s.  Ormisda,  per  riconoscerlo 
Vicario  di  Cristo,  e  gli  fece  presentare  la 
detta  corona  acciocché  l'offrisse  a  s.  Pie- 
tro, in  segno  di  sua  ubbidienza  a  Dio.  Da 
questo  dono  presero  occasione  alcuni  scrit- 
tori di  dire,  che  i  Papi  successori  comin- 
ciassero a  usare  il  regno  o  corona  nella 
loro  coronazione.  Di  tale  opinione  fu  il 
Junio  scrivendo  De  translationc  Impe- 
r/V,  contro  il  cardinal  Bellarmino,  per  ar- 
gomentare maliziosamente,  che  la  digni- 
tà dell'  impero  in  Carlo  Magno  non  de- 
rivò da  s.  Leone  III,  ma  bensì  da  Clodo- 
veo I.  Il  Junio  fu  egregiamente  impugna- 
todall'Alemanni,  De  Parietinis  Latera- 
nensibus,  cap.  1 3,  con  riflettere  che  la  co- 
rona donata  da  Clodoveo  I  a  s.  Pietro  fu 
appesa  all'altare  sovrastante  il  suo  sepol- 
cro, ove  pendevano  molte  corone  reali,  e 
non  mai  fu  usata  da'Papi.  Il  Magri  all'ai- 


TRI 

liccio  Epanoclistus,  che  significa  chiuso 
e  nascosto  dalla  parte  superiore,  dice  es- 
sere il  vocabolo  della  corona  donata  da 
Clodoveo  Las.  Pietro.  Regnimi  de.  auro 
purissimo  Epanoclistum  cum  catemdis 
suis  habens  in  medio  Crueem  auream. 
Alcuni  osservarono  che  il  ritratto  di  s. 
Gregorio  II  fu  espresso  fregiato  colla  tia- 
ra ornata  d'una  corona,  perchè  da  lui  do- 
po il  726  ebbe  principio  la  Sovranità  dei 
Pontefici 'j  ma  notai  di  sopra,  che  l'im- 
mediato suo  predecessoreCostantino  ven- 
ne dipinto  colla  tiara  ornata  di  corona 
nella  cronologia  de' Papi  dipinta  nella  ba- 
silica di  s.  Paolo. Alcuni  col  Mabillon,  Mu- 
sami Italicum,  1. 1,  p.  8s*q,  pretendono 
che  lai.3  solenne  coronazione  de' Papi  si 
fece  a'27  dicembre  795  con  s.  Leone  III, 
come  si  ha  da  un  codice  di  s.  Gallo,  ch'e- 
gli crede  scritto  ne'tempi  dello  stesso  Pa- 
pa, nel  quale  si  narra  l'episcopale  suacon- 
sagrazione,  e  poi  raccontasi  che  giunto  s. 
Leone  III  a'gradini  inferiori  della  basili- 
ca Vaticana:  Prior  stabuli  imponi t  in  (e- 
jus)  capite  Regnimi,  quod  ad  simili  tu- 
dinem  Cassidis  ex  albo  fit  indumento, 
ciò  che  propriamente  si  spiega  per  la  co- 
ronazione. Da  questa  funzione,  che  poi 
si  fece  sui  medesimi  gradini  e  quindi  nel- 
la gran  loggia  della  basilica  da  dove  i  Pa- 
pi benedicono  il  popolo, cominciò  il  Can- 
cellieri a  descrivere  la  Storia  de' solenni 
possessi  de3 sommi  Pontefici  detti anti» 
camente  Processi  o  Processioni,  dopo  la 
loro  coronazione,  dalla  basilica  Vati- 
cana alla  Laleranense.  Trovo  nel  Vet- 
tori, che  il  regno  o  tiara  usata  da'Papi, 
viene  detto  nelle  loro  vite  da  Anastasio 
Bibliotecario,  comechè  di  sopra  coperto, 
Regnimi  Spanoclistum,  ovvero  Epano- 
disturna  specialmente  nella  vita  di  s. Leo- 
ne III.  Papa  s.  Pasquale  I  deli' 81  7  nel 
riedificare  e  abbellire  la  chiesa  di  s<  Ce- 
cilia, vi  fece  rappresentare  colla  tiara  cin- 
ta dalla  corona  la  figura  di  s.  Urbano  I 
che  l'avea  consagrata,  figura  riportata  dal 
Marangoni;  laonde  egli  è  questo  altro  ar- 
gomento, che  già  era  iu  uso  la  pontificia 


TRI  41 

tiara.  Nell'827  già  erano  stabiliti  diver- 
si riti  per  l'ordinazione,  intronizzazione 
e  possesso  del  Papa,  lai. 'facendosi  nella 
basilica  di  s.  Pietro,  la  2.a  nella  Latera- 
nense;  ma  Papa  Valentino  fu  prima  in- 
tronizzato che  consagrato.  Dalla  vita  di 
Benedetto  HI  dell'855  si  rileva  l'antico 
costume  di  tornare  al  Laterano  dopo  la 
celebrazione  della  messa  pontificale  nella 
basilica  Vaticana,  in  cui  il  Papa  era  ordi- 
nato e  consagrato.  Tutlavolta  Francesco 
PagijZfrewVzr.  gest.Roni.  Pont,  in vitaNi- 
colai  I,  crede  ch'egli  fu  ili.°Papa  che  do- 
po la  sua  Intronizzazione  e  Consagra- 
zione  (V.),  fu  pure  coronato  colla  tiara 
pontificia  a'24  aprile  858,  alla  presenza 
dell'imperatore  Lodovico  II,  il  quale  gli 
fece  l'uffizio  di  palafreniere,  allorché  ca- 
valcò nel  suo  possesso.  La  funzione  si  ce- 
lebrò nella  basilica  Laleranense,  benché 
poi  s'introdusse  l'uso,  costantemente  ri- 
tenuto, d'incoronarsi  i  Papi  nella  basilica 
Vaticana,  e  di  tornare  in  processione  al 
Laterano, ov'era  il  patriarchio,peI  posses- 
so. Nelle  vite  de'  precedenti  Papi  non  si 
ved  ono  adoperate  altre  frasi,che  quella  di 
ordinazione  e  cons a gr azione,  ma  per  s. 
Nicolò  I  per  lai. "volta  si  nomina  espres- 
samente l'incoronazione.  Coronatur  de- 
niaue...  Haec  Coro natio facta  est  in  Ec- 
clesia Lateranensi.  Osserva  il  Donanni, 
che  alcuni  furono  di  parere,  che  s.  Nico- 
lò I  aggiungesse  alla  tiara  un  circolo  d'o- 
ro, dopoché  cessato  l'Esarca  dì  Raven- 
na, cominciarono  i  Papi  ad  esercitare  il 
dominiolibero  nell'ltalia,echein  tal  tem- 
po fu  denominata  Regno  e  Corona  la  tia- 
ra pontificia.  Ma  la  dominazione  ponti- 
fìcia nell'Esarcato  e  l'esercizio  della  sua 
Sovranità  temporale,  é  di  mollo  anterio- 
re a  s.  Nicolò  I,  come  può  vedersi  negl'in- 
dicali  articoli.  Non  voglio  però  occultare 
il  dichiarato  dal  dottissimo  cardinal  Ga- 
rampi.  Solevano  gli  antichi  Papi  fregiar- 
si dell'ornamento  del  regno  o  tiara, la  qua- 
le essendo  una  corona  segno  di  tempora- 
le dominio,  ne  viene  che  non  si  dovesse 
lai. 'voi la  imporre  se  non  che  nel  giorno 


4*  x  R  i 

in  cui  il  nuovo  Papa  prendeva  il  posses- 
so del  Patriarchio  Lateranenscj  e  quin- 
di li  può  congetturare,  che  prima  del  se- 
colo IX  non  si  trovi  memoria  di  una  ta- 
le funzione(stam  pò  l'opera  nel  i  7 5c), men- 
tre il  Cancellieri  pubblicò  la  Storia  idei 
possessi  nel  1802),  perchè  il  temporale 
dominio  non  era  ancora  ben  dichiarato  e 
stabilito.  Veramente  questo  lo  era  sino  da 
Adriano  1  del  772, solo  i  Papi  furono  im- 
pediti nel  libero  esercizio  della  Sovrani- 
tà e  nell'amministrazione  delle  cose  civi- 
li qualche  volta  pel  furore  delle  fazioni 
e  delle  ribellioni.  Dal  sin  qui  narrato  si 
mostra  erronea  l'asserzione  di  Lunadoro, 
nella  Relazione  della  corte  di  Roma ,  il 
qualecredeche  la  1. 'pontificia  coronazio- 
ne di  cui  parla  la  storia,  sia  quella  di  Da- 
maso  li  nel  1048.  Benzone  vescovo  sci- 
smatico d'  Alba  di  Monferrato  ne'  suoi 
commentari  De  rebus  Henrici  III  (cioè 
IV),  panegirico  che  leggesi  nel  Mencke- 
nio,  Scriptorum  rerum  Ger  manicar  uni, 
1.1,  lib.  7,cap,  2,  p.  io63,  descrive  la  co- 
ronazione di  Nicolò  II  fatta  in  Roma  nel 
io5g  in  un  concilio  di  vescovi  per  ope- 
ra del  grande  Ildebrando  arcidiacono  car- 
dinale e  poi  s.  Gregorio  P II,  ch'egli  per 
dileggio  chiama  Prandello,  che  gl'impo- 
se  in  capo  una  reale  corona,  nel  cerchio 
inferiore  della  quale  si  leggeva;  Corona 
Regni  de  manu  Dei,  e  nell'altro  cerchio; 
Diadema  Imperli  de  manu  Petri.  Si  at- 
tribuisce dunquea  Ildebrando  l'avere  pel' 
i.°  introdotto  nella  tiara  la  2.a  corona,  e 
formata  la  tiara  di  due  cerchi;  ma  i  po- 
steriori monumenti  ci  dimostrano  la  tia- 
ra dJuna  sola  corona  sino  aBouifacioV  1  li, 
11  Gararnpi  avverte  che  il  contempora- 
neo Benzone  era  un  vescovo  scismatico 
partigiano  d'Enrico  IV  persecutore  della 
Chiesa,  il  quale  s'intitolava  vescovo  d'Al- 
ba (leggo  nel  can.  Bima,  Cronologia  dei 
vescovi  d'  Albaì  che  nel  1057  fu  eletto 
Pietro  IH  Penso  ne'tumulti  di  guerra,  e 
assistè  neh  060  al  concilio  di  Milano);  ed 
il  panegirico  fatto  da  lui  a  quell'iniquo 
principe  è  uua  stomacosa  satira  contro  il 


TR  I 
virtuoso  Papa  Alessandro  II,  immediato 
successore  di  Nicolò  II,  ed  Ildebrando  car* 
dinale  sostegno  in  que'deplorabili  tempi 
della  chiesa  romana;  panegirico  da  met- 
tersi coli'  altra  infame  satira  e  piena  di 
bugie,  che  abbiamo  di  Belinone  falso  car- 
dinale e  ribelle  alla  s.  Sede,  comesi  espri- 
me il  Muratori  negli  Annali  d 'Italia  ai- 
ranno  1  06 1 .  Benzone  dunque  lasciò  scrit- 
to, che  corrumpens  Prandellus  roma- 
nos  multis  pecuniis  multisque  perjuriis 
indìxìt  synodum  ,  ubi  Regali  Corona 
suum  coronavit  ìdolum  :  auod  cerne  ri" 
tes  Epìscopi \facti  sunt  velut  mortili.  Le- 
gebatur  enim  in  inferiori  circolo  ejus- 
dem  serti  ita:  Corona  Regni  de  manu 
Dei;  in  altero  vero  sic:  Diadema  Impe- 
rii  de  manu  Petri.  Dallequali  parolesem- 
bra  ricavarsi,  che  qualche  innovazione  fa- 
cesse Ildebrando,  per  di  cui  cagione  i  ve- 
scovi del  sinodo  restassero  così  meravi- 
gliali. Non  può  dirsi  che  fosse  cosa  nuo- 
va l'incoronare  il  Papa,  pegli  esempi  an- 
teriori riferiti,  oltre  gli  altri  che  riportai 
a'ioro  luoghi,  e  la  loro  corona  appellava- 
si  assolutamente  Regno.Q  perciò  è  da  cre- 
dersi, che  l'innovazione  soltanto  consi- 
stesse in  quelle  due  iscrizioni,  che  furo- 
no poste  sulla  corona,  colle  quali  dichia- 
ravasi  risiedere  nel  Romano  Pontefice 
tutta  la  pienezza  della  podestà  sì  Regia 
che  Imperiale.  Qualunque  però  fosse,  o 
il  sentimento  d'Ildebrando,  che  andava 
maturando  il  gran  concetto  di  francare  la 
Chiesa  dall'Impero,  o  ciò  che  pretendes- 
se di  esprimere  il  barbaro,  oscuro  e  ap- 
passionato scrittore  Benzone,  sarà  sem- 
pre vero  ciò  che  assai  opportunamente 
a  questo  proposito  osservò  il  p.  Mansi  : 
Hi  ne  discimus  duplicis  Circuii  in  Coro- 
na pontificia  ornamentimi  multo  vetu- 
stius  esse ,  {piani  liucusque  ab  erudids 
ereditimi  sii.  Tanto  si  legge  udì'  Animaci- 
vers.  in  Annal,  Baronii,  t.  17,  p.  355. 
La  più  antica  descrizione  circostanziata 
che  abbiamo  delle  ceremooie,  ohe  comin- 
ciarono a  introdursi  nell'Elezione,  Con- 
sagruzionci  Coronazione  del  Papa  fi  del 


T  II  1 

suo  ritorno  al  Laterano  pel  Possesso,  è 
quella  riferita  da  Cancellieri  di  Pasqua- 
le 11  del  1099.  Fra  le  altre  cose,  da  ine 
narrate  altrove,  si  dice  che  dopo  d'esse- 
re stato  acclamato  Papa:  Pascalem  Pa- 
paia s.  Petrus  elegit,  nella  chiesa  di  s. 
Clemente  a'  1 3  agosto.  Ilis  aliisque  lati- 
elibus  solemnìler  peractis9chlamydecoc- 
ci  ne  a  induci  tur  a  Patribus,  et  Tiara  ca- 
piti ejus  imposita,comitanle  turba  euni 
cantico,  Lateranum  veclus  a  cavallo,  dal 
quale  disceso  fu  collocato  nella  Sedia  dei 
Papi  (F.)  e  poi  nelle  altre  sedie,  e  falle 
quelle  belle  ceremonie ,  che  in  tale  e  in 
altri  articoli  descrissi.  Nel  dì  seguente  fu 
poi  consagralo,  ricevè  il  Pallio  e  fu  co- 
ronato nella  basilica  Vaticana, da  cui  pas- 
sò processiona  (mente  alla  Lateranense, 
Anche  per  Pasquale  II  seguì  prima  l'in- 
tronizzazione nel  Laterano,  forse  per  la 
vicinanza  della  chiesa  ove  fu  eletto,  e  per- 
chè non  tornasse  a  fuggire  e  nasconder- 
si. Nella  funzione  ordinaria,  tale  introniz- 
zazione seguiva  dopo  la  consagrazione, 
intronizzazione  sulla  Cattedra  di  s,  Pie- 
tro, e  coronazione  che  facevasi  nella  ba- 
silica Vaticana.  Ne'posteriori  monumen- 
ti sempre  la  tiara  pontificia  viene  chia- 
mata Regnimi  seu  Mitra  turbinata  cani 
Corona  e  colla  quale  erano  i  Papi  secun- 
duin  solituin  Ecclesiae  moretn ,  Regno 
de  more  insigni tis,  et  solemniter  corona- 
ti ;  persino  negli  alti  della  coronazione 
d'  Alessandro  III,  fatta  a'20  settembre 
1  1 59  nella  terra  di  Ninfa,  a  cagione  del- 
lo scisma  dell'antipapa  Vittore  V,  come 
si  ha  diigli  atti  di  tal  solenne  funzione 
presso  il  Baronio,  e  dall'enciclica  all'epi- 
scopato d'Alessandro  111  medesimo.  Tre 
mitre  diverse  usavano  da  lungo  tempo  i 
Papi  perle  loro  solennità,  come  raccoglie- 
si  dal  Ceremoniale  Romano,  pubblicato 
per  ordine  di  Gregorio  X  del  1271,  presso 
il  Mabillon,  Museuni Ilalicum,  \.i,Ord. 
Rom.  XIII,  p.  111;  g  dall'  Ordine  Pio- 
mano,  composto  dal  cardinal   Giacomo 
Gaetano  Slefaneschi,  presso  il  medesimo 
Mubillou,  Ord.  Rom,  XIF9  p.  243.  E- 


TR  I 


43 


rano  le  3  mitre,  una  bianca  tutta  liscia, 
l'altra  ricamala  a  oro,  ma  senza  cerchio 
nella  parte  inferiore,  e  la  3.a  pure  ricama- 
ta con  cerchio  d'oro,  ossia  la  tiara.  Quan- 
do si  usavano  le  3  mitre  papali,  lo  dissi 
a  Mitra  ove  meglio  ne  parlai.  Il  cardinal 
Pietro  d'  Ayllj,  uno  de'più  dotti  vescovi 
che  assisterono  a'famosi  sinodi  di  Pisa  e 
di  Costanza,  ragguagliando  la  pompa,con 
cui  fu  coronato  s.  Celestino  V  umilissimo 
di  Sulmona(V.) nel  1294  in  Aquila,  co- 
sì dice.  Hos  quippe  magnifLcos  appara- 
tus  sive  in  equis,  sive  investibus,aut  a- 
liis  exterìoribus  ornamentis,  quos  pie-? 
rique  pompas  vocant,  a  tempore  b.  Sil- 
vestri I  Papae  sancii  Patres  non  solimi 
stimmi  Pontifices,  sed  e t  alii  minore s  Et 
piscopi  non  ad  suam,  sed  ad  Christi,  et 
Ecclesiae  ejus  gloriarli  extollendam  in* 
troduxisse  credendi suntj quos  exterius 
cum  temperantiae  moderami  ne  obser- 
vare,  interim  tamen  servata  humilita^ 
te,  non  est  vanitatis  aut  vidi,  sed  est  wr» 
tutisac  meriti.  Il  santo  a  somiglianza  del 
praticato  da  Cristo,  che  celebriamo  nella 
domenica  delle  Palme,  era  entrato  in  A- 
quila  sopra  un  asino,  che  addestravano 
Carlo  li  re  di  Sicilia  e  il  suo  figlio  Car- 
lo Martello  re  d'  Ungheria,  e  non  An^ 
drea  III  come  vuole  Novaes.  Non  mani- 
carono biasimi  a  tanta  profonda  umiltà, 
poiché  uomini  santissimi,  per  conservare 
la  maestà  deIlaChiesa,tollerarono  la  pom- 
pa reale.  Pure,  che  il  praticato  da  s.  Ce- 
lestino V  non  fu  d'ingiuria  alla  Chiesa, 
ma  con  onore,  lo  mostrò  Dio  con  mira- 
colo. Poiché  smontato  il  Papa  dall'asino, 
un  uomo  vi  pose  sopra  il  figlio  zoppo 
d'  ambo  i  piedi  e  subito  restò  perfetta- 
mente sano.  Indi  si  fece  coronare  solen- 
nemente nella  chiesa  suburbana,  e  colla 
corona  in  capo,  frigium  gemnds,  auro- 
que  curuscum ,  sopra  un  bianco  cavallo 
rientrò  in  Aquila,  fra  gli  applausi  di  200 
e  più  mila  persone,  ch'eranvi  accorse  al- 
lo straordinario  spettacolo,  per  vedere  il 
i.°  e  più  grande  personaggio  del  mondo, 
quello  che  poco  prima  era  un  semplice  e 


44  TRI 

umile  romito.  Insorto  malcontento  tra  i 
cìii  cimali,  s.  Celestino  V  sospirando  la  so- 
litudine e  la  contemplazione  delle  cose 
celesti,  nel  concistoro  pubblico  di  Napoli 
a'i  3  dicembre  fece  la  Rinunzia  del  Pon- 
tificato (ì  .);  e  spogliatosi  delle  pontifì- 
cie insegne,  comparve  vestito  d'un  abito 
irsuto  e  arricciato,  movendo  a  molto  pian- 
to i  cardinali,  da  lui  scongiurali  a  proce- 
dere senza  indugio  all'elezione  del  succes- 
sore, die  secondo  la  sua  predizione  fu  il 
cardinal  Gaetani  d'Anagni.  Preso  questi 
il  nome  di  Bonifacio  I  III,  siccome  gran 
legista  e  deeretalista,  gran  zelatore  e  con- 
servatore della  Chiesa,  fece  di  tutto  per 
difenderla  e  per  sostenere  la  dignità  pa- 
pale die  voleasi  conculcare  dall'orgoglio- 
so Filippo  IV  il  Bello  redi  Francia;  on- 
de \\t\YAiino  santo  i3oo  si  fece  vedere 
per  Roma  colle  divise  pontificali  e  impe- 
riali, con  questo  molto:  Ecce  duo  Gladii. 
Il  Vettori  ragionando  della  tiara  ponti- 
ficia e  della  2.'1  corona  ad  essa  aggiunta 
dopo  ili3oo  circa,  essendo  prima  orna- 
ta d'una  sola,  come  apertamente  dimo- 
stra il  Rituale  di  Benedetto  canonico  del- 
la basilica  Vaticana  neh  i3o,  chiaman- 
dosi la  tiara  usata  da  Innocenzo  11  eletto 
in  detto  anno  (e  non  Innocenzo  IV  co- 
me dice  Vettori),  dall'abbate  Suggero  nel 
descriverne  la  coronazione  ,  presso  Du- 
chesne,  Script.  Frane,  t.  4,p.  3  1 8:  Phry- 
gium  ornamentimi  imperiale  instar  ga- 
leae)circulo  aureo  concinnatimi.  Perciò" 
Bonifacio  Vili  nel  1294  dopo  avel'  pub- 
blicalo la  celebre  bolla  V nani  sane tara , 
riguardando  forse  i  diademi  descritti  nel 
cap.  1 9  de\V  Apocalisse,  aggiunse  alla  tia- 
ra o  regno  pontifìcio  la  2/  corona,  come 
prova  lo  Spoudano  sull'autorità  dell'A- 
lemanni, che  confermarono  altri  scritto- 
ri. Aggiunge  il  Vettori,  che  quantunque 
Bonifacio  Vili  avesse  ordinato  fin  dal 
j  294  le  due  corone  nel  regno  o  tiara  pa- 
pale, nondimeno  da'monumenti  ricorda- 
ti superiormente  chiaramente  apparisce, 
che  non  sempre  se  ne  servì,  ma  solamene 
te  uegli  ultimi  uuni  di  sua  vita,  cioè  do- 


TRI 
pò  il  i3oo,  nel  quale  celebrò  in  Roma  il 
Giubileo  universale,  poiché  l'antica  pit- 
tura fatta  in  esso  da  Ci  ma  bue,  o  meglio 
Tommaso  detto  dottino, come  vuole  Va- 
sari, ed  esistente  nella  basilica  Lateranen- 
,  se  fa  vedere  la  tiara  con  una  corona  sola. 
Conviene  che  io  rilevi  un  anacronismo 
di  Vettori.  Egli  dice  ,  che  aggiunse  alla 
tiara  la  a."  corona  nel  1294,  dopo  aver 
pubblicato  la  bolla  Unam  sanctam;  ma 
come  in  tanti  luoghi  riportai ,  Bonifacio 
Vili  fu  dello  in  Napoli  a' 24  dicembre 
1294,  e  ne  partì  a' 2  gennaio  per  Roma 
ove  fu  consagrato,  e  coronato  dal  cardi- 
nal Matteo  Rosso  Orsini  1. "diacono  a'  16 
gennaio  e  altri  dicono  a*23,  colla  pompa 
non  mai  veduta  per  faddietro,  ecolla  tia- 
ra in  capo  passò  dal  Vaticano  alla  basi- 
lica Lateranetise  pel  solenne  possesso, ad- 
destrando a  piedi  la  chiiiea  che  cavalca- 
va, i  re  di  Sicilia  ed'Ungheria,  i  quali  poi 
loservironoa^AYmso colla  corona  intesta. 
Dunque  nel  1  294  Bonifacio  Vili  non  ema- 
nò la  bolla  Unam  sanctam,  la  quale  ben- 
sì per  bene  stabilire  l'autorità  apostolica 
che  i  malvagi  consiglieri  di  Francia  si  stu- 
diavano di  deprimere,  decretò  neh3o2 
nel  sinodo  romano  che  riportai  nel  voi. 
LIX,  p.g8,in  cui  spiegando  il  potere  del- 
la spada  spirituale  e  della  temporale,  de- 
cretò la  podestà  de're  soggetta  al  Papa; 
inoltre  dichiarando,  che  non  poteva  dirsi 
senza  colpa  d'eresia,  che  i  cristiani  tutti 
nou  sieno  soggetti  al  Papa.  11  Garam- 
pi  osserva  che  la  più  distinta  descrizio- 
ne della  tiara  pontificale,  come  la  trovò 
Bonifacio  Vili,  è  l'inventario  da  lui  or- 
dinato del  palazzo  apostolico  nel  1295, 
nel  quale  si  legge.  Rcgnum  sive  Corona^ 
in  qua  sunt  48  balasci,  in  quibus  sunt 
aliqui  rubini,  et  72  zaffiri)  et  ^5  inter 
praxiiiy  et  smaragdos,  non  computalis 
parvis  smaragdis  et  balassisjet  66per- 
lae  grossae.  In  summitate  autem  habet 
unum  rubinum  gr ossimi.  In  inferiori  au- 
tem par  te  m  habet  unum  Circulum  cum 
esmaltis.  Caudas  vero  habet  nigras  cum 
8  esmaltis  prò  qualibet.  Ponderi?  12. 


T  È  I 
marcharum  et  5  unciariim.Taìe  era  dun- 
que il  Regno,  che  Bonifacio  Vili  trovò 
nel  tesoro  pontificio,  allorché  fu  assunto 
al  pontificato,  e  tale  anche  l'usò  per  pa- 
recchi anni,  come  vedesi  in  varie  sue  im- 
magini ,  e  di  già  descritte.  Osservarono 
per  altro  l'Alemanni,  il  Ciacconio  e  mo  I- 
ti  altri  scrittori,  che  il  medesimo  Bonifa- 
cio "Vili  fu  ili.°ad  accrescere  alla  sua  tia- 
ra o  regno  la  2.a  corona,  e  in  fatti  alcu- 
ne delle  descritle  sculture  che  lo  rappre- 
sentano, hanno  la  tiara  fregiata  da  dop- 
pia corona.  Nota  il  Papehrochio,  in  Co- 
natii,  che  Bonifacio  Vili  fu  il  i.°  ad  ac- 
crescere la  tiara  o  regno  della  i.*  corona: 
exprimi  volens  utriusa ite  Regni  Corpo- 
ralis,  et  Spiritualis  prerogativam  Pon- 
tifici competentem.  Frattanto  per  le  tra- 
me de'  Colonna  e  del  re  di  Francia,  Bo- 
nifacio Vili  credendosi  poco  sicuro  in  Ro- 
ma, si  ritirò  nel  i3o  3  in  Anagni  sua  pa- 
tria; ma  dopo  la  congiura  ordita  a  l'A- 
ringo a  Pietrarea  o  Pietra  del  malo  con- 
siglio, vicino  ad  Anagni,  di  cui  parlai  an- 
che nel  voi.  XXVII,  p.  273,  cioè  in  una 
selva  del  territorio  di  Ceccano,  chiama- 
ta la  macchia  del  Fai  lo  (nel  secolo  pas- 
sato afflitti  più  volle  i  ceccanesi  da  gra- 
vissime angustie  per  vedersi  nel  meglio 
involata  la  raccolta  dalla  furia  delle  tem- 
peste, temerono  che  fosse  castigo  divino 
per  le  scomuniche  incorse  da'loro  ante* 
nati  pe'gravissimi  insulti  fatti  a  Bonifacio 
Vili  da  alcuni  congiurali  di  loro  fami- 
glie, per  cui  invocarono  e  ottennero  da  Be- 
nedetto XIV  l'assoluzione  dalle  censure 
incorse  dagli  an  lenati,  e  per  loro  l'aposto- 
lica benedizione.  Piacque  al  Signore  tan- 
ta fede,e  i  ceccanesi  in  appresso  si  videro  li- 
beri da  quel  grave  e  continuato  flagello), 
Giacomo  Sciarra  Colonna  irreconciliabi- 
le BcmieodelPapa,  e  Negare  t  perfido  con- 
sigliere del  re,  avendo  col  denaro  subor- 
nato un  buon  numero  di  signori  della  pro- 
vincia di  Frosinone  o  Campagna,  entra- 
rono nella  città  a'7  settembre  in  nume- 
ro di  3 00  cavalieri  con  molta  fanteria,  e 
spiegate  le  insegne  del  re  di  Francia,  co- 


T  1  I  45 

m  i  n  ci  a  ro  n  0  a  g  r  i  d  a  r  e  :  Blu  0  ia  il  Papa  Bo  - 
nifacio}e  Viva  il  re  di  Francia.  Non  fu 
loro  difficile  d'impadronirsi  della  città,  e 
in  quella  sorpresa  il  popolo,sempre  aman- 
te della  novità,  si  unì  loro,  e  tutt'  insie- 
me si  portarono  a  sforzare  il  palazzo,  ov'e- 
ra  il  Cristo  del  Signore,  e  mettere  su  di 
esso  le  loro  sacrileghe  mani.  La  famiglia 
del  Papa  resistè  a  questo  moto  empio  e 
violento  fino  al  dopo  pranzo.  Finalmen- 
te la  gente  armata  penetrò  nel  palazzo. 
Quando  Bonifacio  Vili  intese  che  le  por- 
te eronostateguadagnate,sidisposea  mo- 
rire da  uomo  forte.  Vestitosi  degli  abiti 
pontifìcii,  postasi  la  tiara  in  capo,  presa 
con  una  mano  la  croce  ecoll'allra  lecita- 
vi della  Chiesa  incrociate,  si  collocò  nella 
sua  sede  aspettando  i  nemici.  Nogaret  e 
Sciarra  Colonna  ebbero  la  temerità  di 
presentarglisi.  III. "non  altro  gli  disse  se 
non  che  dovea  condurlo  a  Lione,  acciò 
ivi  in  un  concilio  generale  rispondesse  al- 
l'accuse che  si  producevano  contro  di  lui. 
Sciarra  vomitò  varie  ingiurie  contro  di 
lui  e  pretese  d'indurlo  a  rinunziare.  In- 
tanto si  diede  il  sacco  a)  palazzo,  e  ne  fu- 
rono derubate  tutte  le  ricchezze.  Per  mi- 
rabile singoiar  provvidenza  di  Dio  in  fa- 
vore del  supremo  Capo  visibile  della  Chie- 
sa, compresi  gli  empi  congiurali  di  cecità, 
si  limitarono  di  lasciare  il  Papa  com'era 
vestito,  prigione  nel  suo  appartamento 
con  rispettosa  guardia,  senza  trasportar- 
lo altrove,  mentre  egli  non  prese  in  tal 
tempo  ne  cibo,  ne  sonno.  Calmati  gli  spi- 
nti degli  anagni  ni,  rientrati  in  se  stessi  e 
conosciuto  il  loro  grave  fallo,  alla  voce 
del  cardinal  Luca  Fieschi,  presero  le  ar- 
mi, fugarono  i  congiurati  e  liberarono  Bo- 
nifacio  Vili.  Sciarra  con  maniere  dimes- 
se inutilmente  gli  domandò  l'assoluzione 
dalle  censure.  Bonifacio  Vili  tornato  in 
Roma(T  .)  sommamente  afflitto,  vi  morì 
l'i  1  ottobre. Dopo  il  brevissimo  pontifica- 
to del  successole  Benedetto  XI, per  l'in- 
fluenza del  re  Filippo  IV  fu  eletto  Papa 
Clemente  V  (T7'.),  che  per  compiacerlo 
fissò  la  residenza  in  Francia,  e  si  stabili 


4G  TRI 

poi  in  Avignone  (/"•)•  Chiamali  i  cardi- 
nali a  Lione  (fy.)i  a'  i/\.  novembre  vi  si 
fece  coronare  nella  chiesa  di  s.  Giusto,  al- 
la presenza  ilei  ree  fa  cardinali,  dal  car- 
dinal Napoleone  Orsini  i  ."diacono,  colla 
corona  papale,  die  con  gran  pompa  gii 
recò  da  Roma  il  cardinal  Teodorico  Ra- 
nieri, come  Camerlengo  di  s.  Chiesa.  Il 
Chiaramonti ,  Hist.  Cernute,  lib.  2,  p. 
445»  narra:  Annoi3o5  in  festo  b.  Mi- 
cline lis,  Camerarius  D.  Papae  cum  co- 
mitiva maxima  transivit  per  Cesenam 
deferentc  sei  uni  Coronam,  qua  coronari 
(ìehebat  idemClemens;  et  quasi  tota.  Cu- 
Ha,  exceptis  quìbusdam  Cardinalibus, 
cum  maximo  sudore  ivit  in  F ranci  ani. 
Dappoiché  imporla  che  io  qui  rilevi,  che 
già  la  custodia  delle  sagre  suppellettili 
pontificie  era  stata  riservata  al  Sagrista 
del  Papa(F.)y  tranne  la  Tiara  e  il  Che- 
rubino, che  restarono  in  custodia  del  Te- 
soriere generale,  presiedendo  alla  con- 
servazione di  tutto  quello  che  formava  il 
tesoro  della  chiesa  romana,  l'antico  Vt-- 
stii/rio.Cosn  fosse  il  Cherubino, fovseFla- 
bellote$e  la  tiara  la  custodiva  il  tesoriere, 
generale)ox\evo  il  cubiculario  della  Fa- 
miglia pontificia  (F.), custode  del  le  gioie 
e  cose  preziose,  tesoriere  domestico  e  se- 
greto, si  può  vedere  il  voi.  LXXIV,  p. 
270  e  271.  Dopo  la  coronazione,  volen- 
do il  Papa  con  isplendida  cavalcata  di 
principi  e  baroni,  olire  i  cardinali  e  pre- 
lati, passare  ad  altra  chiesa,  per  prender- 
vi il  possesso  in  luogo  e  che  facesse  le  ve- 
ci della  basilica  Lateranense,  come  avea 
praticato  s.  Celestino  V,  la  funzione  re- 
stò funestata  da  deplorabili  sciagure  di 
molti  feriti  e  morti,  per  la  caduta  d'  un 
muro.  Il  Papa  ancora  cadde  da  cavallo  e 
andò  per  terra  la  tiara,  dalla  quale  si  slac- 
cò un  rubino  valutato  6000  fiorini  d'o- 
ro, che  non  più  fu  trovoto;  e  l'avvenuto 
fu  preso  per  presagio  infausto  e  si  veri- 
ficò, come  narra  Bernardo  di  Guido  in 
Chron.  Boni.  Pont.  Lo  racconta  ancora 
l'autore  della  vita  di  Clemente  V,  Gio- 
vanni canonico  di  s.  Vittore  di  Parigi, 


TR  I 

presso  il  Muratori,  Script,  rer.  Italie. 
t.  3,  p.  442,  Cuj'us  la  pi  de  s  equum  die  ti 
C/ementis  Papae  percusserunt  talitei\ 
quod  equus  suus  in  terram  cecidit ,  et 
Thiara  seti  Corona  de  capite  suo,  in  qua 
crai  unus  carbunculus  valde  prctiosus, 
et  ad  sex  millia  florenorum  communi- 
ter  acstimalus,  cujus  botus,  ut  dici  tur, 
postea  non  fuit  in.  terra  inventus.  La 
Chiesa  lungamente  pianse  la  strana  riso- 
luzione di  Clemente  V,  per  le  sue  fatali 
conseguenze;  le  principali  furono  Roma 
propria  e  vera  sede  del  Papa  abbandona- 
ta; essa  e  V  ftalìa  in  preda  alle  fazioni;  il 
grande  Scisma  d'  occidente;  la  celebra- 
zione de'famosi  Sinodi  di  Pisa  e  di  Co- 
stanza, non  che  del  conciliabolo  di  Basi- 
lea, da  cui  derivò  l'ultimo  antipapa  Fe- 
lice V  di  Savoia.  In  un  inventario  fatto 
in  Avignone  neh  3  i4  pfirla  morte  di  Cle- 
mente V,  di  cui  3  uniformi  originali  si 
conservano  nell'archivio  Vaticano,  si  an- 
novera un  regno  0  tiara, che  espressamen- 
te dicesi  di  3  corone  o  cerchi:  Iteni  Co- 
ronarli, quae  vocatur  Regnimi,  ami  tri- 
bus  Circulis  aureis,  et  multis  lapidibus 
pretiosis.  Deficit  rubinus pretiosissimus, 
qui  consueti  t  esse  in  stimmi  tate,  et  per- 
la alia.  Mancava  il  rubino  ,  per  essersi 
perduto  nella  fatale  caduta  in  Lione.  Al- 
tri lo  chiamano  carbonchio,  ch'è  sinoni- 
mo del  rubino  quando  è  più  acceso;  del 
resto  è  noto,  che  oltre  i  brillanti,  la  impie- 
tra preziosa  è  il  rubino,  indi  lo  smeraldo, 
il  zaffiro,  l'opale,  ec.  In  questa  città  fu  elet- 
to il  successore  Giovanni  XXII  neh  3  16, 
ed  ivi  fu  coronato  dal  cardinal  Orsini  che 
quah.° dell'  ordine  de'  diaconi  avea  pu- 
re messo  la  tiara  in  capo  a' predecessori 
Benedetto  XI  e  Clemente  V.  Dissi  già 
che  nel  suo  sepolcro  esistente  nel  duo- 
mo d'Avignone  vedesi  la  statua  colla  tia- 
ra in  capo,  che  oltre  alla  corona  inferio- 
re, ne  ha  un'  altra  quasi  doppia  più  in 
alto.  Giovanni  XXII  fu  ih. °a  battere  il 
fiorino  d'oro  ad  uso  di  quello  di  Firen- 
ze neh  32?.,  colla  stessa  figura  del  giglio 
da  una  parie  e  di  s.  Gio.  Battista  dali'ul- 


T  II  I 
tra,  come  praticavano  i  fiorentini;  se  non 
che  da  un  lato  in  vece  di  Florentia,  vi 
fece  scrivere  Sant.  Petru.t  e  dal  l'altro  in 
vece  del  segno  o  conlromarchio  de' zec- 
chieri, v*  impresse  una  piccola  nulra  o 
piuttosto  tiara  a  due  corone.  Ne  riporta 
il  disegno  il  Vettori,  Il  fiorino  d'oro  il- 
lustrato, nel  prezioso  museo  del  quale  il 
Garampi  riscontrò  tali  fiorini  colla  chia- 
ra e  distinta  figura  delle  due  corone  sul- 
la tiara.  Neh 334  worì  Giovanni  XXII, 
e  gli  successe  il  beato  Benedetto  XII  in 
Avignone,  ove  nella  chiesa  de'domenica- 
ni  lo  coronò  il  suddetto  cardinal  Orsini, 
al  quale  lJapa  propriamente  si  attribui- 
sce l'aggiunta  della  3. a  corona  alla  tiara, 
che  perciò  prese  il  nome  di  triregno,  e  col 
quale  si  vede  coronala  la  sua  statua  se- 
polcrale in  Avignone.  Il  Vettori  rigettan- 
do le  testimonianze  dell'  Enschenio,  del 
Papebrochio,  dell'Alemanni,  del  Vitto- 
relli, che  attribuirono  a  Urbano  V  l'ag- 
giunta 3.a  corona  alla  tiara,  e  confutan- 
do il  roaggiorabbagliodiMontfaucon,che 
attribuì  la  2.'  corona  a  Nicolò  IV  e  la  3." 
a  Bonifacio  Vili,  dichiara  che  da  Bene- 
detto XII  s'incominciò  ad  usare  la  tiara 
o  regno  con  3  corone,  il  quale  venne  de- 
nominato Triregno,  dopo  avere  per  un 
tempo  osato  la  tiara  con  due  corone,  per 
le  ragioni  che  adduce,  e  per  quanto  al- 
tro più  sopra  notai.  Il  Marangoni  poi  pre- 
tese attribuire  l'aggiunta  della  1*  coro- 
na a  Clemente  V,  ed  a  Bonifacio  IX  del 
i38g  la  3.a  II  Bonanni  tratta  della  que- 
stione sull'accrescimento  del  le  corone  del- 
la tiara,  e  dice  che  alcuni  attribuirono  a 
Bonifacio  Vili  l'aggiunta  3.a  corona. che 
altri  assegnano  o  a  Benedetto  X 1 1  o  a  Ur- 
bano V.  Nel  i34^  a  Benedetto  XII  suc- 
cesse in  Avignone  Clemente  VI  ,  che  fu 
coronato  nella  chiesa  de'dornenicani, col- 
la massima  solennità  e  intervento  di  prin- 
cipi: itaque  sicut  in  Aposlolos  singulos 
in  illa  die  prout  lingua  ignis  apparuit, 
sic  hunc  summum  Pontifìcem  per  car- 
bunculum  lapidati  pretiosum,  lucentem 
ignis  ad  instargli  Tiaraet  scu  Diadema- 


T  R  I  47 

tis  culmine  posi  lum  de  scendi  sse,  seu  ap- 
partasse monstrafur.  Leggo  nel  G aram- 
pi, chenellemonete  di  Clemente  VI,  giu- 
sta il  disegno  pubblicato  dal  Fioravanti, 
Antiqui  denari  Ro/n.  Pont.  p.  64,  si  ve- 
de rappresentata  sulla  tiara  una  triplice 
corona;  la  quale  ancor  si  vede  in  quelle 
d'Innocenzo  VI  che  neh 352  gli  succes- 
se. Il  Papebrochio,  Propylaeo  ad  Ada 
ss.  Maj'i,  p.  4 1 6,  riprodusse  il  disegno  del 
sepolcro  di  Cleoìente  VI,  nel  quale  il  suo 
triregno  è  con  3  corone.  Lo  stesso  Pape- 
brochio pubblicò  il  disegno  del  monu- 
mento sepolcrale  d'Innocenzo  VI  a  p-4'  7> 
la  cui  statua  è  egualmente  colla  tiara  cir- 
condata da  3  corone.  Morto  questo  Pa- 
pa neh  362,  gli  fu  sostituito  Urbano  V, 
al  quale  comunemente  fu  attribuita  l'in- 
venzione delle  3  corone  sulla  tiara  ,  ma 
pel  fin  qui  riferito  non  pare  affatto.  In  ap- 
presso poi  l'  uso  delle  3  corone  Irovossi 
già  tanto  introdotto,  che  Urbano  V  nel 
fare  i  summenlovati  preziosissimi  busti 
per  le  teste  de'ss.  Pietro  e  Paolo,  rappre- 
sentò ih.°col  vero  triregno. Del  resto  non 
»i  deve  tener  conto  de' Ritratti  de' Papi, 
che  fiorirono  innanzi  all'introduzione  del- 
la triplice  corona,  se  sono  rappresentali 
col  triregno,  e  con  questo  viene  sovrasta- 
to il  loro  stemma,  come  nel  Ciacconio,/7/- 
tae  Ponti ficum ,  nel  Bullarium  Ro/na- 
num  ,  e  in  altre  simili  opere.  Posterior- 
mente furono  eretti  monumenti  ed  ese- 
gnile pitture,  in  cui  gli  artisti  capriccio- 
samente attribuirono  il  triregno  a  Papi 
ed  a  stemmi  cui  non  competeva.  Di- 
ce il  Garampi,  essere  necessario  avverti- 
re, che  sebbene  nelle  stampe  divulgate  si 
veda  il  monumento  sepolcrale  del  bealo 
Gregorio  Xcol  triregno,  fu  assicurato  che 
realmente  non  ha  che  una  sola  corona;  uè 
doversi  far  conto  delle  medaglie  de'Papi 
del  XIN  e  del  XIV  secolo,  pubblicate  con 
disegni  dal  Ciacconio,  e  riferite  anche  dal 
Papebrochio,  perchè  tulle  di  moderna 
fattura,  come  si  prova  colle  medaglie  di 
Bonifacio  Vili  e  di  Clemente  VI ,  allu- 
si ve  al  giubileo,le  quali  hanno  impressa  la 


4$  t  n  i 

Porta  santa(F.),  la  quale  solo  dal  i  5oo  si 
cominciò  ad  aprire,  anzi  Clemente  V I  es- 
sendo in  Avignone  non  poteva  farne  la  fun- 
zione in  Uonia.se  ne  fosse  già  stato  comin- 
ciato il  rito;  né  della  statua  di  Bonifacio 
"Vili,  eretta  da' bolognesi  nelle  mura  e- 
sleriori  del  palazzo  pubblico,  nella  qua- 
le furono  aggiunte  le  3  corone,  non  me- 
no che  l'iscrizione,  in  tempi  assai  poste- 
riori; ne  finalmente  del  monumento  se- 
polcrale d'  Urbano  III,  che  esiste  nella 
chiesa  di  Ferrara,  erettogli  neli3o5,  nel 
quale  sebbene  vedasi  effigiato  il  triregno 
colle  chiavi,  tale  ornamento  vi  fu  aggiun- 
tone! 1 460,  cosa  non  avvertita  né  dal  Pa- 
pebrochio,  né  da  altri  scrittori  delie  vi- 
te de'Papi. 

Gregorio  XI  ebbe  la  gloria  di  resti- 
tuire a  Roma  stabilmente  la  pontificia  re- 
sidenza nel  1 377,  precaria  essendo  stata 
quella  del  predecessore  Urbano  V,  seb- 
bene avesse  considerato  la  dignità  papale 
come  esiliata  al  di  là  de'  monti,  mentr'e- 
ra  in  Avignone,  per  cui  nonavea  voluto 
cavalcare  dopo  la  funzione  della  corona- 
zione. Morto  Gregorio  XI  nel  1378,  ca- 
nonicamenteglifu  dato  in  successore  Ur- 
bano VI,  che  fu  coronato  e  poi  con  so- 
lenne processione  passò  al  Laterano,  col 
triregno  in  capo  e  su  cavallo  bianco.  Es- 
sendo quasi  tutti  i  cardinali  francesi,  do- 
po pochi  mesi  sospirando  le  delizie  di  Pro- 
venza e  malcontenti  d'  Urbano  VI  per- 
chè con  eccessivo  zelo  severamente  ne  co- 
minciava a  correggere  i  costumi,  e  per-' 
che  voleva  che  chi  era  vescovo  tornasse 
alla  propria  residenza, sul  fine  di  giugno 
irritati  si  ritirarono  uno  dopo  l'altro  in 
Allagai,  col  pretesto  de'  calori  estivi  e 
previa  licenza, con  Pietro  Gros  arcivesco- 
vo d'  Ai  les  e  camerlengo  di  s.  Chiesa 
(poi  anticardinale,  e  perciò  parlai  di  lui 
ne' voi.  Ili,  p.  212,  VII,  p.  75),  ma  questi 
seuza  permesso,  e  qual  custode  del  trire- 
gno e  degli  altri  ornamenti  della  cappella 
papale,  li  portò  seco.  Avanti  di  lui  i  car- 
dinali ribelli  iniquamente  protestarono 
dell'invalidità  dell'  elezione,  onde  il  ca- 


TRI 

merlengo  audacemente  citò  Urbano  IV 
come  fosse antipapa,e  lo  deposero  del  pon- 
tificato; quindi  passando  in  Fondi  a'20 
settembre  elessero  antipapa     Clemente 
V 11  de'eonti  di  Ginevra  (onde  ne  ripar- 
lai a  Svizzera),  e  col  triregno  lo  corona- 
rono nella  cattedrale.  L'antipapa  co'car- 
dinali  si  portò  in  Avignone,  e  vi   stabilì 
una  cattedra  di  pestilenza,  dando  prin- 
cipio al  grande  scisma  d'occidente.  Ur- 
bano VI  dopo  un  burrascoso  pontificato 
morì  in  Roma  nel i38(),  e  nel  Vaticano 
gli  fu  data  sepoltura.  Il  Ci  acconto  ripor- 
ta il  disegno  del  monumento  che  gli  fu 
eretto,  dove  è  rimarchevole  che  nel  co- 
perchio del  sepolcro  si  vede  la  sua  figura 
giacente  colla  tiara  ornata  d'una  sola  co- 
rona, mentre  nel  davanti  dell'urna  vi  so- 
no due  sue  armi  sovrastate  dal  triregno 
e  dalle  chiavi,  e  nel  mezzo  Cristo  che  gli 
dà  le  chiavi,  ricevendole  il  Papa  genu- 
flesso col  piviale  e  col  triregno  sul  capo. 
Di  più  nelle  basi  delle  due  colonne  vi  è 
il  simbolo  d'Urbano  VI,  formato  da  una 
colomba  con  triregno  sopra  e  l'epigrafe  : 
In  imitate  Deus  esU  M' istruisce  però  il 
Gara m pi,  che  il  detto  coperchio  ov'è  la 
figura  del  Papa  colla  tiara  d'una  soia  co- 
rona, non  crede  affatto  che  gli  apparten- 
ga, perchè  mezzo  palmo  più  lungo  del- 
l' urna,  e  perchè  la  llsonomia  del  volto 
della  statua  giacente  è  totalmente  diver- 
sa da  quella  del  bassorilievo  nella  faccia 
dell'urna  col  triregno;  e  questa  deve  dir- 
si sicuramente  il  ritratto  d'  Urbano  VI, 
sì  per  l'iscrizione  che  vi  è,  sì  per  l'aquila 
ch'era  il  suo  stemma  gentilizio.  L'anti- 
papa Clemente  VII  morì  neli3c)4  in  A- 
vignone,  e  gli  successe  nell'antipapato  Be- 
nedetto XIII ,che  fu  coronato  in  tal  città, 
cavalcando  per  essa  con  pompa  e  il  trire- 
gno in  capo.  Clemente  VII  con  esso  fu 
rappresentato  uel  suo  sepolcro,  al  modo 
già  detto,  anzi  sembra  col  camauro  sotto 
il  triregno.  Osservai  nella  serie  delle  me- 
daglie pontificie,  che  molti  Papi  usarono 
il  camauro  sotto  il  triregno  per  cuoprire 
le  orecchie.  Egli  fu  profusissirao  iti  ina- 


TRI 

gni fiche  spese,  e  per  mantenere  il  suo  par- 
tilo scismatico,  mule  vuoisi  che  si  ridu- 
cesse in  tal  bisogno,  sino  ad  essere  co- 
stretto a  dar  in  pegno  per  una  somma  di 
denaro  al  cav.  de  Heredia,  il  triregno,  la 
mitra  preziosa,  e  tutta  la  sagra  e  ricca 
suppellettile  papale,  in  guisa  che  non  a- 
vrebbe  potuto  coronarsi  il  successore,seil 
cavaliere  non  avesse  somministrato  quam 
to  ero  necessario  alla  funzione.  Sostenen- 
dosi dal  falso  Benedetto  X 1 1 1  lo  scisma,  e 
non  volendo  ne  lui,  né  il  legittimo  Papa 
Gregorio  XII (auch'egii  coronato  iti  ca- 
po alle  scale  di  s.  Pietro  com'era  costu- 
me) rinunziare  per  terminarlo,  nel  sino- 
do di  Pisa  furono  ambedue  deposti  e  in 
vece  eletto  Alessandro  Vy  che  poco  do- 
po venendo  successo  da  Giovanni  XXIII \ 
l'unità  de'fedeli  si  trovò  divisa  fra  tre  che 
si  trattavano  da  Papi.  Finalmente  per  e- 
slinguere  sì  pernicioso  scisma  fu  convo- 
cato il  concilio  di  Costanza,  pel  qualeGre- 
gorio  XI 1  eroicamente  nel  1 4 1 5  in  Rimi* 
ni  adunato  il  concistoro,  vestilo  dell'in- 
segne papali  e  col  triregno  in  capo,  con- 
fermò solennemente  la  rinunzia  del  pon- 
tificato, che  pel  suo  procuratore  avea  fat- 
to in  Costanza,  spogliandosi  delle  dette 
insegne  e  deponendo  il  triregno,  vesten- 
dosi dell'abito  cardinalizio,  per  averlo  il 
concilio  creato  cardinale  e  legato  della 
Marca.  Recatosi  a  Recanati  sua  sede,  jri 
inori  di  cordoglio  neli4»7,  e  fu  sepolto 
nella  cattedrale  cogli  abili  pontificali,  co- 
me leggo  nel  Qui  ri  ni,  Tiara  et  Pur  pu- 
ra veneta  p.  3.  Nel  concilio  vi  fu  deposto 
Giovanni  XXI  ll,cbe  da  Costanza  era  fug- 
gilo nella  Svizzera }  onde  fu  tolta  dalle  sue 
stanze  di  Raloyall  nel  cantone  di  Turgo* 
via  la  Croce  pontificale,  e  gli  si  ritirò  VA' 
nello  pisea  torio  o  Sigillo  poti  tificio,  spo- 
gliandosi  egli  del  Manto  pontificale{V ). 
L'antipapa  Benedetto  XIII  fu  deposto  e 
scomunicato  per  la  sua  ostinazione,dichia- 
ratoinfrattore  pertinace  dell'articolo  di  fe- 
de U nani  sane tamEeelesiam.  Indi  l'i  i 
novembre  1417  in  Costanza  venne  eletlo 
sommoPonlefice  filar  tino  V,  che  fu  coro- 

VOL.   LXXXI. 


TR  l 


49 


nato  nella  cattedrale  solennemente,da  do- 
ve con  maestosa  cavalcala  e  pompa  trion- 
fale, col  triregno  in  capo  si  recò  per  la 
città  sino  alla  chiesa  di  s.  Agostino.  i»ij- 
catosi  poi  a  Firenze,  l'exGiovanni  XXI il 
foggi  dalla  prigione  e  corse  a  buttarsi  a' 
piedi  di  Martino  V,che  lo  creò  cardinale; 
ma  dopo  6  mesi,  uou  senza  gloria  più  <hd 
ceduto  che  del  goduto  pontificato,  vi  la- 
sciò l'umana  spoglia.  Deposto  nella  chie- 
sa di  s.  Giovanni  coll'iscrizione:  Ili  e  re- 
quie'scit corpus  Balthassaris  Cossa  an- 
tea  Papae  Johannis  XXI li;  tali  paro- 
le Martino  V  voleva  che  si  togliessero,  ma 
non  fu  ubbidito.  L'antipapa  che  da  Per- 
pigliano  erasi  ritiralo  presso  Tortosa  a 
Paniscola  (V.),  quivi  morì  nello  scisma 
nel i424  c',ca)  ordinando  a 'suoi  due  su- 
perstiti anticardinali  di  procedere  all'e- 
lezione del  successore,  che  a*  io  giugno 
i4*25  nominarono  l' antipapa  Clemente. 
Vili)  il  quale  fu  coronato  a'i  7.  Martino 
V  ne  procurò  la  rinunzia,  per  estinguere 
le  reliquie  dello  scisma, a  mezzo  del  lega- 
to cardinal  de  Foix,e  la  ottenne  a'26  lu- 
glio, ovvero  a'  i4  o  1  6  agosto  1429  solen- 
nemente nel  palazzo  del  maestro  dell'or- 
dine militare  di  Monlesa, presso  s.  Matteo, 
terra  contigua  a  Paniscola.  Vestito  del- 
l'insegne pontificie,  si  assise  tra  due  an- 
licardinali  nella  sedia  papale  col  triregno 
in  capo,  creò  anlicardinale  FrancescoRo- 
vera;  ciò  fatto  si  spogliò  del  triregno  q 
delle  vesti  papali,  ad  alta  voce  abdicò  al 
mal  fondalo  papato,  e  riconobbe  Marti- 
no V,  il  quale  lo  fece  vescovo  di  Maior- 
ca. Narra  il  Bonanni,  citando  il  Vasari, 
cheMartino  V  fece  fare  da  Lorenzo  Ghi- 
berti  insigne  artefice  (scultore,  pittore  e 
orefice),  un  triregno  d'oro,  il  di  cui  peso 
fu  di  1 5  libbre,  oltre  libbre  5  e  mezza  di 
perle,  del  valore  di  3 0,000  scudi.  Riscon- 
trato il  Vasari,  trovo  invece  che  Giober- 
ti fece  a  Martino  V  un  bottone  d'oro  o 
Formale  (V.)  pel  piviale,  con  figure  ton- 
de di  rilievo,  e  fra  esse  gioie  di  grandissi- 
mo prezzo,  lavoro  molto  eccellente.  E  co- 
sì una  mitra  meravigliosissima  di  foglia- 

4 


5o  TRI 

mi  d'oro  traforati,  e  fra  essi  molle  figure 
piccole  tulle  tonde, che  furono  tenute  bel- 
lissime; e  ne  acquistò,  oltre  maggiore  ri- 
nomanza, grande  ni  ile  dalla  liberalità  del 
Papa,  11  Bonanni  rifletta  con  Paschale. 
Traci,  de  coroni*  Kb.  7,cap.  5y,che  ciò 
non  deve  stimarsi  pompa  inutile  e  super- 
flua nel  Papa,  ma  cosa  ragionevole,  men- 
tre che  liegnum  (liristi,  auòda  Ponti- 
/icc  guBernatur  in  tetris  Vicaria  potè* 
state,  superemineat  omnia  regna.  E  se 
nell'antico  sacerdozio  volle  Dio  che  ap- 
parisse la  maestà,  con  prescrivergli  la  mi- 
tra ornata  d'oro  e  di  gioie,  molto  più  con- 
viene al  Pontefice  romano  Vicario  di  Dio 
in  terra.  Il  Bulengero  lodando  la  mode- 
stia di  s.  Silvestro  I  nel  ricusare  la  coro- 
na offertagli  da  Costantino  I,  la  quale  co- 
munemente è  riferito  che  fosse  d'oro  e 
ornala  di  gioie,  prudentemente  aggiunse 
nel  cap.  4»  de  /  esiis  sacris,  che  jure  o- 
blatam  potuti  acciperet  cum  legitìme 
s urn ini  Dei  Pontifici justius,  quampro- 
phanis  Sacerdotibus  debere  tur,  Sacer- 
dote s  enim  ethnieorum  corona  aurea  a- 
sus  fuisse  historiac  perhibent.  Afferma 
Ateneo,  che  i  sacerdoti  d'Ercole  furono 
coronati,  corona  laurea  ex  auro;  e  di 
Giulio  Cesare  si  sa,  che  per  essere  Ponte- 
fice massimo  sibi corona m  auream  sum- 
psit,  et  diadema,  cum  Antoiàus  adfer- 
ret  repudiavit,  essendo  allora  il  diade- 
ma una  fascia  di  lino,con  cui  si  cingeva  il 
capo.  Che  però  conelude  lo  stesso  Bulen-, 
gero:  Et  vwo  quis  ade.o  sit  iniquus  re- 
rum aestima  tor,ut  honorem  quiDeorum 
manium  Sacerdotibus  tributile  sit  veri 
Dei  stimmi  Sacerdoti  tribuendum  ne- 
get?  Frattanto  Martino  V  in  conseguen- 
za del  convenuto  a  Costanza  fece  convo»- 
care  a  Basilea  nella  Svizzera  un  altro 
concilio,  il  quale  sotto  il  di  lui  sticcesso- 
re  Eugenio  IV  divenne  conciliabolo, enei 
1439  elesse  antipapa  Felice  P  già  duca 
di  Savoia  (T/.)ì  onde  colla  sua  potenza 
sostenesse  tale  falsa  dignità  e  con  essa  lo 
scisma,  il  quale  neh  44°  fu  dal  cardinal 
Lodovico  Alemand  arcivescovo  d'Arles 


TRI 

>vo  e  cr 

regno  valutato  dal  Piccolomini,  poi  Pio 
11,  Epist,  ad  Joan.  de  Segov.y  3o,ooo 
scudi  d'oro,  per  le  preziose  gemme  di  cui 
era  doviziosamente  fornito.  Eugenio  VV 
avendo  opposto  allo  scisma  di  Basilea  il 
concilio  generale  di  Ferrara, questo  tra- 
sferì poi  a  Firenze,  ove  avendo  veduto  le 
opere  del  Ghiberti,  gli  fece  fare  una  mi- 
tra d'oro  dii 5 libbre  con  perle  del  peso 
di  libbre  5  e  mezza,  le  quali  gioie  in  essa 
legale  furono  stimate  3o,ooo  ducali  d'o- 
ro. Dice  Vasari,  ch'era n vi  6  perle,  come 
nocciuole  avellane,  il  tutto  di  superbo  e 
mai  veduto  disegno,  colle  più  belle  biz- 
zarrie di  legami  nelle  gioie  e  nella  varie- 
tà di  molti  putti  e  figure  che  servivano 
a  molli  vari  e  graziosi  ornamenti;  della 
quale  opera  l'artefice  ricevè,  oltre  il  pa- 
gamento, grazie  e  fa  voti  dal  Papa.  Se  que- 
sta mitra  o  altra,  o  il  triregno,  Eugenio 
I  V  impegnò  a'fìorentini  per  40,000  scu- 
di, non  saprei  stabilirlo;  certo  è  che  l'ero- 
gazione di  tal  somma  il  zelante  Papa  l'im- 
piegò per  compensare  a'  viaggi  de'  greci 
da  lui  invitati  al  concilio,  per  l'unione  di 
loro  chiesa  colla  latina.  Il  legalo  cardinal 
de  Foix  dopo  1'  abdicazione  del  pseudo 
Clemente  Vili,  ricuperò  il  triregno  che 
usarono  i  7  Papi  che  risiederono  in  Avi- 
gnone e  gli  antipapi  che  ne  profanarono 
la  sede,  insieme  al  regno  di  S.Silvestro  I 
ornato  di  3  corone  d'oro  una  sopra  l'al- 
tra, varie  insigni  reliquie, fra  le  quali  par- 
te della  vera  Croce,  ricchi  paramenti  pa- 
pali e  un  gran  numero  di  registri  pon- 
tificii degli  antichi  privilegi  della  chiesa 
romana,  e  gl'istrumenti  dell'i nfeudazio- 
ni  delle  due  Sicilie,  il  tutto  trasportato 
da  Benedetto XIII  in  Paniscola,  e  dal  car- 
dinale inviato  a  Roma  come  ricordai  ne' 
voi.  II,  p.  2  1  i,  III,  p.  237.  UNovaes  dice 
che  il  triregno  usato da'Papi  in  Avigno- 
ne, riportato  in  Roma,  fu  mandato  da 
Eugenio  IV  alla  basilica  Lateranense, co- 
me si  ha  dal  diarista  Infessura.  »  A'  12 
febbraio  1 447  '1  ^aI)a  processionalmenta 
mandò  a  s.  Gio.  in  La  tara  no  il  regno  di 


T  R  l 
I.  Silvestro  I,  cioè  3  corone  d'oro,  l'ima 
sopra  l'altra,  la  quale  donò  Costantino  a 
detto  santo,  e  il  detto  regno  venne  da  A.- 
vignone,  dov'era  stato  portato."  Altret- 
tanto registrò  il  diarista  Filippo  Moro- 
ne.  Il  Platina  invece  scrisse,  che  lo  stesso 
Eugenio  IV  con  gran  divozione  portò  il 
regno  o  mitra  di  s.  Silvestro  I  (se  si  ani- 
met  le  che  fu  quella  attribuita  a  Costan- 
tino I  con  una  corona,  convien  dire  che 
le  altre  vi  furono  aggiunte  dipoi,  se  real- 
mente ne  fu  ornalo  quel  regno;  il  Bona  li- 
ni poi  dichiara  interamente  falso  che  tal 
mitra  fosse  ricca  di  3  corone).  Rimarca  il 
Novaes  nella  Storia  d'Eugenio  IF,  che 
di  questa  mitra  dubitano  molti  critici;  e 
della  traslazione  eseguita  dal  Papa  ne  du- 
bita ancor  lui,  come  dicendosi  fatta  in 
tempo  nel  quale  Eugenio  IV  era  grave- 
mente infermo,  e  mori  a'  2  3  febbraio, 
malattia  che  secondo  Vittorelli  durò 1 6 
giorni.  Pertanto  il  Novaes  ritiene  più  pro- 
babile, che  la  mitra  con  altre  reliquie  si 
portassero  da'cardinali  e  prelati  in  pro- 
cessione da  s.  Marco  a  s.  Gio.  in  Latera- 
no  per  ottenere  da  Dio  la  guarigione  del 
Papa  infermo,  come  si  ricava  da'  Com- 
mentari di  Pio  II,  lib.  2.  Dopoio  giorni 
di  sede  vacante  fu  eletto  Papa  Nicolò  V, 
restando  deluse  le  speranze  concepite  dal- 
l'antipapa, d'essere  riconosciuto  dal  sa- 
gro collegio.  Secondo  il  solito  fu  corona- 
to su'gradini  della  basilica  Vaticana  e  col 
regno  di  s.  Silvestro  I,  come  attesta  il  p. 
Gallico,  Acta  caeremonialia  i>.io5.Ye- 
dendo  Felice  V  che  tulli  i  principi  cristia- 
ni ubbidivano  a  Nicolò  V,  convenne  alla 
rinunzia  del  pontificato  nel  1 449>e  »lPnpa 
perchè  non  vivesse  senza  dignità  lo  creò 
cardinale,e  gli  concesse  alcun'insegne  pon- 
tificie: tra  quelle  da  lui  eccettuate  non  leg- 
go inNovaes  e  in  altri  il  triregno, ma  si  deve 
naturalmente  iutendere,  perchè  giammai 
i  Papi  ne  concessero  l'uso  a  veruno,  anzi 
lo  vietarono  come  dirò;  sola  eccezione  fu 
il  patriarca  di  Gerusalemme  quando  era 
legato  della  s.  Sede,  e  Io  notai  a  Mitra, 
prò j) ter  honorem  locorum.  11  suo  corpo 


TRI  5i 

fu  sepolto  in  Ripaglia,  e  poi  trasferito  nel- 
la cappella  della  ss.  Sindone,  propinqua 
alla  metropolitana  di  Torino,  nel  qual  ar- 
ticolo mollo  riparlando  di  lui,  descrissi 
il  magnifico  monumento  erettogli  da  re 
Carlo  Alberto,  forse  con  qualche  allusione 
nell'iscrizione  al  dimesso  autipontificato. 
A  Mitra  e  a  Benevento  già  narrai  come 
Paolo  II  represse  l'orgoglio  di  quegli  ar- 
civescovi che  fino  dal  secolo  XII  usavano 
il  Camauro  triregnale  o  Regno,  e  dal 
secolo  XI V  la  Mitra  con  3  corone,  come 

10  chiama  il  cardinal  Boi  già,  Memorie <:/£ 
Benevento  1. 1 ,  p.  3  1 5 e  327,  dicendo  che 
gli  arcivescovi  di  Benevento,  oltre  l'  uso 
della  tiara  papale,a  poco  a  poco  assunsero 
tutte  le  altre  insegne  sacerdotali  del  Pa- 
pa, tranne  il  Fanone  (V.).  Prima  di  lui 
ne  trattò  il  vescovo  Sarnelli  nelle  Memo- 
rie  degli  arcivescovi  di  Benevento.  Que- 
sti riferisce,  che  l'arcivescovo  Ugone  Gui- 
dardi  nel  suo  concilio  proviucialedeh374 
dichiarò,  che  la  sua  chiesa  Beneventana, 
ma  Jori,  digniori,  et  praecellenti  regno, 
sive  mitra,  admodum  summi  Pontifici? 
utimur,  quod  hic  Camaurum  vocatur, 

11  Sarnelli  dice  quindi,  che  il  regno  era 
con  una  sola  corona  e  l'aurifrigio,  e  l'u- 
savanogli arcivescovi  di  Benevento  a  gui- 
sa de'Papi.  Che  quindi  Paolo  II  nel  1  ^66 
vietò  l'uso  di  tal  camauro  a  tre  corone 
e  di  farsi  portarcavanli  la  ss.  Eucaristia 
nella  visita  della  provincia  ecclesiastica, 
come  costumavano  iPapine'lunghi/7<r/£ 
g7, essendo  arcivescovo  Nicolò  Piccolomi- 
ui.  Dice  inoltre  che  Sisto  IV  nel  i47^j 
secondo  1'  Ughelli,  tolse  all'  arcivescovo 
Corrado  Capece  e  successori  il  privilegio 
di  farsi  precedere  dalla  ss.  Eucaristia  nel- 
le visite,  e  di  usare  il  regno  o  sia  camau- 
ro; ma  che  il  Vipera  sostiene  che  gli  fu 
confermato  l'uso  del  camauro  e  di  bolla- 
re in  piombo.  Spiega  il  Sarnelli  la  proi- 
bizione, che  la  tiara  non  fosse  a  3  corone, 
come  riferisce  Rinaldi, essendo  stata  sem- 
pre di  una,  com'era  quella  dell'arcive- 
scovo Massimiliano  Palombara  del  1  5y4» 
che  mandò  a  Roma  per  (aria  rialtare,  per 


I»  T  R  I 

cui  ernie  che  sino  n  tale  anno  ne  durò  l'o- 
so :  quest'arcivescovo  nel  iSjG  aprì  la 
Porla  stinta  (1  '.)  dì  sua  metropolitana. 
Più  (  hiaro  e  piò  sicuro  è  il  cardioa!  Bor- 
gia. Questi  ritiene,  che  gli  arcivescovi  di 
Benevento  alla  loro  tiai  a  aggiunsero  3  co- 
rone, nello  stesso  tempo  che  ciò  fecero  i 
l'api:  ma  che  avendo  Paolo  II  ripreso  l'u- 
so annuale  e  frequente  del  triregno,  al- 
quanto andato  in  disuso,  perchè  i  Papi 
l'adopravano  ormai  nella  sola  coronazio- 
ne, come  già  rilevai,  avendo  riconosciu- 
to negli  arcivescovi  l'uso  del  triregno  una 
antica  usurpazione,  lo  proibì  sotto  gravi 
pene,non  meno  al  Piccolomini,che  a'suoi 
successori,  con  bolla  citala  dal  Rinaldi. 
E  perchè  l'arcivescovo  cardinal  Giacomo 
Savelli  avea  usato  più  volte  il  camauro 
o  mitra  triregnale  o  regnale,  sebbene  ne 
ignorasse  il  divieto  di  Paolo  11,  nel  i  56g 
s.  Pio  V  col  moto-proprio  Duduni  si  qui- 
(leni)  riportato  dal  Borgia,  ne  riunovò  la 
proibizione,  assolveudo  il  cardinale  dalle 
pene  incorse.  Non  solo  Paolo  li  ristabilì 
l'annuale  uso  del  triregno,  ma  ne  fece  fa- 
re uno  preziosissimo  con  3 corone.  Il  car- 
dinal Egidio  Canisio,  tlistor.  XX  sae- 
culor.y  scrivendo  di  Paolo  II  del  i4^4> 
dice:  Incredibili  predo  emit,  sacravit- 
t/uc  mi  tram  maximam,  insolito  pretio- 
sissimarum  gemmar  uni  pondere  exple- 
i'it,  (pia  ornalus  cimi  prodiret,  oculos 
omnium  luce  radiisque  feriebat.  Vocari 
coepta  est  maxima  illa  mitra  Regnimi* 
Verissimo  che  lo  splendido  e  magnifico 
Paolo  li  formò  un  ricchissimo  triregno, 
non  però  ch'egli  peli. Tornasse  con  gioie, 
e  che  a  suo  tempo  la  tiara  cominciò  a 
chiamarsi  Regno,  denominazione  coeva 
al  principio  della  tiara  stessa;  mentre  di 
ciòedell'antichitàdellegemme  colle  qua- 
li si  fregiavano  la  tiara  e  il  triregno,  si- 
cure testimonianze  ne  riferii  piùsopra.Di 
tali  abbagli  del  cardinal  Canisio  ne  fece- 
ro la  rettificazione  il  Bonanni  e  il  Novaes. 
Che  Paolo  li  abbellì  vagamente  il  trire- 
gno e  Tornò  di  preziosissime  gioie,  ricer- 
cale con  particola!'  diligenza  per  tutto  il 


TRI 

mondo,  ne  fa  fede  anche  il  cardinal  Aro- 
mannettdi  Pavia, suo  contemporaneo,  di 
cui  scrisse  in  Commentar.  Iti).  2:  Porro 
autem  gemmis,  laptHisque  admodum 
de  Ice  tal tis  conquisi tisund/'quepre  tìosis- 
simis  mitrani^quac  tribù*  edueta  coro* 
nis,  Regno  appellatili',  atque  a  Ponti  fi- 
cibus  multis  ante  saeculìs  desila  e  rat 
gestori,  novam  conferì t  (stimata  del  va- 
lore di  200,000  scudi, come  scrive  il  Ca- 
nesio,  i/i  Vita  Paulill,  presso  Murato- 
ri, Scriptor.  rer.  Ital.,  e  poi  pubblicata 
dal  Quirini  nella  Tiara  et  Purpura  ve- 
neta) atque  adhibuit.  Anzi  essendo  Pao- 
lo 11,  come  dissi, grandioso  e  magnanimo 
in  lolle  le  sue  cose,  nell'apparato  ponti- 
ficio superò  tulli  i  suoi  predecessori,  co- 
me afferma  in  Vita  Pauli  II  il  Ciacco- 
nio:  Coemlis  undìque,ac  magnis  preti  ist 
adamanlis^apphirisjsmaragdis^ryso- 
lithisyjaspidibus,  unionibus,et  quidquid 
gemmarum  in  predo  est,  per  fare  la  di- 
scorsa tiara.  E  non  potendo  egli  reggere 
all'enorme  peso  di  quesla,un'altra  ne  fece 
fare  più  leggera  del  valore  di  se.  1 80,000, 
come  attesta  il  citato  Canesio.  Tiaram, 
quani  Mitram  appellamus,  tam  ingen- 
ti àuri,  gemmar umq uè  elee lissimar uni 
sumptu,ac  splendore  confeci  t,utomnium 
antecessorum  Pontifieum  industria ni ,et 
impensam  evicerit.  De  hineprimae  Tia- 
rae pondero sitate  gravatus,  alter  ani  ge- 
statu  leviorem,  capitique  aptiorem  fe- 
di.... uti^o  milia  aureorum  preti  uni 
adjudicatumfueritMCanceU'ievì  ne  Pos- 
sessi, dopo  aver  ricordato  i  due  prezio- 
sissimi triregni  fatti  da  Paolo  II,  diceche 
nella  Dissertazione  sopra  Mincio  Felle- 
trano,ne\  Giornale  di  Pagliariui,si  par- 
la de'triregni  e  delle  corone  papali,  e  si 
narra  che  Sisto  IV,  immediato  successo- 
re di  Paolo  II,  non  curando  di  portar  le 
gemme  di  cui  tanto  quello  si  pregiava, 
ordinò  che  si  vendessero  tutte,  come  in 
parie  fu  eseguito,  benché  il  denaro  da  es- 
so ritratto  non  servisse  a  pagare  i  debiti 
falli  da'suoi  antecessori  Eugenio  IV,  Ni- 
colò V,  Calisto  111,  Pio  II  e  Paolo  II,  co- 


TRI 
ree  avea  fallo  credere.  Dal  diarista  Mo- 
rone  e  dal  notaio  Nautiporto  (del  quale 
nome  e  vocabolo  ne  feci  spiegazione  nel 
voi.  LXXV,  p.  279)  fu  registrato.  »>  A* 
2  3  novembre  1  4^4  s'avvidero  i  canonici 
ed  altri  preti  di  s.  Gio.  Laterano,  ch'era 
stato  rubato  il  regno  di  s.  Silvestro,  e  de' 
calici  d'oro  massiccio,  mandativi  l'uno  da 
Lodovico  XI  redi  Francia,  e  da  Ferdi- 
nando I  re  di  Napoli  l'altro,  e  per  que- 
sto furono  pigliati  messer  Belardino  da 
Stia  moscia  eTomao  della  Palma,  e  me- 
nati in  Tordi  Nona".  Tale  tiara  di  s.  Sil- 
vestro I  non  fu  più  trovata,  né  si  potè 
mai  scuoprire  l'autore  del  furto,  come  ri- 
leva il  cardinal  Raspoui,  De  Basìlica  et 
Patriarchio  Latcranensi.  Ciò  avvenne 
nel  pontificato  d'Innocenzo  Vili,  il  qua- 
le per  difendere  il  dominio  temporale  del- 
la Chiesa,  non  essendo  sufficiente  l'era- 
rio pontificio,  impegnò  a  diversi  mercanti 
di  Roma  il  triregno,  con  molte  altre  gioie, 
vasi  d'oro  e  d'argento,  per  la  somma  di 
\  00,000  ducati  d'oro.  Appena  Giulio  II 
fu  sublimato  al  pontificato  ili.°novem- 
brei5o3,fece  fare  un  nuovo  triregno  ca- 
rico di  gioie  preziose  e  del  peso  di  7  lib- 
bre, e  l'usò  per  la  i.a volta  a'26  quando  fu 
coronato  Regno  pulchro,  o  almeno  a'  5 
dicembre  nel  possesso  che  prese  con  so- 
lenne cavalcata  dal  Vaticano  al  Latera- 
no, avendo  pel  indivise  le  due  funzioni; 
poiché  leggo  nel  Cancellieri,  nella  rela- 
zione scritta  dal  Burcardo.  SS.  D.  N.  in 
camera  sua  accepit  sandalia,  in  came- 
ra Papagalli  amictum,  albani,  chiro- 
thecas,  crucem  pectoralem,  stolam  al- 
batn,  pluviale  pretiosum  album  Inno- 
centii  Pili,  et  Regnimi  novum,  quod 
Sanctitas  Sua  fieri  fecit  pondere  li- 
bramai  septem,  vel  circa  de  gemmis pre- 
tiosis.  No  lui  t  capere  fanonem,  ncque  tu- 
nicellami  ac  dalmaticamyet planetam, 
ncque  manipuluni,  ncque  pallium,  asse- 
re  nst  Papam  illa  portare  quando  ce- 
lebratj  non  advcrtens,  liane  processio- 
neni  esse  siugularcni  (e  veniva  precedu- 
ta anco  dalla  ss.  Eucaristia) t  illis  pa- 


T  R  I  53 

ramentis  ordinatami t  alteri  in  pluvia- 
libus  caeremonias  hodiernas  non  con' 
venire.  Nolui  lumen  Sanctitati  Suae 
prò  sua  quiete  replicare.  Ho  voluto  ri- 
portare questo  brano,  per  indicare  quali 
vesti  indossava  il  Papa  col  triregno,quan- 
do  prendeva  possesso  co'  paramenti  sa- 
gri, e  quali  volle  usare  Giulio  II,  ad  onta 
delle  rimostranze  del  ceremoniere.  Non 
ostante  il  peso  di  questo  triregno,  sappia- 
mo dal  Platina  che  Giulio  11  lo  portava 
in  tutte  le  solennità.  Tale  triregno  fu  l'u- 
nico che  rimase  dopo  il  sacco  di  Borbone 
nel  1 52 7.  Agostino  IV  Chigi  detto  il  Ma- 
gno, si  dice  nell' Istoria  de* 'Chigi  Augu- 
sti di  Giuseppe  Buonafede  agostiniano, 
Venezia  1660,  che  a  Giulio  II  improntò 
4o,ooo  scudi  d'oro  senza  alcun  interesse, 
da  cui  ebbe  per  pegno  di  sicura  restitu- 
zione quella  mitra  o  triregno  pontificio, 
che  da  Paolo  II  fu  ricolmo  di  ricchissime 
gioie,  chiamato  il  Regno j  che  poi  per  su- 
bitanea ira,  cui  andava  soggetto  quel  gran 
Pontefice  d'alti  spiriti  e  vasta  mente,  vio- 
lentemente gli  ritolse,  non  senza  biasimo 
della  corte:  ma  dopo  la  morte  del  Papa, 
tosto  fu  restituito  il  triregno  ad  Agosti- 
no dal  sagro  collegio,  e  non  molto  dopo 
venne  rimborsato  del  denaro  suo  dato  a 
Giulio  II.  Il  successore  di  questi  fu  Leo- 
ne X  eletto  1'  1 1  marzoi5i3,  che  a'  i5 
venue  ordinato  sacerdote,  a'  1  7  consagra- 
to vescovo  ea'19  coronato  ,  indi  prese 
possesso  l'i  1  aprile.  Egli  avendo  la  testa 
molto  grossa,  per  non  aggravarla  con  tri- 
regno carico  di  gioie,  che  perciò dovea  es- 
sere grandioso,  ne  fece  fare  altro  di  nuo- 
va specie  e  l'usò  nel  possesso,  di  1  ui  scris- 
se Paride  de  Grassis,  Sacra  Processuali 
ad  Lateranum,  presso  il  p.  Gattico,  Ada 
caeremonalia,  p.  384  :  levissimum,  a- 
lioquin  ditissimum  et  speclabile.  Giunto 
innanzi  la  portadeMa  basilica  Laleranen- 
se,  discese  Leone  Xdal  cavallo:  Deposi- 
to Regno  novi  ter  facto  ex  pennis  pavo- 
num,  et  cooperto  cum  tabino  aureo,  et 
tribus  aureolis  circumdantibus,  et  gem- 
mis, osculatus  est  Crucem,  aspersus,  et 


54  T  II  I 

inccnsalus  est.  Deinde  accenta  mitra 
preliosa  sedit  in  Sale  dia  apud portimi 
Ecclesia^  Questo  triregno  fu  lavorato 
con  singolare:  artifizio,  e  ornato  di  gem- 
me e  oro  dal  celebre  Caradosso,  il  qua- 
le fece  inoltre  a  Giulio  II  il  superbo  suo 
Formale  (1  \).  Narrai  a  Feltre  e  a  Tar- 
ragona  che  nel  i522  eletto  Adriano  VI 
assente  da  Roma  e  dimorante  in  Vitto- 
ria nella  Spagna, o\'vriì  governatore  ge- 
nerale e  vescovo  di  Torto.sa  (fr,)t  il  sa- 
gro collegio  a  mezzo  del  vescovo  di  Fel- 
tre Campeggi,  gli  mandò  il  triregno  pon- 
tifìcio. Giunto  poi  il  Papa  da  Ostia  alla 
basilica  di  s.  Paolo,  si  disputò  nella  cor- 
te se  egli  dovesse  entrare  in  Roma  già  co- 
ronato; ma  prevalse  il  sentimento  d'os- 
servare per  tale  solennità  il  rito  antico, 
per  cui  fatto  il  suo  Ingresso  solenne  in 
Roma  a'29  agosto,  indi  a'"3  1  fu  corona- 
to dal  cardinal  Coi  naroi. "diacono  sulle 
scale  della  basilica  Vaticana,  avanti  le  sue 
porte  sul  solito  alto  tavolato  che  magni- 
ficamenleaddobbato appositamente  s'in- 
nalzava :  tale  tavolalo  o  palco  trovo  nel 
p.  Gallico  che  si  chiama  Suggestiva  su- 
per scalas  basilicac  Vatieanae;  pulpi- 
to seu  lodia  benedictionum  in  platea,  s. 
Petri.  Per  questa  solennità  fu  coniata  una 
medaglia  esprimente  la  coronazione  d'A- 
driano VI ,xosì  descritta  dal  Venuti,  Nu- 
iiiism.  Rom.  Pontif.a  p.  4°:  Admanvs 
II  Pont.  Max.  effìgie  s  Pontificis  eum 
Pi  ho  lo,  et  Tigil  lo,  Co  no  NAT.  Ponlifex^ 
sub  perpulchra  porticu  a  duobus  cardi- 
nolibus coronatus,  elcuslodibiis  circum- 
dalus.  Praesens  numisma  elegantissi- 
mis  quibuscjuc  comparandum  Corona- 
liontm  de  si gna  t  Pontificis  a  card,  dia- 
cono peracta  sub  umbella  in  magnifica 
porticu  coram  purpuratis patribus,  mi- 
litia,  et  populo  ob  suum  adventum  lae- 
tantibus.  Moltissime  furono  le  Medaglie 
pontificie  coniate  per  memoria  dell'im- 
posizione del  triregno ,  azione  che  fu  e- 
spressa  anco  in  diversi  Sepolcri  de3  roma- 
ni Pontefici,  con  marmorei  bassorilievi. 
Durante  il  conclave  per  morte  d'  Adria- 


TR  I 

no  VI,  riporta  il  p.  Gallico,  Acta  eoe- 
remonialìa,yì.  322.  Die  dominica  i5  o- 
ctobris  i523,  diedi  m'issa  fnit  scruti- 
nium. Vinccntius  Pimpinella  missus  ex- 
tra Conclave,  et  ima  cimi  quibusdom 
praelatis,  et  clerieis  camerae  caperent 
Tliiaram,  et  Mi  tram  pretiosam  papa- 
leni  ad  effectum  Ulani  impignorandi,  et 
sic  porta tae  fneruiit,  et  inde  reversus  in 
Conclave.  Dello  stato  deplorabile  in  cui 
Adriano  VI  trovò  l'erario  papale,  parlai 
nel  voi.  LXXIV,  p.  287,  dicendo  pure 
che  alla  sua  morte  nel  medesimo  lasciò 
appena  3ooo  scudi.  Al  virtuoso  Adriano 
VI,  in  tempi  deplorabili  successe  l'i nfiu- 
sto  pontificalo  di  Clemente  VII  Medici, 
della  celebre  famiglia  che  signoreggiò  la 
bella  Toscana,  uel  quale  articolo  anco- 
ra ragionai  delle  clamorose  vicende  che 
resero  memorabile  la  sua  epoca.  Quanto 
precedette,  accompagnò  e  seguì  il  tremen- 
do sacco  dell'alma  Roma,a  quest'ai  lieo- 
Io  ed  a  tutti  i  relativi  lo  narrai  e  deplo- 
rai; ed  altamente  riprovare  lo  dovè  in 
pubblico  e  genuflesso  a'piedi  di  Clemen- 
te VII,  lo  stesso  imperatore  e  re  di  Spa- 
gna (V.)  Carlo  V,  nel  cui  nome  crudel- 
mente si  operò,  benché  porli  quello  odia- 
to di  Saccodi  Borbone,  il  che  notai  anco- 
ra nel  voi.  LXX,  p.  48  e  4g-  Qui  ana- 
logamente  all'argomento  dirò  solo,  che  il 
politico  Clemente  VII  vedendo  impri- 
gionato Francesco  I  redi  Francia,  dalle 
vittoriose  armi  di  Carlo  V,  e  la  potenza 
di  questi  vieppiù,  ingigantire  formidabile, 
l'i  1  giugno  1 526  entrò  nella  famosa  le- 
ga formata  contro  di  lui  a  Cognac.  Que- 
sta lega  irritò  talmente  Carlo  V,  che  im- 
mantinentedichiarò guerra  al  Papa,  e  pe' 
primi  nedierono  principio  in  Roma  i  po- 
tenti e  prepolenti  Colonna,  favoriti  da  U- 
go  Moncada  viceré  di  Napoli  per  Carlo 
V,alla  testa  di  forte  esercilo.A'20  settem- 
bre sorpresero  la  Città  leonina  (V.),  die 
comprende  il  Vaticano  ove  abitava  Cle- 
mente VII,  non  senza  cospirare  alla  vio- 
lenta sua  morte,  per  quindi  colle  armi  co- 
stringere i  cardinali  a  sostituirgli  Tarn- 


TRI 

bizioso  cardinal  Pompeo  Colonna.  Per- 
venuti i  nemici  nel  palazzo  apostolico,  es- 
sendovi ancora  dentro  Clemente  VII,  il 
quale  invano  cercando  difesa  e  aiuto,  in- 
dittando  ormai  a  morite  nella  sua  sedia, 
si  preparava,  come  già  avea  fatto  Boni- 
facio Vili  nell'insulto  di  Sciarra  Colon- 
na,sebbenecon  infelice  esito,  a  collocarsi 
coll'abito  e  cogli  ornamenti  pontificii,  io 
uno  al  triregno  in  capo,  nella  sedia  pon- 
tificale; ma  rimosso  con  difficoltà  grande 
da  questo  proposito  da'cardinali,ch'essen« 
dogli  intorno  lo  scongiuravano  a  muover- 
si se  non  per  se,  almeno  per  la  salute  di 
quella  sedia,  e  perchè  nella  persona  del 
suo  Vicario  non  fosse  sì  scelleratamente 
offeso  l'onore  di  Dio,  si  ritirò  con  alcuni 
di  ioroede'suoi  più  confidenti  nel  Castel 
s.  Angelo  pel  corridoio  di  comunicazio- 
ne a  oreiy,  e  m  temP°  cne  già  furiosa- 
mente si  saccheggiavano  il  palazzo,  e  le 
cose  e  ornamenti  sagri  della  contigua  ba- 
silica Vaticana,  non  che  circa  la  3.a  parte 
del  Borgo  Nuovo.  Sedato  poi  il  tumulto, 
ii  Papa  premurosamente  chiamò  in  Ca- 
stello nella  sera  d.  Ugo  inviandogli  stati- 
chi  in  casa  Colonna.  Ad  onta  della  ripu- 
gnanza de  Colonnesi,  vi  andò  d. Ugo,  e  gli 
portò  la  mitra  pontificale  preziosa  e  un 
pastorale  rubati  la  mattina  da 'soldati,  e 
conclusero  una  tregua,  nonostante  i  re- 
clami de' Colon  itesi,  ludi  Clemente  VII  ri- 
cevendo promesse  di  sostegno  da'  re  di 
Francia  e  d'Inghilterra,  e  sdegnato  con- 
tro i  Colonnesi  ribelli ,  rivolse  contro  le 
loro  terre  le  forze  che  avea  chiamato  in 
Roma  a  sua  sicurezza,  non  volendoli  com- 
prendere nel  forzato  accordo,  e  privando 
del  cardinalato  Poni  peo.lntantoCarlo  du- 
ca di  Borbone  agli  stipendi  di  Carlo  V, 
marciò  con  un  esercito  raccogliticcio  e  nel- 
la più  parte  di  luterani  su  Roma  nel  1527, 
onde  soddisfarlo  colle  prede,non  avendo 
denaro  per  pagarlo.  Per  evitare  Clemen- 
te VII  il  pericolo,  convenne  ad  altra  tre- 
gua ammettendovi  iColonuesi,che  di  mal 
cuore  dovè  assolvere  dalla  scomunica  e 
reintegrare  Pompeo  della  dignità  cardi- 


TRI  55 

nalizia  ;  quindi  incautamente  liceuziò  la 
maggior  parte  delle  truppe  assoldate.  li 
Borbone  però  non  aderì  alla  tregua  e  pro- 
seguì la  sua  marcia  sull'infelice  Roma,  e 
1'  assaltò  a'6  maggio:  vi  restò  ucciso  nel 
salire  le  mura,  ma  l'esercito  entrato  fu- 
riosamente nella  città  ,  per  due  mesi  vi 
commise  quel  saccheggio  e  feroci  crudeltà, 
che  tuttora  non  si  rammentano  senza  or- 
rore. Clemente  VII  rifugiatosi  in  Castel 
s.  Angelo  vi  restò  assediato.  Era  vi  pure  il 
celebre  orafo  e  scultore  Benvenuto  Cel- 
imi, facendovi  da  valente  bombardiere, 
il  quale  chiamato  in  sua  camera  dal  Pa- 
pa, e  rinchiusi  col   francese  Cavalierino 
servo  intimissimo  e  di  gran  fiducia  del 
Papa,  gli  fece  guastare  dall'oro  due  tri- 
regni, le  mitre, gli  anelli  e  tuttala  quanti- 
tà di  gioie  della  camera  apostolica.  In  uno 
de'triregni  era  un  diamante  di  colore  in 
carnato  nettissimo  e  limpidissimo,  ed  in 
tal  guisa  brillava  e  splendeva  che  pare- 
va una  stella,  ed  appresso  di  lui  perdeva 
di  vaghezza  ogni  altro  diamante.  Slegate 
le  gemme,  Celimi  le  involse  ciascuna  in 
poca  carta,  e  le  cucì  e  trapuntò  col  Ca- 
valierino in  certe  falde  addosso  al  Papa 
e  al  medesimo  Cavalierino;  e  poscia  l'oro 
ricavato  ascendendo  a  circa  200  libbre, 
il  Celliui  segretamente  lo  fuse  e  consegnò 
a  Clemente  VII.  Non  avendolo  il  Cava- 
lierino compensato,  il  Celliui  si  appropriò 
l'oro  cavato  dalle  ceneri  del  valore  dii  5o 
ducati,  per  cui  poi  ne  domaudòe  otten- 
ne l' assoluzione  dal  Papa.  Intanto  erasi 
trattata  e  conclusa  a  dure  condizioni  1 1 
pace,  ed  era  stabilito  il  9  dicembre  per 
la  liberazione  del  Papa;  ma  egli  diffidan- 
do sempre  de'suoi  nemici,  la  notte  pre- 
cedente col  Cavalierino,  le  gioie  e  l'oro 
fuggì  travestito  da  mercante  o  da  orto- 
lano in  Orvieto.  Tranquillate  le  cose,  e 
tornato  il  Papa  ali»  sua  sede,  pare  che  da 
certo  Micheletto  facesse  rifare  i  due  trire- 
gni, colle  gioie  degli  antichi  guastati,  ma 
non  se  ne  ha  sicura  cognizione.  Dipoi  Cel 
lini  fu  accusato  a  Paolo  III  di  possedere 
80,000  ducati  e  la  maggior  parte  in  gioie 


T  U  ! 
rubale  alla  Chiesa  in  Castel s. Angelo, ove 
iii  posto  in  eaiv.ere  e  nel  Fuggirne  si  i -lip- 
pe una  gamba.  Nel  pontificato  stesso  tli 
Paolo  III  e  nel  1 544  ^u  scoperto  vicino 
all'altare  del  tempio  di  s.  Petronilla  ora 
basilica  Vaticana,  nel  demolire  il  mede- 
simo, il  sepolcro  delle  i\i\e  figlie  di  Si- 
licone e  di  Serena,  Maria  e  Termanzia, 
spose  consecutive  dell'imperatore  Ono- 
rio, che  similmente  ebbe  il  suo  sepolcro 
vicino  a  quoto.  Vi  fu  trovatoli  corpo  del- 
l' imperatrice  Maria  vestilo  d'una  veste 
d'oro  tirato,  che  fusa  pesò  4o  libbre,  ol- 
ire i5o  anelli,  vasetti  di  pietre  preziose 
e  una  gran  copia  di  gioie  e  di  perle,  die 
furono  impiegate  da  Paolo  III  nel  forma- 
re un  ricchissimo  triregno.  Era  il  mondo 
muliebre  dell'imperatrice,  con  cui,  secon- 
do l'antico  costume,  fu  fatta  seppellire  dal 
suo  amantissimo  consorte,  che  l'avea  in- 
consolabilmente perduta  appena  sposata. 
Fra  le  altre  cose  pregevoli  ivi  trovate  e- 
ravi  una  laminetta  d'oro,  in  cui  erano  in- 
cisi i  nomi  di  quegli  Angeli,  di  cui  par- 
lai nel  voi.  XVII,  p.  166,167,168.  Alcu- 
ne perle  grossissi me  il  tempo  le  avea  gua- 
state, e  si  sfogliavano  come  le  cipolle.  I 
gigli  fàrnesiani  che  circondavano  questo 
triregno,  e  stemma  di  Paolo  111,  erano 
mirabilmente  formati  da  tanti  zaffiri  o- 
1  ientali,  tagliali  appositamente.  Siccome 
Paolo  III  era  gibboso  e  colla  testa  curva, 
il  bizzarro  BenvenutoCellini,  avendo  bia- 
simato che  il  triregno  gli  piangeva  in  lev 
sia  e  che  pareva  un  uomo  vestito  di  pa- 
glia, perde  la  grazia  di  Paolo  III.  S'igno- 
ra se  Paolo  IV  redimesse  il  triregno  la- 
sciato in  pegno  a  certi  mercanti  in  tem- 
po di  sede  vacante,  come  ricavasi  da  que- 
sto pauso,  riportato  ne* Possessi  dm  Can- 
cellieri. Paulus  IV i3uov.i555.  Coro- 
nata ponti fìciam  preliosam, Regnimi  min- 
cupalam,  quam  nominili  mercatores  de 
Olgiale,  et  Ubaldinis  ex  causa  certi  con- 
Iractus  cimi  eis  per  collegium  cardina- 
lium  sede  vacante  farti  in  pignus  habitat, 
Tliornae  de  Maritai  consigliati promisit. 
Gregorio  Xlll  arriccia  il  triregno  di  Giù- 


T  I  I 
Ho  II  di  un  nuovo  ornamento:  fece  col- 
locare in  cima  della  tiara  un  grossissimo 
smeraldo  di  carati  4<>4  e  mezzo,  che  for- 
mava la  base  alla  croce  di  diamanti,  e  in- 
torno ad  esso  erano  incise  le  parole:  Gre- 
gari us  X1IL  P.  O.  Al  Sebbene  il  No- 
vaes  nella  Storia  dì  Sisto  V  c\  dice  che 
il  suo  triregno  superava  in  beltà  e  valo- 
re quelli  de'  predecessori,  non  mi  riuscì 
trovarne  altra  notizia.  11  triregno  fatto  da 
Clemente  VI  II, così  lo  degl'i  sseGio. Paolo 
Mucanzio,  nel  Diario  del  suo  viaggio  a 
Ferrara.  Anno  1  5oy8  die  x  maji  dominic. 
Pentecoste*,  paratus  fuit  Ponlfex  soli- 
tis  paramenti  s,  et  cum  pluviali  rubro  no- 
vo, et  Tiara,  seti  Regno  prelioso,  de  no- 
vo ab  ipso  SS.  D.  N.  facto,  inargaritisì 
et  lapidi  bus  preliosis  ornato,  et  valde  con- 
spiato,  valoris,  ut  ajunt,  ultra  3oo  mil- 
liiun  aureorum  ,  quod  hac  die  primuni 
porlavit.  Sedquuni  csset  ni/nis  angustimi 
in  apertura,non  potuit  illud  diufitts  f-rrej 
sedne  sibi  a  capile  caderci,  vlx  illud  por- 
lavil  usque  ad  altare  ss.  Sacrata,  ubi  eo 
deposito,  fida  oratione,  aliud  pretiosis- 
simuni  Julii  PP.  Il  accepit  et  porlavit 
tani  in  eundo  ad  Cappellani,  qua  ni  re- 
denudo  ab  ea.  Anche  il  magnifico  Urba- 
no Vili  fece  un  prezioso  e  ricco  triregno, 
di  cui  vado  a  parlare  dicendo  come  lo  fe- 
ce rilegare  Pio  VI, altrettanto  avendo  pra- 
ticato co'triregni  di  Giulio  II,  Paolo  III 
e  Clemente  Vili  ,  giacché  dopo  il  sacco 
di  Roma  non  più  esistevano  que'  di  Bo- 
nifacio Vili,  Paolo  li  e  Leone  X.  Dirò 
prima,  che  mentre  nel  1  712  il  principe 
Federico  Augusto  di  Sassonia  (V.)  s'i» 
struiva  in  Bologna  per  abiurar  gli  errori 
di  Lutero,  per  frastornarne  il  lodevole 
proponi  mento,  alcuni  principi  protestanti 
minacciando  1'  invasione  della  Sassonia, 
Clemente  XI  che  tante  preghiere  a  Dio 
avea  fatte  per  la  salute  eterna  del  prin- 
cipe, scrisse  al  di  lui  padre  Augusto  li  re 
di  Polonia  ed  elettore  di  Sassonia,  asp- 
irandolo non  solo  de'suoi  caldi  uffizi  co' 
sovrani  cattolici,  ma  anchedi  soccorsi  pe- 
cuniari, disposto  perciò  a  vendere  gli  ir- 


TR  I 

redi  sagri  più  preziosi  e  l'istesso  triregno, 
StJbsse  bisognato, per  rintuzzar  la  violen- 
za de'nemici.  Un  zelo  così  generoso,  Dio 
compensò  colla  desiderata  conversione  del 
principe  al  cattolicisoio.  Mentre  la  s.  Sade 
possedeva  i  memorali  4  triregni,  il  Papa 
Pio  VI, che  in  magnificenza  e  grandezza 
d'animo  non  la  cedeva  ad  alcuno  de'suoi 
piìi  splendidi  predecessori,  per  maestre 
decoro  delle  pontificie  funzioni,  dal  gio- 
ielliere pontificio  Carlo  Sartori  li  fece  ri- 
legare di  nuovo,  e  quell'eccellente  arti- 
sta ne  die  la  minuta  descrizione  a  Fran- 
cesco Cancellieri,  il  quale  la  pubblicò  in 
Roma  prima  nel  i  788  nella  Descrizione 
de' tre  Pontificali,  cioè  le  descrizioni  de' 
triregni  rinnovati  di  Giulio  li  e  Clemente 
Vili;  nel  1790  nella  3. a  parte  della  De- 
scrizione delle  cappelle  pontificie,  le  de- 
scrizioni de't riregni  rimodernali  di  Giu- 
lio II  e  Urbano  V  III;  e  nel  1  3  1 4-  ne^a  2«8 
edizione  della  Descrizione  de' tre  Ponti- 
Jicali,  le  descrizioni  di  tutti  e  4  «  trire- 
gni. Queste  descrizioni  furono  riprodotte 
dal  Novaes  nel  t.  2  delle  Dissertazioni 
d'introduzione  alle  vite  de9 sommi  Pon- 
tefici, dissert.  5.a  Della  solenne  corona- 
zione de' Pontefici j  e  dal  Ba Massari  nella 
Relazione  delle  avversità  e  patimenti  di 
Pio  li,  t.  2,  lib.  3.  Di  tutti  mi  gioverò 
senza  replicare  il  già  riferito.  lli.°  trire- 
gno di  Giulio  li  nel  1789  fu  rilegato  con 
un  vaghissimo  disegno.  Conteneva  3  dia- 
manti di  rara  grossezza  e  36  fra  mezza- 
ni e  piccoli  ,  24  balasci  grossi  assai  del 
Mogol,  22  zaflìri  orientali  grossissimi,  it\. 
smeraldi,  12  rubini  mezzani  e  2  piccio- 
lissimijoltre  una  gran  quantità  di  perle  o- 
rientali  e  scaramazze,  molte  perle  grosse 
a  gocciola,  ed  altre  tonde,  e  i  6  cordoni 
dellefasciedi  perle  orientali  grosse  ed  una 
tonda  grossissima.  Nella  fascia  da  piedi  si 
leggeva  il  nome  di  Pio  VI,  che  lo  fece  ri- 
legare con  copioso  accrescimento  di  pie- 
tre preziose,  formato  con  lettere  di  dia- 
manti tagliati  a  tale  effetto, in  questo  mo- 
do :  Ex  munificentia  Pii  VI  P.  O.  M. 
Anno  XIV.  Figurava  iu  cima  di  questo 


TRI  57 

prezioso  triregno  il  suddescritto  smeral- 
do di  Gregorio  XIII,  il  quale  pervenuto 
per  quanto  dirò  in  mano  di  Napoleone  I, 
lo  fece  porre  nella  sommità  del  triregno 
da  lui  donato  a  Pio  VII;  il  quale  trire- 
gno, dice  Baldassari,  rapilo  dal  generale 
Miotlisper  rimandarlo  a  Napoleone  I,  iu 
ultimo  fu  restituito  al  medesimo  Pio  VII 
da  Luigi  XVIII  re  di  Francia.  Il  2.0  tri- 
regno di  Paolo  III,  nel  1789  fu  disfatto 
e  rimodernato  di  bella  forma  e  nuovo  di- 
segno, con  corone  rilevate  tutte  filettate 
d'oro,  e  guarnite  di  perle  orientali  e  sca- 
ramazze, infilate  con  filo  d'argento  fino 
per  renderle  stabili  e  non  soggette  a  veru- 
na perdita.  Le  rose  di  dette  corone  a  for- 
ma di  giglio,  erano  di  zaffiri  orientali  ta- 
gliati e  lavorati  a  tale  effetto.  Furono  poi 
aggiunte  molte  altre  pielr*  preziose  orien- 
tali e  occidentali,  per  eseguire  il  nuovo 
disegno;  cioè  5  diamanti  grossi  e  14  di 
mezzani  e  (\i  piccoli,  1 4  balasci  grandi  del 
Mogol  e  4  mezzani,  1  o  rubini  grossi  e  mez- 
zani, e  4^3  mezzanelli,  184  zailìretti  mez- 
zani e  piccoli,  5o  smeraldi  grossi  e  mez- 
zani, 18  acquemarine  oltre  2  grosse,  q.o 
grisolite  fra  le  quali  4  grosse,  12  topazi 
grossi  e  1 8  mezzani,6  giacinti  grisopazi  ol- 
tre due  grossi, 2  amatistegrosseeS  mezza- 
ne, 24 perle  grosse  pendenti  e  moltissime 
grosse  tonde  pendenti  mezzanelle  fram- 
mezzo, che  formavano  6  cordoni  delle  3 
fascie  sotto  le  corone,  e  nella  fascia  da  pie- 
di le  lettere  di  rubini    orientali   tagliati 
appositamente  e  che  componevano  le  pa- 
role :  Più*  VI  P.  31.  Anno  XV.  Il  fon- 
do del  triregno  era  tulto  di  perle  minute 
che  furono  aggiunte.  Nella  cima  del  me- 
desimo un  grosso  baiaselo  del  Mogol  for- 
mava base  alla  croce,  tutta  di  diamanti 
con  testate  di  rubini,  ed  il  pieduccio  era 
tutto  d'oro  con  4  testine,  rappresentanti  i 
venti  (parte  dello  stemma  B raschi  di  Pio 
VI),  con  sodio  di  rose  d'Olanda,  e  fiori  di 
brasca  smaltati.   Le  infide  erano  ornate 
di  buon  disegno,filettate  di  oro,con  perle  e 
con  molte  pietre  preziose,  ed  alla  fine  del- 
le medesime  si  vedeva  l'arma  tutta  d'o« 


58  T  1\  I 

io  ili  bassorilievo,  collo  stemma  di  Pio  VI 
smaltato,  e  col  fondo  delle  code  di  tocca 
d'argento. Il  3."  triregnodi  Clemente  Vili 
fu  rifiuto  in  miglior  forma  de'precedenti 
nel  i  782,  con  aggiunta  di  moHeallre  pie- 
tre preziose. Le3corone  erano  rilevate  con 
filetti  d'argento  (ino,  per  renderle  stabili. 
)  cordoni  di  perle  grosse  tonde  e  a  peret- 
ta. Inoline  ti  vedevano  e)  diamanti  grossi, 
9.37  fra  piccoli  e  mezzani,  zalliri  orien- 
tali, baiarci  del  Mogol,  smeraldi,  plasme 
di  smeraldi,  giacinti,  topazi,  granate,  a- 
matisle,  e  un  rubino  orientale  a  goeeia 
di  i.°  colore.  Anche  le  code  erano  di  nuo- 
vo disegno,  con  l'armi  d'oro  guarnite.  Nel- 
la fascia  da  piedi  si  leggeva  con  lettere 
smaltate  :  Pius  FI  P.  M.  Anno  Vili. 
Il  4«°  triregno  d'  Urbano  Vili  ,  che  nel 
1  790  fu  disfatto  e  rimodernato  con  beila 
forma,  con  nuovo  disegno  con  corone  ri- 
levate e  guarnite  di  perle  e  pietre  prezio- 
se. Le  rose  di  queste  corone  erano  a  for- 
ma di  rosa  naturale  con  gambo  di  sme- 
raldi ,  e  foglie  di  grisolite  tagliate  a  tale 
elicilo,  con  molte  altre  pietre  preziose  o- 
rientali  e  occidentali  aggiunte  pel  com- 
pimento del  nuovo  disegno,  cioè  un  dia- 
mante grosso  a  goccia  e  79  mezzani,  18 
za  (lì  ri  grossi  e  mezzani  e  1^0  piccoli,  5o 
balasci,3  rubini  grossi  e  37  mezzani  e  pic- 
coli, i56  smeraldi  mezzani, 67  topazi  gros- 
si e  mezzanelli,  6  acquemarine,  4  giacinti 
grossi,  5o  grisolite  grosse  e  36  mezzane, 
con  moltissime  perle  grosse  orientali,ed  a 
pendere  nelle  corone  e  ue'6  cordoni  delle 
3  fascie sotto  le  medesime  corone  con  pia- 
lletti smaltati  turchini,  e  nella  fascia  da 
piedi  le  lettere  erano  tutte  di  grisolite  in 
n.°di  171,  tagliate  e  lavorate  a  quest'uso, 
componenti  l'iscrizione:  Pius  VIP.  31. 
Aimo  XVI.  Nella  cima  di  questo  trire- 
gno un  balascio  giallo  orientale  formava 
Imsc  alla  croce  di  diamanti,  ed  il  peduc- 
cio con  due  pallini  tutti  d'oro,  quali  te- 
nevano una  fascia  cou  lettere  di  rose  d'O- 
landa. Il  fondo  del  triregno  era  tutto  di 
perle  minute.  Le  infule  erano  ornate  di 
buon  disegno,  e  tutte  filettate  d'oro  con 


TRI 

perle  e  colle  ricordate  pietre  preziose,  e 
intorno  all'ornato  delle  medesime,  a  gui- 
sa di  galloneino,era  una  bacchettimi  smal- 
tata turchina,  e  nel  (ine  l'arma  tutta  d'o- 
ro in  bassorilievo  colloslemma  di  Pio  VI 
smahatoeil  fondo  di  tocca  d'argento.lnol- 
ti  e  in  tempo  di  Pio  VI  eravi  un  altro  tri- 
regno leggero  d'uso,  al  (piale  egli  nel  1  780 
fece  fare  la  croce  di  diamanti  con  testata 
di  sineraldi,e sotto  la  medesima  una  perla 
grossa  tonda  che  formava  il  mondo,  colle 
rose  di  brillanti.  Inoltre  Pio  VI  fece  due 
mitre  preziose,  e  rimodernò  quelle  di  s. 
Pio  V  e  di  Paolo  V,  tutte  descritte  a  AIi- 
tra.  Leggo  in  Novaes,  che  per  la  nuova 
rilegatura  de'triregni  e  delle  mitre,  e  pei* 
l'accrescimento  delle  gioie,  v'impiegò  Pio 
VI  un  milione  di  scudi.  I  discorsi  4  tri- 
regni e  le  4  mitre,  dallo  stesso  Pio  V  I  fu- 
rono di  necessità  ben  presto  fatti  scioglie- 
re per  darne  il  loro  prezzo  a  conio  de'6 
milioni  di  franchi  (scudi  dice  il  Novaes) 
da  sborsarsi,  in  seguito  del  fatalissimoe 
rovinosissimo  trattato  di  Tolentino  (V.)t 
dettato  e  imposto  da  Napoleone  Bonapar- 
te  comandante  de'fraucesi  occupatoli  del- 
lo stalo  papale  nel  febbraio  1  797.  Il  sud- 
detto gioielliere  Sartorj  ,che  ne  avea  fitte 
tu  Ite  le  legature,  non  li  stimò  più  di  scu- 
di 285,885,  come  risulla  dal  Sommario 
della  scrittura  romana  di  partecipazio- 
ne di  mercede  per  i  sig."  Michele  Mas- 
selli, Nicola  Garroni  e  Vincenzo  Gclpi 
n.°8.  Osserva  il  contemporaneo  Baldas- 
sari,  che  i  nominati  preziosi  ornamenti 
papali,  essendo  stati  destinati  da  Pio  VI 
a  servire  al  pagameli  lo  delle  taglie  im- 
postegli da'suoi  nemici,  fu  certamente  pel 
Papa  un  sacrifizio  che  gli  dovette  costare 
uno  sforzo  tanto  piti  doloroso,  in  quan- 
to che  gli  ornamenti  erano  stati  da  lui  di 
recente  abbelliti  e  arricchiti,secondo quel- 
la sua  gran  magnificenza  che  sarà  sem- 
pre ricordata  con  ammirazione.  Oltre  tali 
gioie,  e  la  requisizione  di  quelle  de'sud- 
diti,  cogli  ori  e  gli  argenti,  sacrifizi  enor- 
mi e  calamitosi,  da  me  narrati  e  deplo- 
rati a  Tesoriere,  a  Tolentino,  e  articoli 


TR  I 
relativi,  Pio  VI  per  adempiere  i  duris- 
simi patii  della  fugace  pace,  v'  impiegò 
pure  le  suppellettili  preziose  delle  chiese, 
il  tesoro  del  santuario  di  Loreto,  le  perle, 
le  gemme,  l'oro  ricavati  anche  da'  man- 
ti, dalle  pianete,  dalle  stole,  da'  formai», 
dalle  milre  preziose,  dagli  anelli  e  da- 
gli altri  ornamenti  pontificali  della  Sa- 
grestia pontificia  (/".),  la  quale  da  ric- 
chissima che  era  si  trovò  del  tutto  depau- 
perata. Il  gioielliere  de'palazzi  apostolici 
Sartorj,  per  ammucchiare  le  dette  gioie, 
quantunque  assiduamente  lavorasse  più. 
che  poteva,  v'impiegò  in  islegarle  dagli 
ori  e  argenti  ili  cui  erano  legate  il  tempo 
che  trascorse  da'28  febbraio  a'  i  o  marzo 
di  detto  1797,  per  satollare  l'esigenze  del- 
la repubblica  francese,  ingiuste  e  prepo- 
tenti, anche  a  irreparabile  danno  dell'ar- 
te della  più  insigne  orificeria,  dovendosi 
distruggere  moltissimi  capolavori  di  essa 
e  stupendissime  sculture,  come  il  famoso 
formale  di  Clemente  VII,  fatto  dal  som- 
mo orafo  Celimi.  Il  Baldassari  che  tutto 
vide  e  di  tutto  fu  esattamente  istruito,  de- 
scrive ancora  il  pregiudizievole  modo  co- 
mesi riceverono  da'repubblicani  francesi 
le  contribuzioni.  Le  gemme  e  le  perle, 
in  quanto  al  Papa,  erano  apprezzate  da 
Carlo  Sartorj,  gioielliere  palatino,  e  da' 
3  gioiellieri  molto  rinomati  Masselli,  Gar- 
roni e  Gelpi;  e  in  quanto  alla  repubbli- 
ca francese  da  Ulisse  Pentini,  e  da'com- 
D)  issa  ri  francesi  Villetard,  Munge  e  Ber- 
thollet,alla  presenza  dell'agente  Cacault, 
con  precisione  e  scrupolosamente.  Non  è 
vero  che  nelle  slime  romane  fosse  stato 
attribuito  alle  gioie  un  valore  enorme- 
mente maggiore  del  giusto,  ad  onta  che 
Bonaparte  pretese  scrivere  a'i4  maggio 
al  direttorio  di  Parigi:  il  Papa  ci  ha  dato 
otto  milioni  di  gioie,  i  quali  secondo  la 
stimazione  diModena  (dell'ebreoFormig- 
gini,che  osò  ridurre  a  niente  un  tesoiodi 
gemme  iniquamente  !)  non  valgono  più  di 
quattro  milioui  e  5oo,ooo  franchi.  Tul- 
l'altro.  I  commissari  repubblicaui  ridus- 
sero le  stime  arbitrariamente  e  ingiusta- 


TR  1 


59 


mente,  massime  il  voracissimo  commis- 
sario Haller,  che  si  servi  degli  ebrei  per 
una  nuova  stima  delle  gioie,  e  ne  fu  rim- 
proverato da  Cacault.  Piuttosto  devesi 
confessare, che  a  Bonaparte  bisognava  a- 
ver  milioni  in  contanti,  e  per  averne  col 
vendere  le  gioie  pontificie,  era  necessa- 
rio venderle  in  tempi  di  generale  defi- 
cienza di  denari  a  prezzo  bassissimo;  l'e- 
poca era  cosi  calamitosa,  che  niuno  po- 
teva sperare  di  fare  pronto  e  buon  gua- 
dagno comprando  perle  e  pietre  preziose. 
Cacault  stesso  biasimò  le  pretensioni  bru- 
tali e  ingiuste,  l'esorbitanti  esigenze  ti- 
ranniche di  Haller  e  di  altri;  dicendo  che 
il  Papa  ormai  era  smunto,  e  non  pote- 
va dar  ciò  che  non  avea,  aver  fitto  sforzi 
estremi,  ed  essere  in  travaglio  e  fallimen- 
to, e  non  doversi  comandare  a  Roma  ad 
usanza  di  tartari  e  corsari,  dopo  avere  il 
governo  romano  pagalo  trentun  milioni 
d'imposizioni.  Per  terminare  l'angusliosa 
vertenza  del  calo  delle  stime,  Pio  VI  sog- 
giacque ad  altri  gravissimi  sagrifizi  e  spe- 
dì a  Modena,  a  Milano  e  poi  a  Genova 
con  altre  gioie  del  valore  di  quasi  cinque 
milioni,  stimate  bassissimamente  a  Mila- 
no, Gio.  Battista  Sartorj  figlio  di  Carlo 
e  un  perito  di  conti,  per  usar  tutte  le  con- 
discendenze e  rassodare  un'effimera  pace. 
La  dilapidazione  commessa  aMilano  sulle 
gioie,  e  tutti  gl'intrighi  che  accompagna- 
rono una  serie  di  ribalderie,  si  ponilo  det- 
tagliatamente leggerle  nell'accurato  Bal- 
dassari. Narra  il  JXovaes  nella  Storia  di 
Pio  FI,  che  avendo  i  francesi  ricevuto 
le  gioie  de'triregni,  delle  milre  e  di  altri 
ornamenti  pontificii  in  conto  delle  som- 
me statuite  nella  pace  di  Tolentino,  Ca- 
cault si  portò  da  Pio  VI  a  fargli  l'offerta 
di  rendergli  le  gioie  spettanti  a' triregni 
per  due  milioni  meno  del  valore  loro  e 
anche  in  rate.  11  Papa  che  molto  brama- 
va di  conservare  al  Tesoro  della  s.  Sei\e 
e  a'successori  que'preziosi  monumenti,  i 
quali  oltre  a  perpetuare  le  memorie  della 
generosa  pielàde'fedeli,  servivano  ad  ac- 
crescere e  render  più  maestose  le  sagre  ce- 


60  TRI 

remonie  <lc*I  supremo  Gerarca,  vi  accudì 
subito,  e  perciò  spedì  a  Milano  il  gioiel- 
liere Sartori,  ed  il  banchiere  poi  duca  d. 
Giovanni  Torlonia  per  combinare  l'oc- 
corrente. Ma  siccome  i  francesi  pretende- 
vano C)  milioni  di  moneta  elfettiva, sborso 
impossibile  ad  effettuarsi  per  la  deficien- 
za in  cui  era  stato  ridotto  il  LJapn,  dovè 
Pio  VI  contentarsi  di  ricuperare  una  par- 
te di  quelle  gioie;  ma  lo  spoglio  de'suoi 
domimi  e  il  suo  detronizzamento  gì'  im- 
pedirono di  rifare  neppure  un  triregno, 
né  una  mitra.  Per  finire  la  narrativa  di 
qtiesta  espilazione  delle  sagre  gemme  di 
Roma,  ricorderò  di  aver  notato  nel  voi. 
LXXVI,  p.  324,  ebe  Pio  VI  per  sazia- 
re l'esigenze  di  Haller,  mandò  in  depo- 
sito nd  ari  banchiere  di  Genova  gioie  e 
brillanti  de'triregoi  e  mitre  sciolte  per  un 
valore  di  10  milioni,  sui  quali  la  repub- 
blica ne  pretendeva  4' di  compenso  alle 
stime  credute  esagerate;  per  cui  almeno 
6  milioni  appartenevano  al  governo  pon- 
tificio; ma  appena  seguì  in  Roma  l'ucci- 
sione di  Duphault,  il  direttorio  di  Pari- 
gi, che  l'avea  provocata,  ordinò  il  seque- 
stro di  tutto  il  tesoro  e  se  l'appropriò  con 
pubblico  ladroneccio,  e  quindi  consumò 
l'intera  occupazione  dello  stato  pontifi- 
cio e  lo  democratizzò,  dopo  aver  detro- 
nizzalo e  imprigionato  Pio  VIa'20  feb- 
braio 1798.  Quando  il  general  Berlhier 
mosse  all'  invasione  di  Roma,  fra  gli  o- 
staggi  che  esigette,  vi  volle  compreso  Car-, 
lo  Sartorj  gioielliere  di  Pio  VI.  Così  i  fran- 
cesi, fatti  i  conti  a  modo  loro,  percepiro- 
no 6  milioni  di  franchi  o  lire  lornesi  di 
più  de'3o  milioni  voluti  a  Tolentino,  ol- 
tre i  capolavori  d'arte  e  la  cessionedi  pro- 
vincie.  11  eh.  Pistoiesi  nella  Vita  di  Pio 
VII,  t.  r,  p.  38  e  241,  dice  che  pel  trat- 
tato di  Tolentino  furono  spogliali  di  tutte 
le  gioie  i  4  suddescritti  triregni,  per  sup- 
plire con  essi  a  sei  milioni  di  scudi;  e  che 
forse  il  triregno  fatto  poi  a  Parigi  d'or- 
dine di  Napoleone  I  per  donarlo  a  Pio 
VII,  si  eseguì  con  porzione  di  tali  gioie. 
Sia  comunque ,  almeno  lo  smeraldo  di 


T  R  I 
Gregorio  XIII  vi  si  collocò,  e  probabil- 
mente per  non  potersene  fare  altro  uso, 
a  motivo  di  sua  iscrizione. 

Nel  1800  in  Venezia  fu  eletto  Pio  VII, 
e  ricevè  la  mitra  preziosa  che  pel  nuovo 
Papa  durante  il  conclave  avea  donato 
n)g.r  Sebastiano  Alcaini  veneziano  soma- 
sco,  che  nel  1 785  Pio  VI  avea  tf aitato  da 
Apollonia  inpartibus  alla  sede  di  Bellu- 
no. Narrai  nel  voi.  XVII,  p.  227  e  altro- 
ve ,  che  essendosi  portato  Pio  VII  nel 
1804  in  Parigi  a  ungere  Napoleone  I  im- 
peratore de'francesi  e  l'imperatrice  Giu- 
seppina, nella  sua  coronazione,  che  l'ira* 
peratore  fece  da  se  stesso  e  a  un  tempo 
coronò  sua  moglie;  dipoi  l'imperatore  gli 
donò  il  prezioso  triregno  esistente  ,  che 
vuoisi  formato  con  parte  delle  gioie  dei  di- 
sfitti  antichi  triregni,  e  gli  altri  oggetti  ivi 
notali, per  cui  si  pubblicò  nel  n.  °5i  del  Dici' 
rio  di  Roma  de'26  giugno  1801."  Essen- 
do giunto  in  Roma  il  ricco  e  vaghissimo 
triregno,  che  S.  M.  I.  e  R.  Napoleone  I 
manda  iu  regalo  alla  Santità  di  Nostro  Si- 
gnore; perciò  l'E.roo  Sig.r  Cardinale  Giu- 
seppe Fesch  ministro  plenipotenziario 
dell'I.  M.  S.  presso  questa  s.  Sede,  la  se- 
ra dello  scorso  martedì  lo  presentò  al  San- 
to Padre.  Questo  triregno  è  di  fondo  vel- 
luto color  perla,  con  tre  magnifiche  fascie 
c'isoliate  e  guarnite  di  rare  e  grosse  pie- 
tre colorite  di  primo  colore,  consistenti 
in  zaffiri,  smeraldi  e  rubini  orientali  del 
Mogol.  Queste  si  vedono  contornate  da 
brillanti  di  ottima  qualità  di  concia  d'Iu- 
ghilterra,  lavorati  doppi;  sonovi  ancora 
delle  fila  di  perle  tutte  orientati  ,  e  sor- 
prendenti per  la  loro  eguaglianza.  Ciascu- 
na delle  suddette  fascie  viene  guarnita  da 
due  fila  di  dette  pei  le.  Il  cupolino  è  lavora- 
to d'oro  guarnito  di  rubini  e  perle,  e  nella 
sua  sommità  posa  un  grosso  smeraldo  a 
foggia  di  due  monti,  da  dove  elevasi  una 
sorprendente  ed  elegante  croce  di  gros- 
si brillanti;  indi  seguono  le  due  code  di 
egual  fondo  guarnite  di  rubini  e  perle.  Il 
da  capo  de'fiocchi  trovasi  guarnito  di  di- 
verse pietre  colorate  e  brillauti.  Le  frau- 


TRI 

gie  sono  di  perle  e  granoni  d'oro.  Segue 
finalmente  il  suo  cordone  di  granoni  d'o- 
ro con  fiocco  tondo  lavorato  simile  a'fioo 
chi  delle  code.  Tutto  il  lavoro  è  elegantis- 
tissimo  e  riscuole  giustamente  le  lodi  di 
ognuno".  Il  cav.  Artaud,  Storia  di  Pio 
1  II,  t.  2,  cap.  46,  racconta  che  l'impe- 
ratore avea  ordinato  che  i  migliori  orefi- 
ci di  Parigi  fossero  incaricati  di  cesellare 
una  tiara,  dietro  disegni  venuti  da  Ro- 
ma, che  dovea  poi  più  tardi  essere  pre- 
sentata al  Papa.  Il  lavoro  essendo  affret- 
tato a  forza  di  denaro  e  di  premura,  que- 
sta tiara  veune  presto  portata  in  Roma. 
USanto  Padre  ringraziò  tosto  l'imperato- 
re colla  seguente  lettera. «Dilettissimo  fi- 
glio in  Gesù  Cristo.  Abbiamo  ricevuto  il 
dono  della  ricchissima  tiara  che  V.  M.  si 
è  compiaciuta  di  mandai  ci,  e  congiunta- 
menle  ammirata  tanto  la  magnificenza  di 
Vostra  Maestà,  quanto  l'eleganza  del  la- 
voro. Penetrali  della  più  viva  riconoscen- 
za, noi  rendiamo  a  V.3VI.  le  grazie  più  di- 
stinte per  un  dono  sì  generoso,  che  sarà 
sempre  conservato  ed  ammirato  quale 
monumento  della  munificenza  di  V.  M. 
e  della  memoranda  epoca  che  ricorda.  Noi 
ne  faremo  uso  per  lai.* volta  nella  pros- 
sima festade'gloriosiapostoliPietroePao- 
lo,  celebrandoli  solenne  pontificale  nel- 
la basilica  di  s.  Pietro,  e  così  tutta  Roma, 
nel  sommo  pregio  del  dono,  ammirerà  la 
grandezza  del  donatore.  Nel  ripetere  a  V. 
M.  Imperiale  e  Reale  i  sentimenti  a  lei  già 
ben  noti  del  nostro  cuore,  siccome  segno 
del  nostro  paterno  alletto,  con  tutta  l'ef- 
fusione dell'anima,  le  impartiamo  l'apo- 
stolica benedizione.  Data  in  Roma,  pres- 
so s.  Maria  Maggiore,  il  23  giugno i8o5, 
VI  del  nostro  pontificalo.  Pius  PP.  VII". 
Napoleone  I  per  le  sue  esigenze  inammis- 
sibili, non  vedendosi  esaudito  da  Pio  VII, 
gli  occupò  lostato  e  lo  fece  trasportare  pri- 
gione a  Savona  (V.):  mentre  a'6  luglio 
1809  rapivasi  il  Papa  a  Roma,  l'impe- 
ratore trionfava  nella  battaglia  di  Wa- 
gram  nell'arciducato  d'Austria.  L'Artaud 
nel  cop.  61  racconta,  che  a'  5  gennaio 


TRI  6i 

1810  si  presero  i  Sigilli  pontifìcii,  e  se- 
gnatamente V  AnvUoPcscat.orìo(V.),  dal 
governo  imperiale  francese  di  Roma,e  fu- 
rono inviati  a  Napoleone  I.  Il  prelato  E- 
manuele  de  Gregorio  (f.),  poi  ;i m piissi- 
mo cardinale,  delegato  in  Roma  nello  spi- 
rituale perPio  VII, pe'bisogni  della  Chiesa 
universale,  siccome  gli  fu  tolto  1'  anello 
pescatorio  col  quale  sigillava  i  brevi,  fece 
fare  altro  sigillo,  che  poi  mi  consegnò  per- 
chè ne  restasse  memoria  con  descriverlo, 
come  feci  nel  citato  articolo. Indi  l'aiutan- 
te di  campo  del  general  Miollis,  gover- 
natore generale  residente  in  Roma,  par- 
tì improvvisamente  da  questa  cittàcol  tri- 
regno che  Napoleone  1  avea  donato  a  Pio 
VII,  e  cogli  altri  ornamenti  papali;  onde 
per  Roma  si  sparse  la  diceria, essete  in- 
tenzione dell'imperatore  di  farli  tenere  a 
Pio  VII.  Piacque  a  Dio  di  annientare  la 
formidabile  potenza  di  Napoleone,  di  ri- 
stabilire sul  trono  di  Francia  i  Borboni, 
e  di  restituire  trionfante  alla  sua  sede  Pio 
VII  a' 24  maggio  i8i4-  Avendo  anche 
mg.r  de  Gregorio  ricuperato  la  sua  liber- 
tà fin  dal i.° aprile,  uscendo  dalla  Force 
di  Parigi,  si  adoperò  fortemente  per  ri- 
cuperare i  più  preziosi  monumenti  della 
s.  Sede,  e  dal  conte  d'Artois,  poi  CarloX, 
che  assunse  il  governo  di  Francia  pel  suo 
fratello  Luigi  XVIII  ,  ottenne  il  decreto 
di  restituzione;  ma  dovè  trattenersi  a  Pa- 
rigi, perchè  le  mitre  preziose  e  pontificie, 
donate  dal  vescovo  Alcaini  e  dalla  regina 
d'Elruria  poi  duchessa  di  Lucca  nel  pas- 
saggio di  Fio  VII  per  Firenze.,  il  triregno, 
e  diversi  arredi  della  cappella  pontifìcia, 
colla  sema  gestatoria  ,  si  ritenevano  dal 
tesoro;  le  carte  tolte  al  Papa  in  Savona 
dalla  polizia,  e  l'anello  pescatorio,  erano 
presso  il  ministero de'culli;  oltre  1  oc), 000 
volumi  degli  archivi  di  Roma  ,  collocati 
nell'archivio  generale  dell'impero,  e  per 
la  ricupera  de'quali  contribuì  mg.1  Mari- 
ni. Superate  le  difficoltà,  mg.r  de  Grego- 
rio nel  declinare  di  maggio  partì  da  Pa- 
rigi eoi  triregnOjl'anelloe  gli  arredi,  e  tut- 
to festevole  si  condusse  a  Roma.  Si  degnò 


e>2  tri 

narrarmi,  che  ammesso  ali*  udienza  be- 
nignamente da  Pio  VII,  si  felicitò  di  pre- 
sentargli il  ricuperalo  triregno,  poiché  a- 
vrebbe  potuto  usarlo  nella  prossima  fe- 
sta de'ss.  Pietro  e  Paolo,  oltre  l'anello  pe- 
scatorio;  e  mentre  si  aspettava  di  vedere 
apparire  un  raggio  di  giubilo  sul  volto 
del  Papa,  invece  e  non  senza  sorpresa, 
con  gravità  e  freddamente  s'intese  di- 
re: ponetelo  su  quel  tavolino,  guatati- 
dolo  appena  sott' occhio  Pio  VII.  Que- 
sto turbamento,  mi  soggiunse  il  car- 
dinale, probabilmente  nel  mansueto  Pio 
VII  si  sarà  prodotto  nel  rammentare  il 
complesso  de'dolorosi  avvenimenti,  che  si 
rannodavano  al  triregno,  la  cui  vista  in 
certo  modo  in  quel  momento  non  gli  riu- 
scì gradevole.  Alla  morte  del  Papa  i  suoi 
eredi  pretesero  il  triregno,  indi  transige- 
rono colla  camera  apostolica  mediante  un 
compenso-disc,  i  2,ooo,secondoalcuni,al- 
tri  raddoppiando  la  somma. Nell'insurre- 
zione del  1 83  i,GregorioXVI  fece  nascon- 
dere tale  triregno  ed  altri  sagri  e  prezio- 
si ornamenti,  per  salvarli  da  depredazio- 
ni se  in  Roma  avessero  potuto  prevalere 
i  ribelli.  L'onesta  e  fidata  persona  di  ciò 
incaricata,  per  sicurezza  pose  in  una  cas- 
sa il  triregno  sotto  terra.  Tranquillate  le 
cose,  il  triregno  fu  estratto  dal  nascondi- 
glio, ma  si  trovò  che  avea  sofferto,  rovina  • 
to  il  fondo  del  velluto,  e  disciolte  diverse 
pietre  e  perle. Gregorio  XVI  ne  fu  afflitto, 
e  geloso  custode  delle  cose  della  s.  Seóe^ 
rigorosamenteordinò,  che  ove  occorresse 
fosse  dismesso  e  rilegato  tal  quale,  e  che 
allatto  non  mancasse  neppure  della  più 
piccola  perla,  non  badandosi  a  spesa.  L'e- 
secuzione fu  affidata  a'28  dicembre»  833 
al  probo  e  intelligente  negoziante  di  gioie 
Annibale  Rota,  il  quale  egregiamente  cor- 
rispose alla  sovrana  fiducia,  poiché  in  sua 
casa  e  sotto  la  vigile  sua  direzione  il  tri- 
regno perfettamente  ritoruòqual  era  pri- 
ma,cou  soddisfazione  del  Papa  e  del  mag- 
giordomo mg.r  Patrizi  ora  cardinal  vica- 
rio, allorquando  lo  consegnò  a'i5  mar- 
zo i834.L'opcraziouc  ch'egli  vi  fece  coo- 


T  R  I 

siste,  nell'essere  stato  il  triregno  dismes- 
so dal  busto,  rinnovandosi  il  fondo  di  vel- 
luto nella  tiara  e  nelle  code;  scassate  e  ri- 
montate diverse  gioie,  come  quelle  della 
croce  e  delle  code,  e  fatte  tutte  le  occor- 
renti riparazioni  e  rimonte;  nonché  ripu* 
lite  tutte  le  gioie,  ed  il  tutto  rimesso  di- 
ligentemente in  opera  ,  senza  menoma- 
mente alterare  in  modo  alcuno  l'anterio- 
re forma  ed  ornato.  Questo  triregno  è  im- 
ponente, nobile  e  maestoso,  decorato  da 
una  collezione  di  pietre  preziose  colora- 
te di  gran  pregio,  contornate  da  perfetti 
brillanti  e  perle  orientali.  L'oro  si  valu- 
ta scudi  1  1612;  lo  smeraldo  di  Gregorio 
XIII,  che  forma  base  alla  croce, per  la  ra- 
rità di  sua  mole  scudi  3ooo;  tutto  il  tri- 
regno, comprese  le  dette  somme  ,  venne 
stimato  sotto  lo  stesso  Gregorio  XVI  a 
scudi  43,3 5o.  Si  forma  questo  bellissimo 
triregno  di  '3  corone,  del  cupolino,  delle 
code  e  de' cordoni  per  tenerlo  fermo  sul 
capo.  Ne  farò  in  breve  una  generica  de- 
scrizione, che  ricavo  da  altra  minutissi- 
ma. Nella  r."corona  inferiore  vi  sono  per 
guarnizione  8  mostaccioli  e  6  rosoni  di 
rubini  a  doppio  contorno  di  brillanti,  più 
i4  rubini  grandi.  Basano  sulla  medesima 
1 6  pezzi  in  oro,che  compongono  il  meau- 
clro  sopra  di  cui  sono  collocate  8  cartel- 
le con  32  rubini  e  in  mezzo  8  smeraldi. 
Dal  meandro  partono  8  rubini  contorna- 
ti di  brillanti ,  i  quali  basano  sopra  due 
foglie  in  figura  di  tulipani,  similmente  in 
brillanti  e  ballotte.  La  corona  di  mezzo 
si  compone  d'8  mostaccioli  con  8  smeral- 
di contornati  di  brillanti,  essendo  tramez- 
zali i  mostaccioli  da  6  smeraldi  più  gros- 
si e  pure  contornati  di  brillanti.  Basa  la 
corona  sopra  1 6  pezzi  d'oro,  che  compon- 
gono il  meandro,  sopra  il  quale  sono  le 
cartelle  in  cui  brillano  32  smeraldi.  Par- 
tono dal  meandro  8  smeraldi  contornati 
di  brillanti,  che  basano  su  due  foglie  in 
figura  di  tulipani,  similmente  in  brillan- 
ti e  balIelle.Olto  cartelle  d'oro  sono  guar- 
nite da  8  rubini  contornali  di  brillanti. 
La  3."  coroua  si  compoue  di  8  mostaccio- 


TR  I 
li  con  rubini  a  doppio  contorno  di  bril 
lauti;  più  di  6  rosoni  con  rubini  a  dop- 
pio contorno  di  brillanti.  Stilla  medesima 
basano  1 6  pezzi  che  coiti  pongono  il  mean- 
dro, sopra  di  cui  sono  collocate  8  cartel- 
le con  32  rubini.  Partono  dal  meandro 
8  rubini  contornati  di  brillanti  ,  i  quali 
basano  sopra  due  foglie  in  figura  di  tu- 
lipani, egualmente  in  brillanti  e  bullette. 
Le  8  cartelle  in  oro  sono  guarnite  da  al- 
trettanti zaffiti  contornati  di  brillanti.  Il 
cupolino  della  tiara  è  guarnito  da  8  ru- 
bini con  ^4  piccole  perle,  quindi  si  ele- 
va il  raro  masso  di  smeraldo,  più  volte 
ricordato,  sul  quale  trionfa  il  salutifero 

seemo  della  Croce  formata  dii2  brillan- 
o 

ti.  Le  code  sono  guarnite  di  perle  e  pie- 
tre di  colore,  cioè  di  70  castoni  con  ru- 
bini, con  4  perle  per  ciascuno.  Fa  orna- 
mento al  contorno  delle  medesime  una  ri- 
ga di  perle  tramezzate  da  56  rubini.  Guar 
niscono  la  parte  inferiore  de'fiocchi  delle 
code  un  meandro  con  5  pietre  di  colore 
per  ciascuna  contornate  di  brillanti ,  le 
quali  pietre  consistono  in  1  zaffiri,  in  4 
rubini,  in  4  smeraldi.  Le  perle  de'fiocchi 
si  formano  di  17  fila  per  ciascuna.  I  due 
cordoni  d'oro  finalmente,cheservonoa  te- 
nere fermo  il  triregnosul  capo  del  Papa, 
li  riunisce  il  passante  guarnito  da  un  ru- 
bino contornato  di  brillanti.  Altro  pezzo 
sotto  il  passante  ha  uno  smeraldo  per  par- 
te contornati  di  brillanti.  Nella  parte  su- 
periore del  fiocco  del  cordone  vi  sono  1 1 
rubini.  Ne'detli  pezzi  si  vedono  5  contorni 
di  piccole  perle  che  guarniscono  i  mede- 
simi. Termina  il  fiocco  con  cascale  di  per- 
le in  ìi  fila.  Questo  triregno  di  Napoleo- 
ne I  è  pesante  di  circa  8  libbre,  per  cui 
lo  stesso  Pio  VII,  al  quale  fu  donalo,  a- 
doperò  un  triregno  leggero  fatto  di  car- 
tone, coperto  di  ricami  d'oro  e  d'argen- 
to formanti  le  3  corone,  con  fìnte  gem- 
me di  talco.  Questo  medesimo  usarono 
Leone  XlI,Pjo  Vili  eGregorioXV [.Con- 
siderando quest'ultimo  Papa,  non  essere 
decente  che  il  sommo  Pontefice  nella  ma- 
gnificenza delle  sagre  funzioni  apparisse 


T  R  I  63 

con  un  triregno  così  abbietto,  fece  forma- 
re un  triregno  leggero  per  usarsi  nelle 
pontificie  funzioni,  ornato  modestamen- 
te di  3  corone  ricamate  in  oro  e  decora- 
te di  vere  gemme,  e  mi  pare  che  costò  cir- 
ca 1  5oo  scudi.  Per  l'infàusta  epoca  della 
rivoluzione  di  Roma,  de'  16  novembre 
1848  e  successiva  deplorabile  repubblica 
del  1849,  il  regnante  Papa  Pio  IX  fece 
nascondere.il  triregno  di  Napoleone  I  al- 
la rapacità  degl'  insorti,  servendosi  della 
stessa  encomiata  persona  a  cuiavea  affi- 
dato eguale  geloso  incarico  il  suo  prede- 
cessore. Si  legge  nel  n.°6  del  Giornale 
di  Rojna  del  i855.  »  Sua  Maestà  Catto- 
lica Isabella  II  ha  inviato  alla  Santità  di 
Nostro  Signore  Papa  Pio  I X  un  ricco  pre- 
sente, quasi  a  solenne  documento  di  sua 
speciale  venerazione  inverso  la  sagra  di 
lui  persona  e  di  sua  filiale  divozione  alla 
s.  Sede.  Desso  consiste  in  un  triregno  di 
rara  bellezza  e  per  la  quantità  delle  pie- 
tre preziose  e  per  il  lavoro  squisito. Tre 
corone  di  eguale  forma  e  dimensione,  col- 
locate adeguale  distanza  l'una  dall'altra, 
cingono  il  berretto  del  triregno,  che  è  un 
perfetto  tessuto  di  filo  d'argento  apposi- 
tamente lavorato  a  mano.  Ogni  corona  è 
formata  da  una  fascia  orlata  da  due  file 
di  brillanti  legati  in  oro,  e  tutta  tempe- 
stata di  grossi  brillanti  disposti  colla  mag 
gior  simmetria,  e  ad  una  eguale  distan- 
za fiamezzati  da  8  stelle  di  gemme  colo- 
rate, di  cui  4  sono  rubini  e  4  smeraldi. 
Codesta  fascia  porta  nel  suo  giro  8  orna- 
menti, che  presentano  la  forma  quasi  di 
un  fiore  di  vaga  fattura,  e  che  lutti  sono 
di  brillanti,  di  cui  uno  di  maggior  gros- 
sezza giace  a  mezzo  di  ciascuno  di  e*si. 
Anche  questi  fiori  sono  divisi  gli  tini  da- 
gli altri  da  un  ornato  egualmente  in  bril- 
lanti, la  cui  sommità  porta  una  grossa  per- 
la di t  /"qualità.  Onde  il  numero  di  questi 
ornati  è  eguale  a  quello  de'  fiori:  e  le  3 
corone,  che  in  nulla  di  (Feriscono  fra  loro 
nella  forma,con  tengono  tante  perle  di  con- 
siderevole grossezza  quanti  sono  gli  sme- 
raldi ed  i  rubini.  La  sommità  del  trite- 


G4  I  R  I 

gno  poi  è  coperta  da  un  rosone  formato 
anch'esso  di  bri  Hauti  ledili  in  òro,  e  ab- 
bellito tla  i  6  perle  leggiadramente  dispo- 
sti-: ■  mezzo  di  esso  sorge  un  globo  di 
za  (li  ri  duo  pei  fello  attui  ro,  citilo  da  due 
zone  di  brillanti,  e  sormontato  da  una 
croce  egualmente  di  brillanti.  Lecodedel 
triregno  sono  di  tessuto  di  filo  d'argento 
ricamato  in  oro,  e  orlale  da  vari  giri  di 
perle:  fra  i  ricami  primeggiano  alcuni  se- 
gni simbolici.  Così  questo  triregno  con- 
tiene da  ben  diecinove  mila  pietre  pre- 
ziose, dì  cui  dieciolto  mila  sono  brillan- 
ti. Esso  è  opera  del  sig.r  cavaliere  Carlo 
Pizzala,  gioielliere  di  Si  M.  Isabella  li,  il 
quale  La  moslraloquanlo  sia  valente  nel- 
l'arte sua.  considerando,  che  questo  lavo- 
ro india  lascia  a  desiderare  nella  preci- 
sione e  nella  eleganza.  L'artista  ha  sapu- 
to mirabilmente  disporre  a  diseguo  secon- 
do la  loro  dimensione  una  sì  grande  quan- 
tità di  pietre  tutte  montate  a  giorno. 
L'Eni. mo  e  Piev.mo  sig.r  cardinale  Gio. 
Giuseppe  Bonel-y  Orbe,  arcivescovo  di 
Toledo,  ebbe  l'incarico  dalla  regina  Isa- 
bella 11  di  presentare  questo  prezioso  do- 
no al  Santo  Padre,  ed  egli  lo  compiva  ac- 
compagnato da  mg. r  Michele  Garcia  Cue- 
sta  arcivescovo  di  Composiella,  da  mg.r 
Ferdinando  de  la  Puente  vescovo  di  Sa- 
lamanca.dairincaricalo  d'affari  sig.'eom- 
inend.  Banuelos,  non  che  dal  sig.r  conte 
diCedilloe  dall'artista  Pizzala,  ambedue 
spediti  appositamente  a  Roma  per  reca- 
re il  triregno. Sua  Santità  ne  ha  fatto  uso 
per  lai. 'voi la  nella  grande  solennità  del 
santoNatale".  Infatti  d  precedente  n.l'2g3 
del  Giornale  di  Roma  del  1 854  avea  ri- 
ferito, che  recatosi  il  Papa  la  mattina  dei 
2.5  dicembre  nella  basilica  Vaticana  a  ce- 
lebrarvi il  pontificale,  vestilo  cogli  abiti 
pontificali  e  il  triregno,  scese  dalla  sedia 
gestatoria  per  venerare  il  ss.  Sagramen- 
lo:»  e  dopo  avere  oratoalquanlo,  assun- 
se il  ricchissimo  triregno  in  questi  giorni 
a  lui  mandato  in  dono  dalla  pietà  e  mu- 
nificenza di  Isabella  li  regina  di  Spagna 
(y.)".D\  questo  nobilissimo  e  religioso 


T  R  I 

donativo  e  del  primo  uso  fattone,  ne  fece 
parola  anche  la  Civiltà  cattolica,*. "serie, 
t.  (),  p.  aio. Gl'intelligenti  trovarono  que- 
sto triregno  magnifico  ed  elegante,  di  for- 
ma giusta  e  regolare,  del  peso  di  circa  3 
libbre  e  perciò  portabile. Sembra  un  mon- 
te di  brillanti  tutti  bianchi  d'acqua  per- 
fetta e  uniformi;  le  3  corone  sono  a  for- 
ma di  diademi,  i  cui  fogliami  sporgono  in 
fuori,  li  fondo  o  fodera  che  cuopre  il  fri- 
gio berretto  conico,  è  di  mnglia  d'argen- 
to tutta  d'un  pezzo  falla  in  Lione.  Si  va- 
lutò da  5o  ovvero  60,000  scudi  circa. 
Nondimeno,quanto  alla  forma  e  suo  com- 
plesso, fu  trovato  più  maestoso  il  trire- 
gno di  Napoleone  I.  Da  allora  in  poi  nei 
pontificali  e  nella  processione  del  Corpus 
Domini  si  videro  tre  triregni,  quello  di 
Napoleone  I,  quello  d'  Isabella  II,  ed  il 
triregno  usuale.  Quello  di  Gregorio  XVI 
riuscendo  ormai  piccolo  per  la  testa  del 
regnante  Pio  IX,  questi  lo  fece  guastare 
neh  855,  ed  invece  formò  l'attuale  più 
grande  e  più  ricco  ,  per  la  prima  volta 
assumendolo  nella  Pasqua  di  Risurrezio- 
ne del  medesimo  anno.  Questo  nobile  ed 
elegante  triregno,  fallo  sotto  la  direzio- 
ne del  valente  cav.  Pietro  Paolo  Spagna, 
pesa  circa  3  libbre  e  compresa  la  fattu- 
ra si  valuta  circa  scud'uSoo.E  di  feltro 
fìnissÌQ)o,  coperto  d'un  tessuto  a  maglia 
d'argento  egregiamente  eseguito  in  Ro- 
ma ,  ed  è  foderalo  di  sela.  Le  3  corone 
sono  d'oro  in  rilievo  e  leggerissime.  Ec- 
co il  novero  delle  gemme  da  cui  è  orna- 
to, fra  le  quali  ve  ne  sono  di  quelle  già 
del  precedente  triregno.  Nella  fascia  del- 
la i  /corona  sonovi  1 6  piccoli  rubini  baia- 
sci,  3  smeraldi,  un  giacinto  grisopazio, 
un'acquamarina,  2  rubini  balasci,  un  zaf- 
firo, i  giri  di  perle  orientali.  Nel  mezzo 

dei»li  8  fiori  d'oro  che  formano  la  coro- 
o 

na,  4  smeraldi  ,  un  zaffiro,  3  rubini  ba- 
lasci. Nelle  8  punte  che  sono  tra  un  fio- 
re e  Tallio,  6  granale  e  2  rubini  balasci. 
Nella  fascia  della  2.a  corona,  2  smeraldi, 
3  rubini  balasci,  un  grisolito,  a  acquama- 
rine, 1 6  piccoli  balasci  e  i  file  di  perle  o- 


TR  I 
rientali.  Nel  centro  degli  8  fiori  d'oro  che 
formano  la  detta  2.a  corona,  3  zaffiri  e  5 
rubini  balasci.  Nelle  8  punte  che  sono  tra 
un  fiore  e  l'altro,  8  smeraldi.  Nella  fascia 
della  3.a  corona,  1 6  piccoli  rubini  balasci, 
2  zaffiri,  2  rubini  balasci,  un  giacinto  gri- 
sopazio, 3  acque  marine,  una  granata,  i 
giri  di  perle  orientali.  Nel  centro  degli  8 
fiori  che  formano  la  3."  corona,  i  smeral- 
di, un  rubino  balascio,  2  zaffiri,  un  griso- 
lito, 2  giacinti  grisopazi.  Nelle  8  punte  che 
sono  tra  un  flore  e  l'altro,  8  granate.  Nel- 
la sommità  del  triregno,  un  rosone  d'o- 
ro con  8  rubini  e  8  smeraldi.  Sopra  il  me- 
desimo è  la  palla  d'oro  smaltata  bleu, 
sormontata  dalla  Croce  formata  da  1 1 
brillanti.  Nelle  code  finalmente  vi  sono  2 
piccoli  rubini,  4  topazi  e  4  smeraldi.  In 
totale,  ornano  questo  bel  triregno  i46 
pietre  preziose  di  colore  e  1 1  brillanti,  ol- 
tre le  perle  orientali.  Anticamente,  come 
notai  in  principio,  custodiva  la  pontifi- 
cia tiara  e  gli  altri  ornamenti  preziosi  pa- 
pali il  Pestarario,  indi  il  cardinal  Cd' 
merlengo  di  s.  Chiesa ',  poi  il  prelato  Teso- 
riere generale,  e  pev  ultimo  in  una  stanza 
di  Castel  s.  Angelo  (V.)  con  molta  gelo- 
sia; e  nella  Famiglia  pontificia  vi  fu  pure 
l'uffizio  di  custode  delle  gioie;  indi  fu  isti- 
tuito quello  palatino  di  Gioielliere  de* 
ss.  Palazzi  apostolici  custode  del  sagro 
Triregno,  com'è  intitolato  nel  biglietto 
di  nomina  che  ne  fa  il  Papa  a  mezzo  di 
mg.r  maggiordomo. Egli  però  mai  custo- 
di, come  dirò,  il  pontificio  triregno;  il  ti- 
tolo di  custode  probabilmente  gli  viene 
dato,  perchè  quando  nelle  processioni  de' 
pontificali  e  nella  processione  del  Corpus 
Domini,  i  Cappellani  comuni  (V.)  in 
cappa  rossa  e  nell'inverno  con  pelli  d'ar- 
mellino,  dopo  i  bussolanti,  portano  so- 
pra testiere  foderate  di  velluto  in  seta  di 
colore  cremisi,  sostenute  da  cinte,  il  tri- 
regno e  le  mitre  preziose  pontificie,  il  gio- 
ielliere de'sagri  palazzi  apostolici,  in  abi- 
to nero  e  spada  al  fianco,  al  modo  de'gen- 
tiluomini,  incede  a  lato  del  triregno  pre- 
zioso, oltre  due  della  guardia  svizzera  con 

VOL.  LXXXI. 


TRI  65 

alabarde,  e  giunta  la  processione  all'al- 
tare papale,  si  depone  il  triregno  colla 
testiera  sulla  mensa  del  medesimo  altare, 
ed  in  cui  celebra  il  Papa,  dalla  parte  del- 
l'epistola, ed  il  gioielliere  palatino  con- 
tinua a  rimanere  alla  sua  custodia  per 
tutto  il  pontificale  ;  le  mitre  preziose  col- 
le loro  testiere  collocandosi  dalla  parte 
dell'evangelo/msieme  alla  mitra  preziosa 
e  al  triregno  usuali  portali  innanzi  la  cro- 
ce papale  da  due  Cappellani  segreti (V.), 
egualmente  sopra  porta-mitre  o  testiere. 
Terminata  la  funzione  il  gioielliere  ac- 
compagna il  triregno  prezioso  alla  Ca- 
mera de' paramenti,  donde  era  partita  la 
processione.  Nella  processione  del  Cor- 
pus Domini,  il  triregno  e  le  mitre  pre- 
ziose, il  triregno  e  le  mitre  usuali  non  si 
pongono  sulla  mensa  dell'altare.  Dopo  i 
cappellani  comuni  portatori  del  triregno 
e  delle  mitre  preziose,  incedono  gli  aiu- 
tanti di  camera  del  Papa;  ed  inuanzi  la 
croce  pontificia  pollano  il  triregno  e  le 
mitre  usuali  i  cappellani  segreti.Quest'u- 
so  di  portare  innanzi  al  Papa  i  triregni 
e  le  mitre  nelle  processioni  de'pontifìcali 
e  nella  processione  del  Corpus  Domini, 
ed  anche  ne'possessi,  è  antichissimo.  Nel- 
la descrizione  del  possesso  preso  da  Leo- 
ne X  nel  t5i3,aldire  di  Cancellieri  fu  in- 
trodottolo stile  che»due  cubiculari  avea- 
no  una  mitra  episcopale  per  uno,  da  ric- 
chissime gioie  e  perle  adornate,  ed  altri 
due  co'regni  circondati  di  corone,  tutti  di 
finissime  gioieadornati".Essi  cavalcavano 
dopo  gli  altri  cubiculari  che  in  54  coppie 
come  loro  vesti  vano  di  rosato,co'cappucci 
attorno  il  collo,  foderati  di  bianchissimi 
armellini,  seguiti  dal  baronaggio  e  dalla 
ss.  Eucaristia.  Nel  possesso  preso  da  Si- 
sto V  nel  1 585,  leggo  che  nella  processio- 
ne dentro  la  basilica  Lateranense,  fue- 
runt  portatae  mitrae,  et  regna  a  Papae 
cappellanis  ante  Crucem.  In  queste  ca- 
valcate dipoi  4 camerieri del  Papa  por- 
tavano sopra  aste  corte,  foderate  di  vellu- 
to cremis,  4  cappelli  pontificali ';  ed  al- 
trettanto facevano  nelle4auuuali  e  so- 
5 


66  T  R  I 

lenni  Cavalcate  per  le  coppelle  della  ss. 
Annunziala,  di  s.  Filippo,  della  Natività 
e  di  s.  Carlo.  Negli  Acta  Canonizatianis 
Sa/te  forum ,  celebrali  da  Clemente  XI 
nel  1712  nella  basilica  Vaticana  e  descrit- 
ti dal  ceremoniere  Chiapponi,  trovo  a  p. 
2 18,  che  nella  processione  dopo  il  fisca- 
le e  il  commissario  incedevano  :  Cappel- 
la  ni secreti Papae  prae  manihus  mitras, 
et  regna  preliose  segmentata  deferen- 
tcsj$e$ml\  da'camei  ieri  d'onore  e  segreti. 
Trovo  nel  Diarioistorico  del  contempo- 
raneo Cccconi,  che  Benedetto  XIII  nel 
1724  pel  pontificale  di  sua  coronazione, 
nella  processione  all'aliare  papale  dopo  i 
chierici  di  camera  procedevano  i  cappel- 
lani comuni  e  segreti,  vestili  con  vesti  e 
cappucci  rossi  co'lriregni  e  mitre  prezio- 
se, che  si  conservavano  nel  lesoro  di  Ca- 
slels.  Angelo, indi  veniva  la  croce  del  Pa- 
pa.Poscia  descrivendosi  la  processione  del 
Corpus  Domini,  si  dice  che  dopo  i  caine- 
1  ieri  segreti  incedevano  i  cappellani  se- 
greti e  comuni  che  portavano  le  mitre  e 
i  triregni  preziosi,  seguili  da'canlori  e  da- 
gli abbreviatoli.  Il  Cancellieri  che  nel 
1  788  pubblicò ìaDescrizioncde'trePon- 
ti fi  cali  di  Nata  le,  eli  Pasqua  e  di  s.  Pie- 
tro, riferisce  che  nelle  processioni  de'me- 
desimi  4  cappellani  comuni  portavano  4 
triregni  e  2  le  mitre  preziose,dopo  i  came- 
rieri extra  .segui  ti  dagli  aiutanti  di  came- 
ra e  da'cappellani  segreti,  due  de' quali 
precedevano  la  croce  pontificia  colle  due 
milre  usuali;  e  che  i  4  triregni  si  poneva- 
no sulla  mensa  a  cornu  Epistolae,  e  le 
mitre  col  triregno  usuale  a  cornu  Evan> 
gelii  dell'aitai  e  papale  dove  celebra  il  Pa- 
pa. NtWnDescrizionc delle  cappelle  pon- 
ti/icicyche  il  medesimo  Cancellieri  stam- 
pò nel  1 790,  descrivendo  la  processione 
del  Corpus  Domini,  ci  dice,  che  dopo  i 
procuratori  generali  delle  religioni  segui 
vano  i  cappellani  comuni  che  portavano 
i  triregni  e  mitre  preziose,  che  a  quest'ef- 
feltosi  estraevano  dal  Castel  s.  Angelo  il 
giorno  precedente,  segniti  dagli  aiutanti 
di  camera  e  da'cappellani  segreti,  due  de' 


t  1;  1 

quali  avanti  la  croce  pontificia  portavano 
il  triregno  e  la  mitra  usuale  preziosa  del 
Papa.  Noterò, che  ne'pontificali, ancorché 
il  Papa  non  li  celebri,  ma  tempi uemenle 
vi  assista,  pure  il  triregno  e  le  milre  pre- 
ziose si  portano  nella  processone,  e  per- 
ciò coli' intervento  del  gioielliere  palati- 
no. Finche  esisterono  gli  antichi  triregni 
e  mitre  preziose,  nonché  i  formali  pre- 
ziosi, cioè  finché  Pio  VI  non  le  fece  scio- 
gliere, dice  il  Cancellieri  nelle  opera  ci- 
tate, e  così  il  Novaes  nelle  Dissertazioni, 
ne'giorni  precedenti  a'suddetti  3  pontifi- 
cali (oltre  quelli  per  la  Coronazione  del 
nuovo  Papa  e  per  la  Canonizzazione  de' 
Santi,  ed  altri  straordinari,  come  a'noslri 
giorni  fu  il  glorioso  pontificale  dell'8  di- 
cembre i854  per  la  promulgazione  del 
decreto  sul  dogma  dell'Immacolata  Con- 
cezione della  B.  Vergine  Maria),  e  nella 
vigilia  del  Corpus  Domini,  mg.1  Mag- 
giordomo e  mg.'  Tesoriere  (/ '.),  o  altri 
deputati  da  loro  a  fame  le  veci  (quando 
il  tesoriere  non  riuniva  la  presidenza  del 
mare,  oltre  di  lui  v'interveniva  tal  pre- 
lato presidente),  si  recavano  in  Castel  s. 
Angelo,  ciascuno  colla  propria  chiave,col- 
le  quali  era  chiuso  il  cassone  di  ferro  in 
cui  stavano  riposte.  Quindi  si  esimevano 
coll'assislenza  del  gioielliere  pontificio,  e 
si  consegnavano  a  un  cappellano  segreto, 
rodandosi  l'atto  d'estrazione  e  della  cou- 
segna  da  un  notaio  di  camera,  da  cui  e 
coli'  intervento  de'  medesimi  soggetti  si 
rogava  l'altro  atto,  quando  si  riportava- 
no nello  stesso  luogo,dopo  le  funzioni.  Dal 
cappellano  segreto,  nel  ricevere  i  triregni 
e  le  mitre,  si  collocavano  nella  stanza  con- 
tigua alla  sala  ducale  del  palazzo  Vali- 
cano, e  nella  mattina  prima  della  funzio- 
ne si  ponevano  sopra  una  mensa,  ticino 
alla  camera  de'parainenti  ove  si  vestiva 
il  Papa,  ovvero  sopra  una  mensa  vicino 
al  pilo  dell'acqua  santa  a  destra  della  ba- 
silica Vaticana,  se  il  Papa  assumeva  i  sa- 
gri paramenti  nella  propinqua  cappella 
della  Pietà.  Aggiunge  il  Cancellieri  e  il 
Novaes,  che  il  gioielliere  pontificio,  con 


TR  I 

vari  alabardieri  della  guardia  svizzera,  a- 
vea  l'incombenza  di  star  fermo  alla  loro 
custodia,  e  di  accompagnare  i  triregni  e 
le  mitre  preziose,  con  altrettanti  gioiel- 
lieri in  abito  da  città, alla  sinistra  de'cap- 
pellani  comuni  che  li  portavano  in  pro: 
cessione,  e  collocavano  gli  uni  é  le  altre 
sopra  la  mensa  dell'altare  papale,  vicino 
a  cui  restava  lo  stesso  gioielliere  per  tut- 
to il  tempo  del  pontificale,  dalla  parte 
dell'  evangelo.  L'onorifico  officio  palati- 
no di  gioielliere  de'ss.  Palazzi  apostolici 
custode  del  sagro  triregno  è  a  vita,  e  Gre- 
gorio XVI  vi  nominò  l'attuale  cav.  Fran- 
cesco Borgognoni.  Questo  uffizio  consiste 
quale  lo  descrissi,  talvolta  però  di  fatto 
è  anche  gioielliere  de'ss.  Palazzi,  come  Io 
fu  con  detto  Papa  il  ricordato  cavaliere, 
giacche  ogni  Papa  ordinariamente  fa  ser- 
vire la  sua  persona  e  il  palazzo  da'propri 
artisti  che  adoperava  nel  cardinalato,  ov- 
vero li  sceglie  a  suo  beneplacito  e  perciò 
talvolta  conferma  alcuno  del  predecesso- 
re. Dopo  la  dispersione  degli  antichi  tri- 
regni, mitre  e  formali  preziosi,  custode  del 
triregno  di  Napoleone  I,  del  triregno  u- 
suale,  dell'esistenti  mitre  e  formali,  come 
«li  tutte  le  Suppellettili  sagre  pontificie, 
è  il  prelato  Sacrista  delPapa\V.):e  per 
esso  il  p.  sotto-sagrista,  che  tutto  con  di- 
ligenza custodisce  nella  Sagrestia  ponti- 
fìcia del  palazzo  apostolicoValicano, pres- 
so di  cui  slabilmenteahita.  11  triregno  do- 
nato dalla  regina  Isabella  II,  tuttora  Io 
custodisce  il  cardinal  prefetto  de'palazzi 
apostolici,  a'quali  appartiene  pel  disposto 
dal  Papa.  Sulla  tiara  e  sul  triregno  scris- 
sero i  seguenti,  riportati  dal  Novaes  nel- 
la Appendice dejla  Dissertazione  ^'.De 
Pontefici  eletti,  ma  non  ancora  corona- 
f/.CristinnoGolthulfb  Blumberg,  Mystc- 
riunì  coronae  meretrici  s  Babilonicae 
fronlispicium^  sive  exercitiumAnli-Bos- 
sueticum,  quo  mysterii  nomen  in  coro- 
na Patulli  olim  fuisse  co/ispicuum,  ex 
Jpocal.  VI,  v.  5,  adversus  Jac.  Beni- 
gnum  Bossuelum  demo// stra tur  (il  tito- 
lo dice  chiaramente  lo  spirito  dell'auto- 


T  B  I  67 

re),  Lipsiae  et  Francofurti  1694  :  Myste- 
rium  Papali  coronae.  adscriptum  Ens 
hucusque  reale  Non-Enti  Joannis  Lu- 
dovici  Ilannemanni  oppositum,  Cygnae 
1  702  :  Veritas  mysterii  tiarae  romani 
Pontificis  olim  adscripti*,  novis  aliquot 
testimoniis  asserto,  età  contradictioni- 
bus  aliter  sentientium  vindicata,  inser  - 
tis  observationibus  hi  storico-più lologi- 
cis,  Cygnaei7io.  Gio.  Lodovico  Hanne 
man,  Mysterion  Papali  coronae  adscri- 
ptum Non-Ens,  seu  Comme/itarius  in 
e.  1  j,v.  5  Apocal.,quo  demonstratur  Pa- 
pali coronae  mysterionjiumquamj'uis- 
se  inscriptum jHainbuvg'i  1  GgS.Marc'An- 
tonio  ^lazzaroni  di  Monte  Rubbiano,  e 
prof,  di  teologia  in  Perugia,  Tractotus 
de  tribus  coronis  Pontificis  Maximis, 
nec  non  de  osculo  s  aneti  s  sin/o  rum  cjus 
pedum^WQtnaeiSSS,  e  neh  609.  Enrico 
Pipping  (del  quale  (rovo  óun  opere  teo- 
logiche tifali' Indice  de'libri  proibiti)  pre- 
dicante del  duca  elettore  di  Sassonia,  De 
triplici  corona  romani  Pontificis  Dis- 
sertalo, Lipsiae  1692:  Eadem  disser- 
talo, nelle  sue  Exercitaliones  academi- 
cae  juvcnilcs,  p.  345,  Lipsiae  1708. Teo- 
filo  Raynaud  gesuita  piemontese  erudi- 
tissimo per  la  singolarità  degli  argomen- 
ti, Corona  aurea  super  Mytrami  ex- 
pressa sig/u's  sdnctitatisì  gloria  hono- 
ris, Collectio  illustrala  titulorum  scie- 
ctorum,  quibus  Concilia  et  Patres  o- 
in/iium  retro  chrislianorum  saeculorum, 
majestatem  romani  Pontificis ,  et  lucu- 
lentissimum  Sedis  apostolica^  splendo- 
re///^ compendio  expresserunl:  Reposi- 
ta  Poppae  genuensi,  qui  Christi  Vica- 
rimi! infatui  Antichristi  nomine  dehonc' 
storat,  liomaei647:  Eadem  collectio , 
nelle  sue  Opera  omnia,  Lugdunir 665. 
Angelo  Rocca  sagrista  del  Papa,  Opera 
omnia,  1. 1  ,p.  7  :  De  Tiarae  Ponti jìciae 
quam  Regnum  Mundi  vulgo  appellant, 
origine,  significato  et  usti,  Romaei  7 1 9. 
Carlo  Bartolomeo  Piazza,  Iride  sagra 
spiegata  ne'colori  degli  abiti  ecclesia- 
stici, Roma  1682.  Li  più  si  pouno  vede- 


68  TRI 

re:  Cori,  Dìssertalio  de  mytrato  capile 
Jesu  Christi  Cruci  fi  xi  ca  p .  8 .  Ma  r  t  e  1 1  e,  De 
Mitra  pontificali  a  pud  christianos,  t.  i 
De  antiq.Eccles.  ritibus,^.  347.  Giorgi, 
De  Liturgia  rom.  Ponti  f iris  in  solcmni 
celebrai,  missarum,  t.  1,0.27,  p.  240. 
Saussay,  Panoplia  Episcopalis  cap.  5: 
Tiarae  summi  Pontificis,  contra  Aioli- 
nari  impias  scurrili la  ics,  defensio.  Ap- 
prendo dal  Moreni,  Notizie  del  p.  Povil- 
lard  carmelitano,  che  dobbiamo  dolerci 
che  non  die  alla  luce  l'opera  sua  predi» 
letta  delle  Memorie  istoriche  delle  mi' 
ire  e  de* triregni  Pontificii  e  della  loro 
origine  e  cambiamenti ,dalV  Vili  secolo 
fino  al  presente  (fine  del  pontificato  di 
Pio  VII),  arricchite  de'rami  di  1 5  diversi 
triregni  e  di  due  medaglie.  Poiché  essen- 
dosi prefisso  di  fare  uscire  tali  memorie 
nell'idioma  italiano,  tradotte  dal  france- 
se, come  avea  fatto  della  Dissertazione 
sopra  V anteriorità  del  bacio  de1  piedi 
de*  sommi  Pontefici,  ali*  introduzione 
della  Croce  sulle  loro  scarpe  o  sanda- 
li; gli  mancò  il  tempo  di  farlo  esegui- 
re prima  di  partire  da  Roma,  come  tan- 
to desiderava,  affinchè  l'ornamento  no- 
bilissimo e  splendido  dell'  augusto  capo 
òe' Sommi  Pontefici,  e  in  cui  trionfa  la 
Croce  salutifera  e  portentosa,  restasse  e- 
gualmente  illustrato  dalla  sua  penna,  co- 
me quello  de'piedi  per  le  Scarpe  cruci- 
gere,  a  Capite usque  ad  Pedesj  il  che  per 
mirabile  e  benefica  disposizione  della  di- . 
Tina  provvidenza,  e  con  indicibile  confu- 
sione e  soddisfazione  del  riverente  mio  ani- 
mo, alla  penna  mia  inferiore  copiosamen- 
te concesse,  anzi  anche  per  tutto  quanto 
lo  riguarda  in  ogni  cosa,  mediante  que- 
sta voluminosa,  compatita  e  incoraggia- 
ta mia  opera,  con  molteplici  confortanti 
modi,  i  quali  vieppiù  superano  la  mia  e- 
speltazione.  Però  unicamente  Laus  Deot 
cui  si  deve  incessantemente  e  in  eterno 
Gloria,  Laus  et  Honor. 

TR1SAGRAMENTARI.  Settari  Pro- 
testanti (V.)  che  ammettono  tre  soli  Sa- 
grameli (F.),  cioè  il  Battesimo,  YEu- 


tu  1 

caristia,  la  Penitenza,  mentre  che  altri 
di  loro  non  riconoscono  che  isoli  due  pri- 
mi. Alcuni  crederono  che  gli  Anglicani 
(V.)  considerassero  anche  ì'Ordinazio- 
ne  come  un  sagramento,  ed  altri  che  fos- 
s*e  in  vece  la  Confermazione  :  ma  questi 
due  fatti  sono  contraddetti  dalla  Confes- 
sione di  fede  anglicana,  imperocché  la 
chiesa  protestante  <X Iiigliiltcrra(J  .)y>v&- 
tende,  non  altrimenti  che  la  chiesa  pro- 
testante di  Svezia  (V.),  di  avere  la  suc- 
cessione episcopale  apostolica. 

TRISAGIO  ANGELICO  e  TRION- 
FALE.  V.  Sanctus,  Sanctus,  Sanctus, 
e  Tris  agio  Cherubico. 

TRISAGIO  CHERUBICO  ,  Trisa- 
gius,  Trishagius,  Ter  Sanctus.  Verset- 
to o  inno  che  si  canta  nel  venerdì  della 
settimana  santa,  e  con  fiducia  e  fervore 
si  recita  pel  terremoto,  e  in  tempo  di  tem- 
peste e  di  fulmini,  per  placare  Tira  divi- 
na. Non  si  deve  confondello  coll'anleriore 
e  vitloriale  Trisagio  Angelico  (V.),  ben- 
ché questo  pure  è  denominato  con  tale 
■vocabolo,  tratto  da\V  Apocalisse,  cap.  4, 
vers.  8,  e  già  udito  dal  profeta  Isaia,  cap. 
6,  vers.  3,  cantare  e  ripetere  3  volte  da- 
gli Angeli  in  cielo,  e  perciò  di  maggiore 
antichità,  chiamato  Trisagio  della  Li- 
turgia e  della  Messa  perchè  segue  il  Pre- 
fazio  (P.).  Imperocché  Isaia  vide  in  cie- 
lo i  Serafini,  che  stando  avanti  il  trono 
di  Dio  Io  lodavano  e  benedicevano  con  in- 
cessantemente ripetere  la  dossologìa  di 
Sanctus,  Sanctus ,  Sanctus,  Dominus 
Deus  exerrituum, piena  est  terra  glo- 
ria  tua:  Gloria  Patri,  Gloria  Fi  Ho,  G  io- 
ria  Spiritai  Sanclo,  l'eterno  divin  Pa- 
dre, l'eterno  divin  Figlio,  l'eterno  divino 
Spirito.  Lo  stesso  facevano  in  cielo  quei 
4  mistici  Animali,  veduti  e  descritti  da  s. 
Giovanni  apostolo  ed  evangelista  nella  sua 
Apocalisse.  Attesta  s.  Ambrogio,  che  a  suo 
tempo  il  trisagio  cantavasi  in  oriente  e 
in  occidente.  A  somiglianza  de'Serafiui  e 
degli  Animali,  tanto  più  noi  fedeli  cristia- 
ni qui  in  terra  ,  credendo  nell'  ineffabile 
mistero  della  ss.  Trinità  (F.)t  con  umi- 


TRI 

liare  l'intelletto  in  ossequio  della  fede  do- 
nataci da  Dio  nel  santo  battesimo,  dob- 
biamo onorare,  benedire  e  lodare  la  ss.  e 
Individua  Trinità.  Per  eccitarci  sempre  a 
rinnovare  spesso  tali  atti  di  adorazioni,  di 
Iodi  e  benedizioni,  Clemente  XIII  con- 
cesse i  oo  giorni  d'indulgenza  per  una  vol- 
ta il  giorno  a  quelli  che  con  cuore  contri- 
to adorando  la  ss.  Trinità  divotamente 
reciteranno  il  trisagio  Sanctus,  Sanctus, 
Sanctus  etc.  ,  e  da  potersi  conseguire  3 
volte  in  tutte  le  domeniche,  e  nella  festa 
e  8.*  della  ss.  Trinità.  Indi  il  successore 
Clemente  XIV  confermò  in  perpetuo  ta- 
li indulgenze,  e  di  più  concesse  altresì  in 
perpetuo  la  plenaria  una  volta  al  mese  a 
que'che  nel  decorso  di  esso  avendo  quo- 
tidianamente  recitato  il  trisagio ,  in  un 
giorno  ad  arbitrio  confessati  e  comuni- 
cati pregheranno  per  las.  Chiesa  e  secon- 
do l' intenzioni    del  Papa.  Dichiarato  il 
più  antico  Trisagio  Angelico,  col  qua- 
le il  Coro  degli  Angeli  (F.)  canta  e  can- 
terà in  cielo  per  tutta  l'eternità  le  lodi  di 
Dio  immortale,  il  quale  nell'essenza  d'u- 
na stessa    natura  sussiste  in  tre  Persone 
divine,  per  distinguerlo  dall'alquanto  di- 
verso Trisagio  Cherubico,  dirò  che  que- 
sto si  compoue  delle  parole:  +j+  Sanctus 
Deus-fy  Sanclusfortis+fy  Sanctus  et  ini- 
mortalis,  miserere  nobis.  Il  Magri  nella 
Notizia  de' vocaboli  ecclesiastici,  a  quel- 
lo di  Sanctus  della  messa,  lo  dice  hymnus 
Angelicus  ,  Cherubicus  ,  Triumphalis, 
Victorialis,  et  Trisagius  dalla  voce  gre- 
ca significante  Ter  Sane  tus, sebbene  (\\xe- 
st'  ultimo  vocabolo  propriamente  signi- 
fichi l'inno  che  spesso  sogliono  cantare  i 
greci  nella  messa  e  in  altri  uffizi  divini, 
cioè  Sanctus  Deus,  Sanctus fortis,  San* 
ctus  immortalis ,  miserere  nobis.  Que- 
st'inno misterioso  fu  per  divina  rivelazio- 
ne insegnato  a  un  fanciullo,  il  quale  nel 
44^»  o  446  nel  tempo  de'  terribilissimi 
Terremoti  (/^.)  di  Costantinopoli,  e  di 
altri  luoghi  d'oriente  e  d'occidente,  oltre- 
ché la  città  era  desolata  dalla  fame  e  da 
un  puzzo  pestifero  che  cagionava  grande 


TRI  69 

mortalità  d'uomini  e  d'anirnali,fu  per  vir- 
tù diviua  improvvisamente  rapito  in  al- 
to e  in  cielo  a  vista  di  tutto  il  popolo  che 
con  gemiti  e  pianto  replicava  Kyrie  elei- 
son  (/r.).  Ritornando  poi  in  terra  il  fan- 
ciullo dopo  un'ora,  riferì  d'avere  udito 
da'celesti  Spiriti  cherubici  cautare  innan- 
zi a  Dio  il  detto  trisagio,  e  subito  spirò; 
il  quale  divino  cantico  ad  alta  voce  repli- 
cato dal  popolo  con  divozione,  per  ingiun- 
zione del  fanciullo  e  del  vescovo  s.  Pro* 
ciò  (V.)y  onde  placare  l'ira  divina,  con 
mirabile  prodigio  il  terremoto,  che  da  6 
mesi  rovinosamente  spaventava  tutti, ces- 
sò immantinente.  Tutti  si  posero  a  can- 
tare l'inno  tanto  più  volontieri ,  perchè 
venivano  attribuiti  i  pubblici  flagelli  per 
le  bestemmie  che  gli  eretici  di  Costanti- 
nopoli vomitavano  contro  il  Figlio  di  Dio. 
11  luogo  dove  fu  rapito  e  portato  in  cie- 
lo il  fanciullo,  si  chiamò  Exaltatio  di' 
vinaj  ed  esso  fu  sepolto  nella  chiesa  det- 
ta la  Pace.  Quindi  l'imperatore  Teodo- 
sio II,  e  l'imperatrice  s.  Pulcheria  sua 
sorella,  attoniti  del  miracolo  strepitoso, 
ordinarono  che  il  trisagio  si  cantasse  per 
tutto  l'impero,  e  nel  45  1  l'approvòe  can- 
tò nel  fine  della  1."  azione  il  concilio  ge- 
nerale di  Calcedonia;  registrandosi  il  mi- 
racoloso avvenimento  nel  Menologio  dei 
greci  a' 24  settembre,  per  celebrarne  la 
memoria.  Fin  da  quel  tempo  il  trisagio 
fu  usato  con  gran  frutto  da'fedeli,  e  dal- 
la chiesa  non  meno  orientale  che  occiden- 
tale. Il  santo  vescovo  di  Costantinopoli 
Proclo  introdusse  il  trisagio  nella  liturgia 
innanzi  alla  lettura  dell'  Evangelo,  colle 
parole:  Agio s  Theos,Agios  ischyros,  A- 
gios  athanatos ,  eleyson  irnasj  e  fu  se- 
guito dalla  chiesa  di  Gerusalemme.  Altra 
aggiunta  nella  liturgia  greca  non  fece  s. 
Proclo,  mentre  pretesero  alcuni  greci  mo- 
derni ch'egli  vi  operasse  vari  cangiamenti, 
cioè  nella  liturgia  di  Costantinopoli,  ossia 
l'antica  di  Gerusalemme  di  s.  Giacomo, 
compendiata  o  riveduta  da  s.  Gio.  Criso- 
stomo ,  la  quale  a  poco  a  poco  divenne 
d'un  uso  universale  nella  chiesa  greca. Di- 


7o  T  R  I 

. .   s.  Gio.  Damasceno  che  gli  ortodossi  si 
servirono  del  trisagio  per  esprimere  col 
maggior  ardore  la  propria  ledo  concer- 
ni nle  ta  ss.  Trinità;  che  Santo  Dio,  in- 
dicava il  Padre,  Santo  forte,  il  Figlio, 
Stinto  immortalerò  Spirilo  santo.  Il  Mu- 
to dottore  pai  la  ili  questo  cantico  ne'snoi 
trattati:  De  Trisagio,  e  De  fide  orlho- 
doxa.  Alcuni  anni  dopo  e  verso  il  4^3, 
Gìiafeo  (F.)  ossia  Pietro  Fui  Ione,  fana- 
tico fautore  di  Nestorio,  essendosi  intru- 
so nella  sede  d'Antiochia,  ardi  temeraria- 
mente di  aggiungere  al  trisagio  le  paro- 
le: Qui  passiti  est  prò  nobis,  o  Qui  prò- 
pier  iios  fuit  Cruci  fi. rus,o  Qui  Cruci  fi- 
.eus  es  prò  nobis,  attribuendo  erronea- 
mente la  Passione  non  al  solo  Figlio,  ma 
a  tutte  e  tre  le  Persone  della  ss.  Trinità, 
e  di  questa  sua  addizione  scrisse  ad  Aca- 
cio  vescovo  di  Costantinopoli ,  il  quale 
sebbene  in  altre  occasioni  eragli  stato  fa- 
vorevole, nondimeno  nel  478  adunato  un 
concilio  in  Costantinopoli, condannò  l'er- 
rore di  Gnafeo,  e  da  alcuni  di  que'vesco- 
vi  fu  ripreso  acremente  con  lettere,  ve- 
nendo dal  si  nodo  deci  età  tofana  tema  con- 
tro quelli  che  avessero  aderito  a  tale  e- 
letica  bestemmia.  Così  Gnafeo  si  scuoprì 
eutiehianOy  con  riconoscere  in  Cristo  una 
sola  natura;  apolli  nari  sta,  dicendo  che 
la  carne  di  Cristo  venuta  dal  cielo  si  era 
convertita  nel  Verbo;  e  s  nielli  a  no ,  at- 
tribuendo la  passione  egualmente  al  Pa- 
dre, al  Figlio  e  allo  Spirito  santo;  poiché 
sosteneva  che  una  sola  Persona  era  nel- 
la divinità, e  rinnovando  l'eresia  àe'Teo- 
pasehili  (^  .),  così  detti  perchè  asseriva- 
no che  la  divinità  a vea  patito,  i  quali  pro- 
priamente solevano  aggiungere  al  trisa- 
gio le  parole:  Qui  Crucifixus  es  prò  no- 
bis,  introdotte  dallo  stesso  Gnafeo  nel  sen- 
so eutichiano.  Laonde  Gnafeo  fu  condan- 
nato e  scomunicato  anche  da  Papas.  Feli- 
ce \\\,co\V Ejrist.  3.a  a  lui  diretta  nel  4,<:>4> 
e  riportata  dal  Labbé,  Concilio/',  t.  4>  p» 
j  oG3.Tultavolta  l'errore  dell'eresiarca  si 
propagò  per  alcuni  paesi,  ed  acciò  gli  ar- 
meni cantassero  il  trisagio  colle  riprova- 


TRI 

te  parole  da  lui  aggiunte,  li  corruppe  cou 
insegnarglielo  in  lingua  greca  da  essi  non 
intesa;  ma  poi  s.  Saba  abbate,  come  si 
legge  nel  Su  rio  a'5  dicembre,  e  nel  Ra- 
mino an.  4(J2?  n-°  39  e  4o,  togliendo  le 
parole  erronee,  dichiarò  agli  armeni  le 
verità  della  fede,  e  volle  che  continuan- 
do a  cantare  le  altre  orazioni  nella  lip- 
gua  armena, proseguissero  eziandio  a  can- 
tare in  greco  il  trisagio  senza  le  parole 
ereticali,  perchè  da  tutti  fossero  uditi  can- 
tarlo cattolicamente,  in  quell'idioma  al- 
lora comune,  cioè  col  quale  erano  stati 
ingannati  ,  così  potendo  ciascuno  accer- 
tarsi della  sincerità  e  purità  di  loro  i'ede. 
Questocostumefuabbracciato  dalla  chie- 
sa occidentale  nel  venerdì  santo,  giorno 
della  morte  del  Salvatore,  nel  tempo  del- 
l'adorazione della  Croce  (/"'.),  al  line  di 
ogni   Improperio  (/"'.)  alternativamente 
cantandosi  solennemente  in  greco  e  in  la- 
tino da  due  cori  e  còlle  parole  riferite  di 
sopra,  come  notai  nel  voi.  Vili,  p.  309, 
ed  in  greco  in  detestazione  della  bestem- 
mia in  tale  lingua  introdotta  e  mescola- 
ta nell'inno  da  Gnafeo,  e  colla  quale  era 
stato  corrotto,  confessando  non  essere  al- 
trimenti crocefissa  la  ss.  Trinità,  ina  il  so- 
lo e  umanato  Verbo,  Avendo  diversi  ar- 
meni ripreso  il  trisagio  colle  parole  ripro- 
vate di  Gnafeo,  loro  lo  vietò  Papa  s.  Gre- 
gorio VII  BeWEpis ti  del  lib.  8,  a'quali 
fu  anche  proibito  da  un  decreto  della  con» 
-  gregazionedi  propaga  fida  fide  de'3o  gen- 
naio 1 635,la  quale  loro  ingiunse  di  canta  - 
re  il  trisagio  senza  le  parole  vietate  in  lin- 
gua greca,  benché  la  loro  salmodia  e  ri- 
ti si  eseguiscono  col  nazionale  idioma. 
Questo  trisagio  si  trova  altresì  in  altre  li- 
turgie, come  nell'etiopica,  copta,  siriaca, 
e  nell'uffìzio  mozarabico,  senza  alcuna  ad- 
dizione e  quale  l'insegnò  s.  Proclo,  mal- 
grado tutti  gli  sforzi  dell'empio  Gnafeo  e 
de'suoi  settari.  Vedasi  il  Remino,  Ilisto- 
ria  di  tutte  Veresie;  l'annalista  Raronio 
an.  44^>  H'°5  e  seg.;  ed  il  Lambertini,  Del- 
la s.  Messa,  sez. i.a,  cap.  1  1,  §  2  dell'in- 
no Sanctus  9  Sanctus,  Sanctus.  Egli  dice 


TR  I 

che  i  greci  Io  chiamano  trionfale,  ed  i  la- 
tini angelico;  e  che  non  deve  confonder- 
si col  trisagio  Sanctus  Deus, Sanctus for- 
tis,  Sanctus  immortali*,  inno  viltoriale 
o  angelico,  come  osservò  il  Menardo,  nel- 
le note  al  Sagramentario  di  s.  Gregorio 
I;  ed  il  Juenin,  De  Sacra  mentis  dìssert, 
5;  che  il  i  .°trovasi  in  tutte  le  liturgie  gre 
che  e  latine,  il  2.0  cantasi  quotidianamen- 
te da'greci  nel  principio  della  liturgia,  e 
da'latini  solamente  nell'oflìzio  del  vener- 
dì santo.  Il  Mazzinelli  nell' Uffizio  della 
Setti/nana  santa  ,  dice  che  nel  venerdì 
santoal  fine  di  ciascun  improperio  e  men- 
tre si  adora  la  Croce,  si  canta  in  greco  e 
in  latino  alternativamente  da  due  cori  il 
celebre  trisagio  Agios  o  Tlicos-  Sanctus 
Deus. Agios  ischyròs-  Sanctus  forlis.  A- 
gios  athànatos  eUyson  imàs  -  Sanctus 
immortalis  miserere  nobis.  Fu  esso  da 
prima  inserito  nella  liturgia,  per  essere 
cantalo  in  onore  della  ss.  Trinità;  ed  og- 
gi cantandosi  in  tempo  che  si  adora  il  Cro- 
cefisso, si  vede  che  in  esso  si  ha  la  mira 
a  Gesù  Cristo,  ed  a  lui  si  riferisce  in  quan- 
to è  uno  nella  Trinità,  che  vestito  di  no- 
stra carne  fu  posto  in  croce,  e  ad  esso  ri- 
corriamo per  implorare  misericordia.  Co- 
me nell'inno  angelico  della  messa  si  dice: 
Tu  solo  Santo,  tu  solo  Signore,  tu  solo 
Altissimo,  o  Ge.sù  Cristo;  così  essendo  e- 
gli  il  Santo  decanti,  uomo  e  Dio  viven- 
tervero  ed  immortale,  si  dice  a  lui  Santo 
Dio,  Santo  forte,  Santo  immortale,  ora 
che  appunto  gode  vita  immorta  le  alla  de- 
stra del  Padre  particolarmente  in  questo 
giorno,  che  colla  sua  morie  ha  vinto  la 
morte  e  l'inferno.Scrissero  sul  trisagio.Th. 
Vegelino,  De  hy nino  Trisagio,  Franco- 
furlii 609.  Pietro  Allix,  De  Trisagii  o- 
/7g//K>JR.othomagii674.Gio.  Giorgio  À- 
bieht,  De  Domino  Esajae  viso,  et  Tri- 
sagio  celebrato,  Gedani  1 7  1 8.  Menochio, 
Stuore,  t.  2,  cent.  6,  cap.  69:  Dell'ori- 
gine del  Trisagio,  cioè  del  versetto  che 
si  canta  la  setti/nana  santa,  e  per  qual 
causa  sì  canta  in  lingua  greca.  Fr.  Sa- 
verio Brunetti,  Orazione  e  Trisagio  of 


TRI  71 

/erto  alla  ss.  Trinità,  Roma  1735.  Bene- 
detto XW,Defestis,p.  258.  Borgia,  De 
Crttce  Vaticana:  Thrisagius,  frequen- 
tissima oratio  ingraeco  ritoj  cur  in  ec- 
clesia  latina  bilingui  formula  canatur? 
Thri sa  gii  formula  orthodoxa  quae  cs- 
set?  Altera  nonnullarum  occìdentalium 
Ecclesiarum. Goar,  Rituale gr accorimi, 
p.  1 09.  Sigismondo  Jac.  Baumgarten,  Ili- 
storia  Trisagii ,  Halae  1736.  Petavio, 
Theolog.  dogmat.  t.  4>  l»'3-  5,  cap.  4- 

TRIS! PI,  Trisipellis.  Sede  vescovile 
della  provincia  proconsolare  d'Africa  sot- 
to la  metropoli  di  Cartagine.  Ebbe  a  ve- 
scovi, Vittore  che  trovossi  alia  conferen- 
za di  Cartagine  tenuta  nel  4MJ  e  Felice 
che  sottoscrisse  la  lettera  che  il  concilio 
proconsolare  d'Africa  mandò  nel  646  a 
Paolo  patriarca  di  Costantinopoli  contro 
i  monoteliti.  Morcelli,  Afr.  chr.  t.  1. 

TR1SULTI,  Trisulto.  Certosa  celebre 
dello  stato  pontificio,  nella  delegazione  di 
Prosinone,  paese  degli  antichissimi  erni- 
ci,  situata  presso  e  nella  diocesi  d'Alalri, 
antichissima  citlà,celebre  anche  per  le  sue 
mura  ciclopee,e  pel  corpo  di  s. Sisto  I{  V.) 
Papa  e  martire,  che  si  venera  nella  cat- 
tedrale; nel  territorio  di  Collepardo, del- 
la quale  comune,  della  certosa  e  della  sua 
grangia  di  Ticchiena  riparlai  nel  voi. 
XXVII,  p.  269,  270  e  317,  e  negli  ar- 
ticoli che  indicherò  in  corsivo.  Distante 
miglia 4  i/2  da  Trisultiè  la  famosa  Grot- 
ta di  Collepardo,  visitata  per  le  sue  na- 
turali, singolari,  variate  e  imponenti  cri- 
stallizzazioni, stallatlili  o  stalagmiti  e  al- 
tre curiose  petrificazioni, di  gruppi  di  for- 
me diverse  e  scherzi  trasparenti;  grotta 
emula  di  quella  pure  dalla  natura  for- 
mata in  Anliparos  nella  Grecia.  La  cer- 
tosa prese  il  nome  dal  castello  che  vicino 
sorgeva,  e  chiamato  ancora  TrisaltoJoV' 
se  a  tribus  saltibus,  cioè  dalle  sue  tre  col- 
line boscose,  ne'bassi  tempi  tributario  de- 
gli alatrini,  demolito  ob  malitiam  inha- 
bitantium  in  cimi,  dal  popolo  di  Castro 
ueli3oo  per  ordine  de'Colonnesi  polen- 
ti. Ivi  fu  già  la  chiesa  e  il  monastero  edi- 


7*  TRI 

ficati  nel  999  da  s.  Domenico  di  Foligno 
clrll'ordiiie benedettino, detto  di  Sora  pel 
monastero  di  cui  fu  abbate  e  fondatore; 
e  siccome  con  Lubini  Abbatiavum  Ila- 
line,  p.  394*.  De  nbbatia  titillo  s.  Bar- 
tholomaei  de  Tri sullo ,  e  con  altri  auto- 
ri, all'articolo  Certosa  ne  dissi  fondato- 
re s.  Domenico  Loricato,  così  per  emen- 
darmi e  perchè  meglio  apparisse  la  diver- 
sità che  passa  fra' due  santi  e  il  da  loro 
operato,  ne  compilai  le  brevi  biografìe, 
sebbene  non  comprese  nel  Butler,  che  sol* 
tanto  mi  proposi  a  guida  nella  parte  a- 
giografica  di  questa  mia  opera.  Innocen- 
zo 111  nel  1208  donò  gli  avanzi  del  mo- 
nastero e  della  chiesa  fabbricati  pef bene- 
dettini neri  da  s.  Domenico  di  Foligno, 
chiamato  eziandio  di  Cocullo  pel  riferi- 
to uella  biografia,  a  Certosini  (J~.)  co'be- 
iii  e  pertinenze  de'medesimi;  quindi  nel 
1 2  1  1  fabbricò  l'attuale  certosa  e  l'esisten- 
te chiesa;  alla  quale  certosa  è  unita  quel- 
la di  Roma,  colla  sontuosa  Chiesa  di s. 
Maria  degli  Angeli,  nelle  Terme  di  Dio- 
cleziano (Z7.),  della  quale  chiesa  e  certo- 
sa riparlai  in  più  luoghi ,  come  ne*  voi. 
XVII,p.i67,LXXV,p.2i7.PioVIIcol 
breve  Monasterii  Cartusianorum,quod 
in  saltu  est,  cui  Trisulto  nomen,  de'24 
1  uglio  1 80 1 ,  Bull.  Rom.  conti.  1 1 ,  p.  1 8 1  : 
Confirmalio  capilulorum  editorum  prò 
recta  administr adone,  et  gubernio  ino- 
nastcriiCartusianorum  Trisulti  nuncu- 
pati  in  dioecesi  Ala  trina.  Eccone  gli  ar- 
ticoli. 1. "Delle  due  Certose  di  Trisulti  e 
di  Roma  se  ne  formerà  in  avvenire  una 
sola,  incorporandosi  il  monastero  dr  Ro- 
ma e  le  sue  pertinenze,  alla  certosa  di  Tri- 
suiti,  onde  questa  sarà  rispetto  a  quella, 
come  figlia  a  madre.  i.°  La  certosa  ili  Ro- 
ma sarà  considerala  come  un  ospizio  di 
quella  di  Trisulti,  da  governarsi  da  un 
vicario,  che  deputerà  il  priore  di  Trisul- 
ti, il  quale  avrà  la  facoltà  di  destinarvi 
la  famiglia  sufficiente  al  servizio  della 
chiesa  e  del  monastero.  3.°  Vi  avrà  la  sua 
abitazione  e  decente  mantenimento  il  pro- 
curatore generale,  acciò  possa  trattare  gli 


TR  I 

affari  del  corpo  della  religione,  senza  pun- 
to ingerirsi  però  nel  governo  della  c;isa  e 
sua  amministrazione,  e  facendovi  la  per- 
manenza il  p.  generale,  sarà  mantenuto 
e  trattato,  come  richiede  il  suo  grado  e 
la  sua  dignità.  4-°  Dovrà  la  certosa  di  Tri- 
suiti  addossarsi  i  pesi  annessi  e  connessi 
a  quella  di  Roma,  come  mantenimento 
intero  degl'individui,  sagrestia,  fabbrica 
e  tuttociò  che  necessiterà  al  mantenimen- 
to e  manutenzione,  tanto  degl'individui 
che  della  chiesa,  sagrestia  e  chiostro.  5.° 
Per  il  risarcimento  del  chiostro  non  do- 
vrà la  certosa  di  Trisulti  indugiare  a  met- 
tervi mano. 

TRITEISMO.  Eresia  poco  conosci u- 
ta  ne'primi  secoli  della  Chiesa,  e  primo 
inventore  di  essa  fu  Giovanni  Ascasnago 
di  Siria,  col  sistema  mostruoso  di  distin- 
guere in  Dio  tre  nature.  Il  triteismo  è  l'e- 
resia di  quelli  che  insegnarono  esservi  in 
Dio  non  solo  tre  Persone,  ma  ancora  tre 
sostanze  divine,  perciò  tre  Dei.  Dipoi  Gio- 
vanni Filopono,  grammatico  e  filosofo  in 
Alessandria,  ove  morì  nel  610,  profon- 
damente versalo  negli  scritti  d'Aristotile 
e  di  Platone,  dietro  lo  studio  di  quest'ul- 
timo insegnò  una  Trinità  {V.)  di  natu- 
ra in  Dio,  e  fu  caposetta  de'triteisti,  ere- 
tici che  ammisero  tre  essenze  e  tre  natu- 
re particolari  nella  ss.  Trinità,  e  per  con- 
seguenza tre  Dei,  sebbene  ciò  non  osas- 
sero di  pronunziare.  Mg.r  Giuseppe  As- 
semani  nella  Bibliot.orient.  Iib.2,  p.  237, 
riguarda  Filopono  propriamente  come 
inventore  del  triteismo.  Appena  compar- 
ve quest'  errore,  fu  condannato  da'  pa- 
triarchi e  da  molti  concilii  d'oriente.  La 
pretesa  riforma  che  ravvivò  la  semenza 
di  tante  eresie,  fece  anche  rinascere  il  tri- 
teismo: t.°  Negli  scritti  di  Valentino  Gen- 
tili di  Cosenza,  il  quale  ammetteva  nel- 
la Trinità  tre  spiriti  eterni,  realmente  di- 
stinti e  differenti  nella  loro  essenza  nume- 
rica. Per  quest'  errore,  col  quale  accop- 
piava l'arianesimo  e  gli  errori  di  altri  e- 
retici  Trinitari (J7'.),  bestemmiando  con- 
tro la  Trinità,  dovè  fuggire  da  Ginevra, 


T  R  T 

e  venne  cacciato  dalla  Polonia;  ma  essen- 
do motto  il  suo  nemicoCalvino,  l'eresiar- 
ca tornò  a  Ginevra,  ove  fini  con  essergli 
troncata  la  testa  nel  1 566.  2.°  Nell'opere 
di  due  famosi  protestanti ,  te^ogi  della 
sedicente  chiesa  anglicana,  Raffaele  Cud- 
WÒrt,  rinomato  principalmente  per  le  sue 
profonde  ricerche  contro  i Deisti  nel  1678, 
e  pel  suo  Vero  sistema  intellettuale  del- 
l'universo, in  cui  segue  Piatone  e  i  moder- 
ni discepoli  di  lui,  rispetto  alla  divinità, 
egli  spiriti  e  alle  idee.  Dietro  «.questa  no- 
zione immaginaria  della  Trinità  di  Pla- 
tone, egli  pretese  che  le  tre  Persone  sie- 
no  tre  sostanze  spirituali  distinte  tra  lo- 
ro; ma  che  il  Padre  solo  sia  veramente 
Dio  e  propriamente  l'Essere  supremo;  per 
modo  che  l'onore  assoluto  non  sia  dovu- 
to che  a  lui  ,  quasi  il  Figlio  e  lo  Spirito 
Santo  non  fossero  Dio  se  non  pel  concor- 
so del  Padre  con  essi,  e  per  la  subordina- 
zione e  sornmessione  che  a  lui  rendono. 
L'altro  protestante  che  poco  dopo  dife- 
se il  triteismo,  fu  il  pericoloso  e  ardente 
Guglielmo  Sherlok,  curalo  di  s.  Giorgio 
a  Londra  nel  167  3.  Egli  impugnò  la  dot- 
trina de'Solifidiani  e  degli  Antinomiani 
(Vi)ì  e  scrisse  pure  contro  i  Sociniani 
(V.)t  con  libro  nel  quale  chiaramente  in- 
segna l'errore  di  tre  spiriti  o  intelletti  di- 
stinti nella  divinità;  fu  accusato  di  tritei- 
smo,e  la  sua  dottrina  condannata  da  una 
assemblea  d'Oxford,  come  falsa,  empia, 
eretica  e  contraria  alla  dottrina  della  chie- 
sa cattolica,  e  particolarmente  della  chie- 
sa anglicana.  Le  opere  eh'  egli  compose 
per  difendersi  e  per  arrestare  i  progres- 
si del  socinianismo,  e  le  sue  dispute  con- 
tro i  suoi  avversari,  si  potino  vedere  nel 
Buller,  il  quale  fa  la  storia  del  triteismo 
nelle  sue  Feste  mobili,  trat.  io:  Sulla  do- 
menica  della  ss.  Trinità ,cap.  3.  Di  quel- 
li clw  combatterono  il  mistero  della  ss. 
Trinità.  Così  pure  tratta  degli  errori  e 
delleoperedeglialtri  eretici  trinitari, Gu- 
glielmo Whiston  e  Samuele  Clarke. 

TRITTICO,  Triptyehum.  Tavola  o 
tavoletta  tripla  che  ripiegasi  in  tre  partile, 


TRI  73 

al  di  dentro  con  sagre  Immagini  (Tr.)  di- 
pinte, o  scolpite  sul  marmo,  sul  metallo, 
sul  legno  o  sull'avorio  o  sull'osso,  per  col- 
locarsi sulle  Mense  degli  altari  pubblici 
o  domestici,  o  d'uso  privato  per  divozio- 
ne particolare  verso  Dio,  laJB.  Vergine  e 
alcuni  Santi  in  esse  rappresentati.  L'o- 
rigine decrittici  sagri  è  comune  a3 Dittici 
(V.)  sagri.  I  dittici  sagri  erano,  secondo 
1'  etimologia  del  nome  greco,  anche  pic- 
coli armadi  composti  di  tavolette  pieghe- 
voli da  potersi  aprire  e  ferrare  a  piaci- 
mento. Ciascuna  di  delte  tavoletteera  se- 
parata dall'altra,  e  formava  uno  sportello. 
Se  gli  sportelli  erano  due,  e  due  erano 
per  conseguenza  le  tavolette,  chiama vansi 
dittici;  se  tre,  denominavansi  trittici;  se 
finalmente  erano  molti,  portavano  il  no- 
me di  polittici.  Oltre  a  ciò  erano  questi 
sportellisostenuti  e  fermati  da  piccoli  gan- 
gheri, e  ciò  affinché  si  potessero  aprire  e 
serrare  comodamente.  Quanto  all'uso,  il 
Buonarroti,  Osservazioni  sopra  alcuni 
frammenti  di  vasi  antichi  di  vetro  or- 
nati di 'figure,  ove  riporta  ancora  le  Os- 
servazioni sopra  tre  Dittici  antichi  (Va- 
vorioy  riferisce  che  uno  de' luoghi  prin- 
cipali ,  dove  più  frequentemente  e  eoa 
maggior  abbondanza  mettevano  ed  espo- 
nevano al  pubblico  gli  antichi  fedeli  tali 
loro  sagri  arredi,  erano  alcuni  palchi  in- 
torno aìì'Jltare  (V.)  che  si  dissero  per- 
gole (vocabolo  che  secondo  il  Fanciulli, 
e  meglio  il  Donati  ,  spiegò  Cujacio,  est 
exhedra  scu  cathedra  angusta  in  super- 
ficie aliqua  aediumj  lo  stesso  significato 
gli  danno  1'  antiche  glosse.  Inoltre  Ter- 
tulliano dice,  Coenacula in  aedicularum 
disposi ta  forma  aliis,  atout  aliis  per- 
gulis  super sunt ,  seti  super structis  j  di 
più  avverte  Cujacio  che  in  queste  pergole 
per  lo  più^i  spandevano  le  mercanzie, on- 
de nel  codice  Teodosiano  si  dona  il  pri- 
vilegio a' pittori  di  poter  tenere  le  per- 
gole. Della  voce pergula  si  sono  serviti  poi 
scrittori  ecclesiastici  ad  exhedram ,  seu 
mensam  designandam,  in  qua  sacra  do- 
narla  exibebantur  diebus  celebriori- 


74  TRI 

hush  come  si  può  vedere  in  Anastasio  Bi- 
bliotecario, e  nelle  note  che  su  di  osso  fece 
l'AltaSNcrra  particolarmente.  Ancora  gli 
mettevano  in  veduta  in  certi  gradi  o  rialti 
in  testa  dell'altare,  che  tornando  sopra  la 
Confessione  (7  .)  de'ss.  Martiri,  si  pote- 
vano ben  godere  i\n\  popolo;  i  quali  rialti 
mutato  il  sito  dell'altare,  furono  trasfe- 
riti verso  la  tribuna  in  feccia,  e  «opra  i 
medesimi,  e  questi  hanno  data  l'occasio- 
ne agli  odierni  gradini  dell'altare,  che  si 
sogliono  ornine  di  vasi  più  o  meno  pre- 
ziosi, di  candellieri,  di  busti  colle  imma- 
gini de'Santi, e  di  reliquari  colle  loro  reli- 
quie. In  tali  luoghi  dunque  si  collocarono 
le  varie  specie  de'dittici  sugli  di  legnosi 'os- 
so, d'avorio  o  d'altra  materia  di  prezzo,  o 
per  mero  ornamento,  o  perchè  fossero  vi- 
cini  e  pronti  per  l'uso  che  se  ne  dovea  fa- 
re nelle  sagre  liturgie,  e  nel  mezzo  a  que- 
sti dittici  o  trittici  nel  luogo  più  princi- 
cipale  si  mettevano  quelli  intignili  del- 
l' immagine  de'  Santi ,  specialmente  di 
quelli,  a  cui  fosse  dedicata  la  chiesa  o  la 
solennità,  al  qual  costume  si  conformano 
i  greci,  i  quali  pongono  in  mezzo  al  coro 
nella  parte  vicina  al  santuario  in  un  com- 
petente rialto  l'immagine  voltata  al  po- 
polo del  Santo,  di  cui  di  mano  in  mano 
ne  celebrano  la  festa.  Il  Donati,  De' dit- 
tici degli  antichi  profani  e  sagri,  osser- 
va che  dal  rito  antichissimo  di  colloca- 
re le  ss.  Immagini  sopra  gli  altari  (e  ri- 
porta esempi  de'  tempi  di  Papa  s.  Sisto. 
Ili  del  43a,  e  di  Papa  s.  Simmaco  del 
49B,  e  per  le  chiese  dell'Africa  da  un  pas- 
so di  s.  Ottato  vescovo  di  Milevi  del  370) 
e  presso  le  confessioni  de'ss,  Martiri,  non 
essere  improbabile  il  dire,  che  ne  sia  an- 
cora derivato  il  costume  di  porre  in  te- 
sta alle  sagre  mense  i  dittici  o  trittici  i- 
storiati  aldi  dentro  di  sagre  ligure. I  quali 
dittici  e  trittici  ebbero  anticamente  nelle 
chiese  quel  medesimo  uso,  che  presente- 
mente hanno  i  nostri  Quadri  (f^.)  o  ta- 
vole dipinte  da  altare  ,  che  dal  senatore 
Buonarroti  credonsi  originate  da  questa 
stessa  sorte  di  dittici. Mentre  anticamente 


T  II  I 

fabbricavano  a  foggia  di  essi,  cioè  come 
tanti  piccoli  armadi  da  aprirsi  e  serrarsi 
in  più  parti,  ciascuna  delle  quali  era  di- 
stinta dalle  altre  con  qualche  lista  ,  che 
serviva  loro  d'ornamento, terminandoiu 
cima  in  un  angolo  acuto,  nella  guisa  ap- 
punto che  sono  lutti  i  dittici  di  siimi  fatta, 
che  ci  sono  rimasti.  Tali  quadri  da  altari 
con  altro  nome  più  propriamente  non 
pare  che  si  possano  chiamare,  che  di  dit- 
tici, o  trittici, o  polittici,  dal  numero  più 
o  meno  de'  loro  sportelli.  I  quali  poi  in 
decorso  di  tempo  gli  fecero  fissi,  e  da  star 
sempre  aperti, ritenendo  solo  della  primie- 
ra loro  figura  la  distinzione  degli  spotv 
telli,  o  nicchie  separate  da  qualche  spe- 
cie di  colonna, o  lista  per  ornamento,  ter- 
minando anch'esse  nella  parte  superiore 
in  un  angolo  acuto.  Il  Donali  aggiunge, 
d'averne  osservati  di  simile  struttura  de- 
gli avanzi  tratti  da  antichi  quadri  d' aU 
tari  di  chiese.,  fabbricali  nel  tempo  di  mez- 
zo; usanza  che  perseverò  poi  anche  dopo 
il  1 4°°j  ritrovandosene  alcuni  dipinti  da 
fr.  Filippo  Lippi.  In  fatti  uno  quasi  so- 
migliante, dice  il  Donati,  tuttora  esiste- 
va nell'antica  chiesa  di  s.  Frediano,  fatto 
tutto  di  marmo  da  Giacomo  di  Siena  nel 
secolo  XV;  quantunque  nell'istesso  tem- 
po vi  fosse  introdotto  il  costume  di  far  le 
tavole  d'altare  tutte  andanti  e  intere,  e 
dipinte  con  una  sola  storia.  Questi  dittici 
o  trittici  fabbricati  poi  sulla  maniera  di 
que'che  tuttavia  esistono,ol  tre  l'essere  sta» 
lo  in  costume  di  riporti  in  lesta  alle  sa-r 
gre  mense,  che  sempre  teneva nsi  fisse,ser- 
virono  ancora  per  gli  Altari  portatili 
(7^.),  essendo  molto  facile  e  comodo  il  lo- 
ro trasporto.  Non  sarà  forse  cosa  tanto  lon- 
tana dal  vero,  il  credere  che  potessero  es- 
sere stati  usati  eziandio  da'  cristiani  in 
tempo  della  persecuzione  degV Iconocla- 
sti (7'.),  esprimendo  entro  di  essi  le  sa- 
gre Immagini  per  potere  nell'istesso  tem- 
po e  venerarle  e  guardarle  da'  loro  in- 
sulti sacrileghi  e  oltraggiosi. Servirono  an- 
cora questa  sorte  di  dittici  per  soddisfare 
la  divoziouedichi  viaggiava,  mentre  por- 


T  11  I 

tancluli  conloro,aveano  ilcomoclocli  pre- 
slare  il  dovuto  cu  Ilo  al  le  ss.  immagini  non 
solo  nelle  proprie  case  dove  le  tenevano, 
ina  anco  in  qualsiasi  altro  luogo.  Quindi 
il  Donali  descrive  e  illustra  eruditamente 
6  trittici  sagri;  cioè  ih.0  della  metropo- 
litana di  Lucca,  formato  di  3  sportelli  di 
legno  di  figura  bislunga,  «miti  da  3  gan- 
gheri di  ferro;  stando  aperto  nella  parte 
superiore,  termina  in  3  angoli  o  sesti  a- 
culi,  e  quando  è  serrato  in  un  solo.  Cia- 
scuno degli  sportelli  laterali  è  eguale  nella 
grandetta  alla  metà  di  quel  di  mezzo, di- 
modoché serrandosi,  tutti  e  due  insieme 
gli  servono  di  coperchio.  Formasi  di  pezzi 
dosso,  bianco  incastrato  e  storiato  a  bas- 
sorilievodi  sa«relmma"ini,esi  vuole  lavo- 
io  barbaro  del  secolo  XI  li.  Il  2.°è  il  tri'l* 
lieo  sagro  de  carmelitani  di  Lucca,in  tutto 
nella  forma  del  pi  ecedente, come  sono  lut- 
ti gli  altri  trinici  di  tal  sorte,  parimenti 
con  pezzi  d'osso  bianco  incastrato,  ed  ef- 
figiali assai  rozzamente  con  bassorilievi. 
3.°  Altro  trittico  lucchese,  di  proprietà 
del  Donati,  era  anch'esso  composto  di  3 
tavoluccie  piegabili,  affatto  uniformi  a* 
precedenti  trittici,  e  ne  fece  eseguire  il  di- 
segno che  riprodusse  nel  suo  libro,  acciò 
si  prendesse  una  chiara  idea  de'  trittici, 
non  meno  che  de'qnadrida  altare.  Nel- 
lo sportello  a  destra  la  figura  sembra  un 
«.Evangelista  o  un  s.  Apostolo, ed  in  quel- 
lo a  sinistra  forse  un  s.  Leonardo  mona- 
co e  confessore.  Nello  sportello  di  mezzo 
è  figurata  la  B.  Vergine  col  divin  Figlio 
in  un  braccio,  fra  due  Angeli.  4«°  'I  trit- 
tico di  Verona  ,  pure  di  tavole  di  legno 
con  pezzi  d'avorio  incastrati,  rozzamente 
scolpili  a  bassorilievo.  5.°  Il  trittico  de' 
carmelitani  di  Modena, simi  le  a'preceden- 
ti, con  pezzi  d'osso  bianco  incastrati,  tutti 
eiììgiati  a  bassorilievi  di  sagre  figure.  Rac- 
conta poi  il  Donati,  che  nell'antica  chiesa 
di  s.  Pietro  della  Badia  di  Camaiore  di 
Lucca,  esisteva  un  antico  quadro  da  al- 
tare dipinto  in  tavola,  espartito  in  5  spor- 
telli storiali  di  s. Immagini, terminanti  tut- 
ti, come  i  trittici  accennati,  in  altrettanti 


TR  I 


7* 


angoli  acuti. Questelavoledipinteda  alta» 
re,otiginate  da  trittici,  si  principiarono  a 
introdurre  ne.1  medio  evo,dopo  il  secoloX; 
e  fra  le  più  antiche  si  deve  contare  quella 
d'argento  dorato  e  ornata  di  gemme,fatta 
in  Costantinopoli  nel  976  d'  ordine  del 
Doges.  Pietro  1  Orseolo  per  la  ducale  ba- 
silica di  Venezia,  la  di  cui  descrizione  può 
leggersi  anche  nel  Marangoni,  Istoria  di 
Sancta  Sanctorum  p.  23  1 .  Questa  è  la 
celebre  Pala  d'oro  della  basilica  patriarca-* 
ledi  s. Marco.il  can.  Luca  Fanciulli,/)/ <7,/- 
cuni  antichi  riti  della  cattedrale  di  Osi* 
mot  colla  spiegazione  d'un  sagro  Trit- 
tico, ohe  si  conserva  nell'archivio  capi- 
telare, ci'eóe  che  abbia  servito  per  oggetto 
di  culto  e  venerazione  a  qualche  osima- 
110,  nell'oratorio  domestico,  o  piuttosto  in 
occasione  di  viaggio;  e  rappresenta  gli  a- 
dorabili  misteri  dell'Incarnazione  e  Pas- 
sione del  Redentore,  e  le  figure  di  pareo* 
chi  santi.  Di  3  tavolette  o  sportelli  è  com- 
posto. Ih.0  rimane  fermo  e  immobile,  gli 
altri  due  si  piegano  e  si  chiudono,  uno 
dentro  l'altro.  Quindi  stando  tutti  e  3  a* 
porli,  formano  3  quadri  diversi  e  sepa- 
rati. La  pittura  non  sembra  più  antica  del 
XV  secolo  ,  e  perciò  non  senza  qualche 
buon  gusto.  Non  solo  il  Fanciulli  spiegò 
tutte  le  pitture  e  le  figure  in  esse  espresse, 
ma  ne  riportò  i  disegni  con  incisioni.  Di- 
ce inoltre,  che  I'  uso  di  questi  trittici  fu 
comunissimo  sempre  presso  i  greci  e  al- 
tri popoli  orientali,  ed  esserlo  ancora  tra' 
ruteni  mediante  tavolette  dipinte  di  sa» 
gre  Immagini,  poiché  non  sogliono  mai 
fare  orazione  se  non  hanno  davanti  qual- 
chesagra  immagine,  esi  servono  ditali  ta- 
volette come  di  altrettanti  altarini.  Il  trit- 
tico ruteno  di  cui  sono  possessore,  e  ne  feci 
cenno  a  vScultura,  ragionando  di  quella 
in  legno, è  una  prova  dell'asserto  del  can. 
Fanciulli.  Si  ponno  vedere  le  opere  di  Gio, 
Antonio Gov\ , Thesaurus  veterum  Dipty- 
chorum,  e  Gio.  Battista  Passeri  che  ne 
compilò  le  prefazioni.  Nella  Raccolta 
d'opuscoli  scientifici,  del  camaldolese  p. 
d.  Angelo  Calogerà,  molto  si  traila  della 


76  TRI 

diversa  specie  di  dittici,  profani  ed  eccle- 
siastici, e  nelle  Osscrvéatoni  intorno  alla 
cattedrale  di  JbrreZ/o,  del  p.  Costadoni 
della  stessa  congregazione.  Egli  discorre 
delle  tavole  d'altare  divise  per  lo  più  in 
due  o  tre  parli,  che  l'una  facendosi  ca- 
dere sopra  l'altra  vengono  perciò  a  chiu- 
dersi, e  ad  essere  meglio  conservate  e  di- 
fese, chiamandosi  dittici  se  due  parti  solo 
lecompongouo,  trillici  e  polittici  se  tre  o 
più,  poiché  con  tali  vocaboli  i  greci  chia- 
mavano i  libri  formati  di  due,  tre  o  più 
tavole. 

TRIUMVIRO,  Triumvir.  Uno  de'3 
del  Triumvirato  ossia  principato  di  3  uo- 
mini. I  triumviri  erano  i  magistrati  che 
governavano  con  sovrano  potere  in  Roma 
(^)e  dividevano  fra  loi'oil  governo  della 
repubblica  romana,il  che  abbiamo  veduto 
in  ombra  rinnovato  nel  1849.  I  triumviri 
dell'anticaRoma  niente  aveano  di  comune 
fra  loro,  fuorché  dell'ambizione,  e  della 
crudele  rendetti  che  ciascuno  faceva  de' 
propri  nemici. Il  triumviraloera  un  gover- 
no assoluto  di  3  persone,che  assumendo  il 
potere  dispoticamente,  cambiarono  la  co- 
stituzione da  democratica  in  monarchica. 
Vi  furono  in  Roma  due  famosi  triumvi- 
rati, che  governando  sovranamente  du- 
rarono 1  2  anni  circa.  G.  Pompeo  Magno, 
C  Giulio  Cesare,  e  M.  Licinio  Crasso  for- 
marono il  i.°;Ottavio,  poi  imperatore  Au- 
gusto, M.  Antonio  e  Lepido  formarono 
il  2.0,  dopo  la  morte  del  dittatore  Giulio, 
Cesare,  nell'isoletta  di  cui  riparlai  nel  voi. 
L.VlI,p.255e  258.  Questo  ultimo  trium- 
virato affrettò  la  rovina  della  repubblica, 
e  portò  l'ultimo  colpo  alla  di  lei  libertà. 
Ottavio  entrato  in  discordia  conM.  Anto» 
nio  e  Lepido,  fece  loro  la  guerra, ed  aven- 
doli vinti  ad  Azio,  rimase  il  solo  padro- 
ne di  Roma  e  dell'impero  della  repubbli- 
ca, venendo  proclamato  imperatore.  Vi 
erano  ancora  in  Roma  diversi  ufliciali  o 
magistrati,  che  chiamavansi  triumvirati. 
I  triumviri  capitati  furono  creati  verso 
l'anno  4^4  di  Roma:  essi  erano  giudici 
delle  cause  criminali;  giudicavano  degli 


TRI 

omicidii,  de'furti,e  di  tuttociò  che  riguar- 
dava gli  schiavi  colpevoli;  assumevano  le 
informazioni  contro  coloro  ch'erano  so- 
spetti di  qualche  delitto;  aveano  la  custo- 
dia delle  prigioni,  e  facevano  eseguir  la 
sentenza  contro  quelli  ch'erano  condan- 
nati a  morte  dal  pretore,  dagli  8  littori 
loro  addetti.  Il  luogo  ov'essi  amministra- 
vano giustizia,  era  situato  vicino  alla  co- 
lonna chiamata  Mocnia.  Questa  non  era 
lungi  dal  Comizio  nell'area  del  Foro  ro' 
mano,  e  fu  così  chiamata  perchè  eretta 
a  onore  di  Caio  Menio  vincitore  de'latini 
nel  4'  6  di  Roma,  quello  stesso  che  ornò 
la  tribuna  pubblica  co'  rostri.  Plinio  la 
mostra  come  la  più  antica  fra  le  colon- 
ne onorarie,  ma  non  più  esistente  a'suoi 
giorni,  forse  perita  nell'incendio  Neronia- 
110.  Altri  pretendono  chiamarsi  così  la  co- 
lonna, da  un  tal  Menio  che  si  riserbò  nel 
vendere  a  Catone  la  sua  casa  per  edificar- 
vi la  basilica  Porcia,  e  questo  affine  di  po- 
ter di  là  veder  esso  e  i  posteri  suoi  i  giuo- 
chi gladiatore  che  si  davano  nel  Foro  fa- 
cendovi alla  circostanza  palchi  posticci.  I 
triumviri  capitali  dilferi  vano  soltanto  nel- 
la maniera  di  eleggersi,  da'duum  viri,  che 
parimenti  giudicavano  le  cause  criminali, 
giacché  questi  erano  eletti  a  sorte  ,  ed  i 
primi  da'  suffragi  del  popolo  convocato 
per  Tribù.  Tali  duumviri  pure  si  dice- 
vano capitali, erano  giudici  o  luogotenen- 
ti criminali,  maggiori  de'triumviri  capi- 
tali, perchè  condannavano  a  morte  i  de- 
linquenti, ma  dalla  loro  sentenza  si  ap- 
pellava al  popolo,  il  quale  soloavea  il  di- 
ritto di  confermare  un  giudizio  di  morte 
contro  un  cittadino  romano.  Non  si  devo- 
no confondere co'duuuiviri,  poi  accresciu- 
ti ,  che  custodivano  i  libri  della  Sibilla 
(T7".),!!  consultavano  e  proponevano  i  mez- 
zi di  placar  gli  Dei  in  tempo  di  pubbli- 
che sciagure.  I  triumviri  nocturni  erano 
3  individui  che  vegliavano  durante  la 
notte,  per  la  conservazione  della  quiete 
di  Roma,  ed  affinchè  se  mai  si  manifesta- 
va in  qualche  parte  incendio,  fossero  più 
pronti  nei  dare  gli  ordini  necessari  per  e- 


TR  I 

st inguerlo  a'vigili,  ora  Pompieri  (V.),  e 
mettevano  sentinelle  sulle  mura  e  in  di- 
versi quartieri  per  avvertirli  subito,  ve- 
dendo fuoco.  Yi  erano  ancora  3  magistra- 
li della  pubblica  salute,  cbe  chiamavansi 
triumviri  valeludiiris,  e  creavansi  princi- 
palmente in  tempo  di  Pestilenze  (P.)  e 
di  malattie  popolari.  1  triumviri  mone- 
tari erano  magistrati  direttori  e  soprin- 
tendenti destinati  alla  fabbricazione  della 
Moneta  (V*).  Ne' tempi  della  repubblica 
l'intendenza  delle  monete  era  commessa 
a  3  ufhziali  che  si  chiamavano  triumviri 
auro,argento,  aeri  Jlando.feriundo.  G. 
Cesare  ne  aggiunse  un  4-°;  ma  sotto  il  ni- 
pote Augusto  i  cambiamenti  fatti  dallo  zio 
furono  riformati,  e  i  triumviri  monetari 
continuarono  a  incidere  i  nomi  loro  sulle 
monete  che  faceano  coniare.Dopo  la  mor- 
te d'Augusto  non  leggesi  più  sulle  mone- 
te i  nomi  de'triumviri.  Nel  basso  impero 
non  si  fece  più  menzione  di  questi  magi- 
strati, e  le  lettere  S.  C.  non  trovatisi  più 
come  prima  sulle  monete  di  bronzo. Que- 
sto fa  supporre,  che  gì'  imperatori  attri- 
buendo alla  lorodignità il  diritto  esclusivo 
di  far  battere  moneta,  abolirono  le  cari- 
che di  coloro  che  ne  presiedevano  la  fab- 
bricazione, e  che  probabilmente  erano  no- 
minati coll'approvazione  del  senato.  Se- 
condo tutte  l'apparenze  quel  cambiamen- 
to si  operò  sotto   Aureliano,  contro  cui  i 
monetari  eransi  rivoltati.  Gli  operai  che 
lavoravano  sotto  gli  ordini  de'triumviri 
monetari  erano  liberti  o  schiavi,  divisi  in 
molte  classi. Gli  uni  chiamati  signatores, 
intagliavano  i  punzoni;  gli  altri  detti  sup- 
postores,  aveano  cura  di  porre  il  pezzo  di 
metallo  ne'  punzoni;  gli  altri,  delti  ma- 
leatores,  le  battevano  col  martello.  Ol- 
tre questi, eranv  i  altri  operai  occupati  nel- 
la preparazione  e  fusione  de'metalli,  e  di- 
ce \am\  jìatores  o  Jlatuarii.  Alcuni  era- 
no incaricati  della  verificazione  del  titolo 
e  del  peso  delle  monete,  appellali  exa- 
ctores  auri3  argenti,  aeri:  egli  è  per  que- 
sto che  leggesi,  exagium  solidi  su  certe 
medaglie  d'Onorio  e  di  Yalentiniano  ili, 


TRI  77 

che  sembrano  essere  slate  una  specie  di 
t  ipo  per  verificare  i  soldi  d'oro  che  si  co- 
niavano a'tempi  di  quegl' imperatori.  Il 
capo  di  quegli  operai  è  chiamato  optio  nel- 
le iscrizioni.  Nella  i*  guerra  punica  era- 
no slati  creati  i  triumviri  mensarii,  per 
l'intendenza  delle  monete  e  del  cambio. 
Si  dissero  triumviri  senatus  legendi ,  3 
personaggi  che  nominavano  i  soggetti  cui 
credevano  più  degni  d'entrar  nel  senato. 
GÌ'  istituì  Augusto,  poiché  da  principio 
questo  diritto  apparteneva  a're  di  Roma, 
indi  a'consoli,e  nel  3  io  di  Roma  fu  at- 
tribuito a'censori.Yi  furono  pure  i  trium- 
viri agrarii  ,  ed  i  triumviri  epuloni  poi 
settemviii. Finalmente  eranvi  i  triumviri 
o  duumviri  delle  Colonie  (F.)  dedneen- 
dae}  i  quali  venivano  incaricati  della  di- 
rezione delle  colonie  ,  che  il  popolo  ro- 
mano inviava  e  stabiliva  altrove.  Dessi 
appunto  eran  quelli  che  con  aratro  desi- 
gnavano il  luogo  e  i  confini,  ove  bisogna- 
va edificare  le  nuove  città,  chedividean 
le  terre  in   proprietà  a  ciascun  colono , 
davano  i  regolamenti,  ed  amministrava- 
no la  giustizia  a'nuovi  abitanti,  e  conser- 
vavano lo  stesso  grado  e  l'autorità  stessa 
che  aveano  i  consoli  in  Roma.  Questi 
triumviri  oduumviri  erano  scelti  dal  cor- 
po de'  decurioni,  e  la  loro  magistratura 
durava  5  anni:  si  eleggevano  dall'assem- 
blea del  popolo  per  tribù.  Sui  monumenti 
lo  stabilimento  delle  colonieè  indicato  da 
un  aratro  con  buoi  attaccati.  Abbiamo  di 
Citi  i  de  la  Guelte,  Histoire  du  triumvi- 
rat  de  J.  Cesar,  Pompe  e  et  Crassus^a- 
risi 694:  Histoire  du  trinmvir a t a" Au- 
guste, M.Antoine  et  Lepidus,Vaiis  1 694. 
Joh.  Guil.  Hoffmanui,  Singularia  capi- 
ta ex  historia  triumviratus^iaticofavii 
ad  Yiadrum  1 733.  Gio.  Adolfo Hartman- 
ni,  Dissertalo  historica  de  triumviri s 
RoìnanaeReipublicaefunestis^oìhtwn. 
1736.  Gaspar  AchatiusBechius,  Brevis 
historia  triumvirati  prioris  apud  Ro- 
manos,  Basileaei74o. 

TR1YENTO  (Triventin).   Città  con 
residenza  vescovile  della  provincia  di  Alo- 


78  t  n  i 

lise  nel  Sanino,  del  regno  delle  cine  Si- 
cilie, distante  da  Benevento  per  la    via 
di  Morcone,  Campobasso  e  Castro  mi- 
glia 3(),  capoluogo  di  cantone.  Giace  in 
salubre  e  benigno  cielo,  sopra    un  alto 
colle,  sotto  del  quale  poco  discosto   per 
una  profonda  valle  scorre  il  fiume  Tri- 
gno,  al  confluente  dell'  Arresta.  E  cin- 
ta di  mura,  ha  vie  regolari  e  ben  lastri- 
cate, ed  ha  alquanti  belli  edifizi.  La  cat- 
lediale,  antichissimo  edilìzio  di    nobile 
struttura,  è  sotto  l'invocazione  de'ss.  Na- 
7.ario,  Celso  e  Vittore  martiri  patroni  del- 
la città,  e  tra  le  reliquie  sono  in  ginn  ve 
neraatone  i  capi  de'  ss.  Melario  e  Celso. 
Il  rapitolo  si  compone  di  5 dignità,  la  i .a 
delle  quali  è  l'arcidiacono,  di  7  canonici 
comprese  le  due  prebende  del  teologo  e 
del  penitenziere, di  6  mansionari,  e  di  al- 
tri preti  e  chierici  addetti  al  divino  ser- 
vizio. Vi  è  l'unico  fonte  battesimale  del- 
la città,  con  la  cura  d'anime  amminisl ra- 
ta da  una  delle  dignità,  come  dalla  3.a 
dell'  arciprete  o  da  un  canonico.  Presso 
la  cattedrale  è  l'episcopio  che  si  fa  distin- 
guere tra  gli  edifizi.  Non  vi   sono  altre 
chiese  parrocchiali,  bensì  diverse  chiese, 
un  convento  di  religiosi,  due  sodalizi,  il 
seminario  cogli  alunni.  I  suoi  4^00  abi- 
tanti circa  vi  tengono  fiera  il  27  e  28  lu- 
glio d'ogni  anno.  Vi  si  sono  trovate  mol- 
tissime iscrizioni,  alcune  delle  quali  ri- 
portò Muratori. Nelle  vicinanze  è  una  sor- 
gente solforosa.  Trivenlo  dal  suo  fiume 
Trigno  detto  da'lalini  Trinumt  onde  al- 
cuni vogliono  che  sia  appellala  Triven- 
tum}  ubi  Triiium  v'ertilnr.  Altri  disse- 
ro, essere  chiamata  Trivento  per  essere 
posta  in  luogo  ventosissimo.  Antichissi- 
ma fra  le  più  importanti  città  de'sanni- 
ti  ,  i  romani  vi   dedussero   una   colonia 
d'ordine  di  Giulio  Cesare,  dicendo  Fron- 
tino: Triventum  oppidum}  Àger  ejus  in 
praecisuras  3  et  stri  gas  est  assignatus 
post  lertiam  obsidiouem  mi  li  ti  bus  Julia- 
nis.  Iterpopulo  nondebetur.  Si  vuole  che 
fosse  anche  municipio  romano.  Divenne 
contea  sotto  i  longobardi,  e  la  siguoreg- 


TRI 

ginrono  prima  la  nobilissima  famiglia  di 
A  Millo,  e  poi  il  celebre  capitano  Antonio 
Giacomo  Caldora.  Vanta  molli  illustri 
nella  toga  e  nell'armi;  e  seguì  le  politiche 
vicende  della  Puglia.  L'Ughelli,  Italia 
sacra,  1. 1,  p.  1 327,  Tridentini  Episcopi > 
ne  riporta  la  serie,  ed  il  Coleti  nel  t.10, 
p.  346j  le  collezioni.  Riferisce  il  Sarnel- 
li  nelle  Memorie  degli  arcivescovi di '  Jìe- 
nevento,  che  da'primi  tempi  la  sede  ve- 
scovile di  Trivento  fu  ad  essi  soggetta, 
come  apparisce  dalla  bolla  di  Agapito  li 
Papa  del  Cj{\f>,  che  nel  detto  anno  cacciò 
dalla  cattedra  Tridentina  l'intruso  Leo- 
ne prete  e  monaco,  ad  istanza  di  Giovan- 
ni V  vescovo  Beneventano,  riti  Ecclesia 
Tridentina  aniiquitus  subdita  crai.  E- 
rella  la  chiesa  di  Benevento  in  arcivesco- 
vato, il  vescovo  di  Trivenlo  fu  uno  dei 
suoi  suffragane'! ,  come  si  ha  dalla  bolla 
del  pallio  di  Papa  Giovanni  XI V  ad  Alo- 
ne arcivescovo  nel  g84-  Similmente  Papa 
Gregorio  V  nella  bolla  del  pallio  ad  Allu- 
no nel  998, s.  Leone  IX  nel  io53,ed  è  scol- 
pito tra'suffraganei  nella  porta  di  bronzo 
della  metropolitana. Nel  147  1  l'arcivesco- 
vo Corrado  Capace,  come  metropolita  vi- 
sitò la  cillà  di  Trivento.  Il  Sarnelli  sebbe- 
ne confessa  che  nel  1 474  Sisto  IV  esentò 
Trivenlo  e  lo  sottopose  immediatamen- 
te alla  s.  Sede,  tuttavolta  dice  che  non  de- 
ve esentarsi  dal  concilio  provinciale,  co- 
me non  ne  fu  dispensata  Troia,  benché 
divenuta  esente,  il  che  si  apprende  dal- 
l'editto sinodale  dell'arcivescovo  Palom- 
bara  del  1  ^99, e  dalla  lettera  sinodica  del- 
l'arcivescovo Foppa  deli  656,iu  cui  ven- 
ne compresa  Trivenlo  obbligati  a  inter- 
venirvi. Leggo  nell'CJghelli:  Tridentina 
Ecclesia,  quae  rcgiae  praesentationis 
est)  una  habetur  ex  insignioribus  huj'us 
provinciae  Ecclesiis ,  tum  ex  dioecesis 
amplitudine  ,  tum  quia  ex  Alexandri 
III i  ac  Sixti  IV  aliorum  summorum 
Ponlificum privi leg.  ab  ornili  alio  metro - 
polii,  jure  exempta  s.  Sedis  apostolicis 
proxime  subjacet,  uniusque  tantum  ro- 
maniPontificis  vencratur  arbitriumtlam 


T  R  I 
e!  si  Episcopus  ad  nornmm  Tridentini 
conciln,  ex  electione  ad  Lancia nensem 
provìncialem  synodttm  accessit)  idquc 
nobìs  causaefiiityCiir  Triventinos  F.pi- 
scopos  inter  romanae  Ecclesiae  imme- 
diate subjeclos  Episcopus  rejiciamusì 
auos  ex alior um  vecordia  in  nostro  /to- 
mo praetermisimus.  Nell'ultima  propo- 
sizione concistoriale  si  dice,  Apostolicae 
s.  Sedis  est  immediate sid>j'ecta.  Il  r  ."ve- 
scovo di  Tri  vento  è  s.  Casto,  ma  s'igno- 
ra il  tempo  in  cui  fiorì,  il  2. °  vescovo  che 
si  conosca  fu  N.  milanese  contemporaneo 
di  s.  Ambrogio  del  3<)0,  il  quale  recò  da 
Milano  a  Trivento  i  capi  venerabili  dei 
ss.  Nazario  e  Celso.  Domenico  Episcopus 
Triventinus  nell'861  intervenne  al  con- 
cilio romano,  ed  in  quello  di  Ravenna  nel- 
1*877  o  v'è  detto  Trivensis.  Leone  intru- 
so nel  946»  comedissi  fu  espolso.  Lintnl- 
fo  del  1  o  1  5  fu  al  concilio  romano  di  I>e- 
nedello  IX,  nel  quale  si  concesse  un  pri- 
vilegio all'abbazia  di  Fluttuarla.  Alferio 
vivea  a'tempi  di  Papa  Pasquale  II,  cen- 
surato pel  suo  operato.  Giovanni  del  1  1  09 
vivea  nel  1  l  1 9.  Llao  o  Raus  nel  1  i  76  con- 
fermò la  donazione  di  Rinaldo  signore  di 
Torri  fatta  al  monastero  di  s.  Angelo. 
Ponzio  oPel io  intervenne  nel  1  179  al  con- 
cilio di  Laterano  MI  celebrato  da  Papa 
Atessandrol II, il  quale  prese  la  sede  diTri- 
vento  sotto  l'immediata  protezione  del- 
la s.  Sti\e  ,  facendola  immune  da  Bene- 
vento: Ponzio  visse  sino  al  1  189.  N.  elet- 
to dal  capitolo,  fu  confermato  da  Grego- 
rio IX  nel  1  237. Riccardo  monaco  diMon* 
te  Cassino  del  12 4°  tM  gran  virtù,  vivea 
neli  246.  Nicola  monaco  di  Subiaco,  elet- 
to da  Innocenzo  IV  fu  confermalo  nel 
1256  dal  successore  Alessandro  IV.  O- 
dorio  del  1265,  per  sospetto  di  Manfredi 
usurpatore  di  Sicilia,  questo  l'intruse  nel- 
la sua  sede,  cacciandone  fr.  Luca,  il  qua- 
le neh  266 si  rifugiò  presso  Gemente  IV 
che  lo  reintegrò.  Giovanni  fiorì  nel  1  295. 
Fr.  Natimbene  oAntibono  figlio  di  Fran- 
cescoManfredi  signore  diFaenza, nel  1  334 
eletto  da  Giovanni  XXII,  morì  nel  1  344- 


T  R  I  79 

In  questo  gli  successe  fr.  Giordano  Cur- 
ii francescano,  traslaloa  Messina  nel  1  348 
da  Clemente  VI,  il  quale  gli  sostituì  fr. 
Pietro  Scolelli  dell'Aquila  pure  minori- 
la di  esimia  dottrina  e  lodalo  commen- 
tatore del  Maestro  delle  sentenze.  Fran- 
cescoMarchisio  diSalerno  morto  nel  1  379 
in  patria,  e  sepolto  nella  chiesa  di  s.  Fran- 
cesco con  epilafì'10  riportato  da  Ughelli. 
Nel  detto  anno  Urbano  VI  nominò  Rog- 
gero de  Carcasi  di  Sangro,  in  diverse  let- 
tere dichiarando  esente  Trivento;  e  Bo- 
nifacio IX  elesse  nel  1  39  1  Pietro,  cui  suc- 
cesse Giacomo  per  destinazione  di  Gre- 
gorio XII  nel  i4°9i  e  nuovamente  nomi- 
nato da  Giovanni  XXI li  nel  1 4 1  3.  Nel 
1421  Marano  V  elesse  Giovanni  Masi, 
morto  nel  1  45  1 .  In  questo  fu  fatto  com- 
mendatario e  neh 4^2  vescovo  Giacomo 
de  Tersis  o  Uvilj  abbate  benedettino  di 
s.  Stefano  di  Tordona.  Nel  1  472  Sislo  I V 
conferì  la  sede  a  Tommaso  Carafa  nobi- 
le napoletano,  lodato  e  caro  a  Ferdinan- 
do I  redi  Napoli,  indi  colla  bolla  Ad  A- 
postolicae,  de'3o  giugno  1  4?4>  p»'es<;o  U- 
ghelli,  confermò  l'esenzione  della  chiosa 
e  vescovo  di  Trivento  dal  metropolita  di 
Benevento.  Alessandro  VI  neh499  n0" 
minò  Leonardo  da  Corba  ria.  Gli  succes- 
se Tommaso  Caracciolo  nobilissimo  na- 
poletano assai  stimato,  nel  1  523  fatto  an- 
cori amministratore  di  Capaccio,  indi  nel 
1  53  1  dimise  la  ^ec\e  di  Trivento  a  favo- 
re di  Enrico  Lodredi  nobilissimo  e  vir- 
tuoso, nel  1  536  traslato  a  Capua,  con  ri- 
tenere l'amministrazione  ili  Trivento,ehe 
cede  nuovamente  nei  1  54o.lu  questo  Pao- 
lo 111  vi  trasferì  da  Muro  Matteo  Grif- 
foni toscano  di  Poppi,  abbate  vallombro- 
sano.sià  inlimo  di  Clemente  VII,  morto 
in  Roma  nel  1 567  e  sepolto  nella  cappel- 
la gentilizia  della  linea  romana  ins.  Mar- 
cello. Nel  1  568  vi  fu  traslato  d'  Acerra 
Gio.  Fabrizio  Severi  ni  nobile  napoletano. 
Nel  i582  Giulio  Cesare  Monconi  na- 
poletano, in  ogni  genere  di  scienze  ver- 
sassimo, zelantissimo  pastore,  restatilo 
ampiamente  e  abbellì  la  cattedrale,  \i  fé- 


80  TRI 

ce  l'organo,  la  cantoria,  il  pulpito,  l'alta- 
re maggiore  ornatissimo,  e  fra  le  reliquie 
pose  una  ss.  Spina  della  Corona  eli  Gesù 
Cristo  aspersa  del  suo  prezioso  saligne, 
chiusa  in  reliquiario  d'argento.  Accrebbe 
la  dignità  del  clero,  ridusse  all'antico  nu- 
mero i  canonici  e  ne  aumentò  le  dignità, 
e  nella  forma  di  vivere  dagli  alti  i  lisegre- 
gò:  eresse  l'archivio  e  in  esso  diligente- 
mente raccolse  i  monumenti  di  sua  chie- 
sa; in  Angiomi  eresse  il  seminario,  nel  si- 
nodo diocesano  corresse  i  costumi  de'chie- 
liei  e  adempì  le  parti  tutte  di  eccellente 
pastore  per  24  anni,  perciò  degno  d'eter- 
na memoria.  Nel  1  606  Paolo  de  Lago  pe- 
rugino, nel  1623  Girolamo  Costanti  no- 
bile napolelanOjtraslatoaCapua  nel  i63o. 
In  questo,  per  regia  presentazione  Urba- 
no Vili  nominò  fra  Martino  de  Leon-y- 
Cardenas  nobile  spagnuolo  agostiniano, 
encomiato  per  insigne  pietà, dottrina, mu- 
nificenzae  altre  eccellenti  virtù;  indi  nel 
1 63  1  traslato  a  Pozzuoli.  In  tale  anno  il 
Papa  gli  sostituì  Carlo  Scaglia  bresciano, 
canonico  regolare  di  S.Giorgio  in  Alga. Nel 
1646  Gio.  Battista  Capaccio  di  Pozzuoli, 
arcidiacono  di  quella  cattedrale  e  vicario 
generale.  A '22  gennaio  1 653  fr.  Gio.  dei- 
la  Croce  di  Toledo  minore  osservante, 
-visitatore  generale  del  3.°  ordine  nella 
Spagna,  morto  in  Roma  a'20  marzo  pri- 
ma d'essere  consagrato,  e  sepolto  in  A- 
raceli  con  iscrizione  riportata  da  Cole- 
ti.  Nel  i655  Gio.  Battista  Ferrimi  di 
Messina;  nel  1660  Vincenzo  Lanfranco 
nobile  napoletano  teatino,  traslato  ad  A- 
cerenza.  Nel  1666  Ambrogio  M.a  Picco- 
loniini  napoletano  olivetauo,  nobilissimo 
e  virtuoso  pastore,  trasferito  all'arcive- 
scovato d'Otranto.  Nel  1679  Diego  Yba- 
nezde  la  Madriz  cappellano  del  re  di  Spa- 
gna, decano  della  cattedrale  di  Lugo,  tra- 
slato a  Pozzuoli  nel  i684-  In  questo  fr. 
Tortorelli  di  s.  Gio.  Rotondo  minore  os- 
servante, lodatissimo  pastore  che  il  capi- 
tolo onorò  con  solenni  funerali  nella  cat- 
tedrale, e  seppellì  nella  cappella  della  B. 
Vergine  de'Sette  Dolori  a  corrili  Evan- 


T  R  I 
gelìim  marmoreo  sepolcro,  collo  tua  im- 
magine e  iscrizione  scolpiti.  Nel  1717  Al- 
fonso Mariconda  patrizio  napoletano, mo- 
naco cassiuese,  professore  di  teologia  nel- 
l'università di  Napoli,  di  singoiar  dottri- 
na, miracolo  d'erudizione;  prese  solenne 
possesso  a'27  luglio  vigilia  de'ss.  Patro- 
ni Nazario,Celsoe  Vittore.  Illustrò  la  va- 
sta diocesi  colle  sue  operazioni,  donò  al- 
la cattedrale  preziose  suppellettili,  e  ne 
ornò  il  prospettoesterno;  rifece  il  palazzo 
vescovile  con  religiosa  modestia.  In  più 
luoghi  della  diocesi  ristabilì  i  sodalizi, nel 
1721  celebrò  il  sinodo  con  salutari  de- 
creti e  per  l'erezione  del  seminario.  Vi- 
gilante pastore,  di  grande  probità,  lasciò 
la  sua  memoria  in  benedizione.  Qui  ter- 
mina ì'/talia  sacra,  ed  io  compirò  la  se- 
rie de'vescovi  colle  Notizie  di  Roma.  Nel 
1730  Fortunato  Palumbo,  monaco  ce- 
lestino di  Marzano,  diocesi  d'  Otranto. 
Nel  r  734  Giuseppe  M/  Carafa  teatino  di 
Nola.  Nel  1756  Giuseppe  Pitocco  napo- 
letano. Neh  771  Gioacchino  Paglioni  di 
Civita  Reale  diocesi  di  Rieti.  Nel  1792 
Luca  Nicola  de  Luca  di  Ripa  Limurano 
diocesi  di  Boiano,  traslato  da  Muro.  Nel 
1820  fr.  Bei  nardo  d'Avolio  cappuccino 
d'bchitella  diocesi  di  Manfredonia.  Nel 
1822  Giovanni  di  Simone  napoletano, 
indi  traslato  a  Conversano."  Nel  1827  Mi- 
chelangelo del  Forno  di  Cave,  canonico 
della  patria  cattedrale,  ed  esaminatore 
pro-sinodale.  Per  sua  libera  dimissione, 
Gregorio  XVI  nel  concistoro  de'2  luglio 
1  832  gli  surrogò  Antonio  Perchiacca  di 
Capua  e  parroco  della  chiesa  d'Ognissan- 
ti di  quella  città,  esaminatore  pro-siuo- 
dale.  Per  sua  morte,  lo  stesso  Papa  nel 
concistoro  de' 19  maggio  1837  dichiarò 
successore,  Benedetto  Terenzio  di  Fondi 
diocesi  di  Gaeta,  parroco  e  vicario  fora- 
neo in  patria,  zelante  predicatore.  Vaca- 
ta la  sede  pel  suo  decesso,  il  regnante  Pio 
IX  nel  concistoro  de'  23  giugno  18^4, 
preconizzò  l'attuale  vescovo  mg.r  fr.  Lui- 
gi de  Agazio  da  Soriano  diocesi  di  Ca- 
tanzaro, dell'ordine  de'minori  osservan- 


t  a  i 

ti  riformati  della  provincia  della  i?  Ca- 
labria Ulteriore,  già  definitore  generale, 
custode  e  segretario  provinciale,  ornato 
di  quelle  qualità  encomiate  nella  propo- 
sizione concistoriale.  Ogni  nuovo  vescovo 
è  lassalo  ne'libri della  camera  apostolica 
in  fiorini  ioo,  ascendendo  la  mensa  a 
3ooo  ducati  napoletani.  La  diocesi  si  e- 
stende  a  circa  100  miglia,  e  comprende 
nella  sua  ampiezza  55  luoghi. 

TRIVULZI  Antonio,  Cardinale. Dì 
nobilissima  prosapia  di  Milano  e  chiama- 
to pure  Gio. Antonio,  essendo  intimo  con-' 
sigliere  del  duca  Gio.  Galeazzo  Sforza  e 
suo  inviato  al  senato  veneto,  nel  1487  In- 
nocenzo Vili  lo  fece  vescovo  di  Como,  in- 
di uditore  di  rota,e  nel  '499  vescovo  d'A- 
sti. Ad  istanza  di  Luigi  XII  redi  Fran- 
cia, a'28  settembre i5oo  Alessandro  VI 
Io  creò  cardinale  prete  di  s.  Anastasia. 
Giulio  II  neh5o8  lo  trasferì  alla  chiesa 
di  Piacenza,  che  appena  ritenne  pel  bre- 
ve spazio  di  6  mesi.  Mostrò  ii  cardinale  la 
sua  gratitudine  al  re  di  Francia,  coll'es- 
sere  di  lui  costante  fautore  e  partigiano, 
e  singolarmente  nella  guerra  fatta  dal  re 
in  Lombardia,  in  cui  s'impadronì  di  Mi- 
lano, dove  il  cardinale  fece  fabbricare  da' 
fondamenti  la  chiesa  di  s.  Antonio,  e  poia' 
teatini  graziosamente  la  donò.  Singolare 
fu  l'amicizia  del  cardinale  con  Giulio  II, 
il  quale  nel  cardinalato  trovandosi  inMila- 
no a  vea  conosciuto  e  trattato  ilTrivulzi  ed 
anche  da  lui  ospitato,  onde  il  Papa  pren- 
deva gran  diletto  di  sua  compagnia,  e  so- 
vente lo  voleva  a  commensale.  La  sua  ge- 
nerosità, congiunta  ad  elegante  aspetto  e 
naturale  facondia,  non  andò  immune  da 
un  vizio  notabile,  che  fu  quello  dell'ira, 
in  cui  prorompeva  in  atti  sconci  e  disdi- 
cevoli alla  dignità  dell'eminente  suo  gra- 
do, fino  a  percuotere  e  maltrattare  i  fa- 
migliari e  domestici  che  aveano  la  disgra- 
zia d'incontrarvisi.  Una  profonda  e  tetra 
malinconia,  concepita  per  la  morte  del 
fratello  Luigi,  trapassato  nel  più  bel  fio- 
re degli  anni  e  da  lui  teneramente  amato, 
accorciò  a  lui  in  Roma,  meglio  che  a  Co- 

VOL.   LXXXI. 


TRI  St 

mo,  il  tempo  del  viver  suo,  avendo  ricu- 
sato nel  principio  della  malattia  di  pren- 
dere le  medicine.  Terminò  dunque  la  sua 
carriera  mortale  nel  1  5o8,  d'anni  52  non 
compiti,  e  fu  sepolto  nella  chiesa  di  s.  Ma- 
ria del  Popolo,  dove  nel  i.°  pilastro  al  de- 
stro lato  e  rimpelto  alla  cappella '  Millini 
vedesi  un  elegante  avello,  eretto  alla  sua 
memoria  dal  cardinal  Teodoro  Trivulzi 
e  con  breve  iscrizione.  Contribuì  col  suo 
suffragio  alle  elezioni  di  Pio  III  e  di  Giu- 
lio II. 

TRIVULZI  Scaramuccia,  Cardina- 
le. Nobile  milanese,  pubblico  professore 
d'  ambo  le  leggi  in  Pavia  o  in  Padova, 
acquistò  tal  fama  di  sapere,  che  divul- 
gatasi nella  corte  di  Luigi  XII  re  di  Fran- 
cia ,  fu  cagione  che  lo  dichiarasse  suo 
consigliere  di  stato,  e  conferitigli  pingui 
benefìzi  gli  procurò  nel  i5o8  da  Giulio 
li  il  vescovato  di  Como,  di  cui  prese  pos- 
sesso nel  1  509.  Profondamente  pio  e  re  • 
ligioso  ,  in  occasione  del  conciliabolo  di 
Pisa  de'cardinali  fautori  di  Francia  con- 
troGiulio Indifese  valorosamenlele  parti 
del  Papa,  il  quale  lochiamo  in  Roma  per- 
chè fosse  uno  degli  assessori  del  concilio 
di  Lalerano  V,  e  quantunque  non  potesse 
allora  intervenirvi,  vi  si  recò  sotto  Leo- 
ne X.  Questi  nella  famosa  promozione  di 
3  1  cardinali,  ih."  luglio  1 5 1 7  lo  creò  car- 
dinale prete  di  s.  Ciriaco,  colla  protetto- 
ria  di  Francia  presso  la  s.  Sede,  secondo 
alcuni  l'arcivescovatodi  Vienna  nel  Del- 
fìnato,  e  nel  1  5 1 9  la  sede  di  Piacenza,  che 
dopo  3  anni  rinunziò  al  nipote  Catalano. 
Cacciati  i  francesi  dall'Italia,  il  duca  di 
Milano  Francesco  li  spogliò  il  cardinale 
come  partigiano  di  essi,  di  tutte  le  reu- 
dite che  possedeva  in  Lombardia,  e  Io 
stesso  fecero  gli  spagnuoliquando  presero 
prigione  a  Pavia  Francesco  I  re  di  Fran- 
cia. L'integrità  d'un  incorrotto  costume, 
che  appariva  anco  dal  suo  esteriore,  e  la 
somma  facilità  con  cui  ammetteva  all'u- 
dienza e  sentiva  benignamente  chi  ricor- 
reva a  lui,  lo  resero  a  tulli  amabile  e  ve- 
nerabile. Voleva  suoi  commensali  i  dotti 

6 


gì  T  Et  I 

e  letterati,  co'quali  volentieri  conversava, 
oltre  a  tenerne  buon  numero  presso  ili 
se.  Allorquando  l'esercito  crudele  di  Bor- 
bone s'incamminava  da  Milano  a  Roma, 
presago  il  cardinale  dell'orribili  sciagure 
che  poi  piombarono  sulla  disgraziata  cit- 
tà, col  permesso  diClemente  V  1 1  ne  partì, 
e  seco  recando  quanto  avea,  si  recò  nel 
territorio  di  Verona,  dove  lasciò  la  vita 
nel  1527  nel  monastero  Magenzano  oMa- 
guzzano  sul  lago  di  Garda,  ed  ivi  rimase 
sepolto,  dopoessei  intervenuto  a'conclavi 
d'Adriano  VI  e  Clemente  VII. 

TRIVULZI  AGosTiNO,CW/Wc\Pa. 
trizio  milanese,  nipote  del  cardinal  An- 
tonio, protonotario  apostolico  e  carnei  ie- 
redi  Giulio  II, il  qualeèopinione  che  l'a- 
vrebbe creato  cardinale,  sediflìdandoegli 
della  natura  focosa  del  Papa  non  si  fosse  ri- 
tiralo dal  suo  servizio,  tanto  più  eh'  era 
giovane  di  grazioso  e  bell'aspetto,  spirito- 
so e  d'acuto  ingegno, savio,  prudente  e  di 
non  poche  lettere  fornito.  Prelese  Bernini 
che  fòsse  uditore  di  rota, ma  non  è  provato. 
Leone  X  nella  promozione  del  precedei! 
te  parente,  ili.0  luglio  1  5 1  7  lo  creò  car- 
dinale diacono  di  s.  Adriano,  legato  <7  la- 
leve  in  Francia  e  protettore  di  questa 
presso  la  s.  Sede,  come  pure  dell'ordine 
cistercense.  Molli  furono  i  pregi  che  con- 
corsero a  renderlo  amabile  e  rispettabile, 
e  gli  guadagnarono  la  grazia  de'priucipi. 
Leone  X  inolile,  nel  1  5io  lo  fece  arcive- 
scovo di  Reggio,  che  dopo  un  mese  rinun- 
ziò al  fratello  Pietro,  ed  Adriano  VI  nel 
i522  gli  conferì  il  vescovato  di  Bobbio. 
Clemente  VI!  a  nomina  di  Francesco  I 
nel  1  5?-4  Sn*  accordò  la  chiesa  di  Tolone, 
indi  neh  528  quella  d'Asti,  e  nel  1  53  1 
quella  di  Bayeux.  Prima  di  questo  tem- 
po e  nel  1527,  fu  uno  de'cardinaliche  in 
conseguenza  dello  strepitoso  sacco  di  Ro- 
ma, fu  dato  in  ostaggio  a'eomandanti  del- 
l'esercito  di  Carlo  V,  e  ritenuto  in  Na- 
poli nella  fortezza  di  Castelnuovo,  dove 
seppe  sostenere  la  gravila  e  il  decoro  di 
sua  dignità.  Abbiamola  Corrisponden- 
za segreta  di  Gio.  Matteo  Giberli  cla- 


TR  I 
tario  di  Clemente  1  //,  eoi  e ar (linai  A- 
gostino  Trivulzìo  dell' annoi  5  vj,  Tori- 
no i845.  Paolo  111  circa  ili  535  l'elesse 
vescovo  di  Brogliato,  e  nel  1  537  diGratz: 
gli  si  attribuiscono  erroneamente  diversi 
altri  vescovati.  Nella  guerra  che  Clemen- 
te VII  fece  a'Colonna,  il  cardinale  fu  de- 
putalo alla  legazione  di  Marittima  e  Cam- 
pagna, dalla  quale  passò  di  nuovo  sotto 
Paolo  111  a  quella  di  Francia,  forse  per 
trattar  la  pace  del  re  Francesco  I  colPiin- 
peratore  Carlo  V,  e  si  dice  che  fu  reggen- 
te di  quel  regno.  Per  1'  Italia,  Francia, 
Spagna  eGermania  mandò  persone  a  rac- 
cogliere tutte  le  notizie  che  riguardava- 
no la  storia  de' Papi  e  de'cardinali,  quale 
egli  per  testimonianza  di  Panviuio  si  fe- 
ce a  scrivere,  ma  prevenuto  dalla  morte 
non  potè  dare  alla  luce,  e  di  cui  si  gio- 
varono poi  Ciacconio,  e  lo  stesso  Panvi- 
nio,  come  egli  confessa,  e  in  particolare 
pe'cardinali  di  Urbano  VI  fino  a  Paolo 
IN.  Aiutò  questa  compilazione  il  suo  se- 
gretario Antonio  Lelio.  Si  trovò  presente 
a'conclavi  d'Adriano  VI,  Clemente  VII 
e  Paolo  III,  morendo  in  Roma  nel  1  548, 
dopo  3i  anni  di  cardinalato,  e  le  sue  ce- 
neri furono  deposte  nella  chiesa  di  s.  Ma- 
ria del  Popolo,  nella  quale  dal  cardinal 
Teodoro  Trivulzi  gli  fu  eretto  un  sem- 
plice monumento  e  col  solo  suo  nome,  nel 
2.0  pilastro  del  destro  lato  di  quel  tem- 
pio, innanzi  alla  cappella  Millini.  Alcuni 
scrivono,  che  ambì  il  pontificalo. 

TRIVULZI  Antonio,  Cardinale.  Di 
nobilissima  prosapia  e  nato  in  Milano,  ni- 
pote del  cardinal  Scaramuccia  Trivulzi, 
divenne  poi  illustre  per  la  prudenza  del 
governare,  dopo  essersi  applicato  con  gran 
cura  allo  studio  della  legge  si  condusse  a 
Roma  ove  fu  ammesso  tra'prelati,  e  per 
mezzo  dello  zio  cardinal  Agostino  Tri- 
vulzi nel  i528  ottenne  da  Clemente  VII 
l'amministrazione  perpetua  del  vescova- 
to di  Tolone,  rinunziatogli  dal  detto  zio. 
Paolo  III  l'assegnò  governatore  a  Peru- 
gia,in  cui  ebbe  largo  campodi  far  risplen- 
dere la  singoiar  saviezza  di  cui  era  for- 


TR  I 
nito,  e  nel  1 544  ^°  slabiPi  vicelegato  d'A- 
vignone, in  tempo  in  cui  presiedeva  alla 
legazione  il  nipote  del  Papa  cardinal  Far- 
nese. Ivi  l'eminente  sua  perizia  nell'uno 
e  nell'altro  diritto  faceva  accogliete  e  ri- 
guardare i  suoi  sentimenti  come  altret- 
tanti oracoli.  Introdottasi  e  dilatatasi  nel 
territorio  d'Avignone  la  pestifera  eresia, 
raccolto  buon  nerbo  di  milizia,  e  aiutato 
eziandio  da'regi  ministridi  Francia, scon- 
fisse totalmente  i  protestanti  e  loro  agi- 
tatori, bruciando  e  rovinando  i  castelli  di 
Cabrieres  e  di  Merinolde,  non  che  altri 
luoghi  ov'eransi  ricoverati  e  stabiliti, Giu- 
lio III  lo  trasferì  alla  nunziatura  di  Fran- 
cia, e  poi  fu  internunzio  al  senato  veneto, 
aggiungendovi  il  Cantalmaio  l'uditorato 
di  rota,  che  Cardella  nega.  Paolo  I V  a' i 5 
marzo  r  557  lo  creò  assentecardinale  pre- 
te de'ss.  Gio.  e  Paolo,  prefetto  di  segna- 
tura, e  nel  1  559  'e8a*°  a  ^a^ere  a  Enri- 
co II  re  di  Francia, per  pacificarlo  con  Fi- 
lippo li  re  di  Spagna,  onde  dopo  due  an- 
ni fu  concluso  il  trattato  nel  castel  Cam- 
bresis,  con  piacere  e  soddisfazione  univer- 
sale. Dopo  26  mesi  di  cardinalato,  nel  ri- 
tornare da  Francia  in  Italia,  cessò  di  vi- 
gere nel  i559,  con  dolore  di  tutti  i  buo- 
ni, nel  castello  di  s.  Maturino  o  Martino, 
ed  ivi  restò  sepolto. 

TRIVULZITEODOR0,CtfrdzWe.Nac. 
que  in  Milano  dalla  nobilissima  stirpe 
de'precedenli  porporati,  e  fin  dalla  pueri- 
zia perduto  il  padre,  fu  dalla  madre  edu- 
cato alla  pietà  e  alle  buone  lettere.  Fatto 
adulto,  visitò  le  corti  di  Vincenzo  I  Gon- 
zaga duca  di  Mantova,  e  di  Francesco  M." 
JI  duca  d'Urbino  suoi  congiunti,  e  datosi 
alla  professione  dell'arati,  militò  nell'e- 
sercito di  Filippo  III  re  di  Spagna  edu- 
ca di  Milano,  conducendo  a  sue  spese  due 
compagnie  di  cavalleggeri.  A  persuasio- 
ne di  quel  monarca, che  l'ascrisse  fia'gian- 
di  di  Spagna  ,  sposò  la  primogenita  del 
principe  di  Monaco,  che  dopo  averlo  fatto 
lieto  d'un  figlio  maschio  del  suo  nome, 
lo  contristò  colla  propria  morte.  L'impe- 
ratore Ferdinando  II  l'incaricò  di  soste- 


TRI  83 

nere  le  sue  parli  di  procuratore,  co'pi  in 
cipi  d'Italia  perla  guerra  d'Ungheria, con 
titolo  di  commissario  imperiale,  e  da  cui 
in  premio  riportò  il  principato  di  Musoc- 
co  e  della  valle  Mesolcina,  per  se  e  suoi 
discendenti.  Deposti  a  un  trattogli  spirili 
bellicosi  e  guerrieri,  risolvette  di  dedicarsi 
a'servigi  della  Chiesa,  e  ricusate  le  splen- 
dide nozze  delle  più  illustri  femmine,  che 
gli  veni  vano  proposte,  fatto  acquisto  sotto 
Urbano  Vili  d'un  chiericato  di  cantera, 
pervenne  quasi  di  volo  al  cardinalato  d« 
32  anni,,  che  il  Papa  gli  conferì  a' 19  no- 
vembre 1  629  colla  diaconia  di  s.  Cesareo, 
a  cui  aggiunse  la  legazione  della  Marca, 
ma  di  questa  non  trovo  memoria  nella 
Series  Rcctorum  Marchine  del  conte 
Leopardi,  la  qual  provincia  dal  1 623  era 
governata  da  prelati  governatori,  e  si  con- 
tinuò sino  all'istituzione  de'delegati.  Tra- 
sferitosi in  Ispagna,  presiedè  con  somma 
vigilanza  in  qualità  di  viceré  de'regni  d'A- 
ragona, Sicilia  eSardegna,e  in  ultimo  per 
lo  stesso  re  di  Spagna  al  ducato  di  Mila- 
no, che  difese  dall'armi  nemiche,  in  qua- 
lità di  capitano  generale,  con  quella  tol 
leranza  della  Chiesa  che  talvolta  i  princi- 
pi di  essa  trascurano  nell'osservanza  del 
la  disciplina  ecclesiastica,  onde  secondare 
i  sovrani  del  secolo,  come  riflette  Battagli- 
ni  ne'suoi  Annali^  ripreso  dal  Cardella, 
il  quale  non  ammette  affatto  una  tale  tol 
leranza.-l  1  cardinale  dappertutto  incontrò 
non  meno  il  plauso  de'popoli,  che  la  sod- 
disfazione  del  re  di  Spagna,  di  cui  sosten- 
ne in  Roma  le  parti  di  ministro,  colla  pro- 
tettola dell'ordine  gerosolimitano.  Do- 
po aver  col  suo  suffragio  promossa  l'ele- 
zione d'lnnocenzoX,edi  Alessandro  VII, 
a  cui  come  1 .°  diacono  impose  il  triregno, 
finalmente  giunse  al  fine  de'  suoi  giorni 
in  Milano  nel  1 657,  di  60  anni  non  com- 
piti. Nella  basilica  di  s.  Stefano  di  quella 
metropoli,  nella  cappella  Tri  vulzi,si  vede 
alla  sua  memoria  eretta  una  nobile  iscri- 
zione.In  Roma  incalzò  monumenti  sepol- 
crali a'cardinali  Antonio  o  Gio.Antonio,e 
Agostino  Tiivulzi.  A  titolo  di  commenda 


8  %  TRO 

avea  ottenuto  l'antichissima  abbazia  eli  s. 
Celso, un  tempo de'cluniacensi. la  cui  basi- 
lica minacciando  rovina,  con  ecclesiasti- 
ca magnificenza  rinnovò  quasi  da'fundu- 
uoenti.  Lasciò  quell'orazione  che  recitò 
in  occasione  della  ribellione  seguila  in 
Napoli  nel  1647,  nell'assemblea  de' no- 
bili, e  parecchie  lettere  contenenti  gravi 
affari,  riportate  con  altri  suoi  scritti  dal- 
l'Argelati,  nella  Biblioteca  degli  scritto- 
li milanesi.  Il  p.  Alessandro  Porro  tea- 
tino, poi  vescovo  di  Bobbio,  ci  die  Y Ora- 
rio in  funere  cardi nalis  Theodori  Tri- 
vuhiì  Mediolanii  656.  Sebbene  io  abbia 
riprodotto  la  biografia  di  5  cardinali  di 
questa  nobilissima  famiglia,  il  p.  Mene- 
strier,  citato  da'  giornalisti  di  Trevoux 
nell'agosto  1703,  ne  conta  6.  Forse  sa- 
rà uno  degli  antichi  cardinali  senza  co- 
gnome. 

TRO  A  DE  o  TROAS.  Sede  vescovi- 
le dell'Ellesponto  nell'  esarcato  d'  Asia, 
chiamata  anticamente  Anrigonia^ed  A- 
lessandria  al  tempo  di  Plinio,  ed  anche 
e  più  ragionevolmente  Troas,  sotto  la 
metropoli  di  Cizico,  eretta  nel  IV  secolo. 
Dal  Baudrand,  Lexicon  geograpliicum, 
e  dal  coni  une  de'geografì,  trovo  cheTroa- 
de  non  fu  e  non  è  città,  ma  antico  paese 
della  Turchia  asiatica,  oggi  compreso  nel 
sangiacato  di  Biga,  in  Anatolia.  La  fa- 
mosa Troia  n'era  la  capitale,  quindi  si 
prese  la  Troade  regione  dell'Asia  mino- 
re e  piccola  Frigia,  per  tutto  il  paese  sog- 
getto a'troiani,  detto  pure  Misia.  Sotto  i 
romani  la  contrada  divenne  colonia,  e 
coniò  medaglie  a  diversi  imperatori,  fra' 
quali  Alessandro  Severo.  In  questo  arti- 
colo ho  preferito  al  suo  vero  nome  di 
Troas,  cuiperòhodatoil2.°luogo,quelio 
di  Troade,\w  uniformarmi  in  parte  alle 
Notizie  di  Roma, che  con  tale  denomina- 
zione chiama  il  vescovo  che  ne  porta  il  ti- 
tolo. Sembra  lo  stesso  che  Troia{V.\ al- 
tro o  il  medesimo  titolo  vescovile  in  parti- 
forchi  amata  ancora  Ilio  o  //z'o/7,secondo 
alcuni,  ma  certamente  diversa,  dicendo- 
si fabbricala  colie  rovine  della  famosa 


TRO 

Troia  e  alquanto  da  essa  distante.  Ci  edesi 
che  la  sede  di  Troas  fosse  unita  a  quella 
di  Scepsi  (/'.)  in  principio  del  V  secolo, 
e  poi  ne  fu  separata.  Si  legge  negli  Aiti 
degli  Apostoli,  che  s.  Luca  raggiunse  a 
Troade  o  Troas,  città  marittima  dell'A- 
sia, l'apostolo  s.  Paolo,  il  quale  erasi  fer- 
mato per  qualche  tempo  nella  Troade, 
come  apparisce  dalla  sua2.a  Epist.n  Ti- 
moteo; il  che  prova,  chela  chiesa  diTioas 
o  Troade  fu  fondata  al  tempo  degli  A- 
postoli.  Fu  in  Troade  che  s.  Paolo  vide 
certa  visione,  nella  quale  un  macedone  Io 
pregò  che  andasse  a  Macedonia,  ed  in 
fatti  passò  con  s.  Luca  in  Macedonia,  fit- 
ti ceiti  d'essere  chiamati  da  Dio  a  predi- 
carvi l'evangeIo,al  riferire  dell'annalista 
Rinaldi;  di  che  meglio  a  Troia,  dove  con 
breve  discussione  riporto  le  diverse  opi- 
moni,  e  concludo  che  Troas  o  Troadet 
sia  lo  stesso  che  Troia,  e  sono  loro  co- 
muni le  notizie  che  riportai  ne'due  arti- 
coli, anzi  ad  essi  spettano  anche  alcune 
di  quello  d'Ilio,  altra  sede  vescovile.  Si 
conoscono 9  de'suoi  vescovi,  cioè  Marino 
del  3a5  fra' pad  ri  del  concilio  di  Nicea  I; 
JNiconio  sottoscrisse  la  lettera  degli  aria- 
ni riuniti  a  Filippopoli;  N.  ebbe  per  suc- 
cessore Silvano,  il  quale  vescovo  scuoprì 
a  Scepsi  il  corpo  di  s.  Cornelio  centurio- 
ne, e  fecevi  fabbricare  una  chiesa  in  ono- 
re di  detto  santo.  Atanasio  succedette  a 
Silvano;  Pionio  assistette  al  concilio  di 
Costantinopoli  nel  44^  contro  Etiliche; 
Leone  fu  al  VII  concilio  generale;  Pie- 
tro, zelante  difeusore  del  patriarca  s.  I- 
gnazio  di  Costantinopoli  contro  Fozio; 
Michele  intervenne  al  concilio  pel  rista- 
bilimento di  Fozio.  Oriens  chr.  t.  1,  p. 
777.  Troade,  Troaden,  è  ora  un  titolo 
vescovile  in  partibus,  sotto  il  simile  ar- 
civescovato di  Cizico,  che  conferisce  la  s. 
Sede.  Gregorio  XVI  a'3  marzo  i8441° 
attribuì  all'odierno  coadiutore  del  vica- 
rio apostolico  di  Mongolia,  che  in  pari 
tempo  nominò  a  tale  apostolico  ministe- 
ro mg.r  Fiorenzo  Daquir  della  congre- 
gazione della  Missione. 


T  R  O 
TROALLA.  V.  Tralla. 
TROAS.  V.  Troade  e  Troia. 
TROCMADA  o  TROCMI.  Sede  ve- 
scovile della  i*  Galazia  nell'  esarcato  di 
Ponto,  sotto  la  metropoli  di  Pessino  o 
Pessinonte,  eretta  nel  IV  secolo.  Ebbe  a 
vescovi,  Ciriacio  !,clie  fu  uno  de'  padri 
della  provincia  di  Galazia  intervenuti  nel 
32  5  al  concilio  di  Nicea  I;  Ciriaco  11  tro- 
vossi  al  brigandaggio  d'Efeso;  Teodoro 
sottoscrisse  il  VI  concilio  generale,  ed  a' 
canoni  in  Trullo;  Leone  si  trovò  presen- 
te al  VII  concilio  generale.  Qriens  chr, 
|.l,  p.  4<)3.  Trocmada  o  Trocmi,  Troc- 
maden,  è  un  titolo  vescovile  inpartibusi 
dell'eguale  arcivescovato  di  Pessinonte, 
che  si  conferisce  dal  Papa. 

TROFIMO  (s.),  vescovo  di  Arles.  Se- 
condo la  tradizione  della  chiesa  d'Arles, 
èqueglichefudiscepolodi  s.  Paolo  e  com- 
pagno nelle  sue  fatiche.  Egli  era  di  Efeso 
e  nato  da  genitori  gentili.  Mandato  nelle 
Gallie,  predicò  il  vangelo  nella  Proven- 
za e  fondò  la  sede  di  Arles.  Parecchi  dotti 
però,sull'autorità  dis.  Gregorio  di  Tours, 
sostengono  che  la  missione  di  s.  Trofioio 
è  meno  antica,  e  che  questo  santo  passò 
nelle  Gallie  circa  la  metà  del  III  secolo, 
co' ss.  Saturnino  di  Tolosa,  Paolo  di  JXar- 
bona,  Marziale  di  Limoges,  Austrimonio 
d'Ai vergna,  Gaziano  di  Tours  e  Dionisio 
di  Parigi.  Essi  aggiungono  tuttavia  che  si 
può  collocare  la  missione  di  s.  Trolimo 
alcuni  anni  più  presto  di  quella  di  que- 
sti altri  santi.  Comunque  sia,  sembra  cer- 
to ch'esso  sia  stalo  ili."  vescovo  d' Arles, 
e  questa  chiesa  l'onorò  sempre  come  suo 
fondatore.  La  tradizione  della  medesima 
chiesa  colloca  la  di  lui  morte  alla  fine  del 
i.°  secolo;  ma  quelli  che  seguono  l'altra 
opinione  la  riportano  dopo  la  metà  del 
III.  Si  ritiene  ch'egli  sia  morto  in  pace, 
non  risultando  che  sia  stato  tormentato 
per  la  fede.  Le  sue  reliquie  furono  trasferi- 
te neh  i52  nella  cattedrale  d'Arles,  che 
prese  poscia  il  nome  di  s.  Trolimo,  invece 
di  quello  di  s.  Stefano  che  portava  dappri- 
ma, La  sua  festa  si  celebra  il  29  dicembre. 


T  R  O  85 

TROFINIA,  Trofinium,  Trophinia- 
na.  Sede  vescovile  della  provincia  Biza- 
cena  nell'Africa  occidentale,  sotto  la  me- 
tropoli di  Hadramito  o  Adrumeto.  Ne  fu- 
rono vescovi,  Proba  ozio,  che  trovossi  co* 
vescovi  cattolici  alla  conferenza  di  Car- 
tagine tenuta  nel  4'  lì  ed  Ilari  no,  che  fu 
mandato  in  esilio  da  Uo nerico  re  deman- 
dali nel  4§4-  Morcelli,  Afr.  chr.  t.i. 

TROIA  o  TROAS  o  TROADE.  Se- 
de vescovile  della  Frigia,  la  medesima  che 
Troas  e  Troade,  per  quanto  vado  a  nar- 
rare, ed  affatto  diversa  da  Ilio  sede  vesco- 
vile suffraga nea  di  Cizico,  la  cui  città,  se- 
condo alcuni,  si  pretende  che  successe  alla 
famosa  Troia  capitale  della  Troade  (^.), 
poi  detta  piccola  Frigia. Del  la  celebre  Tro- 
ia e  della  Troade,  diversi  eruditi  schia- 
rimenti si  ponno  leggere  nel  p.  Sebastia- 
no Pauli,  Ragionamento  sopra  il  titolo 
di  Divo  dato  agli  antichi  Imperatori , 
presso  il  Calogerà,  Opuscoli 9 1. 1 5,  p.  79. 
Dice  che  il  Cantero  raccontando  l'origi- 
ne del  regno  Troiano,  col  seguitare  quel 
che  la  favolosa  storia  ha  registrato,  nar- 
ra che  Teucro  figlio  di  Scamandro,  par- 
tito di  Candia  venne  in  Asia  ed  edificò 
Srninzio,  e  chiamò  quel  paese  Teacria  e 
i  popoli  Teucri.  Dardano  figlio  di  Giove 
e  di  Elettra  essendo  arrivato  da  Samo- 
tracia nella  Troade  fu  umanamente  ri- 
cevuto da  Teucro,  e  questi  gli  die  la  sua 
figlia  Catica  in  moglie.  Morto  Teucro, 
Dardano  fabbricò  una  città  cui  die  il  pro- 
prio nome  di  Dardano. Da  Dardano  nac- 
que Erittonio,  il  quale  generò  Troe,  da 
cui  la  regione  fu  chiamata  Troia.Da  Troe 
nacque  Ilo,  il  quale  Ilo  edificò  la  città  di 
Ilio.  Dopo  la  rovina  d'Ilio  e  dell' antica 
Troia  fu  rifabbricata  un'altra  Ilio  e  un'al- 
tra Troia,  e  ambedue  esistevano  ne' pri- 
mi tempi  dell'impero  romano,  ed  anche 
molto  dopo  insieme  al  falso  culto  d'  A- 
pollo.  Imperocché  G.  Cesare  onorò  con 
privilegi  la  città  d'Ilio  che  ricordava  l'an- 
tica, per  l'amore  e  la  stima  che  portava 
al  suo  immortale  cantore  Omero,  il  più 
grande  e  forse  il  meno  conosciuto  di  tut- 


86  TRO 

ti  i  podi,  autore  de'due  grami»  poemi  VI- 
liade  e  Y  Odissea.  G.  Cesare  in  memoria 
d'  Enea,  da  cut  i  romani  discendevano, 
concedette  agl'iliensi  la  libertà  delle  loro 
leggi  municipali,  assegnò  loro  il  territo- 
rio, e  gli  esentò  da'  pesi  pubblici,  il  che 
venne  poi  confermato  dal  nipote  Augu- 
sto, da  Tiberio,  da  Claudio  e  dagli  altri 
impelatoli;  Claudio  particolarmente,  a 
preghiera  di  Nerone, diede  agl'iliensi,  co- 
me a  progenitori  de'romani,  l'esenzione 
in  perpetuo  da  tutti  i  pesi  pubblici.  Che 
Troia  nuova  sussistesse  ne'  primi  tempi 
del  romano  impero,  il  p.  Paoli  lo  dice  ri  • 
cavarsi  dalle  sagre  lettere.  Questa  è  duri 
«pie  quella, egli  anemia, che  negli  Atti  de- 
gli Apostoli  si  chiama  Troas, ove.  l'apo- 
stolo s.  Paolo  insieme  con  Sila  e  Timoteo 
vi  venne  l'annodi  Cristo  53,  e  dove  ap- 
parve loro  in  visione  lo  Spirito  Santo, ma-1 
infestando,  che  allora  a'popoli  dell'  Asia 
non  predicassero  la  divina  parola.  Indi 
nell'anno  5j,  preceduto  da'suoi  compa- 
gni, s.  Paolo  tornò  a  Troia  reduce  da  Fi- 
lippi,e  vi  si  trattenne  7  giorni.  Alcuni  de- 
gl'interpreti degli  Atti  apostolici  hanno 
creduto  che  la  voce  Troas  qui  potesse 
prendersi  per  nome  di  regione  e  non  di 
città,  ma  le  testimonianze  riportate  dal 
p.  Palili,  fanno  abbastanza  vedere,  che 
questa  voce  negli  Alti  degli  Apostoli  s'in- 
tende di  città, dichiarando  che  alla  Tro- 
ia nuova  furono  comuni  i  nomi  di  Troas, 
Troadv ,Cebrcnia,  Antiuoma,  A  lessa  n- 
ilraj  avvalorando  le  sue  asserzioni  con 
diverse  testimonianze  di  gravi  e  antichi 
scrittori,  storici  e  geografi,  che  comune- 
mente la  chiamano  Troas  e  Troademn- 
ultima  nella  Frigia  minore,  però  distin- 
guendola altri  da  Ilio  pure  nella  Frigia 
minore,  ma  citlà  mediterranea.  L'iline- 
rario  d'Antonino  e  le  tavole  Peutingeria- 
ne  distinguono  Bardano,  Ilio  città  me- 
diterranea della  Troade,  e  Alessandria 
Troas.  Apertamente  poi  attesta  s.  Giro- 
lamo, che  Truasèqife\\acheprius  Troja 
appellala  tur.  Il  p.Pauli  riprodusse  quin- 
di le  iscrizioni  delle  medaglie  degl'impe- 


T  1\  O 

latori,  ove  il  uomedi  Y'rov/.vè  quello  della 
nuova  Troia,  dicendosi  Troas,  A  litigo- 
nia,  Ale,eandr.,e<\  anche  Troad.  Il  Buo- 
narroti ne'  Medaglioni  osserva  che  la  co- 
lonia Troadensc  sotto  Caracalla  riprese 
il  nome  à'  Alessandri  <ii  fors'  anche  per 
essere  tenuto  padre  d'Alessandro  Seve- 
ro. Conclude  il  p.  Pauli,  che  anco  ne'ino- 
nnmenti  cristiani  del  III  secolo  si  chia- 
ma Troas,  poiché  negli  Atti  de'ss.  Pietro, 
Andrea  e  compagni  martiri,  sotto  la  per- 
secuzione di  Deeio,  si  hanno  queste  paro- 
le: Kodem  tempore  eunte  Proeonsule  ad, 
Troadem  crVi&zfc/tt.  Egli  antichi  vescovi 
di  questa  città  si  chiamavano  Episcòpi 
Troadis.  Cosi  egli  crede  tolte  tulte  le  dif- 
ficoltà a  coloro  che  s'immaginassero,  che 
il  nome  di  Troia  fosse  sempre  rimasto  in 
cenere  colle  rovine  dell'  antica  Troia  ,  e 
perciò  la  nuova  Troia  fu  litorale.  Al  pre- 
sente Troia,  Trojan,  è  un  titolo  vesco- 
vile in  partibus,  che  si  conferisce  dal  Pa- 
pa, e  dipendente  dal  simile  arcivescovato 
diCizico.Pio  VII  dichiarò  vescovo  diTroia 
e  coadiutore  di  Santorino  Gaspare  De- 
lenda,  il  quale  nel  181  5  successe  al  detto 
vescovato.  Quindi  Leone  XII  nel  conci- 
storo de'^3  giugno  1828,  nominò  vesco- 
vo di  Troia  mg.r  Giovanni  Nuschel  di  See- 
pusio  ,  confessore  dell'arciduchessa  M.a 
Luisa  duchessa  di  Parma  e  Piacenza,  ed 
abbate  di  Guastalla.  Nella  proposizione 
concistoriale  si  dice:  In  provi uria  Asiae 
Minoris  in  Phrygia  sita  est  Trojan,  ab 
Alexandro  Magno  extrueta  ,  sed  sub 
injidelium  jugo  edam  mine  misere  op- 
pressa gemit, eie.  Indi  lo  stesso  Papa  nel- 
l'elevare  l'abbazia  nulli us  di  Guastalla 
a  vescovato,  a'  1 5  dicembre  vi  trasferì  da 
Troia  il  dello  prelato.  Questa  1 1 io  o  Troia 
fu  pure  denominata  Alexandria-  Troas, 
e  sollo  i  romani  si  accrebbe  talmente,  da 
non  cederla  ad  Alessandria  d'Egitto.  E- 
sistono  un  gran  numero  di  rovine,  come 
dellesue  mora  fortissime  fiancheggiate  da 
mura  quadrate.  L'  odierna  città  che  ne 
occupa  in  parte  l'area,  si  chiama  Eski- 
Stambul,  ed  è  costrutta  sul  monte,  di- 


TRO 
visa  dal  monte  Ida  da  una  valle  profon- 
da. 11  porto  è  cinto  da  una  montagna  se- 
micircolare, e  coperto  di  rovine,  essendo 
l'ingresso  chiuso  da  un  banco  sabbioso. 
Dal  fin  qui  riferito  risulta,  che  molte  no- 
zioni appartengono  all'articolo  TROAS,ed 
anche  a  Troade,  per  la  discrepanza  degli 
scrittori.  A  me  sembra,  secondo  anche  la 
Mitologia,  che  Ilio  cittadella  della  famo- 
sa e  antica  Troia,  fabbricata  da  Ilo4-°  re 
de'troiani,  die  poi  il  suo  nome  alla  città 
la  quale  perciò  si  disse  e  Troia  e  Ilio.  Do- 
po lungo  tempo  dacché  fu  distrutta  Troia 
e  la  sua  cittadella  Ilio,  circa  3o  stadi  di- 
stante fu  fabbricata  un'altra  Ilio,  insie- 
me al  tempio  di  Minerva.  In  questo  A- 
lessandro  il  Grande  si  recò  ad  offrirle  un 
sagrifìzio,  dopo  il  memorabile  passaggio 
del  Cranico.  Più  tardi  fu  da  Antigono  e- 
dificata  nella  Troade  una  città  che  da  lui 
prese  il  nome  di  Antigonia,  e  poi  dalla 
regione  e  per  memoria  dell'antica  Troia 
fu  denominata  Troia,  Troas  e  Troade; 
vocaboli  che  si  confusero  presso  di  versi  sto- 
rici e  geografi  con  Ilio ,  e  perciò  alcuni 
di  essi  di  due  differenti  città  ne  fecero  una, 
mentre  altri,  chi  volle  attribuire  gli  av- 
venimenti d'Ilio  a  Troia,  e  chi  quelli  di 
Troia  ad  Ilio.  Da  qui  surse  il  laberinlo 
e  il  buio,  che  tentai  in  breve  rischiarare. 
La  stessa  Mitologia  ci  dice,  che  Alessan- 
dro dopo  aver  sacrificalo  nel  tempio  della 
nuova  Ilio,  non  di  questa  ma  della  nuova 
Troia  ne  ordinò  l'ingrandimento,  la  quale 
allora  non  era  che  un  borgo:  Lisimaco  che 
ne  effettuò  il  comando,  a  di  lui  onore  l'ap- 
pellò Alessandria,^^  prevalse  io  seguito 
il  nome  della  regione  Troade,  e  fu  detta 
pure  Troas  e  Troia  dal  nome  dell'antica  e 
celebratissima.  Vieppiù,  fu  poscia  ingran- 
dita da'iomani,  ritenendosi  discesi  da  E- 
nea  e  da'troiani.  Ammetto  dunque,  che 
la  nuova  Ilio  e  la  nuova  Troia  furono  due 
tittà  diverse  della  Troade,  due  di  verse  se- 
di vescovili;  di  più  opino,  che  Troas  o 
Troade, sia  lo  stesso  che  Troia,  e  comu- 
ni ne  sono  loro  le  notizie  civili  ed  eccle- 
siastiche; perciò  delle  due  sedi  e  de' due 


T  R  O  87 

titoli  vescovili  si  debba  ritenerne  uno  <olo, 
il  quale  in  tutto  si  compenetra  coll'altro. 
TROIA  (Trojan).  Città  con  residen- 
za vescovile  di  Puglia  nella  provincia  di 
Capitanata,  nel  regno  delle  due  Sicilie, 
lontana  da  Benevento  per  la  via  di  Pa- 
duli  e  Buccolo  21  miglia,  e  per  la  stra- 
da del  ponte  di  Bovino  4-0,  capoluogo  di 
cantone.  E  posta  sopra  una  collina  alla  fal- 
da boreale  del  monte  Buccolo,  secus /lu- 
men Chilar uni  aedificata  conspicitur  , 
quae  in  suo  unius  circiter  milliarii  am- 
bi tu  octingentas  fere  domus,  et  sex  cir- 
citer mille  coiitinent  incolas  sub  tempo- 
rali dominio  praefati  regni,  come  dice 
l'ultima  proposizione  concistoriale.  Vi  si 
osserva  una  grande  e  bella  strada  che  tra- 
versa la  città  in  tutta  la  sua  lunghezza, 
e  diversi  edilìzi  di  pietra.  La  cattedrale  è 
di  bella  e  antica  costruzione  gotica,  dedi- 
cata alla  B.  V.  Assunta  in  cielo.  Il  capitolo 
si  compone  di  4  dignità, la  1. "delle  quali  è 
l'arcidiacono,  di  16  canonici  comprese  le 
prebende  del  teologo  e  del  penitenziere, 
di  6  mansionari,  e  di  altri  preti  e  chierici 
addetti  alla  divina  ufficiatura.  Vi  è  il  bat- 
tisterio,  e  la  cura  d'anime  esercitata  dal 
decano  "2. "diguità.  11  palazzo  vescovile  le  è 
aderente,  optimum  praefert  aedijicium, 
sed  plures  exigit  reparaliones.  luoltre 
vi  sono  4  9\ire  chiese  parrocchiali  muni- 
te del  s.  fonie,  due  conventi  di  religiosi, 
due  monasteri  di  monache,  alcuni  soda- 
lizi, l'orfanotrofio,  l'ospedale,  il  monte  di 
pietà,  il  monte  frumentario,  il  seminario 
bellissimo.E  patria  di  diversi  illustri,  fra' 
quali  primeggia  il  cardinal  Girolamo  Sé* 
ripando  (I7.)  di  vasta  dottrina,  gli  abi- 
tanti essendo  quasi  6000.  In  agosto  d'o- 
gni anno  tiene  una  fiera  di  2  giorni.  Fu 
riedificata  Troia  o  uotabilmeote  restau- 
rala nel  suolo  dell'antica  Ecaiia  0  Eca- 
nano,  uel  1022  da  Bolano  o Bubaiano  ca- 
pitano di  Basilio  1 1  e  Costantino  Vili  im- 
peratori greci, che  stabilitavi  una  colonia 
di  greci  le  die  il  nome  dell'antica  Troia. 
1  greci  la  costituirono  piazza  di  guerra  e 
guardia  de'ioro  possedimenti  di  Puglia  e 


88  T  11  O 

di  Calabria,  e  per  diffondersi  di  qua  sulle 
-vicine  provineie  ne'easi  guerreschi,  e  fa- 
re correrie  ne'lnoghi  romani.  Altri  anti- 
cipano, altri  ritardano  la  formazione  di 
Troia,  il  che  si  può  vedere  nel  relativo 
documento  prodotto  dall'Ughelli,  Italia 
sacra  t.i,  p.  1 334 :  Trojani  Episcopi. 
Ivi  si  legge  ancora:  Trojani  Apuliae  o- 
valentissima  iirl/em,  (pine  prius  Costa 
Annibalis  dicebatur,  I/cnrici  II  tem- 
pore,anno  Domini  1008  a  B  uh  agno  in 
urbis  sjìccicm  numi tanisgraccorum  co- 
lonia inde  deducta,  prò  romanis  infe- 
standis,  speciali  quodam  oppida.  Am- 
mettendosi l'anteriorità  al  1022  della  ri- 
storazione di  Troia,  è  ragionevole  la  nar- 
rativa che  nel  1022  stesso  fu  memoran- 
do l'assedio  che  vi  pose  l'imperatore  Eu- 
lieo  li,  duralo  ben  3  mesi,  e  dopo  presa 
ne  discacciò  i  greci.  In  vece  narra  l'an- 
nalista Rinaldi, cheEnrico  11  assediòTroia 
nel  1022,  nell'anno  stesso  che  i  greci  a- 
veano  cominciato  a  fabbricarla;  e  che  i 
cittadini  disperando  di  ricevere  l'atteso 
soccorso  da  Costantinopoli,  si  arresero  al- 
l'imperatore come  a  clementissimo  prin- 
cipe. Essendo  la  Puglia  dominio  della  s. 
Sede,  ed  avendola  occupala  i  normanni, 
il  Papa  Nicolò  li  scomunicò  Roberto  Gui- 
scardoeh'erasene  impadronito^  con  esso 
tulli  i  normanni.  Questi  però  avendolo 
iuvitato  a  recarsi  in  Puglia  a  ricevere  la 
loro  sommissione  e  riconciliarli  collaChie- 
sa, il  Papa  gli  esaudì  subilo  portandosi  a 
Melfi,  gli  assolse  dalla  scomunica  e  gl'iu- 
vestì  della  Puglia  e  altre  terre,  come  feu* 
datari  della  Chiesa  romana,  con  annuo 
tributo.  Papa  Urbano  li  nel  1093  passò 
in  Puglia,  e  I'  1  1  marzo  essendo  in  Troia 
vi  celebrò  un  concilio  composto  di  7 5  ve- 
scovi e  dtift  abbati,  nel  quale  con  auto- 
rità pontificia  rinnovò  le  proibizioni  di 
contrarre  matrimonio  fra  parenti, e  sciol- 
se quelli  contratti  coll'impedimento  ca- 
nonicodella  consanguineità;  vi  trattò  del- 
la riforma  del  clero,  e  vi  confermò  la  Tre- 
gua di  Dio  (/.).  Il  successore  Pasquale 
li  neh  1 15  andò  in  Puglia,  ed  a'24  lu- 


T  11  O 

glio  celebrò  un  concilio  in  Troia,  coll'in- 
ter  vento  di  (piasi  lutti  gli  arcivescovi,  ve- 
scovi e  baroni  di  queste  contrade,  per  la 
tregua  e  la  pace.  Reg.  t.  2G;  Labbé  1. 1  o; 
Arduino  t.  6.  Mentre  la  coite  de'ductii 
risiedeva  a  Salerno,  morì  il  duca  Gu- 
glielmo, onde  Ruggero  conte  di  Sicilia  si 
recò  a  Salerno,  e  fu  riconosciuto  per  prin- 
cipe; gli  si  dierouo  gli  amalfitani  e  altri 
baroni  della  contrada,  ed  avendo  ridot- 
te alla  sua  ubbidienza  le  città  di  Troia  e 
di  Melfi,  e  altre  della  Puglia,  dilatò  tan- 
to il  suo  potere,che  stimò  a  se  dovuta  l'in- 
vestitura di  questi  stati  dalla  s.  Sede  su- 
prema signora  de'medesimi.  Perciò  si  ri- 
vòlse a  Papa  Onorio  II  per  conseguirla; 
ma  sebbene  gli  promettesse  di  cedergli 
Troia  eMontefusco,edi  più  buona  som- 
ma d'oro  e  d'argento,  non  potè  per  allo- 
ra ottenerla.  Intanto  il  sagace  Onorio  II 
neh  1  27  si  recò  a  Benevento,  perchè  Rug- 
gero disgustalo  avea  incitato  i  suoi  ba- 
roni a  rivolgere  le  armi  contro  quella  cit- 
tà. Era  il  Papa  in  Benevento,  quando  vi- 
desi  attorniato  dalle  loro  soldatesche  u- 
nite  a  quelle  di  Ruggero;  onde  a  por  freno 
a  tanta  alterigia,  dopo  aver  fulminato  la 
scomunica  contro  di  lui  e  di  chiunque  gli 
prestasse  aiuto,  passò  a  Capua  nel  prin- 
cipio del  1128,  dove  ir»  copiosa  assemblea 
di  prelati  e  di  baroni  espose  a  Roberto 
II  principe  di  quella  città  le  sue  dogliau-* 
ze  contro  Ruggero,  e  domandò  pronto 
soccorso  a  difesa  di  Benevento  dominio 
pontificio,  e  per  ritogliere  dalle  sue  mani 
le  terre  di  Puglia.  Grande  condiscenden- 
za trovò  Onorio  II  negli  animi  di  tutti, 
e  perciò  a  vieppiù  accalorare  la  spedizio- 
ne, concesse  indulgenza  plenaria  delle  pe- 
ne canoniche  (cosa  in  que'tempi  assai  ra- 
ra, perchè  il  rigore  dell'ecclesiastica  di- 
sciplina manteneva  ancora  in  osservanza 
i  canoni  penitenziali)  a  chiunque  pentito 
e  confessato  morisse  in  quella  guerra,  e 
la  metà  delle  dette  pene  condonò  a  chi 
confessato  e  pentito  non  vi  fosse  rimasto 
morto.  Presto  si  mosse  l'armata  degli  al- 
leati, ed  essendosi  il  Papa  recalo  iu  Moli- 


TRO 

tesnrchio  per  attendere  l'esito  di  essa,  eb- 
be di  lì  a  poco  il  piacere  di  veder  con  pro- 
spero successo  liberata  Benevento  dalle 
gravissime  minacce  de' potenti  norman- 
ni. Erano  frattanto  grandemente  trava- 
gliati dall'armi  di  Ruggero  i  popoli  della 
Puglia,  i  quali  avutone  ricorso  al  Papa, 
lo  pregarono  di  portarsi  nelle  loro  con- 
trade; al  che  esso  prontamente  condiscen- 
dendo venne  a  Troia, dove  corina  homi' 
mini  (cioè  gli  abitatili  della  città,  come 
scrive  Alessandro  abbate  di  Telese  scrit- 
tore di  que'tempi,  De  rebus  gest.  Rog. 
Sic.  Reg.  cap.  20,  lib.  i  )  flagìtantihus  i- 
psig  accepit.  Cosi  gli  abitanti  di  Troia  si 
dierono  spontaneamente  al  diretto  e  im- 
mediato dominio  temporale  della  s.  Se- 
de. Nondimeno  il  saggio  Onorio  11,  te- 
mendo qualche  sinistro  evento,  òlFrì  a 
Ruggero  l'investitura  del  ducato  di  Pu- 
glia, ed  egli  con  piacere  l'accettò,  median- 
te investitura  ricevuta  col  vessillo.  Nel 
I  1 3 3  essendosi  rivolta  la  Puglia  a  Rug- 
gero, dalla  Sicilia  con  poderosa  armata 
passò  in  Puglia,  piombò  come  fulgore  sul- 
le terre  rubelli,  e  tra  le  città  prese  anco- 
ra Troia,  mettendo  tutto  a  sacco  ed  a  fuo- 
co, non  ostante  che  i  cittadini  usciti  gli 
fossero  incontro  processionalmente  colle 
reliquie  de'sauti.  Nel  i  i  3y  si  dierono  i 
troiani  all'imperatore  Lotario  11,  men- 
tre il  Papa  Innocenzo  11  e  il  duca  Enri- 
co genero  di  miei  principe,  porta  vanii  iu 
Bari,già  assediata  dal  medesimo  impera- 
tore,che guerreggiava  Uuggero,  qual  fiu- 
tole d'Anacleto  II  antipapa,  per  averlo 
dichiarato  re.  Ma  non  passò  gran  tempo 
ch'ebbero  di  «movo  a  sottomettersi  al  re 
Ruggero  I.  Dipoi  insorse  il  funesto  scisma 
contro  Papa  Alessandro  III,  sostenuto 
dall'imperatore  Federico  I  persecutore 
della  Chiesa.  Per  concludere  finalmente 
la  pace,  dopo  l'Epifania  del  i  173  Ales- 
sandro 111  da  Anagni  parli  per  Troia  e 
Si  ponto,  recossi  a  Vasto,  ove  trovò  le  re- 
gie galere  che  lo  condussero  a  Venezia, ed 
ivi  restò  stabilita.  Colle  galere  venete  par- 
li du  Venezia  neh  177,  veleggiò  a  Sipon- 


T  R  O  89 

to,  onorò  di  nuovo  Troia  di  sua  presen- 
za, e  passò  a  Benevento.  Troia  ebbe  pri- 
ma titolo  di  contea  e  poi  di  principato, 
e  fu  signoreggiata  ne'tempi  feudali  dalle 
nobilissime  famiglie  diSatigroe  d'Avalos. 
Ora  è  principe  di  Troia  sua  altezza  sere- 
nissima d.  Alfonso  d'Avalos  principe  di 
Pescara  e  marchese  del  Vasto,  dal  Papa 
Pio  IX  neh85o  dichiarato  Principe  as- 
sistente al  Soglio  pontificio  (V>);  della 
quale  prerogativa  in  altri  personaggi  di 
sua  eccelsa  famiglia,  riparlai  nel  voi. 
LXVII,  p.  104. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  ne'primi  del 
secolo  XI  in  Troia,  ma  anteriore  fu  già, 
quella  d'Ecana  o  Eclanum  scu  Acae  Ac- 
canaci che  Commanville  dice  eretta  nel 
5oo,  e  di  cui  fu  vescovo  s.  Secondo,  il  cui 
corpo  si  trovò  ne'fondamenti  della  nuo- 
va basilica  con  iscrizione,  ed  entusiastica 
letizia  religiosa  del  popolo,  celebrando- 
sene la  festa  l'  1  1  febbraio.  Altri  dicono 
che  s.  Secondino  fu  vescovo  di  Ecana  poi 
Troia,  e  TUghelli  ne  riporta  gli  atti,  col- 
le notizie  dell'antica  Ecana,  ove  si  legge 
s.  Sccundiìii  Trojani  Episcopi.  Il  Sar- 
nelli,  Memorie  degli  arcivescovi  di  Be- 
nevento, narra  che  nel  1022  Dolano  Ca- 
tapano ed  i  suoi  greci  finirono  d'edifica- 
re la  città  di  Troia,  Dragonara,  Fioren- 
tino e  Ci  vitale,  tutte  della  provincia  Be- 
neventana. Quindi  eh'  ebbe  principio  la 
sede  vescovile  di  Troia,  con  Angelo  elet- 
to e  consagralo  nel  1028,  il  quale  consa- 
grò la  chiesa  di  s.  Sofia  di  Troia,  fabbri- 
cala da  Bisanzio  abbate  di  s.  Sofia  di  Be- 
nevento, e  la  fece  libera  d'ogni  vescovi- 
le giurisdizione.  Che  nelio34  '«  sede  ve- 
scovile di  Troia  fu  assegnata  per  sulfra- 
ganea  alla  metropoli  di  Siponto,  insieme 
con  Rapo! la,  Melfi,  Monopoli  e  Viesti,che 
sono  state  anche  sulfraganee  di  Beneven- 
to, quando  la  metropoli  Si  pontina  fu  di 
nuovo  unita  alla  Beneventana  nel  io53 
sotto  l'arci  vescovo  CJIdarico.  ala  nel  1  o58 
Troia  fu  dichiarata  sulfraganea  di  Bene- 
ventoda  Papa  Stefano  X  con  bolla  ripor- 
tata dal  Vipera,  data  in  Me.ite  Cassino. 


t>° 


T  II  O 


Leucite  poi  Troin  fu  esentata  dalia  metro- 
poli di  beuevenlo, e immediatamente sog- 
gettata alla  s.  Scile,  dice  Sai  nelli,  essere 
però  il  vescovo  di  Troia  tenuto  d'inter- 
venire al  concilio  provinciale,  come  nel 
celebrato  dal  cardinal  Savelli  nel  1 5G7  in- 
tervenne ProsperoRebiba  cpiscopus  Ti  o- 
janus.  Riferiteti  il  Magli  nella  Notizia 
de  vocaboli  ecclesiastici,  che  il  vescovo 
diTroia  gode  la  singolare  prerogali  va  d'tt- 
iarfl  i  Flabelli  (/  .)  nella  processione  del 
Corpus  Domini ,  come  1'  arcivescovo  di 
Messina  ne' pontificali.  La  memoria  del 
■vescovo  Angelo  si  conserva  in  un  monu- 
mento del  1037  pubblicalo  dall'Ughelli, 
riguardante  il  diploma  della  consagra/io- 
ne  della  suddetta  chiesa,  importante  an- 
che per  le  sottoscrizioni:  Actum  in  rivi* 
tale  Trojana  in  sacro  Episcopio  nostro 
felieiter  admodum.  Fgo  Angelus  Epi- 
scopio. Ego  Joannes  Archi presby  ter.  E- 
go  Rodelgrinus  Archilevita.  Ego  Lau- 
rentius  Cardinalis.  Ego  Co ns tanti nus 
Cardinalis.  Ego  Hermannus  Cardina- 
lis camerarius.  Dunque  pure  la  chiesa  di 
Troia  ebbe  i  suoi  cardinali ',  come  altre. 
11  vescovo  Arduino  intervenne  nelio5g 
al  sinodo  romano  di  Nicolò  li.  Stefano 
si  trovò  nel  1 071  alla  solenne  cousagra- 
liane  della  basilica  di  Monte  Cassino,  e- 
seguita  da  Alessandro  11.  Questo  Papa 
gli  spedi  il  diploma  Concedimus,  ripor- 
tato da  Ughelli,  in  cui  si  dice  che  a  te- 
nore de'privilegi  accordati  da'lralelli  im- 
peratori Basilio  11  e  Costantino  Vili,  aiti 
ij)i>ani  civita  tern  Trojanam  reaedi  fica  - 
refteerunt  per  B uh aj animi  capitanimi 
suum>  e  stabiliti  i  suoi  confini,  così  al  ve- 
scovo gli  concedeva  in  uno  a'  suoi  suc- 
cessori canonicamente  eletti,  nella  cit- 
tà e  diocesi  tutta  di  potere  jura  Epi- 
scopali^ libere  exercenda ,  et  quod 
Trojani  Pontiflces  a  nullo  alio,  nisi  a 
Romano  Ponti/ice  consecrentur  ;  indi 
sono  nominate  le  chiese  e  l'abbazie  del- 
la diocesi,  di  giurisdizioue  del  vescovo  di 
Troia.  Roberto,  poi  nel  1082  arcivesco- 
vo di  Messili!!,  secondo  PUghelli  5.°  ve- 


TRO 

scovo,  il  Lucenti  dice  per  abbaglio  poiché 
non  di  Troia,  ma  di  'Eroina  fu  vescovo, 
alla  quale  chiesa  in  tal  anno  fu  unita 
quella  di  Taormina,  occupata  da'.sarace- 
ni.  Gerardo  sottoscrisse  la  bolla  d'Urba- 
no Il  nel  1091  pel  monastero  di  Monte 
Cassino, e  nel  1092  per  quello  di  Cava,  e 
sì  trovò  all'alto  della  donazione  dal  du- 
ca Ruggero  fatta  alla  chiesa  di  Melfi  nel 
ioc)3.  Ad  liberto,  Trojac  Episcopusi  e 
suoi  successori  nel  1  100  Pasquale  II  col 
diploma  Justis  votis,  che  si  legge  nell'U- 
ghelli,dato  in  Monte  Cassino  e  sottoscrii- 
lo  dal  Papa  e  da  7  cardinali,  concesse 
interamente  la  giurisdizione  sulle  chie- 
se e  monasteri  della  diocesi  che  nomi  uà. 
Guglielmo  nel  1  1  06  fu  al  concilio  di  Gua- 
stalla,intervenne  alla  consagrazione  diGe- 
lasio 11,  e  vivea  neh  1  33  quando  Troia 
passa  est  e  jl  ci  di  uni  Rogerio  rege  juben-  , 
te.  Elio  Trojanus  electus  sottoscrisse  nel 
1  177  il  diploma  del  matrimonio  di  Gu- 
glielmo Il  re  di  Sicilia  con  Giovanna  li- 
glia  del  re  d'Inghilterra.  Gualberto  del- 
la Pagliara  o  Patena  de'conti  diMarsi  è 
ricordato  in  un  privilegio  del  1  1  93  d'En- 
rico VI  imperatore  e  re  di  Sicilia,  e  in 
altro  deli  195  pel  monastero  Florense  di 
Sesti,  avvertendo  Lueenzi  che  Ughelli  l'ha 
confuso  con  Gualtiero  che  gli  ila  per  suc- 
cessore, il  quale  fu  veramente  della  fami- 
glia Pagliara,  e  non  Gualberto,  che  inol- 
tre Ughelli  pretende  trasferito  nel  1  1  55 
a  Catania,  ma  invece  a  Palermo  fu  tra- 
viato e  sotto  Innocenzo  111.  Essendo  Gual- 
tiero, e  non  Gualberto,  gran  cancelliere 
del  regno,  cospirò  contro  il  trono  nella  mi- 
norità di  Federico  II,  onde  il  Papa  che 
n'era  tutore,  lo  fece  acremente  rimpro- 
verare dal  cardinal  Cinzio  Cenci  legalo 
di  Sicilia,  e  ne  parlai  nel  voi.  LXV  ,  p. 
1 8  [ .  Aggiunge  Lueenzi:  id  enim  aposto- 
lieus  legato  in  facultalibus  cimi  non  ha- 
beret,  concesserat  tamen  Gualtero,  qui 
temere  nec  diem  pallio  ohtento,  Episco- 
palici  munera  exercebal.  Indi  Innocen- 
zo 111  consagrò  vescovo  di  Troia  Filippo 
nella  basilica  Lateranense,  e  scrisse  al  eie- 


TRO 
ro  e  popolo  troiano  F  Epist.  ijj  a'  i3 
oltobrei  a  ia.  Innocenzo  IVneha53  e- 
lesse  M.  Pietro  de   Barbuco.  Nel  i^5c) 
Alessandro  IV  confermò  Matteo  eletto 
dal  cardinal  Capocci  legato,  morto  nel 
1276.  Indi   il    capitolo  postulò  M.   ti- 
gone di  Troia  canonico  della   cattedra- 
le, che  liberamente  cedette  ;   laonde   il 
medesimo  indi  postulò   Fallro  canoni; 
co  Berterio  ,  che  prima  della  conferma 
ffloiì;  per  cui  Nicolò  III  di  sua  autorità 
nel  1  278  nominòfi .  Ugo  domenicano,  che 
nel  1279  trasferì  a  Bettlemme.  Hugo  ni 
Episcopo  Trojano  paulo  post  suam  con- 
fi rmatìone  ni  idem  Nicolaus  III  Irans- 
misit  Pallium,  cujus  iisus  ex  indulto 
•Sedis  apostolicae  fuerat  ei  concessili, 
/in  hoc  privilegium  fuerit  personae  i- 
psius  met  Hugonis^an  Trojanae  eccle- 
siae,  adhuc  me  latet.  Il  diploma,  Curii 
Pallio,  dato  in  Viterbo  2  nona  augusti 
ì  278  è  nel  Regesto  Vaticano  n.°i  3o.  Nel 
1280  fr.  Rainerio  francescano;  Roggero 
neli3o2  morì,  e  nello  stesso  anno  eletto 
dal  capitolo  fr.  Pietro  francescano, lo  con- 
fermò Bonifacio  Vili,  e  inori  nel  1309. 
11  successore  Guglielmo  Bianchi  francese, 
priore  cluniacense,elelto  da  Clemente  V 
in  Avignone,  morì  nel  seguente  1  3  io.  In 
questo  Berardo  rettore  della  chiesa  par- 
rocchiale di  Salis,  diocesi  di  Tolosa,  elet- 
to dal  capitolo  e  confermato  da  Clemen- 
te V.  Indi  lo  furono,  nel  1  322  Arnoldo, 
nel  1  332  Bisanzio,  nel  1  34 1  Enrico,  Gui- 
do neh  385  fu  traslato  da  Urbano  VI  a 
VeuafrOjiiel  1 39  1  Ricca  rdo,nel  1  SgSBar- 
tolomeo,  nel  1409  eletto  Nicola  fu  nello 
stesso  traslalo  alla  chiesa  Cavallicense.Nel 
i4-i  1  Gregorio  XII  elesse  Angelo  di  Man- 
fredonia, successo  nel  i438  dal  coadiuto- 
re Giacomo  Lombardi  arcidiacono  della 
cattedrale.  Nel  1 469  da  Potenza  vi  fu  tra- 
sferito Gio.  Paolo,  per  morte  del  prede- 
cesare.  Nel  1 47^  Stefano,  che  passò  al- 
l'arci vescovato  di  Reggio  nel  1480;  ma  lo 
stesso  Ughelli  nella  serie  degli  arcivesco- 
vi di  Reggio,  disse  fallo  dell'amanuense, 
e  doversi  ri  tenere  traslato  al  vescovato  Ri- 


TRO  91 

gensempon  già  di  Reggio  di  Modena;  for- 
se Riga,  ina  è  dubbiosa  asserzione.  In  det- 
to 1480  Scipione  Piscicelli  napoletano  no- 
bilissimo, e  morì  nel  1  4§4;  ,>e'  cIua'  anno 
gli  fu  sostituito Genocioo  Giannotto  Pan- 
dollìni  nobile  fìoreuliuo,che  intervenne  al 
concilio  di  Laterano  V,  abdicò  nel  1 5 1 4> 
fu  prefetto  di  Castel  s.  Angelo  per  Cle- 
mente VII,  e  morendo  in  Roma  neh  5^5 
ebbe  temporaneo  sepolcro  in  s.  Silvestro 
al  Quirinale,  con  epitaffio  che  riporta  TU- 
ghelii,  donde  il  corpo  fu  portato  a  Firen- 
ze nell'abbazia  di  s.  Benedetto,  ove  gli  fu 
posta  un'epigrafe  che  lo  dice  soltanto  E- 
piscopus  Trojae.  Egliavea  neh5i4  ri- 
nunziato al  nipote  Ferdinando  Pandolfi- 
nt,  che  resse  la  chiesa  con  somma  lode,mo- 
rendo  in  Foggia  nel  1  56o,  e  sepolto  nella 
collegiata  con  epigrafe  riportata  da  U- 
ghelli,  il  quale  lo  pretende  tumulato  pres- 
so lo  zio.  A' 19  giugno  la  sede  fu  data  in 
amministrazione  al  cardinal  Scipione  Re- 
Liba  (^r.),  che  FUghelli  chiama  Giovan- 
ni, e  per  sua  successione  a' 4  settembre 
1  56o  divenne  vescovo  Prospero  Rebiba, 
forse  suo  parente, anzi  nipote,che  nel  1  563 
fu  al  conci  Ih)  di  Trento,  indi  insixnitodel 
titolo  di  patriarca  di  Costantinopoli. Nel 
1593  Clemente  Vili  elesse  il  suo  paren- 
te Giacomo  Aldobrandino  canonico  fio- 
rentino; funse  in  Roma  lodevolmente  va- 
ri utfìzi  ecclesiastici,  fu  nunzio  di  Napoli, 
e  morì  in  Firenze  neh  607  sepolto  io  s. 
Lorenzo.  In  tale  anno  Pietro  Antonio  da 
Ponte  teatino  napoletano,  facondo  e  cele- 
bre oratore,  consultore  del  s.  Ollìzio ,  e 
nunzio  di  Paolo  Va  Ferdinando  arcidu- 
ca d'Austria.  Nel  1622  Gio.  Battista  Ro- 
viglioni  napoletano,  morto  nel  162 3.  In- 
di Silvestro  che  cessò  di  vivere  nel  1626. 
In  questo  Gio.  Astalli  nobile  romano,  re- 
ferendario,morto  nella  sede  apostolica  va- 
cante in  Roma  nel  1  644)  e  nj  tumulato  in 
Araceli  nel  sepolcro  de'suoi  maggiori.  Nel 
i645  Gio.  Tommaso  de  Veneziani  di  Mo- 
nopoli avvocato  in  Roma,  d'antica  pro- 
bità e  incolpate  virtù.  Neh  648  da  s.  Se- 
vero vi  fu  traslato  Antonio  Sacchetti,  lo- 


92  TRO 

dalissimo  pastore.  Nel  1 663  Sebastiano 
Sorrentini  di  Ca  va,  avvocato  e  uditore  ilei 
nunzio  di  Napoli,  di  singolare  integrità. 
Nel  i6y5  Antonio  de  Sangro  nobilissimo 
napoletano,  teatino  e  professore  di  teolo- 
gia; virtuoso,  zelante  e  pio  pastore,  sol- 
lecitodelcnltodivino:  ncli6(.)3  interven- 
ne al  concilio  provinciale  di  Benevento, 
celebralo  dal  parente  cardinal  Orsini,  poi 
Benedetto  XI II, e  si  propose  osservarne  i 
decreti  sull*  ecclesiastica  disciplina.  Di 
maestosa  statura,  di  bella  presenza,  colle 
grazie  del  dire  accresceva  venerazione  al- 
l.i  Mia  dignità.  Nel  i  6q4  Emilio  Giacomo 
de  Cavalieri  napoletano  giureconsulto, 
quindi  de'pii  operai,  dotto  e  integro,  per 
cui  il  cardinal  Canlelmi  arcivescovo  di  Na- 
poli stimandolo  assai, gli  attribuì  diversi 
primari  uffizi.  Sollecito  pastore,  fu  ama- 
to: intervenne  nel  1698  al  concilio  pro- 
vinciale di  Benevento,  convocato  dal  no- 
minato cardinal  Orsini.  Morì  in  buon  o- 
dore  di  santità  e  con  fama  di  miracoli,  e 
perciò  fu  degno  zio  di  s.  Alfonso  de  Li- 
guori  fondatore  della  congregazione  del 
ss.  Redentore  (/".),  mirabile  istituto  fio- 
rente, die  ora  ha  aperta  la  casa  genera- 
lizia in  Roma, ed  altra  a  Trevi  (J\).  Ter- 
minando col  servo  di  Dio  Emilio  ['Italia 
sacratcom  pi  ròla  serie  de'vesco  «idi  Troia 
colle  Notizie  di  Roma.  Nel  1726  Gio. Pie- 
tro Faccoli  di  Lecce.  Nel  1752  Marco  de 
Simone  di  s.Elpidio  diocesi  d'A  versa.  Nel 
1777  da  Teano  vi  fu  traslalo  Gio.  Gia- 
como Onorati,  di  Rocchetta  diocesi  di  La- 
cedonia.  Dopo  notabile  sede  vacante  nel 
j8o6  da  Motola  vi  fu  trasferito  Miche- 
le Palmieri  di  Monopoli.  Leone  Xil  nel 
concistoro  de'3  maggio  1824  preconizzò 
vescovo  di  Troia  mg.r  Antonino  Maria 
de'principi  di  Monforle  patrizio  di  Napo- 
li, saggio,  piissimo  e  zelante  pastore,  ge- 
nerosissimo co'poveri,  e  ornato  di  molle 
virtù:  morto  neh  855,  fu  compianto  qual 
padre.  Nel  medesimo  anno  il  regnanlePa- 
pa  Pio  IX  smembrò  la  diocesi  di  Troia 
colla  bolla  Ex  hoc  Stimmi  Pontificis,  dei 
26  giugno,  formandovi  quella  di  Foggia, 


TR  O 

della  quale  poi  darò  un  cenno, nuche  per 
essere  stata  negli  ultimi  tempi  l'ordina- 
ria residenza  de'vescovi  di  Troia.  Indi  il 
Papa  nel  concistoro  de' 16  giugno  i856 
dichiarò  vescovo  di  Troia  l'  attuale  mg.1 
fr.  Tommaso  Passero  di  Barletta  dome- 
nicano, professore  cattedratico  di  filoso- 
fia e  di  teologia  in  Napoli  e  sua  provincia, 
predicatore  e  direttore  spirituale  di  mo- 
nache; lodato  nella  proposizione  conci- 
storiale per  gravità,  prudenza, dottrina  e 
altri  pregi. Di  più  il  Papa  colla  bolla  /  hi 
prìtftttm,  de' 10  giugno  1 856,  decorò  del 
privilegio  del  pallio  la  cattedrale  di  Troia 
e  il  nuovo  vescovo  di  essa,  onde  nel  sud- 
detto concistoro  ne  fu  fatta  la  postulazio- 
ne e  la  concessione,  come  si  Ie""e  nel  n.° 
1  36  del  Giornale  di  Roma.  Ora  ogni 
nuovo  vescovo,  secondo  il  disposto  della 
bolla  Ex  JioCy  è  tassato  in  fiorini  200,  la 
mensa  ascendendo  ad  octo  circiter  mille 
ducata  illiusmonetac,  quae annua  gra- 
vantar  favore  novae  mensae  Episcopa- 
li? Fodianae  pensione  ducatorum  bis- 
millium  supra  quadriugentay  ad  mille 
tantum  et  quatuor ce ntum  quamprimum 
redigendorum.  Satis ampia  est  dioece- 
sis  quinque  sub  se  complectcns  oppida. 
Foggia,  Fogiae  seu  Fodiae,  Ecclesia 
Fodian.  Città  con  residenza  vescovile  di 
Puglia,  capoluogo  della  provincia  di  Ca- 
pitanata, di  distretto  e  di  cantone  nel  re- 
gno delle  due  Sicilie,  in  una  vasta  pianu- 
ra a  29  leghe  da  Napoli,  ed  a  5  leghe  i/4 
al  sud-ovest  da  Troia.  E  posta  questa  bel- 
la città  tra  il  Gelone,  influente  del  Can- 
delaia, ed  il  Cervaro,  quae  in  suo  triwn 
circiter  milliarium  ambita  ultra,  tri  gin- 
ta  tria  conti  net  incolarum  millia.JL  piaz- 
za di  4-a  elasse  e  residenza  d'un  intenden- 
te, di  un  comandante  di  piazza,  e  di  un 
giudice  istruttore,  esede  d'un  tribunale  di 
commercio;  in  una  parola,  vi  dimorano 
le  autorità  amministrative,poichè  le  giu- 
diziarie risiedono  a  Lucerà.  Può  dirsi  ri- 
fabbricata con  migliore  euritmia,  dopo 
che  il  terremoto  de'  1 9  marzo  1731  ne  ro- 
viuò  una  gran  parte.  E'  dunque  assai  he- 


TRO 
ne  fabbricala  e  le  sue  strade  sono  ampie 
e  rettilinee;  talune  principali  sono  ador- 
ne di  eleganti  case  e  di  ricchi  fondachi. 
Tra'belli  edilìzi  i  più  notabili  sono,  il  pa- 
lazzo dell'intendenza,  la  dogana  destina- 
ta specialmente  ad  esigere  le  tasse  de'pa- 
scoli  ,e  la  cattedrale.  Pio  VII  col  breve 
Insinuino  /4 postolatus>àt  1%  settembre 
1806,  Bull.  Rom.  cont.  t.i3,  p.  61:  E- 
rectio  in  Basilicam  ecclesiae  Collegia- 
tac  oppiai  Foggiae  dioecesis  Trojanae. 
Dice  in  esso  il  Papa,  che  ad  istanza  del 
clero,  dell'università  e  uomini  della  città 
di  Foggia,  elevò  al  grado  di  basilica  mi- 
nore la  chiesa  collegiata  ematrice,  ove  da 
antichissimo  tempo  è  in  grande  venera- 
zione l' immagine  della  D.  Verdine  sub 
greco n  latria,  Icono-  l'etere, denomina- 
tione,  già  dal  capitolo  Vaticano  corona- 
ta, per  la  celebrità  de' suoi  miracoli  an- 
che in  lontani  paesi,  donde  i  fedeli  accor- 
revano a  invocarne  il  possente  patrocinio, 
sia  nelle  penurie  de'viveri,  sia  pel  terre- 
moto, sia  per  altri  flagelli;  ed  essendo  l'ef- 
fìgie di  s.  Maria  dell'  Icone- Ecteris  ap- 
parsa ad  un  pio  uomo,  vieppiù  si  accreb- 
be il  fervore  della  divozione,  onde  il  pre- 
decessore Pio  VI  concessegraziespirilua- 
li  e  indulgenze  a'visitanli.  Dipoi  lo  stes- 
so Pio  VII  col  breve  Romanoruni  Fon- 
tificumyAt'i  dicembre  1  808, Bull. c\t.  p. 
3o4:  Conce  s  sio  novor  uni  iiuhuncntoruni 
magis  insignium  prò  dignità  tibus,  etca- 
nonicis  basilicae  de  Foggia  dioecesis 
Trojanae.  Pertanto  ,  dopo  aver  confer- 
mato alla  basilica  di  s.  Maria  d' Icone-  fé- 
teris  i  privilegi  e  le  prerogative  di  basi- 
lica minore,  Pio  VII  in  perpetuo  accordò 
•'suoi  canonici:  Mantelle -ttain ,  et  western 
oblongam  violaceas  cum  ocellis,  et glo- 
bulis  coloris similis  tatti  in  Ecclesia  prae- 
dicta^quam  extra  eam  in  quibusvìspro- 
cessionibus,  aliisque  functionibus,  et  a- 
ctibus  publicis  quibuscumque  pestare,  il- 
lisque  uti  libere  et  licite  possint ,  eie.  Il 
Papa  Pio  IX  colla  ricordata  bolla,  Ex 
hocSut/uniPonti ficis ,de  2.6 giugno  1 855, 
Fogiae  ex  iypogrophia  Michaelis  Rus- 


Tli  O 


93 


so,  disgiunse  Foggia  dal  vescovato  di  Tro- 
ia e  l'eresse  in  sede  vescovile,essendo  trop- 
po distante  da  Troia  e  posta  nell'angolo 
estremo  della  diocesi. Si  esprime  nella  bol- 
la essersi  a  ciò  determinato  pe'  pregi  che 
distinguonoFoggia,  già  città  di  residenza 
ordinaria  del  vescovo  di  Troia,  per  la  bel- 
lezza de' suoi  edilìzi,  pel  numero  di  sue 
famiglie  nobili,  per  la  popolazione  in  in- 
cremento (i  moderni  geografi  dicono  cir- 
ca 24,000  abitanti), per  l'abbondanza  d'o* 
gni  derrata  e  per  la  frequenza  del  com- 
mercio ,  essendo  una  delle  città  che  for- 
mano ornamento  alla  Puglia;  per  la  sua 
collegiata,  capitolo  e  clei'OjCom  posto  di  ca- 
nonici e  mansionari,  ove  si  venera  la  ce- 
lebree  miracolosa  immagine  dellaB.  Ver- 
gine, pel  liceo  e  seminario  diocesano.  Per 
tutto  questo  il  Papa  nella  sede  vacante 
dismembrò  dalla  chiesa  di  Troia,  e  dal- 
la metropoli  di  Siponto  o  Manfredonia 
(/.),  l'abbazia  di  s.  Marco  di  Lamis,  già 
nullius  dioecesis,  e  l'unì  alla  nuova  e  vi- 
cina diocesi  di  Foggia.  Questa  formò  con 
un  territorio  di  circa  5o  miglia,  e  la  sot- 
tomise immediatamente  alla  santa  Se- 
de, come  era  ed  è  tuttora  il  vescovato  di 
Troia.  Elevò  la  basilica  collegiata  in  cat- 
tedrale, sotto  l'invocazione  della  13,  Ver- 
gine Assunta  in  cielo.  Il  capitolo  lo  com- 
pose di  1  8  canonici,  comprese  le  4  digni- 
tà, essendo  la  t  .a  l'arciprete  cui  è  annes- 
sa la  cura  d'anime  della  medesima  cat- 
tedrale, ch'è  munita  delbattisterio,  la  i.a 
del  primicerio,  la  3.a  del  cantore,  la  4-* 
del  tesoriere:  dispose  inoltre,  che  co'due 
primi  canonicati  vacanti  si  formino  le 
prebende  del  teologo  e  del  penitenziere, 
da  conseguirsi  per  concorso;  con  6  man- 
sionario beneficiati, a'quali  se  nedovran- 
110  aggiungere  due  altri  ,  fissandone  la 
mensa  capitolare,  contribuendovi  il  mu- 
nicipio di  Foggia,  così  per  quanto  riguar- 
da la  cattedrale  e  la  sua  uiliziatura.  Di  più 
volle  che  al  vescovo  della  nuova  sede  di 
Foggia,  dal  municipio  si  assegnasse  l'e- 
piscopio propinquo  alla  cattedrale,  e  fin- 
che questo  non  fobse  edificalo,  il  compen- 


94  TUO 

so  (li  200  aniirii  ducali  pel  fitto  d'un'a- 
Minzione  conveniente.  Fu  pure  statuito 
dalla  bolla  (pianto  spetta  al  vescovo,  alla 
dotazionedisua  mensa, cioè  cheiooo  du- 
cati d'argento  avrebbe  somministralo  il 
municipio,  24uo  ducali  furono  imposti 
di  annua  pensione  Milla  mensa  di  Troia, 
da  ridursi  quam  pr'unum  ai/foo  ducati, 
e  1000  ne  olfn  il  regnante  re  delle  duo 
Sicilie  Ferdinando  II  ,  al  quale  il  Papa 
concesse  il  privilegio  della  nomina  e  pre- 
sentazione alla  s.  Sede  d'ogni  nuovo  ve- 
scovo. Pel  1  .°nominò  l'odierno  mg/  Ber- 
nardino INI.''  Frascolla  d'Andria,  canoni- 
co teologo  in  quella  (attediale,  esamina* 
tore  oro  sinodale  e  dottore  in  sagra  teo- 
logia, la  quale  in  uno  alla  s.  Scrittura  in- 
segnava nel  seminario  patrio.  Trovando- 
lo il  Papa  dotto,  grave,  prudente,  probo, 
pieno  d'esperienza  e  versato  nelle  cogni- 
zioni delle  sagre  funzioni,  nel  concistoro 
de'16  giugno  1  856,  dopo  aver  dichiara- 
to il  vescovo  di  Tioia,  lo  preconizzò  per 
i.°  vescovo  di  Foggia.  Nella  proporzio- 
ne concistoriale  riepilogandosi  alcune  del- 
le principali  discorse  cose,  si  riferisce,  es- 
servi nella  città  di  Foggia  altre  4  chiese 
parrocchiali,  tutte  munite  del  s.  fonte,  con 
5  conventidi  religiosi,  3  monasteri  di  mo- 
nache^ conservatorii,  l'orfanotrofio,  di- 
versi sodalizi,  due  ospedali,  il  monte  di 
pietà  pe'pegni,  il  monte  frutti entario,  e  il 
seminario  cogli  alunni.  Fructus  laxati, 
per  ogni  nuovo  vescovo,  in  libris  Came-r 
raeac/lorenoi  200,  eoccedunt  summani 
qualuormillium  ducaloriun  aeris  neapo- 
litani.  Hujus  novae  dioeceseos  ambititi 
fere  universum  Fodiaeets.  Marci  in  La- 
mi sierrilorhim  complectitur,  alqut  quia- 
quaginta  pene  mille  incolas  sub  se  coti' 
linet  Di  quest'abbazia  di  s.  Marco  in  La- 
inis,  ossia  di  s.  Giovanni  in  oppidum  s. 
Marci,  si  può  vedere  il  Lubin,  Abballa- 
rumltaliae,p.  182. Una  delle  altre  4  chie- 
se parrocchiali  è  sotto  l'invocazione.di  s. 
Giovanni  Battista,  dove  è  in  grande  ve- 
nerazione la  statua  della  B.  Vergine  Ad- 
dolorata, della  quale  in  Napoli  fu  pub- 


TRO 
blicata  nel  1837:  Relazione  del  miraco- 
lo avvenuto  nella  statua  della  /ergine 
Addolorata  nella  città  di  Foggia,  estrat- 
ta dal  processo  reddito  in  curia.  Men- 
tre in  quasi  tutta  Europa  l'Angelo  ster- 
minatore la  sanguinosa  spaila  fulminava 
sulle  teste  de' morta  li  per  svegliarli  dalie- 
largo,  in  cui  fallace  sicurtà  di  leggieri  li 
seppellisce,  onde  atterriti  da'mali  presen- 
ti si  rendessero  savia  fuggirei  futuri;  il 
Signore  delle  misericòrdie  all'uopo  appa- 
recchiò a'foggiani  un  segno  più  singola- 
re di  sua  bontà,  mediante  l'intercessione 
della  B.  Vergine,  da  farlo  noto  in  quella 
flessa  chiesa,  dove  poco  più  d'un  secolo 
prima  n'avea  altri  operati,  anche  in  cir- 
costanza di  terribile  flagello  di  terremo- 
to, nell'immagine  della  ss.  Vergine  cono- 
sciuta sotto  il  titolo  de'Sette  Veli,  e  spe- 
cialmente quando  dalla  detta  ss.  Imma- 
gine spiccossi  un  raggio  di  vivissima  lu- 
ce, che  irradiò  s.  Alfonso  de  Liguori  ,  il 
quale  a  di  lei  lode  sermonava.  Foggia  che 
visibilmente  sperimenta  la  speciale  prote- 
zione della  gran  Madre  di  Dio,  gemeva 
nel  luglio  1837  sotto  la  micidiale  Pestilen- 
za del  cholera,  per  cui  ricorse  pregando 
la  B.  Vergine  suo  rifugio,  come  far  suo- 
le  nelle  calamità,  uè  la  prece  fu  vana.  La 
statua  di  legno  vestita  della  B.  Vergine 
Addolorata  che  si  venera  in  detta  chiesa, 
si  vide  dal  popolo  molte  volte  prodigio- 
samente alzar  le  pupille  degli  occhi,  or 
verso  il  cielo, or  calandole  rivolgerle  ver- 
so il  popolo  astante,  e  chiuder  le  labbra 
e  tramortir  di  colore,  come  se  penetra- 
ta da  amarissima  doglia  fosse  svenuta,  e 
traesse  dal  cuore  profondi  sospiri,  versar 
lagrime  e  aver  de'  movimenti  convulsi- 
vi. Tutto  venne  narrato  nella  Relazione 
stampata  dal  conte  Marnili  comandante 
dell'armi  della  provincia,  alla  quale  la  Re- 
lazione di  cui  parlo  è  come  un  supple- 
mento, non  polendosi  leggere  senza  com- 
mozione religiosa.  Dopo  i  replicati  por- 
tentosi miracoli ,  il  morbo  distruggitore 
che  orribilmente  infieriva  andò  in  modo 
scemando,  che  tosto  cessò  quasi  del  tut- 


TU  O 

to.  Il  brevemente  narrato  è  ricavato  da! 
processo  della  curia  vescovile  e  dal  de- 
creto di  mg/  Monforte,  anch'egli  spetta- 
tole edificato  del  prodigio.  Del  resto  Fog- 
gia è  il  centro  di  tutto  il  traffico  puglie- 
se, che  consiste  in  bestiame,  lana,  vini  del 
Monte  Gargano,  e  specialmente  iti  biade, 
per  tenere  in  serbo  le  quali  si  sono  eret- 
ti i  numerosi  e  solidi  magazzini  a  volta, 
sulla  piazza  pubblica  e  in  altri  sili.  Nei 
settimanali  mercati  affluisce  la  moltitu- 
dine, però  il  maggior  lucro  si  ha  dalla  fie- 
ra di  12  giorni  che  vi  si  tiene  a'16  mag- 
gio, e  dalla  triduana  negli  ultimi  giorni 
di  novembre.  Patria  di  diversi  illustri,  ri- 
corderò il  rinomato  Galiani.Ne'suoi  din- 
torni e  alla  sinistra  riva  del  Gelone,  so- 
no le  rovine  dell'antica  città  vescovile 
cYJrpi  (/".),  che  taluno  disse  essere  sta- 
ta fondala  da  Diomede,  e  ch'ebbe  a  ve- 
scovo nel  3  1 4  Pardo:  ne  tratta  V Dalia 
sacra,  t. 1  o,  p.  1 6:  Arpcnsis  Episcoptitus. 
Nel  1240  l'imperatore  Federico  11  in  Fog- 
gia tenne  un  parlamento,  ed  il  suo  na- 
turale Manfredi  vi  battè  l'armata  di  Pa- 
pa Innocenzo  IV.  Indi  Carlo  I  d'Angiò 
re  di  Sicilia,  avendo  nel  1266  sconfitto 
Manfredi  e  poi  Corredino  nel  1268,  di- 
strusse Foggia  che  avea  favorito  Corra- 
dino  nipote  di  Federico  II,  l'ultimo  degli 
Hohenslaufen;allridiconoche  Foggia  era 
sorta  dalle  rovine  di  Ai  pi.  Poco  dopo  Car- 
lo I  permise  la  riedificazione  di  Foggia,  e 
vi  morì  nel  1285  a' 7  gennaio.  Foggia  se- 
guì i  destini  della  Puglia  e  del  regno  di 
Napoli. 

TROIANO  (s.),  vescovo  di  Saintes.Fu 
collocato  sulla  sede  vescovile  di  Saintes, 
città  della  2/Aqnitania,circa  l'anno  Sì  1; 
e  riferisce  s.  Gregorio  di  Tours,  eh'  egli 
fu  celebre  per  virtù  e  per  miracoli,  e  vi- 
vente conservavansi  come  preziose  reli- 
fjuie  le  frange  de'suoi  abiti.  Egli  si  acqui- 
stò pure  gran  fama  pel  suo  sapere,  e  com- 
pì la  sua  mortale  carriera  al  più  tardi  nel 
532,  giacche  il  suo  successore  Eusebio  as- 
sistette al  2.0  concilio  d'Orleans  del  533. 
Fu  seppellito  presso  a  Bibiano  0  Vivia- 


T  R  O  9> 

no,  uno  de'prìmi  vescovi  di  Saintes,  alla 
cui  tomba  per  virtù  divina  opera  va  usi 
frequenti  miracoli.  E  nominato  a'3o  no- 
vembre nel  martirologio  romano,  e  in 
quelli  di  Adone  e  di  Usuardo. 

TROINA.  V.  Traina  e  Taormina. 

TROIS-CHATEAUX.  V.  s.  Paul. 

TROIS  R1VIÈRES  o  TRE  FIUMI 
(Trisluvianen).  Città  con  residenza  ve- 
scovile dell'  America  settentrionale,  nel 
Basso-Canada,  nelle  colonie  inglesi  della 
Nuova  Bretagna,  capoluogo  del  distret- 
to del  suo  nome  e  della  contea  di  s.  Mau- 
rizio, a  25  leghe  da  Quebech  e  27  da 
Montreal.  Viene  così  chiamata  perchè  il 
fiume  s.  Maurizio  trovasi  in  3  canali  di- 
viso da  due  isole  che  ne  sono  alla  foce; 
cioè  giace  sulla  riva  sinistra  del  fiume  s. 
Lorenzo,  ove  sboccano  i  3  rami  del  fiu- 
me s.  Maurizio,  fra  Quebech  e  Montreal 
a  Monreale.  La  città  distendesi  per  lun- 
gospazioinun  territorio sabbionivo;  una 
delle  sponde  del  s.  Maurizio  è  quivi  al- 
tissima, mentre  la  sponda  opposta  sta  a 
livello  del  fiume.  Poco  seducente  è  que- 
sta città,  essendone  le  vie  alquanto  angu- 
ste, la  maggior  parte  delle  case  fabbrica- 
le di  legno,  le  più  antiche  essendo  d'un 
sol  piano  con  giardinetto  appresso,  men- 
tre le  moderne  di  miglior  gusto  hanno 
assai  bella  appariscenza.  Però  il  suo  in- 
cremento e  floridezza  è  in  notabile  pro- 
gresso. I  principali  edilizi  sono  il  palazzo 
municipale,  la  cattedrale  e  le  chiese  de' 
cattolici,  le  chiese  de'protestanti,  le  car- 
ceri, le  caserme,  ed  il  monastero  dell'or- 
soline,  cioè  quello  ricostruito  dopo  l'in- 
cendio del  1  786,  spaziosissimo  e  con  chie- 
sa parrocchiale,  l'ospedale  e  bellissimi 
giardini.  Presso  al  vecchio  convento  de' 
minori  riformati,  è  un  magazzino  da  pol- 
vere, lì  commercio  d'importazione  con- 
siste in  ogni  sorte  di  mercanzie  inglesi, 
che  poi  distribuisconsi  in  tutta  la  pro- 
vincia; gl'indigeni  vi  concorrono  dall'in- 
terno, e  vi  recano  pelli  da  permutarsi  con 
vettovaglie  e  merci  europee:  le  esporta- 
zioni compongcnsi  di  grano,legname  per 


96  TRO 

la  marineria,  ferro  di  fusione  provenien- 
te dalle  miniere  di  s.  Maurizio,  pellami 
provenienti  dalla  compagnia  del  nord- 
ovest, birra  e  mattoni  manifatti  della  cit- 
tà. Vi  si  fabbricano  imbarcazioni  desti- 
nate a  fine  il  viaggio  del  nord-ovest.  Be- 
ne situato  è  il  porto  e  capace  di  riceve- 
re navi  d'assai  grossa  portata  che  pori  no 
arrivare  sino  alla  riviera.  JNon  è  questa 
città  che  di  3/  classe  nella  provincia,  né 
contiene  più  di  /j<)()(>  abitanti  circa.  Al- 
l'assemblea  della  provincia  essa  manda 
due  membri.  Il  distretto  di  Tre  fiumi 
dividesi  in  4 contee: Bedfurd,Buckingam, 
"Wanvick  e  s.  Maurilio.  Il  Papa  Pio  IX 
avendo  eretto  in  sede  vescovile  Trois  Ri- 
vières,  m*2  giugno  i852  per  breve  apo- 
stolico vi  nominò  a  i.°  vescovo  l'attuale 
mg.'  Tommaso  Cooke,  come  si  legge  nel- 
le annuali  Notizie  di  Roma,  o  meglio  l'8 
giugno,  data  che  trovai  nel  breve;  del  re- 
sto tutto  ignorandosi, non  essendosi  pub- 
blicalo il  breve,  né  preconizzato  il  vesco- 
vo in  concistoro.  11  breve  Universi  Do- 
minitigre gis, che  mi  recai  a  leggere  nella 
segreteria  della  s.  congregazione  di  pro- 
paganda fide,  soltanto  dice:  Che  il  sino- 
do tenuto  in  Quebech  nel  1 85 1,  conside- 
rando l'ampiezza  di  tale  areidiocesi,  on- 
de meglio  provvedere  al  bene  spirituale 
de'fedeli,  decretò  l'istituzione  della  dio- 
cesi Trisluviana,  mediante  dismembra- 
mento  di  parte  della  medesima,  e  che  il 
vescovo  risiedesse  a  Tre  Fiumi.  Ilasse-, 
guata  la  domanda  alla  detta  s.  congrega- 
zione, avendola  approvata,  il  Papa  nel 
confermarla  disgiunse  dall'arcidiocesi  di 
Quebech  tutto  il  territorio  Trisluvianen- 
.se  e  altri  paesi,  istituendo  la  nuova  sede 
vescovile  Trisluvicuiam ,ela  dichiarò  suf- 
fraganea  dell'arcivescovo  di  Quebech. Nel 
1 853  la  Civiltà  cattolica,  2.a  serie,  t.  4> 
p.  47  i,  nel  riferire  la  visita  pastorale  fat- 
ta agli  Slati  Uniti,  per  esaminare  lo  sta- 
to della  religione  in  que'paesi,  per  mis- 
sione e  ordine  del  Papa  regnante,  da  mg/ 
Gaetano  Piedini  arcivescovo  di  Tebe,  al- 
lora nunzio  apostolico  del  Brasile  e  ora 


TRO 

segretario  di  propaganda //V/e\;e  dicendo 
della  visita  alle  popolazioni  del  Canada, 
a  Quebech  e  Montreal,  dichiara  che  nel- 
la i.  di  tali  città  si  recò  a  ossequiarlo  mg.r 
Cook  vescovo  di  Tre  Fiumi. 

TROMBELLI  Gio.  Crisostomo,  filo- 
logo. Nato  nehG97  pressuNonantola, ri- 
mase orfano  in  tenera  età,  e  venne  edu- 
cato sotto  lo  zio  nolaro  di  Bologna.  In- 
cominciò gli  studi  dell'  umanità  sotto  i 
gesuiti,  e  li  continuò  presso  i  canonici  re- 
golari Lateranensi  del  ss.  Salvatore,  de' 
quali  abbracciò  l'istituto  nel  f  7  i  3.  Ter- 
minati ch'ebbe  gli  studi  fu  fatto  lettore 
di  filosofia  aCandianopressoPadova.  Non 
ti  rimase  che  3  anni,  in  capo  a' quali  fu 
richiamalo  a  Bologna,  per  dargli  una  cat- 
tedra di  teologia.  La  severità  di  tale  in- 
segnamento non  gl'i  ni  pedi  di  rivolgersi 
a  quando  a  quando  alla  poesia,  ma  vi  ri- 
nunziò al  tutto  quando  eletto  abbate  nel 
1737  aspirò  a  più  solida  fama.  Innalzato 
in  progresso  alle  più  cospicue  dignità  del- 
l'ordine, nel  1760  ne  divenne  abbate  ge- 
nerale. Con  zelo  si  adoperò  per  aumen- 
tare la  biblioteca  di  sua  canonica,  perla 
quale  fece  importanti  acquisti  di  libri, 
inss.,  medaglie  antiche  e  del  medio  evo. 
Dopo  aver  pubblicato  una  Raccolta  d'o- 
puscoli inediti  de'Padri  della  Chiesa, com- 
pose una  grand'opera  sul  cullo  de'sauli. 
Siffatto  lavoro  meritò  l'approvazione  di 
Benedetto  XIV,  il  quale  commise  al  dot- 
to cardinal  Quirini  di  attestarne  la  sua 
soddisfazione  all'autore;  ma  veisoil  me- 
desimo tempo  comparve  di  Gio.  Rodolfo 
Kiesling,  Exercitationes  anti-trombcl- 
lianae,  Lipsiaei  75 1 ,  nelle  quali  l'opera 
è  amaramente  censurata.  Ad  onta  della 
vivacità  del  suo  carattere,  Trombelli  e- 
sitava  a  rispondere;  saviamente  non  ama- 
va le  questioni  letterarie,  e  senza  le  isti- 
gazioni de'snoi  amici  egli  ordini  del  Pa- 
pa,non  avrebbe  pensato  a  difendersi. Lun- 
gi d  all'imitare  l'avversario  che  bassamen- 
te l'avea  oppresso  di  sarcasmi,  scrisse  la 
sua  apologia  nobilmente  con  altrettanta 
moderazione  che  dottrina.  Lo  stcssoKies- 


TRO 
ling  giustamente  ne  fu  sorpreso,  e  gli 
scrisse  una  lettera  per  domandargli  lascia 
amicizia  e  il  suo  ritratto.  Terminata  la 
contèsa.  Trombetti  adunò  materie  per 
comporre  le  memorie  della  sua  canonica. 
Recitò  parecchi  discorsi  nelP  istituto  di 
Bologna,  del  quale  era  stalo  fatto  mem- 
bro, ed  il  più  notabile  è  quello,  in  cui  e- 
spose  le  pretensioni  de'diversi  popoli  con 
l'invenzione  della  bussola;  De  acus  nau- 
ticae  inventore.Viopo  a  ver  composto  mol- 
te opere,  grave  d'anni  senz'essere  ancora 
oppresso  dalla  fatica,  ideò  un'opera  im- 
mensa sui  Sagramenti,  che  condusse  fino 
al  i  3.°  volume  senza -.poterla  terminare. 
Fece  altresì  diverse  traduzioni  di  poeti 
antichi  greci  e  latini,  e  morì  a'a/j.  gennaio 
1784.  Meritò  che  l'abbate  Minganelli  e 
Guido  Zanetti  facessero  coniare  una  me- 
daglia con  la  sua  effigie  e  l'epigrafe:  Fer- 
tilis  et  varius:  Nani  bene  eultus  aser.  Il 

o 

can.  regolare  d.  Vincenzo  Garofalo, poi  ab- 
bate generale  e  arcivescovo  di  Laodicea, 
scrisse:  De  vita  J.  Chrysostomo  Troni- 
belli  commentarius,  Bononiae  1788.  Le 
principali  sue  opere  sono:  Le  favole  di 
Fedro  tradotte  in  versi  volgari,  Vene- 
zia 1735.  De  cullu  Sanetorum  disserta- 
liones  decerti  quibus  accessit  appendix 
de  Crwrc,Bononiae  1701.  Priorum  qua- 
tuorde  cultu  Sanetorum  dissertationum 
vindiciae,  Bononiae  1  j5 1.  È  la  risposta 
olle  critiche  di  Riesling,  e  comparve  sot- 
to il  nome  di  Philalethes  Aphobos.  Ve- 
terani Patruni  latinorum  opuscula , 
numquam  ante  hac  edita,  ivi  1 75  r .  Me- 
morie istoriche  concernenti  le  due  Ca- 
noniche di  s.  Maria  del  Reno  e  di  s.  Sal- 
vatore insieme  unite,  ivi  175*2.  Arte  di 
conoscere  l'età  de' codici  latini  e  italia- 
ni, ivi  1756.  Mariae  ss.  Vita  ac  gesta, 
eultus q uè  UH  adhibitus,  ivi  1761.  Vita 
e  culto  di  s.  Giuseppe,  ivi  1767.  Vita  e 
culto  de1  ss.  Gioacchino  ed  Anna,  ivi 
1768.  Tractatus  de  S acr amenti s,  per 
polemicas  et  liturgicas  dissertationes 
dis trib uti,  i v i  i  7 7 1 . 

TRON  (s.).  V.  Tradone  (s.). 

VOL.  LXXXC. 


TRO  97 

TRONDIIEIM  o  DRONTHEIM.  K 

Nidrosia  e  Svezia. 

TRONO  o  .SOGLIO,  Thronus,  So- 
lfimi, Tribunal,  Sedei  Regalis,  Caflic- 
draPontificalis,  SoliumPontificis.  Seg- 
gio o  sedia  magnifica  elevata  di  Papa, 
d'imperatore,  di  re,  di  principe  e  de'pri- 
mari  magistrati. Sedile  nobilissimo  e  mae- 
stoso, con  appoggio  alla  schiena,  e  sup- 
pedaneo e  predella,  a  cui  si  ascende  per 
diversi  gradini,  sovrastato  e  coperto  da 
grandioso  Baldacchino (V.),<\\  cui  è  sim- 
bolo V Ombrellino  [V.)3  formato  di  ric- 
chi panneggiamenti.  Il  trono  fìsso  trova- 
si nella  sala  d'Udienza  del  sovrano,  pei 
pubblici  e  solenni  ricevimenti  degli  am- 
basciatori ,  per  ricevervi  gli  omaggi  dai 
sudditi  ,  ed  anche  per  amministrarvi  la 
giustizia.  Il  trono  è  inoltre  un  distintivo 
e  segno  di  Regno  principesco, di  supremo 
sovrano  potere,  prerogativa  di  dignità,  di 
giurisdizione  spirituale  e  temporale;laon- 
de  dagli  antichi  fu  specialmente  attribui- 
to alle  Divinità  e  ai  monarchi,  non  che 
a'primari  magistrati.  L'architettura  e  la 
scultura  gareggiano  nell'ornare  i  troni  di 
legno  de'sovrani  moderni.  Però  pare  che 
nulla  siavi  tra  noi  in  questo  genere  che 
paragonare  si  possa  alio  strabocchevole 
lusso  de'sovrani  dell'oriente,  sebbene  le 
descrizioni  ordinariamente  sono  roman- 
zesche. II  suppedaneo  o  soppidiano  o  sop- 
pediano,  suppedaneum,scabellum,  è  quel 
tavolato  di  legno,  su  cui  si  posano  i  piedi, 
specie  di  cassa  bassa,  che  anticamente  sì 
teneva  attorno  a'Ietti.  Dicesi  predella  l'ar- 
nese di  legname,  sul  quale  si  siede  o  se- 
dendosi tengono  i  piedi, scamnumìsedesi 
scabellum.  Si  pone  sotto  la  sedia  del  tro- 
no; a  pie  degli  altari,  sulla  quale  sta  il  sa- 
cerdote quando  celebra  la  messa:  la  pre- 
della si  prende  talora  per  quell'imbasa- 
mento,  che  rimane  sotto  la  tavola  dell'al- 
tare, o  per  il  grado  di  esso  altare.  La  pre- 
della è  un'aggiunta,  anzi  parte  de'troni. 
Di  diversi  troni  feci  la  descrizione  a'Iuo- 
glii  loro.  La  s.  Scrittura  dice,  che  il  cie- 
lo è  il  Irono  di  Dio,  e  la  terra  losgabel- 
7 


i)S  TRO 

lode'suoi  piedi.  Negli  Atti  degli  Apostoli 
è  dello,  che  Gesti  Cristo  è  seduto  alla  de- 
stra del  trono  del  Signore.  Il  profeta  Isaia 
rosi  descrive  il  trono  del  Signore.»» lo  vi- 
di il  Signore  sedente  sopra  un  trono  ec- 
celso ed  elevato:  e  le  eslremità  della  ve- 
ste di  lui  riempivano  il  tempio.  Intorno 
al  trono  stavano  i  serafini:  ognuno  di  es- 
si avea  6  ali:  con  due  velavano  la  faccia 
di  lui,  e  con  due  velavano  i  piedi  di  lui, 
econdue  volavano.  E  ad  alla  vocecanta- 
vano  alternativamente  e  dicevano:  San- 
to, santo,  santo  (fr.)  il  Signore  Dio  de- 
gli eserciti  j  della  gloria  di  Ini  è  piena  tut- 
ta la  terra".  L'area  dell'Alleanza,  die  ti 
custodiva  prima  nel  Tabernacolo  (/*.)  e 
poi  nel  Tempio  (Lr.),  era  considerata  co- 
me il  trono  di  Dio;  quindi  in  più  luoghi 
della  s.  Scrittura  è  dello,  che  Dio  è  se- 
duto sui  cherubini;  sia  che  si  voglia  par- 
lare de'  cherubini  eh'  erano  posti  sopra 
l'arca,  oppure  di  quelli  di  cui  Isaia  ed  E- 
zechiele  hanno  data  la  descrizione.  La  r  ." 
gerarchia  del  Coro  degli  4 rigeli  (  /^com- 
prende i  Serafini,  i  Cherubini  e  i  Troni; 
l'ordine  de'Troni,  per  la  loro  sublimità, 
serve  quasi  di  Trono  all'Altissimo.  La 
s.  Scrittura  parla  del  trono  di  Salomone 
come  d'una  meraviglia.»  Fece  il  re  Salo- 
mone un  trono  grande  d'avorio,  e  lo  ve- 
stì d'oro  giallissimo:  egli  avea  6  gradini: 
la  sommità  del  trono  era  rotonda  dalla 
parie  di  dietro;  e  due  bracci,  uno  di  qua 
ed  uno  di  là,  tenevano  la  sedia:  e  due  leo- 
ni stavano  presso  all'uno  e  all'altro  brac- 
cio. E12  piccoli  leoni  stavano  sopra  i  6 
gradini  da  una  parte  e  dall'altra:  non  fu 
fatta  mai  opera  tale  in  verun  altro  re- 
gno ".  Gli  scrittori  arabi  raccontarono 
mille  meraviglie  favolose  sul  trono  di  Sa- 
lomone. Pretendono  che  gli  uccelli  inces- 
santemente svolazzassero  su  quel  trono, 
mentre  quel  re  di  Giuda  e  d'Israele  era- 
vi  assiso,  per  procurargli  dell'ombra.  Al- 
la destra  era  n  vi  12,000  sedie  d'oro  pei 
patriarchi  e  pe'  profeti ,  e  alla  sinistra 
12,000  d'argento  pe' saggi  e  pe' dottori 
chea'di  lui  giudizi  assistevano.  Inoltre  si 


T  II  O 

ha  dalla  s.  Scrittura,  che  gli  ebrei  gì  uva* 
vano  talvolta  per  il  trono  di  Dio;  ma  il 
Salvatore  proibisce  questa  sorte  di  giu- 
ramenti. Parlasi  del  trono  del  Figlio  di 
Dio  alla  destra  di  suo  Padre,  nell'episto- 
la agli  ebrei,  e  nell'Apocalisse:  de'  troni 
che  Gesù  Cristo  promette  a'suoi  aposto- 
li, nell'Evangelo  di  s.  Luca;  di  quelli  dei 
24  vecchi  nell'Apocalisse;  e  di  quello  di 
Dio  nel  giorno  del  finale  giudizio  degli 
nomini  ,  in  Daniele.  Trono  con  baldac- 
chino è  chiamalo  il  Tabernacolo  della 
ss.  Eucaristia  (V.).  La  B.  Vergine  Re- 
gina (F.)  del  cielo,  degli  Angeli,  Aposto- 
li, Patriarchi,  Profeti,  Martiri, Confesso- 
ri, Vergini  e  d'Ognissanti,  si  rappresen- 
ta sedente  sul  trono  col  Bambino  Gesù, 
attorniata  dagliAngelioda'Santi.  Il  Huo- 
tmrvol\tOsservazioni  sopra  tre Dittician- 
tichi  d' avorio ,  illustrando  quello  espri- 
mente la  Madre  di  Dio  collocata  a  sede- 
re in  un  trono,  dice  chesono  collocati  due 
Cherubini,  per  denotare  la  consuitanzia- 
lità del  Verbo,  e  che  in  Gesù  Cristo,  te- 
nuto dalla  Madre,  unita  è  ipostatica  men- 
te la  natura  umana  alla  divina,  e  che  ad 
esso  si  convengono  gli  onori  come  a  Dio, 
e  il  corteggio  de'Cherubini.Dice  ancora, 
che  si  costumò  in  modo  speciale  di  dipin- 
gere l'immagine  di  Maria  col  suo  divin 
Figlio,  per  ammaestrare  nella  dottrina 
cattolica  il  popolo, contro  l'eresia  et  Ne- 
sloriani  (T  .),  che  empiamente  ponendo 
in  Cristo  due  persone,  negarono  alla  Ver- 
gine il  bel  titolo  di  Madre  di  Dio.  Il  ve- 
scovo Sarnelli,  Leti,  ecclesia  sii che ,  t.  9, 
lett.  12:  La  tergine  ss.  ab  antico  dipin- 
ta col  suo  divinissimo  Figlio  ih  braccio, 
e  ciò  sostiene  prima  e  non  già  dopo  il  con- 
cilio d'Efeso  tenuto  nel  43»,  nel  quale 
fu  dichiarata  Theocolos  ,  cioè  Deipara, 
ossia  Madre  di  Dio.  Paragona  il  Irono 
di  Salomone  alla  B.  Vergine  con  erudi- 
te spiegazioni,  e  come  trono  di  Dio  lo  ri- 
conoscono tutti  i  Santi  del  cielo.  Leonar- 
do Adami  nella  rislampacon  noledel#/Vj- 
rio  sagro  del  gesuita  Mazzolali  o  Parte- 
ndo, t.  3,  p.  247,  pai  la  de'troni  della  Ma- 


T  R  O 

donna.  Egli  dice,  non  v'ha  dubbio,  che 
per  la  disciplina  dell'  Arcano,  di  cui  ri- 
parlai nel  vol.LXlV,  p.  28  r,  esattamen- 
te osservata  dalla  Chiesa  ne'  primi  3  se- 
coli singolarmente  dell'era  cristiana,  sia 
vero  quanto  sostiene  il  Tommasino  nel 
suo  trattato  De  Feslis,  lib.  2,  cap.  20.n.° 
io,  che  dopo  il  concilio  d'Efeso,  cioè  nel 
secolo  V  e  nel  VI,  molto  dilatossi  il  culto 
di  Maria  ss.,  ecominciò  tra'cristiani  a  par- 
larsene liberamente  ,  ed  a  dedicarsi  dei 
templi,  nondimeno  trattandosi  dell'inter- 
no de'fedeli,  i  più  antichi  loro  monumen- 
ti ce  l'esibiscono  con  tulli  que'caratteri  e 
que'distinlivi,  che  si  con  vengono  alla  Ma- 
dre d'un  Dio,  e  che  in  quelli  i  quali  o  l'e- 
spressero o  l'ordinarono,  non  sono  figli 
che  d'un  profondo  culto  e  d'una  filiale 
divo/ione.  Tanto  nelle  pitture  cimiteria- 
li, che  ne'sarcofogi,  la  lì.  Vergine  è  quu- 
si  sempre  rappresentata  a  sedere  in  quelle 
sedie,  che  dissero  i  nostri  maggiori  Theo- 
nus,  e  sono  aliai  lo  simili  alle  cattedre  dei 
vescovi,  delti  perciò  Sacerdoti  deli?  tro- 
no, laddove  gli  altri  prelati,  come  rica- 
vasi dalla  lettera  di  Costantino  I  a  de- 
sto Ili  vescovo  di  Siracusa,  presso  Eu- 
sebio, Jslor.  Eccl.  I.  6, e.  5,  nell'invitai  lo 
a  portarsi  al  concilio  d'Arles,  furono  delti 
Sacerdoti  del  i.°  Irono  (quantunque  av- 
verte il  Bingham,  Orìgines  et  aniiq. Ec- 
cles.ì.  3,p.  1 18,  che  il  p.  Carlo  di  s.  Pao- 
lo, Geograph.  sac.  p.  44>  fibbia  pensato, 
che  per  troni  secondi  debbansi  intende- 
re i  vescovi  suffragane-!  di  desto  HPch'e- 
gli  perciò  vuol  riconoscere  per  metropo- 
litano. Ma  oltreché  tale  dignità  il  vesco- 
vo di  Siracusa  ricevè  assai  più  tardi ,  il 
comune  parere  degli  eruditi  di  sagre  an- 
tichità si  è,  che  siccome  sui  secondi  troni 
sedevano  i  preti,  cos'i  non  devono  inten- 
dersi per  vescovi).  Erano  queste  sedie  te- 
nute in  alto  pregio,  né  davansi  ordina- 
riamente che  agl'imperatori 
che  ne'rovesri  delle  medaglie 
sfe  veggonsi  i  genii  e  le  fortune  che  siedo- 
no sopra  quelle  sedie,  che  diconsi  da  Fe- 
sto  Siliqnastre ,  maestose  ceilamenle  di 


...iperaton  romani,  poi- 
ché ne'rovesri  delle  medaglie  delle  Augu- 


T  I\  O  f)() 

spalliera,  e  cogli  appoggi  laterali  incava- 
ti, ma  non  tanto  quanto  quelle  dette  tro- 
ni. In  fatti  Igino,  De  éign.  coelest.  cap.  <), 
attribuisce  il  siliquastro  a  Cassiopea, del 
qua!  genere  di  sedie  parlando  il  Casan- 
bono  dice,  che  nsavansi  dalle  dorme  stan- 
do  in  casa,  in  occasione  però  di  qualche 
straordinaria  comparsa,  giacché  riferisce 
Arnobio,  lib.  2,  p.  76,  che  nelle  dome- 
stiche loro  funzioni  usavano  d'un' altra 
sedia  propria  egualmente  del  loro  solo 
sesso,  detta  arquata.  Nel  sarcofago  tro- 
vato nel  cimiterio  di  s.  Agnese,  si  vede  lo 
B.  Vergine  seduta  in  un  siliquastro.  Del 
resto  è  sempre  seduta  ne'troni,  anzi  nei 
monumenti  di  minor  antichità  sono  a- 
dorni  di  gioie  e  di  borchie  d'oro;  non 
hanno  però  ne  suppedaneo, né  scalini.  Le 
sue  vesti  tutte  sono  maestose,  e  ricche  di 
roba  ,  mai  però  non  hanno  lo  strascico 
tanto  riprovato  da' ss.  Padri.  Il  pallio  le 
cuopre  la  testa,  e  maestosamente  le  tor- 
na sulle  spalle  e  <ul  petto,  essendo  que- 
sta veste,  secondo  s.  Girolamo,  un  distili- 
tivo  delle  donne  cristiane  più  pudiche  e 
oneste.  Ne'musaici  è  sempre  assistita  da 
più  Angeli,  che  le  fanno  corte,  come  a  lo- 
ro Regina,  e  sono  d'intorno  alla  sua  testa 
le  nuvole,  segno  ne'monumenti  ecclesia  - 
stici  ,  dopo  il  Salvatore  non  ad  altri  ac- 
cordalo. Si  osserva  che  nienle  mai  noti 
ha  delle  donne  ebree,  tranne  alcune  mi- 
niature del  codice  antico  della  Genesi  con- 
servato nel  Valicano, ed  i  bassorilievi  del 
dittico  di  Piambona,  ne'quali  ha  in  capo 
un  velo  o  panno  bene  accosto  e  stretto  al 
viso,  solito  modo  delle  donne  ebree,  che 
ritennero  almeno  per  qualche  tempo  lo 
stesso  costume,  anche  dopo  la  dispersio- 
ne di  loro  gente,  al  dire  di  Tertulliano, 
De  coron.  cap.  4.  Nella  Dissertazione  f).' 
del  Mondelli:  Sopra  la  decorosa  custo- 
dia in  che  teneva  usi  i  sagri  librile  la  poni- 
pa  con  cui  al  popolo  leggevasi  massima- 
mente  /' Evangelo,  ragiona  del  culto  solen- 
nemente prestato  al  codice  de'sagrosan ti 
Evangeli  nelle  pubbliche  generali  ariti- 
uanzedella  Chiesa.  Si  vide  di  ricchi  arazzi 


ioo  TRO 

ibi  iiito  e  collocato  sotto  maestoso  trono 
nel  concilio  di  JYicea  I  e  primo  geni  tale, 
celebratone!  325.  ì  enerandum  cnim  E- 
vangelium  in  sacro  Throno  collocatimi 
erat,  i Ila J tantum  sanctorum  sacerdotum 
auribus  insinuatis  :  Juslum  jiulicium  fu- 
dicale.  Altrettanto  fu  praticato  ne'con- 
cilii  d'Efeso,  di  Calcedonia  e  di  Coslan- 
imopoli\'m  quello  di  Nicta  77,  del  quale 
scrisse  Tarasio  patriarca  di  Costantino- 
poli a  Papa  Adriano  I:  Curii  onines  sedis- 
semus,  capitlfecimus  Chrislum.  Jacehal 
aulem  insacco  Throno  Evangelium  san- 
ctuniy  contestans  vobis  omnibus  sacralis 
viris,  qui  com'cncramus  :  Jiulicium  ju- 
stum  jitdicale.  E  finalmente  nel  concilio 
IV  di  Costantinopoli  furono  eziandio  in- 
nalzali sul  trono  I*  Evangelo  e  la  Croce 
vera.  Questa  pratica  tenuta   inviolabil- 
mente ne'sinodi  orientali,  fu  dagli  occi' 
dentali  ancora  eseguita  ne'concilii  di  s. 
Martino  I, di  s.Zaccaria,di  Giovanni  XIII 
e  di  Eugenio  IV.  In  alcune  cinese,  come 
nella  cattedrale  di  Faremo^ anticamente 
a'Iati  della  mensa  dell'altare  si  poneva- 
no due  Tabernacoli  (P.)t  in  uno  conser- 
Tavasi  la  ss.  Eucaristia,  nell'altro  il  libro 
degli  Evangeli.  Dall'idea  simbolica  di  di- 
gnità e  di  potere  die  si  attaccava  a' tro- 
ni,furono  condotti  gli  antichi  ad  assegna- 
le anche  alle  false  divinità  de'troni,  laon- 
de divennero  ben  presto  un  simbolo  rap- 
presentativo del  nume,in  luogo  del  nume 
stesso,  con  ispeciali  attributi;  poiché  u- 
sarono  di  dedicare  de'nobili  sedili  o  tro- 
ni a'Ioro  numi  e  di  arricchirli  d' intagli 
sovente  relativi  agli  attributi  del  nume  a 
cui  li  consagravano.  E  menzione  di  simili 
troni  vuoti  presso  gli  antichi  scrittori;  al- 
cuni vedonsi  rappresentati  sulle  medaglie, 
nelle  pitture  antiche,  e  principalmente  ne' 
bassorilievi.  Si  fecero  troni  d'oro,  d'ar- 
gento, d'avorio  e  d'altre  materie  prezio- 
se, le  di  cui  forme  però,  quali  si  ravvi- 
sano negli  antichi  monumenti,  non  sono 
elegantissime.  In  Olimpia,  già  la  piti  ce- 
lebre città  di  Grecia  nella  Trifilia  o  E- 
lide,per  la  solennità  de'famosi  giuochi  che 


TRO 
ne  presero  il  nome  e  mimarono  col  prin- 
cipio YEra  delle  Olimpiadi  (Z7.).  In  essa 
il  tempio  di  GioveOlimpico  superava  tutti 
glialtri  in  bellezza, e  la  Statua  (/7.),chedi 
quel  nume  vi  si  vedeva, era  il  più  magni- 
fico lavoro  di  Fidia,  nativo  di  questa  città, 
primo  scultore  che  abbia  vantato  la  Gre- 
cia. La  statua  di  quel  padre  de'  finti  Dei 
era  talmente  meravigliosa,  che  reputa- 
taci sommamente  sfortunati  coloro  che 
morivano  senz'averla  veduta.  Il  Dio  vi  e- 
ra  rappresentato  assiso  sul  trono  tutto  d'o- 
ro e  di  gemme  risplendente;  non  vi  man- 
cavano e  1'  avorio  e  l'ebano,  ed  era  ador- 
no d'alcune  figure  rappresentanti  diversi 
animali;  vi  si  vedevano  altresì  varie  pic- 
cole statue.  I  piedi  della  sedia  portavano 
4  Vittorie  in  atteggiamento  di  danza  :  so- 
pra ciascuno  de'piedi  anteriori  si  vedeva 
un  giovane  tebano  rapilo  da  una  Sfinge; 
al  di  sotto  di  que'mostri  stavano  Apollo 
e  Diana,  mentre  co'loro  dardi  trafigge- 
vano i  figli  di  Niobe.  I  piedi  erano  uniti 
di  /flavole  traversali;  sulla  tavola  di  fronte 
si  vedeano  alcune  figure  rappresentanti, 
secondo  l'aulica  usanza, gli  atletici  arrin- 
ghi; il  giovane  che  d'un  nastro  si  cinge- 
va il  ca pò, credevasi  essere  Panturco  eleo, 
il  quale  neH'8o.a01impiade,  alla  lotta  de' 
giovani  fu  vincitore:  sulle  altre  tavole  e- 
rano  effigiati  i  compagni  d'Ercole,  mei)  - 
tre  combattevano  contro  le  Amazzoni.  Il 
soglio  non  era  sostenuto  da  f\  piedi  sol- 
tanto, ma  fra  quelli  sorgevano  alcune  co- 
lónne d'egualegrandezza;la  parte  del  pa- 
rapetto verso  la  porta  non  era  dipinta  che 
d'un  semplice  azzurro;  negli  altri  lati  scor- 
gevansi  le  pitture  di  Paneno,  fra  le  quali 
rimarca  vasi  Atlante  che  il  cielo  e  la  terra 
sosteneva,  cui  Ercole  assisteva  come  per 
sollevarlo  dal  peso.  Eravi  Teseo  con  Pi- 
)  itoo;  le  immagini  dell'antica  Grecia  e  di 
Salamina;  il  combattimento  d'Ercole  col 
JNemeo  Leone;  Cassandra  ed  Aiace;  Ip- 
podamia  figlia  d'Enomaco;  Prometeo  in- 
catenato, ed  Ercole  che  lo  guardava  ;  e 
finalmente  la  moribonda  Pentesilea  con 
Achille  che  la  sostiene;  e  due  Esperidi  col- 


T  R  O 

le  poma,  la  cui  custodia  era  stata  loro  af- 
fidata. Alla  sommità  del  trono  e  sulla  le- 
sta del  nume  ,  il  rinomato  artefice  pose 
da  una  parte  le  3  Grazie  e  dall'altra  le 
3  Ore,  siccome  anch'esse  figlie  di  Giove; 
nella  base  che  slava  sotto  i  piedi  del  nu- 
me eranvi  de'  leoni  d'oro,  fra'  quali  era 
scolpita  la  pugna  di  Teseo  contro  le  A- 
inazzoni;  sul  piedistallo  che  tutta  la  gran 
mole  sosteneva,  vedeausi  altri  emblemi 
d'oro  quasi  a  compimento  di  sì  mirabii 
opera;  vi  si  scorgeva  il  Sole  in  atto  d'a- 
scendere sul  suo  carro,  poscia  Giove  e  la 
sua  moglie  Giunone;  vicina  eravi  una 
Grazia,  cui  porgeva  la  mano  Mercurio  ; 
Vesta  la  presentava  a  quest'ultimo;  dopo 
veniva  Amore  in  atto  d'accoglier  lama- 
die  Vrenere  che  usciva  dal  mare,  ed  alla 
quale  presentava  una  cotona  la  dea  della 
Persuasione  :  vi  erano  eziandio  Apollo, 
con  Diana, Minerva  ed  Ercole;  nella  parte 
piìi  bassa  stavano  AnfitriteeNettuno.il 
trono  di  Bacco  nel  Museo  Pio-Clementi- 
no,  è  un  grandioso  marmoreo  sedile,  i  cui 
appoggiatoio  bracciuoli  formatisi  da  due 
simboliche  chimere,  la  cui  testa  è  un  mi- 
sto di  pantera  e  di  capro  selvaggio,  col 
corpo  di  pantera  alato.  Quindi  gl'intagli 
che  lo  fregiano  rappresentano  emblemi 
bacchici,  tralci  di  vite,  pampini,  grappoli 
di  uve,  fiondi  e  corimbi  d'edere,  timpa- 
ni e  lire,  strumenti  usitali  ne'baccanali. 
Una  gran  nebride,  o  pelle  di  cavriolo  ser- 
ve a  parare  la  spalliera  del  Irono,  e  le  pi- 
ne solile  terminare  la  sommità  de'  tirsi, 
ornano  qui  come  pomi  le  sommila  delle 
due  colonne  quadre  della  spalliera.  Sot- 
to il  sedile  è  intagliato  un  vaso  avente 
per  manichi  due  pantere.  Di  qua  e  di  là 
sono  state  inserite  due  maschere  antiche, 
una  è  di  Pane,  e  posa  su  d'una  siringa, 
l'altra  d'un  Fauno  marino  o  Tritone  con 
pinne  alle  mascelle,  e  sotto  vi  sono  scol- 
pite le  onde  del  mare.  Le  Sfingi  essendo 
divenute  presso  gli  antichi  uno  degli  or- 
namenti più  usilati  defedili  delle  divini- 
tà, immagini  di  questo  animale  simboli- 
co, che  le  urti  greche  aveauo  tolto  dall'e- 


TRO  roi 

giziana  mitologia,  modificato  e  abbelli- 
to, servirono  a  decorare  il  trono  di  Giove 
in  Olimpia,  e  quello  immenso  d'Apollo 
in  A  micia  nella  Laconia  eseguito  da  Ba- 
ticle  e  coperto  di  gran  numero  di  scultu- 
re; e  vedonsi  poste  a  sostenere  de'  brac- 
ciuoli di  maestosi  sedili  dove  Minerva  è 
assisa  in  antiche  medaglie,  e  Cerere  in  an- 
tiche gemme.  Le  Sfingi,  animali  allegori- 
ci, divenute  simboli  di  misteri,  fu  credu- 
to proprio  per  tale  allusione  adornare  il 
trono  di  Cerere,  dea  a  cui  si  attribuì  l'i- 
stituzione de'inisteri  Eleusini.  Con  esse  è 
un  suo  trouo  marmoreo  del  suddetto  Mu- 
seo, ove  è  pure  scolpita  da  un  lato  la  fal- 
ce de'mietitori,  istrumento  sagro  alla  Dea 
frugifera;  dall'altro  un  volume,  attribu- 
to della  Dea  legifera,  e  iudicante  quello 
che  conteneva  i  riti  arcani  de'misteri,  o 
quello  delle  prime  leggi  della  società  ci- 
vile fondate  in  gran  parte  sull'agricoltu- 
ra. Le  colonne  della  spalliera  rappresen- 
tano le  faci  che  Cerere  accese  ne'  fuochi 
dell'Etna,  vulcano  di  Sicilia,  per  andar 
in  cerca  della  rapita  figlia  Proserpina,e 
le  loro  fiammelle  servono  di  pomi.  I  ser- 
penti alati  che  tiravano  il  carro  della  Dea, 
sono  scolpiti  a  bassorilievo  sulla  spalliera 
stessa  :  le  spiche  e  i  papaveri  cereali  sono 
intagliati  a  fregiare  le  altre  parti  del  tro- 
no. Dice  il  Buonarroti,  nell'O sservazio- 
ni  sopra  i  vasi  di  vetro,  che  anco  presso 
gli  egizi  il  trouo  fu  simbolo  del  regno  e 
della  podestà,  onde  Tolomeo  Evergete  e- 
resse  nella  città  d'Adule,  porto  degli  A- 
xumiti  nel  mare  Rosso,  un  trono  grande 
di  marmo  in  cui  erano  descritte  le  sue  a- 
zioni  e  le  sue  vittorie  ;  e  che  gli  antichi 
gentili  per  esprimere  la  podestà  de'loro 
falsi  Dei,  figurarono  simili  troni,  ponen- 
dovi sopra  qualche  insegna  di  quel  Dio,  la 
cui  maestà  volevano  rappresentare,  Giu- 
none presso  Omero  venendo  chiamata 
dall'aureo  trono.  Illustrando  il  Buonar- 
roti, neil'  Osservazioni  sopra  i  meda" 
glio/ù  antichi,  quello  di  Commodo,  os- 
serva il  panchetto  o  predellino  sul  quale 
posa  i  piedi  la  Roma,  vedendolo  ancora 


102  TUO 

in  nitro  e  poi  sotto  i  piedi  di  Gordiano 
e  d'Otacilia,  si  vede  che  quello  é  un  ono- 
re particolare  degli  Dei  e  delle  persone 
illustri; così  Pausania  riferisce  che  ilGio- 
ve  Olimpio  avea  sotto  i  piedi  una  simile 
base;  una  ne  descrive  parimenti  sotto  i 
piedi  de'simulacri  della  dea  Era,  e  Ce- 
rere fuori  del  tempio  di  quella,  ch'era 
lontano  da  Acacesio  4-  stadi,  dicendo  che 
il  trono  dove  seggono  e  il  panchetto,  ch'è 
sotto  i  piedi,  era  lutto  d'una  sola  e  me- 
desima pietra.  Omero  descrive  col  pan- 
chetto o  predellino  le  sedie  più  belle  per 
le  persone  di  qualità,  come  quelle  d'Ele- 
na  e  d'  Ulisse,  chiamando  quest'  ultima 
sedia  come  più  nobile  trono.  Indi  Buo- 
narroti cita  gli  scrittori  che  fecero  osser- 
vazioni sulle  predelle  de'troni,  e  il  Chi- 
meutelli,  De  honore  Bisellii,  che  le  dice 
proprie  delle  persone  illustri,  onde  Dio 
appresso  David:  Donec ponam  inimicos 
tuus  tcabellum  pedum  tuorum.  11  trono 
di  Toante  re  di  Lenno,  padre  d'Iperme- 
stra,era  pure  di  pietra, In  Aquisgranacva 
l'orci  trono  dell' Imperatore  d'occidente, 
nella  qual  città  si  faceva  la  suai.*Co/o- 
nazionc,  ed  all'elettore  arcivescovo  diCo- 
Ionia  spetta  va  collocarlo  sul  trono,  in  det- 
ta coronazione,  imperocché  nella  solenne 
Coronazione  dell' Imperatore  [V.)  che 
facevasi  dal  Papa,  a  questi  apparteneva 
d'intronizzarlo;  cosi  nella  Coronazione 
de*  Re  (T.).  Però  gl'Imperatori  ed  i  Re 
(F.)  riceveano  la  corona  genuflessi  sul 
tronodelPapa,il  quale  stando  egualmen- 
te sul  proprio  trono,  eseguì  la  coronazio- 
ne d'altri  principi,  come  pure  del  gran- 
duca di  Toscana  (F.).  Ordinariamente 
i  sovrani  ricevono  la  Corona  sul  proprio 
trono.  Di  queste  coronazioni  ragionai  ne- 
gli articoli  eziandio de'i ispettivi  stati, col- 
le speciali  cereojonie  e  solennità  proprie 
di  ciascuno.  Intronizzazione  dicesi  pro- 
priamente il  collocamento  nel  trono  o 
nella  Cattedra  vescovile  (V.)&X\  antichi 
re  di  Francia  tenevano  il  letto  di  giu- 
stizia, allorché  i  parlamenti  o  le  assem- 
blee delle  uazioni  teuevausi  neli'  aperte 


TUO 

campagne;  il  re  vi  sedeva  sopra  un  trono 
d'oro  o  dorato;  itti  dopo  che  il  parlamen- 
to cominciò  a  tenere  le  sue  sedute  nel- 
l'interno d'un  palazzo,  a  quel  trono  d'o- 
ro si  sostituirono  vari  cuscini  con  un  bal- 
dacchino al  di  sopra,  e  siccome  nell'an- 
tico linguaggio  una  sedia  coperta  da  un 
baldacchino  chiamavasi  Letto  ,  si  diede 
il  nome  di  Letto  di  giustizia  al  trono  sul 
quale  il  re  sedeva  nel  parlamento.  In  ap- 
presso nominossi  letto  di  giustizia  anche 
una  seduta  o  una  riunione  solenne,  nel- 
la quale  il  re  assisteva  al  parlamento  per 
deliberarvi  sopra  gli  all'ari  importanti 
dello  stato.  Que'lelti  di  giustizia  succes- 
sero adunque  a  quelle  assemblee  generali 
the  anticamente  si  tenevano  nel  mese  di 
marzo,  e  poscia  nel  mese  di  maggio,  don- 
de vennero  i  nomi  di  campo  di  marzo  e 
di  campo  di  maggio. 

11  trono  dato  agli  Apostoli,  e  dipoi  ai 
Vescovi  loro  successori,  dice  il  Buonar- 
roti, lignifica  la  facoltà  d'insegnare  la  leg- 
ge al  popolo,  e  ciò  per  una  imitazione  di 
Gesù  Cristo,  il  quale  sedendo  insegnò, co- 
me riferisce  s.  Matteo,  e.  5;  onde  s.  Ago- 
stino, De  Serm.  Doni,  1. 1,  disse:  Sederti 
autem  Domiuus  docci,  quo  deperti  net  ad 
magisterii  dignità  temj  siccome  ancora 
denotava,  come  vuole  s.  Urbano  1  Papa 
del  226,  riferito  da  Burcardo,  1.  2,  e.  1  o, 
specu  laliou  em ,  e  tpo  tes  ta  te  ni  judiean  di, 
soh'endi^atque  ligandi,  onde  sono  chia- 
mati ancora  Tribunali (V.),  allorché  de- 
cretò che  le  Sedie  de'vescovi  fossero  al- 
zale e  ornale  a  guisa  di  trono.  Può  anco 
essere  un  simbolo  dell'onore  promesso  da 
Cristo  agli  Apostoli  di  sedere  nel  giudizio 
universale,  e  di  giudicare  le  12  Tribù  lY[- 
irtele.  Narra  inoltre  il  Buonarroti,  i  1 1  li r 
girando  imi  monumento  che  rappresenta 
i  ss.  Pietro  e  Paolo  sedenti  su  due  troni 
in  segno  del  Sacerdozio,  essere  stali  so- 
liti gli  Apostoli  e  gli  antichi  vescovi,  nel- 
le sagre  funzioni,  dì  sedere  sopra  un  tro- 
no o  cattedra  distinta,  adattata  però  alla 
povertà  professala  da'primi  fedeli.  Quin- 
di eolie  Eusebio,  Istor.  Eccl.  1.  7,0.19 


T  II  O 

e  32,  racconta  come  ancora  ne'tem  pi  suoi 
era  in  Gerusalemme  custodito  e  tenuto  in 
gran  venerazione  il  trono  adoperato  ti  a 
s.  Giacomo  il  Minore  apostolo,  l  ."vescovo 
di  quella  città  (fallo  dopo  l'Ascensione  da 
6.  Pietro);  e  che  nella  chiesa  di  Alessan- 
dria si  conservava  con  gran  religiosità  la 
cattedra  di  s.  Marco,  si  deduce  dagli  atti 
della  passione  di  s*  Pietro  Alessandrino, 
uno  de'successori  del  medesimo  in  quel- 
la chiesa  palliai  caie;  e  si  ha  parimenti  da 
una  continua  tradizione,  che  la  Cattedra 
dis.  Pietro  (F.)  si  conserva  in  Roma  nel- 
la Chiesa  di  s.  Pietro  in  Faticano  {V.), 
6ulla  quale  anticamente  s'intronizzavano 
i  Papi  di  lui  successori;  e  che  generalmen- 
te tutte  le  chiese  apostoliche  avessero  par- 
ticola!- cura  di  custodire  le  cattedre  degli 
Apostuli  lo  teslificaTertulliano,  fiorito  nel 
Jl  secolo,  De  Praescript.  e.  36.  Quau- 
do  poi  i  cristiani  per  la  condiscendenza 
d'alcuni  imperatori,  e  specialmente  dopo 
la  pace  conceduta  alla  Chiesa  sul  comin- 
ciar del  IV  secolo  da  Costantino  I,  pote- 
rono liberamente  edificare  dei  Templi 
(F.),  furono  quote  cattedre  o  troni  col- 
locati in  cima  della  Tribuna  (F.)  delle 
Chiese,  e  nel  mezzo  delle  medesime  tri- 
bune alquanto  più  alti  de'  muriccioli,  o 
sedili  o  Stalli  (Z7.)  che  li  circondavano, 
fatti  pel  Presbiterio  ( F.)  de'preti,  i  qua- 
li perciò  nella  summenlovata  lettera  di 
Costantino  1  sono  chiamati  Sacerdotidel 
i.°  trono,  dicendo  a  Gesto  111  che  seco 
conducesse  due  de* suoi  preti,  adjunclis 
libi  duobus  Secundi  Throni,  nella  ma- 
niera stessa  che  si  dissero  Sacerdoti  del 
2.°  ordine,  da  s.  Ambrogio  e  da  s.  Ago- 
stino. Aveano  questi  troni  uè' primi  tem- 
pi un  sul  gradino o  pochi  più,  comedimo- 
strano  alcuni  dell'antiche  chiese  di  Roma, 
il  che  viene  confermato  dall'avere  i  vesco- 
vi del  concilio  d'Antiochia,  presso  Euse- 
bio, I.  j,  e.  3  (a  questi  alti  troni  allude  s, 
Gregorio  JNisseuonell'  Orazione  del  gior- 
no de' lumi  e  battesimo  di  JY.  S.,  t.  3,  p. 
367),  nella  loro  lettera  sinodale,  taccia- 
lo Paolo  di  Samosata  d'essersi  eretto  in 


TRO  10Ì 

chiesa  un  trono  mollo  sublime.  Comin- 
ciarono poscia  a  costumarsi  le  cattedre  di 
moltissimi  gradi,  dette  perciò  gradale  da 
s.  Agostino  neìì'Epist,  2o3  ad  Maximi- 
num;  e  si  cava  pure  da  Sulpizio  Severo, 
Dial.  2  de  Virtutib.  s.  Martini,  dove  par- 
la della  modestia  di  quel  sauto,  quando 
stava  in  chiesa  assistendo  allefunzioni  ec- 
clesiastiche. Nel  cimiterio  di  s.  Ermete  di 
Roma  in  una  pittura, dove  paresia  espres- 
sa unasagra  Ordinazione,^  vedeun  tro- 
no umlto  alto.  E  non  solamente  s'iucou- 
trauo  di  queste  cattedre  in  Roma  nelle 
chiese  antiche,  esposte  alla  pubblica  vi- 
sta, e  l'enumerai  a  Sedia,  precisamente 
nel  voi.  LXIII,  p.  189  094,  ma  ve  se  ne 
trasportarono  ancora  delle  bellissime  di 
porfido  prese  dagli  antichi  bagni,  dette 
per  una  certa  vulgare  tradizione  Sedie 
(/■*.)  Stercorarie,  ma  se  ne  trovano  pu- 
re dell'antiche  nelle  stanze  de' cimiteri, 
per  uso  de' ss.  Pontefici  quando  vi  cele- 
bravano i  divini  sagrifizi,  specialmente  in 
tempo  di  persecuzione,  ed  in  una  di  que- 
stefu  martirizzato  nel  260  il  Papas.  Ste- 
fano I,  la  quale  ora  si  venera  in  Pisa  nel- 
la chiesa  dell'ordine  di  s.  Stefano  I (F.), 
nel  suo  magnifico  altare.  Ed  era  così  gran- 
de la  venerazione  che  gli  antichi  cristia- 
ni aveano  a  queste  cattedre  o  troni  epi- 
scopali, che  solevano  adornarle  di  panni 
preziosi,  anticamente  chiamali  Feli(F.), 
il  che  ricordai  nel  voi.  X,  p.  264.  Inol- 
tre il  Buonarroti  nelle  ricordale  Osser- 
vazioni sui  Dittici,  rimarcò  che  la  Ma- 
dre di  Dio  sedente  in  trono  invece  del 
panchetto  o  predella,  solita  aggiunta,  an- 
zi parte  de' troni,  tiene  i  piedi  sopra  un 
guanciale  o  cuscino, adornato  e  guarnito; 
poiché  si  era  forse  di  già  introdotto  l'u- 
so di  questo  cuscino  in  vece  di  suppeda- 
neo o  predelia  a'troniealle  sedie  de'prin- 
cipi.  Un  tal  cuscino,  sotto  i  piedi  l'ha  la 
figura  di  Baldovino  I,  nel  1  204  eletto  im- 
peratore latino  di  Costantinopoli, nel  sigil- 
lo d'un  suo  diploma  riportato  dal  Du  Gan- 
ge nelle  Famiglie  Bizantine,  p.  216,  il 
quale  uel  trattato  delle  Monete,  lav.  fc», 


k>4  TUO 

ii.°  8,  inserì  mu  pittura  greca  presa  dal 
museo  di  s.  Genovdla,  nella  quale  il  Sal- 
vitele sedente  iu  trono,  per  maggior  o- 
norevolezzu  ,  posa  i  piedi  sopra  uno  di 
questi  guanciali.  De'medesimi  gl'impera- 
tori greci  se  uè  doveauo  servire  in  certe 
occasioni,  non  solo  in  atto  di  sedere,  ina 
anco  quando  stavano  in  piedi,  ritraendo- 
si ciò  da  alcune  ligure  rappresentanti  in», 
peratori  di  Costantinopoli,  portate  nelle 
delle  Famiglie  Bizantine;  e  tal  guancia- 
le par  die  fosse  quello,  die  secondo  Co- 
dino, Degli  0//ìcii,c.  7,  n.°32,  era  te- 
nuto ferino  da  un  giovanetto  ad  elicilo 
che  l'imperatore  ? i  potesse  star  sopra  si- 
curo, quando  ne'eoiivili  solenni  alia  fine 
della  tavola  il  sovrano  li  rizzava  iu  pie* 
di  al  comparire  il  pane  benedetto ,  por- 
talo dal  Domestico  (fr>)>  che  i  greci  chia- 
mavano panagia.  Apprendo  dalla  Noti- 
zia de'  vocaboli  ecclesia stiei  del  Magri, 
che  il  lilolo  di  Panagia  fu  dato  dalla  chie- 
sa greca  alla  B.  Vergine,  che  significa  san- 
ata tota  sancta,  Santissima,  per  la  se- 
guente origine.  Gli  Apostoli  dopo  l'Ascen- 
sione, sedendo  a  tavola  costumavano  la- 
sciare uu  luogo  vuoto  pel  Salvatore  loro 
maestro,  ponendovi  un  guauciale,  sopra 
del  quale  posavano  parte  del  pane  che 
mangiavano.  Finita  poi  la  mensa  piglia- 
vano quel  pane,  sollevandolo  iu  alto  e  re- 
citando alcune  orazioni  in  rendimento  di 
grazie,  il  qual  pio  e  santo  costume  con- 
tinuarono divisi  pel  mondo  a  predicare 
il  Vangelo.  Congregali  poi  miracolosa- 
mente nella  morte  della  Vergine,  e  fini- 
te l'esequie,  mentre  nel  3.°  giorno  rende- 
vano dopo  il  cibo  le  consuete  grazie  col 
pane  sollevalo,apparvelorola  gloriosissi- 
ma Vergine  in  alia  circondala  i\a  cori 
d'Angelici,  che  con  sembiante  piacevole 
li  salutò,  pel  quale  spettacolo  attoniti  gli 
A  postoli,  invece  di  recitare  le  solite  ora- 
zioni di  rendimento  di  grazie,  esclama- 
rono: Panagia  Deipara  adjuva.nos.  Ri- 
tornando poi  al  sepolcro,  e  non  ritrovan- 
do il  sagro  corpo,  si  certificarono  ,  che 
ti ioulaute  se  uè  IbsàC  salila  al  ciclo  iu  tui- 


T  11  O 
pò  eiu  anima.  Da  questo  ebbe  origine  non 

solamente  il  titolo  di  Panagia  dato  alla 
Vergine,  ma  anco  il  chiamarsi  col  mille- 
simo nome  il  pane  col  quale  al/.ato  in  al- 
to sogliono  i  monaci  greci,  a  imitazione 
degli  A  postoli, rendere  le  grazie  dopo  il  ri- 
storo del  corpo,  il  quale  pane  benedetto 
poi  dividono  tra  di  loro,  ed  il  vaso  in  cui 
si  pone  tal  pane  chiamasi  Panagia  riunì. 
Da  ciò  nacque  l'errore  di  Meursio,  il  qua- 
le disse  che  Panagia  significa  pane  san- 
to, fondandosi  sopra  la  cereinouia  del  reo- 
dimenio  di  grazie,  delia  quale  ragiona  il 
Codino,  trattando  della  mensa  imperia- 
le. Porro  praefectus  mensae  acceptiun 
panagiarium  mensae  imponi  t,et  elevans 
pana  giani  dat  Ulani  Domestico  mensae, 
ille  Magno  domestico ,  hic  Imperatori, 
et  q unni  prinium  panagiam  ori  inserii, 
oiuues  accinunt.  Ad  multo s  annos.  Nel- 
le (piali  paiole  si  vede  chiaramente,  che 
per  nome  di  panagia  s'  intende  il  pane 
sollevalo  in  alto  per  adempimento  della 
descritta  cereaioniajlaoude^/z^g/V/  non 
significa  pane  benedetto ,  ma  piuttosto 
Tutta  santa.  L'erudilissiino  vescovo  Sar- 
nelli  nelle  Lettere  ecclesiastiche,  t.  9,  ci 
diede  la  lett.  73  :  Se  Trono  o  Baldac- 
chino sia  lo  stesso  ,  e  del  Faldistorio. 
Dice  che  il  baldacchino  è  parte  del  tro- 
no. Che  i  vescovi  ab  antico  ebbero  la  Cat- 
tedra, cioè  una  sedia  tonda  al  di  sopra, 
come  quella  del  trono  di  Salomone,  al- 
la quale  si  ascendeva  per  alcuni  gradini. 
Era  vestita  d'alcuni  veli,  e  situata  nella 
Tribuna  della  chiesa,  che  anticamente  si 
diceva  Apside,  che  propriamente  signi- 
fica l'arco,  per  essere  la  tribuna  delle  chie- 
se antiche  rotouda,  e  da  questa  tribuna 
la  cattedra  vescovile  si  diceva  anche  Apsi- 
da  e  Tribunale,  e  gradata  per  la  mol- 
titudinede'gradi.  Quindi  s.  Agostino,  nel- 
la citata  £/j/.s£.  aMassimino  scrisse:  Tran- 
sii  houor  hujus  saeculi,  transitambitio. 
In  futuro  Christi  judicio  nec  absidae 
gradatae,  nec  cathedrae  velatae  aditi» 
bebuntur  ad  defensionem.S'i  chiama  an- 
cora Exedra  dalla  voce  greca  somigliali* 


TUO 
le,  e  dalln  tribuna  com'è  detto  tribunal: 
così  abbiamo  nel  lib.  4  de'Ue,cap.  g.  Che 
unto  re  Jehu  da  un  figlio  de'profeti  d'or- 
dine di  Eliseo,  festinaverunt  ilaque,  et 
unuxquisque  lollens  pallimi»  suum  po- 
sile runt  sub  pedibus  ejus  in  simili tudi' 
ncm  tribunali sj  cioè  del  trono  reale.  Ed 
è  così  proprio  del  vescovo  il  trono,  che  i 
greci  chiamarono  Throni  i  T  escovati, ed 
aggiungerò  che  dissero  Prototrono  (F  .) 
il  i.°  vescovo  d'una  provincia  ecclesiasti- 
ca, ovvero  quel  vescovo  che  occupava  il 
i.°  posto  presso  il  Patriarca,  o  dopo  il 
Metropolita  no  (F.).  11  vescovo  di  Tiro, 
che  in  assenza  del  patriarca  d'Antiochia 
nella  Siria  (V.)  reggeva  quella  chiesa, 
istituita  da  s.  Pietro,  si  diceva  Protothro- 
nus  ,  cioè  il  i.°  de'  vescovi  Suffragatici 
(f7.).  11  concilio  di  Trullo,  parlando  dei 
Vescovi  litolari  dice:  Propter praedictam 
causarli  in  suis  Thronus  non  sunt  con- 
stilliti  ;  perchè  le  chiese  erano  in  mano 
degl'infedeli,  che  noi  diciamo  Vescova- 
ti o  Arcivescovado  Patriarcati  in  par- 
tibus  infidelium.  Passando  il  Sarnelli  a 
dire  del  Baldacchino,  la  qualifica  voce 
bai  bara  e  significante  un  drappo  di  broc- 
cato d'  oro  ricco.  Feretrum,  coopertum 
fuit  Baldachino,  quod  Ecclesiae  re  lì' 
querunt.  Rex  veste  deaurata,  facto  de 
preti  osisi  imo  Baldakino.  Conclude,  il 
baldacchino  è  parte  del  trono,  non  il  tro- 
no stesso,  cioè  è  quella  parte  che  al  tro- 
no sporge  in  fuori  come  un  Ombrellino, 
ed  ecco  come  descrivesi  nel  Cercmonia- 
le  Epucoporum,  lib.  i,  cap.  *3.  Forma 
Sedis  erit  praealta,  et  sublimi  s,  sive  ex 
Ugno,  sive  ex  mar  more,  ani  alia  mate- 
ria faì> ricala  in  modum  Cathedrae,  et 
Throni  inimobilis,  quale s  in  multis  Ec- 
clesiis  antiquis  videmus,  qui  debet  tegi, 
et  or  nari  ali  quo  panno  serico  concolo- 
ri cum  aliis  paramentis,  nontamen  au- 
reo, nisi  Episcopus  esset  Cardinalis:  et 
super  eam  umbraculiim,  seu  Baldachi- 
nurn  ejusdem  color is  appendi  poteri t, 
dummodo  et  super  Altari  aliud  simile, 
vel  elicmi  sumptuosius  appeiulantur  etc. 


TRO  io5 

Ivi  pure  si  dice:  Tribus  gradibus  ad eam 
ascendatur,  quipannis,aul  tape  tibus  tc- 
gan  tur. Quindi  è  che  Baldacchino  si  chia- 
ma ancora  quel  drappo  che  colle  astesi 
solleva,  come  dice  lo  stesso  Ceremonia- 
le  nel  cap.i/f-  Umbraculum,  seuBalda- 
chinum  duplex  est,  aliud  appendi  in  ai- 
timi debet  super  Altare,  et  supra  Sedem 
Episcopi,  forma,  quadrata,  etc,  aliud 
quod  supra  Episcopum,  ac  res  sacras 
inprocessionibus  gestari  consuetum  est, 
sex,  vel  orto  haslis  sublevatum,  etc.  Ma 
perchè  dalla  parte  talvolta  si  nomina  il 
tutto,  spesso  per  baldacchino  s'intende 
il  trono  vescovile.  Oilre  al  quale  vi  è  un* 
altra  Sedia  minore.,  detta  Faldistorio 
(f  -),  e  di  questa  il  vescovo  si  serve  io. 
molte  occasioni.  Essa  è  somigliante  all'an- 
tica Sedia  chiamata  da' roma  ni  curale,  la 
quale  era  una  sedia  quadrata  d'avorio 
senza  spalliera,  una  dell'insegrìe  de'con- 
soli  e  di  altri  primari  magistrati.  Di  que- 
sta sedia  si  valevano!  vescovi,  cheavea- 
no  il  trono  nella  tribuna,  ed  avanti  il  lo- 
ro altare,  perchè  allora  per  fare  la  Pre- 
dica (V.)  mettevano  il  faldistorio  nel  su- 
premo scalino  dell'  altare,  onde  Sidonio 
nel  canto  Eucaristico  a  Fausto  vescovo, 
lo  descrive  predicante  sul  faldistorio  con 
questi  versi.  Seu  te  conspicuis  gradibus 
/  enerabilisArae-  Conciona  tur  um  plebs 
sedula  circumsislit.-Expositaelegis hi- 
hat  auribus  ut  medici  nani.  Termina  il 
Sarnelli,  con  dichiarare  la  riverenza  do- 
vuta aironi  de' vescovi.  IlcamaldoleseCo- 
stadoni  descrivendo  l'antica  cattedrale  di 
Torcello  (V.),  riferisce  che  in  fondo  alla 
navata  di  mezzo  è  1'  antico  presbiterio, 
chiamato  ne'primi  secoli  Absida,  ed  E- 
xedra  a  motivo  della  Cattedra ,  ove  il 
clero  stava  assiso  secondo  il  suo  rango 
nell'  ecclesiastiche  funzioni  ,  tenendo  in 
mezzo  il  vescovo,  conforme  al  costume  an- 
tichissimo della  Chiesa,  come  si  ha  nelle 
costituzioni  apostoliche:  In  medio  autem 
situm  si t  Episcopi  Solium,et  u trini q ne 
se  deal  Praesbyteriiim.j  leggendosi  pres- 
so Teodoielo;  Si  Cathedra  in  medie  pò» 


i  of>  T  R  0 

sita  contentfonem  facit,  cani  ego  (infer- 
ri' conabor.  Il  presbiterio  ili  Torcetto  è 

composto  di  6  scaglioni  di  pietra  ,  che 
prendono  la  stessa  figura  del  semicircolo 
che  l»a  il  presbiterio,  ma  essendo  i  due so - 
perioii  più  alti  e  più  larghi,  siccome  i  4 
j  umilienti  più  stretti  e  meno  alti,  è  prò- 
labile  che  quegli  servissero  per  ascende- 
re a  quelli,  incoi  solo  sedevasi.  Tali  sca- 
glioni sono  tagliali  nel  mezzo  da  un'alta 
e  stretta  scala  d'  i  i  scalini,  in  capo  alla 
quale  è  la  cattedra  vescovile  di  marino, 
mi  cui  sedendo  il  prelato  nelle  sue  fun- 
zioni, quindi  scorgeva  facilmente  lutto  il 
popolo  the  vi  era  sino  al  fondo  della  ba- 
silica, per  cui  disse  s.  Agostino  in  Psahn, 
126;  Nani  altior  loens  posi lus  est  Epi- 
scopis,  ut  ipsi  superintendant ,  et  tara- 
anani  custodiant  populum  .,.  qnomodo 
enini  vernieri  altior  sii  loens  ad  cuslo- 
diendam  vi/team,  sie  et  Episcopis  altior 
loens  faetas  est.  L'altezza  di  questa  cat- 
tedra vescovile  è  di  rito  antichissimo,  av- 
vertendo il  Bona,  De  dignit,  Sacerd,  cap. 
6,  che  id  ex  Apostolica  institntione  ha- 
let  Ecclesia,  Dunque  fino  dal  tempo  de- 
gli Apostoli  si  costumò  di  collocar  in  al- 
to le  cattedre  de'vescovi,  perchè  ognuno 
agevolmente  potesse  scorgere  il  proprio 
pastoie,  e  udir  meglio  i  suoi  ragionamen- 
ti. Queslecaltedre  erano  più  alte  di  quel- 
le de'preti,  che  a' lati  vi  erano,  e  perciò 
venivano  ad  esser  assai  alte,  allorché  e- 
rano  posti  pure  in  alto  i  sedili  pe'preti,' 
com'è  nella  chiesa  di  Torcello.  Poteva  ciò 
farsi  in  qualche  chiesa  per  recarle  un  mag- 
gior onore,  e  talvolta  eziandio  per  uudrir- 
le  l'ambizione.  In  fatti  Eusebio,  Jlistor. 
Eccl.  hb.  1  o,  cap.  4?  P-  38  i,  riferisce  un 
panegirico  della  chiesa  di  Tiro  sunnomi- 
nata ,  la  più  illustre  di  tutta  la  Fenicia, 
ed  uno  degl'insigni  monumenti  della  pie- 
tà di  Costantino  I,  ed  in  esso  leggesi,  ch'e- 
ia quella  chiesa  ornata  di  tioui  altissimi 
ad  onore  de'prelaU,  Thronis  allissimis 
in  lionore  praesidentium,  E  così  all'op- 
posto il  ricordato  coucilio  d'Antiochia 
cuudanuò  Paolo  di  Samusuta  per  aversi 


T  R  O 

ambiziosamente  innalzato  una  cattedra 
sublime  e  separata  dal  suo  clero  a  foggiti 
de'principi  ;  Scdem,  et  Thronum  subii* 
nun  sibi paravi t; euhiq uè y  non  ut  Ckri- 
sii  dìscipuhtm  decet,  sta  ut  mundi  pria- 
cipes  solent,  secrelmn  et  separatimi  ha- 
buerit  eie.  Accorda  vasi  dalla  Chiesa  a've- 
scovi  un  posto  più  elevato  nel  loro  clero, 
Episcopi**  in  consessu  presbyteronim 
sublimior  sedeatj  ma  non  volevasi  che 
si  gareggiasse  co'principi  e  per  l'altezza 
delle  cattedre,  e  per  la  situazione  seco- 
laresca delle  medesime,  giacché  execha 
illa  Sedes  supercaelestem  Christi  Ca~ 
tìwdram  designata  come  nel  lib.  De  Sa- 
crauient.  ditte  Simeone  diTessalonica.  I 
greci  chiamano  sintroni  i  riferiti  scaglio- 
ni ,  ovvero  ordini  di  sedili  posti  ad  am- 
bedue i  luti  de'troni  o  cattedre  vescovili} 
ed  appellarono  anticamente  troni  seco  a» 
di,  poiché  i  primi  troni  erano  quelli  dei 
vescovi.  Su  questi  troni  secondi  sedeva- 
no i  preti,  onde  s.  Gregorio  di  Nazianzo 
disse  di  se  stesso  quando  venne  con  vio-» 
lenza  consagrato  sacerdote; pet  VI/71  Se- 
cundis  colloca t  me  in  Thronis.  Egli  è 
per  questo  che  gli  Stalli  canonicali  dipoi 
furono  detti  piccoli  troni  e  troni  di  se- 
condo ordine,  tribune  e  tribunali.  Anzi 
leggo  nel  Nardi,  De'Parroehi,  che  i  ca- 
nonici ebbero  ne'cori  sedi  distinte,  chia- 
mate neh"  antichità  Throni  ,  Subsellia, 
Cathcdrae  honoris,  Tribunalia,  Stalli t 
grande  importanza  dandosi  nell'antichi- 
tà all'ordine  di  sedere  de' canonici,  e  le 
sedi  più  basse  del  clero  inferiore  erano  in 
plano,  In  certi  cori  antichissimi  vedonsi 
le  sommità  degli  stalli  canonicali  sporge- 
re infuori  a  guisa  di  baldacchinetto.  Cre- 
de il  Nardi  che  così  fossero  negli  antichi 
secoli,  perchè  erano  appellati  Tribuna" 
Ha,  e  Secundi  Throni,  Perchè  sedeva- 
no in  sedi  assai  distinte,  da  Eusebio  di  Ce- 
sarea, /list.  lib.  io  ,  cap.  5,  sono  anche 
chiamati  Deuterothroni  o  sia  secundi 
thronijeneì  canone  26  del  Trullano  del 
681  dicousi  i  canonici,  Cathcdrae  par- 
lìcipes.  Diverse  erudizioui  riporta  il  Kar-» 


IRÒ 
di  sul  Irono  vescovile.  Riporta  i  monu- 
menti in  cui  è  anche  detto  Solittm,  Se- 
dcs9  Cathedra;  e  che  i  vescovi  si  deno- 
minarono eziandio  Tlironi  Dei,  Cìirist.i 
Tiironi.  e  Throni  assolutamente.  Che.il 
loro  trono  dev'esser  alto  in  segno  ili  prin- 
cipato, quali  principi  della  Chiesa  di  Dio, 
gli 'essi  rappresentano,  e  quali  pastori  per 
divina  istituzione  mediante  la  sagra  or- 
dinazione, che  pascono  con  impero;  e  s. 
Gregorio  di  [S'aziauzo,  OraU  fune.br. prò 
d.  Basilio,  chiama  il  vescovo,  principe 
con  trono;  mentre  s,  Epifanio,  Hacres. 
29>  §  3j  dice  che  i  vescovi  hanno  il  trono 
concesso  loro  da  Cristo,che  volle  donar  al- 
la sua  chiesa  la  reale  e  pontificale  digni- 
tà riunite  insieme.  Intronizzare  diceva- 
si  mettere  il  nuovo  vescovo  in  trono,  e 

10  dice  anche  oggidì  il  Pontificale  Roma- 
no, De  Consacrai,  Episc. Secondo  ilcan. 
7  i  Niceuo-  A  rabico,  dopo  la  consagrazio- 
ne,  il  metropolitano  mandava  il  novello 
vescovo  alla  sua  sede  con  un  vescovo  che 
l'accompagna  va,e  lo  faceva  mettere  a  sede- 
re sul  trono,ciòehe  ivi  è  appellalo  indirò* 
nizatio,  cioè  il  Possesso.  Anche  Flodoar- 
clo,  lib.  4>  cnP-  33  e  35,  chiama  inthro- 
nizari  il  mettere  il  nuovo  vescovo  nella 
sua  sede.  Ciò  veilesi  anche  nell'azione  %vi 
del  concilio  di  Calcedonia  del  4^'  >  nve 
Proclo  vescovo  dice  :  prqfectus  snm  in 
Cangra,in  thronizariEj  liscopum  ,In  una 
carta  del  9  i  4>  ne"a  Gallia  Cìirìst.  Ep. 
Araiisic.  Append,  n.°i ,  adoprasi  pure  la 
parola  intlironizare  in  quest'istesso  sen- 
so di  dar  possesso  a  un  nuovo   vescovo. 

11  trono  vescovile  dev'  essere  di  facciata 
all'altare,  e  se  questo  occupa  il  mezzo  e 
fondo  della  tribuna, a  corna  Evangeliij 
ed  in  un  antichissimo  ordine,  Bi'liot,  Fa- 
ir, t.  G,  p.  181,  si  spiega  perchè  il  vesco- 
vo sieda  in  trono  in  faccia  al  popolo,  per 
Ja  ragione,  che  Episcopo  commissaesunt 
aniniae  prò  quibus  rationem  Deo  red- 
(ìilurusest.  Nelle  costituzioni  apostoliche, 
lib.  2,  cap.  56,  si  dice:  Sit  solami  Epi- 
scopi in  medio  positum  ,  et  ex  utroque 
cjus  Intere  presbiteri  sedeant,  etastent 


TUO  107 

diaconi,  I  troni  antichi  erano  di  faccia- 
ta, e  ni  un  prete  celebrante  poteva,  e  non 
può  neppure  a'giorni  nostri, sedere  di  fac- 
ciata al  popolo,  ma  di  fianco.  In  man-? 
causa  di  trono,  il  solo  vescovo  siede  sub 
l'altare  verso  i|  suo  gregge;  niuu  altro, 
benché  celebrante,  può  sedere  sull'altare, 
ma  fuori  del  medesimo, edi  fianco  a  cor- 
mi  Epistolae.  II  Nardi  confuta  la  strana 
idea  del  Duguet,  che  nelle  sue  Conferai- 
ces  ecclesiastiques,  pretese  che  l'antiche 
cattedre  vescovili  fossero  cosi  larghe,  da 
potervi  sedere  due  e  più  vescovi;  ed  ol-r 
tre  il  dirci  gli  antichi,  una  cathedra  più- 
res  non  capit  Episcopos ,  il  fatto  poi  lo 
contraddice,  per  le  cattedre  e  troni  mar> 
morei  rimastici,  Anzi  noterò  col  Compa- 
gnoni vescovo  d'Osi  uro,  Memorie  della 
chiesa  e 'de' vescovi  d 'Osi 'ino,  t.  4,  p.  ^Gc), 
che  nel  1649  il  vescovo  cardinal  Verospi 
essendosi  recato  in  Roma  per  la  visita  dei 
sagri  Lì  mi  ni,  a'i4  maggio  festa  dell'A- 
scensione e  vigilia  di  s,  Vittore,  mg.1  Ra- 
nuccio Scolli,  vescovo  di  s.  Donnino  e  go- 
vernatore della  Marca,  assistè  al  2.0  ve- 
spero  di  detta  solennità  ,  ed  alla  messa 
cantata,  e  sedè  sul  trono  episcopale,  sem 
za  però  la  cattedra  e  il  baldacchino,  ma 
in  una  sedia  di  velluto.  Dice  inoltre  Nar- 
di, che  il  trono  vescovile  semprespiacque 
a'  novatori  ,  e  gli  odierni  d'  accordo  coi 
giansenisti,  ne'primi  tempi  delle  repub- 
bliche del  1798,  abolirono  in  Romagna 
e  altrove  il  trono  del  vescovo  e  «li  stalli 
canonicali,  per  nonessere  inferiori  all'em- 
pio Unnerieo  re  de' vandali  in  Africa,  il 
quale  nella  crudele  persecuzione  mossa 
a' cattolici  proibì  il  trono  a  s.  Eugenio 
vescovo  di  Cartagine.  Aggiungerò,  che  i 

O  OD  O  ' 

repubblicani  del  1848  fecero  toglierei 
gradini  dalle  cattedre  vescovili,  perchè 
segno  di  aristocrazia!  Innanzi  di  essi  l'ar- 
ci  vescovo  di  Sorrento  (F.)  fezzo,  fab- 
bricò il  sepolcro  per  se  e  pe'suoi  successo- 
ri, onde  dal  trono  meditare  il  fine  comu- 
ne a  tutti,  mentre  siedono  nell'onorevo- 
le seggio,  poiché  anco  da'più sublimi  tro- 
ni si  scende  nella  tomba.  Neil  i3o  l'an- 


io8 


TRO 


tipapa  Anacleto  li  si  recò  nel  settembre 
in  A  velltno,  e  nelle  conferenze  con  Rugge- 
ro duca  di  Puglia  suo  cognato,  posero  le 
fondamenta  ilei  regno  di  Sicilia,  (/^fa- 
cendolo coronare  in  Palermo  dall'  anti- 
cardinale Conti  col  nome  di  Ruggero  I; 
altri  sostengono  che  la  coronazione  seguì 
in  Avellino.  Certo  è,  che  per  memoria  di 
tale  avvenimento,  il  re  concesse  al  vesco- 
vo che  il  suo  trono  episcopale  fosse  sovra- 
stato dalla  corona  reale,  la  quale  tutto- 
ra si  vede  nel  tuo  comignolo; and  il  tro- 
no del  vescovo  d'Avellino,  per  privilegio 
ha  5  gradini.  Che  Fiuterò  1  fu  coronato 
in  Avellino  e  che  il  trono  vescovile  è  or- 
nato dalla  corona  reale,  lo  afferma  anche 
l'avv.  Giuseppe  Zigarelli  a  p.  i  e  22  del 
Ovino  storico  della  cattedrale  d' AveU 
lino  e  poche  cove  di  quella  di  Frigento 
acque  principali ter  ,  Avellino  1847.  ^ 
jNugnes,  Storia  del  regno  di  Napoli,  t. 
2,  p.  876,  riferisce  che  l'antipapa  a'  26 
settembre  1  1  3o  rilasciò  a  Ruggero  I  un 
diploma,  mediante  il  quale  questi  nel  dì 
del  seguente  Natale  fu  coronato  e  unto 
re.  La  eeremonia  si  praticò  nella  catte- 
drale di  Palermo,  e  ministri  ne  furono 
Filippo>  Ruggero  eGiovanni  rispettivi  ar- 
civescovi di  Capua,  di  Benevento,  di  Sa- 
lerno, ponendogli  sul  capo  la  corona  reale 
colie  proprie  mani  R.oberto  principe  di 
Capua,  come  il  più  nobile  barone  del  re- 
milo. L'accuratissimoPellegriuo  dimostra, 
che  una  sola  volta  Ruggero  I  si  fcicessecd- 
ronare,  e  ciò  per  ufiìiio  d'Anacleto  li,  il 
quale  mandò  all'uopo  inPalermo  un  an- 
ticardi naie;  altrettanto  affermano  Falco- 
ne Beneventano,  Pietro  Diacono,  e  l'ab- 
bate di  Telese  testimonio  oculare  ,  non 
che  Lodovico  Agnello  arcivescovo  di  Sor- 
rento, Istoria  degli  Antipapi  i.  2,  p.  38, 
riferendo  che  Anacleto  II  mandò  a  Pa- 
lermo per  legato  per  far  coronare  Rug- 
gero 1  l'antica rdinale  Conti.  Sembra  duo 
que,  che  il  singolare  privilegio  del  vesco- 
vo d'Avellino  di  avere  sul  proprio  trono 
la  corona  reale,  derivò  per  essersi  in  A- 
vellino  gettate  le  fondamenta  del  regno 


TR  O 

delle  due  Sicilie,  nell'abboccamento  d'A- 
ntidato II  e  Ruggero  I  fondatore  della  me- 
desima monarchia.  Notai  ne' voi.  XI,  p. 
22(5,  LVI,  p.  88,  LXXI1I,  p.  3/p,  de- 
Scrivendo  le  parti  dell'antiche  Chiese  o 
Templi,  essere  stata  una  di  esse  la  Solca 
(V^t  ma  controversa,  ove  alcuni  credo- 
no fosse  il  trono  o  soglio,  dal  quale  co- 
me da  alto  luogo  si  distribuiva  la  comu- 
nione al  popolo.  A  (tri  spiegarlo  la  solca 
per  uno  scalino.  Veramente  la  sede  ve- 
scovile co' seggi  pe'preti  sorgeva  nel  sin- 
trouo  posto  nell'apside  o  coro  o  Santua- 
rio, il  quale  da'caucelli  era  diviso  dal  re- 
sto del  tempio,  e  da  esso  s.  Ambrogio  re- 
spinse  l'imperatore  Teodosio  I  perla  stra- 
ge di  Tessalonica  (V.).  Altri  dissero  la 
solca  luogo  intermedio  tra  il  coro  e  il  san- 
tuario, rilevalo  da  alcuni  gradini,  non  pe- 
rò il  luogo  ove  sedeva  in  trono  l'impe- 
ratore, al  quale  solo  tra'laici  era  permesso 
passare  per  la  solca  onde  ricevervi  la  co- 
munione. 11  trono  imperiale  era  fuori  del 
coro,  cioè  in  oriente  dentro  i  cancelli,  in 
occidente  fuori  di  essi.  Come  nel  1  856  fu- 
rono collocali  il  trono  imperiale  e  il  tro- 
no del  cardinal  legato,  nella  metropoli- 
tana di  Parigi,  pei  solenne  battesimo  del 
principe  imperiale,  lo  narrai  a  Treno,  di- 
cendo di  quello  del  cardinale.  Delle  con- 
troversie degli  arcivescovi  di  Genova  col 
senato  di  quella  repubblica  pel  trono  del 
doge  nella  chiesa  metropolitana  di  s.  Lo- 
renzo; e  delle  conlese  de' prelati  della  Li- 
guria col  medesimo  governo,  per  la  cat- 
tedra vescovile  e  le  sedie  de'governalori, 
già  in  breve  parlai  nel  voi.  XXVIII,  p. 
32i,  32  5,  342,  343.  Persi  grave  argo- 
mento stimo  opportuno  aggiungere  al- 
cun'altre  parole,  col  eh.  d.  Gio.  Battista 
Settaria,  Storia  ecclesiastica  di  Geno- 
va e  della  Liguria.  Situato  il  trono  de' 
dogi  di  Genova  dallato  dell'epistola,  rim  - 
petto  alla  cattedra  arcivescovile  posta  ne! 
la todeli'e  vangelo,  dopo  che  lo  repubblica 
signora  del  regno  di  Corsica  nei  i638  de- 
liberò d'assumere  la  dignità  e  1'  insegne 
regie,  ne  fece  fregiare  il  d;ge  Palla  vici- 


T  B.  O 

ni;  quindi  sembrò  al  governo  che  il  suo 
trono  fosse  inferiore  al  nuovogrodo,  e  gli 
convenisseai/arlo  nel  luogo  digniore  dal- 
la parte  dell' evangelo.  Si  oppose  l'arci- 
vescovo cardinal  Stefano  Durazzo,  e  ri- 
corse ad  Alessandro  VII,  il  quale  com- 
pose la  questione  con  permettere  che  il 
trono  del  doge  si  erigesse  presso  quello 
dell'  arcivescovo,  ma  in  luogo  più  infe- 
riore. Ma  poco  dopo  successo  al  cardinal 
Dura?zo  (Semeria  dice  nel  i  664,Cardella 
più  tardi,  e  il  con.  Lima  nel  1671),  Gio. 
Battista  Spinola  seniore  poi  cardinale, 
il  governo  colla  deliberazione  del  minor 
consiglio  ordinò,  che  il  luogo  e  cattedra 
dell'arcivescovo  in  duomo  fosse  in  comu 
epistolae,  col  baldacchino  incontro  a 
quello  di  sua  serenità,  e  così  appunto  fu 
eseguito.  Ordinò  di  più  che  i  canonici  ac- 
compagnassero il  doge  e  il  senato  tanto 
all'ingresso  quanto  all'uscire  di  chiesa  fi- 
no alla  porta  del  tempio.  Queste  nuove 
pretensioni  furono  portate  a  Roma,  ove 
per  lungo  tempo  si  discussero;  finalmente 
si  adottò  il  temperamento,  in  conseguen- 
za del  quale  nel  j  6^3  il  minor  consiglio 
autorizzò  i  serenissimi  collegi,  ad  accor- 
dare la  pratica  della  sede  arcivescovile  , 
procurando  che  il  luogo  preciso  dell'ar- 
civescovo prelato  sia  più  vicino  agli  staili 
de'canonici.  Quindi  decretarono, che  ve- 
nendo cardinale  arcivescovo,  si  rimetta  il 
suo  soglio  nel  luogo  e  nel  modo  in  cui  era 
in  tempo  del  cardinale  Durazzo;  mentre 
per  l'arcivescovo  d'allora  e  pe'suoi  suc- 
cessori prelati,  si  ponesse  la  sedia  dal  lato 
dell'  epistola,  nel  sito  più  verso  il  coro  e 
più  vicino  agli  stalli  de'canonici.  Eletto 
ad  arcivescovo  nel  iro5  mg. r  Lorenzo 
Fieschi  e  nel  seguente  anno  divenuto  car- 
dinale, fece  di  nuovo  riporre  dal  latodel- 
l'evangelo  presso  l'altare  la  sua  cattedra, 
e  finché  visse  il  governo  non  osò  rimuo- 
verla, per  rispetto  alla  dignità  cardinali- 
zia. Nel  17  26  assunto  all'arcivescovato  fr. 
Nicolo  M,a  de  Franchi,  la  sua  cattedra  fu 
rimessa  al  sito,  da  cui  era  stata  levala  dal 
predecessore,  cioè  alla  parte  dell'epistola, 


T  i\  O 


loq 


ed  attaccato  onninamente  agli  stolli  co- 
nonicali,  e  collocato  il  trono  del  doge  nel 
corno  dell'  evangelo.  Nel  1  7ZJ.8  promosso 
a  questa  chiesa  mg. r  Giuseppe  l\J.a  Sapo- 
riti, insorto  qualche  circostanza  di  pre- 
minenza, credette  doversi  costantemente 
opporre  alle  pretensioni  del  governo;  e 
come  vide  chele  sue  ragioni  non  potevano 
prevalere,  venne  alle  vie  di  fatto.  Entrato 
di  notte  nel  duomo,  fece  rimuovere  da' 
chierici  e  da' suoi  domestici  il  trono  del 
doge,  e  rimosso  lo  volle  seppellire.  Quin- 
di uscito  dalla  città,  andò  a  Massa  per  es- 
sere sicuro  da  ogni  molestia.  Si  fecero  del- 
le trattative  pel  suo  ritorno  a  Genova,  e 
rinvenne  di  fatto;  ma  in  quanto  a'  suoi 
diritti  rimase  sempre  inflessibile.il  gover- 
no ripose  il  trono  ducale  nei  luogo  dignio- 
re dalla  parte  dell'  evangelo,  e  l'arcive- 
scovo finche  visse  non  volle  mai  più  ce- 
lebrare i  solenni  pontificali  alla  presenza 
de'supremi  magistrati.  Tollerò  l'abuso  il 
successore  mg.r  Giovanni  Lercari,ma  in- 
tanto avvenuta  la  rivoluzione,  i  demo- 
cratici abbatterono  il  trono  ducale  e  ne 
sfracellarono  la  sedia  per  non  esservi  mai 
più  ristabilito.  Dopo  poco  tempo  tenta- 
rono alcuni  di  rinnovar  l'antiche  verten- 
ze. Governava  lo  slato  al  principio  del  cor- 
rente secolo  la  repubblica  Ligure,  sopra 
nuove  costituzioni  fondata,  e  alla  chiesa 
metropolitana  era  stalo  promosso  nel 
1  802  il  cardinal  Giuseppe  Spina.  Prima 
di  recarsi  alla  sede  axendo  fatto  erigere 
nel  duomo,  dentro  il  presbiterio  e  nella 
parte  dell'  evangelo  la  sua  cattedra  con 
baldacchino,  Ertosi  rosai  di  ciò  altamente 
offeso  il  ministro  di  polizia  di  detta  repub- 
blica, dichiarando  al  vicario  generale  che 
quella  cattedra  urtava  co'diiilti  del  go- 
verno^ perciò  doversi  rimuovere  da  quel 
luogo  e  porsi  in  altra  forma.  Conosciu- 
tasi dal  cardinale  l'opposizione  a'suoi  di- 
ritti, stelle  fermo  a  mantenerli,  e  nel  lu- 
glio mandò  da  Boma  una  memoria  a'cit- 
tadini  ,  doge  e  senatori  della  repubblica 
Ligure.  In  questa  dimostrò  la  sua  sorpre- 
sa sull'erezione  della  solita  cattedra  arci- 


no  TUO 

vescovile, copci  la  di  baldacchino,  mentre 
il  senato  non  viavea  incontrato diflicoltù, 
pretendersi  dal  senatore  deputalo  alla  po- 
lizia,che  la  cattedra  dovesse  situami  (Ini  la 
parte  dell'epistola;  e  quanto  al  baldac- 
chino,non  potendosi  ancora  per  l'attuale 
sistema  erigersi  quello  del  doge,  credeva 
che  fosse  più  espediente  per  ora  non  in- 
nalzarne alcuno.  Con  sensatissime  ragio- 
ni espose  la  convenienza  d'una  caratte- 
ristica di  onore  e  di  dignità  accordala  ad 
ogni  Vescovo  nelle  chiese  della  propria 
diocesi,  onde  rendere  e  più  rispettatale 
al  popolo  il  suo  carattere  e  più  auguste 
le  sagre  funzioni  ehe  ivi  esercita.  Non  do- 
versi incontrare  difficoltà  che  il  cardinal 
arcivescovo  faccia  uso  del  baldacchino  , 
perchè  la  sua  cattedra  èia  cattedra  dalla 
quale  il  maestro  della  religione  annun- 
ziar deveal  soo  popolo  la  verità  della  me- 
desima, e  che  essa  sia  collocata  nel  pollò 
più  eminente  e  il  più  distinto  del  santua- 
rio. Che  il  sistema  d'un  governo  repub- 
blicano, basalo  sulla  libertà  ed  eguaglian- 
za de' cittadini,  non  veniva  alterato  dal 
distintivo  accordalo  alla  dignità  ecclesia- 
stica e  arcivescovile;  prova  essendone  le 
chiese  di  Francia, ove  tollerandosi  l'eser- 
cizio della  cattolica  religione  prima  del 
concordato  ,  pure  in  quelle  eziandio  di 
Parigi  se  un  vescovo  ancorché  non  dio- 
cesano celebrava'  pontificalmente,  si  fa- 
ceva uso  del  baldacchino,  come  allora  fa- 
cevasi  in  tutte  le  cattedrali  francesi.  Nel- 
la repubblica  Italiana  e  precisamente  nel- 
la cattedrale  di  Milano,  l'arcives.  ovo  a- 
ver  sempre  fallo  uso  del  baldacchino  nel- 
le sagre  funzioni.  Ridotto  a  sistema  re- 
pubblicano il  Piemonte,  nondimeno  il 
i.°  console  Bonaparte  non  solo  avea  e- 
sortato  il  cardinal  di  Martiniana  vesco- 
vo di  Vercelli  a  conservare  il  baldacchi- 
no  nella  sua  residenza  e  nella  cattedrale, 
ma  espressamente  ordinò  che  neli'uso  di 
questo  e  di  tutte  le  altre  insegne'  e  di- 
stintivi, che  ad  mi  cardinale  competono, 
non  venisse  disturbalo.  L'esercizio  poi  più 
luminoso  e  che  pai  e  servir  dovesse  di  nor- 


i  a  o 

ma  a  toltele  rrpnhhluheea'govcrnì  delle 
medesime,  era  quello  della  repubblica 
francese;  giacché  nella  messa  di  Pasqua 
celebrata  in  quali'  anno  nella  metropo- 
litana di  Parigi,  dal  cardinale  Caprai  a 
legato,  con  gran  pompa  e  dignità,  il  i -° 
console  insieme  con  tutti  i  magistrati  del- 
la repubblica  vi  assisterono,  e  la  resi- 
denza òVconsnli  ricoperta  di  padiglione 
era  situata  dalla  parte  dell'epistola,  men- 
tre il  cardinale  ebbe  la  sede  ricoperta 
di  grandioso  baldacchino  dalla  parte  del- 
l' evangelo.  Al  diritto  dunque, che  com- 
pete ad  ogni  vescovo  e  particolarmen- 
te a  un  vescovo  cardinale, di  ritenere  nel- 
la parte  più  distinta  del  santuario  la  cat- 
tedra con  baldacchino,  aggiungendosi  e- 
•ambi  cos'i  autorevoli  e  irrefragabili,  ape* 
rare  dalla  saviezza  del  senato  ligure  ri- 
mosse le  dillicollà  sull'uso  del  baldac- 
chino e  sul  collocamento  della  cattedra 
arcivescovile  dalla  parte  dell' evangelo, 
e  fu  contentalo.  Dissi  inoltre  ne'  citati 
luoghi,  che  nel  i  7 53  in  San  Remo  dal- 
la chiesa  di  s.  Siro  era  stata  tolta  la  sedia 
episcopale  del  vescovo  d'Albenga,  dal 
commissario  del  governo;  ma  i  canonici 
offesi  di  questa  violenza  e  cos'i  comandati 
dal  vescovo  Costantino  Serra,  fecero  ri- 
porre la  cattedra  al  suo  Solito  posto,  e  il 
commissario  la  levò  di  nuovo  con  mag- 
gior disprezzo  e  prepotenza,  e  vi  sostituì 
la  propria.  Sedale  le  turbolenze  civili  di 
San  Ivemo,  si  accordarono  le  controver- 
sie ecclesiastiche,  tanfo  sulla  colloca/ione 
della  cattedra  vescovile,  quanto  delia  se- 
dia del  governatore.  Perciò  nel  [7  "4  ^e* 
nedetlo  XIV  scrisse  a  mg/  Serra,  d'aver 
ordinato  che  fosse  ripristinata  nella  col- 
legiata di  San  Remo,  nel  suo  solito  luo- 
go e  dal  lato  dell' evangelo,  la  sua  cat- 
tedra episcopale;  e  che  la  sedia  del  com- 
missario f.sse  pure  nel  Sancla  Sfondo* 
rum  dal  lato  dell'epistola,  ma  con  qual- 
che abbassamento,  ossia  non  in  altezza 
egoale  alla  cattedra  vescovile.  Il  Vescovo 
ad  invito  del  Papa  fece  togliere  segt eia  - 
mente  dalla  porta  della  collegiata  il  ino- 


TUO 
nitorio  (l'interdetto  pubblicato  contro  il 
commissario;  indi  ritornò  a  San  Remo, 
ove  santamente  terminò  i  suoi  giorni,  e 
fu  sepolto  nel  silo  medesimo  della  colle- 
giata, da  cui  la  sua  cattedra  era  stata  in- 
giustamente rimossa.  Una  vertenza  simi- 
le avvenne  ancora  in  Sàrzaua  ,  ove  nel 
1  yìcf  d'ordine  del  commissario  governa- 
tore della  città,  i  soldati  entrali  nella  cat- 
tedrale e  nel  presbiterio  dell'aliare  mag- 
giore, trasportarono  alla  parte  dell'evan- 
gelo  e  situarono  nel  luogo  più  superiore 
e  più  vicino  all'altare  la  sedia  die  den- 
tro lo  stesso  presbiterio,  ma  dalla  parte 
dell'epistola,  era  sempre  stata  per  como- 
do del  governatore  commissario,  cpiando 
interveniva  alle  funzioni  di  cbiesa.  Il  ve- 
scovo Lornelhno  se  ne  lagnò  con  ricorso 
a'  serenissimi  collegi,  e  ne  scrisse  artebe 
a  Roma,  implorando  opportuno  provve- 
dimento dalla  s.  Se(\f.  A  salvare  i  diritti 
di  sua  dignità,  il  vescovo  restò  fermissi- 
mo ritirato  in  Manda  ,  tìncbè  il  governo 
ebe  aveagli  confiscate  le  rendite, nel  i  767 
si  riti-ritto,  e  invilo  il  prelato  a  restituirsi 
alla  sua  residenza,  reintegrandolo  di  sue 
rendite  e  prerogative,  e  rispetto  alla  cat- 
tedra fu  praticato  lo  stabilito  col  vesco- 
vo d'Albenga.  Ilcan.  Ferrigni-Pisone,  nel 
Supplì  mento  alDiz.  sacro-liturgico  did. 
Gio.  Diclich,  ci  diede  le  seguenti  notizie 
sul  Trono  vescovile.  La  s.  congregazio- 
ne de' riti  dichiarò  con  due  decreti  del 
i656  e  del  1706,  da  lui  riportiti,  ebe  i 
vescovi  funzionando  fuori  della  propria 
diocesi  non  ponilo  sedere  sulla  cattedra 
anebe  col  consenso  del  vescovo  del  luo- 
go, il  quale  non  può  ad  essi  concedere  un 
tale  permesso.  Bisogna  tuttavia  dacpiesta 
regola  lare  l'eccezione  pe'cardinali,  e  pel 
metropolitano  a  cui  appartiene  come  suf- 
fragane© il  vescovo  del  luogo;  giacché  il 
Cerimoniale  Episcoporum  nel  lib.  1  ,cap. 
1  3,  §  4  e  g  ha  deciso, cbequalunquecar- 
dinale  esercitando  i  pontificali,  possa  se- 
dere sul  trono,  anzi  conviene  che  il  ve- 
scovo del  luogo  glieloceda;  e  ebe  al  me- 
tropolitano poi  si  debba  ergere  un  altro 


TRO  ni 

trono  in  conni  Epislolae.  Notai  a  Cat- 
tedra vescovile,  ebe  quella  del  vescovo 
ha  luogo  ancora  non  solo  in  una  cbiesa 
esente  dalla  sua  giurisdizione,  ma  ezian- 
dio in  una  cbie*a  ove  abbia  la  cattedra  \\\\ 
Abbate  mitratojebe  deve  collocarsi  a  de- 
stra dell'altare, con  un  gradino  più  eleva- 
to di  quella  del  prelato  abbate,  che  va  col- 
locata alla  sinistra.  Dissi  pure,  che  devesi 
cuoprire  la  cattedra  co'colori  corrispon- 
denti al  rito,  con  istolf'e  di  seta,  ma  non 
tessute  d'oro  e  d'argento,  e  i  gradini  de- 
vono coprirsi  di  tappeti.  Senza  un  privi- 
legio speciale  non  ponno  gli  Abbati ',  ec- 
cettuati quelli  ntillius  Dioecesis  che  so- 
no Ordinari,  usare  del  baldacchino,  ne 
avere  una  cattedra  collocala  ed  eretta  in 
vicinanza  all'altare;  il  che  non  è  loro  per- 
messo che  nelle  tre  o  tutto  al  più  quat- 
tro feste  annue  nelle  quali  oflìciano  solen- 
nemente. In  questi  pontificali  sopra  l'al- 
tare non  ponno  usare  7  CandelUeri,  co- 
me privilegio de'soli  vescovi.  Con  decreto 
de's.  riti  de'27  settembre  1  6  )Q,  minuta- 
mente fu  prescritto  agli  abbati  il  modo 
di  celebrare  pontificalmente.  Molti  m-iio 
i  privilegi  degli  abbati  mitrali,  per  cui  fu 
loroconcessoil  trono  e  il  baldacchino.  Gli 
abbati  de  iì/onaci si  benedicevanoe  si  be- 
nedicono dal  vescovo  solennemente  nel 
crearli  abbati. Sono /Ve/ri  fa'  e  indignila,  lu- 
rono  chiamati  Pastori,  ed  hanno  il  Pasto- 
rale o  Barolo  ma  velato,  a  distinzione  del 
vescovo.  Danno  la  trina  benedizione  nella 
messa  solenne,portanol,^/.e//o,la7)//7/Y7,i 
Quantica  Croce  pettorale,  i  Snuda  li ',  la 
Dalmatica \\aTonicella  o  TunicellaeiA- 
1 11  ornamenti  vescovili. Anche  anticamen- 
te aveano  l'uso  de'pontifìcali;  alcuni  da- 
vano e  danno  gli  Ordini  minori,  infligge- 
vano la  Scomunica  e  ponno  infliggerla  a' 
loro  sudditi.  Intervennero  e  intervengo- 
no a' Sinodi,  e  si  cominciò  a  dar  da  loro 
il  voto  decisivo  nel  secolo  VII,  onde  nel 
concilio  di  Toledo  del  675  si  legge  che  6 
abbati  si  sottoscrissero,  dicendo  consen- 
tiens  subscripsi.  Ponno  benedire  gli  uten- 
sili ed  i  paramenti  sagri,  ne'quali  non  en- 


H2  TRO 

tra  la  sagra  unzione;  e  riconciliar  le  chiese 
profanate,  ma  però  con  l'acqua  benedetta 
dal  vescovo.  Quanto  riguarda  1'  uso  del 
trono  degli  abbati  muratisi  può  consul- 
tare: Deere  tu  aulhentiea  con  gì -egatioins 
s.  Rituurn,  massime  il  decreto  citato  del 
1659 approvato  da  Alessandro  VII,  t.  2, 
p.  120,  n.°i856:  Circa  usurn  Ponti  fìca- 
lumi  Pratla  lis  Episcopo  inferi  or  ibus  con- 
cessorum.  Quanto  al  troiioe  ul  baldacchi- 
no si  dispose:  2.  Cathedram,  seti  Sederli 
fìxarn,  ctpermanentein  in  eoruni  Eccle- 
siis  ne  delineant,  sed  Iribns  ipsis  diebus} 
quibus,  exanliquis  decrelis tantummodo 
Pontificatili  celebrare  estipsi  perni  issimi, 
mobili  Sede  seti  Cathedra  utantur,  qnam 
nihilominus  supplici  sericeo  panno  co- 
lùrif festivi  tati  congruenti*  obducere  po- 
tuerunt,  non  auro  conlexto,aut  pluygio, 
aut  basylico  opere  cxornalo:  3.  Balda- 
chinum  ad/ubere supra Sederà  poluerunf 
non  pretiosum  ,  ani  aureum,  sede  sim- 
plex, et  eo,  quod  altari  super  iriiponitur 
materia,  et  opere  inferiusj  adipsam  an- 
tera per  duos  tantum  gradus  in  Presby- 
terii  superficie  stralos  ascendatur.  INe'me- 
desimi  Decreta  aulhentiea ,  molti  riguar- 
dano le  sedie,  cattedre  o  troni  de'vesco- 
•vi  e  degli  abbati;  e  quanto  a  questi  ulti- 
mi: Àbbas  interveniente  capitalo  calhe- 
dralis  in  sua  Ecclesia  recurrenle  die  fe- 
ste principali  potest  erigere,  et  retinere 
Baldachi  num ,  dummodo  non  intersit  E- 
piscopus,  n.°23  l j.Nequit  retinereCalhe- 
dram  fixam  in  propria  Ecclesia,  aut 
Pontificalia  peragerein  aliena, n.°i^  1  o. 
Abbati  mitralo  non  licet  habere  prope 
Sederli  Epi  scopa  lem  sta  II  uni  celeris  erni- 
nenlius,  n.°  2202  e  n.°  2  3q3.  Abbati  re- 
galati usimi  Pontificali  uni  habenli  lice- 
re respondit  S.  R.  C.  tres  Missas  ponti- 
ficaliler  canere  3  tres  q  uè  Vespe  ras  infra 
octiduum  et  in  fere  a  retinere  in  Ecclesia  ni 
Sedem  curii  Baldacchino,  n.°  3449-  db- 
bas  s.  Fitalis  Ravennae  quoad  Balda- 
chinimi,  n.°  3820.  Thromis  prò  Abbate 
crigendus  non  est  in  Ecclesia,  nec  tri- 
bus  ìllis  diebiiSj  in  quibus ei  Pontificalia 


TRO 

perniimi nt 'tir,  si  ipsi  absif ,  vel  nolìt  Poti- 
tifica  Ha  peragere,  n.°3886.Gli  abbati  de' 
monaci  Silvextrini'(l  .), oltre  che  (tonno 
uffizi  a  re  pontificalmente  nelle  chiese  de' 

loro  monasteri  3  volte  all'anno,  hanno  la 
prerogativa,  goduta  forse  da  poche  con- 
gregazioni monastiche  o  anche  non  pos- 
seduta ,  tranne  da  quelle  de'  proto-mo- 
nasteri, che  la  primaria  loro  chiesa  di 
Monte  Fano,  abbia  la  facoltà  d'innalza- 
re la  sedia  pontificale,  e  di  tenerla  coti  a  n- 
mente  eretta  sotto  apposito  baldacchino 
all'uso  dì  cattedrale.  Il  loro  abbate  ge- 
nerale è  uno  di  quelli  che  può  conferire 
gli  ordini  minori  a'suoi  monaci.  Il  più.  so- 
stanziale del  prescritto  dal  celebre  decreto 
de's.  riti,  confermato  da  Alessandro  VII, 
riguardante  gli  abbati  e  altri  prelati  infe- 
riori, è  che  essi  non  ponno  alzar  la  cat- 
tedra ossia  trono  nelle  proprie  chiese,  se 
non  ne'3  giorni  loro  assegnali  per  usar- 
vi i  pontificali  ,  e  negli  altri  che  richie- 
dono le  feste  del  protettore  del  luogo,  del 
fondatore  dell'ordine,  e  della  dedicazio- 
ne della  chiesa;  che  non  è  lecito  loro  di 
ricevere  l'incontro  nell'ingresso  del  tem- 
pio^ ritornando  dopo  terminato  il  sagri- 
fìzioaila  propria  residenza,  l'associameli- 
to  de'loro  canonici  o  monaci;  che  ad  essi 
vengono  solamente  permessi  due  mini- 
stri ed  un  prete  parati,  e  sei  canonici  o 
monaci  con  piviali  e  toniceile,  i  quali  de- 
vono sedere  o  negli  stalli  del  coro  o  ne- 
gli scanni  privi  del  postergale;  che  non  si 
ponno  servire  della  mitra  preziosa  o  au- 
rifrigiata,ma  solamente  di  quella  sempli- 
ce di  damasco,  e  del  pastorale  con  un  velo 
appesoin  segno  della  minorità  del  grado; 
che  non  devono  pubblicar  l'indulgenze, 
né  dare  al  popolo  la  trina  benedizione, 
a  riserva  de'  giorni  loro  accordati  per 
le  funzioni  pontificali;  e  se  mai  queste  si 
facessero  coll'intervento  del  vescovo,  deb- 
ba il  di  lui  soglio  innalzarsi  dalla  par- 
te dell'  evangelo-  colla  spalliera  de'  suoi 
canonici  a  lato,  e  dal  corno  dell'epistola 
l'abbaziale  col  proprio  capitolo o  monaci, 
e  colla  differenza  specificata  Dell'incensa- 


T  I  O 
zione  gli  uni  e  gli  altri;  che  nell'ordina- 
zione de'canonici,de'chierici  e  de'monaci 
per  la  tonsura  e  i  minori,  e  nel  ricevere 
i  voti  delle  novizie,  benché  di  monasteri 
sottoposti  alla  loro  piena  giurisdizione  , 
non  ponno  usare  l'insegne  pontificali,  co- 
me anche  negli  oratorii  pubblici  e  privali, 
sebbene  di  totale  loro  dipendenza;che  non 
devono  benedire  i  predicatori,  i  quali  as- 
sumono sopra  di  loro  il  peso  di  promulgar 
la  paiola  di  Dio  nelle  chiese  ad  essi  ap- 
partenenti, essendo  questo  un  diritto  par- 
ticolare de'vescovi;  che  nelle  messe  pri- 
vale devono  celebrare  come  i  semplici  sa- 
cerdoti, prendere  e  deporre  in  sagrestia 
i  paramenti,  e  farsi  dar  l'acqua  alle  ma- 
ni colle  usuali  ampolle,  e  uon  col  bocca- 
le d'argento. 

Del  Trono  fieWa  Sedia  e  delle  Sedie  de* 
Papi,  a  quest'articolo  non  solo  ne  ragio- 
nai, ma  ivi  ricordai  i  luoghi  in  cui  ne  trat- 
tai. È  indispensabile  che  in  breve  qui  ne 
dia  una  generica  idea,  ad  esaurimento  del- 
l'argomento, e  per  opportuua mente  ag- 
giungere altre  intrinseche  erudizioni.  11 
Soglio  pontificio  viene  pure  denominato 
Cathedra  Pontificali  s}  Sedes,Ejchedra, 
Thronus.  Cominciai  a  definire  il  vocabolo 
Sedia  sia  come  arnese  per  sedervi,  sia  per 
residenza  di  principi)  e  quello  di  sedere 
per  regnare,  e  più  comunemente  si  di- 
ce de'  Papi.  Quindi  passai  a  dire  della 
forma  e  uso  delle  antiche  sedie  presso  i 
differenti  popoli,  e  con  appoggio,  brae- 
ciuoli  e  suppedaneo,  pedani  sgabellimi, 
anco  piccolo  tappeto:  de'  letlisterni  del 
Triclinio  (F.)}  delle  sedie  curuli  e  por- 
tatili ed  elevate,distintivodi  dignità  pres- 
so i  romani,  prima  de're  e  poi  de'  mag- 
giori magistrati,  non  che  de'senatori,  u- 
sate  pure  dagl'  imperatori  e  nel  Trion- 
fo (F.).  Che  la  Cattedra  di  s.  Pietro 
(F.)  è  una  sedia  senatoria,  e  la  veneria- 
mo nel  primo  tempio  del  mondo,  la  Chie- 
sa di  s.  Pietro  in  Faticano  (F.),  come 
simbolo  della  s.  Sede  apostolica  (F.). 
Notai  perchè  l'auliche  cattedre  marmo- 
ree furono  ornate  colle  figure  del  Leone 


VOL.   LXXXI. 


TRO  n3 

(/"'.),  del  cui  simbolico  significato  ripar- 
lai in  più  luoghi.,  come  nel  voi.  LXXVI, 
p.  285;  ed  Aurelio  vescovo  di  Cartagine, 
entrato  nel  famoso  tempio  della  Dea  ce- 
leste, lo  consagrò  in  chiesa  ,  ergendo  la 
cattedra  vescovile  sul  leone,sopra  il  quale 
era  effigiala  la  stessa  falsa    deità,  il  che 
come  una  grande  vittoria  fu  applaudito, 
col  sentirsi  predicare  la  verità  evangeli- 
ca nel  luogo  stesso,  ove  quell'idolo  poco 
prima  faceva   udire  i  falsi  suoi  oracoli. 
Rammentai  la  celebre  sedia  pontificale  di 
marmo,  ove  siederouo  i  Papi  nell'arciba- 
silica  Lateranense,  madre  e  capo  di  tutte 
le  chiese,  ornata  con  allegoriche  figure; 
ed  altre  sedie  pontificie  antiche  rimaste 
nelle  chiese,  già  servite  a'Papi,ed  a'car- 
dinali  ne'  Titoli  cardinalizi  (F.)  ove  e- 
sislono.  Nella  mirabile  basilica  e  santua- 
rio de'  Francescani  in  Assisi  formala  da 
3  chiese  una  all'altra  sovrapposta,  nel  su- 
periore tempio  è  il  coro  co'superbi  Stalli 
(K),edin  fondo  si  eleva  maestoso  un  tro- 
no pontificio  in  marmo,  dal  quale  parto- 
no in  doppio  giro  i  detti  seggi  intagliati 
e  intarsiati.  S'innalzano  su  5  gradini  di 
rosso, marmo  del  paese,  due  svelte  colon- 
ne di  simil  pietra  con  capitelli  indorati  sor- 
reggenti scorniciatoarchitraveelisciaac- 
cuminatura  di  marmo  bianco  adorno  nel- 
l'esterno superiore  da  ricci.  Un  traforo  si 
scorge  nel  centro  del  fronfoue  del  timpa- 
no, abbellito  all'intorno  siccome  questo  e 
1' architrave  da  intarsio  di   pasta  vitrea 
colorata  in  rosso  e  turchino.  Di  sodo  mas- 
so bianco  è  la  sedia  con   analogo  indie- 
tro, e  costituiscono  i  posa-goti  due  leoni 
di  severo  carattere  scolpili  in  marmo  ros- 
so, forse  per  significar  Cristo  uscito  dalla 
tribù  di  Giuda.  La  piccola  predellina  ha 
sull'  orlo  di  fronte  un'  iscrizione  gotica, 
ora  quasi  non  leggibile  perchè  consuma- 
ta dall'attrito  de' piedi,  ed  il  sottostante 
specchio  porta  a  bassorilievo4  simbolici 
animali.  Tanto  l'epigrafe,  che  il  bassori- 
lievo alludono  al  salmo  90:  Super  aspi- 
dem  et  basiliscwn  ambulabis  et  concili- 
cabis  leonem  et  draconem.  Tra  le  zampe 
_    .  —**  8 


1 14  TTl° 

de'leoni  in  ognuno  è  da  notarsi  «in  toro 
collocalo  inversamente  all'altro. Benedet- 
to  XIV  nel  dichiarare  la  basilica  di  s. 
Krancesco,  Cappella  papale,  riservò  la 
descritti  sedia  e  altra  ivi  esistente,  pe'so- 
li  Papi.  Rischiami  quanto  il  volgo  im- 
propriamente disse  sulle  famose  sedie 
stercorarie  e  altre,  in  cui  sedeva  il  nuovo 
Papa;  e  riparlai  della  sedia  pontificale  di 
s.  Pnolo  fuori  delle  mura  di  Roma,  del 
quale  splendido  risorto  tempio  ne  conti- 
nuai la  descrizione  ne' voi.  LX XIII,  p. 
352,LXXV,p.  2  i4  Come  sono  i  troni  e 
le  sedie  delle  Cappelle  Pontificie  (J  .),  in 
eoi  siede  il  Papa  colle  lesti  e  ornamenti 
pnntificali,siane'pontificali,che  nelle  altre 
funzioni  checelebi  a  o  assiste  nelle  cappel- 
le de  Palazzi  apostolici  o  nelle  Chiese  di 
Roma:ue\\e  quali  anticamente  le  portava- 
no i  Mappulari  (/  .),  ed  ora  la  Flore.ria 
apostolica  (/".);  spettando  al  prefetto  de' 
maestri  delle  ceremonie  prima  di  ogni 
funzione,  per  ingiunzione  del  maggior- 
domo, di  visitare  il  trono  pontificio,  del- 
la quale  visita  è  responsabile,  e  lo  rilevo 
dalle  Brevi  indicazioni  per  le  attribuzio- 
ni ed  esercizio  dc'cercmonieri  pontificii. 
A  Cappelle  pontificie,  e  precipuamen- 
te nel  voi.  Vili,  p.  12 7,  dichiarai  il  trono 
e  le  sedie  papali,  le  loro  forme,  le  loro  di- 
verse nobili  coperture  e  Baldacchini;  co- 
me lo  sono  ne  Funerali (l  .)  de'cardina- 
li;  ed  anche  nel  voi.  Vili,  p.  198;  come 
nel  mattutino  del  giovedì  santo,  e  per  tul-, 
to  il  giorno  del  venerdì  santo,  in  cui  la 
cattedra  di  noce  è  adatto  nuda,  senza  bal- 
dacchino, a  riserva  d'un  piccolo  poster- 
gale di  nobiltà  paonazza,  ed  un  cuscino 
sopra  il  seditore.  Quando  si  sa  di  certo 
che  il  Papa  non  interviene  alla  funzione, 
come  ordinariamente  accade  nelle  cap- 
pelle di  detti  funerali,  la  sedia  pontificia 
si  copre  del  solito  drappo  lutto  teso,  in 
vece  d'essere  sfondato  per  siedervi,  colla 
coltrino  del  colore  che  corre.Dopo  la  mor- 
ie del  Papa,  dal  trono  della  CappellaS'i- 
stina  si  leva  subito  la  sedia  e  il  baldac- 
chino, sebbene  ivi  si  esponga  il  cadavere 


TRO 
per  la  Traslazione  nella  basilica  Vatica- 
na, ciò  che  notai  nel  voi.  Vili,  p.  iS(i. 
Anticamente  per  dossello  del  trono  pa- 
pale si  mettevano  le  coltri  de'  Papi,  del 
colore  dell'ulììziatura,  cioè  bianco,  rosso, 
paonazzo,e  rosaceo  nella  3.adoineuica  del- 
l'Avvento  e  nella  4-a  di  Quaresima.  Ve- 
dasiChiapponi,^e/rt  CanonizationisSan- 
ctorum:  Thronus  Ponti ficis  seplem  gra- 
dibns  elalusj  Throni  Pontifìcii  prò  Cd- 
nonizatione  descriptio  (ne  riporta  ancora 
a  p.  220  l'incisione,  ove  apparisce  con  7 
gradini,  veramente  grandioso,maestoso  e 
magnifico,  ed  assai  maggiore  di  quello  de' 
pontificali  che  si  celebrano  in  s.Pietro,ch'è 
più  grande  del  comune,  poiché  il  baldac- 
chinodi detta  incisione  occupava  tutta  la 
la  rghezza  dell  a  rupia  navata);  Throni  Pon- 
tificii mensa  r  a  qtiae?Se\  sono i  gradini  del 
trono  pontificio  nella  cappella  pontificia; 
nelle  chiese  e  basiliche  si  regolano  a  pro- 
porzione di  quelli  dell'aliare,  e  lo  rimar- 
cai nel  voi.  Vili,  p.128.  Volendo  il  Pa- 
pa nelle  feste  di  Natale  e  di  Pasqua  pon- 
tificare nelle  cappelle  de'palazzi  aposto- 
lici, anche  sull'altare  di  esse  si  pone  il  7.0 
candelliere,  e  il  piccolo  trono  senza  bal- 
dacchino ove  il  Papa  intuona  e  assiste  al 
canto  dell'ora  di  Terza  f/^.J,  si  erige  pre- 
cisamente ove  stanno  il  pulpito  e  i  came- 
rieri segreti;  il  pulpito  si  leva  e  per  ac- 
quistar sito  si  toglie  uno  de'banchi  degli 
stalli  de'cardinali  diaconi.  In  tale  trono 
ha  luogo  quanto  riportai  ne'  voi.  Vili, 
p.  1 63,  IX,  p.  16  e  19.  Innocenzo  X  nel 
1649,  e  Clemente  ^  neh  7  1  5enel  1  7  16 
celebrarono  il  pontificale  di  Natale  nella 
cappella  del  palazzo  apostolico  Quirinale. 
Siil  trono  appositamenteeretto  nella  gran 
loggia  della  basilica  Vaticana,  viene  il  Pa- 
pa coronato  col  pontificale  Triregno{V .), 
Pater  Regum,  Rector  omnium  Fideliumi 
I Ican um  Jesu  Chris  ti.  Sul  trono  il  Pa- 
pa promulga  i  decreti  dogmatici, come  da 
ultimo  per  l'Immacolato  Concepimento 
di  Maria  Vergine;  e  per  la  Canonizza- 
zione de'  nuovi  Santi.  Sul  trono  coro- 
na gì'  Imperatori ,  i  Re,  i  Granduchi , 


tu  o 

od  allri  Princìpi.  S.  Gregorio  I  il  Gran- 
de fu  ii  primo  che  adoperò  il  termine: 
Leoni  ex  Cathedra,  loqui  de  Pctri  Se- 
de. E  dal  trono  compnrlono  la  solenne 
Benedizione  i  Sommi  Pontefici  (F~.)  con 
Indidgenzaj  e  dal  trono  pubblicano  la 
gravissima  sentenza  della  censura  eccle- 
siastica della  Scomunica  (V.).  Al  trono 
il  P;«pa  riceve  al i'  Ubbidienza  (F.)  i  car- 
dinali, i  patriarchi,  gli  arcivescovi,  i  ve- 
scovi, gli  abbati  mitrati,  insieme  all'  ar- 
chimandrita di  Messina  se  vi  è,  ed  al  com- 
mendatore di  s.  Spirito,  non  che  i  peni- 
tenzieri. Notai  nel  voi.  LXII,p.  108,  aver 
decretalo  s.  Gregorio  VII:  QuodSolius 
Papae pedes  omnes  principes  deosculcii- 
turjnm  i  Sovrani (F^.)^  umiliano  al  Ba- 
cio de' piedi  (F.)  anche  altrove,  e  V  umil- 
tà de' Papi  resero  le  Scarpe  (F.)  cruei- 
gere,  perchè  da'fedeli  si  baciasse  la  ero* 
ce.  Sul  trono  i  Papi  celebrano  diverse  futi- 
rioni,  e  sedendovi  dispensano  le  Cande* 
/e,  le  Ceneri  (dopo  averle  ricevute  seden- 
do dal  cardinal  Penitenziere  maggiore), 
le  Palme,  gli  Agnus  Dei  (F)  benedetti, 
e  di  questi  ultimi  siccome  sostituiti  alla 
Superstizione,  in  quell'  articolo  tornai  a 
ragionarne.  Ninno  può  recarsi  al  trono 
del  Papa  colla  Spada (Tr.).  Sedentein  tro- 
no, nel  Possesso  dispensa  il  Presbiterio 
(F.).  Sul  trono  il  Papa  nel  Natale  e  nella 
Pasqua,  in  piedi  colle  Particole  comuni- 
ca i  cardinali  diaconi  e  i  nobili  laici;  dopo 
essersi  ivi  comunicato  con  V Ostia,  e  di  a- 
verne  fatto  parte  al  cardinal  diacono  e  al 
suddiacono  latini,  per  quantodissi  nel  voi. 
JX,  p.  2f)eseg.;  e  anticamente  si  comu- 
nicava sedendo  sul  trono,  ed  è  in  libertà 
ili  comunicar  gli  allri  sedendo. Narra  Ful- 
vio Serva  nzio,  Acta  caeremonialia  pres- 
so il  p.  Gallico  p.  4 1 7,  che  nel  pontifica- 
le della  coronazione  d'  Alessandro  VII., 
questi  invece  di  genuflettere  sopra  lo  sga- 
bello della  sua  sedia  pontificale,  ed  ivi  ri- 
manere fino  alla  consumazione  delle  spe- 
cie sagra  mentali,  volle  genuflettere,  co- 
municarsi e  comunicar  anche  il  diacono 
e  suddiacono  Ialini,  al  ripiano  dello  stes- 


TRO  |i& 

so  soglio,  a  motivo  di  maggior  riverenza 
e  umiltà.  Abbiamo  dello  stesso   Servan 
zio, p.  469,1!  rito  coi  quale  Alessandro  VII 
ricevè  m oriente  la  ss.  Eucaristia,  in  roc 
chetlo,  mozzetta  di  damasco  bianco  e  sto- 
la rossa  anriphrygiata,   dalle  inani  del 
cardinal  Nini  con  queste  parole:  Accipe 
Beatissime  Pater  Viaticum  Corporis  D 
/V.  J.  C.  Sedendo  in  trono  il  Papa  rice 
ve  la  prima  e  la  terza  Incensazione  (V.) 
dal   cardinal   prete  assistente  genufles- 
so, per  denotare   la    riverenza    verso   la 
prima  sede  episcopale,  e  lo  rilevai  anco 
nel  voi.  X.  p.  266.   Prestano  assistenza 
nelle  sagre  funzioni  ordinarie  al  Ponte- 
fice sul  trono:  nel  ripiano  di  esso,  a  de- 
stra il  cardinal  Priore  [V.)  de'diaconi,  a 
sinistra  il  cardinal  2.0  diacono;  da  questo 
lato  e  voltando  le  spalle  all'altare  (poi- 
ché il  trono  si  eleva  dalla  parte  dell'  e- 
vangelo),  alquanto  distante  dal  cardinal 
2. "diacono,  i!  cardinal  \.° Prete  (fr.)  assi- 
stente; tutti  e  tre  questi  cardinali  siedo- 
no su  sgabelli  nudi  di  legno  e  nudo  han- 
no il  capo.  Leggo  nel  citato  p.  Gattico,  p. 
12.  SS. D.  N.  Paulus  Hanno  1 465 sta < 
tuit,  ut  Diaconi  Cardinales  in  M'issa- 
rum  solemnia  servientes  sederent  juxta 
ipsum  supra  sgabella  magna,  alius  a 
dextris,  alius  a  sinistrisj  et  Presbyter 
Cardinalis  primus,  qui  sibi  servii,  se- 
derci edam  prope  ipsum  in  sinistro  la- 
ter e ,  sci lice t  ante,  et  prope   Epi scopo s 
Assistentes,quì serviunt de  Libro etCan 
dela.  Mover  unt  autem  eumdem  D.N.  ra- 
tioncs  sequentesA.quodpraefatiCardd. 
sccundwn  antiquum  morem  sedebant 
inter  Auditores,  et  Clerico s   Camerae 
sine  aliquo  debito,  nitide  sgabellis.  II. 
quod  Prior  Presbyter or um  Cardd.  e- 
tiam  sedendo  dabat  dorsum  omnibus 
aliis  Cardinalibus.  Inoltre  assistono  sul 
ripiano  del  trono  il  Papa  e  in  piedi,  a  si- 
nistra il  prefetto  de'  Maestri  delle  cere- 
monie  pontificie,  a  destra  dopo  il  cardinal 
1. "diacono  il  Principe  assistente  al  Soglio 
Po^///c/o(r.).Nelvol.LXXVIII,p.i63 
rilevai;perchèil  priucipeColonna  assistcn- 


i.6  TRO 

te,cedè  In  destra  nello  coronazione  di  Cosi- 
mo I,  ol  principe  Orsini  altro  assisten- 
te. Fuori  del  irono,  ma  im  media  tamen- 
te  a  sinistra,  siedono  i  J  'escovi  assistenti 
ni  Soglio  Pontificio  (/  '.),  cioè  i  patriar- 
chi, gli  arcivescovi,  i  vescovi  di  tal  colle- 
gio, siedono  sui  gradini  del  trono:  il  Se- 
natore di  Roma  (V.)  sul  i  /gradino  dopo 
la  predella  alla  parte  destra,  ed  i  Con- 
servatori di  Roma  sul  i.°  gradino  in  nu- 
mero di  tre:  gli  Uditori  di  Rota  (V.)  sie- 
dono sul4.°o  penultimo  gradino,  avendo 
tra  loro  l'ultimo  luogo  il  p.  Maestro  dels. 
Palazzo  apostolico  (/"''.):  i  Chierici  di  Ca- 
mera, i  Votanti  di  Segnatura,  compreso 
Y  Uditore  di  Segnatura ,  anch'esso  prela- 
to, e  gli  Abbreviatola  di  parco  maggiore 
(  F.),siedono  sul  detto  gradino  appi  esso  gli 
uditori  di  rota, il  che  descrissi  nel  voi.  VI  li, 
p.  220  e  altrove.  Prestano  assistenza  al 
Papa  nel  magnifico  e  grandioso  trotio,che 
si  erige  incontro  all'  altare  papale  delle 
patriarcali  basiliche,  ne'  vesperi  pontifi- 
cali e  nelle  messe  pontificali:  sul  trono  e 
nel  ripiano  i  personaggi  summentovati, 
tranne  il  cardinali. bell'ordine  de'preti, 
poiché  esercita  i  di  lui  uffizi  di  assistente 
il  cardinal  Decano  del  sagro  Collegio  o 
altro  cardinal  Vescovo  Suburbicario,  il 
quale  però  sullo  stesso  ripiano  siede  so- 
pra nudo  faldistorio  :  sul  ripiano  del  tro- 
no nel  1  ."gradino  dall'una  e  l'altra  parte, 
siedono  i  patriarchi,  arcivescovi  e  vescovi 
assistenti  al  soglio:  nel  penultimo  gradino , 
gli  uditori  di  rota, il  p.  maestro  del  s.  palaz- 
zo,i  chierici  di  camera, i  votanti  di  segnatu- 
ra coll'uditore  e  gli  abbreviatoli  di  parco 
maggiore;  ma  qualora  tulli  non  potesse- 
ro avervi  luogo,  siedono  nel  penultimo 
gradino  del  trono  di  terza,  eretto  vicino 
all'altare  papale,  dalla  parte  dell'  episto- 
la :  dal  destro  lato  del  trono  siedono  sul 
2.0  gradino  il  senatore  di  Roma,  e  sul  3.° 
i  conservatori  di  Roma;  nel  seguente  gra- 
dino siedono  gli  Avvocali  concistoriali; 
mentre  dalla  parte  opposta  siedono  il  de- 
cano degli  uditori  di  rota,  per  tenere  la 
mitra  del  Papa  quando  questo  la  depo- 


TRO 

ne,  ùaWneCamerieri  del  Papa  segreti  as- 
sistenti per  \aFaldaj  i  quali  tre  prelati 
nelle  cappelle  pontificie  ordinarie  siedo- 
no sulloscalino  dell'aliare  dalla  parte  del- 
l' evangelo,  e  gli  avvocali  concistoriali 
l'impello  al  trono.  Anticamente,  oltre  i 
suoi  mentovali,  prestavano  assistenza  a! 
trono  pontifìcio  nelle  sagre  funzioni  :  ne' 
tempi  più  antichi,  in  mancanza  de'cai  (li- 
liali diaconi,  il  Primicerio  della  s.  Sede, 
ed  il  Secondicerio  della  s.  Sede  (V.)  :  il 
Prefetto  di  Roma  (  V.),  la  cui  sedia  era  or- 
nala con  figure  di  cani  (non  però  l'usava 
in  queste  funzioni),  i  Nepoti  del  Papa,  gli 
Ambasciatori  di  Ubbidienza  (V.)  e  di 
Residenza }  i  Principi  e  Baroni  romani, 
il  Generaledis.  Chiesa{V.).  Il  p.  Gallico, 
Acta  caeremonialia,  riporta  a  p.  39 5:  De 
Coronatone  Sijcti  V,  iWav'io  del  ceremo- 
niere  pontificio  Alaleona.  In  Solio  stete- 
runt,Senator  Urbis  primus,  deinde  ora- 
tor  Galliae,orator  Venetiarum,  duo  ne- 
poles  regum  Japponensium,  videlicet  d. 
Manlius  et  d.  Michael  (evano  anche  am- 
basciatori d'ubbidienza);  d.Jacobus  Iìon- 
compagnus  dux  Sorae,  et  generalis  Ec* 
clesiae^iarchioSurrianigubernalorBur- 
gi,  et  marchio  Riatti  locumtenens  gene- 
ralis Ecclesiae.  In  gradibus  Solii  se- 
derunt  Conservatores  Urbis,  d.  Marti- 
nus  nobilis  japponensis,  et  alii  nobiles 
barones  eie.  Primi,  qui  lulerunt  baldac- 
chinum  ad  aula  ducali  usque  ad  porti- 
ami  s.  Petri,  fuerunt  oratores,  et  nobiles 
majores  de  Solio.  Secundi  a  porlieu  us- 
que ad  altare  ss.  Sacramenti  in  ca pel- 
la  s.  Andreae  fuerunt  nobiles  barones. 
Tertii  a  capella  s.  Andreae  usque  ad 
capellam  s.  Pelei,  ubi  Ponlifex  celebra- 
vii,  fuerunt  equites  s.  Petri.  Quarti  post 
dictam  missam  a  dieta  capella  s.  Petri 
usque  adlocum  coronalionis  fuerunt  se- 
nator,  conservatores,  et  aliqua  capila  re- 
gionum.  Nella  Cavalcala  pel  Possesso, 
riferisce  lo  stesso  Alaleona,  che  dopo  i  cu- 
biculari cavalcavano.  Oratores  regii,  et 
principum  magnatimi  equilarunt  aule 
Cruccili.  Gubernator  Urbis  elsenalor  a 


TRO 
sinistris  ipsius  post  dictos  oralores.  An- 
te vero  oratores,  conservatores,  capita 
regionurn,  et  alti  officiali s  populi  roma- 
ni, et  Illust.  d.  Jacobus  Boncompagnus 
generali?  Ecclesiae  curii  oratoribus.  O- 
ralores  fuerunt  orator  Galliae,  oralor 
Fenetiarum}  et  oratores  regimi  in  insu- 
la Japponiaetc.  Elsi  senator  Urbis  prae- 
cedat  oraiorem  Galliae,  nihilominus  i- 
pse  orator  scmper,  quando  opusfuit,  tu- 
li t  caudam  Papae paedesler  eunti  (som- 
ministravano  ancora  al  Papa  le  Cande- 
le e  le  Palme  benedette  nella  dispensa, 
e  versavano  l'acqua  nella  Lavanda  delle 
mani,  sul  trono);  et  ita  mei  major es  fé- 
ceruntj  ideo  hic  annotavit  eie.  Episcopi 
assistentes  in  equitatione  equitarunt  cum 
mantellonibus 3  et  galeris  pontificalibus 
in  muli»  ponlificaliler  ornatis  violaceo 
colore,  quo  semper  utunlurj  alii  Episco- 
pi curii  mante llettis  supra  rocchettos  .... 
Retro  Pontificali  in  equitatione  immedia- 
le ibant  duo  canterani  secreti  assisten- 
tes medium  habenles  Illust.  d.  Alexan- 
drum  de  Montealto  pronepotem  Ponti- 
ficis  indulum  habilu  clericali  violaceo 
serico.  Ho  riportalo  quest'ultimo  brano, 
per  dare  qui  un'idea  dell'intervento  de- 
gli assistenti  al  soglio  nelle  cavalcate  pon- 
tificie, e  di  alcuni  odici  che  esercitavano, 
il  che  toccai  pure  a  Principe  assistente 
al  Soglio  pontificio  e  nel  voi.  LXVII, 
p.  104.  Nello  stesso  p.  Galtico  leggo  a  p. 
407:  De  Coronatìone,  et 'Equitatione ad 
Laltranum  Gregcrii  XFtex  Paulo  Ala- 
leone.Yva  quelli  che  cavalcarono  si  nomi- 
nano: Jo.Gcorgius  Aldobrandino  prin- 
cepsRossani  maritusExcel.  d.  comitissae 
Hippolytae  nepolis  Papae  eie,  quetn 
Excell.d.  Jo.Georgium  Papa  declaravit 
suumNepolem  cum  omnibus  honoribus^et 
privilegiis  Nepotem  Papae,  ideirco  erit 
unus  de  stanlibus  in  Solio....  Cavalcava- 
no post  conservatores  Urbis Excell.  dd. 
comiles  Iloratius  Ludovisius  frater  Pa- 
pae, Nicolaus  Ludovisius  nepos  Papae, 
et  Jo.  Georgius  Aldobrandino  maritus 
nepotis  Papae ,  ut  supra  dixi,  declara* 


TUO  117 

tus  fuit  a  S.  D.  N.  Papae  nepos  ejus. 
Indi  cavalca  vano  3  oratori  di  Lucca,  e  gli 
oratori  dell'Imperatore,  di  Francia  e  di 
Venezia.  Ritornando  all'articolo  Sedia  e 
Sedie  de'I'api,  ricordai  i  troni  con  Bal- 
dacchino de' Concistori  (F '.),edel  Palaz- 
zo apostolico  Praticano  e  del  Palazzo  a- 
postolico  Quirinale  (F.):  solo  qui  avver- 
tirò, che  la  sedia  de'concistori  si  cuopre 
di  damasco  rosso,  e  di  paonazzo  nelle  vi- 
gilie, nell'  Avvento  ,  dalla  Seltuagesima 
in  poi  per  tutta  la  Quaresima,  nelleQuat- 
tro  tempora  e  in  altri  tempi  che  si  usa  il 
coloreecclesiastico  violaceo.  Ivi  dissi  del- 
le nobili  sedie  esistenti  ne'troni  delle  pon- 
tificie stanze,  sullequali  il  Papa  siede,  ve- 
stito di  mozzetta  e  rocchetto,  nelle  Con- 
gregazioni cardinalizie  del  s.  Oifizio,de' 
s.  Riti,  e  altre  che  si  tengono  innanzi  di 
lui;  per  assistere  alla  lettura  de'decreti  on- 
de procedersi  alla  Beatificazione  d'alcun 
Servo  di  Dioj  per  I1 'Esame  de  'F 'escovi che 
ha  luogo  alla  sua  presenza;  nell'imporre 
la  Mozzetla  eia  Berretta  cardinalizia  a' 
cardinali  nuovi;  nel  mettere  il  Rocchetto 
a'vescovi  che  ha  promulgato  in  concisto- 
ro,subito  dopo  di  questo;  nel  ricevere  le  o- 
blazioni  delle  candele  per  la  festa  della  Pu- 
rificazione, delle  quali  riparlai  nel  voi. 
LXXIX,  p.  1 39  ;  nell'ammetlere  al  bacio 
del  piede  qualche  corporazione  religio- 
sa o  altra.  Inoltre  nel  concistoro  il  Papa, 
sedente  nella  sedia  concistoriale,  crea  i 
Cardinali  (F.), impone  loro  il  Cappello 
Cardinalizio  ,Y  Anello  Cardinalizio , con- 
ferisce loro  i  Titoli  Cardinalizi  e  le  Dia- 
conie Cardinalizie,  crea  i  Legali  aposto- 
lici, dichiara  al  Sagro  Collegio  i  grandi 
alFari  della  Chiesa  universale,  e  ne  pro- 
pugna i  sagri  diritti,  alto  alzando  1'  apo- 
stolica voce,  con  allocuzioni  e  Lettere 
Encìcliche  che  invio  a  tutto  l'episcopato 
cattolico,  ricevendo  le  perorazioni  per  le 
canonizzazioni  de' santi;  e  vi  ricevea  al- 
l' Ubbidienza  (F.)  i  sovrani,  e  gli  amba- 
sciatori d'  Ubbidienza.  Sotto  il  baldac- 
chino il  Papa  riceve  all' 'Udienza  (F.),e 
sotto  il  trono  accoglie  i  Sovrani  e  i  pria- 


n8  TRO 

api  i -filli. Che  il FiiL/i.» fo//o,ne'monumen- 
ti  antichi  talvultu  ohiafnaèo  tedia  papale-, 
i  Papi  l'usano  per  Genu/lcssorio  (1  .),  e 
ricorda  la  ferva  della  sedia,  Sella m,  u 
sata  anticame  ole  da  eaM  Dell'assumere  le 
vesti  lagre  in  Sagrestia ,  e  perciò  portala 
da'Mappularii,  poi  introdotta  nella  Car- 
rozza (/  .)  ile  Treni  de'  Papi,  secondo  il 
Nardi:  certo  è  che  il  Papa  incede  nelle  sue 
carrozze  sedente  solo  e  in  mia  sedia»  e  nel 
cielo  di  esse  è  ricamata  la  colomba  rag- 
giante, simbolo  dello  Spirito  Santo  clic 
l'illumina  nel  governo  della  Chiesa  uni- 
versale; e  che  il  p.  Felici  gesuita, nell'Omo- 
masticum  Romanum,  chiamò  siffatta  se- 
dia della  carrozza,  Stila  cut  ulis,  dicendo 
eoo  Aulio  Gellio  lib.  3,  cap.  18:  Senato- 
res  qui  cur idem  magutralum  gessissent, 
curru  honoris  gratta  iti  curiam  veheban- 
lur,  in  quo  curru  sella  trai,  supra  quam 
considebant,  quae  oh  eam  causata  Guru- 
lis  est  appellata.  Ricordai  l'antica  Intro- 
nizzazione e  Consti  graziane,  ove  e  nel 
vol.LXIlljp.  1  C)^ue  ri[K\i\n\yOrdinazione 
anche  in  Sacerdote  o  Suddiacono,  o  Be- 
nedizione (/'.)  de'uuovi  Papi,  loro  Co- 
ronazione colla  Tiara  o  Triregno,  e  Pos- 
sesso del  Papa;  articoli  tutti  ne'quali  di- 
scorsi della  cattedra,  del  trono  e  delle  se- 
die nelle  quali  venivano  e  sono  introniz- 
zati i  Papi, loro  diversi  bellissimi  e  sim- 
bolici riti  ed  erudizieni, massime  sulle  già 
rammentale  sedie  slercot  arie  con  parti- 
colari ricerche  e  impugnando  le  assurde 
maligne  dicerie  spacciate  da'nemici  e  ca- 
lunniatori dell'immacolato  splendore  del 
la  s.  Sede  romana;  menti  e  nel  voi.  XV.  p. 
3  16  dichiarai,  che  seguita  X Elezione  del 
Papa  sedente  sulla  sedia  pontificale  ge- 
statoria posta  sulla  predella  dell'  altare 
della  cappella  degli  Scrutinii,  vi  riceve 
lai."  Ubbidienza  di  adorazione.  E  nel 
voi.  Vili,  p.  1  59  descrissi  la  1*  e  3."  Ub- 
bidienza di  adorazione  resa  da'  cardi- 
nali al  novello  Poulefìee  sedente  sopra 
un  cuscino  in  mezzo  alla  meusa  dell'al- 
tare della  cappella  Sistina  e  dell' aita- 
le di  s.  Pietro  nella  sua  basilica.  Questo 


T  li.  () 
aiiu.de  rito,  ripeto,  è  diverso  dall'antica 
intronizzazione  sulla  cattedra  di  s.  Pie- 
tro, ma  equivalente.  Di  Pio  II  neh  pH 
si  dice  nel  libro:  Conclavi  de'  Pontefici 
Romani.»  Frattanto  il  nuovo  Papa, ri- 
storate alquanto  le  forze  con  alcuni  rin- 
fresoa menti ,  fu  condotto  alla  basilica  di 
s.  Pietro,  e  messo  sopra  l'altare  maggio- 
re, sotto  il  quale  giacciono  i  corpi  santi 
delli  Beatissimi  Apostoli  Pietro  e  Paolo,  e 
poco  dopo, secondo  il  costume,  nel  subli- 
me trono,  e  nell'istessa  Cattedra  Aposto- 
lica, fu  posto  a  sedere,  nel  qual  luogo  pri- 
ma i  cardinali  e  vescovi,  dopo  molti  del 
popolo  gli  baciarono  i  piedi,  e  l'adoraro- 
no, sedendo  nel  trono  papale,  come  Vi- 
cario di  Cristo;  d'indi  lo  ricondussero  al 
palazzo."Terminai  l'articoloSEDiA,con  os- 
servare che  in  processo  di  tempo  que'Pa- 
pi  che  nel  possesso  non  cavalcarono,  ince- 
derono  in  Lettiga  (V.)  maestosa  e  orna- 
lissima,  fatta  a  guisa  di  sedia  papale  ge- 
statoria coperta,  usando  pure  di  andare 
insedia  papale  scoperta,  anche  proceden- 
do per  la  città  colla  sedia  portabile  a  ma- 
no. Nell'articolo  Sedia  pontificale  ge- 
statoria, la  dissi  sedia  portatile  papale, 
Irono  portatile,  sulla  quale  il  Papa  siede 
in  allo  vestito  de'sagri  paramenti,  anche 
pontificali,  coperto  di  mitra  o  triregno, 
nelle  sagre  funzioni  che  assiste  o  celebra 
benedicendo  di  quando  in  quando  il  ri- 
verente popolo;  portando  ne'suoi  tempi 
in  mano  la  candela  accesa  per  le  funzio- 
ni della  benedizione  delle  candele  ,  per 
quella  della  canonizzazione  ,  per  quelle 
dell'apertura  e  chiusura  delle  porle  san» 
le,  non  che  la  palma  e  la  rosa  d'oro  ne' 
giorni  di  loro  benedizione.  Narrai  le  fun- 
zioni in  cui  fa  uso  della  sedia  gestatoria, 
e  da  chi  è  portala,  quando  contestual- 
mente si  adoperano  i  Flabelli  ne'due  lati, 
e  quando  il  Papa  v'incede  sotto  magni- 
fico Baldacchino  portatile;  e  feci  la  de- 
scrizione di  questa  maestosa  e  nobilissi- 
ma sedia  pontificia, con  bracciuoli  e  spal- 
liera, lecui4zampe  sono  fìsse  sopra  una 
predella  di  legno  coperta  di  velluto  in  seta 


TRO 

cremisi,  di  cui  è  coperto  il  suppedaneo  o 
piccolo  sgabello.  Resi  di  più  ragione  per- 
chè il  Papa,  non  per  fasto,  è  condotto  in 
modo  cosi  elevato  ed  eminente,  ma  per 
significare  la  sua  universale  vigilanza  e 
qual  fanale  della  fede;  che  auzi  cosi  por- 
tato, nel  dì  solenne  di  sua  coronazione  , 
sedendo  nella  gestatoria  il  Papa  è  spet- 
tatore del  triplice  bruciamento  della  Stop- 
pa (F.),  e  uditore  per  altrettante  volte 
dal  grave  ricordo:  Sic  transit gloria  mun- 
di! In  essa  egli  riceve  quindi  il  Pallio  pon- 
tificio (P\),  suprema  insegna,  della  pie- 
nezza di  sua  giurisdizione,  già  portato  da 
s.  Pietro  e  da'successori  proseguito  ad  u- 
sare  in  segno  dell'apostolica  podestà;  e  do- 
po aver  celebralo  la  messa  solenne  rice- 
ve il  presbiterio.  Su\\a  sedia  gestatoria  il 
Papa,  tranne  il  detto  giorno  nel  quale  dal 
trono  in  cui  fu  coronato  per  lai.a  volta 
benedice  solennemente  il  popolo  nel  no- 
me della  ss.  Trinità  (^.),  comparte  l'a- 
postolica benedizione  nelle  principali  fe- 
ste. Che  si  pone  nella  cappella  degli  scru- 
timi del  Conclave  dal  lato  dell'evangelo,  e 
su  di  essa  l'eletto  Papa  vi  riceve  da'cardi- 
nali  la  memorata  i  .a  ubbidienza  di  adora- 
zione^ portato  poscia  sulla  medesima  nel- 
la basilicaVaticana,  incomincia  a  benedir, 
vi  pubblicamente  i  fedeli.  Procurai  investi- 
gare l'antichissima  origine  di  questo  tro- 
no pontificio  portatile,  e  di  ammirarne  la 
convenienza, per  cui  diversi  Papi  credero- 
no di  usarlo  nella  solenne  processione  del 
Corpus  Domini  portandovi  la  ss.  Eucari- 
ristia  trionfalmente,  finche  fu  stabilito  di 
recarla  con  l'odierno  talamo,  cioè  una  pic- 
cola sedia  gestatoria  fìssa  su  ampia  pre- 
della, cou  piccolo  tavolino  innanzi  su  cui 
posa  l' Ostensorio.  Quando  si  rendeva  dal 
re  delle  due  Sicilie  il  Tributo  (nel  quale 
articolo  feci  parola  sulla  recente  sospen- 
sione della  relativa  protesta)  e  censo  feu- 
dale della  Clviiea  (f .),  il  Papa  lo  rice- 
vea  sedente  sulla  sedia  gestatoria,  e  in- 
cedendo su  di  essa  accoglie  le  proteste  pe' 
tributi  dovuti  alla  Chiesa  Romana  e  non 
soddisfatti.  Dappoiché  il  Papa  sedente  in 


TRO  119 

trono  tra'supremi  atti  che  esercitò  di  So- 
vranità della  s.  Sede  (f"),vi  furono  quel  li 
delle  solenni  Investiture  con  Tributi,  de' 
domimi  lemporalidelprincipatodellaRo- 
inana  Chiesa, colla  tradizionedel/^ewV/o 
(V.).  Ragionando  a  Concilio  o  Sinodo 
di  quanto  li  riguarda  anco  nelceremonia- 
ìe,  notai  ove  in  essi  siedono  l'imperatore, 
i  re,  i  principi,  gli  oratori  loro.  Al  Papa 
spettare  3  gradini  al  suo  trono,  avendo- 
ne 1  nello  stesso  ripiano  l'imperatore;  di 
quali  drappi  si  ricuoprono  i  diversi  sedili, 
e  quali  col  postergale  e  senza. De'posti  che 
spettano, secondo  i  gradi,  a  quelli  che  v'in- 
tervengono, e  del  luogo  di  alcuni  prelati 
romani  feci  cenno  nel  voi.  XI, p.  1 89.  Me- 
glio ne  trattai  nella  descrizione  di  molti  del 
grandissimo  numero  che  brevissimamente 
compendiai, perchè  i  principali  canoni  pre- 
ferii riportarli  a'iuoghi  loro,come  nel  voi. 
XV,  p.  172,  dicendo  dell'ultimo  concilio 
di  Roma(P.).  Nel  concilio  celebrato  nel 
1047  da  Clemente  II  in  Roma,  insorse 
nuovamente  la  controversia,  riguardoal- 
la  preminenza  e  dignità  di  loro  chiese, 
tra  gli  arcivescovi  di  Milano  e  di  Raven- 
na (chesinda'primi  secoli  si  chiamò  tro- 
no apostolico,  dopo  Roma  e  Antiochia  di 
Siria  primogenita  di  s.  Chiesa),  i  quali, 
come  pure  il  patriarca  d'  Aqudeia  (del 
quale  e  della-  questione  meglio  riparlerò 
u  Udine,  come  ultima  loro  residenza,  e 
perciò  colla  serie  de'  patriarchi,  prose- 
guiti dagli   arcivescovi  udinesi),  preten- 
devano sedere  ue'siuodi  nel  luogo  più  o 
norevole;  e  però  il  Papa  ad  eliminare  ul- 
teriori coulestazioni,  ordinò  che  l'arcive- 
scovo di  Ravenna  ne'concilii  abbia  il  lato 
dritto  del  sommo  Pontefice,  quando  l'im- 
peratore non  sia  presente,  che  essendolo 
occuperà  il  lato  sinistro.  Nel  famoso  con- 
cilio di  Costanza,  per  terminar  il  grande 
iSc/'s///tf  d'occidente,Giovanni  XXIII  suc- 
cessore d'Alessandro  V,  eletto  in  quello 
di  Pisa  contro  il  legittimo  Papa  Grego 
rio  XII,  simulatalo  di  rinunziare  ii  suo 
pontificalo,  dopo  a  ver  celebralo  nella  cat- 
tedrale la  messa  dello  Spirilo  Sauto,  in 


i  ao  T  R  O 

ine/zìi  nlln  numerosa  assemblea,  scese  dal 
sin»  h  omo  e  prostrato  davanti  l'altare  pro- 
nunziò il  giuramento  di  dare  la  pace  al- 
la Chiesa  mediante  la  sua  libera  cessio- 
ne del  sovrano  pontificato,  quando  l'an- 
tipapa Benedetto  XIII  e  Gregorio  XII 
avessero  rinunziato  alle  loro  pretensio- 
ni. L'  imperatore  Sigismondo  ivi  pre- 
sente, che  lo  riconosceva  per  Papa,  ^in- 
tenerì e  commosse  talmente,  che  pieno 
di  gioia  alzatosi  dal  suo  trono,  e  depo- 
sta dal  capo  la  corona,  ne  discese;  e  quin- 
di avvicinatosi  a  Giovanni  XX111,  con 
fervore  religioso  s*  inginocchiò  a'  suoi 
piedi,  per  ringraziarlo  della  generosa  ri- 
soluzione, anche  per  parte  del  concilio. 
In  nome  di  questo  lo  ringraziò  formal- 
mente il  patriarca  d'Antiochia,  per  alto 
tfi  utile  al  cristianesimo,  facendo  altret- 
tanto i  principi  e  gli  ambasciatori,  anzi 
lo  Spoudano  dice  che  V  assicurarono  di 
confermarlo  nel  papato.  Ma  la  vera  ed  e- 
rotea  rinunzia  del  pontificatola  fece  Gre- 
gorio XII  nel  concilio,  a  mezzo  di  Mala- 
testa  signore  di  Rimini,  il  quale  salito  so- 
pra un  trono  come  fosse  il  Papa,  dopo  a- 
ver  esaurito  l'alto  con  breve  e  appro- 
priato discorso,  non  rappresentando  più 
il  Papa,  scese  dal  trono  e  andò  a  collo- 
carsi in  una  sedia  ordinaria.  Saputosi  da 
Gregorio  XII  in  Rimini  l'operato  dal  suo 
procuratore  ili  Costanza, adunò  il  conci- 
storo e  sedente  sul  trono  vestito  delle  pon- 
tificie insegne  ,  ratificò  solennemente  la 
rinunzia,  indi  disceso  dal  soglio  papale, 
depose  il  triregno  e  gli  abili  pontificali.  E 
qui  dirò,  che  s.  Celestino  V  allorché  fece 
in  concistoro  alla  presenza  de'  cardinali 
la  solenne  Rinunzia  al  Pontificalo  (P.), 
sedente  in  tronoornato  dell'insegne  pon- 
tificali, quindi  di  queste  si  spogliò  nel  di- 
scenderne, e  con  modesto  portamento  si 
mise  a  sedere  a'piedi  de'cardinali.  In  più 
luoghi  ragionando  dell'  immagine  di  s. 
Pietro  posta  a  sinistra  di  quella  di  s. Paolo 
in  alcuni  monumenti,  non  per  maggior- 
mente onorare  s.  Paolo,  ed  anche  s.  An- 
drea come  in  una  tavola  votiva  del  museo 


T  B  O 

Ricciardiano,  ma  eziandio  per  la  ragione 
addotta  dagli  artisti  per  antichissimo  co- 
stume di  porre  a  sinistra  i  sommi  per- 
sonaggi, non  perchè  la  parte  più  degna 
fosse  determinata  da  chi  osserva  l'oggetto, 
ma  aver  eglino  così  l'atto,  ove  li  dovesse- 
ro rappresentare  in  atto  di  confabulare  o 
colla  destra  eseguire  alcuna  azione, con- 
forme all'uso  degli  orientali,presso  i  (piali 
la  parte  dritta  è  determinata  da  chi  os- 
serva l'oggetto.  Un  eruditissimo  conosci- 
tore de' costumi  orientali  all'erma  sussi- 
stere tuttavia  lale uso, come  leeoni  mg.r 
Marini,  Diplomatica  pontifìcia,  2.a  ediz., 
p.  4°>  tnlciiè  nelle  chiese  di  quelle  regio- 
ni si  colloca  la  cattedra  vescovile  a  lato 
dell'epistola  per  farla  rimanere  alla  de- 
stra di  chi  entra  in  esse.  E  sin  dal  1 438 
così  fu  praticato,  allorché  insorta  questio- 
ne di  precedenza  nel  concilio  tenutosi  iti 
Ferrara  da  Eugenio  I  Vjl'imperatore  gre- 
co Giovanni  III  Paleologo,  che  assoluta- 
mente volea  essere  messo  alla  destra  del 
Papa,  fu  contento  di  starsi  in  quella  parte 
ch'era  alla  destra  di  chi  entrava  nel  con- 
cilio, persuaso  d'  aver  così  conseguito  il 
suo  intento.  Quanto  a'troui  de'cardinali, 
nel  Cerimoniale  da  tenersi  da  un  nuo'- 
vo  cardinale  nella  sua  promozione  al 
cardinalato ,  pubblicato  nel  1 856  dalla  s. 
congregazione  della  Ceremoniale,  si  pre- 
scrive quanto  vado  a  riportare  con  alcu- 
ni schiarimenti  Ira  parentesi.  La  camera 
del  trono,  quale  deve  tenersi  da  ciascun 
Cardinale  nel  proprio  appartamento  (ec- 
cettuati i  Palazzi  apostolici,  i  palazzi  del- 
la camera  apostolica:  tali  sono  conside- 
rati anche  quelli  della  Curia  lnuocenzia- 
na  e  di  Propaganda  fide,  i  quali  propria- 
mente non  sono  camerali;  nou  che  i  coti- 
venti,  i  monasteri,  ed  i  luoghi  pii,  cioè  nel 
solobaldacchinochenonsi  puòusare),sarà 
chiusa  la  mattina  del  Concistoro  segreto 
in  cui  è  creato  e  pubblicato  il  nuovo  car- 
dinale, finché  giungerà  il  gentiluomo  del 
cardinal  segretario  di  stato,  che  porta  il 
biglietto, con  cui  si  notifica  al  novello  car- 
dinale la  promozione  seguita:  e  però  pri- 


T  11  O 

ma  di  tale  avviso  non  deve  a  m  mei  tersi 
«Icuna  visita  di  etichetta  o  di  formalità. 
Il  nuovo  cardinale  dopo  letto  il  biglietto 
colle  Pesti  convenienti  si  pone  sulla  so- 
glia della  camera  del  trono  senza  mai 
muoversi  onde  ricevere  le  Visite.Né la  sa- 
la non  vi  dev'essere  affatto  il  Baldacchi- 
no, e  devono  rimanere  coperte  le  arme 
tanto  al  trono  nella  sala, quanto  nelle  por- 
tiere (deUePortiere  nobili  riparlai  nel  voi. 
LXXV,  p.  1^2),  cassabanehi ,  torciere, 
cassa  delle  torcieec,  sinché  non  avrà  ri- 
cevuto il  Cappello  cardinalizio.  Così  nel- 
la stessa  sala  non  vi  dovranno  essere  ap- 
pesi i  cuscini  e  gli  Ombrellini  paonazzi  e 
rossi.  Nella  camera  poi  del  trono  vi  sarà 
il  solo  dossellodi  vellutoo  damasco  rosso, 
senza  il  baldacchino:  il  ritratto  del  Papa 
(reguante,e  lo  devono  tenere  anche  i  car- 
dinali creati  da'suoi  predecessori)  sarà  po- 
sto in  mezzo  al  dossello.  La  sedia  del  tro- 
no sarà  indorata  abbraccinoli  e  co'cusci- 
ni  di  velluto  rosso, e  rivolta  col  sedile  alla 
parete  o  dossello  (senza  predella  e  senza 
scalini,  solo  con  un  piccolo  tappeto  ol- 
tre quello  della  camera  stessa:  i  cardinali 
dimoranti  fuori  di  Roma  devono  osser- 
vare altrettanto).  Il  nuovo  cardinale  do- 
po essere  stato  col  Treno  proprio  del  gior- 
no, a  ricevere  la  berretta  cardinalizia  dal 
Papa,  tornato  al  suo  palazzo  ,  prosegue 
a  ricevere  le  visite  dopo  l'Ave  Maria,  re- 
stando in  piedi  sulla  soglia  della  came- 
ra del  trono,  senza  mai  uscire  da  quel  sito 
ad  incontrare  o  accompagnare  chiunque 
venga  a  visitarlo.  Potrà  bensì  introdur- 
re nella  detta  camera  e  dare  a  sedere,  non 
mai  alla  sedia  del  trono,  ma  alle  altre  se- 
die,avvertendodi  non  scostarsi  mai  dalla 
porta.  Nel  2.0  e  3.°  giorno  il  cardinale  ri- 
mane pure  sulla  soglia  della  camera  del 
trono,  ove  riceve  tutti.  Nella  visita  de'pa- 
triarchi, ambasciatori, prelati  di  fiocchetti 
e  de'principi  romani,  essi  s'  introducono 
dal  cardinale  nella  camera  del  trono  e  li 
fa  sedere  alla  sinistra.  Egli  siede  alla  se- 
dia del  trono,  e  quegli  che  fa  la  visita  ri- 
maue  alla  siuistra di  fianco,  e  quasi  di  pro- 


TRO  i2f 

spetto  con  una  sedia  indorata  senza  brac- 
cioli eco'cuscini  di  damasco  rosso.Quan- 
to  al  cardinale  che  non  essendo  presente 
in  Roma  nel  giorno  di  sua  promozione, 
viene  in  Roma  per  ricevere  il  cappello  car- 
dinalizio neìConcistoro  pubblico. ne'gior- 
ni  che  precorrono  tra  il  suo  arrivò  ed  il 
concistoro  pubblico,  se  riceve  visite  par- 
ticolari, avvertirà  di  non  riceverle  nella 
camera  del  trono.  Ne'3  giorni  precedenti 
a  detto  concistoro  dovrà  ricevere  le  visite 
di  formalità.  Se  il  cardinale  è  un  forestie- 
re che  riceve  nel  palazzo  dell' ambascia- 
tore, nulla  s'innoverà  circa  il  trono,  in  cui 
vi  sarà  oltre  il  ritratto  del  Papa,  anche 
quello  del  proprio  sovrano.  Nella  matti- 
na del  concistoro  pubblico  e  in  tempo  di 
esso  si  mette  nel  palazzo  o  residenza  del 
nuovo  cardinale  il  baldacchino  nella  ca- 
mera del  trono,  l'altro  nella  sala  co'cusci- 
ni  e  coll'ombrellino  (l'altro  dovendo  ser- 
vire nel  ritorno  del  cardinale)  e  si  scopro- 
no le  arme  fregiate  col  cappello  cardina- 
lizio al  dossello  del  trono  della  stessa  sala, 
a'eassabanchi,  alle  portiere  (come  il  Bal- 
dacchino e  dossello  del  trono  di  sala  lo  dis- 
si a  quell'articolo:  non  vi  è  prammatica 
sugli  scalini  di  legno  che  sono  sul  tavo- 
lonech'è  dinanzi  aldossello,  coperto  dello 
stesso  panno  rosso,  con  trine  e  frangie  di 
seta  gialla;  ordinariamente  si  usa  un  solo 
gradino  e  si  suole  tenervi  le  torcie ,  per 
accompagnare  a  chi  spettano).  Ne'palazzi 
apostolici,  ne'palazzi  camerali,  ne'conven- 
ti,  ne'monasteri  o  luoghi  pii,  non  si  può 
usare  il  baldacchino  uè  al  trono  della  ca- 
mera nobile,  ne  all'altro  della  sala.  Nella 
sera  di  detto  giorno  il  Papa  a  mezzo  del 
suo  Cameriere  segreto  guardaroba,  man- 
da al  cardinale  il  cappello  cardinalizio  che 
in  concistoro  gli  ha  imposto  sul  capo,  ed 
il  cardinale  l'introduce  nella  camera  del 
trono,  prende  posto  alla  sedia,  ma  resta 
in  piedi.  Dopo  la  presentazione  del  cap- 
pello, questo  si  pone  sopra  un  bacile  d'ar- 
gento, apparecchiato  sopra  un  piccolo  ta- 
volino alla  destra  del  trono,  essendo  il  ta- 
volino coperto  di  damasco  rosso  con  4can- 


122  1    KO 

dellieri  d'argento,  e  con  un  fazzoletto  eli 
seta  rossa  per  coprire  il  cappello.  Il  car- 
<  male  quindi  siede,  e  invita  mg.r  guar- 
daroba a  sedere  ad  una  sedia  senza  brac- 
ciuoli  e  co'cuscini  di  damasco  rosso,  pre- 
parata alla  sua  sinistra,  Cuori  del  baldac- 
thino'edi  fianco.  Dipoi  lo  licenzia  e  l'ac- 
compagna sino  alla  porta  che  mette  alla 
sala,  llcomplessodelleeeremonieehe  ac- 
compagnano la  creazione  de'  Cardinali 
nel  Concistoro  segreto,  il  ricevimento  del- 
la Berretta  Cardinalizia  e  del  Cappello 
Cardinalizio  nel  Concistoro  pubblico ,  con 
diffusione  lo  trattai  a  tali  articoli  ed  a're- 
lativi.  compi ese  le  nozioni  sui  troni, sui 
baldacchini,  tulle  visite  ec.  Il  Lunailoro 
nella  Relazione  dellaCorledilìoma  stam- 
pala nel  i  f>46,  riferisce,  n  Può  e  deve  o- 
pni  cardinale  nel  suo  palazzo  tenere  un 
baldacchino  di  panno  rosso  ben  ricamato 
con  sue  armi  in  sala  sopra  la  credenza 
(rioè  il  bancone  e  gradino),  ed  un  altro 
baldacchino  nell'anticamera;  hanno  sem- 
pre usato  tenerlo  cardinali  di  nascita  e- 
ininente.Come ancora  h  signori  cardinali 
nati  principi  ne  sogliono  tenere  più.  di 
due.  eda'piedi  de'ba Macchini,  che  si  ten- 
gono per  le  stanze  vi  va  sempre  un  bello 
strato  di  tappeto  o  altro  panno  ,  e  sotto 
il  baldacchino  vi  si  tiene  una  sedia  vol- 
tala dove  si  siede,  alla  cascata  di  detto 
baldacchino."  Dunque  a  quell'epoca  non 
si  costumava  di  porre  sotto  il  baldacchino 
il  Ritratto  dui  Papa.  Parlando  poi  de'car- 
dinali titolari  soggiunge.  »  Il  cardinal  ti- 
tolare deve  usare  il  baldacchino,  porcile 
all'altare  dove  si  canta  la  mesta  vi  sia  il 
baldacchino  ,  e  non  essendovi  il  baldac- 
chino sopra  l'altare,  meno  il  cardinale  lo 
deve  tenere  lui  sopra  la  sua  sedia,  ma  solo 
dietro  alla  sedia  la  cascata  del  baldacchi- 
no." Ma  di  quanto  riguarda  i  troni  e  i  bal- 
dacchini de'cardinali  ne'loro  Titoli  Car- 
dinalizi, ove  riparlai  pure  di  ciò  che  ap- 
partiene alle  diaconie  cardinalizie  e  a* 
cardinali  arcipreti  delle  basilicheì  e  de' 
cardinali  Protettori,  pe'loro  possessi, assi- 
stenza o  celebrazione  di  feste  nelle  chiese 


TRO 
dì  loro  giurisdizione,  nelle  quali  manda- 
no il  ritratto  del  Papa  e  le  portiere  no- 
bili, ne  tenni  proposilo  in  tali  articoli.  Av. 
vertii  nel  voi.  XXVIII,  p.  4^>  che  nella 
morte  de'cardinali  erigendosi  nelle  loro 
stante  degli  altari  per  la  celebraziouedelle 
messe  di  suffragio,  essi  non  si  alzano  mai 
nella  camera  del  trono,  mentre  allora  si 
dovrebbe  levare  il  baldacchino.  11  cada- 
vere del  cardinale  defunto  si  espone  in  una 
camera  del  suo  appartamento  sopra  un 
letto  e  sotto  il  baldacchino, ed  in  essa  non 
si  ponno  formarvi  altari.  Jn  Roma  tra' 
prelati  il  solo  Uditore  generale  della  ca- 
mera (/*.)  può  alzare  il  Baldacchino  nel- 
la sala  e  nella  camera  d'udienza,  al  mo- 
do detto  nel  ricordato  articolo.  Inoltre  in 
Roma  alzano  baldacchino  in  sala  e  nella 
camera  del  trono  il  Senato  Romano  ,  i 
Principi  romani,  gli  Ambasciatoci^  mar- 
chesi di  Baldacchino  (nel  voi.  LXX,  p. 
22  3,  narrai  che  Gregorio  XVI  concesse 
tale  onorificenza  personale  al  conte  Giro- 
lamo Puccini),  ne'modi  riferiti  a'4  citali 
articoli, massime  al  2. "Nel  trono  di  sala  o 
ba!dacchiuo,alIo  stemma  si  suole  inquar- 
tale quello  delle  case  sovrane  colle  quali 
si  è  imparentati.  Se  la  moglie  del  prin- 
cipe non  è  di  tali  case,  in  quello  slemma 
non  s'inquarta  il  proprio  ili  essa,  ma  so- 
lamente si  dipinge  ne'banchi  di  sala  esul- 
le carrozze,  e  s'incide  ne'sigilli.  Ne' bau- 
coni  delle  sale  principesche  l'uso  di  3  gra- 
dini di  legno  è  segno  che  il  principe  è  im- 
parentato con  case  sovrane. 

TRONTO.  V.  Truento. 

TROPARIO,  Troparius,  Tropana- 
rius.  Libro  liturgico  de'greci  contenente 
i  versetti  Tropus,  che  si  cantavano  im- 
mediatamente avanti  V Introito  (F.)  del- 
la Messa,  come  un  preludio  di  esso,  ov- 
vero frammischiavansi  insieme  al  medesi- 
mo, una  parte  del  coro  cantando  l'introi- 
to, e  l'altra  simultaneamente  il  Tropus. 
Tali  versetti  cantavansi  nella  stessa  chie- 
sa greca  anche  dopo  le  ore  canoniche,  e 
d'ordinario  erano  in  onore  del  santo  di 
cui  celebra  vasi  la  festa  in  quel  giorno.  Il 


TRO 

Magri  nella  Notìzia  de  vocàboli  ecclesia' 
siici,  chiama  Tropus  quella  sorte  di  can- 
to usato  da'monaci  prima  di  dire  l'introi- 
to della  messa  incerti  giorni  solenni,  isti- 
tuito da  s.Gregorio  I  Papa  del  5go,  co- 
me riferisce  Durando  nel  Ralionale  di* 
vinorum  off! dorimi  lib.  4,  cap.  i  .Nel  gior- 
no di  Natale  l'introito  della  immessa  co- 
minciava colle  parole:  Puer  natus  estuo- 
bis, ed  avanti  di  esse  si  cantava  il  Tropus 
seguente:  Ecce  adest,  de  quo  Prophetae 
cecinerunt  etc,  dopo  del  quale  subito  con- 
tinuando il  senso  attaccavano  il  detto  in- 
troito, Puer  natus  est  nobis.  La  corri- 
spondente voce  greca  siguifica  conversio- 
ne, perchè  ritornavano  a  ripetere  le  me- 
desime parole,  e  però  da  Giovanni  Be- 
leth  fu  chiamato  Zona  nel  cap.  59, per- 
chè nella  cinta  si  uniscono  i  due  capi;  e 
così  Tropanarius  era  detto  il  libro  uel 
quale  si  contenevano  i  Tropi.  I  greci  chia- 
mano  ancora  Tropa riunì  certe  preci  spes- 
so cantate  nell'ore  canoniche.  Il  Zaccaria, 
Onomasiicon  Rituale,  chiama  i  libri  tro- 
parij  Troponari,  Troparii,  Troper'n, 
nempe  libri  Troporum  j  che  Du  Cange 
nel  Glossarium  dice,  Tropanaria,  seu 
Troparia,  vtl  Troperia.  Quindi  aggiun- 
ge, che  Troparium  enini  a  pud  graecos 
modulimi  proprie  significai,  al  frequen- 
te/' prò  cantibus,  et  hynmis  sumitur.  Al- 
la lio,  ubi  dcscribit  librimi  ecclesia  sticum 
graecorum,quem  Octoechum  appellant, 
ita  hujusmodi  librimi  dietimi  docet,quod 
octotonos  conlineai.  Musica  enim  grae- 
corum  lonos  qualuor,  qui  ab  eis  soni  vo- 
canlur,  proprios  habet,  primuni,  secun- 
dum,  leriium,  et  quartum;  quatuoritem 
obliquo?,  idest  obliquimi  primi,  obliquimi 
secundi, obliquimi  terlii,etobliquum  quar- 
ti. Canones ysive  Troparia,  etquaecum- 
qut .  aliae  cantiones  in  Ocioecho  ita  sunt 
dispositae,ut  quae primo  tono  concinun- 
lur,  omnia  simul  pr inumi  locum  obti- 
ncantj  quae  secundo  secundum,et  sic  de 
sìngulis,  donec  ad  obliquimi  quarti  per- 

tniatur,  qui  inter  lonos  postremo  est  lo- 
',  et  cantiones  eo  modulatae}  et  coiti' 


TRO  123 

mensuratae  ad  extremum  reponunlur. 
Continet  Ocloechus  solummodo  Tropa- 
ria,  et  Canones,  quia  primis  vesperis  do- 
minicae  adfintm  usque  missae  canun- 
tur.  Et  odo  dominici  prò  tono  rum  nu- 
mero finitur.Singuli  tonitres  habenl  Ca- 
nones, seu  Troparia.  Primum  dicitur  A- 
nastasimon,  et  canitur  in  Resurrectione 
Christi.  Secundum  Stauroanastasinwn 
de  Cruce  Christi.  Terlium  de  laitdibus 
B.  Virginis  Mariae.  Haec,  inquit  Alla- 
tius,in  Octoechis  antiquis  habebantur.ln 
Triodio  (P.)\quoque,  et  aliis  libris  grae- 
corum  Troparia  sunt,  ut  in  Horologio, 
et  in  Hirmologio.  Hìnnus,  docente  Al- 
latto, est  hymnus,  sive  Troparium,  a  quo 
reliquorum  TropariOrum,  quae  in  ode 
canereniur,  consequentia,  tt  series  du- 
cebalur.At  quit  inter  Hirmum,  ac  Tro- 
parium inlersil,  di  sputai  card.  Quirinus 
in  disquisii.  De  Hymnis  Quadragesim. 
graecor.  Denique  liber  graecor  um  musi- 
cali?, ordine  vicesimus  primus  ab  Alla - 
tio  recensitus,  et  ab  eo  Gecragaria  ap- 
pellatus,  varia  Troparia,  et  psalmos, a- 
liaque  in  divinisoffìciis,  et  liturgicis  cimi 
notis  musicis  cantari  solita  complectitur. 
Quum  igitur  Troparium,  ut  dietim?  est, 
modulationem,el  cantdenam  proprie  so- 
net,  Tropi  vox,  quae  legitur  in  r egida 
ss.  Paulli  et  Stephani  abballini  cap.  1 4? 
de  canendi  ratione  cimi  Georgio  adei- 
pienda  est  non  de  Tropis,  seu  cantiun- 
culis,  quae  ad  missam  quandoque  prae- 
mitlebanlur.Nequae,  verba  regulac  sunt, 
cantanda  sunt  in  moduni  Prosae,  quasi 
in  Leclionern  muiemusjautquae  ila  scri- 
pta sunt,  ut  in  ordine  leclionern  ulamur, 
in  Tropis,  et  cantilenae  arte,  nostra  prae- 
sumptione  vertamus.  Lo  slesso  Zaccaria 
spiega  poi  il  vocabolo  Tropus:  Versicu- 
lus  quidam  est,  temporibus  diebus  sole- 
mnioribus  ad  majus  gaudium  reprae- 
senlandum  nunc  immediate  ante  Introi- 
timi canebalur,  mine  ipsi  mtermisceba- 
tur,  una  parte  chori  Tropum,  altera  In- 
troitimi concine/ile.  11  Rodotà,  Dell'ori- 
gine del  rito  greco  in  Italia,  parlando  de' 


124  TUO 
vescovi  dì  Siracusa  Gregorio  e  Teodosio, 
dice  che  ih.°dopo  essersi  applicalo  allo 
studio  delle  lettere  greche  iu  Costantino- 
poli, fu  innalzato  a  detta  sede,  fiorì  nel 
668  e  compose  Troparia,  qtiae  in  Na- 
licitate  Chris  ti  recitali  dir.  Il  2. "che  go- 
vernava la  slessa  chiesa  nel  680,  fu  au- 
tore di  altri  Tropari,  quae  canitntur  iti 
F esperti  jcjuiiioruin.  1  Tropari  composti 
da'due  mentovati  prelati,  che  senza  man- 
car di  rispetto  alla  chiesa  romana,per  con- 
ciliarsi l'alletto  de'greci  dominatori,  in- 
trodussero nelle  funzioni  dell'altare  il  ri- 
to greco  iu  Siracusa,  sono  inni  e  cantici 
propri  della  chiesa  orientale.  Mostrando- 
si l'autore  del  calendario  mollo  sollecito 
nel  dare  speciale  contezza  de* riferiti  gre- 
ci componimenti,  volle  significare  essersi 
udita  la  soave  armonia  de'  cantici  greci 
nella  chiesa  di  Siracusa,  e  lo  manifesta 
nella  vita  de'  due  vescovi  per  quelle  pa- 
role due  volte  ripetale,  quae  in  Nativi- 
tate  Chri^li  rccilantur quae  canini- 

tu r  in  F et  perì  $  jtjun io ru m . 

TROPEA  (Tropien).  Città  con  resi- 
denza vescovile  nel  regno  delle  due  Si- 
cilie, della  provincia  di  Calabria  Ulterio- 
re II,  distretto  e  capoluogo  di  cantone,  a 
4  leghe  da  Monteleonee  5  da  Catanzaro. 
Giace  amenamente  sulla  sommità  d'una 
rupe  o  scoglio  a  picco  sospeso  sopra  la 
costa  meridionale  del  golfo  di  s.  Eufemia 
(secondo  i  geografi,  ma  leggo  nelle  3  ul- 
time proposizioni  concistoriali  in  piani- 
tic  posila,  irium  circiter  milliarum  est 
atnbitusi  in  quo  seplem  mille  recenserunt 
incolac),  e  che  al  continente  allietisi  sol- 
tanto per  un'angustissima  lingua  di  ter- 
ra, altre  volle  difesa  da  un  forte  che  ul- 
timamente era  cadente.  Questa  città  ma- 
rittima, che  occupa  il  piccolo  seno  fra'due 
capi  Zarronee  Vaticano,  è  piazza  di  guer- 
ra di  5.a  classe,  cinta  di  mura  fiancheg- 
giate da  torri  e  interrotte  da  3  belle  por- 
te con  ponti  levatoi.  Contiene  la  bella  ba- 
silica cattedrale,  antica  e  magnifica,  de- 
dicata alla  B.  Vergine  Assunta  in  cielo, 
ottimo  edificio  restaurato  dopo  il  terre- 


TRO 
molo  che  Io  rovinò,  e  nella  quale  Ira  le 
reliquie  si  venera  il  corpo  di  s.  Dome- 
nica vergine  e  martire  tutelare  di  Tro- 
pea,  che  nella  persecuzione  di  Dioclezia- 
no avendo  disprezzato  gì'  idoli,  fu  dan- 
nata alle  bestie,  e  restata  prodigiosamen- 
te illesa  per  virtù  divina,  le  fu  troncato 
il  capo,  e  se  ne  celebra  la  festa  a  6  di  lu- 
glio. Il  capitolo  si  compone  di  6  dignità, 
la  1/  delle  quali  è  il  decano,  le  altre  l'ar- 
cidiacono, il  cantore,  il  tesoriere,  l'arci- 
prete, il  penitenziere;  di  18 canonici  com- 
presa la  detta  prebenda  penitenziaria  e  la 
teologale; di  32  mansionari, edi altri  pre- 
ti e  chierici  addetti  al  divino  servigio.  Vi 
è  il  baltisterio,  ch'è  il  solo  della  città,  e 
la  cura  d'anime  amministrata  dall'arci- 
prete 5.a  dignità.  Adiacente  è  l'episcopio 
conveniente  e  in  buono  stato.  Non  avvi 
altra  parrocchia,  bensì  diverse  chiese,  3 
conventi  di  religiosi  ed  un  monastero  di 
monache,  l'ospedale,  il  monte  di  pietà, il 
seminario  e  alcuni  sodalizi,  oltre  la  casa 
di  carità.  Vi  sono  due  scuole  gratuite,  e 
vi  fiorisce  1' accademia  degli  Affaticati, 
y^llaborantìum. Tiù'suo'i  illustri  ricorde- 
rò il  poeta  Francesco  R 11  fifa,  il  pittore  Spa- 
no, gli  anatomici  Paolo  e  Pietro  Vojaui, 
e  del  2.0  scrisse  l'Ughelli,  ckirurgus  qui 
labi  a  et  naso  s  mulilos  interritali  donavit. 
Per  non  dire  d'altri,  tra'fiorili  nelle  di- 
gnità ecclesiastiche,  rammenterò  il  cele- 
bre cardinal  Vincenzo  Laureo  (Pr.).  Vi 
si  fabbricano  coperte  di  cotone  con  bei 
disegni,  buone  tele  e  stoffe  di  seta;  ab- 
bondante è  la  pesca  che  si  fa  sulle  coste. 
1  dintorni  sono  prosperi  di  vini,  frutti, 
cotoni,  mori  celsi,  piante  aromatiche,  e 
di  kaolin  o  terra  da  porcellana.  Si  at- 
tribuisce la  fondazione  di  questa  città  a 
Scipione  l' Africano ,che  la  denominò Tro- 
phaea  in  memoria  de' trofei  da  esso  con- 
quistatore riportati  in  Africa,  ove  annien- 
tò la  formidabile  potenza  de'cartaginesi. 
Portò  anche  i  nomi  di  Tropia,  Tropast 
Postrophaea,pvev alendo  l'attuale  di  Tro- 
pea. Seguì  le  politiche  vicende  della  Ca- 
labria  centrale  e  del  regno  di  Napoli;  eb« 


TRO 

he  il  titolo  di  ducato  nobile  goduto  dalla 
famiglia  d'Ayello,  cujus  ulilis  Dominus 
et  Princeps  Massae  et  Coraniae  (o  me- 
glio Carrariae),  e  domo  Cyborum  nobi- 
lissima. L'Ughelli,  Italia  sacra  t.  9,  p. 
448,  Tropejenses  Episcopi,  la  chiama 
Vetusta  et  litoralis  ulterioris  Calabriae 
Tropaea  civitas  nomea  retinali  Hercu- 
lis  Porlu,et  loci  amoenitate  insignis,  di- 
eta graeco  verbo,  quod  est  retroverto, 
quod,  ut  licet  conjectare,quispiam  clas- 
se Iute  ad  vectus  locum  vinetis,  et  olive- 
tis  haud idoneum  nactus,ob  eamqiie  rem 
ab  antiquis  Ausoniis,  et  Oenotiis  desti- 
tuitali, liane  urbemcondiderit.^eìiSSi 
pubblicò  iu  Napoli  il  conte  Vito  Capial- 
bi  di  IWonteleone:  Memorie  per  servire 
alla  istoria  della  s.  Chiesa  Tropeana.  Il 
Giornale  di  Roma  del  i  853,  che  nel  n.° 
177  ne  die  contezza, riferisce  aver  diviso 
le  Memorie  in  due  sezioni,  nella i.'1  par- 
lando di  Tropea,  nella  2. "d'Ama  atea,  al- 
tra sede  vescovile  a  questa  unita  nel  se- 
colo XI;  degli  uomini  illustri  fioriti  nelle 
due  diocesi, colla  cronologia  di  07  vesco- 
vi di  Tropea,  cominciando  da  Giovanni 
sottoscritto  nel  649  al  concilio  di  Late- 
rano,  rettificando  molli  abbagli  presi  da- 
gli antichi  scrittori,  non  escluso  l'Ughel- 
li.  Nel  t.  io,  p.  11  à^W  Italia  sacra,  A- 
manlheanns  Episcopatus,  si  parla  di  A- 
mantea  o  Mantea, città  litoranea  uV bru- 
ii nella  Calabria  Citeriore,  lungi  16  mi- 
glia da  Cosenza, così  denominala  dalla  fa- 
vola della  ninfa  kma\te&Q Sibilla  di  Cli- 
ma. Pare  che  fosse  chiama  la  eziandio  Ne- 
periani e  Lameliam.  Fu  sede  vescovile, 
sulfraganea  dell'arcivescovo  di  Reggio,  e 
si  conosce  D.Josuam  suo  vescovo,  finche 
devastata  nel  secolo  X  da'saraceni,  la  dio- 
cesi fu  riunita  a  questa  di  Tropea.  Perciò 
scrive  VUghe\\\}Tropejcnsis  Ecclesiae  u* 
nitafuit  Amanlhea}quamobrem  aliquan- 
do  in  Romana  Curia  dubitatimi  fuit  an 
Episcopus  Tropefensis  Manlheanus  e- 
tiam  appellati  debere  t.  et  mhil  re  sola  tu  ni 
fuisse  scribit  liber  Adorimi  Consistoria- 
lium  sub  Benedica  XII qui  extat  mss.  in 


TRO  \i3 

Barberina  biblioteca. fertur  (amen  a  re- 
gè  Neapolitano  Mantheanis  concessimi 
fuisse,  ut  Episcopus  Tropefensis, et  J\lan- 
theancnsis  dehominarelur.Oin  A  manica, 
Amanlia3  è  una  piccola  città  e  porto  di 
mare  del  distretto  di  s.  Paulo,  capoluogo 
di  cantone,  sul  Mediterraneo.  E  cinta  di 
mura,  e  pel  suo  castello  fortificato  che  la 
difende,  giudicata  piazza  furie  di  5.a  clas- 
se. Esso  in  fatti  resistette  agli  eserciti  di 
Carlo  Vili  e  di  Lodovico  XII  redi  Fran- 
cia, in  favore  de're  d'Aragona.  Anche  nel 
1806  sostenne  un  ostinatissimo  assedio. 
Vi  sono  chiese  parrocchiali,  claustri  reli- 
giosi, scuola  di  belle  lettere,  e  importanti 
fabbriche.  Possiede  acque  termali  saluti- 
fere. Dominata,  come  Tropea,  da' greci, 
venne  invasa  e  rovinata  da'  saraceni,  a* 
quali  la  tolse  l'imperatore  Niceforo  Fo- 
ca. In  tempo  de'greci  vi  fu  introdotto  il 
rito  greco,  e  così  iu  Tropea,  ambedue  es- 
sendo su  tira  «ance  dell'arcivescovo  di  rito 
o 

greco  di  Reggio.  Il  Rodotà,  Dell'origine 
e  progresso  del  rito  greco  in  Italia,  di- 
ce che  fra  le  chiese  della  Calabria,  anche 
questa  ili  Tropea  fu  allettata  dagl'inviti  e 
sedotta  dalle  insiuuazioni  del  patriarca  di 
Costantinopoli,  a  dover  rinunziare  a'rili 
e  alle  ceremonie  della  chiesa  romana,  e 
all'antiche  leggi  latine.  Di  ciò  scrisse  VU- 
ghelli  :  Graeci  fueritnt  s  et  patri  ardui  e 
Constanlinopolitani  seguaces  usque  ad 
tempora  Rogeriì  ducis  Calabriae  et  Si- 
ciliae,  qui  in  Tropeensi  Ecclesia  latino* 
insti tuit  episcopo^.  Aggiunge  che  il  1 ,°  ve- 
scovo il  quale  rimise  in  piedi  l'onore  del 
rito  latino,  sia  stato  Jnslegus  nel  1094- 
La  sede  vescovile  di  Tropea  è  antica, 
dichiarando  l'Ughelli,  Episcopatus  Tro- 
prjensis  antiquus  est, nani  Laurenlius  e/us 
Urbis  Episcopus  iute  rfuitsy  nodo  roma- 
no sub  Sy  mmacho  Papa  del  49^.  Joan- 
nes  concilio  Laferanensi  anno  649  sub 
Martino  I ,  Theodorus  Conslantinopo- 
litanae  VI  sub  Agathone.  anno  680,  et 
Ste phanus  synodus  Niceae  II anno  787 . 
Ti  opejcnsis  Episcopus  suffraga neus  est 
Rhegino  archiepiscopo.  Nondimeno  TU- 


i  26  T  H  O 

ghelli  comincia  la  serie  de'vescovi  co'no- 
minati,  tranne  Lorenzo:  cioè  Giovanni, 
intervenuto  nel  649  al  concilio  di  Latera- 
no  adunato  ila  s.  Martino  1  contro  i  mono- 
teliti; quindi  regislraTeodoroo  Teodosio, 
che  nel  680  sottoscrisse  il  concilio  di  Co- 
stantinopoli. Stefano,  che  nel  787  fu  al 
concilio  di  Nicea  1 1 .Post  lume  plures  desi- 
derantur  hujusEcclesiae  Praesules.Vo'x- 
chè  i  successori  adottando  i  riti  greci,  se- 
guirono il  patriarca  di  Costantinopoli. 
Pietro  vivea  al  tempo  del  normanno  Rog- 
gero duca  di  Calabria.  Kaloehino  Dor- 
tlileto  greco,  già  decano  e  protosincello 
di  Tropea,  ottenne  il  diploma  che  riporta 
l'Ughelli,con  nobile  privilegio  da  Rugge- 
ro duca  d'Italia,  Calabria  e  Sicilia,  con- 
fermandogli le  possessioni  e  giurisdizio- 
ni di  sua  chiesa.  Justegoo  Jusleyro,  o  Tu- 
steio  o  Tristano,  divenne i.°  vescovo  la- 
tino verso  il  1094,  nel  quale  anno  Rug- 
gero Dei  grati  a  duca  di  Puglia,  Calabria 
e  Sicilia,  prò  remedio  animae  suae,  ac 
parentum  suorum  ,  donò  alla  chiesa  di 
Tropea  ed  a  Justego  vescovo  quanto  a 
veano  posseduto  i  predecessori  greci  tanto 
in  Amantea  che  in  Tropea,  con  ogni  di- 
ritto, mediante  il  diploma  presso  l'Ughel- 
li.  Al  vescovo  Geruto  il  redi  Sicilia  Gu- 
glielmo 1  neh  1 55,  con  diploma  in  gre- 
co e  ir»  latino,  e  in  quest'idioma  pubbli- 
cato da  Ughelli,  Divina  f avente  clemen 
lìa  rex  Sicilìae^ducatus  Apuliaeel prin- 
cipatus  Captiae,  confermò  tutte  l'immu- 
nità accordate  a'vescovi  da'pi  incipi  nor- 
manni,indi  con  altro  diploma, pure  pres 
so  l'Ughelli,  concesse  altro  privilegio.  Il 
vescovo  Erveo  sottoscrisse  al  privilegio 
che  il  medesimo  re  nel  1  i5j  elargì  alla 
chiesa  di  Palermo.  Al  vescovo  Coridone 
Papa  Alessandro  111  confermò  le  princi- 
pesche donazioni  fatte  alla  chiesa  di  Tro- 
pea, col  diploma  Ideo  sumus  licit,  del 
1  1  78,  egualmente  riprodotto,  da  Ughelli: 
\ivea  nel  1  1 93,  poiché  fu  presente  al  pri- 
vilegio concesso  da  Enrico  VI  al  celebre 
abbate  Gioacchino  in  favore  del  suo  mo- 
nastero di  Flora.  Kolandiuo  0  Orlandi- 


no  già  monaco 'di  Monte  Cassino  gli  sue 
cesse.  Nel  1  1 98  fu  eletto  Riccardo,  al  qua  - 
le  ed  a'  suoi  successori  Papa  Innocenzo 
III  confermò  il  diploma  d'Alessandro  III 
nel  1 200:  a  suo  tempo  e  col  suo  consenso 
nel  1201,  con  atto  pubblicaloda  Ughelli, 
venne  fondato  nella  diocesi  il  monastero 
di  Fonte  Laureato  presso  la  chiesa  di  s. 
Domenica,  da'eoniugi  Simone  de  Mami- 
stra  e  Gattegriraa  Domini  Fluminis  Fri- 
gidi, e  da'medesimi  donato  al  ricordato 
monastero  Florense:  donazione  che  Ric- 
cardo confermò  nel  1202,  salva  la  rive- 
renza dovuta  a  lui  ed  a'  suoi  successori, 
con  diploma  che  si  legge  in  Ughelli ,  u- 
nitamente  a  quello  pure  confermatolo 
d'Innocenzo  111,  Licei  nequt1  ed  inoltre 
a  quello  di  Papa  Onorio  III,  Cani  a  no- 
bis petitur,óe\  1 2  1 6.Nello  stesso  anno  O- 
norio  HI  concesse  altro  privilegio  all'ab- 
bate e  monaci  di  Fonte  Laureato,  con- 
fermando loroi  beni  donati  da'vescovi  di 
Tropea  e  da'fedeli.  Inoltre  nel  1 2  1 6  il  re 
Federico  II,  per  la  santità  di  vita  di  Be- 
nedetto abbate  di  tal  monastero,  lo  prese 
sotto  la  regia  protezione,  confermando  le 
clonazioni  del  fondatore  ,  pluraque  alia 
a djecil  prò  animae  suae  salute.  Circa  il 
1  2  1  5  successe  a  Riccardo  il  vescovo  Gio- 
vanni, il  quale  nel  1220  col  suo  capitolo 
convenne  all'accordo  fatto  coll'abbate  di 
Fonte  Laureato,  sull'insorta  lite  delle  de- 
cime, venendo  il  monastero  fatto  esente 
dal  vescovo,  il  che  poi  nel  1267  confermò 
Clemente  IV  col  diploma  Religiosam  vi- 
taw,riferitoclalcistercienscUghelli,il  qua- 
le riporta  diversi  abbati  del  medesimo  si- 
no al  1496»  in  cui  ne  divenneabbatecom- 
niendatario  il  greco  Giovanni  Agaccio  di 
Rossigliano.  S'ignorano  altri  vescovi  sino 
ad  !.. .  o  Giovanni  o  Giacomo  del  1  296,  il 
cui  nome  trovasi  indicato  nel  documento 
delPUghelli,  sull'investitura  data  a'fran- 
cescani  della  chiesa  Troppense.  Essendo 
vescovo  Arcadio,  Papa  Bonifacio  Vili  nel 
1299  concesse  indulgenze  a  chi  visitasse 
la  chiesa  di  Fonte  Laureato.  Nel  1 3  r  3  e- 
ra  vescovo  Riccardo  nobile,  neh  344  fr* 


t  n  o 

Francesco,  che  fece  un  Inestinto  di  tolti 
i  privilegi  di  sua  chiedi,  riportalo  da  U 
^helli,  d'ordine  del  cardinal  legato,  fruii 
furono  v.escovi  Marino,  Rinaldo,  Giorda* 
no,  Francesco  Rolandini  o  Orlandini  nel 
i  390  traslatoa  Giovenazzo,e  Pavo  o  Pa- 
voneo  Paolo  de  Griffi  di  Giovenazzo  nello 
stesso  fu  da  Polignano  trasferito  in  questa 
chiesa. Questo  vescovoavea  fabbricalo  nel- 
la patria  la  chiesa  dello  Spirito  Santo,  isti- 
tuendovi la  collegiata  con  preposto  e  6  ca- 
nonici, che  confermò  Bonifacio  IX.  Morto 
verso  il  i4'0,G«egorio  XII  dichiarò  com- 
mendatario di  Tropea  il  cardinal  b.  Gio- 
vanni Domenici  (E:),  il  quale  avendo  poi 
rinunziato, il  Papa  fece  vescovo  Nicola  Ac- 
ciapacci  {fi),  poi  cardinale,  con  facoltà 
di  farsi  consacrare  da  qualunque  vesco- 
vo cattolico.  Nel  i4»3  Giovanni  XXIII 
eletto  contro  il  legittimo  Gregorio  XII, 
nuovamente  lo  nominò  vescovo. Nel  1  ^1 1 
concesse  a'francescani  l'antica  chiesa  di  s. 
Sergio  e  monastero  di  Tropea,  già  de'mo- 
naci  greci  di  s.  Basilio,  che  i  frati  riedi- 
ficarono. Martino  V  ed  Eugenio  I V  l'im- 
piegarono in  importanti  cariche,  e  nel 
i436  divenne  arcivescovo  di  Capitai  Nel 
1437  da  Monopoli  vi  fu  traslato  Giosuè 
Morto  ile  patrizio  napolitano. nel  1  44^  v'~ 
cario  di  Roma.  Indi  Pietro  Barbo  nobi- 
lissimo veneto  e  affine  di  Paolo  Imperi- 
tissimo nelle  lingue  greca  e  latina,  eru- 
dito in  ogni  disciplina,  dotto,  prudente 
e  virtuoso,  castellano  di  Castel  s.  Angelo 
e  vice-camerlengo  di  s.  Chiesa,  morto  in 
Roma  a'9  settembre  1  479  e  sepolto  nella 
basilica  Vaticana  con  epitaffio  presso  l'U- 
ghelli, che  discorre  de'mss.  da  lui  lasciali. 
Gli  successe  Giovanni  Deuro  che  poco  vis- 
se, morto  in  Roma  a'i5  aprile  1480.  In 
questo  SisfoIV  vi  trasferì  da  Caiazzo,  Giu- 
liano Mirto  Frangipane  nobile  napoleta- 
no, regio  consigliere  esaccellano,  per  cui 
intervenne  alla  coronazione  d'Alfonso  If, 
chiaro  in  virtù,  pietà,  prudenza  e  sapere, 
onde  lodato  e  pianto  terminò  di  vivere 
neh  499-  L'8  febbraio  Alessandro  VI  vi 
traslalò  da  Venosa,  Sigismondo  Pappa- 


TRO  r<27 

coda(E.)  nobile napoletano,scienzialo  ed 
erudito,  negli  atti  concistoriali  venendo 
detto  Episcopi  Tropejensis  et  Manthect» 
nus  invicem  unitas ,  an  Mantheae  ,  sì  ve 
Mantheanus  esset  Epìscopus  appellati' 
dus.  .  .  Fuit  auleta  superioribus  annis  ab 
RegeNeapolilano  illis  hominìbus  Ut  con- 
cessimi cum  anleaTtopejensis  soluta  ap> 
pellaretur  Ut  tartufi  atte  Ecclesia  rum  E- 
piscopus.  Lodatissiino  e  insigne  per  pru- 
denza e  dottrina,  caro  a'  principi  ,  Cle- 
mente VII  a  cui  era  famigliare  ad  Pur- 
pur  ani  destìnareturjmalwt  (amen  prae- 
clarus  Praesul  in  patria  Episcoptis  vi- 
vere, quam  ly  a  tic  ano  murice  decorari. 
Morì  in  Napoli  a'3  novembre  1  536,  e  fu 
sepolto  nella  chiesa  di  s. Giovanni  de' Pap- 
pacoda,  nella  tomba  de'suoi  maggiori,  o* 
ve  alla  sua  gloria  immortale  fu  posto  Te- 
pitaffio  riprodotto  da  Ughelli  in  uno  allo 
stemma,  in  cui  si  vede  il  leone  rampante 
c<»lla  coda  in  bocca.  Il  nipote  e  coadiu- 
loreGio. Antonio  Pappacoda  gli  successe, 
ina  morì  nel  1  538.  A'6  febbraio  Paolo 
III  die  in  commenda  la  sede  al  cardinal 
Innocenzo  Cibo  (^r.),  che  a' 19  giugno  la 
cede  pure  in  commenda  al  cardinal  Gi- 
rolamo Ghinucci  (E.)}  il  quale  ammini- 
strò la  chiesa  finché  visse  ,  cioè  sino  al 
1 54- 1 .  L'8  ottobre  fu  vescovo  Giovanni 
Poggio  (P.)  nunzio  di  Spagna  a  Carlo  V 
cui  era  caio  per  l'egregia  sua  prudenza, 
fatto  anche  Tesoriere  (nel  quale  articolo 
si  dice  che  cessò  di  esserlo  neh  54',  per 
isbaglio  del  4  che  dev'essere  5,  cioè  nel 
1  55 1)  ecardinale.  Nella  sua  assenza  dalla 
sede,  l'amministrò  il  nipote  Gio.  Matteo 
Lochi  bolosmese.vescovo  d'Ancona,  don- 
de  fu  qui  traslato  a'5  febbraio  1 5  56  per 
morte  del  cardinale,  e  finì  sua  vita  a'22 
giugno  1  558.  Nel  gennaio  1  56o  gli  suc- 
cesse Pompeo  Piccolomini  d'Aragona  de' 
duchi  d'Amalfi, eletto  arci  vescovo  di  Lan- 
ciano, e  quivi  traslato,  morto  nella  Spa- 
gna nel  1 562.  Da  Crotouea'  1  5 dicembre 
i564  vi  fu  trasferito  Francescode  Aqui- 
le o  Agherre,  e  morì  dopo  un  anno.  Nel 
i566  Felicede  Rossi  di  Troia,  designato 


128  TRO 

vescovo  ili  Potenza, regio  consiglicrCjmor- 
to  in  Nn|)oli  nel  i  5(>7  e  sepolti»  nella  me- 
tropoliti! uà,  con  onorifica  iscrizione  ri- 
portata ila  (Jgtielli.  Nel  i5jo  Girolamo 
de  Runici  nobile  romano,  che  dopo  23 
anni  si  dimise  nel  1 593,e  nel  seguente  mo- 
lìinRomaefu  tumulato  in  s.Maria  sopra 
Minerva,  nella  cappella  ili  sua  famiglia. 
Nel  i593  stesso  Tommaso  Calvi  ili  Mes- 
sina giureconsulto  prudente  edotto,  pio 
e  operosissimo  pastore,  adeoque  bonis 
operibu*  sciupa-  intento*  fuil,  ut  nulla 
tlies  sine  linea  essct.  Nella  diocesi  fondò 
4  monasteri  di  religiose,  cioè  in  Tropea 
dell'istituto  di  s.  Chiara,  in  Ayello,  in  A- 
mallea,  a  Frigido  Flumine;  a  sollievo  de* 
poveri,  nella  città  e  diocesi  istituì  monti 
di  pietà;  nobilitò  la  cattedrale  con  para- 
menti sagri,  e  vi  costruì  e  dotò  la  cappel- 
la di  s.  Tommaso  apostolo,  come  si  legge 
nell'iscrizione  postavi  e  riferita  da  Ughel- 
li,  insieme  all'epigrafe  collocata  sul  se- 
polcro da  lui  edificato  per  se  e  suoi  suc- 
cessori nel  coro, ove  vivamente  compian- 
to pel  1  .°vi  fu  deposto  nel  1 6 1  3.  Paolo  V 
nel  1  6  1  5  gli  sostituì  Fabrieio  Caracciolo 
nobilissimo  napoletano,  già  intimo  cubi- 
culario  di  Clemente  Vili  e  collettore  de- 
gli Spogli  ecclesiastici  in  Portogallo; 
governò  con  somma  prudenza  e  lode  si- 
no al  1628,  in  cui  morì.  Neil  633  gli  suc- 
cesse fr.  Ambrogio  Cordova  napoletano  e 
oriundo  spaglinolo,  domenicano  di  gran- 
de estimazione  e  scienza,  morto  nel  1 638. 
Indi  Benedetto  Mandina  d'Amalfi  o  Mel- 
fi, teatino  celebre  per  pietà  e  dottrina, 
cessò  di  vivere  nel  1 646.  In  questo  fr.Gio. 
Lozano  spagnuolo,  agostiniano  e  sommo 
teologo,  confessore  del  viceré  di  Napoli 
duca  d'Arco,  traslato  aMazzara  nel  1 656. 
Da  Giovenazzo  vi  fu  trasferito  nel  1  65^ 
Carlo  Maranta  napoletano;  nel  1667  da 
Ariano  vi  passò  Lodovico  Morales;  nel 
1682  Girolamo  Borsa  canonico  di  Na- 
poli; neh  685  fr.  Francesco  de  Friguero 
di  Medina  Celi,  teologo  agostiniano,  pre- 
dicatore regio;  nel  1692  fr.  Teofilo  Te- 
sta della  diocesi  di  Nola,  minore  esser  - 


TR  O 

vnnte  e  consultore  de' riti;  nel  1697  fr. 
Gio.  Ibauez  de  Afilla  di  Saragozza,  teo- 
logo agostiniano.  Con  questi  termina  la 
serie  de'  vescovi  di  Tropea  l' Italia  sa- 
cca, e  la  completerò  co\\e  Notizie  di  /io- 
nia. Ne|  1  728  fr.  Angelico  da  Napoli  cap- 
puccino; nel  1  ^3  1  Gennaro  Guglielmini 
di  Napoli;  nel  1  j5 1  Felice  de  Paù  di  Ter- 
lizzi;  nel  1786  Gio.  Vincenzo  Monforte 
di  Sorrento;  nel  1  798  Gerardo  Mele  di 
s.  Gregorio  diocesi  di  Conza.  Essendo  va- 
canti le  sedi  di  Tropea  e  di  Nicotera[  V.)t 
il  Papa  Pio  VII  nella  nuova  circoscrizio- 
ne delle  diocesi  del  regno  di  Napoli,  colla 
bolla  De  utiliori  dominicae)de2.8  giu- 
guoi8i8,  Ball.  Rom.  cont.,  t.i 5, p. 56} 
unì  alla  sede  vescovile  di  Nicolera,  que- 
sta di  Tropea  aeque  principalitei\ acciò 
ambedue  fossero  governale  da  un  mede- 
simo pastóre,  confermandole  sutfraganee 
dell'arcivescovo  diReggio. Quindi  nel  con- 
cistoro de'21  dicembre  18  18  dichiarò i.° 
vescovo  di  Nicotera  e  Tropea  unite  Gio- 
vanni Toraassuolo  di  Napoli.  Leone  XII 
a*2  7  settembre  1  824  vi  trasferì  da  Squil- 
laci Nicola  Antonio  Montiglia,  della  dio- 
cesi di  Milelo.  Per  sua  morte  a' 9  apri- 
le 1827  gli  sostituì  Mariano  Bianco  di 
Napoli,  dottore  in  teologia,  predicatore 
ed  esaminatore  pro-sinodale,  parroco  di 
s.  Maria  della  Rotonda  di  Napoli;  indi 
Gregorio  XVI  nel  concistoro  de'3o  set- 
tembrei83i  lo  trasferì  all'arcivescova- 
to d'Amalfi,  e  in  quello  de'2  luglio  1  832 
promulgò  vescovo  di  Nicotera  e  Tropea 
unite,  Michele  Franchini  di  Monte  Cor- 
vino, e  di  quella  collegiata  arciprete  par- 
roco, dotto  predicatore.Vacate  le  due  se- 
di per  sua  morte,  il  regnante  Pio  IX  nel 
concistoro  de'2 3  marzo  1  855  preconizzò 
l'attuale  vescovo  rng.r  Filippo  de  Simone 
di  Acri  diocesi  di  Bisignano,  parroco  nel- 
la chiesa  maggiore  di  sua  patria,  vicario 
foraneo,  esaminatore  pro-sinodale,  dot- 
tore in  teologia  e  predicatore,  già  retto- 
re e  professore  di  filosofia  nel  seminario 
di  Bisignano,  prudente  e  pieno  di  espe- 
rienza, degno  del  vescovato.  Con  l'ultima 


TRO 
proposizione  concistoriale  tlissi  in  princi- 
pio l'odierno  stato  di  Tropea;  colla  me- 
desima farò  il  simile  di  Nicotera,  in  mon- 
te a  ali  ficaia  _,  in  suo  unius  circi  ter  mil- 
liari  ambilu  sexcenlum  domus  et  qua- 
tuor  mille  ac  quingentes  pene  conlinel  in- 
colas.  Il  capitolo  si  compone  di  4  dignità, 
la  i  .«.Ielle  quali  è  l'arcidiacono,  e  di  io 
canonici  comprese  le  prebende  del  teo- 
logo e  del  penitenziere,  oltre  altri  preti 
e  chierici  per  la  divina  ufficiatura:  l'ar- 
cidiacono è  il  parroco  della  cattedrale, 
ch'è  l'unica  cura  e  con  l'unico  battiste- 
ro della  città,  avente  adiacente  l'episco- 
pio in  buona  condizione.  Vi  sono  altre 
chiese,  unconventodi  religiosi,  ed  un  mo- 
nastero di  monache,  l'ospedale,  il  monte 
di  pietà,  il  seminario  e  alcuni  sodalizi.  O- 
gni  nuovo  vescovo  è  tassato  ne'libri  della 
camera  apostolica  in  fiorini  3  i  6,  la  men- 
sa ascendendo  a  4ooo  ducati  napoletani. 
Diocceses  unilae  ad  ultra  quinquaginla 
mi  Ili  aria  extenduntur,  et  septem  supra 
quadraginla  sub  se  conlinel  loca. 

TROPETO  (s.),  martire.  Era  uno  de' 
principali  ufficiali  dell'imperatore  Nero- 
ne, e  uno  di  quelli  di  cui  s.  Paolo  da  R.o- 
ma  scriveva  a  que'di  Filippi:  »  Tutti  i  san- 
ti vi  salutano,e  principalmente  quelli  che 
sono  della  casa  di  Cesare".  Dipoi  per  la 
fede  di  Cristo,  d'ordine  di  Satellico,  fu 
crudelmente  maltrattato  con  «schiaffi  e 
sferzate,  ed  esposto  alle  fiere,  per  esser- 
ne divorato;  ma  non  ne  riportò  verun  no- 
cumento. Finalmente  fu  condannato  a 
perdere  la  testa,  e  consumò  il  suo  marti- 
rio il  giorno  28  aprile.  Tuttavia  a  cagio- 
no della  traslazione  del  suo  corpo,  si  ce- 
lebra la  sua  festa  il  17  di  moggio.  Ciò  è 
quanto  si  apprende  dal  martirologio  ro- 
mano. Il  culto  di  questo  santo  è  celebre 
in  Italia,in  Francia  e  nel  Portogallo.  Nel- 
la diocesi  di  Frejus  in  Provenza,  havvi 
una  città  sulla  baia  del  golfo  di  Gri- 
mauld,  che  dal  suo  nome  è  chiamata  s. 
Tropez. 

TROPICI.  Eretici  Macedoniani \F .) 
del  IV  secolo,,  chiamati  iu  orieute  Pneii- 

VOL.  LXXXl. 


TRO  129 

matomachi,  ePatropassiani'm  occiden- 
te, perchè  spiegavano  per  mezzo  di  tro- 
pi, ovvero  in  un  senso  figurato,  i  passi 
della  s.  Scrittura  che  parlano  dello  Spi" 
rito  Santo,  a  fine  di  provare  che  non  era 
una  Persona,  ma  una  operazione  divina. 
Tropo,  termine  rettorico,  che  significa  fi- 
gura ,  discorso  o  vocabolo  trasferito  dal 
suo  proprio  e  naturale  significato  ad  un 
altro,  in  qualsiasi  modo  ciò  si  faccia,  sem- 
pre però  con  eleganza  e  dignità,  senza  di 
che  non  apparterrebbe  alla  rettorica.  E- 
quivale  a  metafora,  od  a  breve  compa- 
razione. I  tropici  furono  chiamati  Pneu- 
matomachi,  per  negare  la  divinità  dello 
Spirito  Santo, dal  greco pneuma, spirilo, 
e  da  madie,  guerra.  Fanno  egualmente 
i  Sociniani,  e  ripetono  le  interpretazioni 
forzate  di  questi  antichi  settari.  I  Pneu* 
matomachi  non  si  devono  confondere  coi 
Pneumatici,  eretici  Anabattisti così  chia- 
mati dal  greco  pneuma  ,  spirito,  perchè 
essi  si  dicevano  illuminati  dallo  Spirito 
Santo,  e  rigettavano  perciò  il  Testamen- 
to antico  e  nuovo. 

TROPISTI  o  TROPICI.  Eretici  Sa- 
gramentari  (Z7.),  l'errore  de  qua  li  con- 
siste nello  spiegare  le  parole  dell'  istitu- 
zione della  ss.  Eucaristia  in  un  senso  fi- 
gurato; sostenendo  ereticamente,  che  vi 
sia  un  tropo  o  una  figura  in  tali  parole. 

TPvOPITI.  Eretici  di  cui  parla  s.  Fj- 
lastro,  Haeres.  70,  i  quali  sostenevano 
checolla  Incarnazione  ildivin  Verbo  era 
stato  cambiato  in  carne  ossia  in  uomo, 
ed  avea  cessato  d'essere  una  Persona  di- 
vina. In  questo  modo  spiegavano  le  pa- 
role dell'Evangelo  di  s.  Giovanni:  Ner- 
bimi caro  factum  est.  Essi  non  facevano 
attenzione,  dice  s.  Filastro,  che  il  Verbo 
di  vino  è  immutabile,  giacche  egli  è  Dio  e 
Figlio  di  Dio:  egli  non  può  dunque  ces- 
sare di  essere  ciò  che  è.  Egli  stesso  for- 
mò colla  sua  onnipotenza  la  carne  ovve- 
ro T  umanità  di  cui  si  rivestì ,  affine  di 
rendersi  visibile  agli  uomini,  di  istruirli 
e  di  salvarli.  Tertulliano  avea  già  confu- 
tato quest'errore,  De  Carne  Ckrisli3cap. 
9 


i3o  TRO 

i  o.  Lo  stesso  errore  venne  rinnovato  nel 

V  secolo  da  alcuni  eretici  Eutichiani. 

TROPOLOGICO.  Senso  figurato  e 
inorale  o  mistico  della  Scrittura  tagra 
(/'.),  che  ereticamente  spiegarono  i  Tro- 
pici (V.)  e  altri  eretici,  usando  tropi  e  fi- 
gure reltoriche  ,  ciò  che  comunemente 
chiamasi  discorso  o  parlare  metaforico. 
Dicesi  poi  Anagogico  il  sollevar  la  mente 
alla  contemplazione  delle  cose  celesti  e 
superne.  Si  adopera  principalmente  que- 
sto termine  parlando  de'vari  sensi  della 
s.  Scrittura,  de'quali  il  i.°dicesi  letterale, 
su  cui  è  fondato  il  mistico,  che  suddivi- 
desi  in  allegorico,  tropologico,  ed  ana- 
gogico. L'allegorico  riguarda  la  chiesa  e 
le  cose  della  religione;  il  tropologico  ha 
relazione  co'costnmi;  l'auagogico  riguar- 
da l'eternità  e  la  vita  futura.  Quanto  al- 
la relazione  che  hanno  i  discorsi  sensi  col- 
la Liturgia,  e  col  Simbolo  o  Simbolica 
cristiana,  ne  ragionai  con  alquanti  det- 
tagli in  tali  articoli. 

TROPUS.  V.  TnoPARio  e  Tropici. 

TROSLEY,  TROSLY  o  TROLY, 
Trosleum.  Luogo  di  Picardia  della  dio- 
cesi di  Soissonse  presso  la  medesima  in 
Francia,  dove  furono  tenuti  4  concilii.  11 
i  .V26  giugnogoc),  presieduto  da  Erveo 
arcivescovo  di  Reims,  il  quale  conia  pre- 
lati in  1 5  capitoli  fecero  lunghe  esortazio- 
ni, piuttosto  che  canoni,  appoggiati  alle 
opere  de' ss.  Padri,  ed  a'eanoni  de'  con- 
cilii, che  dimostrano  lo  stato  infelice  del- 
la Chiesa  in  quel  secolo  ferreo  e  oscuro 
per  la  malvagità  che  lo  rese  famoso  tri- 
stamente. Ecco  come  i  vescovi  si  espres- 
sero in  questo  concilio.  »♦  Siccome  i  pri- 
mi uomini  viveano  senza  legge  e  senza 
timore  ,  cosi  al  presente  ognuno  fa  quel 
che  gli  piace,  disprezzando  le  leggi  divi- 
ne  e  umane,  e  le  ordinanze  de'vescovi.  I 
potenti  opprimono  i  deboli;  tutto  è  pie- 
no di  violenze  control  poveri,  edi  inna- 
ffienti sacrileghi  di  beni  ecclesiastici.  E 
aftinché  non  si  creda ,  che  noi  ci  rispar- 
miamo, noi  slessi  eh  e  dovremmo  correg- 
gere gli  altri  portiamo  il  nome  di  vesco- 


T  U  O 

vi,  ma  non  ne  adempiamo  i  doveri.  Noi 
trascuriamola  predicazione;  vediamo  co- 
loro de'quali  dobbiamo  aver  cura,  abban- 
donar Dioe  marcii  e  nel  vizio,  senza  par- 
lare, e  ser»7a  porger  loro  la  mano;  e  se  li 
vogliamo  riprendere,  dicono  come  nel 
Vangelo,  che  noi  li  carichiamo  di  pesi  in- 
sopportabili,  né  ci  mettiamo  dèi  nostro 
neppure  un  dito;  quindi  il  gregge  del  Si- 
gnore perisce  col  nostro  silenzio.  Pensia- 
mo un  poco,qual  peccatore  siasi  mai  con- 
vertito co'nostri  discorsi,  chi  ha  rinunzia- 
to alla  dissolutezza,  all'avarizia,  all'orgo- 
glio? Eppure  noi  dovrem  rendei  conto  in- 
cessantemente di  quest'amministrazione, 
che  ci  è  stata  confidata  per  riportarne  il 
fruito...  I  monasteri  de'quali  ci  1  irnaneal- 
cun  vestigio,  non  risguardano  più  nessu- 
na forma  di  vita  regolare.  I  monaci,  i  ca- 
nonici, i  religiosi,  non  hanno  più  superio- 
ri legittimi,  per  l'abuso  introdottosi  di  as- 
soggettai li  ad  estranei,  per  questo  cado- 
no nella  corruttela  de'costumi,  parte  per 
povertà,  parte  per  catti  va  volontà:  dimen- 
ticano la  santità  di  loro  professione  per 
applicarsi  ad  affari  temporali...  Noi  dun- 
que ordiniamo,  che  l'osservanza  sia  custo- 
dita ne'  monasteri  secondo  la  regola  e  i 
canoni:  che  gli  abbati  sieno  religiosi  istrui- 
ti della  disciplina  regolare,  e  che  i  mona- 
ci e  i  religiosi  vivano  in  sobrietà,  pietà  e 
semplicità, pregando pe're, per  la  pacedel 
regno  e  per  la  tranquillità  della  Chiesa, 
senza  turbarne  la  giurisdizione,  ne  affet- 
tare le  pompe  del  secolo".  Olire  la  rifor- 
ma degli  abusi  introdotti  ne'monasteri,  e 
particolarmente  sulle  abbazie  abusiva- 
menle  possedute  da'laici,  s'inculcò  anche 
alle  monache  che  viverebbero  giusta  la 
loro  professione.  Venne  altresì  ordinato 
il  culto  e  il  rispetto  dovuto  alle  chiese  e 
alle  persone  ecclesiastiche;  la  fedeltà  e 
l'ubbidienza  chei  vescovi  egli  ecclesiasti- 
ci devono  al  loro  re,  ma  altresì  sulla  qua- 
lità e  doveri  d'un  principe  si  fecero  esor- 
tazioni; la  soddisfazione  delle  decime  e  di 
altre  rendite  della  chiesa;  s'inveì  contro 
le  rapine  e  i  ladronecci,  allora  sì  comuni. 


TRO 

Se  ne  fece  vedere  l'enormità,  quindi  l'ob- 
bligo della  restituzione  per  ottenere  l'as- 
soluzione. Nuovamente  si  proibirono  i 
ratti  delle  donzelle,  e  i  matrimoni  clan- 
destini o  illegitticui;a'sacerdoti  di  non  coli- 
vi vere  con  donne;  raccomandandosi  laca- 
stità  ,  che  tutti  i  cristiani  sono  obbligati 
di  avere  nelle  loro  azioni  e  parole;  si  ri- 
cordò l'obbligo  di  mantenere  i  giuramen- 
ti fatti,  e  di  non  essere  spergiuri.  Si  decla- 
mò altamente  contro  gli  abusi  de'processi  ; 
contro  gli  omicidi  ed  i  bugiardi;  contro 
l'abuso  di  saccheggiare  i  beni  de'vescovi 
dopo  la  loro  morte, avvertendosi  chei  due 

0  tre  vescovi  pi-ù  vicini,  vadano  a  rende- 
re gli  estremi  uffizi  al  defunto  loro  con- 
fratello. Finalmente  si  esortarono  i  vesco- 
vi a  respingere  gli  errori  di  Fozio.  In  ge- 
nerale si  osserva  in  questi  decreti,  od  e- 
sortazioni,  molta  scienza  ecclesiastica  e 
molto  zelo  per  rimediale  a'  mali  della 
Chiesa.  Questo  concilio  prova,  quanto  ri- 
petei in  tanti  luoghi,  che  i  secoli  barba- 
ri non  del  tutto  furono  privi  di  santità, 
di  virtù  e  di  sapere.  I1 1.°  concilio  di  Tro- 
sley  si  adunò  nel  921  dallo  stesso  Erveo 
arcivescovo  di  Reims,  il  quale  ad  istanza 
del  re  Carlo  HI  il  Semplice,  levò  la  Sco- 
munica (F.)  dal  defunto  conte  Erlebal- 
do,  con  assoluzione  che  pare  singolare,  es- 
sendosi esso  impadronito  di  alcuni  beni 
di  chiesa,  e  perciò  era  morto  allacciato  da 
quella  grave  censura  e  pena  ecclesiastica. 

1  I3.°nel  924,  Sculfo  arci  vescovo  di  Reims 
sentenziò  intorno  alle  questioni  insorte 
tra  il  conte  Isacco,  e  Stefano  vescovo  di 
Cambray.  Il  4-°  nel  927  contro  la  poliga- 
mia, ossia  la  pluralità  delle  mogli.  Reg. 
t.  24  e  25.  Labbé,  t.  9.  Arduino,  t.  6. 

TROVATELLI  o  FANCIULLI  E- 
SPOST1.  Bastardi  o  Fanciulli  (F.)  nati 
da  poverissimi  genitori,  che  si  portano  ne- 
gli Ospedali,  negli  Ospizi,  negli  Orfa- 
notrofi (F.)  o  altri  pii  luoghi  destinati  a 
ricevere  queste  infelici  vittime  delle  pas- 
sioni, della  miseria  nV propri  genitori,  ed 
anche  della  loro  crudele  brutalità.  Sono 
i  trovatelli  chiamati  con  diversi  vocaboli. 


TRO  i3i 

Dicesi  bastardo,  nothus,  spurius,  per  in- 
dicare uno  nato  d'illegittimo  congiungi- 
mento d'uomo  e  di  donna;  e  chiamanti 
figli  naturali  i  nati  da  Padre  e  Madre 
(F.)  non  uniti  in  Matrimonio  (F.)  me- 
diante legale  Sposalizio  (F.).  Dicesi  e- 
sposto  o  sposilo,  exposilus,  dall'esporre 
che  si  fa  il  fanciullo  nel  luogo  assegnato 
a  ricevere  i  trovatelli.  Dicesi  proietto,  co- 
me nome  generico  d'ogni  grave  in  qual- 
sivoglia maniera  e  per  ogni  verso  getta- 
to. I  trovatelli  quindi  portano  i  cognomi 
di  Proietti,  di  Espositi,  di  Spositi,  i  qua- 
li ricordano  la  loro  sventurata  e  umilian- 
te origine.  In  Roma,ov'è  il  tipo  della  re- 
ligiosa e  ingegnosa  multiforme  beneficen- 
za pel  Povero  (F.),  in  Roma  inspiratrice 
feconda  d'ogni  opera  generosa  di  carità, 
in  Roma  iniziatrice  di  quanti  aititi  si  so- 
no resi  sotto  tutte  le  foggie  alle  sventu- 
re umane,  fu  il  grande  Innocenzo  HI  che 
fondò  il  celebre  Ospedale  di  s.  Spirilo 
in  Sassia  (F.),  colla  pia  casa  degli  espo- 
sti pe'bambini  bastardi,  avendone  ragio- 
nato principalmente  nel  voi.  XLIX,  p. 
292  e  299,  ed  il  Conservatorio  dcllePro- 
iette  (F.)  per  le  bambine  bastarde.  Ivi 
parlai  dell'origine  di  siffatti  benefìcentis- 
simi  stabilimenti,  e  dell'anteriore  infelice 
e  snaturata  condizione  de'nati  da  scono- 
sciuti genitori  e  abbandonati.  Il  Morcelli 
con  aurea  latinità  dichiarò  la  Casa  degli 
Esposti:  Domus  hospitalis  proli  incer- 
torum  patrum  tollendae:  Domus  proli 
i licer torum  patrum  tollendae.  Esposti 
messi  fuori  della  casa  di  educazione  in- 
nanzi tempo:  Prolcs  incer torum  patrum 
ante  puhertatem  manumissa.  E  grave 
peccato  l'esporre  i  fanciulli  alle  portedel- 
le  chiese,  ed  altrove,  pe'pericoli  ne'quali 
ponno  incorrere  in  tale  stato,  ma  devon- 
si  mandare  agli  ospedali  e  altri  stabili- 
menti perciò  fondati.  Dichiarò  il  Navarro 
nel  suo  Manuale,  cap.  16,  48:  Le  perso- 
ne che  alimentano  i  fanciulli  così  esposti, 
negli  ospedali  o  presso  i  particolari,  han- 
no diritto  d'essere  rimborsate  delle  spese 
fatte,  allorquando  coloro,  i  quali  espose- 


i3*  TRO 

io  i  fanciulli,  sono  suflìcientemenle  facol- 
tosi. I  leolpgi  sono  fra  loro  divisi  sullo 
slato  de'fauciulli  esposli:  gli  uni  li  consi- 
derano come  legittimieglialtri  no. Il  Cor- 
rado nel  Trattato  delle  Dispense,  lib.  3, 
cap.  2,  insegna,  che  l'uso  costante  della 
Dataria  apostolica  è  di  considerare  i 
fanciulli  esposti  come  Bastardi  (Z7.),  e 
conseguentemente  di  osservare  a  loro  ri- 
guardo tuttodì)  che  si  osserva  per  le  di- 
spense ordinarie,  ex  defeelus  nataliiaii. 
La  ragione  è  che,  sebbene  fra 'fanciulli  e- 
sposti  ve  ne  siano  alcuni  di  legittimi,  il 
numero  de'bastardi  è  incomparabilmeu- 
te  superiore.  Questa  ragione  fa  cessare  il 
dubbio,  o  presentami  partito  più  sicuro 
a  prendersi:  In  dubiis  autem  lutior  pars 
est  eligendo.  I  trovatelli  non  aveano  an- 
ticamente in  Francia  bisogno  di  dispen- 
sa per  possedere  Benefizi  eeelesiastici, 
perchè  non  erano  considerati  illegittimi. 
Il  prof.  Vermiglioli,  Lezioni  di  diritto  ca- 
nonico,  lib.  5,  lez.  i  i  :  Degl'infanti  e  lan- 
guidi  esposti,  dichiara.  Que'genitori?  che 
espongono  i  loro  figli  infanti,  deboli  e  lan- 
guidi, e  negano  loro  il  necessario  alimen- 
to, sono  riputati  come  uccisori  de'mede- 
simi,  perciò  sottoposti  a  quelle  pene  nar- 
rate da  esso  nella  precedente  lez.  io: 
Di  anelli,  che  uccidono  ijigli-  Il  Papa 
Gregorio  IX  decretò  :  Se  un  padre  scien- 
temente esporrà  un  figlio  infante,  e  rati- 
ficherà l'esposizione  contro  l'ofiìciodi  pie- 
tà ,  il  figlio  esposto  resta  liberato  dalla 
patria  podestà ,  e  diviene  ingenuo,  cioè 
libero  dalla  sua  natività.  Lo  stesso  s'in- 
tende de'languidi  o  infermi  di  qualunque 
età  essi  siano. Se  venissero  esposti, edera- 
piamente  e  inumanamente  fossero  loro 
negali  gli  alimenti,  chi  li  raccogliesse,  ri- 
coverasse ed  alimentasse  non  acquiste- 
rebbe su  di  essi  alcun  potere.  Per  infan- 
te al  nostro  proposito  s'intende  quello  che 
ancora  non  ha  compito  il  settennio.  Se  in 
questa  età  venisse  esposto,  o  dallo  stesso 
padre,  o  da  altri  di  sua  scienza,  e  non  con- 
traddicendo, e  dopo  seguita  l'esposizione 
l'approvasse,  mentre  tale  approvazione  e 


TRO 

ratifica  ne'delitti  si  rende  e  si  equipara  al 
mandato.  Il  solo  esposto  diviene  di   suo 
diritto,  ed  è  liberato  dalla  paterna  pode- 
stà. Se  poi  il  padre  fosse  ignaro,  o  fosse 
il  figlio  esposto  senza  sua  intelligenza,  in 
tal  caso  il  padre  non  è  leso  ne'suoi  dirit- 
ti. 1  genitori  che  espongono  i  loro  figli, 
potendoli  comodamente educare,peccano 
gravemente  e  si  rendono  rei  d'omicidio. 
Se  l'infante  venga  dal  padre  esposto,  o  da 
altro  raccolto, alimentato,  educato.  Seda 
qualche  luogo  o  stabilimento  pio  eretto  a 
sovvenire  i  poveri,  gli  orfani,  mendici  e 
abbandonati,  ed  anco  da'  vescovi  ed  ec- 
clesiastici,  che  devono  il  superfluo  dare 
a'poveri,  nulla  ponno  ripetere  intenden- 
dosi dato  a  titolo  di  pietà  e  carità.  Si  ec- 
cettua però  se  il  luogo  o  stabilimento  pio 
è  stato  eretto  per  sovvenire  i  poveri  e  mi- 
serabili, mentre  se  gli  esposti  e  iuvalidi 
fossero  figli  di  facoltosi,  che  ponno  spen- 
dere, maggiore  sarebbe  il  delitto,  e  que- 
sti debbono  compensare  le  spese  occorse, 
affinchè  non  restino  defraudati  i  veri  po- 
veri e  miserabili.  Quest'infanti  esposti  e 
languidi  se  venissero  accolti  ed  alberga- 
ti da  parenti  consanguinei;  in  tal  caso  si 
presume  essersi  fatto  a  titolo  di   pietà  e 
parentela,  né  ponno  nulla  ripetere,  me- 
no che  si  fossero  protestati  dal  principio 
di  volere  essere  rifalli  delle  spese  e  som- 
ministrazioni, e  lo  stesso  milita  se  l'espo- 
sto sia  stato  accolto  da  un  estraneo  me- 
no che  da  congettura  desumere  si  potes- 
se aver  ciò  fatto  a  titolo  di  pietà  e  libe- 
ralità ,  come  sarebbe  se  uno  fosse  ricco, 
liberale,  e  solito  a  fare  tali  atli.  Come  se 
una  figlia  esposta  dal  padre  venisse  ac- 
colta da  qualcuno  e  nudrila  con  animo 
d'averla  in  moglie  pel  proprio  figlio,  ma 
il  padre  si  opponesse,  in  tal  caso  il  padre 
deve  compensare  gli  alimenti  e  le  spese. 
Se  agl'infanti  esposti  di  cui  s'ignorano  i 
genitori, gli  alimenti  debbano  a  quelli  pre- 
starsi dalla  chiesa,  o  dai  suo  rettore,  che 
se  la  chiesa  o  il  rettore  non  ha  redditi  al- 
l'uopo, né  esistouo  nel  luogo  pi»  stabili- 
menti di  sussidio  o  carità,  è  costume,  che 


T  II  O 

si  prestino  le  comunità  de'luoghi.  Sulla 
spiegazione  del  cap.  Unicum  delle  Decre- 
tali di  Gregorio  IX  sulla  esposizione  de- 
gl'infanti, in  proposito  più  dubbi  in  di- 
versi tempi  sono  insorti,  che  il  Vermiglio- 
li  riproduce  e  risolve,  f  .°Se  ad  un  esposto 
si  rinvenga  scrittura  dicendosi  essersi  bat- 
tezzato, se  debba  attendersi?  2.°  Se  deb- 
basi  battezzare  dal  cappellano  dell'ospe- 
dale, o  dal  parroco  del  medesimo?  3.°  Se 
gli  esposti  abbisognino  di  dispensa  del  ve- 
scovo per  esser  promossi  agli  ordini  mi- 
nori, o  dell'apostolica  dispensa  per  gli  or- 
dini maggiori,  ed  a  benefìzi  curati  giusta 
il  disposto  sugl'illegittimi?  4-°  Se  promos- 
si agli  ordini  sagri  senza  apostolica  dispen- 
sa, in  coscienza  possano  attendere  all'in- 
combenze degli  ordini?  5.°  In  caso  di  ot- 
tenuta dispensa  quale  dovrà  considerar- 
si il  luogo  di  origine  per  poter  essere  pro- 
mossi agi:  ordini?  6.°  I  matrimoni  dell'e- 
sposte se  possano  celebrarsi  dal  cappella- 
no dell'ospedale,  o  dal  parroco  dell'ospe- 
dale stesso.  Risposte.  Al  i.°  Se  vi  è  scrit- 
tura, e  fatte  esatte  e  scrupolose  indagini  si 
possa  esser  persuasi  e  convinti  esser  bat- 
tezzati, non  deve  altrimenti  battezzarsi. 
Se  vi  nasce  qualche  dubbio,  deve  battez- 
zarsi sotto  condizione.  Al  2.°  Pel  disposto 
del  diritto  canonico,  rispose  Clemente  X: 
Che  la  comunione  pasquale,  il  viatico,  l'e- 
strema unzione,  ed  il  seppellire  i  morti 
spetterebbe  al  parroco;  ma  in  oggi  indi- 
pendentemente dal  detto  parroco  ,  per 
speciale  privilegio  apostolico,  tutto  si  ese- 
guisce dal  cappellano  dell'ospedale,  ch'è 
parrocchia  e  vi  è  anche  il  fonte  battesi- 
male, onde  il  parroco  riunisce  la  quali- 
tà di  parroco  e  di  cappellano.  Al  3.°  Se 
chiaramente  e  senza  difficoltà  risulta  del- 
la legittimità  dell'esposto,  certa  e  piena, 
non  vi  abbisogna  alcuna  dispensa  di  tale 
legittimità.  Se  presuntiva  e  dubbia  vi  oc- 
corre la  dispeusa,  ed  anche  per  la  mag- 
gior sicurezza, essendo  questa  la  prassi  del- 
la romana  curia.  Da  tal  regola  resta  esen- 
te l'ospedaledellaD.  Vergine  dell'Annun- 
ziata di  Napoli  per  speciale  breve  aposto- 


TRO  i33 

lieo,  che  dà  la  facoltà  all'arcivescovo  di 
Napoli  di  ordinare  senza  dispensa.  Al  4° 
A  calma  di  coscienza  deve  attendersi  la 
risoluzione  della  congregazione  del  s.  of- 
fizio,  che  dice  non  doversi  rispondere  in 
iscritto,  ma  oralmente.  Esser  quieta  laco- 
scienza,  e  non  abbisognare  la  dispensa  per 
la  ragione  che  si  trova  nel  quasi  posses- 
so, e  che  nel  dubbio:  È  migliore  la  con- 
dizione del  possidente.  Al  5.°  Se  non  si  co- 
noscono ove  sieno  nati,  e  se  s'ignorano  i 
genitori,  si  ha  per  luogo  d'origine  ove 
trovansi  esposti,  e  questo  luogo  si  ritiene 
per  loro  patria,  e  che  ivi  abitino  i  loro 
genitori.  Al  6.°  La  congregazione  del  con- 
cilio decise:  Che  le  fanciulle  esposte,  e  ri- 
cevute negli  spedali,  se  celebrassero  ma- 
trimonio, dovesse  celebrarsi  dal  parroco 
dell'ospedale,  non  dai  cappellano  di  que- 
sto. Per  misurare  le  pene  dovute  agli  e- 
sponeuti  un  fanciullo  devesi  scrupolosa- 
mente esaminare  il  sito  ov' è  stato  espo- 
sto, il  «nodo  come  fu  esposto,  se  nell'abi- 
tato, ovvero  in  luogo  deserto  e  non  abi- 
tato. Se  gittato  barbaramente  in  qualche 
latrina  o  cloaca;  se  con  ombellico  sciolto 
o  legato;  se  nudo  o  avvolto  in  panni,  o 
assicurato  in  qualche  cesto;  se  poteva  ri- 
cevere offesa  da'eani  o  altre  bestie;  se  co- 
perto o  scoperto.  Tutte  queste  circostan- 
ze rendono  più  o  meno  dolosa  1'  esposi- 
zione, e  maggiore  o  minore  si  deve  la  pe- 
na. Tuttociòfu  provveduto  anche  da  Gre- 
gorio XVI  col  Regolamento  sui  delitti  e 
sulle  pene,  lib.  2,  tit.  21.  Delle  adozio- 
ni degli  esposti  trattai  ancora  a  Matrimo- 
nio §  IV.  I  trovatelli  di  cui  ignoravansi 
assolutamente  i  genitori  erano  in  passa- 
to a  carico  del  signore  del  luogo  feudale, 
il  quale  era  obbligato  di  farli  alimentare. 
In  alcune  provincie,  la  cura  e  il  mante- 
nimento de'fanciulli  esposti  erano  e  sono 
a  carico  della  comunità  nel  territorio  del- 
la quale  erano  o  sono  stati  trovati,  a  me- 
uo  che  non  si  scoprisse  il  padre  o  la  ma- 
dre; nel  qual  caso,  ed  essendo  quelli  mi- 
serabili, spettava  e  spetta  alla  comunità 
del  luogo  dove  aveauo  il  loro  domicilio 


i3J 


TUO 


ad  alimentarli,  hi  oggi  negli  stati  Euro- 
pei i  figli  abbandonati  e  quelli  che  ven- 
gono esposti  e  di  cui  non  si  sa  chi  sia  nò 
il  padre,  né  la  madre,  vengono  ricovera- 
ti ed  alimentati  dagli  ospizi  a  questo  be- 
nefico uso  destinati,  sotto  la  tutela  e  se- 
condo il  disposto  dalla  legge  del  paese. 
Ad  onta  della  vantata  civiltà  di  Grecia  e 
di  Roma,  quella  sacrificava  gl'infanti  de- 
boli e  mai  portanti  alla  brama  d'aver  uo- 
mini robusti  e  ben  conformati;  questa 
gl'immolava  alla  ferrea  autorità  paterna; 
e  luna  e  l'alti  a  facevano  di  essi  uno  sco- 
po politico,  un  istrumento  di  materiale 
grandezza,  un  mezzo  all'effimera  prospe- 
rità nazionale.  Platone  e  Aristotile ,  che 
recarono  la  filosofia  al  massimo  grado  di 
che  era  capace  duraute  il  paganesimo, non 
vergognarono  di  ammettere  l'eccidio  dei 
fanciulli,  cui  tocca  la  sventura  di  sortire 
dal  seno  della  madre  deboli  o  difforma- 
ti.  Allorquando  si  tolse  a  norma  d'azio- 
ne la  forza  e  l'interesse,  non  la  giustizia 
e  la  morale,  il  debole  ebbe  più  torto  di 
lutti,  e  il  più  debole  fu  l'infante.  Venu- 
toal  mondo  il  Redentoredel  genere  uma- 
no ,  in  mezzo  alle  difficoltà  provenienti 
dalla  ferocia  de'coslumi,  dall'orgoglio  del 
potere,  e  dal  mal  giudizio  dell'ignoranza; 
colle  sue  massime  di  soave  carità,  di  dol- 
cezza, di  fraternità  tra  gli  uomini,  prepa- 
rò gli  spiriti  a  sentire  che  1'  Uomo  Schia- 
vo (Z7.)  feriva  l'umanità,  ed  in  seguito 
si  operò  il  benefizio  dell'abolizione  della 
schiavitù;  come  ancora  e  mediante  il  sa- 
gramentodel  matrimonio,  elevò  la  Don- 
na dallo  stato  di  oppressione  in  cui  Irò* 
vavasi,  alia  dignità  di  vera,  dolce  e  cara 
compagna  dell'uomo,  e  destinata  a  for- 
marne la  felicità;ed  a  gagliarda  difesa  dei 
memorati  bambini,  proclamò  che  hanno 
essi  per  usbergo  gli  Angeli,  che  sarà  bea- 
to chi  somiglia  ad  essi,  che  tultociò  che 
si  farebbe  al  minimo  di  essi  lo  reputereb- 
be fatto  a  se  stesso.  Ma  la  Cina,  priva  iu 
generale  della  luce  evangelica,  tuttora  fa- 
cendo barbaro  governo  di  quegPiufelici, 
come  nati  da  genitori  privi  del  magno 


TRO 

sagramento  che  lega  gli  sposi  alla  prole 
con  indissolubile  nodo  d'amore,  li  getta  a 
perire  nelle  strade,  ne'canali,  dentro  i  fiu- 
mi, nel  mare,  gli  espone  pasto  e  preda  de- 
gli animali,  cani  e  porci  con  crudele  iu- 
differenza.  11  cristianesimo  che  meravi- 
gliosamente va  diradando  le  tenebre  e 
diffondendo  la  luce,  essendo  alquanto  tol- 
lerato nella  Cina,  i  Vicariati  apostolici 
sono  iu  incremento;  ed  i  missionari  apo- 
stolici raddoppiano  con  mirabile  e  fe- 
conda perseveranza  i  loro  indicibili  sfor- 
zi sul  terreno  bagnalo  del  sangue  dei 
suoi  eroici  martiri.  Dio  tanto  inspirò  al 
gran  cuore  del  venerando  vescovo  di  N'ari' 
cy  mg.r  Forbin-Janson  nel  i  843,  già  mis- 
sionario ne'paesijnfedeli,  di  fondare  nella 
sua  diocesi  la  santissima  opera  della  San- 
ta  Infanzia,  chiamando  in  aiuto  de'po- 
veri  fanciulli  cinesi  e  idolatri  i  fanciulli 
cattolici, la  qualecelebrai  nel  vol.LXlll,p, 
I  26,  e  che  ha  per  benedetto  scopo  di  sot- 
trarre dalla  morte  dell'anima  e  del  cor- 
po gli  esposti  sventurati  bambini  dalle 
vie,  dalle  onde  e  dalle  voraci  bestie;  indi 
prende  cura  di  loro  anima  rigenerandoli 
col  battesimo,  se  infermi  li  fu  guarire  dai 
medici  ne'suoi  caritatevoli  asili,  ivi  li  nu- 
trisce ed  educa  al  cristianesimo,  nelle  scuo- 
le ed  asili  perciò  fondati,  mercè  le  inces-' 
santi  materne  cure  delle  pie  Sorelle  del- 
la  Carità  e  de'zelanti  missionari;  le  une 
e  gli  altri  pieni  di  fervore  abbandonano 
l'Europa,  volano  nella  Cina,  ed  ivi  affron- 
tano i  disagi,  la  miseria,  e  spesso  le  pei> 
secuzioni^per  dividere  il  pane  dell'elemo- 
sina che  somministra  la  religione  de' fe- 
deli, con  que' bambini  che  raccolsero  e- 
sposti  sulle  pubbliche  vie  e  sopra  i  fiumi» 
Ed  ecco  come  la  Provvidenza  fa  nascere 
il  bene  dal  male.  L'opera  della  santa  In- 
fanzia fiorisce,  ha  il  consiglio  centrale  iu 
Parigi,  ove  si  slam  pano  gli  edificanti:  An- 
nali dell'opera  della  santa  Infanzia,  i 
quali  dal  francese  si  traducono  iu  italia- 
no e  si  dispensano  a'decurioni  e  alle  decu- 
rione de'pii  contribuenti. Essendosi  fin  dal 
dicembre  1 352  stabilita  anche  iu  Genova, 


TRO 
colla  nomina  d'un  consiglio  o  comitato 
«li  promotori  che  corrisponde  col  consi- 
glio centrale  di  Parigi,  a'20  gennaio  1  856 
si  celebrò  l'annua  festività  nella  chiesa  di 
s.  Stefano,  dallo  stesso  arcivescovo  di  Ge- 
nova mg. rAndreaCharvaz, commosso  dal 
gran  bene  che  produce  la  santa  opera,  e 
siccome  desideroso  di  vederla  prosperare 
dappertutto  e  principalmente  nella  sua 
arcidioeesi,  raccomandandola  con  appo- 
sito discorso,  pubblicalo  colle  stampe  per 
cura  del  consiglio.  Quest'opera  della  s. 
Infanzia  fin  dal  principio  dell  853  fu  ca- 
nouicamenle  stabilita  in  Roma,  e  molte 
persone  caritatevoli  s'affrettarono  tosto 
di  aggregarvi*!  a  dar  opera  di  attuarla  e 
crescerla,  raccogliendo  limosine  al  piosco- 
po.  ÌL  già  nel  corso  di  3  anni  si  poterono 
inviare  al  suddetto  consiglio  centrale  di 
Parigi  parecchie  migliaia  di  scudi,  affin- 
chè con  essi  vengano  riscattati  il  pitiche 
si  può  di  que'fduciullijche  i  genitori,  sor- 
di alle  voci  dì  natura,  lasciano  in  abban- 
dono o  eziandio  dannano  a  crudelissima 
morte,  ludi  per  promuovere  in  ogni  mo- 
do quest'opera  salutare,  il  Papa  die  un 
cardinale  per  protettore, il  qualedopo sta- 
bilito un  consiglio  direttore  per  Roma  e 
per  tutta  l'Italia,  elesse  in  Roma  un  con- 
veniente numero  di  ecclesiastici  e  laici 
che  hanno  il  nome  di  zelatori  e  sono  in- 
canenti d'accrescere  il  numero  degli  a- 
serilli  e  degli  altri  mezzi  che  meglio  con- 
ducono allo  scopo  della  santa  istituzione. 
Inoltre  e  come  relativa  all'istituto  del  ri- 
lettilo, io  Roma  slessa  fu  stabilita  nel  con- 
vento oc' Trinitari  calzali  (f7.),  uh  re- 
ligioso del  quale  n' è  il  segretario,  mg/ 
Antonio  Ligi  Bussi  vicegerente  di  Roma 
n'è  il  presidente,  e  protettore  il  cardinal 
Carlo  di  Reisach  già  arcivescovo  di  Mo- 
naco. Mentre  l' altra  prodigiosa  opera 
delle  morette  africane,  stabilita  dal  be- 
nemerito sacerdote  Olivieri  genovese,  ora 
ha  ricevuto  duratura  esistenza,  comechè 
compenetrala  nell'  ordine  de'  Trinitari 
Scalzi  (V.).  A'6giuguoi856  questa  me- 
pera  s'inaugurò  iuFaenza  con 


ravigliosao 


TUO  i35 

religiosa  e  splendidissima  pompa.  All'in- 
vito di  quel  vigilantissimo  vescovo  mg.1 
Giovanni  de'conti  Folicaldi,  instancabile 
sempre  nel  caldeggiare  quanto  può  tor- 
nare a  vantaggio  della  religione,  pronta 
rispose  la  pietà  del  popolo  faentiuo,  inva- 
ghitosi anch'  esso  del  nobile  scopo  e  del 
bene  immenso  di  si  cristiana  istituzione, 
laonde  in  breve  lempo  vi  furono  ascritti 
più  migliaia  di  fanciulli  de'due  sessi.  La 
chiesa  de'gesuiti  messa  a  nobile  e  ricco  ap- 
paralo, giemila  di  cittadini  d'ogni  ordi- 
ne, vide  entrare  processionalmeute  a  di- 
stinti drappelli,  vestiti  a  festa  e  col  capo 
inghirlandalo,  e  cantando  inni  al  Bambi- 
no Gesù,  numerosa  schiera  di  fanciullet- 
ti,  che  assisterono  poi  alla  messa  dell'en- 
comiato pastore:  durante  la  quale  si  can- 
tarono strofe  appropriate,  tenere  e  com- 
moventi, mescolandosi  a  quelle  di  valen- 
ti artisti  le  limpide  e  armoniose  vocioli- 
ne  di  que'putli  giubilante  Indi  venne  re- 
citata bella  orazione  per  l'incremento  del- 
ia s.  Infanzia,  terminando  la  funzione  col 
Te  Deum  e  la  benedizione  del  ss.  Sagra- 
mento.  Nella  Statistica  religiosa  della 
diocesi  di  Parigi,  del  vicario  della  me- 
desima ab.  Darboy,  si  legge  che  fra  le  o- 
pere  di  carità  a  Parigi  vi  è  la  s.  Infanzia, 
la  quale  nel  1  855  mediante  sottoscrizio- 
ni di  5  centesimi  potè  riunire  600,000 
franchi;  e  la  società  del  Presepio  che  rac- 
coglie da  2,5oo  fanciulli.  Di  siffatta  pia 
società  feci  meuzione  nel  voi.  LX1II,  p. 
68,  parlando  de'riccveri  de'bambini.  Lo 
zelo  de'popoli  Dell'associarsi  alla  benefi- 
ca opera  pia  della  s.  Infanzia,  indusse  i 
Papi  Gregorio  XVI  e  Pio  IX  a  conce- 
dere alla  medesima  e  agli  ascritti  copio- 
se grazie  spirituali  e  indulgenze,  per  viep- 
più incoiaggiarli  a  sostenerla  colle  li- 
mosine. 

TR.OYER.  Ferdinando  Giulio,  Car- 
dinale. De'conti  di  tal  nome,  di  nazione 
alemanno,  ottenuto  di  1  3  anni  il  canoni- 
cato d'Ohnùlz,  e  poi  1'  arcidiaconato  di 
Troppau,  attese  a  coltivare  lo  spirilo  e  le 
lettere  iti  Roma  nel  collegio  germanico. 


i36  TUO 

destituitosi  alla  sua  chiesa,  trasse  ben- 
tosto a  se  l'attenzione  de  suoi  collegllai 
quali  lo  destinarono  alla  città  di  Hi  un  , 
allineile  presiedesse  agli  affari  flavissimi 
die  vi  si  doveano  concludere.  Intanto  vu- 
cata  la  chiesa  d'Olmùtz,  dal  capitolo  fu 
a  pieni  voti  eletto  in  vescovo  della  me- 
desima, e  Benedetto  XI V  lo  confermò  nel 
J746.  Quindi  ad  istanza  dell'imperato- 
re Francesco  i,  il  medesimo  Papa  a' io 
aprile  1747  locreò  cardinale  prete,  e  pro- 
tettore di  Germania  presso  la  s.  Scdtij 
sebbene  non  pare  die  si  recasse  in  Roma, 
per  cui  non  ebbe  il  titolo  cardinalizio. 
Dopo  aver  per  12  anni  santamente  go- 
vernalo la  sua  diocesi,  lasciò  questa  mi- 
sera vita  in  Bruii  nel  1  758,  di  60  anni,  e 
trasferito  in  Olmiitz  fu  sepolto  nella  cat- 
tedrale, senza  alcuna  memoria. 

TROYES  (Trcccn).  Città  con  residen- 
za vescovile  di  Champagne  in  Francia,  ca- 
poluogo del  dipartimento  dell' Aube,  di 
circondario  e  di  3  cantoni,  a  più  di  1 9  le- 
ghe da  Auxerre,  circa  1  9  da  Chàlons  sur 
Alarne,  e  3g  da  Parigi,  sulla  Senna.  Gia- 
ce in  mezzo  a  vasta  e  fertile  pianura,  sul- 
la sponda  sinistra  della  Senna,  che  in  par- 
te la  circonda  e  distribuisce  nell'interno 
le  sue  acque  per  mezzo  di  numerosi  ca- 
nali di  derivazione  che  mettono  in  atti- 
vità gran  numero  di  usine  e  di  manifat- 
ture. E'  sede  del  tribunale  dii.a  istanza, 
di  camera  e  borsa  di  commercio,  di  con- 
servazione d'ipoteche,  di  direzione  de'de- 
mani  e  delle  contribuzioni  dirette  e  indi- 
rette, capoluogo  della  »."  conservazione 
boschiva  e  residenza  d'un  ispettore  gene- 
rale della  navigazione.  Si  divide  in  8  se« 
zioni  o  quartieri,  ed  ha  i  5  sobborghi  di 
s.  Savina,  Croncels,  s.  Giacomo,  s.  Marti- 
no, e  di  Preize.  Ha  6  porle  denominate 
Concia,  Maddalena,  Croncels,  Belfroy,  s. 
Giacomo,  e  Preize.  E'  cinta  di  mura  in 
assai  buono  stato,  irregolarmente  distri- 
buita in  islrade  strette  e  tortuose,  ad  ec- 
cezione di  talune  che  sono  assai  larghe, 
diritte  e  pulite.  Fabbricala  parte  in  le- 
gno, l'aspetto  tuttavia  uou  riesce  iugra- 


T  R  O 

to,  e  la  circolazione  vi  è  multo  operosa. 
Sono  da  notarsi  il  palazzo  della  prefettu- 
ra, il  palazzo  civico  la  cui  facciata  opera 
di  Mausard  è  ammirabile  e  adorna  di  co- 
lonne di  marmo  nero,  la  sala  degli  spet- 
tacoli, le  beccherie,  i  macelli,  il  mercato 
de' vi  ai,  il  bel  cancello  del  giardino  del- 
l'Uòtel-Dieu,  il  bel  passeggio  del  Maglio 
che  circonda  la  città  e  la  porta  s.  Giaco- 
mo fiancheggiala  da  due  torri  e  sormon- 
tala da  una  guglia  leggera.  La  cattedra- 
le è  sotto  l'invocazione  de'ss.  Pietro  e  Pao- 
lo, elegante  di  bello  stile  gotico,  decorala 
da  una  facciala  che  sormonta  una  torre 
graziosa  alta  1  92  piedi,  e  nell'interno  del- 
la quale  distinguesi  particolarmente  la 
galleria  della  navata.  Ila  il  baltislerio  col- 
la cura  d'anime  amministrata  dal  cà"uo- 
nico  arciprete.  Il  capitolo  non  ha  digni- 
tà, uè  le  prebende  teologale  e  penitenzia- 
ria, ma  soltanto  9  canonici,  oltre  gli  ono- 
rari, i  pucri  de  ckoro,  a'quali  nelle  feste 
si  aggiungono  gli  alunni  del  gran  semi- 
nario pel  servizio  divino.  Aulicamente  il 
capitolo  era  composto  d'ò"  dignità,  di  37 
canonici  e  di  alcuni  altri  beneficiati.  L'e- 
piscopio è  annesso  alla  cattedrale,  ed  è  e- 
difizio  ampio  e  decente.  Vi  sono  diverse 
altre  chiese,  7  delle  quali  parrocchiali  mu- 
nite del  s.  fonte.  La  chiesa  di  s.  Remigio 
possiede  un  gran  Cristo  di  bronzo,  consi- 
derato come  una  delle  più  belle  opere  di 
Girai  don. Rimarchevoli  sono  pure  lechie- 
<■  se  di  s.  Nicolò  e  di  s.  Martino,  per  le  lo- 
ro facciate.  La  chiesa  di  s.  Urbano  fon- 
data da  Papa  Urbano  IV,  celebre  per  la 
leggerezza  e  la  delicatezza  della  sua  ar- 
chitettura gotica:  fu  già  collegiata  istitui- 
ta dal  medesimo  Papa  ,  che  la  dichiarò 
dipendente  immediatamente  dalla  s.  Se- 
de. La  chiesa  di  s.  Giovanni  possiede  un 
bel  quadro  di  Mignard;  quella  della  Mad- 
dalena, mirabile  nell'ardita  tribuna,  con 
finestre  tutte  adorne  di  belle  vetriate  di- 
pinte. La  collegiata  di  s.  Stefano,  fondata 
ne\i  i5y  da  Enrico  I  conte  di  Champa- 
gue,possedeva  un  ricchissimo  tesoro,  mol- 
ti mss.  ed  avea  un  capitolo  numerosissi- 


T  R  O 
ino  sotto  la  giurisdizione  dell'arcivesco- 
vo di  Seus.  Eranvi  prima  17  parrocchie, 
compresi  i  ricordali  capitoli  e  l'abbazia 
di  s.  Lupo;  3  abbazie,  dued'uominie  una 
di  donne;  molte  altre  case  religiose  d'am- 
bo i  sessi,  e  una  commenda  dell'ordine 
di  Malta;  ed  i  padri  dell'oratorio  aveano 
un  collegio,  e  i  francescani  la  biblioteca 
pubblica.  Ma  al  presente sonovi solamen- 
te alcune  comunità  religiose  di  donne,  di- 
verse confraternite,  gli  ospedali,  due  se- 
minari, uno  de'qoali  granile  in  città  e  il 
minore  nel  suburbio. Inoltre  possiede'fro- 
yes  il  teatro,  una  casa  di  giustizia,  ed  una 
d'arresto  e  di  correzione,  una  bella  biblio- 
teca pubblica  fornita  di  più  che  5o,ooo 
volumi  e  4O0°  mss.,  una  società  di  a- 
gricoltura,  scienze,  arti  e  belle  lettere,  il 
collegio  comunale,  la  scuola  gratuita  di 
disegno  e  architettura,  la  scuola  speciale 
di  commercio,  là  società  di  carità  mater- 
na, gli  ospizi  della  Provvidenza  pegli  or- 
fani indigenti/:  di  s. Nicolò  pe'  vecchi  d'am- 
bo i  sessi  incurabili  e  pe' maschi  orfani  in- 
digenti, bagni  pubblici,  un  deposito  regio 
di  stalloni.  E'  questa  una  delle  città  più. 
industriose  della  Francia,  e  la  più  rino- 
mala pe'berrettami  di  cotone,  quelli  di 
lana  essendo  meno  importanti.  La  fab- 
bricazione delle  cotoncrie  sul  gusto  di 
Houen  quivi  è  considerabile,  e  vi  si  fab- 
bricano pure  panni,  coperte  di  lana,  fla- 
nelle, seterie,  corde  da  strumenti,  carte 
dipinte,  ec.  Vi  sono  numerosi  filatoi  di 
cotone  e  di  lana,  purghe  per  tele  e  cera, 
cartiere  ,  concie  di  pelli  di  camoscio  ,  di 
corami  ordinari,  ed  è  rinomata  la  carne 
insaccala  di  Tròyes.  Tulli  i  diversi  pro- 
dotti delle  quali  manifatture  arricchisco- 
no il  commercio,  che  inoltre  abbraccia  il 
grano,  il  vino,  l'acque  vita,  canepa,  legu- 
mi secchi,  iana,  legname  da  costruzione, 
ferri,  piombo  laminato,  ec.  Il  rinomalo 
canale  di  Troyes,  che  dalla  città  giunge 
lungo  la  Senna  sino  a  Marcilly,  accresce 
di  mollo  il  suo  traffico  fiorente.  Vi  si  ten- 
gono 5  annue  fiere;  quella  del  2.0  lune- 
dì di  quaresima  e  l'altra  deh. "settembre 


TRO  i37 

durano  8  giorni.  Patria  di  parecchi  per* 
sonaggi  celebri  nelle  scienze  e  nelle  arti» 
meritano  special  menzione  Papa  Urba- 
no IF  (F.)  nel  1261  senza  essere  stato 
cardinale;  Giovenale  degli  Orsini,  stori- 
co del  secolo  XV;  il  cancelliere  Bouche- 
rat;  Pietro  Delarivey,  autore  drammati- 
co; Giovanni  Grosley,  dotto  antiquario  e 
letterato;  Giovanni  Passerai,  poeta  lati- 
no, uno  degli  autori  della  satira  Menip- 
pea;  il  poeta  Lenoble,  uno  de'più  fecon- 
di scrittori  del  suo  tempo;  i  giureconsul- 
ti Pietro  e  Francesco  Pilhou;  Matteo  Mo- 
le, presidente  del  parlamento  duratile  la 
Fronda;  G.  Leveaux,  celebre  drammati- 
co; lo  scultore  Girardon;  il  pittore  Mi- 
gnard,  l' incisore  Thomassin  maestro  di 
Callot.  Fra'sanli  ricorderò  s.  Saviniano 
{P.)  martire,  le  cui  reliquie  si  venerano 
nella  cattedrale,  ch'ebbe  n  sorella  s.  Sa- 
bina o  Savina,  secondo  alcuni,  il  cui  cor- 
po fu  deposto  nella  badia  di  JMoutier-la- 
Celle  vicino  a  Troyes;  e  s.  Maura  (F.) 
vergine,  di  santissima  vita,  il  cui  corpo 
venne  prima  collocato  nella  chiesa  del  vii- 
laggio  che  ne  porta  il  nome,  mezza  lega 
da  Troyes;  indi  la  maggior  parte  fu  tra- 
sferito nella  badia  di  s.  Martino  di  Tro- 
yes. Patrona  di  Troyes  è  s.  Mastidia  ver- 
gine, il  cui  corpo  trovato  intero  colla  pel- 
le e  la  carne  diseccata,  nel  1007  fu  tra- 
slato nella  cattedrale  dal  vescovo  Mi  Ione. 
Il  canonico  della  medesima  Nicola  Camu- 
zat  scrisse  V  Ilistoriae  invenlionìs  s.  Ma- 
stìdiae  virginis  cujus  integrimi  corpus 
in  metropoli  Ecclesia  Tricassinacusto- 
ditur.  Della  diocesi  di  Troyes  fu  s.  Fi- 
nebaldo  (F.)  abbate  di  s.  Lupo  di  Tro- 
yes. Ne'dintorni  notami  belle  case  di  vil- 
leggiatura con  giardini  ben  colti  vati,  pra- 
ti, vigne,  ec.  A  qualche  distanza  si  rin- 
viene una  cava  di  marmo.  Troyes,  Tre- 
cae  ,  Tricassis  ,  Tricassìum ,  Augusta 
Tricassinoruni)  Augustobona^è  grande 
e  antica  città,  già  capitale  della  Sciam- 
pagna, che  trae  l'origine  da' Tricassi, dei 
quali  fu  capoluogo.  Sotto  i  romani  fece 
prima  parte  della  Gallia  Celtica,  sotto  Au- 


138  TUO 

gusto  fu  riedificata,  ed  in  seguito  fu  com- 
presa nella  4-"  prò  vincili  Lionese.Nel  356 

fu  munita  di  solide  mura,  e  nel  44  '  P,e~ 
ferviti  dal  vescovo  s.  Lupo  dalla  strage 
e  distruzione  di  Attila  re  degli  unni. Sprov- 
veduta la  città  d'ogni  soccorso,  si  avau- 
70  Attila  con  un'annata  di  400,000  u0. 
mini,  che  dopo  aver  posto  a  sacco,  a  fer- 
ro e  fuoco  la  Tracia,  l'Illirio  e  la  Grecia, 
pattato  il  Reno  avea  portatola  desolazio- 
ne nelle  contrade  più  fertili  della  Fran- 
cia. Già  le  città  di  Reims,  Cambray,  Be- 
saucon,  Auxerree  Langres,  aveano  pro- 
vato gli  effetti  del  suo  furore,  i  suoi  ter- 
ribili colpi  stavano  per  piombare  su  Tro- 
yes,  ed  i  suoi  abitanti  n'erano  altamen- 
te costernati.  Il  santo  vescovo  implorato 
pel  trepidante  suo  popolo  il  divino  aiu- 
to, fidanzato  nella  protezione  del  cielo, 
assunti  gli  abiti  pontificali,  preceduto  dal- 
la croce  e  seguito  dalla  processione  del 
clero,  si  recò  incontro  al  re,  e  l'interrogò 
chi  egli  fosse;  rispose  Aitila.  Io  sono  il  fla- 
gello di  Dio.  Soggiunse  s.  Lupo;  Noi  ri- 
spettiamo tutto  quello  che  ci  viene  da 
Pio;  ina  se  voi  siete  il  flagello  con  cui  egli 
ci  punisce,  vi  ricorda  di  non  fare  se  non 
gè  (j nanto  vi  è  concesso  dalla  mano  on- 
nipotente che  vi  muove  e  vi  regge.  Atti- 
la colpito  da  tali  parole  promise  di  ri-* 
sparmiai  e  Troyes,  e  l'esegui.  jNelTS^S  la 
città  si  vide  onorata  dalla  venuta  di  Pa- 
pa Giovanni  Vili,  che  vi  celebrò  un  con- 
cilio memorabile,  e  vi  coronò  Lodovico 
li  il  Balbo  redi  Francia,  I  normanni  la 
devastarono  nell'889;  il  conte  Roberto  la 
riparò  ed  i  conti  di  Sciampagna  ne  fece- 
ro la  capitale  de'  loro  stati  ;  da  Tebaldo 
]  V,  che  regnovvi  dal  1  1  02  al  1  1 52,  con- 
ta la  data  sua  l'origine  dell'industria  e 
del  commercio  che  l'ormano  lo  splendore 
di  questa  città  e  la  resero  per  qualche  tem- 
po uno  de' più  grandi  emporii  commer- 
ciali tra  la  Francia,  la  Germania  e  la  Sviz- 
zera. Sotto  Tebaldo  IV  Troyes  rivide  nel- 
le sue  mura  un  Papa  nel  1  107,  Pasqua- 
le II,  ritiratosi  in  Francia  onde  evitare  le 
persecuzioni  d'Enrico  V  imperatore,  Nel 


T  RO 

1  1  8 1  fu  quasi  interamente  distrutta  da 
un  incendio.  Il  duca  di  Borgogna  se  ne  im- 
possessò nel  1  4 1  5,  e  5  anni  dopo  Isabel- 
la di  Baviera  vi  trasferì  il  parlamento  di 
Parigi,  e  marilowi  Caterina  di  Francia 
ad  Enrico  V  re  d' litoti  Itemi,  dandole 
per  dote  il  regno  di  Francia^  in  pregiu- 
dizio del  delfino,  poi  Carlo  VII.  Questo 
fàmosoe  vergognoso  trattato  che  sogget- 
tò la  Francia  al  re  d'  Inghilterra,  fu  se- 
gnato in  Troyes  dal  re  Carlo  VI  marito 
d'Isabella,  padre  della  sposa  e  del  delfi- 
no  evexìts  presunti  vo  della  corona,  in  on- 
ta eziandioalla  vigente  legge  salica.  Mor- 
to Carlo  VI,  sebbene  fu  proclamato  suc- 
cessore Enrico  VI,  figlio  del  defunto  En- 
rico V,  Carlo  VII  si  fece  coronare  a  Poi- 
tiers,  ritolse  Troyes  agl'inglesi  nel  luglio 
1429,  in  conseguenza  d'un  vigoroso  as- 
salto dato  dalla  celebre  eroina  Giovan- 
na d'Arco,  poi  vittima  dell'odio  inglese 
a  Rouen  (Z7.).  Un  incendio  attribuito  a 
certi  tedeschi  al  servigio  di  Carlo  V  im- 
peratore,  vi  distrusse  nel  1  524  più  di  due 
terzi  delle  case  della  città  e  due  chiese; 
plus  de  vingt-deux  rues  et  de  troìs  mille 
maison*  furcnt,  dit'  on,  consumées  par 
les  flammes.  La  città  fu  visitata  da  vari 
suoi  re,  e  fra  gli  altri  nel  \  486  da  Carlo 
Vili,  neli5i2  da  Luigi  XII,  e  neh 564 
da  Carlo  IX  che  vi  firmò  il  trattalo  di  pa- 
ce con  Elisa  bel  ta  regi  uà  d'I  nghi  I  terra,  do  - 
pò  ripigliato  l'Havre.  La  pretesa  religio- 
ne riformata  infelicemente  s'introdusse 
in  Troyes  nel  1  55o.  Nondimeno  Troyes 
fu  lai. "città  che  sottoscrisse  a' 25  luglio 
1 568  l'unione  alla  Santa  Lega;  e  dipoi 
aprì  le  porte  ad  Enrico  IV  a'3o  maggio 
1595.  Luigi  XIII  suo  figlio  visitò  la  cit- 
tà nel  1629;  e  Luigi  XVI  nel  1787  vi  e- 
sihò  il  parlamento  di  Parigi.  Nel  1  8o5  fu 
onorata  dalla  presenza  di  Pio  VII  redu- 
ce da  Parigi,  e  vi  arrivò  a  23  ore  de'  6 
aprile  incontrato  da  una  superba  truppa 
di  cavalleria  volontaria,  dal  vescovo  e  dal 
clero.  Fu  alloggiato  il  Papa  e  quasi  tutto 
il  suo  seguito  nell'episcopio,  ed  inesprimi- 
bile si  dimostrò  la  divozione  del  popolo. 


T  11  O 

Nella  maltina  della  seguente  domenica  si 
recò  a  celebrare  la  messa  nella  cattedra- 
le,  e  fu  tanta  la  folla  cl»e  furono  spesi 
molti  franchi  per  a  vervi  l'ingresso.  Nel  do- 
po pranzo  Pio  VII  fu  obbligato  3  volte  a 
dar  la  sua  benedizione  al  popolo,  che  fre- 
quentemente riempiva  la  gran  piazza  del- 
l'episcopio, e  che  ad  alta  voce  con  fervo- 
re la  chiedeva.  Nel  seguente  lunedì  il  Pa- 
pa si  pose  in  viaggio  per  Semur,  ove  ac- 
colto con  grandi  dimostrazioni,  la  matti- 
na del  q  si  diresse  a  Chàlons,  Nell'islesso 
si  recò  a  Troyes  Napoleone  I  e  vi  emanò 
il  decreto  per  l'incanalamento  dell'Alta- 
Senna  sino  a  Chàtillon,  disegno  della  piti 
alta  importanza  per  Troyes  e  suo  cana- 
le, non  meno  che  per  l'accivimento  deU 
la  capitale  di  Francia;  sospesi  i  lavori  nel 
18  i  4>si  ripresero  nel  i  826. Nel  1  8  1  4-Tro? 
yes  fu  teatro  di  scontri  sanguinosi  tra  i 
francesi  e  gli  alleali,  in  conseguenza  dei 
quali  vi  entrarono  18  febbraio,  e  per  al- 
cun tempo  l'occuparono. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  nel  III  se- 
colo, e  poi  divenne  sulfraganea  della  me- 
tropoli di  Sens.  Si  crede  da  alcuni  che  vi 
predicasse  1'  evangelo  s,  Saviuianoi /ve- 
scovo di  Sens  ed  apostolo  della  contrada, 
ma  l'epoca  in  cui  fiorì,  se  nel  I  o  nel  111 
secolo,  è  contrastata.  Vi  sono  altri  che  so- 
spettano, essere  s.  Saviniano  di  Troyes, 
gii»  memorato,  lostessochequellodi  Sens, 
il  quale  avrebbe  potuto  predicare  a  Tro- 
yes senza  uscire  dalla  sua  provincia.  Ve- 
dasi Nicola  Camuzat,  Promptuariuni  sa- 
crar uni  antiqui tatum  Tricassiuae dioc^ 
ccsÌ8%  Trecis  1610.  La  serie  cronologica 
de' vescovi  di  Troyes  non  è  eguale  nel- 
l'antica edizione  della  Gallia  Christia- 
na, e  nell' Effemeridi  di  Troyes  per  l'an- 
no 1  76  r ,  le  quali  notano  come  1  .°vescovo 
s.  Subiniauo  o  Sabiniano  nel  274,  orn- 
ili esso  ddWaGalliaChrisliaita gitila  qua- 
le trovasi  pen.°vescovo  s.  Aniatore,eeo- 
sì  fa  il  Chetiti,  Archiep.  etEpisc. Galliae. 
Nel  HI  secolo  s.  Saviniano  di  Troyes  pa- 
li il  martirio  e  forse  nel  275.  Si  legge  nel 
Breviario  T recensi  calciala  mali  anno 


x  n  o  1 39 

cìrciter  34o,  priinus  recensetur  Episco- 
pus  Trìcassinorum  s,  Amator.  Ma  s.  A- 
matore  {V,)  veramente  fu  vescovo  d' A  u- 
Xerre  dal  388  al  4  18,  epoca  della  beata 
sua  molte,  e  prima  erasi  coniugato  con 
Marta,  colla  quale  fece  volo  di  continen- 
za. Pertanto  si  crede,  che  essendosi  sta* 
bilito  il  culto  di  s.  Amatore  anche  a  Tro- 
yes, alcuni  ne  trassero  argomento  per  an- 
noverarlo fra' vescovi  di  questa  città.  Il 
Chenu  registra  pure  per  i.°vescovo  s.  A- 
matore,  però  nel  346.  Indi  Ollaziano  che 
intervenne  al  concilio  di  Colonia  nel  346 
secondo  la  Gallia  Christiana,  o  nel  35o 
al  dire  di  Chenu,  Gli  altri  vescovi  sono. 
Nel  35os.  Giuliano,  secondo  le  citale  Ef- 
femeridi, Leone,  Eraclio,  s.  Melaniodel 
3go  ,  le  cui  reliquie  furono  deposte  nel 
monastero  di  Celle,  essendo  onoralo  ai 
22  aprile,  Aurelianodel  4oo,s.Orso  mot'» 
to  nel  4^6  e  onorato  a'26  luglio.  I  de- 
putati della  chiesa  di  Troyes  in  nome  di 
questa  offrirono  il  vescovato  a  s.  Lupo(P\) 
di  Tool,  che  inutilmente  ricusando  fu 
consagrato  da' vescovi  della  provincia  di 
Sens,  Quindi  pel  suo  zelo  religioso  fu  in* 
viatoin  lnghilterra,con  s.  Germanod'Au- 
xerre,  per  combattere  l'eresia  de  Pela- 
giani,  con  eccellente  esito.  Tornato  alla 
sua  diocesi,  vi  si  adoperò  con  nuovo  fer- 
vore alla  riforma  de'  costumi  del  suo 
gregge  ,  mostrando  non  minor  saggezza 
che  pietà.  Per  questo  s.  Sidonio  Apolli- 
nare gii  die  i  più  esimi  elogi,  chiaman- 
dolo; Padrede'padri,  vescovo  de'vescovi, 
capo  de'prelati  delle  Gallie,  regola  depo- 
sitimi ,  colonna  della  verità,  l'amico  di 
Dio,  il  mediatore  tra  gli  uomini  e  il  cie- 
lo. Avendo  liberato  Troyes  dall'estermi- 
uio  di  Attila,  quando  questi  ritirate  le  sue 
numerose  truppe  si  avanzò  nella  pianu- 
ra di  Mery  sulla  Senna,  5  leghe  lungi  da 
Troyes,  fu  attaccato  e  disftlto  da'roma- 
ni  capitanati  dal  valoroso  Ezio,  cercò  s. 
Lupo  e  lo  pregò  ad  accompagnarlo  nel- 
la ritirata  sino  al  Reno  ,  riguardandolo 
salvaguardia  per  lui  e  la  sua  armala.  Que- 
sta azione  però  spiacque  a'  generali  dei- 


i4o 


TR  O 


l'impero,  e  sospettarono  aver  egli  favo- 
rito la  fuga  de'  barbari,  e  fu  costretto  a 
stare  due  anni  lontano  da  Troyes,  ove  ri- 
tornato vi  non  nel  478  o  4?9»  a'^4  o 
29  luglio,  venerandosi  il  suo  corpo  nella 
chiesa  del  nome  suo.  Gli  successe  il  suo 
discepolo  s.  Gioiellano  o  Carni lliano  di 
TroyeSjChe  sottoscrisse  il  1  .°concilio  d'Or- 
leans nel  5i  r,e  morì  a'28  luglio  52  5  o 
526,  essendo  le  sue  reliquie  nella  catte- 
drale. Nel  5?.6  s.  Vincenzo,  che  costruì  la 
chiesa  di  s.  Aventino  solitario  di  Sciam- 
pagna nel  suburbio,  e  in  essa  fu  sepolto. 
Ambrogio  nel  549  si  trovò  al  concilio 
d'Arles.  Nel  5y3  Gallomaguo  di  Parigi, 
fu  al  concilio  di  Macon  nel  58  1.  Gli  sue- 
cessero  Agrecio,  Lupo  H,Evodio,  Mode- 
gisilo,  Ragnegisilo  aquilano, che  fabbricò 
la  chiesa  di  s.  Savina  nell'area  di  sua  casa, 
e  la  fece  sua  erede  e  vi  volle  essere  sepol- 
to. Luconio,  Berloaldo,  Va  111  miro,  Abbo 
Felice,  Vulfredo,  Vangelberto,  Aldober- 
to  monaco  di  Celle,  Fredeberto,  Gautse- 
rio,  Arduino,  Censardo,  s.  Bobino  aqui- 
tauo  monaco  di  Celle,  ove  fu  deposto,  e 
si  onora  a'22  oprile.  Amingo,  Adelgario, 
CKulfo,  Bertulfo,  s.  Paolo  il  cui  corpo  si 
venera  nella  cattedrale.  Elia  fu  parteci- 
pe della  congiura  de'iigli  di  Lodovico  I 
il  Pio,  contro  di  questi,  e  morì  nell'835. 
Adalberto  dell'837,al  cui  tempo  fu  fab- 
bricato in  diocesi  il  monastero  di  Mon- 
tieramey.  Nell'84o  o  845  s.  Prudenzio 
(V.)  spaglinolo,  già  chiamato  Galindo, 
uno  de'più  dotti  prelati  della  chiesa  Gal- 
licana, perciò  consultato  da  tutte  le  parti 
come  un  oracolo.  Predicava  sovente,  at- 
tendeva con  assiduità  a  tutte  le  funzioni 
dell'episcopato,  amministrando  eziandio 
i  sagramenti  della  penitenza,  dell'Euca- 
ristia e  dell'estrema  unzione.  Passò  dal- 
la presente  vita  a'6  aprile  861,  venerati  - 
do>i  le  sue  reliquie  a  Troyes,  con  officio 
di  9  lezioni.  Nel  1  725  furono  stampate  a 
Parigi  le  Vite  di.s.  Prudenzio  vescovo 
di  2'royeSy  e  di  s.  Maura.  Fu  Ieri  co  nel- 
VS6j  intervenne  al  concilio  di  Soissons, 
Ottulfo  fu  a  quello  di  Poul-You  uell'Sy  6, 


T  R  O 

Bodo,  Riluco,  Otberto,  Ansegiso  del  92  5, 
Guaio  del  972,  Adrico,  Milo  oMilonedel 
983,  al  cui  tempo  si  trovò  il  corpo  di  s. 
Mastidia,  il  che  altri  ritardano  al  1007. 
Nel  093  Manasse  di  santa  vita,  Bainaldo, 
FromondoI jM.iinardo  nel  i  o|8  fu  al  con- 
cilio di  Sens.  Neil 049  Papas.  Leone  IX. 
consagrò  in  Langres  il  vescovo  Fromoii- 
l\o  II,  cui  successero  Ugo  I,  e  Ugo  li  del 
1059.  Filippo  de  Ponts  del  1082  si  tro- 
vò al  concilio  di  Sens.  Halo  cluniacense 
eletto  verso  il  1  122,  venne  deposto  nel 
1  [49daEugeniolll  nel  concilio diPieims; 
e  per  le  preci  di  Matilde  contessa  diSciam- 
pagna  gli  fu  sostituito  Enrico  de  Caria- 
tine abbate  cistcrciense,  ed  a  suo  riguar- 
do il  parente  Enrico  conte  Palatino  di 
Sciampagna  decorò  di  privilegi  la  chie- 
sa di  Troyes.  Matteo  del  1  1  74  interven- 
ne al  concilio  di  Laterano  III  nel  1  179, 
celebre  per  dottrina  e  virtù..  Nel  1  1 8  1  Ma- 
nasse de  Pougy  arcidiacono  e  decano  di 
Troyes,  nato  da'signori  di  Pougeyo  nella 
diocesi.  Neil  190  Bartolomeo  de  Plancy, 
già  decano  della  cattedrale  e  cancelliere 
del  conte  di  Sciampagna.  Neil  ig3  Gar- 
niero  de  Trainel  barone  di  Sciampagna, 
prese  la  croce  per  Terra  Santa,  e  contri- 
buì all'elezione  di  Baldovino  I  imperato- 
re di  Costantinopoli,  ove  morì  nel  1  2o5. 
Nel  seguente  Innocenzo  III  confermò  il 
successore  Erveo  ,  preclaro  per  fama  e 
scienza,  ebbe  delle  vertenze  per  le  rega- 
lie con  Filippo  II  Augusto,  e  fu  tumula- 
to con  epitaffio  nella  cappella  dellaB.  Ver- 
gine nella  cattedrale.  Nel  (223  pe'suoi  me- 
riti il  decano  Roberto;  e  nel  1233  i  ca- 
nonici gli  dierono  in  successore  l'arcidia- 
cono Nicola,  al  cui  tempo  nel  1248  inTro- 
yes  furono  introdotti  i francescani,  Urba- 
no IV  nel  1  265  nella  casa  paterna  eresse 
la  collegiata,  ed  in  morte  fu  tumulato  nel- 
la cattedrale  con  iscrizione.  Nel  1269  ^'°* 
vanni  de  Nantevil;  nel  i3o4  Guicardo 
priore  di  Celle,  che  poi  fu  dichiarato  in- 
nocente dall'incolpazione  dell'avvelena- 
mento di  Giovanna  regina  di  Francia  e 
Navarro.  Nel  1 3 14  Giovanui  de  Aiiseio 


TRO 
già  cantore  della  cattedrale,  nel  1 3  1 6  cir- 
ca Guglielmo  Mechin  traslato  ila  Pam- 
plona,  nel  i  324  Giovanni  d'Aubigny  ab- 
batedis.  Martinod'Amiens,nel  i  34^  Gio- 
vanni d'Auxeio,  neh  354  Enrico  di  Poi- 
tiers  trasferito  da  Gap,  nel  1  37  1  Giovan- 
ni Braque  che  riunì  in  un  corpo  i  decre- 
ti sinodali,  ne!  1 3y6  fr.  Pietro  de  Villiers 
domenicano,  insigne  predicatore,  trasla- 
to da  Nevers,  che  a' suoi  correligiosi  di 
Troyesformòlabiblioteca.Neli377  l'en- 
comiato Pietro  de  Arceis  nella  diocesi,  ca- 
nonico tesoriere  della  cattedrale.Neli395 
Stefano  de  Giury  della  diocesi  di  Reims, 
lodato  pastore.  Nel  1 426  il  canonico  e  cit- 
tadino di Troy es Giovanni  l'Esguisé, pru- 
dente vescovo,  che  fece  omaggio  a  Carlo 
VII  quando  liberò  Troyes  dal  giogo  in- 
glese, e  da  lui  fu  inviato  legato  al  conci- 
lio di  Basilea.  Neh45o  il  capitolo  elesse 
Lodovico  Raguier  canonico  della  catte- 
drale, e  già  tesoriere  della  regina  Isabel- 
la di  Baviera,  approvato  da  Nicolò  V,  be- 
nefico colla  cattedrale  cui  aumentò  di  ss. 
Reliquie,  di  utensili  sagri  e  di  edifizi.  Per 
sua  cessione  nel  1  48  3  gli  successe  il  nipo- 
te Giacomo  Raguier  abbate  Arremaren- 
se,  canonico  di  Parigi.  Neh5i8  il  capi- 
tolo elesse  con  privali  suffragi  e  il  re  no- 
minò in  virtù  del  concordato,  fr.  Gugliel- 
mo Parvi  donienicanodiNormandia,  con- 
fessore di  Lodovico  XII  e  di  Francesco  I; 
generoso  colla  cattedrale,  intervenne  al 
sinodo  provinciale  di  Sens,  nel  quale  pe- 
rorò con  molta  erudizione,  e  die  alla  lu- 
ce diverse  opere.  Nel  1527  passò  alla  se- 
de di  Senlis,  e  da  questa  fu  trasferito  al- 
la patria  Odo  ardo  Ennequin  nobile  di 
Troyes,  abbate  di  s.  Lupo,  che  riedificò 
l'episcopio.  Nel  1 544  amministratore  \Ì 
cardinal  Lodovico  Guisa  di Lorena(V.). 
Neh55i  Antonio  Caracciolo  de'principi 
di  Melfi,  viceré  dei  Piemonte,  nobilissi- 
mo napoletano,  facondo  predicatore  del- 
la divina  parola,  e  di  eccellenti  doti  d'a- 
nimo, lodato  vescovo  finché  non  die  in- 
felicemente il  suo  nome  all'eretica  pra- 
vità, mentre  con  gravissimo  scandalo  del- 


TUO  141 

la  chiesa  Gallicana  neh  56  1  divenne  an- 
tesignano de'novatori,  per  cui  fu  rilega- 
to inCastelnuovo  diocesi  d'Orleans,  ove 
terminò  i  suoi  giorni  nel  1  56q.  Pertanto 
nel  1  56 1  gii  era  stato  surrogalo  Claudio 
de  Bauflremont,  nobilissimo  di  Vienna 
nel  Delfinato.  Neh  604  Renato  de  Bre- 
slay  confessore  d'Enrico  IV,  che  nel  1 62  1 
mediante  pensione  cede  spontaneamente 
la  sede  a  Giacomo  Vignier  morto  in  Ro- 
ma nel  1 622,  onde  nella  cattedrale  gli  fu 
posto  un  onorifico  cenotafio  per  memo- 
ria. Gli  successe  il  nipote  Nicola  de  Mi- 
grigny,  che  egualmente  poco  visse,  e  mo- 
rendo nel  1  624  per  regresso  riassunse  il 
vescovato  Renalo  de  Breslay.  Sotto  di  lui 
furono  introdotti  in  Troyes  e  nel  subur- 
bio i  cappuccini  ,  i  carmelitani,  la  con- 
gregazione dell'oratorio,  le  religiose  or- 
soline,  le  carmelitane,  le  monache  della 
Visitazione,  i  missionari.  Morto  Renato 
nel  i64«  e  sepolto  nella  cappella  del  Sal- 
vatore nella  cattedrale,  divenne  vescovo 
di  Troyes  Francesco  Mallier  di  lui  coa- 
diutore con  fulura  successione,  già  nel 
1  636  consagrato  in  Parigi  dall'arcivesco- 
vo di  SenSjVescovod'Augustopoli  in  par- 
tihus.  Con  questi  la  Gallia  Christiana 
termina  la  serie  de'vescovi,  alcuni  ne  ag- 
giunge la  nuova  edizione,  e  le  Notizie  di 
Roma  i  seguenti.  Nel  1  742  Mattia  Pon- 
cet  de  la  Rivière  di  Parigi.  Nel  1  758  Gio. 
Ballista  M."  Champion  de  Cicédi  Ren- 
nes.  Nel  1761  Claudio  Mattia  Giuseppe 
de  Barrai  di  Grenoble:  nel  1  788  Pio  VI 
gli  die  in  coadiutore  con  futura  succes- 
sione Lodovico  Mattia  de  Barrai  di  Gre- 
noble suonipote,  dichiarandolo  vescovo 
in  par  tihus  d'Isaura,  e  gli  successe  a'2  3 
gennaio  1791.  Pel  concordato  deh  801 
fra  Pio  VII  e  la  repubblica  francese,  la 
chiesa  di  Troyes  fu  dichiarata  suffraga- 
nea  della  metropolitana  di  Parigi,  essen- 
do stata  soppressa  quella  di  Sens.  Il  ve- 
scovo Barrai  avendo  dovuto  rinunziare, 
fu  traslato  a  Meaux  e  poscia  divenne  ar- 
civescovo di  Tours.  L'arcivescovo d'Auch 
Lodovico  Apollinare  de  la  Tour  Dopiti 


l4a  TUO 

Montani*!)  di  Parigi,  egualmente  cessio- 
nario di  sua  chiesa,  Pio  VII  a'20  dicem- 
bre 1802  lo  dichiarò  vescovo  di  Troyes, 
concedendogli  il  pallio.  Morto  nel  i8o5, 
Pio  VII  gli  sosliluì  1'  1  1  luglio  1808  Ste- 
fano Antonio  de  13onlogne  d'  Avignone, 
il  quale  nel  181  I  pronunziò  il  discorso 
d'apertura  al  concilio  di  Parigi,*  per  l'ec- 
clesiastica sua  franchezza  fu  rilegato  a 
Vincennes;  restituito  al  suo  gregge  nel 
1814,  fu  dichiarato  arcivescovo  di  Vien- 
na il  1  ."ottobre  1817,  nel  qual  giorno  Pio 
VII  preconizzò  vescovo  di  Troyes  Clau- 
dio Maddalena  de  la  Myre-Mory  di  Pa- 
rigi. L'arcivescovo  di  Vienna  Stefano  An- 
tonio venne  nominato  pari  di  Francia  nel 
1  82  1  ,e  siccome  il  Papa  nnovamentesop- 
presse  l'arcivescovato  di  riama  (^r.),  e 
vacando  la  sede  di  Troyes,  nel  i8s3  ne 
reintegrò  Stefano  Antonio,  che  moiì  nel 
marzo  iSi.5  a  Parigi,  in  tempo  del  suo 
vescovato  e  in  quello  di  Claudio  Madda* 
lena,  Pio  VII  nel  1  8  1  7  ristabilì  l'arci ve- 
scovotodi  Sens,  quindi  col  breve  Trecen- 
seni  Kccle.sìam  ,  de'  4  settembre  182  1, 
Bull.  Rom.  coni.  1. 1 5,  p.  436:  Exemptio 
Ecclesiae  Trecensis  a  metropoli  lieo  iu- 
re archiepiscopo  Parisiensis.  Di  più  Pio 
VII  col  breve  ArchiepiseopalisSenoneii' 
sissedesipiìveàe'^  settembre  182  ì,Bull. 
cit.,  p.  44°:  Praeceptum  de  subjicìendo 
metropolitico  juri  archiepiscopi  Serto- 
nensis,  prò  Episcopo  Trecensi  in  regno 
Galliarum.  Finalmente  Pio  VII  col  bre- 
ve  Per  nova  ni  Gallicarum,  de  \i  apri- 
le 1823,  Bull.  cit.  p.  6o4,e  diretto  al  det- 
to vescovo  Stefano  Antonio:  Confirma' 
tiojurisdiclionis  in  Ecclesia  Trecensi  fa- 
vore Episcopi  ad  eam  regendam  elccti. 
Leone  XII  a'iq  dicembre  «825  gli  sur- 
rogò Giacomo  Lodovico  David  de  Segnili 
Deshons,  di  Castres  diocesi  d'Alby,  con- 
sacrato a  Parrei  nella  chiesa  della  Sorbo- 
na.Per  sua  morte, Gregorio  XVI  nel  con- 
cistoro de' 2  2  gennaio  )  844;  dichiarò  ve- 
scovo mg.r  Gio.  M."  Mattia  Debelay,  di 
Viriart  diocesi  di  Belley,  professore  d'u- 
mane lettere  nel  seminario,  supcriore  del 


T  II  O 

collegio  Nantuense e  parroco,  fornito  del- 
le qual illl  proprie  d'un  pa>lore.  Quindi 
trattato  alla  sede  arcivescovile  d'Avigno- 
ne, che  paternamente  e  con  zelo  governa, 
dal  regnante  Pio  IX  nel  concistoro  temi- 
to  in  Gaeta  l'i  1  dicembre  1848;  e  nel  qua- 
le lo  stesso  Papa  preconizzò  l'odierno  ve- 
scovo di  Troyes  mg.r  Pietro  Lodovico 
Coeur,  di  Tarare  a  rei  diocesi  di  Lione,  ze- 
lante predicatore  in  più.  città  di  Francia, 
con  plauso  de' vescovi  e  de'fedeli,  vicario 
generale  dell'arcivescovo  di  Parigi,  cano- 
nico litolare  della  metropolitana  e  pro- 
fessore di  sagra  eloquenza,  lodandolo  e- 
ziandio  nella  proposizione  concistoriale 
per  dottrina,  prudenza,  ottima  morale  e 
altre  egregie  qualità.  Il  zelantissimo  e  pio 
vescovo  Giovanni  Maria  Mattia  Debelay, 
dopo  aver  sottoposto  agli  occhi  dell'ama- 
tissimo gregge  i  vantaggi  che  ritrae  la  ve- 
ra Chiesa  di  Ci -isto dalla  sua  unità  di  capo, 
di  i'mht,  di  morale  e  di  colto  in  confron- 
to de'  vani  sforzi  delle  società  eterodos- 
se, granfiamolo  di  bel  desio  di  tornare  al- 
l'uniformità di  preghiera,  col  riabbi  accia- 
re  la  Liturgia  romana  per  essere  più  stret- 
tamente uniti  alla  indefettibile  cattedra 
di  s.  Pietro:»»  E  considerando  esso:  i.°  Che 
la  liturgia  della  chiesa  di  Troyes  non  può 
giudicarsi  punto  canonica,  ma  solo  tolle- 
rata dalla  s.  Sede.  2.°  Che  il  desiderio  for- 
male del  regnante  Pontefice  Pio  IX,  e- 
spresso  con  termini  affeltuosissimi  nella 
sua  lettera  Sanimi  animi  nostri  laetitia 
(presso  gli  Annali  delle  scienze  religio- 
sc,  2.a  serie,  t.  5,  p.  4^9>  donde  ricavo 
pure  le  disposizioni  che  vado  riferendo 
sul  ristabilimento  fatto  da  mg."  Debelay 
della  liturgia  romana  nella  diocesi  di  Tro- 
yes, ad  esempio  di  altri  vescovi  francesi, 
che  celebrai  in  più  luoghi,  come  nel  voi. 
LXXVII,p.59),de'7  gennaio  l847,e che 
le  chiese  tutte  riedano  all'unità  cattolica 
anche  per  conformità  liturgica.  3.°  Che 
dalla  triplice  liturgia  romana,  troiense  e 
seuonese,  le  quali  sono  oggi  in  uso  in  di- 
verse parti  di  sua  diocesi,  non  ne  lisulta- 
110  che  conliuui  inconvenienti.  4«°  Che  do- 


T  B  O 

«erniosi  oggi  ristampare,  pcrcliè  manca- 
no, i  libri  liturgici,  il  messale,  il  rituale,  si 
viene  a  profittare  della  spesa  eziandio  a- 
dottando  i  libri  ad  uso  della  chiesa  roma- 
na. 5.°  Che  tale  è  il  volo  del  capitolo  del- 
la cattedrale,  di  tutti  i  più  edificanti  sa- 
cerdoti della  diocesi,  e  di  un  gran  nume- 
ro di  pietosi  fedeli.  6°  Che  quantunque 
assolutamente  parlando  potrebbe  serbar- 
si intatta  l'unità  della  ì'ti\e  senza  una  e- 
guaglianza  di  liturgia,  pure  è  alla  mede- 
sima di  notabile  utilità,  giusta  il  senti- 
mento de'santi  dottori,  ed  in  ispeciedi  s. 
Celestino,  il  quale  dice:  Legcm  crederteli 
Ica:  s'tatuat  supplìcaiidì:  ohe  la  preghie- 
ra pubblica  è  un  insegnamento  e  una  dot- 
trina pe* fedeli,  regolandone  l'esercizio  e 
la  pratica  della  pietà:  che  iu  quest'inse- 
gnamento e  in  questa  dottrina  non  può 
trovarsi  una  compiuta  sicurezza,  se  non 
quando  contiene  essa  la  preghiera  pub- 
blica della  Chiesa  universale,  o  viene  for- 
malmente approvata  dal  Capo  supremo 
della  medesima:  che  le  sette  eretiche  han- 
no ben  compreso  questa  verità,  non  tro- 
vando mezzo  più  acconcio  a  diffondere  i 
loro  perniciosi  errori,  quanto  il  cambia- 
mento della  liturgia  e  delle  ceremoniedel 
sagro  culto:  che  la  setta  in  ispecial  mo- 
do, la  quale  cagionò  tanto  guasto  al  ca- 
dere del  secolo  XV 11  e  al  sorgere  del  se- 
guente, non  ha  procurato  peraltro  fine 
di  mutare  la  liturgia  in  diverse  chiese  di 
Fiancia,  se  non  per  aprirsi  un'occulta 
porta,  per  ove  furtivamente  entrare  nel- 
la Chiesa  contro  il  volere  della  Chiesa  me- 
desima. y.°Che  la  liturgia  romana  è  quel- 
la in  genere  di  tutte  le  chiese  cattoliche 
dell'uni  verso, contandosi  almenoyoo  del- 
l'8oo  diocesijche  facciano  uso  di  essa.  8.° 
Che  la  chiesa  diTroyes  non  sacrifichereb- 
be sua  gloria,  mentre  per  mezzo  del  Pro- 
prio già  approvato  da  l\oma ,  celebrerà 

!  colla  medesima  solennità  la  festa  di  s.  Lu- 
po, s.  Sabiniano,  s.  Mattia,  ec.  g.°Chenel 

:  movimento  e  nella  tendenza,  che  mostra- 
no le  varie  chiese  di  Francia  di  ritorna- 
re alla  romana  liturgia,  sarà  ben  glorio* 


TRO  i&3 

so  per  la  diocesi  di  Troyes  di  essere  sta- 
ta una  delle  prime,  dando  con  ciò  il  più 
belsaggiodi  sua  sommissione  al  Capo  su- 
premo della  Chiesa,  a  Colui  che  ha  rice- 
vuto la  missione  di  pascere  gli  agnelli  e 
le  pecore,  a  Colui  che  Gesù  Cristo  pose 
qual  saldissima  pietra  contro  cui  le  porto 
d'averno  non  prevarranno  giammai.  Pei 
quali  motivi,  a  corrispondere  favorevol- 
mente alla  richiesta  del  capitolo  della  no- 
stra cattedrale  ,  e  dietro  una  conferenza 
tenuta  co'suoi  venerabili  membri,  invo- 
cato il  Divino  Spirito,  abbiamo  decreta- 
to e  decretiamo  quanto  segue.  Art.  i.°La 
Liturgia  romana  è  ristabilita  in  tutta  la 
diocesi  di  Troyes.  Art.  2."  Ad  incomin- 
ciare da'28  novembre  1847  domenica  1. 
dell'Avvento,  il  solo  Breviario  romano 
col  Proprio  di  nostra  diocesi,  che  ha  già 
ricevuto  l'approvazione  dalla  s.  Sede  a- 
postolica,sarà  valevole  per  la  recita  del- 
l'officio divino.  A  que'sacerdoti  che  giun- 
ti all'età  di  60  anni  fossero  in  possesso  di 
altro  breviario,  sarà  lecito  di  conservar- 
lo. Art.  3.°  A  principiare  dall'  epoca  stes- 
sa per  determinare  la  disciplina  nell'am- 
ministrazione de'sagramenli,  la  direzio- 
ne dell'anime  e  il  governo  delle  parroc- 
chie, sarà  solo  in  uso  nella  nostra  dioce- 
si il  Rituale  romano  con  quelle  note  ed 
appendici,  onde  l'abbiamo  fatto  impri- 
mere. Art.  4-°  IVpubblici  divini  ufli/i  si 
seguirà  interamente  la  Liturgia  romana, 
i.°nella  nostra  chiesa  cattedrale  da'primi 
vesperi  della  prossima  festività  de'ss.  a- 
postoli  Pietro  ePaolo  protettori  della  dio- 
cesi; 2.0  in  tutte  le  chiese  e  cappelle  della 
nostra  città  episcopale  ede'sobborghi  dal- 
la 1  .adomeuica  dell'Avvento  1  847*3.  "nel- 
l'altre parrocchie  di  nostra  diocesi  dalla 
domenica  1  /dell'Avvento  1  848  al  più  tar- 
di. Passalo  siffatto  termine,  viene  e  ver- 
rà interdetto  l'uso  d'ogni  altro  libro  li- 
turgico ,  fuori  di  quelli  adoperati  dalla 
Chiesa  romana.  I  libri  necessari  al  rista- 
bilimento della  liturgia  romana,  oltre  il 
Breviario  ed  il  Rituale,  di  cui  abbiamo 
parlato,  sono  il  Messale  col  suo  Proprio, 


144  tuo 

il  Graduale  y  il  Vesperale i  ed  il  Cere- 
moni  ale  t  quando  sarà  da  noi  dato  in  lu- 
ce. Mentre  si  attende  la  pubblicazione  del 
Ceremoniale,  il  clero  della  diocesi  procu- 
rerà mettersi  in  rapporto  per  leeeremo- 
nie  con  quanto  troverà  presentito  nel 
Messale,  nel  Rituale  e  nell'Orbo  Roma- 
nus.  Il  presente  editto  sarà  da  noi  pub- 
blicato nella  nostra  cattedrale  la  dome- 
nica 20  di  questo  mese,  e  la  domenica  4 
luglio  da' signori  curati  e  da  chi  fa  loro 
veci  nelle  rispettive  parrocchie.  Dato  a 
Troyes,  dal  nostro  episcopale  palazzo,  col 
nostro  sigillo  e  soscrizione  ,  non  ohe  del 
canonico  segretario  del  Vescovato,  a' 1 4 
giugno  1847.  +[+  G.  31.  vescovo  di  Tro- 
yes'*, Ogni  nuovo  vescovo  è  tassato  nei 
libri  della  camera  apostolica  in  fiorini 
370.  Dioecescos  ambitus  per  lencas  vi- 
giliti circi  ter  in  longum,pcr  loti  de  ni  in 
largitili  se  se  ex  tenditi  totamrpie  Albu- 
lae  provinciams  et  piar  e  s  civitates  coni- 
plectitur. 

Concilii  di  Troyes. 
Il  r y  fu  tenuto  nell'8  1 4.  Il  2.0  ai5  ot- 
tobre  86jt  relativamente  a  Volfrado  ed 
Ebbone,  celebrato  col  vescovo  Fulcrico, 
d'ordine  di  Papa  s.  Nicolò  1.  I  vescovi  del 
regno  di  Luigi  il  Germanico  vi  furono 
invitati,  ma  solo  ve  se  ne  recarono  20  dei 
regni  di  Carlo  I  il  Calvo  e  di  Lotario, che 
vi  assisterono.  Scrissero  una  lettera  sino- 
dale a  s.  Nicolò  I  Papa,  nella  quale  do- 
po aver  parlato  lungamente  di  Ebbone, 
pregarono  il  Papa  di  non  metter  mano 
in  ciò  che  i  suoi  predecessori  aveano  re- 
golato, e  di  non  comportare,  che  in  av- 
venire nessun  vescovo  fosse  deposto,  sen- 
za la  partecipazione  della  s.  Sede.  Que- 
sta era  una  conseguenza  de'principii  del- 
le decretali  de'Papi.  Ecco  perchè  si  vede 
la  notaseguentedirimpettoal  luogo  stes- 
so di  questa  lettera  in  un  ms.  della  cat- 
tedralediLaon  scritto  in  que'tempu/Ziaec 
auidem  Episcopi,  conscientia  morden- 
te,  inferi fecerunt,  quod  sinceri  propter 
scandalum  penitus  non  rejecerunt.  An- 
nal.  Baronio  au.  867*  n.°5.  Ebbone  ar- 


TRO 

civescovo  di  Reitns  (  T\)  era  stato  depo- 
sto, in  uno  a  Volfrado  0  VuUVedo  e  al- 
tri chierici  da  lui  ordinali  nel  concilio  di 
Soissons.  ed  eletto  Im-i/iaro  (t7.);  Vul- 
fredo  poi  fu  ordinato  arcivescovo  di  Uour- 
ges,  e  riconosciuto  da  Papa  Adriano  li, 
che  ricevè  la  lettera  sinodale  diretta  al 
predecessore  s.  Nicolò  I defunto.  Il  3.°e.on- 
cilioalla  presenza  di  Papa  Giovanni  VIII 
e  di  Lodovico  II  il  Balbo  ,  fu  celebrato 
nell'agosto  878  con  3o  vescovi,  fra'q ita- 
li Oltulfo  di  Troyes.  Il  re  di  Francia  si 
trovava  in  questa  città  infermo,  ed  il  Pa- 
pa era  andato  a  trovarlo,  dopo  essersi 
portato  per  mare  in  Provenza,  per  sot- 
trarsi dalle  violenze  di  Lamberto  I  du- 
ca di  Spoleto  e  di  Adalberto  I  marche- 
se di  Toscana.  In  questo  gran  concilio  vi 
furono  trattati  molti  affari  d'importan- 
za. Nella  [."sessione  il  Papa  esortò  i  ve- 
scovi a  entrare  a  parte  degli  affronti  e  dei 
danni  sofferti  dalla  chiesa  romana  ,  per 
opera  di  Lamberto  I ,  di  Adalberto  I  e 
loro  complici,  che  ne  aveano  anco  deva- 
stato il  territorio,  ed  a  lui  fatto  oltraggi 
e  patire  il  carcere,  invitando  a  tutti  sco- 
municare quali  nemici  della  s.  Seda.  I  ve- 
scovi domandarono  dilata,  attendendo 
l'arrivo  de'loro  confratelli.  Nella  2.a  ses- 
sione il  Papa  fece  leggere  le  violenze  che 
Lamberto  I  avea  audacemente  esercita- 
te in  Roma,  e  il  concilio  disse  ch'era  de- 
gno di  morte,  e  ebe  dovea  essere  percos- 
so di  anatema.  L'arcivescovo  d'Arles  pre- 
sentò al  concilio  una  doglianza  contro  i 
vescovi  e  i  sacerdoti,  che  passavano  da 
una  chiesa  all'altra,  e  contro  i  mariti  che 
abbandonavano  le  loro  mogli,  per  ispo- 
sanie  delle  altre  viventi  le  prime.  Il  Pa- 
pa quindi  vi  pubblicò  un  decreto,  col  qua- 
le proibì  a'fedeli  di  sposare  un'altra  mo- 
glie, essendo  ancor  viva  la  prima;  ed  ai 
vescovi  e  sacerdoti,  di  passare  da  una  pic- 
cola chiesa, ad  una  più  considerevole.  lue- 
maro  di  Reims,  a  nome  di  tutti  domati- 
dò  del  tempo  per  produrre  l'autorità  dei 
canoni.  Nella  3.a  sessione  i  vescovi  diede- 
ro il  loro  consenso  alle  proposizioni  del 


T  II  O 

Papa.  Incmaro  di  Laon,  ch'era  stato  de- 
posto e  cavati  gli  occhi,  presentò  le  sue 
doglianze  contro  lo  zio,  e  domandò  d'es- 
ser giudicato  secondo  i  canoni.  Incmaro 
di  Rei  ms  domandò  un  indugio  per  rispon- 
dere a  questo  lamento.  Si  lessero  i  7  ca- 
noni stabiliti  dal  Papa,  e  riguardanti  il 
solo  temporale  delle  chiese.  Fu   letta  la 
condanna  di  deposizione  contro  il  calun- 
niato Formoso  vescovo  di  Porto  (poi  as- 
solto come  innocente  dal  successore  Mar- 
tino 11,  indi  divenne  Papa),  e  Gregorio 
maestro  della  milizia  romana,  che  fulmi- 
navali  d'anatema,  senza  speranza  d'asso- 
luzione. Fu  letta  la  querela  d'Oltulfo  ve- 
scovo di  Troyes  contro  quello  di  Langres 
per  conto  d'un  villaggio  ch'ei  pretendeva 
appartenere  alla  sua  diocesi:  libellumob- 
tulit  reclamationis  super  Isaac  de  villa 
Venderenensi,  suamque  dicebat  cani  ob  • 
tinereparocliiam.  Si  lessero  i  canoni  che 
vietavano  a'vescovi  di  passar  da  una  chie- 
sa minore  a  una  maggiore,  quelli  di  Sar- 
dica,  quelli  di  s.  Leone  1  Papa  intorno  ai 
vescovi  che  cambiano  sede,  e  i  canoni  di 
Àfrica  che  proibiscono  le  traslazioni  dei 
vescovi.  Nel   tempo  che  si  teneva  il  con- 
cilio, Giovanni  Vili  vi  coronò  il  re  Lodo- 
vico II  il  Balbo  a'7  settembre,  già  coro- 
nalo a  liei  ms  da  Incmaro  nel  preceden- 
te anno.  Vi  si   pubblicò  una  scomunica 
controUgo  figlio  di  Lotario  ed  i  suoi  com- 
plici, e  tra  gli  altri  Bernardo,  perchè  con- 
tinuavano  le  loro  stragi.  11  Papa  pregò 
il  re  Lotario  di  venirsi  a  difendere  senza 
indugio,  e  a  liberare  la  chiesa   romana 
da'suoi  nemici  e  dalle  correrie  de'barba- 
ri  saraceni;  ma  non  si  vide  in  quest'  in- 
contro né  la  risposta  del  re,  ne  quella  dei 
vescovi.  Incmaro  vescovo  di  Laon  fu  ri- 
stabilito. II  4. °  concilio  in  aprile  1  104  te- 
nuto dal  cardinal  Riccardi  legato  a  la- 
tere  di  Pasquale  II  in  Francia,  numero- 
so di  vescovi  compreso  quello  di  Troyes 
Filippo  de  Ponts,  ed  Ivoue  di  Chartres. 
Uberto  vescovo  di  Senlis  accusato  di  si- 
monia e  di  aver  venduti  gli  ordini  sagri, 
si  purgò  colla  prova  del  giuramento.  Vi 

VOL.    LXXX.I. 


TRU  i4? 

si  approvò  l'elezione,  che  il  popolo  d'A* 
miens  avea  fatto  dell'  abbate  Golifredo 
per  suo  vescovo,  e  siccome  1'  abbate  re- 
sisteva d'accettare,  fu  obbligato  di  ren- 
dersi a'desiderii  del  clero  e  popolo  d'.V- 
miens.  Vennero  confermati  i  privilegi  del- 
la chiesa  di  s.  Pietro  di  Troyes  e  dell'ab- 
bazia di  Molesmes.  Il  5.°  neli  107  verso 
l'Ascensione,  presieduto  da  Papa  Pasqua- 
le li,  coll'interveuto  di  parecchi  vescovi, 
e  di  quello  di  Troyes  Filippo  de  Ponts. 
Si  trattò  della  Crociata,  che  il  Papa  ec- 
citò a  seguire;  e  vennero  scomunicali  tut- 
ti quelli  i  quali  osassero  violare  la  Tre- 
gua di  Dio  {f/r.)>  Fu  ristabilita  la  li  berla 
dell'elezioni;  e  vi  si  confermò  la  condan- 
na dell'  Investiture  ecclesiastiche  (f^.)y 
prelese  dall'imperatore  Enrico  V,  ad  e- 
sempio  del  padre  Enrico  IV  persecutore 
della  Chiesa,  intorno  alle  quali  i  tedeschi 
non  si  erano  accordati  colla  s.  Sede,  nel- 
la conferenza  di  Chalons,  tenuta  poco  a- 
vanti.  Molti  vescovi  di  Germania  per  par- 
teggiarvi e  per  diverse  cagioui,  vi  furo- 
no sospesi  dalle  loro  funzioni.  11  p.  Man- 
si aggiunge  5  canoni  a  questo  concilio, 
ma  non  è  ben  certo  che  ad  esso  appar- 
tengano, riguardanti  la  disciplina  eccle- 
siastica e  la  simonia.  Il  6.°  concilio  nel 
1  127.Il  7.°neli  i^Sa'i  3  gennaio,se  pu- 
re non  è  il  medesimo  precedente,  essen- 
do vescovo  Hato.  Lo  presiedette  il  b.  car- 
dinal Matteo  vescovo  d'Albano  e  legalo 
nelle  Gallie,  assistito  dagli  arcivescovi  di 
Reims  e  di  Sem,  dar  3  vescovi,  da  s.  Ber- 
nardo e  da  alcuni  altri  abbati.  Si  giudi- 
cò opportuno  di  dare  una  regola  in  iscrit- 
to a' Templari,  con  proprio  abito  bian- 
co, che  anzi  vuoisi  fosse  loro  assegnato  e 
dato  nel  concilio.  Quanto  alla  regola  si 
ordinò,  che  sarebbe  distesa  coli' autorità 
del  Papa  e  del  patriarca  di  Gerusalem- 
me. Gallia  Christiana.  Reg.  t.  26  e  27. 
Labbé  t.  io.  Arduino  t.  6. 

TRUCIiSESOTToNE.C^nfwrt/tvDe' 
baroni  di  Valtburg  di  Svevia  ,  patrìzio 
d'Augusta  in  Germania,  avendo  appreso 
le  buone  lettere  nelle  università  diTubiu- 

10 


i4f>  TRU 

ga,  di  Dole,  di  Pavia,  eli  Padova  e  di  Bo- 
logna,ebbeinquest'ultima  a  maestro  nel- 
la scienza  delle  leggi  Ugo  Bnncompagno 
poi  Gregorio  XIII,  e  per  condiscepoli  A- 
I  essa  mi  io  Farnese,  Cristoforo  Madrucci 
e  Stanislao  Osio  poscia  cardinali,  e  la  coi 
amicizia  fu  sempre  da  lui  coltivata.  Al- 
cuni narrano,  che  essendo  giovinetto,  in- 
troduceva i  fanciulli  del  paese  in  un  do- 
mestico oratorio,  ove  coutralfacendo  la 
persona  del  vescovo,  conferiva  loro  lai.8 
tonsura  ,  usando  presso  b  poco  le  stesse 
ceremonie  di  cui  in  quella  funzione  si  va- 
le la  Chiesa;  e  soggiungono,  che  le  ma- 
dri vedendo  i  propri  figli  tornare  a  casa 
tosati  e  malconci  ne'capelli,  li  sgridava- 
no acremente.  Dopo  essere  stato  cano- 
nico d'Augusta  e  decano  della  chiesa  di 
Trento  ,  portatosi  a  Roma  fu  eletto  ca- 
meriere di  Paolo  III,  che  gli  die  commis- 
sione di  trasferirsi  perinternunzio  al  con- 
gresso di  Noriml>erga,per  intimare  i/pre- 
lati di  Germania  la  celebrazione  del  con- 
cilio generale  ,  sostenendovi  egli  solo  la 
cattolica  religione,  in  assenza  de'nunzi  a- 
postulici.  Neh  543  fu  da  Paolo  111  fatto 
vescovo  d'Augusta,  preposto  d'Elvauges 
e  d'Erbipoli,  se  pure  d' Et  bipoli  non  fu 
vescovo  e  principe  del  s,  romano  impe- 
ro. Di  più  il  Papa  a'  1 9  dicembre  1  544  '° 
creò  cardinale  prete  di  s.  Balbina,  e  poi 
lo  fudis.Sabina,la  cui  basilica  ormai  ro- 
vinosa restaurò  nel  1  56o  con  ecclesiastica 
magnificenza, e  ornò  di  belle  e  vaghe  pit- 
ture. Questo  titolo  fu  da  lui  successiva- 
mente cambiato  neli5yo  col  vescovato 
di  Palestrina  sotto  s.  Pio  V,  da  coi  fu  am- 
messo Ira' cardinali  deputati  sugli  altari 
della  s.  Inquisizione.  Dopo  aver  destinato 
suo  procuratore  al  concilio  ecumenico  di 
Trento  il  p.  Claudio  Jajo  gesuita  e  uno 
de'pruni  e)  compagni  di  s.  Ignazio,  si  con- 
dusse col  duca  di  Baviera  a  far  la  guer- 
ra a'protestanti,e  riportata  contro  di  essi 
un'  insigne  vittoria,  tolse  dalie  loro  ma- 
ni gran  parte  di  sua  diocesi,  ed  ebbe  tutto 
l'agio  di  celebrare  in  essa  il  sinodo  per  la 
riforma  del  clero,  che  fu  tenuto  in  Di- 


TRU 
linga  nel  i548,  m  cui  rinnovò  le  costilo- 
-/ioni  del  cardinal  Campeggi  già  legalo  il 
Li  fere  e  pubblicate  in  Katisbona.  Con  au- 
torità di  Giulio  III  fondò  in  Diliuga  on'ac- 
endemia,  chiamandovi  d'ogni  parte  va- 
lenti e  insigni  professori,  trainali  Pietro 
Solo,  e  dipoi  ne  alìidò  la  direzione  a'ge- 
suili.  A  questi  fondò  ampio  collegio,  nella 
cui  fabbrica  spese  più  di  5o,ooo  scudi, per 
alimentarvi  3oo  giovani  che affrontassero 
le  dominanti  eresie,  colla  direzione  e  go- 
verno de'gesuiti,a'quali  inoltre  edificò  un 
collegio  in  Vienna  ed  altro  in  Augusta.  Nel 
santuario  di  Loreto  eresse  nobile  cappel- 
la, e  compartì  alla  basilica  doni  di  raro 
pregio  e  valore.  L'  imperatore  Carlo  V 
nel  1  558  lo  dichiarò  protettore  dell'im- 
pero, appresso  la  s.  Sede.  Indefesso  per 
convertire  dall'eresia  quelli  che  n'erano 
infetti,  gli  riuscì  colle  efficaci  sue  persua- 
sive d'illuminare  diversi  insigni  uomini, 
fra' qua  li  guadagnò  al  catolicismo  Ulrico 
conte  d'Helfeusleiu  principe  d'aito  ran- 
go presso  i  tedeschi,  il  qu.de  per  vieppiù 
confermaree  stabilire  nella  cattolica  cre- 
denza, ritenne  lungamente  presso  di  se, 
insieme  al  suo  fratello.  Sì  trovò  in  Trento 
alla  conclusione  del  concilio  nel  1  563,  a- 
vendo  prima  fatto  il  viaggio  di  Spagna, 
cogli  arciduchiErnesto  e  Ridolfo  figli  del- 
l'imperatore Massimiliano  11.  E  siccome 
s.lgnazioLojola,chesecondoil  più  comune 
parere  principalmente  fu  l'inventore,  il 
promotore  e  d  fondatore  degli  odierniiSe:- 
m!nari(F.),avea  spedito  nel  1  54'  inGer- 
roania  il  p.Claudio  Jajo, acciò  i  vescovi  po- 
tessero fiaccar  l'audacia  degli  eretici,  con 
fondare  case  per  l'educazione  del  clero; 
così  il  cardinale,  presso  il  quale  trovò  gran 
favore,  nel  concilio  sollecitò  il  decreto  sul- 
l'erezione de' seminari.  Le  segnalate  virtù 
di  questo  degno  cardinale  sono  state  ar- 
gomento delle  lodi  di  parecchi  scrittori, 
e  fra  gli  altri  di  Canisio,  Giovio,  Sande- 
10,  Petramellara  ,  Orlandoli  ,  Grelsero, 
Spoudano,  che  lo  celebrarono  intrepido 
difensore  della  chiesa  cattolica, del  coi  zelo 
ne  rese  autentica  testimonianza  il  mou 


T  R  U 

do  tulio,  come  si  espresse  il  cardinal  O- 
sio  in  una  lettera  a  Enrico  III  re  di  Fran- 
cia. Amatore  de'poveri,  con  inaudita  fa- 
ciliià  gli  ammetteva  alla  sua  udienza,  sen- 
tendo pena  quando  scorgeva  alcuno,  che 
da  lui  per  soggezione  e  timore  si  cliscosta- 
vn.  Insigne  per  pietà  e  pel  zelo  nel  pro- 
pagare la  religione,  fu  tenuto  ornamento 
e  decoro  del  sagro  collegio,  specchio  de' 
prelati,e  principe  meritevole  d'eterna  me- 
moria. Ilitornando  il  p.  Pietro Canisio ge- 
suita dall'Alsazia,  il  cardinale  lo  ricevè 
con  grand'onore  in  Dilinga,e  volle  ad  o- 
gni  conto  lavargli  i  piedi,  con  estrema  ri- 
pugnanza di  quel  ven.  servo  di  Dio.  A- 
vendo  il  cardinal  Alessandro  Farnese  de- 
terminato di  dar  principio  alla  fabbrica 
della  sontuosa  Chiesa  del  Gesù  di  Ro- 
ma ,  il  cardinal  Truchses  volle  prender 
parie  alla  solenne  funzione  del  geltitodel- 
lai.*  pietra  benedetta  ne'fondameuli.  In 
una  sola  cosa  non  corrispose  l'evento  al- 
l'industrie e  diligenze  usate  dai  pio  car- 
dinale, e  fu  nel  nipote  Gerbardo  Truch- 
ses, da  lui  educate  alla  pietà  e  al  timor 
di  Dio,  il  quale  essendo  arcivescovo  ed 
elettore  di  Colonia  (^-)>  a  cagione  d'A- 
gnese Mansfeld  canonichessa  consagrata 
a  Dio  con  solenni  voti,  innamoratosi  di 
essa  perdutamente,  prevaricò  nelle  tene- 
bre dell'eresia,  onde  con  pontifìcia  sen- 
tenza fu  deposto  e  spoglialo  di  sua  chiesa, 
e  cacciato  di  Colonia  morì  apostata  mi- 
seramente in  Strasburgo,  con  immenso 
dolore  dello  zio  desolato.  Dopo  essere  in- 
tervenuto a  5  conclavi,  non  polendosi  re- 
care in  quello  di  Marcello  II,  il  cardinole 
passò  al  vSignore  in  Roma  neh  573,  e  Lo- 
renzo Sirailei  per  gratitudine  alla  sua  me- 
moria, pose  alla  sua  tomba  nella  chiesa 
nazionale  di  s.  Maria  dell'Anima  un  ma- 
gnifico elogio  che  non  più  trovasi  in  essa. 
Dipoi  per  opera  d'Enrico  vescovo  d  Au- 
gusta, come  attesta  il  p.  Pontanogesuita, 
trasferito  in  Dilinga  il  cadavere,  rimase 
sepolto  nella  chiesa  ch'egli  medesimo  a- 
vea  magnificamente  costruito  presso  la 
detta  accademia. 


TRU  i47 

TRUElNTO  o  TRONTO,  Truendun, 
Trucntiiium  Castrimi.  Città  vescovile  e 
diroccata  del  Piceno,  situata  all'imbocca- 
tura del  fiume Trouto,  donde  prese  il  no- 
me e  le  h\  comune,  senza  che  resti  trac- 
cia. II  fiume  Tronto,  secondo  il  comune 
de'geografi,  trae  l'origine  nel  regno  di  Na- 
poli, nella  provincia  dell'Abruzzo  Ulte- 
riore II,  distretto  d'Aquila,  procede  ver 
so  il  nord,  presto  entra  nel  distretto  di 
Civita  Ducale, dove  innaffia  il  cantone  e 
borgo  d'Amatrice,  penetra  poi  negli  sta- 
ti pontificii,  non  fa  che  bagnare  l'estre- 
mità orientale  della  delegazione  di  Spo- 
leto,  piega  al  nord-est,  passa  adArquala, 
traversa  la  delegazione  d'Ascoli, di  cui  toc- 
ca il  capoluogo,  formando  poi  una  pic- 
cola porzione  del  suo  limite  colla  provin- 
cia dell'Abruzzo  Ulteriore  I,  sino  alla  sua 
foce  nel  mare  Adriatico.  Questo   fiume, 
non  navigabile  per  più  d'una  lega  circa, 
ha  un  corso  di  quasi  20  leghe,  nel  quale 
non  s'ingrossa  d'alcun  influente  alquan- 
to notabile.  11  Tronto  die  il  suo  nome  a 
un  dipartimento  del  regno  d'Italia,  di  cui 
era  capoluogoFermo,ne'primi  anni  del  se 
colo  corrente,  e  che  si  formò  colle  delega- 
zioni pontifìcie  di  Fermo  e  Ascoli,il  sud  di 
quella  di  Macerata,  e  l'est  di  quella  di  Ca- 
merino. Il  Calindri,  Saggio  dello  Sta 
to  Po nli 'fieio,  dice  che  il  Tronto  comin- 
cia al  nord  del  monte  Cenetra  presso  Tor 
rita  nel  regno  di  Napoli,  e  s'inoltra  nei 
lo  stato  papale  per  miglia  4^:  ha  due  sor- 
genti^ serve  di  confine  collo  stesso  regno 
per  un  certo  tratto,  il  quale  confine  fu  da 
ultimo  rettificato  colla  permuta  de' vari 
paesi  che  notai  nel  voi.  LXV,  p.  3  1  1 ,  co- 
me tra'ceduti  sono  Ancarano  e  altri.  Giu- 
seppe Colucci,  Delle  antichità  Picene,  t. 
8:  Dell' antica  eittà  di  Truento,  raccol 
se  le  notizie  che  in  breve compendierò.  Nel 
litorale  pontificio,  dopo  Chiana  e  Cupra 
marittima  ,  anticamente  esisteva   anche 
l'illustre  città  di  Truento,  ricordata  dagli 
antichi  geografi  colle  testimonianze  che  ri- 
porta, dagl'itinerari,  e  dalle  lapidi  che  re- 
stano e  da  lui  riprodotte.  Ma  corse  ancor 


i48  TI1U 

questa  In  disavventura  di  Inule  allre  che 
limaselo  invollc  Ira  le  rovine  delle  stes- 
se loro  grandette,  e  il  passeggiere  non  ne 
vede  più  sasso,  uè  meno  per  poter  dire: 
Truento  fu  qui.  Essa  ebbe  comune  col 
lìmiie  poi  detto  Tronto  il  nome,  il  (pia- 
le passa  per  Ascoli,  solto  cui  si  unisce  col 
Castellano,  e  ingrossatosi  forse  più  di  tol- 
tigli altri  fiumi  del  l'inno,  si  scarica  nel- 
l'Adriatico, dopo  un  corso  di  varie  mi- 
glia per  fertilissime  pianure.  Questo  è 
l'unico  fiume  conosciuto  nella  provincia 
pontificia,  ignorandosi  se  esso  die  il  no- 
me alla  città  o  se  da  questa  lo  prese.  Il 
presente  corso  del  fiume,  dopo  che  si  è 
riunito  col  Castellano,  non  è  molto  tor- 
tuoso, almeno  da  quel  punto  che  il  fiu- 
me diviene  come  un  termine  fra  lo  stato 
pontifìcio  e  il  reame  napoletano,  ch'è  ap- 
punto tra  Monte  s.  Polo  e  Conti  oguerra 
circa,  ili.°essendo  luogo  d'Ascoli,  l'altro 
dell'Abruzzo  Ulteriore.  Va  dunque  di- 
rettamente a  scaricarsi  nel  mare  ,  e  la- 
sciando a  mezzogiorno  Controguerra  e 
Colonnella,  e  a  settentrione  Monte  San- 
to Polo  e  Monte  Prandone  ,  fa  foce  nel 
porto  di  Marlin  Sicuro.  Anticamente  non 
era  questo  il  corso  del  fiume.  Sotto  un 
colle,  che  s'alza  sulla  riva  del  mare,  alle 
cui  falde  esisteva  un  insigne  monastero 
de'monaci  della  badia  di  s.  Stefano  Riva 
Maris, ora  delia  mensa  vescovile  di  Mon- 
l'Ailo,  vi  sono  al  presente  delle  paludi  e 
delle  giungale,  che  tutte  si  chiamano  Let- 
to di  Trento  vecchio.  Or  questo  appun- 
to era  ij  divario  che  passava  dal  corso  an- 
tico al  moderno;  cosicché  non  andando 
allora  direttamente,  come  al  presente,  tor- 
ceva sotto  Colonnella,  andava  a  lambire 
le  falde  del  monte  della  Civita,  e  ivi  ap- 
punto si  scaricava  nel  mare.  La  collina, 
che  resta  alle  sinistre  sponde  del  Tronto 
a  chi  dal  mare  si  dirige  vers'  Ascoli,  co- 
mincia con  un  monte  piramidale,  sulle 
cui  vette  si  vedono  rovine  di  luogo  ab- 
battutoci luogo  chiamatoPiocca  diMur- 
ro.  Continua  il  monte  per  linea  retta  e  va 
a  terminare  in  un'altra  piramidale  colli- 


TRU 

no  presso  la  bocca  del  fiume  Tronto,  dov'è 
piantata  la  terra  di  Colonnella.  Da  qui  ri- 
torce il  monte  verso  mezzodì  e  va  a  ter- 
minare in  un  altro  colle  bislungo,  difitan» 
te  circa  uo  miglio  e  mezzo  da  Colonnella, 
che  chiamasi  Colle  del la  Ch'i  tu ,poco  lun- 
gi dal  fiume  Vibrala,  ch'è  l'antico  Albu- 
laies  di  Plinio.  Colucci  quindi  crede,  in 
seguito  delle  accurate  indagini  fatte  dal- 
l' idoneo  Antonio  de  Angelis  d'  Ancora- 
no, che  precisamente  sull'estremità  del 
Colle  della  Civita  sorgesse  l' antica 
Truento.  Sito  veramente  affienissimo  e 
che  potè  invogliare  i  popoli  che  appro- 
darono in  quella  spiaggia,  per  edificarvi 
una  città;  avente  a  oriente  il  bellissimo 
prospetto  dell'Adriatico,  a  occidente  una 
gran  vallata  e  pianare  fertilissime  eslese 
sino  a  Civitella,  a  mezzodì  bagnato  dal- 
YAlbulales,z  a  settentrione  dal  fiume  ora 
distante  circa  due  miglia,  che  scarica  va- 
si sotto  alla  collina  e  poi  entrava  in  ma- 
re.  Ne'  popoli  circostanti  si  conserva  la 
tradizione  d'una  città  ivi  distrutta  da'go- 
ti,  vi  appariscono  i  ruderi,  restando  al  col- 
le il  nome  di  Colle  della  Civita,  comu- 
ne «'luoghi  ove  già  sorse  alcuna  città.  E 
perchè  Truento  fu  prossima  al  fiume  o- 
vnoimmo, Trite  ut  uni  cu  ni  arnne  tcon  vuo- 
le Colucci  che  la  città  sorgesse  appunto  a 
ridosso  delle  foci  del  fiume.  11  dotto  Ca- 
talani, Origini  e  antichità  Fermane,  ri- 
ferisce che  3  castelli  navali  o  porti  furo- 
no nel  Piceno,  e  lutti  diversi  dalle  loro 
città,  cioè  il  Fermano,  PAdrianOjilTruen- 
tino,  di  cui  scrisse  :  Truento  fu  città  as- 
sai insigne,  ed  avea  tal  nobilissima  città 
Picena  al  mare,  e  siili'  imboccatura  del 
gran  fiume  Tronto  il  suo  Castello,  il  qua- 
le però  da  niunofu  detto  navale  di  Truen- 
to, ma  egli  inclinò  a  crederlo.  Sebbene  Co- 
lucci  altrove  avesse  aderito  a  tale  opinio- 
ne,la  cambiò  con  dichiarare,  che  seTi  udi- 
to ebbe  il  navale  ,  non  fu  quello  che  si 
denomina  Castello  nella  lapide,  e  nella 
lettera  di  Pompeo  a  Domizio,  ma  il  Ca- 
stello era  la  stessa  Città,  e  il  navale  non 
era  dalla  stessa  diverso,  e  ne  riporta  le 


TRU 

ragioni.  [.Che  non  milita  die  il  Castello 
navale  l'avessero  Ferino  e  Adria.  2.0  Che 
il  Castello  di  Fermo  è  distinto  negl'iti- 
nerari,mentre  il  Castellani  Trucntinuni, 
ovvero  la  Città,  non  si  distingue,  solamen- 
te segnandosi  Castro  Trucntiiio,  Truca- 
lo  Civita*.  3.°  Che  trovandosi  nelle  lapi- 
di e  negli  scrittori,  CastrimiTrucnlinwn, 
si  deve  intendere  la  Città.  4»°  Si  mostra 
perchè  venisse  detto  Castrimi,  spiegan- 
do i  vocaboli  Oppidum,  Urbs,  Castrimi, 
Castellimi ,  e  e  ti  e  i  Castra  non  furono 
semplicemente  castelli  e  piccoli  luoghi, ma 
luoghi  rispettabili  e  dicousiderazione,ben 
fortificati  e  ben  chiusi,  per  muraglie,  per 
torri,  per  fosse  o  per  naturale  postura  di 
silo.  Non  volendo  Colucci  impugnare  che 
Truento  non  avesse  il  suo  navale  o  por- 
to, poiché  le  foci  de'fiumi  che  neaveano 
dato  il  comodo  a  piti  altre  città,  lo  pote- 
rono ancora  dare  a  Truento,  a  vantaggio 
della  propria  e  delle  popolazioni  con  vici- 
ne ,  tanto  più  che  il  suo  fiume  è  il  più 
grosso  fra  quanti  ne  corrono  dentro  i  cou- 
fini  dell'antico  Piceno,  e  che  il  porto  fu 
una  cosa  stessa  colla  città.  Sulla  fede  di 
Plinio  Seniore,  Colucci  attribuisce  l'ori- 
gine di  Truento  a'Iibmni,  luogo  scelto  per 
la  forte  posizione  e  facile  a  difendersi,  e 
chea'tempi  diT.  Livioavea  il  pregio  d'es- 
sere l'unica  città  d'Italia  superstite  de'li- 
burni,  de'quali  riporta  alcune  notizie,  e 
li  crede  venuti  dal  maree  non  dalle  par- 
ti mediterranee,  come  cacciati  dagli  um- 
bri occupassero  l'isole  dell'Adriatico,  se- 
condo il  Carli,  Antichità  Italiche.  Fab- 
bricata  da'liburui  Truento,  essa  soggiac- 
que alla  sorte  dell'  altre  città  della  pro- 
vincia nella  sua  libertà  ,  sia  sotto  i  suoi 
fondatori,  sia  sotto  gli  umbri  ,  o  sotto  i 
piceni,  della  servitù  sotto  i  romani  dopo 
la  resa  de'piceni;  e  finalmente  di  muni- 
cipio e  di  colonia,  sotto  gli  stessi  romani, 
dopo  averla  tenuta  per  alcun  tempo  iu 
soggezione  di  prefettura.  Allora  avrà  a- 
vuto  il  suo  voto  ue'romani  comizi,  la  sua 
repubblica  colonica,  i  suoi  decurioni,  ma- 
gistrali, sacerdoti;  iu  uua  parola,  pare  che 


TRU  i4cj 

Truento  non  fu  dissimile  nel  governo  po- 
litico da  altre  città  del  Piceno  e  dell'Ita- 
lia. Diviso  l'antico  Piceno  nelle  3  regioni 
Adriana,  Pretuzianae  Pahnense,  sembra 
che  Truento  esistesse  nella  Pretuziana. 
Essa  confina  va  con  Castro  Novo,  città  an- 
tica di  cui  riporta  le  notizie  a  p.  177,  A- 
scoli,  Cupra  marittima,  con  ampio  e  fer- 
tile territorio.  Pochissimi  sono  i  monu- 
menti che  restano  di  quest'antica  città,  ol- 
tre i  ruderi  ricordati,  non  avendosi  che 
alcune  monete  e  corniole  ivi  trovate  con 
altre  simili  anticaglie  descritte  da  Colucci, 
insieme  ad  alcune  lapidi  da  lui  riprodotte. 
A  città  si  nobile,  e  probabilmente  magni- 
fica e  grande,  non  mancò  I'  onore  della 
cattedra  vescovile,  dopo  abbattuta  l'ido- 
latria ,  e  forse  la  fede  vi  fu  predicata  a 
tempo  di  s.  Pietro,  ignorandosi  se  avesse 
i  suoi  martiri,  Solamente  si  conosce,  che 
nel  secolo  Vgiàcadeutela  città  di  Truen- 
to avea  il  suo  vescovo,  il  quale  era  Vita- 
le ,  incaricato  dal  concilio  romano  e  da 
Papa  s.  Felice  III  in  un'ambasciata  o  le- 
gazione onorevolissima  e  di  somma  rile- 
vanza, col  carattere  di  legato  apostolico 
presso  l'imperatore  Zenone  nel  4-83,  per 
trattare  la  causa  d'Acacio  superbo  vesco- 
vo di  Costantinopoli,  il  quale  appoggia- 
tosi al  patrocinio  imperiale,  pretendeva 
con  arroganza  che  la  sua  cattedra  venis- 
se riconosciuta  per  lai.adopo  la  Romana 
del  Papa,  ed  anche  di  trasferire  nel  ve- 
scovo di  Costantinopoli  la  pienezza  d'au- 
torità che  Gesù  Cristo  avea  soltanto  con- 
ferito a  s.  Pietro  ed  a'successori  della  se- 
de Romana  da  lui  occupata.  A  tali  per- 
niciosissimi sforzi  si  oppose  con  petto  di 
bronzo  Papa  s.  Simplicio,  e  il  successore 
s.  Felice  III  nel  concilio  di  tutti  i  vescovi 
d'Italia  a  tal  uopo  adunato  in  Roma,  nel 
quale  appunto  si  stabilirono  le  rimostran- 
ze da  farsi  ad  Acacio ,  e  se  ne  commise 
l'efFettuazioue  a'vescovi  Vitale  di  Truen- 
to e  Misseno  di  Cuma,  con  due  lettere  pon  • 
tificie,  una  per  l'imperatore,  l'altra  per 
Acacio,  riprodotte  dal  Colucci,  in  uno  ai 
libelli  mandali  ad  ambedue.  I  due  lega- 


i5o  TRU 

ti  con  coraggio  si  portarono  nella  depra- 
vala corte  tli  Costantinopoli,  Ola  subito 
furono  cacciali  in  una  prigione  orrenda; 
iodi  alla  violenza  del  furioso  ed  eretico 
imperatore,  autore  dell'empio  editto  E- 
notico (?'.),  si  unì  la  frode  dell'ambizio- 
so Acacio,  il  quale  astutamente  cominciò 
ad  accarezzare  i  due  vescovi  prigioni,  e  si 
mostrò  loroqual  mansueto  agnello.  Tan- 
to disse  e  fece  quel  perturbatore  e  scisma- 
tico vescovo,  che  espugnò  a  suo  favore  la 
COStaon  de'legati,ed  ottenne  loro  la  liber- 
tà. Fatti  così  ribelli  a  Dio  e  al  Papa,  con- 
versarono cou  Acacio  approvando  le  sue 
orgogliose  mire,  e  non  si  opposero,  come 
doveano,  nel  sentire  recitare  ne'sagri  dit- 
tici il  nome  dell'eretico  Pietro  Mougo  in- 
vasore della  cattedra  d'Alessandria,  con- 
tro il  vescovo  Giovanni ,  che  invece  do- 
veano cacciare  dall'usurpata  sede.  Aven- 
do s.  Felice  111  saputa  l'infedeltà  e  la  pre- 
varicazioue  dall'  apostolico  ministero  dei 
vescovi  di  Truento  e  di  Cuma,  adunato 
in  Roma  un  sinodo  di  70  vescovi  italia- 
ni, furono  giudicati  i  traditori  legati  tor- 
nati dalla  missione,  i  quali  vollero  scu- 
sarsi cou  dirsi  ingannati;  ma  convinti  di 
tradimento  per  le  lettere  che  presentarono 
d'Acacio,  per  comune  giudizio  furono  sco- 
municali e  privati  della  dignità  vescovi- 
le. Misseno  fece  penitenza  del  suo  enor- 
me errore,  e  fu  ristabilito  nel  primiero 
onore;  ma  Vitale  imperversando  nella  sua 
ostinazione  ,  morì  nell'  anatema  ,  le  cui 
mancanze  si  ponno  leggere  nelle  lettere 
dal  Papa  scritte  ad  Acacio,  con  la  senten 
za  di  scomunica,  ed  al  clero  di  Costanti- 
nopoli,egualmenlepubblicate  dal  Coluc- 
ci.  Acacio  fu  l'autore  deli. °  Scisma  Ira  la 
chiesa  di  Grecia  (F.)  e  la  Latina.  Non  è 
certose  l'infelice  Vitale  fu  l'ultimo  vesco- 
vodella  chiesa  Truenliua,  e  nel  VI  seco- 
lo i  barbari  distrussero  la  città.  Fra'luo- 
ghi  surti  dalle  sue  rovine,  è  Ci  vitella  del 
Tronto, distante  6  miglia,  posta  sopra  un 
monte  di  viva  pietraie  pare  che  anco  Co- 
lonnella, Corropoli,Nereto  possano  appar- 
tenere all'antico  Truento,  o  perchè  si  e- 


T  II  U 

difìcasserodopola  sua  distruzione,©  per- 
chè fossero  pagi  del  territorio  Traenti- 
no.  Riferisce  il  Catalani,  che  Truento  co- 
mechè  >i  crede  esistita  tra  gli  attuali  con- 
fini dell' arcidiocesi  della  chiesa  di  Fer- 
mo, a  questa  fu  unita  la  diocesi  e  sede  nel 
declinar  del  VI  o  neh  ."periodo  del  VII 
secolo.  Vedasi  V Italia  sacra,  1. 1  o,p.  1 78: 
Truentiuus  Episcopatus.  Ne  tratta  pu- 
re Carlo  Ardui  ni  ,  Nuova  illustrazione 
dell'  antico  Piceno,  insieme  al  F lumen 
Albulates  ,  Suinum  ,  Ilelvinum.  Dice 
Truentum  cum  amney  città  posta  presso 
il  fiume  Tronto  al  suo  sbocco  a  diritta, 
cominciando  dal  lato  alla  dogana  di  Mar- 
tin Sicuro  sopra  il  letto  del  Tronto  Vec- 
chio,  ed  estendendosi  a  ridosso  d'una  colli- 
na a  specchio  del  mare  da  mezzodì  a  set- 
tentrione: quivi  sopra  oggi  mirasi  il  castel- 
lo di  Colonnella.  Aggiunge  che  Castrimi 
Truentinum  era  una  stazione  militare, 
dall'altra  riva  del  Tronto  prospellante  la 
città,  di  cui  lo  crede  come  sobborgo.  Che 
probabilmenteentro  vi  passava  la  via  Sa- 
laria; mentre  avea  luogo  tal  sito  fortifica- 
to nella  pianui  a  sottostante  a  Monte  Pian- 
done e  Monte  s.  Polo,  <\o\e  ultimamen- 
te si  rinvennero  alcune  lapidi  letterate, 
che  vi  svelarono  l'antica  esistenza  d'offi- 
cine porporarie.  II  riliramento  del  mare 
di  più  miglia  da  questo  luogo,  come  pu- 
re da  Castro  Novo  e  dal  navale  di  Alria, 
pongono  in  molta  luce,  dice  l'Arduini,  le 
sue  asserzioni,  convalidate  per  fermezza 
di  dottriua  dalle  osservazioni  geologiche 
del  Prony,  poi  bene  applicate  alla  rivi- 
sta del  litorale  Adriatico  dal  bravo  Pao- 
li di  Pesaro. 

TRULLO  o  TRULLAiNO,  Trullus, 
Trullanus.  Nome  di  due  concilii  di  Co- 
stantinopoli tenuti  in  edilizi  ch'erano  de- 
nominati Trullo. L'annalistaliinaldi  par- 
lando del  concilio  del  680  ,  dice  che  fu 
teuuto  nel  segretario  del  sagro  palazzo 
imperiale,  cognominato  Trullo.  La  vo- 
ce Trullus  e  Trulla ,  vale  lo  stesso  che 
in  nostro  volgare  cupola  (pocnula,  he- 
misphaerium,  testudo,tliolus}  volta  emi- 


TR  U 

sferica  che  copre  un  edificio,  spesse  vol- 
le circolare,  talvolta  doppia,  di  cui  i  gre- 
ci ne  fecero  grandissimo  uso  all'epoca  del- 
l'impero: altri  vollero  spiegar  la  voce  per 
Duomo).  In  questo  senso,  dice  Anastasio 
Bibliotecario  in  s.  Sergio  I:  Trullum  vero 
ej'us  Ecclesiae,  cioè  de'ss.  Cosma  e  Da- 
miano appresso  il  tempio  della  Pace  di 
Roma,///.?/,?  chariis plumbeis  cooperili  t. 
Tale  luogo  e  chiesa  tuttora  si  conserva, 
e  da  quelli  che  si  vedono  può  ben  com- 
prendersi ciò  che  significa  Trullus.  Così 
adunque  il  luogo  del  sinodo  fu  il  segre- 
tario del  palazzo,  nominato  con  tal  voca- 
bolo per  la  cupola  che  avea.  Il  Bernino, 
Hìstoria  dell'  eresìe ,  ragionando  dello 
stesso  concilio,  dice:  Fu  adunato  nella 
gran  sala  dell'imperiai  palazzo,  detta  il 
Segretario,  che  per  aver  la  volta  ad  uso 
di  cupola,  da' greci  chiamavasi  Trullo; 
onde  questo  6."  concilio  generale  fu  det- 
to in  Trullo  e  Trullano.  Abbiamo  dal 
Novaes,  nella  Storia  di  s.  Agatone  Pa- 
pa: »  Che  nel  680  fu  celebrato  in  Costan- 
tinopoli nel  segretario  della  basilica  di  s. 
Sofia,  chiamalo  Trullo,  dalla  forma  ro- 
tonda della  volta,  il  concilio  VI  generale 
e  di  Costantinopoli  III".  Il  medesimo  nel- 
la Storia  di  s.  Sergio  I  Papa  riporta  : 
>»  L'imperatore  Giustiniano  II  non  potè 
ridurlo  ad  approvare  il  concilio  Qui/rise- 
sto,  celebrato  da  240  vescovi  nella  sala 
del  palazzo  imperiale  di  Costantinopoli 
chiamala  Trullo  nel  691  (meglio  692), 
persupplirea'concilii  generali  V  e  Vl,che 
non  aveano  formati  canoni  per  regolare 
la  disciplina  ecclesiastica,  e  perciò  ne  for- 
mai ouo  in  questo  io  5,  che  s.  Sergio  I  non 
approvò".  Dunque  dalle  riferite  testano- 
uianc«  .sembra  che  due  luoghi  in  Costan- 
tinopoli si  dicessero  Trullo,  benché  il  co- 
mune degli  scrittori  chiamino  la  volta 
della  sala  del  palazzo  imperiale  col  nome 
di  Trullo,  e  che  essendovi  in  essa  stati 
tenuti  i  due  coucilii  nel  680  e  nel  692, 
li  dissero  in  Titillo  e  Trullano,  e  con  ta- 
le vocabolo  ambedue  sono  più  universal- 
mente appellati.  Ambedue  li  descrissi  nei 


TRU  iot 

voi. XV,  p.  160,1 81  ei8a,  XVIII,  p.  1 3 1 
ei32  (ove  essendosi  sturbata  la  stampi 
il  692  viene  erroneamente  detto  962)^1 
altrove.  In  tali  luoghi  resi  pure  ragione, 
perchè  il  concilio  del  692  fu  pure  detto 
Quini-Sesto,Quini-  Sejctum,Quini-  Se- 
xtae,  come  chi  dicesse  rpiino  sesto,  e  ciò 
perchè  il  concilio  del  692  non  fu  conci- 
lio generale  propriamente,  ma  naziona- 
le de' greci,  e  come  un  supplemento  del 
concilio  generale  quinto  del  553,  deno- 
minato Quinto  Sinodo,  e  del  concilio  ge- 
nerale sesto  del  680,  denominato  Sexta 
Synodo.  Il  concilio  del  692  inoltre  vie- 
ne ordinariamente  considerato  come  una 
continuazione  del  precedente,  tenuto  pu- 
re in  Costantinopoli  nel  680,  e  ambedue 
chiamati  in  Trullo  perchè  celebrati  in 
una  sala  coperta  da  cupola,  o  volta  ec- 
celsa, con  vocabolo  alteralo;  e  siccome  i 
due  memorati  concilii  nulla  aveano  sta- 
bilito sulla  disciplina  ecclesiastica,  a' ca- 
noni che  il  concilio  del  692  fece  per  es- 
sa, acinose  la  rinnovazione  de'canoni  del 

DO 

553  e  del  680.  Quanto  a'eanoni  discipli- 
nari, furono  costantemente  dipoi  osser- 
vati dalla  chiesa  greca;  ma  non  tutti  fu- 
rono ricevuti  da' Papi,  dopo  che  s.  Sergio 
I  erasi  ricusato  approvare  il  concilio,  uè 
dalla  chiesa  latina,  essendovene  molti,  i 
quali  non  erano  conformi  alla  disciplina 
stabilita  in  occidente.  Vedasi  Noris,  Dis- 
sertatio  de  Synodo  V;  Du  Cange,  Con- 
stantin.  Christiana,  lib.  3,  §  32  e  seg.; 
CristianoLupo,  Dissert.  deSynodoTrul- 
lanae  caussa,  tempore,  loco,  Episcopio; 
auctoritate,ne\  t.  3  delle  sue  Opere /Pan* 
ciroli,  Tesori  nascosti  nell'alma  città  di 
Roma,  p.  780,  dove  descrivendo  la  non 
più  esistente  chiesa  de'  Trinitari  di  s.  Ste- 
fano a  piazza  di  Pietra,  dice  che  si  deno- 
minava del  Trullo,  che  in  greco  signi- 
fica la  volta  d'una  cupola,  perchè  for- 
se il  vicino  tempio  eretto  da  Antonino  a 
Marte  era  nella  volta  a  forma  di  cupola. 

TRUPPA.  V.  Milizia,  Soldato,  Ma- 
rima,  Torbe,  Tregua,  Torneo,  Tevere. 

TRUXILLO  (Truxillen).  Città  con 


.  5 1  t  n  u 

residenza  vescovile  dell'America  meridio- 
nale, della  repubblica  del  Perii,  capoluo- 
«o<leldiparlhnentoedeldishetto  del  suo 
nome,  distatile  da  Lima  i  i  o  leghe,  pres- 
so il  Grande  Oceano,  al  sud-ovest  della 
montagna  granitica  chiamata  la  Campa- 
na di  Truxillo.  Giace  in  piano  e  in  ame- 
na situazione,  m  mezzo  a  giardini  e  pas- 
seggi deliziosi,  ed  in  riva  a  un  (lumieello, 
cinta  da  una  mura  bassa  di  mattoni,  da 
1  5  bastioni  fiancheggiata;  le  case,pnre  di 
mattoni,  hanno  un'assai  bella  apparen- 
za, ma  lon  poco  alte  a  cagione  de'terre- 
moti,  assai  nel  paese  frequenti  :  dice  l'ul- 
tima proposizione  concistoriale,  quaeìri 
suo  (Inorimi  fere  milliarium  ambita  de- 
certi circker  mille  habìtatores  contine!. 
La  cattedrale  magnifica  e  vasta  (nelle  3 
ultime  proposizioni  concistoriali    non  si 
dice  a  chi  è  intitolata),  ha  il  battislerio 
eia  cura  d'anime,  amministrata  dal  par- 
roco. Il  capitolo  si  compone  di  4  dignità, 
la  i  ."delle  quali  è  il  decano  (secondo  l'ul- 
tima proposizione:  le  due  precedenti  di- 
cono P  arcidiacono),  di  3  canonici  com- 
prese le  prebende  del  teologo  e  del  peni- 
tenziere ,  di  3  prebendati  portionarios, 
ili  4  seiitì-porlionarios,  e  di  altri  preti  e 
chierici  addetti  al  servizio  divino.  Prossi- 
mo alla  cattedrale  è  1'  episcopio,  ottimo 
edificio.  Vi  sono  nella  città  diverse  altre 
chiese,  una  delle  quali  parrocchiale  col  I, 
fonte,  e  due  chiese  parrocchiali  esistono 
nel  suburbio.  Vi  è  un  convento  di  reli- 
giosi e  due  monasteri  di  monache,  alcu- 
ni sodalizi,  l'ospedale  e  il  seminario  con 
alunni,  oltre  il  collegio  comunale,  già  dei 
gesuiti.  Assai  attivo  è  il  commercio,  e  si 
fa  precipuamente  nel  porto  di  Guancha- 
co,  distante  due  leghe  al  nord,  ed  è  il  mi- 
gliore della  costa  da  Gallao  sino  a  Tum- 
bez.  Fondata  la  città  nel  t  535  da  Pizar- 
io,  i  domenicani  della  provincia  di s  Cro- 
ce, che  introdussero  la  fede  nel  Perù,  la 
stabilirono  ancora  in  Truxillo.   Indi  ad 
istanza  del  re  Filippo  II, il  Papa  Grego- 
rio XIII  neh  577  eresse  nel  Perù  3  sedi 
vescovili,  fra  le  quali  Truxillo,e  la  dichia- 


T  R  U 
rò  »n  (Fraga  nea  della  metropoli  di  Lima, 
come  lo  è  tuttora;  e  Paolo  V  confermò 
tali  disposizioni  nel  1  G  1  1 .  Ih  .°vescovo  fu 
fr.  Alfonso  di  Guzman  dell'ordine  di  s. 
GirolamOjCui  successeroGirolamo  di  Cal- 
camo professore  di  diritto  canonico  nel- 
l'università di  Messico;  fr.  Francesco  Ca- 
brerà domenicano,  morto  nel  1  G  1  (j;  Car- 
lo Marcello;  tielt63o  fr.  Ambrogio  Bal- 
lezo  carmelitano,  morto  neh  635;  Diego 
di  Montoya;  fr.  Luigi  Ronquillo  trinita- 
rio, morto  neh 64^;  Pietro  Orteza,  Gio- 
vanni Zapata,fr.  Marco  Salmeron  del- 
l'ordine della  Mercede,  A  ndreaGarci  a  dot- 
tore in  diritto  canonico,  Diego  de  distil- 
lo trasferito  da  s.  Fede  di   Bogola  nella 
Nuova  Granata.  Nel  1  7  12  avendo  il  ve- 
scovo di  Truxillo,  con  altri  vescovi,  sup- 
plicato Clemente  XI  ad  ampliar  loro  le 
facoltà  per  dispensare  ne'gradi  dal  dirit- 
to canonico  proibiti,  con  estenderle  al  1 .° 
grado  d'affiatiti;  il  Papa  dopo  aver  con- 
sultalo la  congregazione  del  s.  oftìzio,  fu 
costretto  rispondere  negativamente,  esor- 
tando paternamente  il  vescovo  di  Tru- 
xillo  ed  i  suoi   colleghi ,    a  riparare  gli 
scandali  che  davano  alcuni  fedeli,  e  l'esat- 
ta osservanza   delle  disposizioni   relative 
emanate  nel  1690  da  Alessandro  VIII  e 
neh  701  da  lui  medesimo.  Nelle  Notizie 
di  Roma  sono  registrati  i  seguenti  vesco- 
vi di  Truxillo.  Nel  1  740  Gregorio  de  Mol- 
leda  e  Clerque.traslalo  da  Cai  lagena  d'A- 
merica. Neh  747  fr.    Giuseppe  Gaetano 
Paravicino  d'Arequipa  minore  osservan- 
te, trasferito  da  Paraguay.  Nel  1751  Ber- 
nardo de  Arbiza-y-Ugarte  di  Cusco  nel 
Perù,  già  vescovo  di  Cartagena  d'Ame- 
rica. Nel  1758  Francesco  Saverio  de  Lu- 
na Vittoria  di  Panama,  traslato  da  Pa- 
nama.Neh  778  CaldassareGiacomoMar- 
tinez  Companon  di   Cabreda,  diocesi  di 
Calahorra.  Nel  1  788  Giuseppe  Andrea  de 
Achurradi  Panama.  Neh  794  BiagioSo- 
briuory -Minavo d'Urena.diocesi di  Palen- 
eia,  trasferito  da  s.  Giacomo  di  Chile.  Nel 
1798  Giuseppe  Carrion-y-  Marfil  di  E- 
stepona,  diocesi  di  Malaga,  già  vescovo  di 


T  R  U 

Cnenca  d'America.  Gregorio  XVI  per  su  a 
morte,  nel  concistoro  de'24  luglio  i835 
gli  surrogò  Tommaso  Dieguez  }'  Fio  mi- 
cia di  Truxillo,  dottore  in  teologia  e  gius 
canonico  ,  arcidiacono  delia  cattedrale, 
fornito  di  egregie  qualità.  Cessato  di  vi- 
vere, lo  stesso  Papa  nel  concistoro  de'  19 
gennaio  1846  dichiarò  vescovo  Giuseppe 
Igino  M;idalengoitia  delia  diocesi  di  Tru- 
Xillo,  die  coi  titolo  di  vescovo  d'Antifel- 
lo  ìnpartibus,  nella  città  e  diocesi  in  aiu- 
to del  predecessore  faceva  le  sagre  ordi- 
nazioni e  celebrava  i  pontificali,  e  per  le 
sue  doti  idoneo  e  degno  di  succedergli. Per 
sua  morte,  il  regnante  Pio  IX  nel  conci- 
storo de' 7  marzo  1 853  nominò  l'attuale 
vescovo  mg.'  Agostino  Guglielmo  Clia- 
run  di  Lima,  dottore  in  s.  teologia  e  par- 
roco per  molti  anni,  predicatore  e  confes- 
sore di  monache,  rettore  del  collegio  di 
S.Carlo,  canonico  cantore  3.* dignità  del- 
la metropoli  di  Lima,  benemerito  della 
religione,  prudente,  probo  e  degno  del- 
l'episcopato. Ogni  nuovo  vescovo  è  tas- 
sato ne'libri  della  camera  apostolica  in  fio- 
rini 33.  L'estensione  della  diocesi  è  di  1  5o 
leitcas,  e  contiene  più  di  90  parrocchie. 
TKUXILLO,  Turris  Julia.  Città  ve- 
scovile  di  Guatimala,  nello  stato  d'Hon- 
duras, capoluogo  del  dipartimento  del 
suo  luogo, nell'America  meridionale^!  6  J 
leghe  da  Comayagua.  Siede  sopra  un'e- 
minenza presso  la  baia  di  Truxillo,  for- 
mata dal  mare  delle  Antille,  tra' fiumi- 
celli  distai  e  Cavallos.  Il  porto  trovasi 
difeso  da  tre  forti  regolari.  La  bellezza 
del  clima,  la  salubrità  dell'  aria  e  delle 
acque,  la  comodità  del  suo  porto  la  re- 
sero in  poco  tempo  assai  importante. Fon- 
dala nel  1  524  da  F.  di  Las  Casas,  Paolo 
III  nel  i539  I'eresse  W  sea*e  vescovile,  e 
dichiarò  sullraganea  della  metropolituua 
di  s.  Domingo,  indi  la  sede  fu  trasferi- 
ta e  riunita  a  quella  di  Comayagua  (  //.), 
chiamata  anche  Valladolid,  eretta  nel 
i.53i  da  Clemente  VII  in  sede  vescovile, 
e  confermata  neli539  da  Paolo  lll,suf- 
fraganea  di  s,  Domingo,  e  poi  di  Guati- 


TUA  i53 

mala.  Truxillo  nel  1 643  fu  attaccata, 
presa  e  distrutta  dagli  olandesi,  e  non  fu 
che  nel  1789  che  incominciossi  a  ripa- 
rameli porto. Neli797  l'assaltarono  due 
vascelli  inglesi, facendole  molto  male,  ina 
non  la  poterono  espugnare.  Quivi  Cor- 
tes s'imbarcò  al  suo  ritorno  dal  Messico. 
TUAM  (Tuamen).  Città  con  residen- 
za vescovile  d'Irlanda,  nella  provincia  di 
Connacia  o  Couuaught  contea,  a  7  leghe 
da  Galvvay,  baronia  di  Downamore.  Vi 
si  osservano  4  v'e  principali,  diritte,  lar- 
ghe e  ben  fabbricate;  una  bella  piazza 
chiamata  il  Maglio,  residenza  de'  ricchi; 
altra  bella  piazza  con  bell'edilizio  pel  mer- 
cato, adorno  di  pilastri  di  pietra;  rimar- 
chevole è  il  palazzo  arcivescovile  d'anti- 
ca e  bella  architettura  ,  la  cattedrale  di 
buono  stile,  il  seminario  diocesano  con 
fabbricati  vasti  e  comodi.  Vi  sono  botte- 
ghe in  gran  numero  e  bene  assortite;  la 
fabbricazione  delle  tele  di  cui  Tua  in  for- 
ma l'emporio,  è  ne'dintorni  considerabi- 
lissima, ed  oggetto  d'  un  gran  commer- 
cio. Vi  si  tengono  4  fiere  all'anno,  e  pri- 
ma dell'  unione  mandava  1  membri  al 
parlamento  d'  Irlanda.  Tuam  o  Toam, 
Tuamum  o  Tuvomontium,  fu  quasi  ri- 
dotta in  cenere  nel  i244»e(^  abbruciata 
dagl'inglesi  nel  1691  colla  chiesa  catte- 
drale. Al  presente  è  una  città  di  qualche 
considerazione,  la  cui  cattedrale  fu  cou- 
sagrala  neh  836,  la  quale  ha  il  capitolo 
senza  rendite.  Sono  i  pii  stabilimenti,  ol- 
tre il  seminario,  5  case  de'  fratelli  delle 
scuole  cristiane,  altre  scuole  dirette  dai 
frati  del  3.°  ordine  di  s.  Francesco,  due 
monasteri  di  monache;  e  nell'arcidiocesi 
sono  molte  scuole  pe'cattolici,  molte  cap- 
pelle, 5i  parrocchie,  con  altrettanti  par- 
rochi  e  vicari,  cioè  1  20  preti  circa,  gli  a- 
gostinianiji  domenicani,  e  quasi  420,000 
cattolici.  La  parrocchia  di  Rilmecne  fu 
data  all'arcivescovo  per  mensa,  ed  al  me- 
desimo spetta  una  parte  delle  tasse  che 
sogliono  pagarsi  al  clero  per  le  dispense 
da'  proclami  matrimoniali.  Il  clero  vive 
de'proveuli  parrocchiali,  e  delle  pie  obla- 


i 54  T  U  A 

zioni  de' fedeli.  La  sede  vescovile,  come 
«dire  iV  Irlanda  (F'.)}  fu  istituita  dall'a- 
postolo della  medesima  s.  Patrizio  nel 
43  5,  avendovi  predicato  la  fede  anche  s. 
Palladio  apostolo  di  Scozia  (V.),  ambe- 
duo  inviati  in  tali  regni  da  Papa  s.  Cele- 
stino I,  ed  il  1  ,°vescovo  di  Tuam  fu  s.  Jar- 
lath,  verso  l'anno  600,  secondo  Com man  • 
ville,  Histoìrv  de  tous  Ics  Jrcluvesclicz 
et  Eveschcz.  Dipoi  il  Papa  Eugenio  III 
nel  concilio  nazionale  di  Kells  del  1  1V2, 
presieduto  dal  pontifìcio  legalo,  confer- 
mò i 4  metropolitani  nel  Ii5l  stabiliti  nel 
concilio  di  Milforl  u  Mellifunte,  fra 'qua- 
li  l'arcivescovo  di  Tuam  per  la  Conimela, 
e  diede  ad  ognuno  di  essi  il  pallio,  essen- 
do stato  il  1  ."arcivescovo  di  Tuam  Eda- 
re. Indi  Alessandro  I V  nel  1  255  Io  dichia- 
rò primate  della  sua  provincia  di  Conua- 
eia:  ora  però  l'arcivescovo  d'Armagli  è  il 
primate  di  tutta  l'ii -laudn,e  per  privilegio 
l'arcivescovo  di  Dublino  è  primate  di  sua 
provincia. Di  vennero  sulfraganeediTuam 
le  sedi  vescovili  di  Enaghdoc  e  di  Moy 
o  Mayo  (F.)9  poi  unite  a  Tuam;  Clon- 
fert,  a  cui  fu  unita  in  seguilo  Kilniac- 
duagh  (  V.)j  Kilfenore%a\\a  quale  ora  tro- 
vasi unita  Kilmacduagh  (P:);  Killala, 
Achonryt  Galway  (fr.)j  Elphin  ,  Ro- 
iCOmmon(y.)t  Adcarna  e  Drumelium,le 
quali  ultime  3  sedi,  secondo  Comma  11  vil- 
le, furono  unile  a  Elphin,  e  pare  che  Ho- 
.scorninoli  fu  soltanto  residenza  del  vesco- 
vo d'Elphin.  In  sostanza,  al  presente  so-  , 
no  tuffi agauei  dell'arcivescovo  di  Tuam 
i  vescovi  di  Clonfcrt,  Killala,  Kilinac- 
duagh  e  Kilfenore,  Elphin,  Acìionry,  e 
Galway.  Galway  fu  eretta  in  cattedrale 
da  Gregorio  XVI,  e  falla  soggetta  al  gius 
metropolitico  dell'arcivescovo  di  Tuam, 
colla  bolla  Sedium  Episcopalium,  de' 
26  aprile  i83i,  Bull.  Roni.  coni.,  t. 
19,  p.  10.  Nella  provincia  di  Tuam  fu 
tenuto  i\u  sinodo  approvato  da  Urbano 
Vili  nel  i634  a'6  maggio.  Altro  silludo 
provinciale  diTuam  vi  in  tenuto  nel  1  817, 
approvato  dalla  s.  congregazione  di  prò- 
paganday/r/c  nel  1825.  Clemente  XII  col 


TUA 

breve  Redemptoris  ,  et  Domini  Nostri ', 
de'20  aprile  iy33,  Bull.  Pont.  s.  e.  de 
proj).  fide,  Appendix,  t.  2,  p.  57:  Inter 
Archie pi  scopimi  Tuamensem,  et clerum 
populunKjucC.ilviciìscniexcitatasjani' 
piidcin  controversia*  curai  componen* 
diis.  Le  notizie  di  Roma  registrano  »  se- 
guenti arcivescovi  di  Tuam,  i  quali  non 
preconizzandosi  in  concistoro,  ma  appro- 
vandosi dal  Papa  a  mezzo  della  congre- 
gazione di  propaganda  fide,  altre  notizie 
non  mi  è  dato  riferire.  Nel  1787  Boezio 
Egan  dell'arcidiocesi  di  Tuam,  traslato 
dalla  sede  d'Achonry.  A'20  HMVBOl7gg 
Odoardo  Dillon  già  vescovo  di  Kilmac 
duagh  e  di  Kilfenore  o  Finibor.  A'4  ot- 
tobre 1 8  1  3  o  1 8 14  Oliviero  O' Kelly. 
L'8  agostoi834  l'attuale  eccellente  ar- 
civescovo mfi[.r  Giovanni  Mac-Hale,  Iras- 
ferito  da  Killala,  del  cui  possesso  parlai 
nel  voi.  VI,  p.  i34-  Si  legge  nel  n.°  34 
del  Costituzionale  Romano  del  1 849,ehe 
a'  23  gennaio  e  ne'  giorni  seguenti  in 
Tuam,  metropoli  ecclesiastica  della  pro- 
vincia di  Connacia  in  Irlanda,  fu  celebra- 
to con  grande  solennità  econ  tutte  le  for- 
ine prescritte  da'  sagri  canoui  un  Sino- 
do provinciale.  Intervennero  al  sinodo 
l'arcivescovo  della  provincia  mg.'  Mac- 
Hale,  tutti  i  suoi  suffragatici  e  molli  di- 
gnitari, che  per  diritto  o  per  consuetu- 
dine prendono  parte  in  tali  radunanze, 
(ìli  alti  del  sinodo  non  si  fecero  di  pub- 
blica ragione,  dovendosi  sottomettere  al  - 
l'esame  della  s.  Sede.  Peraltro  i  vescovi 
prima  di  separarsi  pubblicarono  una  lun- 
ga lettera  pastorale,  nella  quale  esorta- 
vano i  fedeli  d'essere  costanti  e  fermi  nel- 
la fede,  e  di  abbondare  in  opere  di  mi- 
sericordia, tanto  più  che  viviamo  in  tem- 
pi ne'quali  la  religione  è  travagliata  da 
aspre  tempeste,  e  i  poveri  di  Gesù  Cristo 
sono  esposti  alle  miserie  della  carestia  e 
della  pestilenza.  Passando  poi  alle  cose 
di  Roma,  i  vescovi  esposero  alle  loro  greg- 
gie  le  afflizioni  eh'  erano  toccate  al  suc- 
cessore di  s.  Pietro,  Pio  IX  (Tr.),  esor- 
tando i  fedeli  ad  essere  più  che  mai  di- 


TU  A 

voti  e  ubbidienti  al  supremo  loro  pasto- 
re, a  pregare  fervorosamente  per  lui,  e 
contribuire  secondo  i  loro  mezzi  ad  a- 
iutarlo  uel  suo  esilio  di  Gaeta,  al  quale 
oggetto  fissarono  la  i. "domenica  di  qua- 
resima per  ricevere  le  collette  de'fedeli. 
1  vescovi  della  provincia  ecclesiastica  di 
Tuam  pubblicarono  anche  un  altro  do- 
cumento sulla  necessità  di  stabilire  una 
uni  versiti»  cattolica  in  Irlanda,  per  l'istru- 
zione religioso-scientifica,  il  che  meravi- 
gliosamente si  effettuò  in  conseguenza  del 
celebre  e  memorabile  concilio  nazionale 
tenuto  nel  f85o  in  Thurles  (f.J,  il  i.° 
convocalo  dal  Papa  nelP  eroica  Irlanda 
dopo  il  secolo  XI li,  sebbene  altri  conci- 
Jii  provinciali  furono  tenuti  nell'illustre 
regno,  e  dopo  gl'indirizzi  a' cattolici  ir- 
landesi degli  arcivescovi  d'Irlanda,  insie- 
me all'odierno  di  Tuatn,  e  di  alcuni  ve 
scovi  della  medesima.  Principalmente  si 
trattò  nel  sinodo  di  Thurles  della  enco- 
mia tissima  istituzione, contro  il  fatale  in 
segnamento  misto,  voluto  dal  governo  e 
riprovato  dalla  s.  Sede,  vietando  acatto- 
lici di  frequentare  le  scuole  delia  Regina 
di  mista  istruzione.  Arroge  che  io  ripro- 
duca la  lettera  energica  dal  zelo  dell'ar- 
civescovo di  Tuam  indirizzata  a  lord  Rus- 
sei,  reclamando  per  l'onore  dell'  Irlanda 
di  partecipare  alla  sorte  dell'Inghilterra, 
e  di  cui  feci  già  parola  uel  citato  impor- 
tante articolo.  »  Il  modo  con  cui  l'Irlan- 
da ha  rifiutato  le  facoltà  incredule  del  go- 
verno, lo  spettacolo  consolante  e  maesto- 
so della  sua  antica  gerarchia  uel  concilio 
di  Thurles,  la  sua  risoluzione  ferma  ed 
inalterabile  di  fondare  un'università  cat- 
tolica malgrado  I'  estrema  sua  povertà, 
sono  questi  i  delitti  che  hauuo  provocalo 
la  vo>tra  collera,  meglio  ancora  che  lo 
stabilimento  della  gerarchia  ecclesiastica 
inglese,  a  giudicarne  dal  luogo  che  que- 
ste questioni  occupano  nel  vostro  discor- 
so. L'Irlanda  può  bene  esclamare  :  me, 
w,  adsum  qui  feci;  e  quindi  essa  richia- 
ma la  sua  parte  di  pericolo  e  di  gloria 
nella  persecuzione  che  ci  minaccia".  Nel- 


TUB  i55 

Y  Osservatore  Romano  del  1 85 1 ,  p.  200, 
oltre  il  riportarsi  tal  brano  di  lettera,  si 
soggiunge.  *»  I  segretari  del  concilio  di 
Thurles  smentirono  ufficialmente  I'  as- 
semblea di  John  Russel,  relativa  all'ado- 
zione della  lettera  sinodale  fatta  da'Pa- 
di'i  del  concilio  di  Thurles.  Il  i.°ministro 
dichiarava  al  parlamento,  che  la  lettera 
sinodale  era  stata  votata  alla  maggioran- 
za d'un  voto.  I  segretari  del  concilio  di- 
conoche  fu  adottata  all' unanimità  devo' 
ti.  Questa  circostanza  è  importante,  per- 
chè lord  Russel  rimprovererà  agli  auto- 
ri della  lettera  sinodale  d'aver  eccitato  il 
contadino  contro  il  suo  signore:  questo 
rimprovero  non  cade  solamente  sopra 
mg.1  Gullen  primate  d'Irlanda,  come  in- 
sinua il  ministro,  rna  su  tutto  l'episcopa- 
to irlandese".  Del  resto  il  venerando  pre- 
lato Mac-fJa!e  fu  uno  degli  arcivescovi 
che  si  recarono  in  Roma  nel  1  854  Pei*  as" 
sisterealla  definizione  dogmatica  dell'Im- 
macolata Concezione  della  B.  Vergine,ed 
alla  solenne  consagrazione  della  patriar- 
cale basilica  di  s.  Paolo, eseguita  dal  Pa- 
pa Pio  IX,  al  modo  che  narrai  nel  voi. 
LXXI1I,  p.  42  e  368. 

TUBERT.  V.  Sa.nt-Tubert. 

TUBUNA,  Thubuna.  Sede  vescovile 
dell'  Africa  occidentale,  nella  provincia 
di  Nuoiidia,  sotto  la  metropoli  di  Cirta 
Giulia,  poco  distante  da  Tagaste  e  Ippo- 
na  :  quivi  incontraronsi  più  volte  s.  Ali- 
pio  vescovo  di  Tagaste  col  suo  maestro 
s.  Agostino  vescovo  d'  Ippona,  allorché 
disputavano  col  conte  Bonifazio,  intorno 
al  nuovo  genere  di  vita  che  dovea  que- 
sti abbracciare.  Si  conoscono  3  de'  suoi 
vescovi,  cioè  Numesiano,  che  trovossi  al 
concilio  Cartaginese  riunito  nel  255  da 
s.  Cipriano,  per  determinare  se  doveansi 
ribattezzar  quelli  ch'erano  stati  battez- 
zali dagli  eretici;  Cussonio,  che  trovossi 
alla  conferenza  di  Cartagine  tenuta  nel 
4-iij  Reparato,  fra' vescovi  cattolici  esi- 
liati da  Ùnuerico  re  de' vandali  nel  4^4- 
Morcelli,  Afr.  chr.  1. 1. 

TUBURBIA  oTUBURBlTA  MAO- 


i56  TUB 

GIORE,  Tulurbita  major.  Sede  vesco- 
vili- il'  Africa  nella  provincia  Proeouso- 
lare,  sotto  la  metropoli  eli  Cartagine. Era 
di  questa  città  quel  Servtts  Tuburbi ta- 
llite civitatis  ma/oris  generosus  et  nobi- 
li* vir,  il  ili  cui  Martirio  è  descritto  da 
Vittore  Vitense.  In  questa  città  sparsero 
il  sangue  per  la  fede  di  Gesù  Cristo  al- 
tri martiri,  anche  prima  del  nominato, 
come  le  ss.  Perpetua,  Felicita,  Massima, 
Donatilla  e  Seconda.  Si  conoscono  i  ve- 
scovi Sedato,  che  fu  al  concilio  di  Car- 
tagine del  255;  Fausto,  che  trovossi  a 
quello  d'Ariel  nel  3  1 4  5  Cipriano  assi- 
siettealla  conferenza  diCartagine  nel4«  i; 
Dcuenato  fu  esiliato  come  cattolico  da  Un- 
nerico  re  de'vandali  nel  4°'4j  Pei'  essersi 
opposto  all'erronee  proposizioni  de'  do- 
natisti. Morcelli,  Afr.  c/tr.  1. i. 

TUBUttBlAoTUnUttBlTA  MINO- 
RE, Tubiirbita  minor.  Sede  vescovile 
d'Africa  nella  provincia  Proconsolare,sot- 
to  la  metropoli  di  Cartagine.  Ebbe  a  ve- 
scovo Vittore,  i!  quale  non  potendo  tro- 
varsi in  persona  alla  conferenza  di  Car- 
tagine del  4'  '»  ne  fece  sottoscrivere  gli 
atti  da  Vittore  li  d'Utica.  Morcelli,  Afr. 
dir.  t.  r. 

TUBURNICA.  Seile  vescovile  dell'A- 
frica  nella  provincia  Proconsolare,  sotto 
la  metropoli  di  Cartagine.  Si  conoscono 
3  vescovi:  Preposto  vivea  al  tempo  di  s. 
Cipriano;  Enea  nel  4*  i  sottoscrisse  gli 
atti  della  conferenza  di  Cartagine;  Cve? 
scente  o  Crescenzio  sottoscrisse  la  let- 
tera che  il  concilio  proconsolare  mandò 
nel  646  a  Paolo  patriarca  di  Costanti- 
nopoli contro  i  monoteliti.  Morcelli,  Afr. 
dir.  t.i. 

TUCCA.  V.  Thucca. 

TUCUMAN.  V.  Cordova  d'America. 
Non  si  deve  confondere  con  Jucatan  e 
Menda,  due  altri  vescovati  d'  America 
nel  Yucatan.  Anzi  siccome  prima  le  No- 
tizie di  Roma  riportavano  i  vescovi  sot- 
to il  vocabolo  di  Tucwnan,  e  solo  nel 
corrente  secolo  con  quello  di  Cordova, 
conviene  che  qui  registri  i  vescovi  che 


T  UD 

nelle  medesime  sono  designali  coli. "vo- 
cabolo, onde  evitare  equivoci,  e  perchè 
non  apparisca  che  la  sede  fosse  cessata 
come  sembrava;  solo  fu  vacante  e  prov- 
veduta di  pastore  neh8o5  col  nome  di 
vescovo  di  Cordova.  Nel  i  74  »  Ferdinan- 
do de  la  Sota-y-Arambù,  vescovo  di  Tu- 
cuman  nell'Indie  occidentali  ossia  Ame- 
rica di  Spagna,  così  sono  qualificali  i  se- 
guenti. Nel  1745  Pietro  d'Argaudona  di 
s.  Giacomo  di  Chile.  Nel  1  76?.  Emanuele 
Abad  Illanadi  Valladolid.  Nel  177  1G10. 
Emanuele  Moscoso-y-Peraltadi  Voquo- 
ga  diocesi  d'  Arequipa,  traslato  da  Tri- 
corno in  partibus.  Nel  1778  fr.  Giusep- 
pe da  s.  Alberto  carmelitano  scalzo  di 
Frasno  diocesi  di  Tarragona.  Nel  1788 
Angelo  Mariano  Moscoso  d' Arequipa. 
Quindi  Tucuman  denominatasi  Cordo- 
va ,  a  quest'articolo  riportai  i  vescovi  suc- 
cessori. Però  dal  1 84  1  la  diocesi  è  vacan- 
te. Dice  1'  ultima  proposizione  concisto- 
riale deli  836:  NovaCorduba  Tucuma- 
niac  ejusdem  provinciae  civitas  in  fer- 
tili loco ,  10,000  eirciter  continet  ha- 
bitatores,  in  America  Meridionali. 

TCJDELA  (Tudelen).  Città  con  resi- 
denza vescovile  della  Spagna  nella  Na var- 
rà, a  16  leghe  da  Saragozza  e  6  da  Co- 
re!la,  sulla  sponda  destra  deli'Ebro,  che 
vi  si  varca  sopra  un  bel  ponte  di  pietra 
di  17  archi,  attribuito  a  d.  Sancio  il  Co- 
raggioso, ma  ch'è  ben  anteriore  al  regno 
di  quel  principe,  ed  al  confluente  del 
Queyles  con  questo  fiume;  all'estremità 
d'una  ubertosa  vallea.  Dell'antiche  sue 
mura,  oltre  alle  porte,  più.  non  si  vede 
niente,  né  dell'antico  suo  castello,  fuor- 
ché la  vecchia  torre  di  s.  Barbara  che  si- 
gnoreggia la  città  al  nord,  essendo  pure 
Tudela  all'  est  ed  all'ovest  dominata  da 
alture.Le  strade  sono  anguste  e  tortuose, 
tetre  é  male  insinuiate,  tranne  nel  quar- 
tiere più  moderno  di  las  Herrerias  ; 
quartiere  che  contiene  la  piazza  destinata 
alla  corsa  de'  lori,  regolarmente  fabbri- 
cata ne'suoi  4  lati.  Vi  sono  6  fontane  pub- 
bliche,belli  passeggi  ombreggiati  Iuugh.es- 


TUD 

so  il  fiume,  la  cattedrale  di  stile  gotico, 
diverse  altre  chiese  ,  case  religiose ,  due 
grandi  ospedali,  un  ospizio  d'orfanelli,  la 
scuola  di  medicina,  la  società  economi- 
ca del  bene  pubblico,  la  scuola  latina.  Pos- 
siede fàbbriche  di  sapone  molle,  di  grossi 
oggetti  di  lana,  di  tegole  e  di  mattoni,  e 
di  grandi  vasi  di  lena  chiamati  canta- 
rosj trovandovisi  pure  parecchi  torchi  da 
olio  e  un  bel  molino  da  grano  sull'Ebri). 
11  vino  del  territorio,  ch'è  il  migliore  della 
provincia,  e  l'olio  vi  formano  il  precipuo 
commercio;  traendo  la  città  pure  van- 
taggio glande  dal  traffico  che  si  fa  tra 
Pamplona  e  Saragozza.  Frequentatissime 
sono  le  due  annue  fiere,  una  dal  i .°  al  1 1 
marzo,  e  l'altra  dal  11  luglio  alio  ago- 
sto. Patria  de*  poeti  arabi  Abu  Isaac  1- 
brahim,  ed  Abdulabas  A  limitili;  di  Be- 
niamino Ben  Jouah  tli  Tndela  ,  celebre 
rabbino  e  viaggiatore  del  secolo  XIII,  il 
cui  itinerario,  scritto  in  ebraico,  fu  im- 
presso per  la  i  /volta  nel  1  543;  dell'astro- 
nomo F.  V.  di  Tornamira  signore  di  Mo- 
ra; di  G.  Arbolancha  poeta;  di  P.  Agra- 
mont-y-Zaldivar  storico;  del  capitano  D. 
J.  Berrozpeche,  ec.  I  dintorni  sommini- 
strano i  migliori  frutti  e  legumi  deìla  pro- 
vincia, ma  la  principale  ricchezza  ne  so- 
no l'olivOjdi  cui  ha  piantagioni  immense, 
e  la  vile.  Antichissima  è  l'origine  di  Tu- 
dela,  dal  poeta  Marziale  designata  sotto 
il  nome  di  Tutela,  e  sembra  che  esistes- 
se lungo  tempo  prima  de'  romani.  Al- 
cuni  autori  la  considerano  come  una  co- 
lonia fondala  da  Tubai  i.°re  di  Spagna. 
Vi  si  sono  trovate  monete  ed  altre  an- 
tichità romane.  Il  re  d'Aragona  e  di  Na- 
varrà  Alfonso  I,  l'ottenne  da'  mori  nel 
l  1  i5  per  un  trattato.  Giacomo  I  re  d'A- 
ragona quivi  ebbe  un  colloquio  con  Mar- 
gherita regina  di  Navarra,  per  conclude- 
re con  essa  un  trattato  offensivo  e  difen- 
sivo. Verso  il  1  36 1  la  regina  Bianca  di 
Castiglia,  avvelenala  da  suo  marito  Pie- 
tro il  Crudele,  fu  deposta  nella  cattedra- 
le di  Tudela.  Questa  città  un  tempo  fu 
la  più  bella  di  tutta  la  Navarra,  dive- 


TUD  i57 

nuta  poi  infelice  e  deforme,  al  dire  del- 
l'Ortiz,  dopo  che  per  comando  del  car- 
dinal Ximenes  arcivescovo  di  Toledo  e 
governatore  delle  Spagne,  nel  1  5i2  ne  fu- 
rono smantellali  i  muri,  gettata  a  terra 
la  rocca,  e  obbligata  a  prestare  giuramen- 
to di  sommissione  a  Ferdinando  V  re  di 
Spagna,  che  avea  spogliato  della  Navar- 
ra Caterina  e  Giovanni  d'Albret.  Laon- 
de, soggiunge  l'Ortiz,  di  Tudela  giusta- 
mente potè  dirsi:  Quanta  qualisque fila- 
ri t  ìpsa  mina  clocct.  Egli  ne  parla  nella 
Deserizione  del  viaggio  di  Adriano  FI 
dalla  Spagna  fino  a  Roma.  Imperoc- 
ché, mentre  il  cardinal  Florenzi  gover- 
nava le  Spagne  per  l'imperatoreCarlo  V, 
in  Roma  fu  elelto  Papa  a'g  gennaio  i  5?.2, 
e  ritenendo  il  proprio  nome  si  chiamò  A- 
d  ria  no  VI.  Partito  da  Vittoria,  ove  di- 
morava, con  l'Ortiz,  per  recarsi  a  Roma, 
nel  declinar  di  marzo,  da  Calahorra  giun- 
se a  Tudela,  ricevuto  con  allegrezze  e  so- 
lennità come  altrove,  e  andò  a  fermarsi 
nella  casa  del  decano  della  collegiata,  il 
quale  si  segnalò  sopra  tutti  gli  altri  signo- 
ri in  magnifici  trattamenti.  Pertanto  nar- 
ra l'Ortiz,  che  i  suoi  abitanti,  che  prima 
aveano  conosciuto  Tudela  bagnata  dal- 
l'ibero  o  Ebro,  bella,  illustre  e  celeber- 
rima,fremevano  nel  vederla  divenuta  de- 
forme e  non  far  quella  comparsa  al  Pa- 
pa ch'essi  avrebbero  vagheggiato.  Con- 
fessa nondimeno  che  non  uvea  perduta 
la  sua  naturale  bellezza,  mentre  da  una 
parie  la  facevano  brillare  i  torrenti  del- 
l'ibero,  e  dall'altra  le  amene  campagne 
abbellite  di  vigne  e  di  alborate  molto  ben 
coltivate.  In  Tudela «i  condusse  da  Pam- 
plona ,  con  molti  magnati  per  baciare  i 
piedi  ad  Adriano  VI.,  il  conte  di  Mirali* 
cIh  viceré  di  Navarra,  con  intenzione  pe- 
rò di  restituirsi  alla  sua  residenza  nel  gior- 
no medesimo.  Due  giorni  si  riposò  in  Tu- 
dela il  Papa,  e  indi  senza  interrompere 
il  viaggio  giunse  alla  terra  di  Mai  Ieri,  nel 
dì  segueute  in  quella  di  Pedrosa,  donde 
xvxo^xn  Saragozza,  ove  fece  solennissimo 
ingresso.  Tudela  seguendo  i  destini  della 


i  >8  TUD 

Navarra  di  Spagna,  vide  a  due  leghe  da 
essailmarescialloBesseriesducadiMonte- 
bellocon  20,000  francesi  riportare  com- 
piuta vittoria  sugli  spagnuoli,che  in  nu- 
mero di  5o,ooo  erano  comandati  dal  ge- 
nerale Castagno*,  a's3  novembre  iSott, 
e  nel  dì  seguente  entrare  nella  città.  Già 
il  Papa  Pio  V  l  eolia  bolla  Ad  universum, 
dea?  marzo  1783,  Bull.  Roni.  coni.  t.  7, 
p.  1  o5,ad  istanza  del  re  diSpagnaCarlo  III, 
avea  eretto  in  cattedrale  l'insignecollegia- 
la  di  s.  Maria  di  Tudela,  formalo  il  vesco- 
vato e  dichiaratolo  su  (fraga  neo  della  me- 
tropolilana  ili  Burgos.  Si  dice  nella  bolla 
essere  Tudela  insigne  e  aulica,  posta  in 
aria  salubre,  in  ferace  suolo,  opulenta  e 
abitata  da  12,000  anime.  Che  più  volle 
■vi  risiederono  i  re  di  Navarra  e  vi  ten- 
nero le  assemblee  generali.  Avere  sotto  di 
se  altri  7  luoghi  ,  con  26,000   abitanti. 
Possedere  8  conventi  di  religiosi,  4  mo" 
nastèi  i  di  monache,  3  parrocchie,  la  co- 
spicua collegiata  di  s.  Maria,  ampia,  ma- 
gnifica ed  elegante,  a  3  navi  olire  la  ero- 
cera  ed  il  coro  con  !  00  stalli,  fondata  da' 
re  di  Navarra  con  capitolo  composto  delle 
dignità  del  decano,  tesoriere  ,  cantore  e 
scolastico, di  1  7  canonici  comprese  le  pre- 
bende del  teologo  e  penitenziere,  di  3  sot- 
to-cantori e  di  4°  cappellani.  Il  decano 
1.*  dignità  godeva  le  insegne  della  mitra 
e  del  bacolo,  con  giurisdizione  quasi  e- 
piscopale  e  nullius)i:h.e  il  Papa  tolse  nel- 
l'istituzione del  vescovo,  sottraendo  il  ter- 
ritorio col  quale  compose  la  diocesi,  dal 
vescovo  di  Tarazona.  Avea  inoltre  di- 
versi stabilimenti,  l'ospedale,  l'ospizio  pe' 
trovatelli  e  Olfatti, e*|  il  magnifico  ospi- 
zio pe'  pellegrini.  Pio  VI  nel  concistoro 
de'  2  5  giugno  1784  dichiarò i.°  vescovo 
di  Tudela  Francesco  Raimondo  de  La- 
rumbe,  di  Lumbier  diocesi  di  Pamplo- 
na;  e  nel  1797  nominò  Simone  de  Casa- 
biella  di  Jaea.  Pio  VII  nel  concistoro  de* 
20  marzo  1  819  preconizzò  vescovo  Rai- 
mondo M/ de  Axpeytia  Saint,  di  Tore- 
cilla  diocesi  di  Cala  borra. Dal  i844'acuo" 
cesi  essendo  priva  del  suo  pastore,  il  Pa- 


T  U  O 

pa  Pio  IX  a'<)  settembre  1  85 1,  pel  con- 
cordato concluso  con  Isabella  regina  di 
Spagna  (/  .),  uni  Tudela  alla  sede  ve- 
scovile di  Pamplona  (/ ".),  aeque  prìw- 
a  pali  ter t  facendole  ambedue  sull'raganee 
della  metropoli  di  Compostella.  Il  capi- 
tolo di  Tudela  lo  formò  di  16  capitolari 
e  di  12  beneficiati,  con  (pianto  altro  ri- 
portai nel  citalo  articolo. 

TUDESCO  oTUDl SCO  Nicolò,  Car- 
di/tuie. Vedi  il  voi.  IV,  p.  164  ei65. 

TUFICO,  Tufìcum.C\U{\  vescovile  an- 
tica del  Piceno  non  più  esistente,  di  cui 
scrisse  il  Col  ucci,  Antichità  Picene  t.  2, 
p.  207:  Dell'aulica  cilici  di  Tufico. Un 
tempo  appartenne  agli  umbri,  sebbene  le 
sue  rovinee  il  sito  ove  sorgeva  ora  si  com- 
prendono nella  Marca  d'Ancona.  Plinio 
seniore  tra' popoli  antichi  dell'Umbria, 
fra'trebiesi  e  i  li  ber  nati  colloca  i  tufica- 
ni;  e  Tolomeo  fa  menzione  della  citlà  di 
Tiificum,  fra  quelle  degli  olumbri,il  che 
viene  confermato  dalle  lapidi  prodotte  e 
illustrate  da  Colucci.  Fra  le  città  di  fila- 
telica e  di  Fabriano  (^r.),  io  una  pianu- 
ra del  territorio  d'  Albacina,  castello  di 
F.abriano  (nel  quale  articolo  ne  parlai), 
lungo  le  sponde  del  fiume  Giano,  ed  un 
miglio  dal  castello,  2  dalle  rovine  d'At- 
tidio  e  4  da  Fabriano,  appariscono  chia- 
rissimi indizi  d'un'autica  città  ivi  distrut- 
ta, che  Colucci  crede  di  Tufico,  fissando- 
ne il  sito  ove  si  scavarono  le  lapidi  col  suo 
nome  scolpito;  altre  essendo  quelle  di  Ca- 
ni mena  fiammica  della  dea  Ferocia  di 
Settempeda  benemerita  di  Tufico,  e  di  L. 
Mu^azio  protettore  del  municipio  Tufi- 
canoe  d' A  Itidio  e  Copra  Montana.  Si  con- 
ferma Colucci  nella  sua  opinione,  quanto 
all'ubicazione  di  Tufico,  per  avere  il  p. 
MauroSa v\.\,De Episcopis  Eugubin.  cap. 
G,  §  4)  chiamato  gì'  indizi  del  territorio 
d'  Albacina,  raderà  non  coutemnenda. 
Altri  crederono  che  Tufico  fosse  dov'è  ora 
la  Fratta,  tra  Tiferno,  Gubbio  e  Peru- 
gia, sulle  sponde  del  Tevere,  come  il  Oli- 
verio ;  altri  lo  collocò  nelle  vicinanze  di 
Iloccacontrada  :  il  Colucci  ne  confuta  le 


T  U  F 

obbiezioni.  Le  lapidi  concorrono  n  prò 
vare  chefn  un  municipio  degli  antichi  ro- 
mani, e  fors'anche  colonia.  Sottomessi  i 
piceni  dall'armi  romane  nel  fòS  di  Ro- 
ma, nel  consolato  di  D.  Giunio  e  di  M. 
Fabio,sembrache  i  tuficani  restassero  per 
qualche  tempo  in  istato  di  prefettura,  e 
quindi  i  romanidonarono  loro  il  privile- 
gio di  colonia  o  di  municipio,  probabil- 
mente colla  corrisposta  d'annuo  canone 
o  tributo.  Come  tutte  le  altre  colonie  e 
municipii  deve  essersi  regolalo  il  gover- 
no politico  di  Tu  fico,  essendo  la  sua  re- 
pubblica divisa  in  decurioni  e  plebe,  ed 
i  suoi  magistrati  di  primo  ordine  furono 
i  duumviri.  Protettore  e  quatuorviro  j'u- 
rìdicundo  fu  il  detto  patrono  Musazio  , 
come  rilevasi  dalla  lapide;  da  altra  tro- 
vata parimenti  tra  le  rovine  di  Tufico, 
ricavandosi  che  lo  fu  pure  L.  Tifanio  Mar- 
cello: da  una  3/  lapide  apparisce  il  ma- 
gistrato de'duumviri  principale  di  Tufi- 
co.  Sebbene  Colueci  non  crede  che  Tu- 
fico fosse  una  delle  primarie  città  dell'Um- 
bria ,  nondimeno  conviene  che  non  le 
mancarono  i  diritti  ch'ebbero  tutte  le  al- 
tre, e  quello  pure  di  dare  il  voto  ne'ro- 
mani  comizi,  essendo  i  suoi  cittadini  a- 
sci  itti  alla  tribù  Ofentina  o  Ufentina,  così 
detta  dal  fiume  Ufens  vicino  a  Terraci- 
na  ove  esisteva.  I  tuficani  adorarono  la 
dea  Cerere,  come  si  argomenta  da  una 
lapide  esistente  in  Cerreto  ,  castello  che 
alcuni  credono  originato  da  un  tempio  e- 
retto  alla  dea  da'tuficani,  lungi  da  esso 
2  miglia,  e  per  l'analogia  del  nome  di  Ce- 
rere con  quello  di  Cerreto,  che  così  sa- 
rebbe stato  un  pago  dell'antico  Tufico. 
Venerarono  i  tuficani  anche  la  dea  Ve- 
nere,cui  eresse  i\n  tempio  C. Cesio  in  Tufi- 
co, protettore  del  municipio,  e  soprinten- 
dente alle  pubbliche  vie  e  ponti  dell'Um- 
bria non  meno  che  del  Piceno,  costituito 
dall'imperatore  Autonino,  ed  al  quale  i 
propri  liberti  eressero  una  lapide  per  be- 
nefìcii  ricevuti;  altra  lapide  celebrando  le 
cariche  militari  sostenute  da  C.  Cesio,  e 
i  doni  ricevuti  pel  suo  valore.  Ebbero  gli 


.     TUF  1 59 

antichi  tuficani  i  sacerdoti  e  altri  mini- 
stri, destinati  al  culto  denominati  numi, 
ed  alcuni  credono  che  vi  fosse  pure  la  Fia- 
mmica sacerdotessa,  e  che  di  C.  Cesio  si 
ha  indizio  del  suo  pontificato  perpetuo 
municipale  di  Tufico,  mentre  L.  Musa- 
zio  fu  ancora  pontefice  e  augure.  Quanto 
ai  cristianesimo  introdotto  in  Tufico,  la- 
sciando le  questioni  del  tempo  in  cui  fu 
promulgato  nel  Piceno  e  nelle  contigue 
città  dell'Umbria,  certo  è  che  dopo  la  con- 
versione di  Costantino  I,  ne  venne  la  pa- 
ce allaChiesa  e  il  notabile  incremento  del- 
le sedi  vescovili,  per  le  città  non  solo,  ma 
eziandio  per  gli  altri  luoghi  e  in  sì  gran 
numero  di  vescovi,  che  fu  d'uopo  faine 
limitazione  in  un  conedio.  Le  città  con- 
vicine a  Tufico  e  della  sua  medesima  con- 
dizione, non  si  dubita  che  avessero  il  pro- 
prio vescovo,  come  Matetica  ,  Tadino, 
Cìngoli,  e  Settempeda  ora  s.  Severino. 
Non  è  dunque  strano  il  congetturare  che 
1'  avesse  altresì  la  città  di  Tufico,  come 
lo  crede  il  dotto  e  citato  p.  Sarti,  dicen- 
do. Ncque  vero  dubium  est,  quin  plures 
cattiate*  cathedra  oliai  episcopali  orna- 
tae  fuerint,  quarum  nulla  mine  memo- 
ria extat,  earum  monumentis  deper- 
di tis.  Ex eo  numero  Tuficumfuisse  cen- 
seo,cujus  rudera  non  condanne nda  ap- 
par  cut  prope  Albacìnam  in  agro  Fa- 
brianensi,  secus  Acsim  fluviwn,  cufus 
ego  cìvitatis  Episcopum  fuisse  suspicor 
s.  Venantium  Albacinensem  patronwn , 
cujus  corpus  in  principe  ecclesia  ejus  ca- 
stri jacere  intelliginius  ex  hac  epigra- 
phe.  La  distruzione  di  Tnficosi  ripete  dal- 
l' armi  del  furioso  Alarico  re  de'goti ,  il 
cpiale  nel  recarsi  a  Pvoma  nel  4^3,  atter- 
rò mollecittà  e  castella  che  trovò  per  via, 
col  ferro  e  col  fuoco.  Non  è  certo  che  Tu- 
fico fosse  distrutta  in  quell'epoca,  ma  cer- 
tamente sarà  restata  malconcia,  e  poi  ri- 
finita da  altri  barbari.  Dalla  sua  caduta 
e  da  quella  di  Attidio  riconobbe  Fabria- 
no il  suo  ingrandimento,  e  riconobbero 
la  loro  origine  alcuni  de'castelli  di  quel 
distretto,  se  pure  non  si  vuole  ritenere, 


iGo  TUG 

ch'essi  sieno  nella  mnggior  parte  succe- 
iluti  agli  antichi  pagi  e  vici  ili  Tufico,  con- 
tro cui  il  furore  de' barbari  non  poteva 
gran  fililo  inveire.  Nel  riportare  quindi  il 
Col  ucci  le  Rì//csm'o i ù  storico-  topografi- 
clie-georgiche-orittologichc  sopra  Pie- 
rosa r a  castello  di  Fabriano,  dell'oli  ve- 
lano p.  ci.  Giorgio  Benedeltoni, compresa 
nel  territorio  di  Tufico,  si  leggono  altre 
notizie  di  qualche  monumento  dell'  ab- 
battute grandezze  tuficane,  colle  notizie 
della  badia  di  s.  Vittore.  Il  Turchi,  De. 
Eeelesiae  Camerinensis  Ponti ficibus  , 
tratta  di  Tuffìcum  comecliè  un  tempo  ap- 
partenente alla  diocesi  di  Carnei  ino,  dal* 
Ja  quale  fu  smembrata  la  parrocchia  per 
formare  quella  di  Fabriano  ,  e  ragiona 
principalmente  di  sua  distruzione.  Que- 
sta avvenuta,  gli  abitanti  che  si  rifugia» 
rono  in  Albacina,  vi  portarono  anche  il 
corpo  di  s.  Venanzio  vescovo,  che  tutto- 
ra riposa  nella  chiesa,del  quale  più  volte 
se  ne  perde  la  memoria  e  poi  si  rinven- 
ne, e  per  ultimo  neli823.  Ma  se  questo 
s.  Venanzio  sia  il  corpo  d'un  santo  vesco- 
vo africano o  di  Limi,  o  martire,  ne  trat- 
ta il  Turchi,  come  di  sue  invenzioni. 

TUGDUALO  (s.),  vescovo.  Ebbe  a  pa- 
tria la  Gran  Bretagna,  e  passato  nell'Ai'* 
inorico,  fondò  nella  contea  di  Leone  un 
monastero,  che  fu  poi  conosciuto  sotto  il 
nome  di  Lan-Pabu,  ed  in  appresso  fon- 
dò quello  di  Trecor,  che  non  guari  do- 
po fu  eretto  in  vescovato,  e  prese  quin- 
di il  nome  di  Treguier.  Di  concerto  con 
Childeberlo  re  di  Parigi,  fu  eletto  circa 
il  532  s.  Tugdualo  per  governarlo.  Que- 
sto santo  vescovo  si  tirò  addosso  col  suo 
zelo  la  persecuzione  de'malvagi,  e  morì  il 
3  novembre  circa  il  553.  Sotiovi  in  Fran- 
cia varie  chiese  a  lui  intitolate;  ed  è  spe- 
cialmente onorato  nella  Bretagna,  a  La- 
vai ed  a  Chartres.  I  bretoni  Io  chiamano 
volgarmente  s.  Pabutt  che  significa  Pa- 
pa ,  titolo  che  a  quel  tempo  non  era  e- 
sclusivo  del  sommo  Pontefice;  e  i  bretoni 
lo  dierono  a  s.  Tugdualo.  per  esprimere 
la  venerazione  ch'essi  aveano  per  la  sua 


T  UL 

virtìi.  La  sua  festa  si  celebra  il  3o  no- 
vembre. 

TUIN,  TEVIN,TlIEVINoTIlUIN. 

Città  patriarcale  dell'Armenia  maggiore, 
antichissima  e  rinomata,  nella  provincia 
d'Acalziche,  ove  più.  volte  risiederono  i 
re  del  Regno  d Armenia,  e  vi  furono  ce- 
lebrati diversi  concilii  nazionali. Dopo  che 
nel  45'  fa  celebrato  il  concilio  generale 
di  Calcedonia,  il  quale  condannò  gli  er- 
rori degli  Eutichianì  e  de'  Dio8Coranit 
gli  armeni  nel  conciliabolo  di  Tuin  si  se- 
pararono dalla  chiesa  greca,  allora  orto- 
dossa, e  perciò  unita  alla  latina.  Non  po- 
tendo più  i  patriarchi  del  Patriarcato 
armeno  (V.)  dimorare  pacificamente  in 
Ezmiazin  o  Ecimiazin  (f.),  fin  a  quel- 
l'epoca sede  di  essi,  la  trasferirono  nel 
452  in  Tuin  capitale  in  quel  tempo  del 
reame.  Nel  552  il  patriarca  Mosè  adunò 
in  Tuin  un  concilio,  nel  quale  stabilì  l'E- 
ra degli  Armeni  (/  .).  1  patriarchi  sci- 
smatici rimasero  in  Tuin  sino  al  924,111 
cui  la  città  venne  occupata  da'turchi. 

TULLE  (Tutelai).  Città  con  residen- 
za vescovile  di  Francia  nella  Guascogna, 
capoluogo  del  dipartimento  della  Corrè- 
ze,  di  circondario  e  di  due  cantoni,  a  16 
leghe  da  Limoges,i4  da  Aurillac  eio4 
da  Parigi,  in  paese  montuoso  e  pieno  di 
precipizi,  al  confluente  della  Conèze  e 
della  Solane,  in  ottimo  cielo  e  alle  radici 
d'un  colle.  Sede  de'tribuuali  dii/  istan- 
za e  di  commercio,cou  conservazione  del- 
l'ipoteche, direzione  di  demani, delle  con- 
tribuzioni dirette  e  indirette,  di  società 
d'agricoltura.  Fabbricata  parte  sul  fian- 
co e  parte  a  pie  del  monte,  parecchie  tra 
le  sue  vie  sono  addossate  a  balze  e  poggi 
scoscesi,  il  che  ne  rende  l'aspetto  alquanto 
ingrato  e  difficile  la  circolazione.  Le  case 
in  generale  vi  sono  antiche,  essendo  i  prin- 
cipali edifizi  il  palazzo  della  prefettura, 
le  carceri,  la  sala  pegli  spettacoli,  la  cat- 
tedrale di  mista  struttura  e  ani  pia.  Dessa  è 
sotto  l'invocazione  dis.  Mai  tino  di  Tours, 
con  battisterio  e  cura  d'anime  ammini- 
strata dal  canonico  arciprete,  coadiuvalo 


TU  L 

da  3  vicari.  Il  capitolo  si  compone  di  9 
canonici,  senza  alcuna  dignità,  fra'quali 
è  il  teologo,  oltre  diversi  canonici  ono- 
rari, non  che  altri  preti,  ed  i  pueri  de 
choro  per  l'ufficiatura.  L'episcopio  assai 
vasto  e  decente,  none  molto  distante  dal- 
la cattedrale.  Fra  le  chiese,  due  sono  par- 
rocchiali col  s.  fonte.  Vi  sono  tre  mona- 
sieri  di  religiose,  i  fratelli  delle  scuole  cri- 
stiane, alcune  confraternite,  l'ospedale: 
le  Or  soline  (F.)  quivi  fondarono  ne'pri- 
mi  del  secolo  XVII  una  congregazione, 
che  prese  il  nome  di  Congregazione  del- 
l'Orsoline  di  Tulle.  A'22  giugno  1 85 f 
1'  odierno  vescovo  pose  solennemente  la 
i.a  pietra  alle  fondamenta  del  gran  se- 
minario, coli'  assistenza  di  tutte  le  au- 
torità della  città.  Vi  è  pure  un  ospizio, 
parte  del  quale  è  assegnato  pe'  pazzi  ,  il 
collegio  comunale,  già  de'gesuili,  con  ga- 
binetto di  fisica  e  corso  di  geometria  e 
meccanica  applicata  alle  arti,  la  bibliote- 
ca con  circa  3ooo  volumi,  bei  bagni,  a- 
meno  passeggio  pubblico  ;  fabbriche  di 
carte  da  giuoco,  di  candele,  di  cappelli, 
di  chioderia,  di  stoffe  comuni  di  lana.d'o- 
lio  di  noce,  di  liquori  e  concie  di  pelli.  Il 
governo  vi  stabilì  una  manifattura  d'ar- 
mi da  fuoco,  con  varie  annesse,  tra  cui  le 
principali  sono  a  Souillac  ,  Laguenne  e 
Treignac  ;  ed  i  suoi  prodotti  d'  armi  da 
guerra  e  di  lusso  non  la  cedono  in  bel- 
lezza ne  in  bontà  alle  altre  manifatture 
di  questo  genere,  ed  ultimamente  dava- 
no più  dii2,5oo  armi  all'anno:  i  ferri 
provengono  dalle  fucine  di  la  Grénière 
nella  Dordogna,  gli  acciai  dall'  usina  di 
la  Derardière,  presso  s.  Etienne;  i  legni 
di  noce  per  le  casse,  da'dipartimenti  del 
Lot  e  dellaCon  èze,ed  il  carbon  fossile  dal- 
la ricca  miniera  di  LaPlan  pure  nellaCor- 
rèze.Questa  città  situata  fra  3  strade  mae- 
stre, fa  un  traffico  considerabile  in  pro- 
dotti delle  sue  fabbriche,  ed  in  lana,  olio 
di  noci, liquori  e  acqua  di  noce  pregiati, 
tenendo  12  fiere  l'anno,  una  delle  quali 
ne' primi  3  giorni  di  giugno,  e  rinoma- 
tissima soprattutto  pe'cavalli.  Patria  del 

VOL.  LXXXl. 


TUL  i6r 

giureconsulto  ed  eruditissimo  Stefano  Ba- 
Juzio,  per  lui  abbiamo  tra  le  sue  opere,Z/t- 
sloriae  Tulelensis,  Parisiis  1  7  1  7.  Tra  gli 
altri  illustri,  ricordo  il  diplomatico  Mel- 
lon. Tulle  o  TuWe^Tulelao  Tutelici,  tal- 
volta dal  nome  latino diToul, Tu/Zen, 7W* 
luniy  con  quella  fu  confusa.  Sembra  che 
questa  città  debba  la  sua  origine  all'an- 
tica abbazia  de' benedettini,  fondata  nel 
VII  secolo  sotto  il  nome  di  s.  Martino, 
distrutta  da'normanni  nel  IX  secolo,  ri- 
stabilita nel  X  e  poi  eretta  in  cattedrale. 
Tuttavia  parecchi  antiquari  pretendono 
che  Tulle  debba  il  suo  incremento  alla  di- 
struzione d'una  citta  più  antica,  che  ha 
esistito  ad  una  lega  e  un  4-°  da  Tulle,  al 
casale  di  Tintignac,  e  che  Baluzio  crede 
l'antica  Ratiastumdì  Tolomeo;  molto  pe- 
so dando  a  questa  opinione  gli  avanzi  d'un 
grande  anfiteatro  che  vi  si  vede  ancora, 
e  le  urne,  i  vasi  antichi  e  teste  di  marmo 
che  vi  si  sono  scoperti.  Tulle  fu  1'  anti- 
ca capitale  di  quella  parte  del  Limosino 
che  estendesi  verso  il  mezzodì  ed  ilQuer- 
cy  a  sinistra  del  fiume  Verzère,  e  chia- 
mata Basso  Limosino.  Nel  55o  vi  fu  te- 
nuto un  concilio  sulla  disciplina  ecclesia- 
stica, di  cui  trattano  Reg.  t.  1  1,  Labbé 
t.  5,  Arduino  t.  2.  Nel  1 685  fu  presa  da- 
gli eretici,  e  molto  ne  soffrì.  Di  sua  chiesa 
e  de' vescovi  ne  ragionano  e  ci  dierono  la 
serie,  il  Chenu,  Archiepiscoporum  et  E- 
pùcoporum  Galli  e  :  Series  Episcopo- 
rum  Tutellensìs  Ecclesiale  p.  339;  e  la 
Gallìa  Christiana  2."  ediz.  :  Tutellen- 
sìs Episcopi*.  La  fede  cristiana  vi  fu  pro- 
mulgata da  s.  Marziale,  uno  de'72  disce- 
poli di  Cristo,  inviato  da  Roma  nell'A- 
quitania  da  s.  Pietro,  per  la  conversione 
di  que'popoli,  in  compagnia  di  Aurelia- 
no e  di  Austricli  viano.  Giunto  s.  Marziale 
ad  oppidum  Tullum  seti  Tute l latti  ne' 
confini  del  Limosino,  ov'era  un  castello 
minutissimo  del  principe  Nerva  cognato 
dell'imperatore  Nerone,  e  del  quale  ri- 
mangono memorie;  ivi  operò  strepitosi 
miracoli,  fra'quali  risuscitò  il  figlio  del 
principe,  e  liberò  dal  demonio  la  figlia 
1 1 


162  TUL 

dell'ospite  Arnolfo,  per  cui  tosto  si  con- 
vertirono 4ooo  uomini  e  vennero  battez- 
zati ,  nello  stesso  luogo  fondendoli  unti 
chiesa,  altre  erigendosi  nelle  regioni  con- 
vicine a  poco  a  poco  che  s.  Marnale  dif- 
fondeva colla  sua  predica/ione  P  evange- 
lo.  In  seguilo  h\  eretta  e  dotata  in  Tul- 
le l'abbazia  benedettina  in  onore  di  s. 
Martino  vescovo  di  Tours,  dal  duca  d'A- 
quitania,e  beneficata  da  Ademaro  ingle 
se  visconte  Seal  ri  rum.  Vi  furono  costi- 
tuiti 12  monaci  con  l'abbate,  e  per  la  vec- 
chiezza rovinando  il  monastero  e  la  chie- 
sa, furono  riedificati  neh  io3  dal  viscon- 
te Bernardo  e  in  tempo  dell'abbate  Gu- 
glielmo; e  vieppiù  l'abbazia  divenne  ce- 
lebre e  visitata  da'principi,  per  l'osser- 
vanza e  virtù  de'monaci.  Oltre  Piani  re 
di  Francia,  furono  larghi  di  possessioni 
e  privilegi  diversi  re  delle  Spagne,  l'ab- 
bate divenendo  signore  temporale  della 
città  e  suburbii  et*i  mei  o  e  misto  impe- 
lo, ascendendo  le  sue  rendite  annue  al- 
meno ad  oelogiiila,  millium  librarum 
tt/ronensium.  I  monaci  aumentatisi  no- 
tabilmente giunsero  al  numero  eli  100,  e 
molti  fiorirono  in  santità  di  vita,  indot- 
trina e  in  altre  virtù,  non  che  elevali  alle 
dignità  vescovile  e  cardinalizia,  fra'quali 
il  celebre  Umberto  vescovo  suburbicario 
di  Selva  Candida  creato  da  s.  Leone  IX, 
ed  Ugo  Roger  creato  dal  fratello  Clemen- 
te VI.  Nel  i  3  i  8  Papa  Giovanni  XXII  e- 
resse  la  chiesa  abbaziale  in  cattedrale,  la 
città  in  sede  vescovile,  e  per  diocesi  le  as- 
segnò le  parrocchie  ili  quella  di  Limoges, 
ina  appartenenti  all'abbazia.  Stabilì  al  ve- 
scovo per  mensa  i  2,000  lire  annue, lo  tas- 
sò di  1400  fiorini  perle  bolle, e  lo  dichia- 
rò suffrnganeo  della  metropoli  di  Bour- 
gcs,e  lo  è  tuttora. Il  capitolo  restò  regolare 
sotto  un  priore  claustrale  fino  al  1  5 1 4> 
in  cui  Leone  X  lo  secolarizzò,  forman- 
dosi il  nuovo  capitolo  di  4  dignità  edi  1  2 
canonici;  il  decano  era  elettivo,  e  le  altre 
cariche  si  nominavano  dal  vescovo.  1  ve- 
scovi di  Tulle,  successori  degli  abbati,  fu- 
rono insigniti  del  titolo  di  visconti  diTuI- 


T  D  L 

le.GiovanniXXIl  nello  slesso  1  3  1  Sfece  1 ." 
vescovoArnaldoo  Arnoldo  ultimo  abbate 
dell'abbazia  di  s.  Martino  di  Tullcs  ,  il 
r.Mtale  pubblicò  varie  ordinanze  sinodali 
nel  i324  e  morì  neh  334-  Suo  successo- 
le fu  fr.  Arnaldo  di  Clermonl  france- 
scano, che  neh  336  intervenne  al  sino- 
do nazionale  di  Bourges.  Verso  il  i35o 
lo  divenne  Lorenzo  de  Beare,  che  fon- 
dò nella  cattedrale  una  vicarìa  chiama- 
ta de  Boi  me,  e  dopo  la  sua  morte  nel 
i3fìo  [u  nominato  vescovo  il  suddetto 
cardinal  Ugo  Roger  (/  '.),  ma  non  prese 
possesso.  Nel  1  37  1  sedeva  il  cardinal  Gio- 
vanni Fabri  (/'".)  consanguineo  di  Gre- 
gorio XI;  indi  il  cardinal  Bertrando  Co~ 
//neh  o  Cosimeli  (1  .),  poi  arcivescovo  di 
Bourges.  Nel  1  38o  Pietro  de  Cosnac  fino 
ah  396;  Bertrando  Botinando  di  s.  Ger- 
mano presso  Pierre  Buflìere  limosino,  nel 
i4«4  '(Jg°  aHfl  sua  chiesa  le  decime  di  s. 
Ilario  de  Floissac,  per  dote  d'un  anniver- 
sario perpetuo.  Nel  «4^3  Bertrando  di 
Malmonle;  neh  428  Giovanni  de  Closis 
o  Cluys;  nel  i45  1  Ugo  de  Albuconio  della 
nobile  famiglia  d'Albusson,  poi  Feulia- 
denel  L  imosino.Neh  469  Lodovico  d' Al- 
buconio della  stessa  famiglia.  Nel  i^.'Ji 
Dionisio  de  Barro  o  de  Bar  della  casa 
Baugy  nel  Berry,  non  ostante  l'appella- 
zione de'monaci,  per  aver  eletlo'a  vesco- 
vo F.  Geraldo  di  Malmonte  cellerariodel- 
la  chiesa:  fu  fatto  ancora  vescovo  di  s.Pa- 
rpoul.Neh48i  gli  successe  il  nipote  di  Ber- 
trando di  Malmonle,  Gilberto  de  Chain- 
bora  no  abbate  di  s.  Martino  de  Massaio 
nelP  arcidiocesi  di  Bourges  ,  e  preposto 
coni  in  enfiata  rio  de)  priora  lo  di  Navis  dio- 
cesi di  Tulle  e  dipendente  dalla  cattedra- 
le, nella  quale  fondò  una  quotidiana  mes- 
sa cantata  in  onore  della  B.  Vergine.  Nel 
i5oo  da  s.  Papoul  vi  fu  trasferito  Cle- 
mente di  Bi  ilhaco,  della  nobile  famiglia 
d'  Argy  dell'ai cidiocesi  di  Bourges.  Nel 
1  5i  7  Francesco  de  Levi  de'nobili  de  Ven* 
tadour  del  Limosino, duchi  e  pari  di  Fran- 
cia, un  antenato  del  quale,  Bernardo  de 
Ventadour,  era  slato  abbate  benemerito 


TUL      < 
di  Tulle  nel  1 23  r.  Nel  i  535  Giacomo  A- 
niellili,  cui  successe  neh54o  Pietro  Ca- 
stellane di  Limoges  dottissimo,  elemosi- 
niere e  prefetto  della   biblioteca   del  re 
Francesco  I,  poi  nel  i  54-5  traslato  a  Ma- 
con e  indi  a  Orleans.  In  detto  anno  Fian- 
cesco  Falconi  o  de  Faulcondi  Montepul- 
ciano nobile  fiorentino,  già  canonico  della 
s.  Cappella  di  Parigi,  ed  abbate  di  s.  Gio- 
vanni di  Sens  edis.  Pietro  d'Altivilla  di 
Reims;  indi  neli55o  passò  ad  Orleans  e 
poscia  a  Macon  e  Carcassona.  Neil  553 
Giovanni  de  Fonsequesde'baroni  di  Sur- 
geres;  nel  i  56o  Lodovico  de  Genoilhac 
de'visconti  di  Vailbac,  abbate  di  s.  Ro- 
mano di  Bordeaux,  intervenne  al  conci- 
lio di  Trento,  e  morì  neh  583  in  Bor- 
deaux di  cui  era  divenuto  arcivescovo.  Gli 
successe  il  nipote  Flotardo  de  Genoilhac 
e  governò  due  anni.  Antonio  de  la  Tour 
decano  di  Tulle,  sedè  i  o  anni  e  fu  sepolto 
nella  chiesa  di  Rupisamalore.  Nel   i  5gcj 
Giovanni  de  Genoilhac/mtervenne  all'iis- 
semblea  del  clero  in  Parigi  nel  16  i  4,  che 
lo  deputò  legato  a  tutto  il  clero  della  pro- 
vincia inferiore  del  Limosino.  A  suo  tem- 
po si  fondarono   il  monastero  suburbano 
delie   monache  scalze  di  s.  Chiara   della 
stretta  osservanza  di  s.Franeesco,che  pro- 
fessarono nel  i6i3;il  monastero  di  s.  Ber- 
nardo de'monaci  Rigiranti  cisterciensi  nel 
i6i5,  fra'quali  prese  la  cocolla  Carlo  de 
la  Fagerdie  teologo  della  chiesa  di  Tulle, 
che  dispose  a  favore  della  cattedrale  an- 
nue rendite  pel  canto  delle  litanie  in  ono- 
re della  B.  Vergine  una  volta  la  settima- 
na, e  nelle  vigilie  e  feste  della  medesima; 
il  monastero  delle  monache  di  s.  Orsola 
nel  i  6 1  8,  che  nel  1620  si  costituirono  in 
congregazione.  Per  gli  altri  vescovi,  fino 
ad  Andrea  Daniele  di  Beaupoil  di  Saint- 
Aula  ire,  nominato  neh  702,  si  può  vede- 
re la  ricordata  Gallio.  Christiana.  Nelle 
Notìzie  di  Roma  sono  registrati  i  seguen- 
ti.Nel  1  ^4  'Francesco  deBeaumont  d'Ari* 
tichatnps  di  Valenza.  Nel   1762    Enrico 
Giuseppe  Claudio  de  Bourdeilles  di  Trai- 
nediocesidi  Saintes.  Neh  764  Carlo  Giù* 


TUN  i63 

seppe  Mario  de  RafaelisdeSaint-Sauveur 
di  Parinian  diocesi  d'Orange.  Restata  va- 
cante la  sede  nel  1791,  fu  soppressa  da 
Pio  VII  nel  concordato  con  Francia  nel 
180  1.  Indi  ad  istanza  del  re  Luigi  XVIII, 
lo  slesso   Papa  la   ristabilì   colla   lettera 
Commissa  divinitus}  de'27  luglio  1 8  1  7, 
Bull.  Rom.  cont.,  t.  14,  p.  369,  disgiun- 
gendola da  Limoges.  Poscia  col  breve  Tn- 
ter  Ecclesia*,  de'  27   settembre  1822, 
Bull.  cit.  t.  i5,  p.  572,  deputò  tempo- 
raneo amministratore  della  chiesa  di  Tul- 
le, mg.r  Gio.  Paolo  Gaston  de  Pins,  che 
nello  stesso  giorno  dichiarò  vescovo  di 
Limoges.  Finalmente  Pio  VII  concesse  a 
Tulle  il  proprio  vescovo  nel   182 3,  con 
preconizzale  nel  concistoro  de* io  marzo 
Claudio  GiuseppeGiuditta  Francesco  Sa- 
verio de  Sagey,  di  Ornans  diocesi  di  Be- 
sancon,  già  vescovo  di  s.  Claude,  il  quale 
poi  rinunziò  nel  1 824)  e  f'u  dctlo  cano- 
nico di  s.  Dionisio:  nel  breve  tempo  che 
questo  prelato  governò  la  chiesa,  le  rese 
segnalati  servigi.  Leone  XII  a'21  marzo 
1  825  dichiarò  vescovo  Agostino  de  Mai- 
Ihet,  del  castello  di  Vachers  diocesi  diLe- 
Puy  ,  e  già  vicario  generale  del  vescovo 
diLe-Puy.  Per  sua  morte,  Gregorio  XVI 
nel  concistoro  de*22  luglio  1842  preco- 
nizzò l'attuale  vescovo  mg.r  Gio.  Batti- 
sta Leonardo  Berteaud  di  Limoges,  ze- 
lante predicatore,  professore  di  filosofia 
nel  seminario  Doratense,  canonico  teolo- 
go della  cattedra 'e  di  Limoges,  encomian- 
dolo nella  proposizione  concistoriale,  per 
prudenza, dottrina  e  buona  morale.  Ogni 
nuovo  vescovo  è  lassato  ne'libri  della  ca- 
mera apostolica  in  fiorini  370.  Dioecesis 
in  longum  et  largurn  protendi  tur  ad 'leu- 
cas  vigintiquinquey  coni prehenditq ite  to- 
tani provi  nei am  Amnis  Corresii%  acplu- 
ra  loca. 

TCJLUJAS. Luogo  del  R.ossiglione,pro- 
vincia  di  Francia,  nel  dipartimento  de' 
Pirenei  orientali,  nelio4i  o  neh  o45  vi 
fu  tenuto  un  concilio,  Concilium  Tulli- 
gense  o  Tulugiense ,  e  vi  fu  stabilita  la 
Tregua  diDio{  V).  Ga  Ili  a  dir.  t.  6,p.  34. 


164  TDN 

TUNICA,  r.  Tonaca. 

TUNICA  INCONSUTILEDIGESU' 
CRISTO.  V.  Tonaca  Inconsutile. 

TUNICELLA.  V.  Tonacella  o  Toni- 
cella.  Ne'tenipi  di  Digiuno,?,  principal- 
mente ne'lempidelPyA'i'<7/loedella  Qua- 
resima, eccettualo  ne\i.°  la  festa  dell'Im- 
macolata Concezione  e  la  3."  Domenica 
detta  Gaudete,e  nel  2.0  la  festa  dell'An- 
nunziata e  la  4«"  Domenica  detta  Lae- 
tare,  il  diacono  e  il  suddiacono  in  vece 
delle  tunicelle  vestono  le  pianete  piegate 
dinanzi  al  petto.  Il  Suddiacono  per  leg- 
gere P  Epistola  si  leva  la  Pianeta  pie- 
gata, restando  col  Camice  cinto  dal  Cin- 
golo e  il  Manipolo j  dopo  tale  lettura  e 
dopo  aver  bacialo  la  mano  al  celebrante, 
riassume  la  detta  pianeta  e  la  ritiene  sem- 
pre. Il  Diacono  prima  di  prendere  il  Mes- 
sale per  leggere  P  Evangelo,  depone  la 
Pianeta  piegata  e  prende  lo  stolone  che 
ritiene  sino  a  dopo  la  consumazione  delle 
specie  sacramentali  che  si  fa  dal  celebran- 
te, e  dopo  voltato  il  messale  riprende  al- 
lora la  pianeta  piegata.  Dunque  il  sud- 
diacono resta  senza  la  pianeta  soltanto  per 
l'indicato  breve  tempo,  ed  il  solo  diaco- 
no usa  lo  stolone,  e  lo  ritiene  sopra  la  Sto- 
la al  modo  detto.  Tutto  quanto  precisa- 
mente riportai  a'iuoghi  loro,  e  segnata- 
mente ne' voi.  VIII,  p.  270,  279,  283  , 
IX,  p.  94,  95,  XIX,  p.  3oo,  LXX  ,  p. 
67.  Oltre  a  ciò,giammai  dissi  che  il  Sud- 
diacono usa  la  Stola,  anzi  esplicitamente 
e  replicatamele  dichiarai  in  que'due  ar- 
ticoli, essergli  \a  Stola  vietata  e  interdet- 
ta, molto  più  lo  stolone.  Or  bene,  ad  on- 
ta di  lutto  il  qui  rammentato  e  ne'ricor- 
dati  articoli  chiaramente  descritto  ,  sic- 
come nelle  cose  più  comuni  e  più  lievi  fa- 
cilmente si  erra,  ed  un  fanciullo  nelle  co- 
se di  fatto  è  in  grado  di  correggere  anco 
uomini  provetti  e  consumali  in  gravi  stu- 
di, anch'io  mi  esposi  a  fermi  così  am- 
monire, e  qui  ne  fo  emenda.  Imperocché 
erroneamente  e  propriamente  per  com- 
pleta astrazione,  e  in  aperta  contraddi- 
zione col  riferito  più  volte,  ho  scrittlo  al- 


T  U  N 

l'articolo  Tonacella.  »  1 1  diacono  e  il  sud- 
diacono assumono  la  pianeta  ripiegata  in- 
nanzi al  petto.  Notai  a'suoi  luoghi  (cioè 
sta  in  latto  quanto  ho  qui  ricordato)  che 
allorquando  il  suddiacono  depone  la  pia- 
neta per  leggere  PEpisiola,  il  diacono  fa 
altrettanto  pei  leggere  l'Evangelo,!  ostan- 
done ambedue  senza  sino  al  Post-Com- 
munio, ma  con  grandi  Stole  paonazze  a 
traverso  del  corpo  sul  camice."  Il  suddia- 
cono non  ha  l'uso  dello  stolone,lo  ripeto;  e 
depone  la  pianeta  unicamente  per  l'Epi- 
stola e  subito  la  ripiende.  Questo  è  il  pun- 
to della  presente  rettificazione. 

TUNISI,  Ordine  equestre.  V.  Tuni- 
si regno. 

TUmSloTmES^TuneStTunetnm. 
Regno  o  Reggenza  di  Barbari  a  ne  11'^- 
frica  (J7.),  trovasi  tra'  3i°e37*  20'  di 
latitudine  nord,  e  tra'5°  /±o  e9°dilon- 
gitudineest.  Confinato  e  bagnato  al  nord 
ed  all'est  dal  Mediterraneo,  sopra  une- 
stensionedi  600  miglia,  al  sud-est  dal  re- 
gno di  Tripoli,  al  sud  dal  Sahara,  ed  al- 
l' ovest  dal  governo  d'  Algeri  della  pro- 
vincia di  Coslantina,  e  dalle  montagne 
chela  dividono  dal  deserto. Eslendesi  cir- 
ca 160  leghe  per  lunghezza  dal  nord  al 
sud,  70  leghe  nella  massima  larghezza, 
sotto  il  3 3 mo  paralello,  i5  leghe  nella 
larghezza  minore  solto  il  34m0,  e  9700 
leghe  quadrate  in  superficie.  Questo  re- 
gno,che  in  estensione  vuoisi  grande  quan- 
do la  penisola  d'Italia  (compreso  la  par- 
te cosi  detta  del  gran  deserto,  nella  qua- 
le però  hanno  pure  dominio  le  altre  po- 
tenze di  Barbaria),  forma  un'  immensa 
pianura,  divisa  in  3  parti,  a  un  di  presso 
eguali,  da  due  giogaie  che  si  estendono 
dal  sud-est  al  nord-ovest:  termina  il  me- 
desimo al  nord  col  capo  Bianco,  il  più 
settentrionale  dell'Africa;  il  capo  Bori,  al 
nord -est,  sporge  in  faccia  alla  Sicilia,  e 
trovasi  all'estremità  di  una  penisola  che 
separa  il  golfo  di  Tunisi,  al  nord-ovest, 
da  quello  di  Hammamet,  al  sud-est.  11 
golfo  di  Cabès  o  Piccola  Sirie,  al  sud  di 
quest'  ultimo,  è  il  più.  considerabile  del 


T  U  N 
paese;  il  capo  Capudia,  al  nord,  e  l'isola 
Zerbi,  al  sud,  uè  segnano  l'ingresso;  le 
isole  Kerkeni,  in  questo  golfo,  dipendo- 
no dal  re«no  di  Tunisi.  Un  numero  assai 

o 

grande  di  scogli  e  bassi  fondi  rendono  pe- 
ricoloso l'avvicinarsi  alle  coste.  Innalzasi 
nella  parte  di  mezzo  del  paese  il  Grande- 
Atlante,  e  viene  a  terminare  alla  spiag- 
gia del  golfo  di  Cabès;  il  Piccolo-Atlan- 
te trovasi  nel  nord,  il  monte  Fissato  nel 
sud.  Il  fiume  principale  è  il  Medj orda, che 
scorre  dal  sud-ovest  al  nord-est,  nel  nord 
del  regno,  e  gettasi  nel  golfo  di  Tunisi; 
l'Uady- Fessa,  nel  sud-est  mette  foce  nel 
Mediterraneo  presso  la  frontiera  del  re- 
gno di  Tripoli.  Nel  sud  corrono  alcuni 
fiumi  che  perdonai  nell'arene.  All'ovest- 
sud-ovest  del  golfo  di  Cabès  estendesi  il 
gran  lago  Laudeah;  nel  nord  veggonsi  i 
laghi  di  Tunisi  e  di  Disella  che  comuni- 
cano immediatamente  col  mare.  Una  par- 
te considerabile  delle  sorgenti  di  questo 
paese  è  salmastra,  ne  è  cosa  rara  di  tro- 
vare spazi  evStesissimi  di  terreni  coperti 
d'una  crosta  di  sale  che  i  calori  produs- 
sero facendo  svaporare  le  acque.  Godcsi 
in  questo  paese  di  bellissimo'fclima,  par- 
ticolarmente lunghesso  la  costa, e  non  dif- 
ferisce gran  fatta  dal  clima  del  resto  del- 
la Barbarla;  vi  gela  di  rado  e  il  freddo  è 
mediocre  nell'  inverno;  ma  i  grandi  ca- 
lori cominciano  in  giugno  e  continuano 
fino  in  ottobre,  ed  allorché  i  venti  sodìa- 
no  nel  deserto,  dilfoiidesi  talvolta  nell'a- 
ria un  vapore  acceso.  Tutta  la  parte  me- 
ridionale di  questo  regno,  non  è  quasi 
che  un'immensa  pianura  sabbioniccia  e 
arida;  non  guari  coltivata  che  lungo  le 
spiaggie  del  mare,  e  l'olivo  uè  forma  la 
principale  ricchezza.  Meno  arenosa  è  la 
parte  del  nord,  più  inacquata  e  più  fer- 
tile, e  vi  si  raccolgono  messi  abbondanti. 
La  ricchezza  della  raccolta  dipende  dalla 
quantità  di  pioggia  che  cade  nel  corso 
dell'inverno, ed  è  tanto  ubertoso  il  suolo, 
che  senza  mai  concimarlo  produce  le  più 
bellissime  messi,  le  buone  terre  renden- 
do da  1 2  a  20  per  uno,  e  talune  sino  al  5o. 


T  U  »  i65 

Il  dattero,  che  somministra  a  gran  parte 
degli  arabi  del  Sahara,  vicino  all'Atlan- 
te, la  principale  loro  sussistenza,  non  col- 
tivasi con  molto  buon  successo  fuorché 
in  questa  parte  dell'Africa;  lungo  la  co- 
sta non  sono  i  calori  abbastanza  forti  per 
sempre  maturarne  il  frutto.  Non  havvi 
quasi  parte  del  dattero  che  non  abbia  pe- 
gli  arabi  la  sua  utilità:  fanno  col  suo  le- 
gno travi,  travicelli,  istrumenti  rurali,ear- 
bone  che  produce  forte  calore;  mangiasi 
la  midolla  e  le  foglie  degli  alberi  giova- 
ni, e  da'  rami  della  cima  ricavasi  un  li- 
quorebianco  latticinoso;  co'suoi  filamen- 
ti secchi  si  fabbricano  corde.  I  fichi  del 
Beledel-Djerid,  nel  regno  di  Tunisi,  sono 
i  più  stimati  di  tutta  la  Barbarla.  Quindi 
l'olivo  é  l'albero  più  utile,  producendo 
ogni  anno  abbondanti  raccolti  d'olio,  in- 
feriore per  qualità  a  quello  di  Provenza, 
ma  di  cui  si  fa  un  commercio  considera- 
bile coll'estero,  e  molto  ne  adopera  Mar- 
siglia nelle  sue  manifatture  di  sapone.  Si 
semina  il  tabacco, di  cui  se  ne  fi»  grancon- 
stimo  nel  paese,  coltivandosi  sopra  tutto 
il  nìcotiana  tabacum,  ed  il  nicotiana  ru- 
stica, la  quale  ultima  specie  è  la  più  co- 
mune e  meglio  pregiata.  La  canna  di  zuc- 
chero vi  riesce  bene,  ma  non  sanno  an- 
cora perfettamente  cavarne  la  materia. 
Tutti  i  frutti  de'climi  caldi  vi  prospera- 
no, così  gli  agrumi,  squisiti  essendo  i  me- 
loni.Le  viti  lungo  il  mare  producono  uve 
ottime,  principalmente  il  moscato  bian- 
co, di  cui  secca  vasi  ogni  anno  la  massi- 
rn;i  parte  per  l'esportazione,  ed  ora  se  ne 
fa  grand'uso  per  formare  il  vino  che  rie- 
sce d'eccellente  qualità.  Offrono  i  giardi- 
ni gran  varietà  di  fiori,  e  le  acque  artifi- 
ciosamente condotte  vi  mantengono  gra- 
ta verzura,  anche  ne'  forti  calori  dell'e- 
state, tempo  in  cui  i  vecchi  mori  si  re- 
cano a  prendervi  il  fresco.  Il  regno  mi- 
nerale presenta  molto  meno  interesse  del 
regno  vegetale;  però  le  montagne  del  Tu- 
nisi racchiudono  miniere  d'argento,  rame 
e  piombo,  ed  havvi  pure  una  miniera  di 
mercuriopresso  Porto  Fariua;  delle  quali 


166 


T  U  N 


ricchezze  non  ricavasi  qnnsi  nessun  par- 
filo.  In  sostanza,  le  produzioni  vegetali 
p<l  animali  di  Tunisi  sono  presso  a  poco 
simili  a  quelle  del  resto  della  Barbarla. 
Di  tutti  gli  stati  Barbareschi,  il  regno  di 
Tunisi  è  il  più  favorevolmente  collocato 
pel  commercio,  massime  con  l'Europa  : 
ei  si  fu  questa  situazione  clic  formò  il  fon- 
damento della  potenza  e  della  ricchezza 
diCarlagine.Le  periodiche  carovane  met- 
tono questo  paese  in  relazione  colla  Pi- 
grizia, coi!' impero  di  Marocco  e  coli' E- 
git'o.  Tra  l'esportazioni,  il  governo  si  è 
riservatoli  monopoliodel  commercio  del- 
le pelli  e  della  cera,  diritto  che  cede  an- 
nualmente ad  una  compagnia  d'ebrei  o 
di  mot  i;  ha  pure  esso  solo  il  diritto  di  far 
il  tra/lieo  della  soda,  ed  un  tempo  affit- 
tava la  pesca  del  tono  e  del  corallo.  Que- 
st'ultima si  fa  singolarmente  presso  Bi- 
serto  e  Ta barca,  da  barche  napoletane  e 
toscane,  pagando  un  tributo  alla  Fran- 
cia, perchè  volgarmente  dicesi  che  tale 
prerogativa  essa  possiede  per  essere  suc- 
ceduta nelle  ragioni  della  reggenza  d'Al- 
geri, a  cui  spettava, e  per  quanto  vado  a 
narrare.  Sulla  pesca  del  corallo  tanto  del- 
le coste  d'Algeri  che  di  Tunisi,  di  recen- 
te furono  pubblicate  da  Giulio  Du  vai  in- 
teressanti notizie,  che  compendiate  rife- 
iìiò.  Da  tempo  immemorabile  si  è  fatta 
la  pesca  del  corallo  nelle  coste  d'  Italia, 
di  Bona,  di  Sicilia,  di  Sardegna,  come  pu- 
re in  quelle  dell'Africa;  ma  da  circa  800 
anni  si  è  riconosciuta  la  superiorità  de' 
coralli  dell'Africa.  Al  cominciar  del  se- 
colo XII,  questa  indostria  faceva  prospe- 
rare la  città  di  Mcrsel-Djoun  nel  Tuni- 
sino. Nel  trattato  da'pisani  concluso  nel 
1  167  col  signore  di  Tunisi,  il  p  linci  pale 
oggetto  fu  la  cessione  del  corallo,  e  per 
tentativo  formarono  uno  stabilimento  a 
Tabarca.  Verso  il  1  3oosi  fa  menzione  del- 
le pesche  di  Bonn;  più  tardi  la  pesca  pas- 
sò nelle  mani  de'calalani,  che  nel  «4^9 
pagarono  per  quest'industria  canoni  allo 
slato  di  Tunisi.  Nel  i44°  la  pesca  delle 
coste  i\\  questa  reggenza,  le  quali  allora 


T  U  N 

si  prolungavano  sino  a  Bugia,  erano  af- 
fittate ad  un  barcellonese.  Nel  1  55  1  i  ge- 
novesi pescavano  a  Bona,  i  banchi,  che 
oggidì  compariscono  vuoti, si  scandaglia- 
vano rimpelto  Colbah.  L'illustre  marino 
Andrea  Doria  non  disdegnò  d'aver  in  af- 
fitto la  pesca.  Verso  lo  stesso  tempo  Car- 
lo V  avendo  dato  a'Lomellino  di  Geno- 
va l'isola  di  Tabarca,  cedutagli  da  Soli- 
mano II  pel  riscatto  del  famoso  corsaro 
Dragut,  vi  si  trasferì  lo  stabilimento  ge- 
novese, e  la  pesca  ne  divenne  uno  de'prin- 
cipali  oggetti.  Quando  neh  741  •  tunisi- 
ni la  distrussero,  s'impiegarono  per  la  pe- 
sca 34  barche  e  272  marinari.  La  Fran- 
cia v'intervenne  nel  1  55 1  mediante  una 
nave  marsigliese,  condotta  da  un  padro- 
ne corso,  si  mescolò  a'corallari  genovesi, 
e  non  fu  probabilmente  la  sola,  perchè 
neh  56  1  si  videro  i  negozianti  di  Marsi- 
glia Lint.hes  e  Didier,  in  virtù  di  conven- 
zione colla  tribù  di  Marzoula  e  d'un  pri- 
vilegio di  Solimano  Informare  in  una  cala 
del  bastione  di  Francia,  a  1  2  leghe  da  Bo- 
na e  3  da  La  Calle,  un  i  ."stabilimento  per 
la  pesca  del  corallo.  I  due  mercanti  an- 
darono in  rovina  per  tale  intrapresa,  e  fu 
questo  stabilimento  la  1  ."traccia  della  tra- 
dizione francese  nell'Africa  del  nord.  i\Ia 
il  corallo  delle  coste  era  di  gran  lunga 
superiore  a  quello  de'mari  d' I  lalia.  Un'al  - 
tra  compagnia  francese  si  presentò  e  ac- 
crebbe le  operazioni  della  pesca,  fondan- 
do successivamente  stabilimenti  al  capa 
Roux,a  Bona,  Calle,  Djijelly  e  Bugia.  Nel 
i5g4  il  centro  delle  operazioni  fu  tras- 
portato a  Calle.  La  pesca  del  corallo  fu 
definitivamente  data  a 'francesi  pel  trat- 
tato de'  20  maggio  1604  preparato  ad 
Algeri  da  Savary  e  Breves,  in  conseguen- 
za d'  un  relativo  accordo  concluso  a  Co- 
stantinopoli con  Amurat  III.  Sotto  Lui- 
gi XIII  nel  1619  il  duca  di  Guisa  go- 
vernatore di  Provenza  ricomprò  la  con- 
cessione dandole  un  nuovo  sviluppo  per 
mezzo  dell'abile  agente  Sanson  Nup.ol- 
lon.  Dieci  anni  dopo  il  cardinale  Ili- 
chelieu  iuviò  in  Barbaria  vari  agenti,  e 


T  U  N 

nel  1640  lento  di  fondare  un  nuovo  sta- 
bilimento a  Slora.  Dopo  il  trattalo  con- 
cluso a' 7  luglio  1640  da  Cosquiel,  a  cui 
Luigi  XIII  assicurò  il  titolo  ili  capitano- 
console,  la  coi  risposta  ila  pagarsi  al  pa- 
scià d'Algeri  fu  vaiolata  da  7  in  8000 
scudi.  Nel  1694  sotto  Luigi  XIV  fu  ac- 
cordala l'annua  sovvenzione  di  4°>ooo 
lire  alla  compagnia,  che  peno  anni  ac- 
cettò la  concessione  della  pesca  per  mez- 
zo d'una  corrisposta  diio5,ooo  lire  al- 
l'anno. Sotto  Luigi  XV  neh  7  19  la  com- 
pagnia dell'Indie  successe  alla  compagnia 
francese.  L'Asia  minore  e  I'  Indie  erano 
allora  i  principali  luoghi  per  trovare  il 
corallo.  Alla  compagnia  dell'  Indie  suc- 
cesse la  società  Auriol  di  Marsiglia,  e  nel 
1741  la  compagnia  d'Africa.  Perla  di- 
struzione dello  stabilimento  di  Ta barca 
falla  da'tunisiui,  liberata  dalla  sola  con- 
correnza che  poteva  temere,  questa  corn- 


TUN  167 

proprietà  delle  concessioni  tolte,  l'impre' 
sa  fu  sospesa:  colla  pace  d'Algeri  del  di- 
cembre 1801  fu  poi  ristabilita  la  pesca 
sotto  la  direzione  di  Ratti) ber t  che  (issò 
la  residenza  a  Tabarca,ove  il  diritto  fran- 
cese non  era  contestato,  che  a  La  Calle,  e 
convocò  le  popolazioni  francesi  e  italia- 
ne. I  corsi,  i  genovesi,  i  napoletani  ri- 
comparvero in  gran  numero:  soli  6  fran 
cesi  presero  parte  alla  pesca,  e  scorag- 
giati dal  poco  successo  non  tentarono  una 
a."  prova.  Nel  1806  il  bey  di  Costantini! 
a  istigazione  dell'  Inghilterra,  divenuta 
padrona  di  Malta,  ammise  la  concorren- 
za de'mallesi  e  degli  ebrei  spaglinoli  ne' 
mercati,  in  cui  fino  allora  i  soli  francesi 
aveano  avuto  diritto  di  comprare.  Nel 
1807  il  bey  d'Algeri  vendè  all'Inghilter- 
ra le  concessioni  francesi  della  costa  per 
267,500  franchi  annui.  Questa  poten- 
za preoccupata  dagli  approvigionamenti 


pagaia  die  alla  pesca  del  corallo  un  or-      delle  guarnigioni  di  Malta  e  di  Gibilter 


g  Mozzamento  regolare  e  permanente. La 
pacifica  prosperità  fu  turbala  uel^So, 
per  aver  ammesso  alle  pesche  corallari 
corsi,  e  la  compagnia  provò  notevoli  per- 
dite. Intanto  non  tardò  la  compagnia  a 
riprendere  il  corso  di  sua  fortuna,  e  fu 
mantenuta  quando  l'assemblea  costituen- 
te sciolse  tulle  le  compagnie.  Fu  però  es- 
sa assalila  dal  decreto  de'2  1  luglio  I  791, 
il  quale  dichiaiò libero  il  commercio  del- 
la Barbarla,  e  le  tolse  una  parte  del  suo 
privilegio.  Fu  inoltre  allora  obbligata  ad 
ammettere  56  gondole  corse  per  fare  una 
pesca  di  55  giorni  mediante  compensi  in 
natura.  Il  prodotto  delle  pesche  corse  fu 
venduto  a  Livorno.  Nel  gennaio  1794  'a 
compagnia  d'Africa  fu  soppressa. Gii  stra- 
nieri furono  chiamali  a  concorrere  alia 
poca  del  corallo:  da  4o  gondole  della 
compagnia  si  passò  tutto  ad  un  tratto  a 
200.I  prodotti  salironoa  1,200,000  fran- 
chi nell'anno  5.°,  ed  a  2,000,000  nel  6.° 
Allora  cominciarono  a  comparire  le  co- 
ralline napoletane.  Nel  1798,  in  conse- 
guenza della  guerra  con  Algeri,  gli  agen- 
ti francesi  furono  portati  in  Ischia vilù,  le 


ra,  e  più  tardi  dalla  guerra  di  Spagi 
lasciò  la  pesca  del  corallo  a'marinari gre- 
ci, siciliani,  sardi  e  spagnuoli,  mediante 
prestazioni  stabilite  a  seconda  delle  sta- 
gioni d'estate  e  d'inverno.  Questo  stato 
di  cose  durò  10  anni.  I  marinari  d'Italia 
s'impadronirono  d'un  posto  che  non  fu 
più  loro  conteso,  e  le  fabbriche  di  coral- 
lo si  stabilirono  nelle  città  di  questa  re 
gione  e  particolarmente  a  Livorno.  La 
convenzione  de'26  dicembre  1  8  1  7  rimi 
se  la  Francia  nel  possesso  della  pesca  de' 
coralli,  e  fissò  in  60,000  franchi  la  cor- 
risposta da  pagarsi  al  bey.  II  trattato  de' 
24  luglio  1  820  la  porlòa  200,000,  il  che 
in  5  anni  cagionò  una  perdita  di  3oo,ooo 
franchi  al  governo,  il  quale  avea  fatto  e- 
seguire  a'concessionari  l'impresa  per  suo 
conto.  Nel  1822  fu  concesso  il  privile- 
gio a  una  casa  di  Marsiglia.  I  corallari 
francesi  rimasero  di  nuovo  sottoposti  al- 
la prestazione  comune  destinata  all'ac- 
quisto delie  rendite  pagabili  al  bey,  ma 
fu  dato  altresì  un  premio  d'incoraggia 
mento.  Nel  1826  il  governo tlecrelò  la  to- 
tale soppressione  della  pesca  sui  battelli 


i68  TUN 

francesi,  e  del  mantenimento  dell'antico 
diritto  ne'batlelli  esteri. La  pesca  nel  i  827 
fu  impedita  dalla  dichiarazione  di  guerra, 
seguita  ben  presto  dall'incendio  degli  sta- 
bilimenti di  La  Calle.  Frattanto  dal  1 827 
nli83i,  alcuni  pescatori  avventurosi  af- 
frontarono i  pericoli  dell'ospitalità  degli 
indigeni,  rifugiandosi,  come  portava  il 
r.aso,  a  Tabarca  o  in  alcuni  punti  della 
costa  di  Tunisi.  11  regno  di  Tunisi  ritrae 
da  altre  regioni  quanto  abbisogna,  e  gli 
americani  principalmente  vi  fauno  un 
commercio  ragguardevole.  Poco  operosa 
é  in  questo  paese  l'industria,  tuttavia  le 
manifatture  di  seta,  di  marocchino  e  di 
panni  sono  assai  floride.  Vi  si  fanno  pure 
scialli  e  coperte  con  lane  indigene,  men- 
tre le  berrette,  le  più  fine  particolarmen- 
te, sono  fabbricate  colle  lane  di  Spagna. 
Diversamente  è  stata  valutala  la  popo- 
lazione di  questo  regno;  i  calcoli  più  pro- 
babili la  portano  a  più  di  due  milioni  d'a- 
bitanti, mori,  turchi,  arabi  ed  ebrei,  i 
mori  e  gli  arabi  essendo  i  più  numerosi 
di  tutti:  tranne  i  giudei,  che  sono  in  nu- 
mero di  circa  1  40,000,  ed  i  cattolici  che 
si  fanno  ascendere  a  circa  1  2,ooo,tutti  gli 
altri  professano \\  Maomettismo  [F .). Gli 
europei  vi  godono  maggior  libertà  che 
negli  altri  stati  maomettani;  ed  all'epo- 
ca della  pirateria  i  tunisini  si  riguarda- 
vano come  i  più  civilizzati  tra'barbare- 
schi.  I  tunisini,  come  gli  altri  barbare- 
schi, sono  ignoranti,  i  più  abili  limitan- 
dosi a  saper  leggere,  scrivere  e  calcolare, 
né  bramano  estendere  più  innanzi  le  Io- 
io  cognizioni,  poiché  il  calore  del  clima 
li  porta  naturalmente  all'indolenza  e  al- 
l'inazione. Sono  fatalisti,  e  sottomettonsi 
con  rassegnazione  alle  avversità  della  for- 
tuna ;  creduli,  avari,  gelosi  all'  eccesso, 
molti  si  abbandonano  al  libertinaggio.  Le 
donne  condannate  a  schiavitù  perpetua, 
escono  di  rado  dalle  case,  né  mai  compa- 
riscono in  pubblico  senz'essere  velate,  li- 
mitandosi unicamente  alle  cure  domesti- 
che e  de'figli,  non  estendendosi  più  oltre 
il  circolo  del  loro  potere.  Le  moresche  so- 


TUN 
no  in  generale  bellissime,  con  carnagio- 
ne delicata  e  animala,  occhi  pieni  d' e- 
spressione, lunghi  capelli  neri  intrecciali; 
l<i  maggior  parte  tingonsi  l'estremità  delle 
mani  ede'piedi  con  foglie  di  Renna  pol- 
verizzata, ed  annerisconsi  pure  le  soprac- 
ciglia e  l'orlo  delle  palpebre  con  minie- 
ra di  piombo;  portano  braccialetti  e  o- 
recchini  d'oro  e  d'argento,  e  le  povere  di 
rame.  Niente  pareggia  la  loro  pulizia,  e 
vaunodisoveute  al  bagno, poi  profumati- 
si d'essenze  e  ardono  ne'loro  appartamen- 
ti legni  d'aloe.  Il  calore  del  clima  fasiche 
non  è  raro  il  veder  le  donne  madri  d'i  1 
anni;  allattano  da  per  loro  i  figli,che  bian- 
chi quanto  quelli  degli  europei,  imbruni- 
scono per  l'ardore  del  sole  a  seconda  di 
quanto  vi  si  espongono. Sommamente  mi- 
sto è  il  sangue  de'  mori  per  le  continue 
parentele  che  i  turchi  ed  i  rinegali  cri- 
stiani di  diverse  nazioni  contraggono  colle 
femmine  del  paese. Gli  uomini  sono  inge- 
nerale ili  costituzione  magra,  hanno  ca- 
rattere e  alterezza  nella  fisionomia,  pochi 
essendo  gl'infermi  e  contrallatti;  nel  mas- 
simo numero  vivendo  vita  sobria,  vivono 
a  lungo  quanto  gli  abitanti  de'climi  tem- 
perali, ài  lasciano  crescere  la  barba  e 
radonsi  il  capo;  alcuni  radonsi  pure  il 
volto,  non  conservando  che  i  mustacchi; 
ma  tutti  i  grandi  hanno  la  barba  lun- 
ga, e  allorché  si  vogliono  degradare  vie- 
ne loro  tagliata.  A'  fanciulli  si  lasciano 
crescere  i  capelli  sino  all'età  pubere.  Il 
popolo  snpersliziosissitno  ha  il  massi- 
mo rispetto  pe'  santoni,  specie  di  fana- 
tici e  vagabondi  che  vivono  a  spese  della 
carità  pubblica  :  sono  considerati  come 
santi  e  ispirati,  perché  commettono  stra- 
vaganze d'ogni  specie;  se  ne  vedono  pian- 
tar chiodi  nella  testa  e  si  menano  colpi 
violenti  senza  mostrar  dolore;  altri  cor- 
rono nudi  in  mezzo  alle  strade  e  pubbli- 
camente vi  si  abbandonano  alla  loro  lu- 
bricità. Il  regno  èdivisone'7  distretti  che 
prendono  dal  capoluogo  il  nome,  e  sono 
Tunisi  che  n'é  la  capitale,  e  di  cui  par- 
leròpei)  El-Mahdia,  Susa,K.airouau,Mu- 


T  U  N 

liometa,  Biserta,  e  Porto  Farina.  Il  so- 
vrano porta  il  titolo  di  Bey  o  Dey,  no- 
me di  dignità  presso  i  turchi,  ed  al  suo 
avvenimento  al  trono  riceve  l'intestila* 
ra  dall'imperatore  de'turchi,  e  il  cufian  o 
firmano  col  titolo  di  pascià  a  3  code;  sono 
questi  e  altri  diritti  che  la  Porta  ottomana 
nella  7 Wr/mv(/".)ha  conservalo  sulla  reg- 
genza diTuuisi. Noterò  sul  vocabolo  e  tito- 
lo principesco  di  Zhj  redi /}ej',che  si  osserva 
ne'mouumeiiti  locali  di  Algeri  ed»  Tunisi, 
che  nella  reggenza  il  sovrano  si  chiamava 
Dey,  ed  in  quella  di  Tunisi  si  appellava 
e  tuttora  si  nomina  Bey.  Dal  1703,  che 
cominciò  la  serie  de' bey  della  regnante 
dinastia,  la  sovranità  della  reggenza  tu- 
nisina è  ereditaria,  succedendo  o  il  fra- 
tello o  il  figlio  a  seconda  della  maggio- 
ranza di  età.  Il  principe  ereditario  porta 
il  titolo  di  Bey  del  Campo,  onde  distin- 
guersi dal  sovrano  o  bey  grande.  Il  prin- 
cipe risiede  nell'elegante  castello  di  Bar- 
do, situato  in  mezzo  a  una  gran  pianu- 
ra presso  la  città  di  Tunisi.  Numerosis- 
sima è  la  corte  del  bey,  egli  ullìciali  che 
lo  circondano  sono  in  generale  onesti  e 
cortesissimi  verso  i  forastieri.  Il  principe 
regna  assoluto  nel  potere,  delta  e  rifor- 
ma le  leggi ,  giudica  le  bisogna  de'  suoi 
sudditi,  li  condanna  e  assolve  senza  ren- 
der conto  della  sua  condotta;  negli  aliali 
impreveduti  e  delicati  consulta  il  diva- 
llo o  consiglio  di  stato,  ma  è  sempre  li- 
bero di  secondare  la  propria  volontà.  La 
milizia  componesi  di  rinegati,  di  mori  e' 
di  pochi  turchi:  i  rinegati  e  i  mori  for- 
mavano la  cavalleria,  i  turchi  V  infaute- 
lia.  Anticamente  ogni  soldato  era  arma- 
to d'una  pistola,  d'una  sciabola,  d'un  pu- 
gnale nella  cintura,  e  d'  un  fucile  senza 
baionetta.  Parecchi  impiegati  della  guar- 
dia del  bey  godono  di  grande  conside- 
razione, e  pervengono  eziandio  alle  cari- 
che importanti  del  governo.  Riferiscono 
alcuni  geografi,  che  oltre  la  forza  navale 
e  l'armata  di  terra  valutata  2  5,ooo,  ol- 
tre la  guardia  del  bey,  questi  ad  un  cen- 
no può  aruiaie  5o,ooo  beduiui.  Sino  a- 


TUN  i69 

gli  ultimi  tempi  le  truppe  tunisine  erano 
poco  disciplinateeuon  conoscevano  la  tat- 
tica militare;  sebbene  valenti  marciava- 
no e  combattevano  quasi  senz'ordine,  es- 
sendo la  loro  principale  occupazione  il  le- 
vare l'imposte.  Partono  ogni  anno  da  Tu- 
nisi due  campi  volanti,  comandati  dal  bey 
del  campo,  che  in  ciò  agisce  da  principe, 
e  formati  di  dneo  tre  mila  uomini,  e  van- 
no a  riscuotere  dagli  arabi  le  contribu- 
zioni; uno  di  essi  campi  parte  in  luglio  e 
agosto  e  inoltrasi  dal  lato  dell'ovest,  ver- 
so la  frontiera  d'Algeri;  l'altro  esce  in  no- 
vembre, percorre  tutta  la  parte  meridio- 
nale del  regno  ,  varca  le  montagne  del- 
l'Atlante  e  penetra  nell'interno  del  paese 
e  nel  deserto,  sino  a' confini  del  territo- 
rio di  Tripoli.  I  tributi  pagali  dagli  ara- 
bi consistono  in  grani,  frutti,  datteri,  o- 
lio,  pecore,  cavalli  e  denaro.  Senza  tali 
dimostrazioni  di  forze  ,  le  contribuzioni 
ed  i  tributi  non  si  riscuoterebbero.  I  va- 
sti domimi  particolari  del  bey  gli  procu- 
rano pur  essi  rendite  considerabili;  i  da- 
zi sulle  mercanzie,  e  altri  diritti  accre- 
scono le  sue  entrate.  La  pirateria  sem- 
bra ormai  finita,  nondimeno  alcuni  cor- 
sari di  Tunisi  dicesi  che  talora  furtiva- 
mente fanno  qualche  preda.  Da  alcune  de- 
cine d'anni  ricominciò  il  mare  Mediter- 
raneo ad  esser  l'anima  vivificatrice  del- 
l'antico mondo.  Distrutto  sulle  coste  set- 
tentrionali d'Africa  il  trono  della  barba- 
rie, la  quale  colle  sue  piraterie  si  oppo- 
neva ad  un  lucroso  sviluppo  del  commer- 
cio, si  risolsero  anch'esse  finalmente,  do- 
po lunga  resistenza ,  ad  accostarsi  più  o 
meno  all'incivilimento  europeo.  La  ua- 
tura  del  suolo  di  que'paesi,  in  cui  si  di- 
rama il  pendio  settentrionale  dell'Atlan- 
te, non  rinserra  il  carattere  speciale  afri- 
cano, ma  la  così  detta  Barbar ia  appar- 
tiene evidentemente,  e  per  clima  e  per 
prodotti  naturali,  a  quell'insieme  di  paesi 
che  formano  il  bacino  da]  mare  Mediter- 
raneo. Quindi  ne'tecupi  antichi  e  nel  me- 
dio evo,  que'paesi  spiegarono  un  alto  gra- 
do di  coltura,  e  celebra  Urline  furouo  le 


i7o  T  U  N 

colonie  fenicie,  greche,  romane  e  nrabe. 
Ivi  pose  piede  ab  aulico  la  più  florida  a- 
gricollura.  Quel  paese,  protetto  contro 
la  forza  de'  venti  infocali  del  deserto,  e 
j  ioli  escalo  dalla  brezza  del  mare,  ha  un 
t  imi  a  sano,  e  non  è  dannoso  clic  agli  eu- 
ropei de)  nord,  che  sono  corretti  a  fati- 
co»! lavori, o  non  vogliono  adattarsi  al  si- 
Bietta  di  vita  ilei  paese,  diesi  possa  qui 
lavorare,  è  sialo  dimostralo  da  tante  mi- 
gli.iiaui  schiavi  europei, de'quali  non  tutti 
erano  originari  delle  alimi  terre  dell'Eu- 
ropa meridionale,  ed  è  nota  la  ricchezza 
de'suoi  prodotti  naturali.  Aulicamente, 
come  pure  nel  medio  evo,  gli  europei  vi 
dominarono  potentemente  ,  come  le  gi- 
gantesche rovine  di  città  greche  e  roma- 
ne lo  piovano  ancora  oggidì.  Anche  la 
Spagna  ,  nel  tempo  del  suo  eroismo,  fu 
possente  alle  falde  dell'Atlante.  Dacché 
la  Fi  ancia  conquistò  il  paese  d'Algeri,  tan- 
to riccamente  dotato  dalla  natura,  essa 
non  temè  di  chiamare  il  Mediterraneo  un 
mare  interno.  Tunisi  posto  nell'antico  do- 
nnine della  celeberrima  Cartagine,  ten- 
de ad  una  stretta  relazione  coll'ltalia,  La 
penisola, sulla  quale  è  posto,  rende  il  ma- 
le Tirreno,  colla  penisola  d'Italia  e  le  sue 
isole,  una  parte  segregala  del  Medi  terra- 
neo. Cartagine  e  Rema  (V ,)  si  odiaro- 
no così  mortalmente,  perchè  ambedue 
andavanoa  gara  in  voler  divenire  le  città 
centrali  di  lutto  il  mare  Mediterraneo  , 
ed  a  ciò  erano  ambedue  spinte  dalla  lo- 
ro posizione  naturale.  Alcuni  desiderano 
che  come  Alfièri  fu  soggettato  al  sistema 

O  OD 

di  vita  europea,  per  mezzo  de'  francesi, 
così  ancheTunisi  possa  essere  posto  in  una 
sfera  di  vita  più  elevala  per  mezzo  della 
vicina  Italia;  e  Tunisi  dividerà  la  sorte 
con  Algeri, qualora  la  dominatrice  de'ma- 
ri  del  nostro  secolo  non  vi  pianti  il  suo 
tridente.  Ma  chi  sarà  chiamato,  per  la 
la  natura  delle  circostanze  a  portare  l'in- 
civilimento dell'odierno  Tripoli{V^)  ver- 
so la  diramazione  orientale  del  monte  A- 
t la nte, e  sulle  vicine  coste  di  Barca,  le  qua- 
li anticamente  erano  lauto  coltivale  ,  e 


TU  lN 

delle  quali  si  fa  tuttora  un  così  forte  com- 
mercio con  l'interno  dell'Africa  ?  Per  la 
via  del  mare  Adriatico  l'Europa  centrale 
viene  diretta  naturalmente  verso  questi 
ultimi  paesi. 

il  regno  o  reggenza  diTunisi  coi  rispon- 
de a  quella  parte  dell'Africa  propria,  che 
comprendeva  la  Zeugitania  abitata  da 
popoli  abilissimi  nella  chiromanzia,echia- 
mati  anche  zingari  e  gitani ,  proviucia 
che  sembra  la  Proconsolare  o  provincia 
di  Cartagine;  e  la  Bizaceua  altra  provin- 
cia nella  parte  meridionale  di  Tunisi.  Li- 
vio chiamò  i  tunisini,  liììjphoenices;  e 
Mo  ree  Ili  il  tunesino,  Tunetanus.  Domi- 
nata la  regione  dalla  possente  Cartagine, 
i  romani  dalla  distruzione  di  quella  for- 
midabile rivale  sino  alla  metà  del  V  se- 
colo dell'era  corrente,  erano  rimasti  pa- 
droni di  questa  contrada,  allorché  i  van- 
dali ,  conquistala  la  Spagna,  si  sparsero 
per  tutta  l'Africa  settentrionale.  Il  pro- 
ile  Belisario  ne  li  scacciò;  ma  nel  690, 
tutta  questa  parte  cadde  in  potere  de'ca- 
lidi  arabi  maomettani,  che  la  conserva- 
rono per  1^0  anni,  e  cori  essi  cominciò 
lasloria  moderna  de'tunisini. Mentre  que- 
sti ubbidivano  a'  califfi,  residenti  in  Rai- 
rotta n,  Vicus  Augusti t  riguardala  la  ca- 
pitale dell'Africa  propria  (cioè  aulica  pro- 
vincia dell'Africa,  della  quale  non  si  può 
assegnarci  confini  precisi, bensì  contenen- 
te la  contrada  in  discorso),  verso  il  ggS 
nel  paese  vi  entrarono  oltre  un  milione 
d'  arabi  Saraceni  pel  deserto  di  Barca. 
Narrai  in  tale  articolo  e  in  altri,  le  loro 
crudeltà  e  terribili  irruzioni  ne'dominii 
cristiani,  il  che  mosse  Papa  Pittore  III 
a  riunire  un  grande  esercito  da  tutle  le 
parli  d'Italia,  massime  di  pisani  e  geno- 
vesi, per  frenarne  il  furore  con  che  face- 
vano Schiavi  immenso  numero  di  cristia- 
ni. La  flotta  crociata,  munita  dello  sten- 
dardo di  s.  Pietro  e  dell'indulgenza  con 
remissione  de'peccali,  investì  il  regno  di 
Tunisi  e  fece  varie  conquiste  principal- 
mente nel  1088,  anno  in  cui  fu  eletto  il 
successore  Urbano  11.  11  re  infedele  fu  co- 


TL'N 
stretto  a  rifugiarsi  in  una  fortezza;  fu  pre- 
sa Mahdia,  Tunisi  e  altre  principali  cit- 
tà, per  cui  il  re  maomettano  si  rese  col 
suo  stato  tributario  alla  s.  Sede,  come  re- 
gistrai nel  voi.  LX1X,  p.  275.  Dipoi  nel 
1  i4o  Abdallà,  nativo  delle  moulagne del- 
l'Atlante, 1  .°capo  della  dinastia  degli  Al- 
monadi,  si  rese  padrone  della  Barbaria, 
e  Tunisi  fu  governala  da're  di  questa  tri- 
bù pel  corso  di  parecchi  anni.  Al  decli- 
nar dell'impero  degli  Almoravidi,  s'in- 
nalzò ili.°  grido  sedizioso  dall'arabo  A- 
belcliit,  mentre  il  califfo  Abassida  Cairn 
legnava  sui  mussulmani;  ma  le  sue  trup- 
pe sconfissero  il  ribelle  e  lo  spensero,  pe- 
rò rinacque  ne' suoi  due  figli  la  brama 
d'emanciparsi.  Indi  combattè  contro  di 
loro  il  re  Josef-Abu-Techifien  della  di- 
nastia degli  Almoravidi,  e  terminarono 
le  contese  col  rilasciargli  il  dominio  del 
regno  di  Tunisi,  a  patto  di  perpetuo  vas- 
sallaggio a'  sovrani  di  Marocco,  i  qua- 
li tenevano  in  Tunisi  un  loro  governa- 
tore, che  più  volte  fu  assedialo  dagli  a- 
rabi.  Terminata  la  linea  degli  Almora- 
vidi, non  furono  punto  migliori  e  docili 
gli  Almohadi  successori,  e  Giacomo  Al- 
mansor  si  tolse  i  regni  di  Tunisi  e  di  Bu- 
gia. Declinando  pero  la  fortuna  di  quel- 
li gli  arabi  di  Tunisi  tumultuarono  di 
nuovo,  e  l'imperatore  di  Marocco  compo- 
se gli  affari  con  una  imponente  spedizio- 
ne navale  comandata  da  Abduledi  del- 
la tribù  di  Mazamuda,  celebre  capitano 
di  Siviglia,  che  vi  ristabilì  le  cose;  e  con- 
cedendo agli  arabi  talune  pattuite  rega- 
lie, venne  acclamalo  sovrano,  onde  lasciò 
sul  trono  pacificamente  il  figlio  Buzaeca- 
ria,  che  si  difese  ne' torbidi  mussulmani 
coli'  innalzamento  del  castello  tunisino. 
Rassodatosi  nel  poteremo  slato  e  la  corona 
rimasero  ereditari  nella  sua  famiglia  per 
più  di  /joo  anni.  Abu-Ferez  suo  figlio  di- 
visò di  estendere  a  tutta  l'Africa  propria 
il  domiuio,  che  il  padre  non  solo  fino  a 
Tripoli  avea  ampliato,  ma  ben  anche  io 
gran  parte  della  Libia  e  della  Numidia. 
3Nè  mal  vi  riuscì,  poiché  lacerati  i  maroc- 


T  U  i\  1 7  . 

chini  dalle  fazioni,  perderono  i  regni  di 
Fez  e  di  Tremezen,  assumendo  egli  il  glo- 
rioso titolo  di  re  dell'Africa,  che  limitò 
a're  di  Tunisi  in  progresso,  e  ordinando 
il  ceremoniale  della  sua  corte.  Il  figlio  e 
successore  di  lui  chiamato  Hutmen  ,  se- 
guì nella  prodezza  delle  gesta  il  paterno 
esempio.  Ben  previo  però  il  re  di  Fez  era- 
si fatto  aggiudicare  il  predominio  di  tutta 
l'Africa  iliìììe  A  ic  dt  fi  le  ni  s\no  ìì\  paese  de' 
JYegri,e  co'successori  di  Hutmen  duraro- 
no lunga  stagione  sanguinosissime  guerre, 
Chiamatisi  Are  de  fileni  le  frontiere  le 
quali  terminarono  il  cartaginese  puuico 
dominio  dall'opposto  lato,  in  corrispon- 
denza delle  Colonne  d'Ercole,  da  quanto 
vado  ad  accennare.  Sorgeva  appena  e  dila - 
tavasi  la  famosa  Cartagine,  quando  col 
contrastare  il  tributo,  che  alla  città  d'A- 
frica doveasi  pel  terreno  ceduto  nella  sua 
edificazione,  i  limiti  fra  Cartagine  e  Ciré* 
zie  furono  puresubbietlidi  disputa. Si  con- 
venne, che  due  giovani  partissero  ad  un 
dato  cenno  dalle  due  città,  e  nel  luogo 
oves'iticontrassero, venisse  stabilito  il  con- 
fine. Mossero  da  Cartagine  due  fratelli 
Fileni,e  fu  sì  celere  il  passo  loro  che  mol- 
lo si  avanzarono  sul  terreno  de'cirenei  pri- 
ma d'incontrare  i  nemici,  i  quali  perciò 
irati  e  come  più  forti,  determinarono  di 
seppellir  vivi  i  due  fratelli  se  non  aves- 
sero dato  indietro.  Questi  preferirono  tal 
barbara  morte  piuttosto  che  tradire  a- 
gl*  interessi  della  patria;  ed  1  cartaginesi 
per  eternare  la  memoria  del  fatto  eresse- 
ro due  altari  sui  loro  sepolcri  e  sagri  fica- 
rono  loro  come  a  Dei,  e  tuttora  il  luogo 
si  nomina  le  Are  deJ Fileni.  Quanto  al- 
le Colonne  d'  Ercole,  F return  Gadita- 
nuin  o  Erculeuni,  è  il  nome  che  gli  an- 
tichi dierouo  alle  due  montagne  Abi'tu  e 
Calpe,  che  formauo  lo  stretto  di  Cadice 
e  di  Gibilterra,  l'una  dalla  parte  d'Eu- 
ropa, nell'Andalusia  di  Spagna,  l'altra 
dalla  parte  dell'Africa  nel  paese  di  Tan- 
ger.  Queste  due  montagne  furono  così 
chiamate,  secondo  l'opinione  di  molti  au- 
tori, perchè  essendo  alle  e  ripide,  coni- 


i7a  TUN 

pai  ivano  da  lunge  alla  vista  di  quelli  che 
venivano  dal  grande  Oceano,  onde  en- 
trare nel  Mediterraneo,  come  duealteco- 
lonne.  Secondo  la  favola  però,  Ercole  per- 
venuto sino  a  questo  luogo,  e  credendo 
non  esservi  più  terra  verso  l'occidente,  vi 
pose  due  gran  colonne  con  1'  iscrizione: 
Non  ultra.  Il  potentissimo  imperatore 
Carlo  V  assunse  per  impresa  le  due  colon- 
ne col  molto:  Più  ?  ultra  p  restò  a'successo- 
ri  re  «li  Spagna  (1  .).  Prima  di  parlare  di 
Muley-Hascem,  dirò  ili  breve  colla  Storia 
di  Tunisi \  clic  i  saraceni  dopo  aver  oc- 
cupato la  regione,  la  posero  sotto  il  go- 
verno d'un  viceré,  talvolta  chiamato  re, 
dandogli  il  nome  e  titolo  di  Emir  ossia 
principe  de'  credenti.  Continuò  tal  forma 
di  governo  ora  in  una  famiglia  ora  in  uu' 
altra  per  lo  spazio  di  quasi  5oo  anni,  fin- 
ché per  una  rivoluzione  fu  trasferita  la 
sovranità  agli  Almohadi,  che  assunsero  i 
medesimi  onori  che  si  davano  a'califlì  a- 
iricani  :  ebbero  la  loro  residenza  in  Ma- 
rocco, lenendo  governatori  in  Tunisi  si- 
no al  i  200.  Furono  poi  cacciati  da'Lassi, 
i  quali  si  arrogarono  il  titolo  di  re,  fa- 
cendo il  loro  soggiorno  in  Tunisi,  dove 
formarono  una  corte  splendida  e  nume- 
rosa. Le  guardie  del  corpoerauo  compo- 
ste do  i  5oo  rinegati,  e  mantenevano  un' 
armala  di  4o>ooo  combattenti.  Il  loro 
consiglio  componevasi  di  3oo  persone  di- 
sutile per  nascita,  per  probità  e  per  espe- 
rienza. Questo  governo  fiori  per  lo  spa% 
zio  di  oltre  3oo  anni,  e  terminò  in  Mu- 
Jeyche  vnnlavasi  il  35.°re  discendente  dai 
Lassi.  Nelle  accennate  guerre  de'tunisini 
col  re  di  Fez,  i  re  di  Tunisi  si  ressero  fi- 
no a  Muley-Hascem  o  Hassan,  discaccia- 
tone dal  famigerato  corsaroAriadeno  Bar- 
bai ossa  Il  (fratello  e  successore  di  Bar- 
barossa  I  nella  reggenza  d'Algeri),  gene- 
rale dell'ai  mate  navali  di  Solimano  Il  im- 
peratore de'turchi,  che  nel  i  534  s'impa- 
dronì di  Tunisi  e  del  regno,  obbligando 
gli  abitanti  ad  assoggettarsi  all'impero  ot- 
tomano; indi  considerando  che  non  po- 
teva fortificarsi  Tunisi  dominato  in.  di- 


TUN 

verse  situazioni  al  lato  d'occidente,  risol- 
se d'aumentare  le  fortificazioni  della  Go- 
letta, che  prima  avea  una  semplice  torre 
quadrata  situata  all'imboccatura  del  ca- 
nale. Muley  ritiratosi  presso  gli  arabi  suci 
alleali,  di  colà  mandò  a  imploratela  pro- 
tezione dell'imperatore  Carlo  V ,  promet- 
tendo di  farsi  suo  vassallo  se  lo  avesse  as- 
sistilo. Commosso  l'intraprendente  Car- 
lo V  dalle  disgrazie  del  re  di  Tunisi,  con- 
siderando che  altra  volta  la  Spagna  (F.) 
avea  imposto  alle  potenze  di  Barbarla  e 
occupato  la  slessa  Tunisi,  e  giubilante  di 
trovare  un'occasione  di  vendicarsi  de'Bar- 
barossa, primieramente  fortificò,  per  ser- 
virsene nella  spedizione  che  inedita  va, l'i- 
soletta  di  Tabarca,  sulle  coste  di  Barba- 
ria  nel  regno  d'Algeri.  Quest'isola  sorge 
sul  continente  nella  provincia  di  Coslan- 
tina,  alla  foce  del  Gondil-Bai  ba,  ed  in  es- 
sa si  vedono  le  rovine  di  Tabadcara  o 
Tabarca  (Fr.)o  Tabathra,  un  tempo  cit- 
tà vescovile  ed  assai  celebre.  Donata  alla 
nobile  fu  miglia  Lomellini  di  Genova,  era 
sotto  la  protezione  della  Spagna.  Quindi 
Carlo  V  ne'porti  di  Spagna  e  d'Italia  ra- 
dunò una  formidabile  spedizione  marit- 
tima di  4°o  leoll'j  c',e  pose  alla  vela  nel 
giugno  i  535  con  24,000  fanti  di  varie 
nazioni  e  1  5oo  cavalli,  sotto  il  suo  coman- 
do, che  vi  si  recò  personalmente,  col  fa- 
migerato Andrea  Doria  genovese;  e  Vir- 
ginio Orsini  conte  dell'Anguillaia  capi- 
tano <li  1  3  galere  pontificie,  le  quali  Pao- 
lo ili,  che  avea  persuaso  Carlo  V  a  tale 
spedizione,  beued\  a  Civitavecchia,  nella 
cui  cattedrale  consegnò  lo  stendardo  dis. 
Chiesa  col  bastoue  del  comando  a  Virgi- 
nio, al  Doria  inviando  poi  lo  Stocco  e  Ber- 
rettone benedetti.  Preparò  il  Barbarossa 
la  più  valida  difesa,  ma  i  suoi  sforzi  noa 
vennero  coronati  da  buon  successo.  Car- 
lo V  sbarcò  a  Porto-Farina,  l'  antica  li- 
tica (Z7.),  il  16  giugno,  e  andando  defila- 
to ad  assediare  il  forte  castello  della  Go- 
letta, in  cui  era  chiuso  il  Barbarossa,  lo 
superò  d'assalto  a'25  luglio,  malgrado  la 
sua  vigorosa  resistenza.  Presa  la  città  di 


TUN 
Tunisi  capitale  del  regno,  Carlo  V  vi  ri- 
stabilì Muley-Hassan,  investendolo  libe- 
ramente del  regno.  Bensì  volle  riservar- 
si le  mura  pel  presidio  spaglinolo,  l'an- 
nuo tributo  di  10,000  scudi  d'oro,  4  ca- 
valli e  1  o  falconi, liberando  lostotodal  gio- 
go ottomano,  con  patti  molto  favorevoli 
alla  cristianità  e  all'impero  germanico, 
spezzando  le  catene  di  20,000  schiavi,  co- 
me accennai  ne'vol.Ll,  p.124,  eLXVHI, 
p.  122  ed  altrove,  dicendo  pure  delle  al- 
tre piazze  occupate  dall'imperatore,  co- 
me Bona  e  Biserta.  Mahdia  summentova- 
ta,  e  chiamata  anche  Africa,  lungo  la  co- 
sta orientale  giacente  sopra  una  specie  di 
penisola  con  solide  mura  e  munita  for- 
tezza, avendola  occupata  ilrinomatocor- 
saro  Dragut ,  la  lasciò  guernita  dal  suo 
nipote  con  4°o  mussulmani.  Ma  il  pro- 
de Doria ,  aiutato  dal  signore  di  Rai- 
1  ouan,  da  d.  Luigi  Perez  di  Vai  gas,  fatto 
governatore  della  Goletta  e  che  perì  nel- 
l'impresa, e  da'vicerè  di  Napoli  e  di  Si- 
cilia, con  poderosa  flotta  gli  riuscìd'espu- 
gnarla  per  assalto.  Vedendone  però  dif- 
ficile la  conservazione,  ottenne  da  Carlo 
V  che  fosse  demolita  con  mine,  onde  ne 
restò  colmato  il  porto  chiuso  nell'interno 
della  città.  Vuoisi  che  Mahdia  o  Africa 
dasse  il  nomea  tutta  l'africana  penisola. 
Carlo  V  commise  al  marchese  di  Terra- 
nova la  presa  di  Susa,  già  chiamata  Sfa- 
gni, Ruspinae  Bizacena,  importante  cit- 
tà marittima  con  fortificato  castello.  Se 
ne  voleva  impadronire  il  marchese  colla 
flottiglia  siciliana,  con  a  bordo  le  trup- 
pe spagnuole,  ed  i  mori  sussidiari  forni- 
ti da  Muley.  Tuttavolta  dopo  sanguino- 
so assalto  e  valorosi  sforzi,  gli  convenne 
abbandonarla.  Allora  il  Doria  ebbe  l'in- 
carico di  abbatterla  e  vi  riuscì  pienamen- 
te. Ma  la  flotta  italico-ispana  fu  però  indi 
sgraziatamente  dispersa  in  una  notte  dal- 
la tempesta,  e  Carlo  V  impedito  di  com- 
piere i  suoi  disegni  sull'Africa, potè  a  sten- 
to afferrare  il  suo  porto  siciliano  di  Tra- 
pani con  poche  galere.  Già  un  altro  suo 
predecessore  nel  reame  di  Sicilia  verso  il 


TUN  i73 

1 1 29  avea  fatto  conquiste  nell'Africa,  cioè 
Ruggiero  1,  quando  colle  sue  armi  vitto- 
riose avea  occupato  Tripoli  e  Tunisi,  ol- 
tre diversi  luoghi  della  Grecia  e  l'isola  di 
Malta.  Il  Giustiniani,  Hi  storie  deelior- 
dini  equestri,  cap.  67,  ed  altri  storici  dei 
medesimi, attribuiscono  a  Carlo  V  in  me- 
moria delle  narrate  conquiste  l'istituzio- 
ne dell'orarne  militare  di  Tunisi,  sotto 
il  quale  titolo  creò  de' cavalieri,  a' quali 
assegnò  un  collare  composto  di  piastre 
d'oro  ornale  di  pietre  preziose,  le  quali  e- 
rano  alcune  pietre  focaie  mandanti  scin- 
tille, per  denotare  terrore  e  spavento , 
poiché  la  pietra  non  si  vince  dall'ac- 
ciaio, ma  getta  fuoco  se  si  percuote;  dal 
collare  pendeva  una  fascia  colla  paro- 
la Bari  aria,  ed  alla  fascia  era  appesa 
una  croce  di  s.  Andrea  della  Borgogna, 
pure  con  pietre  scintillanti,  onde  l'or- 
dine fu  anche  detto  di  Borgogna.  Tut- 
tavolta il  critico  p.  Helyot  pone  quest'or- 
dine tra'supposti,  non  essendovi  certe  pro- 
ve di  sua  istituzione.  Di  più  il  Giustinia- 
ni al  cap.  7  i  tratta  àe  cavalieri  del  Tu- 
sino  fondati  dall'imperial  casa  d'Austria, 
per  avere  i  suoi  imperatori  tante  voltede- 
bellato  i  barbari  maomettani,  saraceni  e 
mori,  e  piantato  nell'Africa  lo  stendardo 
della  Croce,  mutandosi  da  Carlo  V  alle 
Colonne  d'Ercole  il  motto  di  Non  plus 
ultra,  in  Plus  ultra.  Che  l'ordine  del  Tu- 
sino  colla  regola  di  s.  Basilio  fu  stabilito 
principalmente  nell'Austria  e  nella  Boe- 
mia ,  ed  i  cavalieri  portavano  sopra  un 
manto  rosso  la  croce  liscia  di  color  ver- 
de, professando  voto  di  castità  coniuga- 
le e  ubbidienza  alla  s.  romana  Chiesa. 
Ho  voluto  qui  far  cenno  dell'ordine  del 
Tusino  (V.), perchè  non  si  confonda  col- 
l'ordine  di  Tunisi  o  Tunisino.  11  p.  Bo- 
nanni  nel  Catalogo  degli  ordini  eque' 
stri  e  militari,  a  p.  3o  riporta  la  figu- 
ra e  descrive:  77  cavaliere  della  Croce 
di  Borgogna  in  Tunisi.  Paolo  III  do- 
po le  vittorie  riportate  su  Tunisi  da  Car- 
lo V,  a  congraluìarsene  gl'invio  per  le- 
gati a  latere  i  cardinali  Cesarmi  e  Picco- 


i  -  \  T  U  N 

Iomini,e il  detto  donoalDorin. Indi  nel  se- 
guente mino  1 536  il  Papa  al  modo  de- 
scrittela Ingressi  solenni  in  Roma,  per  la 
spedizione  di  Tonisi  vi  ricevè  in  Ini  ma  di 
trionfo  Carlo  V.  Il  Cancellieri,  che  ne  ri- 
produsse la  descrizione  nella  Stori/i  dei 
w',  riporta  le  analoghe  epigrafi  po- 
ste sugli  archi  trionfali  e  in  altri  monu- 
menti sotto  i  quali  cavalcò  pomposamen- 
te l'imperatore, ornati  di  figure  e  imprese 
allusive, col  titolo  d' Affi e ano ,  di  Virata- 
rum  vindici,  Turcarum  eversori.  Ouie- 
tis  funda tori.  Nell'arco  trionfale  super- 
bissimo innalzato  presso  il  palazzo  di  s. 
Mirco,  con  disegno  di  Antonio  Sangallo, 
vi  lit  dipinto  il  trionfo  sull'Africa  e  la  bat- 
taglia della  Goletta,  con  l'iscrizione:  Ga- 
le tue  jnunilionibus  expugnatis  classe- 
aite  occupata  ac  liostibus  foto  stagno  tru- 
cida tis  atque  submersis.  Altra  pittiti  a  e- 
spresse  l'espugnazione  di  Tunisi  con  que- 
sta epigrafe:  Tuneto  capto  turcae  poe- 
nique  in  servi  tu  few  a  nostrìsad  classem 
attrahuntur.  In  un  altro  quadro  l'impe- 
ra torcerà  rappresentato  co'20,000  schia- 
ri liberati,  che  seco  condusse  in  Sicilia  e 
fornì  il  necessario  per  ripatriare,  con  l'i- 
scrizione: Chrisliani  a  miserabili  servi- 
tute  in  libertalem  restituii  victoriam 
Caesari  gratulantur.  In  altro  quadro 
l'incoronazione  fatta  da  Carlo  V  del  re 
di  Tunisi,  nel  ripristinarlo  sul  trono,  con 
l'epigrafe:  Muleasses  insigni  Victoria  re- 
sti tu  sa  Caesare  corona  tur.  Di  altii  si- 
mili dipinti  e  iscrizioni  si  può  vedere  il 
Cancellieri.  Abbiamo  dall'Alfarano,  De- 
scrizione mss.  della  Basilica  1  aticana. 
"Sopra  la  porta  Romana  (della  basilica) 
ve  sono  8  bandiere,  et  una  serratura  con 
catenacci  di  CarloV  imperatore,  della  vit- 
toria avuta  d'Africa  in  reverenlia.gralia, 
et  honore  de  Dio,  et  de  s.  Pietro  suo  vi- 
cario... et  in  questo  tempo  forno  levale  le 
bandiere  d'Africa,  e  il  catenaccio  e  serra- 
tura, che  sta  vano  sopra  la  porta  in  segno 
<lel!a  vittoria".  Poscia  la  serratura  e  il 
catenaccio  della  soggiogata  città  di  Tu- 
nisi, donati  da  Carlo  V  a  s.  Pietro,  come 


T  U  N 

rilevai  nel  voi.  XII,  p.  9.H3,  furono  por- 
tati sopra  l'arco  della  demolita  sagrestia, 
da  cui  si  trasferirono  sulla  porta  dell'ai* 
chi  vi  o  della  nuova  con  l'antica  iscrizione: 

Carvi us  I  imp.  Tuneto  espugnalo  ve- 
e  (cui  et  seram  lume  }>.  Vetro  ob  insìgnem 
victoriam  traiismisi  t.  Alcune  cose  donò 
pure  a  Trapani  tolte  da  Tunisi.  Abbia- 
mo l'opuscolo:  Gli  successi  della  presa 
della  Goletta  e  de'progrcssi  dello  eser- 
cito et  armata  Cesarea-  insino  alili Q  di 
lido  1  535.  Ritiratosi  Carlo  V  dall'Africa, 
il  Barba  rossa  tornò  a  dare  i  suoi  feroci 
guasti  sulla  costa  tunisina,  e  menti  e  Mu» 
ley-Hassan  erasi  recato  a  Napoli  da  Citi- 
lo V  per  indurlo  a  nuove  imprese,  il  suo 
figlio  Muley-IIamida,  fitto  correre  il  gri- 
do della  fuga  del  genitore  per  l'oggetto 
di  abbracciare  la  religione  cattolica,  lo  fe- 
ce detronizzare  usurpandogli  la  corona. 
L'imperatore  concesse  al  padre  un  soc- 
corso di  2000  italiani  per  reprimere  la 
ribellione,  ma  questi  miseri  perirono  tut- 
ti col  ferro  mussulmano,  e  Muley-Has- 
san  rimasto  fra'prigioni  gli  fu  tolta  la  vi- 
sta. Al  suo  fratello  Abdulmalic  riuscì  di 
sorprendere  la  fortezza  di  Tunisi,  e  do- 
po aver  liberato  Muley-Hassan, e  schian- 
tati gli  occhi  a  Sayd,  primogenito  del  ni- 
pote Ha  mida, regnò  egli  persoli  36giorni, 
eMaonietto  suo  figlio  per  4  mesi. In  capo  a' 
quali  Hamida  ricuperò  il  trono  fi  a  le  Stra- 
gi e  le  devastazioni,e  vi  sedette  pacifico  si- 
no al  1570.  In  quell'annOjOsecondoaltri 
neh  574,  Aluch  Ali  o  Ulachiali  governa- 
tore d'Algeri,  prese  possesso  di  Tunisi  per 
sorpresa  in  nome  del  gran  signore  Seliui 
II.  Così  terminò  il  vassallaggio  di  Tuni- 
si alla  Spagna,  a  cui  l'avea  fatta  tributa- 
ria Muley,  sotto  il  re  di  Spagna  Filippo 
II.  Arse  poscia  la  guerra  anche  fra  l'al- 
tro imperatore  ottomano  Animai  III,  e 
il  re  di  Spagna  Filippo  lì  figlio  di  Carlo 
V,  il  cui  naturale  d.  Giovanni  d'Austria 
cornandole  forre  spagnuole,  in  continua- 
zione di  quella  che  a'eristiani  produsse  la 
strepitosa  vittoria  navale  di  Lepanto  Que- 
sto prode  essendo  iudisaccordocon  Mar* 


T  U  I 
c'Anfonio  Colonna  generale  delle  galere 
jiontifìcie,e  conJacopoFoscarino  generale 
delle  venete,  quantunque  la  flotta  cristia- 
na fosse  gagliarda  di  i4o  galere, ^3  navi,6 
galeazze  e  3o  altri  legni  minori,  il  dello 
generale  turchesco  Ulachiali,  uomo  di  so- 
praffina accortezza,  benché  colla  sua  po- 
derosa flotta  mostrasse  sempre  voglia 
d'  azzuffarsi,  pure  fuggi  ogni  incontro  e 
sì  artificiosamente  andò  trattenendo  i  cri- 
stiani, che  loro  fece  perdere  il  resto  della 
campagna,  favorendo  i  turchi  anche  la 
poca  armonia  tra  il  Colonna  e  il  Fosca- 
lino,  cose  tutte  che  sommamente  afflisse- 
ro Papa  Gregorio XI 11.  Ad  onta  che  i  ve- 
neziani sottoscrissero  un  trattato  partico- 
lare di  pace  col  sultano,  nondimeno  il  Pa- 
pa e  il  re  di  Spagna  continuarono  a  guer- 
reggiare. Gli  spagnuoli  possedevano  an- 
cora la  fortezza  di  Goletta  presso  Tuni- 
si, e  d.  Giovanni  d'Austria  vi  si  accostò 
colla  flotta  di  Sicilia  ,  ed  occupò  senza 
combattere  Tunisi  e  Biserta  ,  abbando- 
nate dalla  maggior  parte  degli  abitanti: 
colle  galere  spaglinole  eranvi  le  pontifi- 
cie sotto  il  coniando  di  Prospero  Colon- 
na. Dipoi  la  flotta  del  gran  signore,  sem- 
pre capitanala  dall'ammiraglio  Ulachiali, 
e  l'armata  di  terra  guidala  da  Sinan  pa- 
scià, riuscì  a  far  cambiale  le  sorti,  e  pian- 
tò stabilmente  la  mezzaluna  su' bastioni 
della  metropoli  Tunisi,  facendo  macello 
di  tulli  i  cristiani  che  gli  si  fecero  incon- 
tro, linone  i4  prescelti  a  figurare  come 
trofei  in  Costantinopoli.  Così  finì  il  regno 
diTnnisijdie  dopoAbu  Ferez  avea durato 
3yo  anni,  sottrattosi  dalla  dipendenza  de- 
gl'im  pera  lori  di  Marocco,  ed  i  turchi  defi- 
nitivamente lo  riunirono  alla  Turchia  e 
impero  ottomano.Sinan  pascià  della  fami- 
glia Cigalli  genovese,  fondò  allora  la  reg- 
genza di  Tunisi,  ponendola  sotto  il  vas- 
sallaggio del  gran  signore.  Vi  stabilì  una 
milizia  permanente  di  5ooo  turchi,  divi- 
si in  tanti  oldak  o  compagnie  di  2j  uo- 
mini, dalle  quali  fra'più  antichi  e  bene- 
meriti soldati  scieglievansi  i  comandanti, 
e  tra  essi  poi  si  nominavano  i  consiglieri 


TDN  i7'> 

del  divano,  e  da  questi  consiglieri  si  trae- 
vano gli  agà  o  governatori  militari  de  di- 
stretti. Cosi  per  via  della  milizia  si  ascen- 
deva a'primi  onori.  Durante  i  primi  an- 
ni il  "ran  signore  mandava  a  Tunisi  un 
pascià  per  governare  la  reggenza,  e  lo  rap- 
presentava eziandio  nelle  solenni  adunan- 
ze. La  carica  di  bey  o  gran  tesoriere  si 
poneva  all'incanto  in  ogni  6  mesi,  né  po- 
teva ritenersi  per  più  d'  un  anno.  Il  2.° 
pascià  nominato  da  Sinan  per  suo  suc- 
cessore, dopo  due  anni  l'u  spogliato  del 
potere  esecutivo,  lasciandogli  la  sola  no- 
minale rappresentanza  del  gran  signore, 
e  gli  agà  governarono  per  altri  16  anni 
alla  testa  del  divano,  finché  la  milizia  si 
sollevò  contro)  boiiluk-bascì,  massacran- 
done la  maggior  parte,  e  Kalif  venne  pro- 
clamato sovrano  col  titolo  di  bey,  ad  e- 
sempio  d'Algeri, ed  ebbe  anche  quello  di 
califfo.  Continue  rivoluzioni  e  scene  san- 
guinose hanno  dopo  quell'epoca  balzato 
dal  soglio  e  innalzato  i  bey,  vani  tornan- 
do gli  sforzi  fatti  a  più  riprese  dal  popo- 
lo per  iscuotere  il  giogo  oligarchico  mi- 
litare; poiché  l'ingiustiziee  vessazioni  dei 
governatori,  aveano  determinato  la  mi- 
lizia a  scegliersi  da  se  i  suoi  signori.  Ec- 
co la  serie  de'hey  di  Tunisi  della  regnan- 
te dinastia.  Nel  1700  Hassen  figlio  d'un 
cristiano  ri  negato.  Nel  173  5  Aly  pascià, 
che  nel  174*  prese  la  suddetta  isola  di 
Tabarca,  della  famiglia  Lomellini  geno- 
vese, e  condusse  a  Tunisi  842  tabaichi- 
ni  schiavi. Neh  75*2  a'24  aprile  i  mori  tu- 
nisini ribellatisi  contro  il  bey  Aly  pascià, 
saccheggiarono  la  cillà  per  3  giorni,  mas- 
sime depredando  i  cristiani, la  chiesa  e  sue 
suppellettili,  l'ospizio  e  le  memorie  del- 
l'archivio de'cappuccini.  Nel  1  j56  fu  uc- 
ciso Aly  dagli  algerini,  e  in  sua  vece  in- 
tronizzarono bey  Mohammed.  Nel  1759 
gli  successe  Aly  bey,  neh  782  lo  divenne 
Hamuda,  nel  181  4  Olhman, che  strozza- 
to nel  medesimo  anno,  in  questo  gli  fu 
surrogatoMahmud.  Nel  1 8 1 5 avendo  una 
benda  di  tunisini  pirati  sbarcato  nell'isola 
di  s.  Antioco  presso  la  Sardegna,  e  por- 


176  TDN 

tate  in  ischiavitù  un  centinaio  di  persone, 

mosse  finalmente I* Inghilterra  a  frenare 

le  piraterie  ne!i8i6  di  Tunisi, Tripoli  e 
Algeri,  e  mediante  la  flotta  coma  mia  t  a 
da  lord  Exmoulh,  costrinse  i  3  bey  del- 
le reggenze  di  Barbarla  a  parziali  conven- 
zioni, sia  per  la  libertà  di  traffico commer- 
ciale, che  per  l'abolizione  della  schiavitù, 
ne'cristiani,  mediante  i  trattali  olia  ripor- 
tai a  Schiavo.  Nel  i  824  diventò  bey  Bas- 
ini padre  del  bey  di  recente  defunto.  Leg- 
go negli  Annali  cV Italia  del  eh.  Coppi, 
che  nel  i83o  alcuni  sudditi  sardi  erano 
da  qualche  tempo  creditori  della  reggen- 
za di  Tunisi,  e  non  potevano  in  alcun  mo- 
do ottenere  d'  essere  soddisfatti.  Implo- 
rarono finalmente  la  prolezione  del  pro- 
prio governo,  ed  il  re  Carlo  Felice  spe- 
dì avanti  Tunisi  il  contrammiraglio  Ca- 
stelvecchio  con  3  fregale  e  alcuni  basti- 
menti leggeri,  e  con  tal  mezzo,  co'è  l'u- 
nico potente  co'barbari,  furono  questi  in- 
dolii a  pagare  quanto  doveano. 

Mentre  l'Italia  era  in  pericolo  di  nuo- 
ve agitazioni  politiche  ,  ebbe  il  benefìcio 
d'essere  stabilmente  libera  dalle  correrie 
de'  barbareschi  africani.  La  Francia  da 
vari  anni  avea  questioni  con  Husseyn  pa- 
scià edey  d'Algeri,  provenienti  da  un  pos- 
sedimento che  avea  su  quella  costa,  e  dal- 
la liquidazione  di  cerli  conti  derivanti  da 
provigioni  somministrate  all'esercito  d'I- 
talia nel  1799.  Fra  tali  discussioni  quei 
barbareschi  insultarono  talvolta  la  ban- 
diera francese  e  la  pontificia  dalla  Fran- 
cia protetta,  e  il  dey  avea  nel  1827  in- 
sultato pubblicamente  il  console  di  Fran- 
cia colà  residente,  percuotendolo  con  un 
ventaglio.  Allora  il  re  Carlo  X  cominciò 
a  spedire  una  squadra  e  bloccare  Algeri, 
e  nulla  avendo  con  ciòottenuto,  finalmen- 
te neh83o  stabilì  di  mandar  un  eserci- 
to per  vendicare  la  dignità  di  sua  corona, 
e  liberare  l'Europa  dal  flagello  de'pira- 
ti  barbareschi.  Alla  metà  di  giugno  il  vi- 
ceammiraglio Dtiperré  sbarcò  presso  Al- 
geri 37,5oo  uomini  comandati  dal  ge- 
neral Bourmont  ministro  della  guerra.  11 


T  UN 

dey  difese  la  sua  capitale  come  seppe  e 
potè;  ma  in  fine  a'5  luglio  dovè  cederla 
per  capitolazione,  ottenne  di  potersi  ri- 
tirare colla  sua  famiglia  e  le  sue  proprie- 
tà personali  dove  gli  fosse  piaciuto,  e  re- 
cossi a  Napoli.  I  francesi  trovarono  nel  di 
lui  tesoro  48  milioni  di  fianchi,  (pianti 
presso  a  poco  ne  avea  costali  la  spedizio- 
ne. Il  comandante  francese  in  Algeri  spe- 
dì quindi  una  squadra  a  Tunisi  e  indus- 
se il  bey  Bussiti  a  sottoscrivere  agli  8  a- 
gosto  una  convenzione  nella  quale  fu  sta- 
bilito.» Rinunziare  questi  interamente  e 
per  sempre,  per  se  e  suoi  successori,  al  di- 
ritto d'autorizzare  il  corseggiamento  in 
tempo  di  guerra  contro  i  bastimenti  del- 
le potenze,  che  stimassero  conveniente  di 
rinunziare  all'esercizio  dell'istesso  diritto 
verso  i  bastimenti  di  commercio  tunisini. 
Abolire  per  sempre  ue'suoi  stati  la  schia- 
vitù de'ci  isliani.  Qualunque  bastimento 
che  urtasse  sulle  coste  della  reggenza  ri- 
cevesse per  quanto  era  possibile  l'assisten- 
za ,  i  soccorsi  e  le  vettovaglie  di  cui  po- 
tesse abbisognare.  11  bey  prendesse  le  mi- 
sure più  pronte  e  più  severe  per  assicura- 
re la  salvezza  degli  uomini  e  delle  cose  e- 
sistenti  sul  medesimo.  Le  potenze  stranie- 
re poter  stabilire  consoli  e  agenti  com- 
merciali su  tutti  i  punti  della  reggenza  , 
senza  dover  fare  per  quest'oggetto  alcun 
regalo  all' autorità  legali  locali.  Tutti  i 
tributi  ,  regali  e  doni  di  qualunque  na- 
tura, che  i  governi  o  i  loro  agenti  pagava- 
no alla  reggenza  di  Tunisi  per  qualunque 
tilolOjCircostanzao  nome,e principalmen- 
te in  occasione  di  concludersi  un  tratta- 
to o  nello  stabilirsi  un  agente  consolare, 
essere  aboliti,  né  potersi  esigere  o  stabi- 
lire per  l'avvenire.  I  sudditi  stranieri  po- 
ter trafficare  liberamente  co' sudditi  tu- 
nisini, pagando  i  diritti  stabiliti".  Simile 
convenzione  1*  1  1  agosto  fu  stabilita  col 
bey  di  Tripoli.  Fu  l'ammiraglio  france- 
se Rosamel,  che  dopo  la  conquista  d'Al- 
geri colla  sua  squadra  percorse  le  diver- 
se reggenze  barbaresche,  notificando  ai 
capi  di  esse  che  la  Francia  vittoriosa  vo- 


T  U  N 

leva  quindi  che  il  suo  nome  e  la  religio- 
ne ci t  Gesù  Crislo  fossero  in  quelle  ino- 
spitali parti    rispettati.  Quanto  all'aver 
la  Francia  imposto  a'bey  di  Tunisi  e  di 
Tripoli  ,  di  non  far  esercitare  il  corseg- 
giamenlo  in  tempo  di  guerra  control  ba- 
stimenti delle  potenze,  che  dal  loro  can- 
to   rinunziassero  allo   stesso  diritto  ver- 
so i   navigli  barbareschi,  indi  nel    1 83 1 
Ferdinando  II  re  delle  due  Sicilie,  volen- 
do profittare  de'  vantaggi  che  tal  impe- 
gno assicurerebbe  alla  navigazione  mer- 
cantile, per  mezzo  del  governo  francese 
partecipò  alle  due  reggenze,  che  da  par- 
te sua  rinunziava  formalmente  al  divisa- 
to diritto  di  corso  verso  le  medesime.  Per- 
ciò i  due  bey  si  obbligarono  a  una  per- 
fetta reciproca nza.  Ciò  non  pertanto  Fer- 
dinando li  ebbe  tosto  motivi  di  lagnan- 
ze contro  il  bey  di  Tunisi  Hussin,ed  al- 
tre ne  avea  il  re  di  Sardegna  Carlo  Al- 
berto. Imperocché  contro  i  trattati  vigen- 
ti esso  avea  fatto  castigare  con  battiture 
alcuni  napoletani.  Il  governatore  di  Por- 
to-Farina avea  usato  mali  trattamenti  ad 
un  bastimento  genovese,  e  infine  lo  avea 
anche  sequestrato.  I  consoli  rispettivi- a- 
veano  chiesto  varie  volte  soddisfazione  di 
tali  insulti,  ma  sempre  inutilmente.  An- 
zi una  volta  il  bey  rispose  in  modo  in- 
sultante alla  dignità  del  re   Ferdinando 
II.  Allora  i  due  sovrani  conobbero  non 
esservi  altro  mezzo  che  d'appigliarsi  al- 
l'armi. Incominciarono  quindi  dal  sotto- 
scrivere a'  i§  marzo  1 833  una  conven- 
zione, nella  quale  in  sostanza  stabilirono 
che:»  Per  un  effetto  degli  stretti  vincoli  del 
sangue  che  univano  le  due  auguste  cor- 
ti, e  dell'antica  amicizia  e  perfetta  cor- 
rispondenza che  regnavano  fra  loro,  già 
assai  prima  d'allora  aveano  pensato  alla 
convenienza   di   unirsi   con  un   apposito 
convegno  per  difendere  i  rispettivi   loro 
sudditi  dalle  avarie  e  dagl'ingiusti  e  inu- 
mani trattamenti,  cui  andavano  di  lauto 
in  tanto  soggetti  nelle  contrade  d'Africa, 
e  fare  a  un  tempo  rispettare  la  loro  ban- 
diera, la  rappresentanza  de'  loro  regi  a- 

VOL.   LXXXI. 


TUN  177 

genti,  ed  i  diritti  della  loro  corona  dalle 
reggenze  Barbaresche.  Trovandosi  allo- 
ra ambedue  le  potenze  nella  circostanza 
di  dover  vendicare  de' torti  che  aveano 
rispettivamente  ricevuti  dalla  reggenza 
di  Tunisi,  aveano  perciò  determinato  di 
addivenire  fra  loro  ad  un'apposita  con- 
venzione al  suddetto  fine  diretta.  Stabi- 
lirono pertanto  che  vi  fosse  d'allora  in- 
nanzi unione  perfetta  tra  loro,  nel  caso 
di  rottura  d'  una  delle  parti  contraenti 
con  una  o  tutte  le  potenze  Barbaresche* 
In  tal  caso  i  sovrani  unirebbero,  ove  oc- 
corresse, la  forza  loro  armata  di  mare  e 
anche  di  terra,ove  d'uopo,  per  far  rispet- 
tare i  diritti  della  rispettiva  loro  corona 
e  de'  loro  sudditi,  la  regia  bandiera  e  il 
commercio  dalle  reggenze  suddette  e  da 
Ognuna  di  esse.  La  convenzione  rimanes- 
se  in  vigore  per  lo  spazio  di  5  anni,  e  s'in- 
tendeste rinnovata  di  pieno  diritto  di 
quinquennio  in  quinquennio,meno  vi  pre- 
cedesse 6  mesi  prima  della  scadenza  del 
quinquennio  il  diffida  mento  d'una  delle 
due  parti  contraenti  chene  desiderasse  lo 
scioglimento  \  In  forza  di  questa  conven- 
zione, il  re  di  Sardegna  spedì  alla  rada 
di  Tunisi  una  squadra  composta  di  4  fre- 
gate, una  corvetta,  un  brick  ed  uno  acuii - 
ner,  e  ne  die  il  comando  al  contrammi- 
raglio Viry.  Ferdinando  II  riunì  un  afre- 
gala,duecorvette,una  goletta  e  due  brick. 
Le  due  squadre  presentaronsi  avanti  Tu- 
nisi sul  principio  di  maggio 1 833,  e  quin- 
di spedirono  i  <lue  commissari  Montiglio 
piemontese  e  Marino  Caracciolo  napole- 
tano, ad  intimare  al  bey  di  dare  entro  un 
prefisso  termine  la  chiesta  soddisfazione. 
All'aspetto  della  forza  il  bey  Hussin  ce- 
dette. Promise  solennemente  d'indenniz- 
zare il  padrone  del  bastimento  genovese 
pel  danno  sofferto,  e  di,  castigare  severa- 
mente coloro  che  lo  aveano  insultato.  Di- 
chiarò essere  stalo  un  equivoco  d'intelli- 
genza le  ingiurie  che  gli  si  supponevano 
avere  proferito  contro  il  re  del  regno  del- 
ledueSieilie,anziavrebbeinviato  i\u  am- 
basciatore a   Napoli  per  dileguare  ogni 

12 


i78  TUN 

dubbio  che  potesse  rimanere  nell'animo 
«li  Ferdinando  11  sul  senso  delle  sue  paro- 
le. Promise  infine,  che  qualora  avvenis- 
se che  i  napoletani  e  siciliani  applicati  ai 
suoi  servigi  cadessero  in  colpa  grave ,  li 
farebbe  consegnare  in  mano  al  proprio 
console,  per  essere  ponili  colle  leggi  del 
loro  sovrano.  Ottenuto  così  l'intento  col- 
le sole  minacce,  le  squadre  tornarono  al- 
le loro  sta2Ìoui.  Il  bey  di  Tunisi  mandò 
poi  di  fatti  un  individuo  a  Napoli, il  qua- 
le in  nome  del  suo  padrone  espresse  al 
re,  in  udienza  solenne  a' ni  luglio,  senti- 
menti di  leale  e  costante  amicizia, la  qua- 
le egli  non  avea  mai  inteso  d'alterare. 
Ferdinando  li  rispedì  poi  a  Tunisi  Ma- 
rino Caracciolo,  il  quale  a' 17  novembre 
concluse  col  bey  un  trattato,  per  esten- 
dere le  relazioni  commerciali,  vigenti  tra 
i  loro  rispettivi  territori!  e  popoli,  fissan- 
do d'accordo  in  una  chiara  e  positiva  ma- 
niera i  patti  da  osservarsi  da  ciascuna 
parte.  Nel  dì  seguente  si  sottoscrisse  una 
convenzione,  nella  quale  si  stabilì  che: 
wl  sudditi  del  re,  i  quali  servivano  il  pa- 
scià bey  particolarmente  ed  i  suoi  suddi- 
ti, fossero  sotto  la  di  lui  giurisdizione  nel 
solo  caso  correzionale  di  poco  rilievo.  In- 
colpati però  di  grave  mancanza,  dovesse- 
ro congedarsi  dal  servigio  del  bey  e  dei 
suoi  dipendenti,  e  tradotti  nel  regio  con- 
solato generale  per  essere  puniti  colle  leg- 
gi del  proprio  re".  Nel  i  83.5  divenne  bey 
di  Tunisi  Mustaia,  padre  dell'attuale  che 
da  poco  regna,  e  fratello  del  defunto  pre- 
decessoreHussin.  Morto  nel  1  83 7  M osta- 
la, gli  successe  il  nipote  Ahmed  pasci;»  fi- 
glio dell'altro  bey  Hussin,  che  si  rese  ce- 
lebre pel  suo  governo,  e  distinto  benefat- 
tore delle  missioni  apostoliche,  come  me- 
glio poi  dirò.  Trovo  nel  Memorandum 
storico-politico,  pVI  eh.  conte  Solaio  del- 
la Margarita,  ministro  e  1. Segretario  di 
slato  di  Carlo  Alberto  re  di  Sardegna, 
descritta  la  vertenza  tra  quella  coi  te  e  il 
bey  di  Tunisi  Ahmed,  onde  ne  farò  cen- 
no. Sebbene  quel  principe  mussulmano, 
cheavea  per  suo  ministro  il  cav.  Giusep- 


T  UN 
pe  Baffo  genovese, oriundo  di  Chiavari  e 
nativo  di  Tunisi,  non  seguisse  le  tracce 
de'barbari  che  nelle  reggenze  dell'Africa 
odiando  il  nome  cristiano,  accoppiavano 
agli  alti  di  tirannide  verso  »  sudditi  del- 
l'altre potenze  la  pianerà  malafede,  pu- 
re di  quando  in  quando  il  fiero  caratte- 
re de'seguaci  di  Maometto  trasparirà  mal 
adombrato  dalle  forme  europee  che  si  fa- 
cevano studio  ti' imitare.  Venne  in  capo 
al  bey  Ahmed  di  fare  il  monopolio  del 
grano,  e  contro  la  lettera  detrattati,  sen- 
za prevenirne  i  commercianti,  ne  proibì 
l'estrazione.  Nel  1  843  il  cav.  Peloso  con- 
sole del  re  se  ne  lagnò,  ma  indarno;  s'ac- 
crebbero anzi  i  molivi  di  querela  per  al- 
tre vessazioni  e  ingiustizie  a  danno  de're- 
gi  sudditi.  Vedendo  inefficaci  le  trattati- 
ve, il  governo  sardo  prescrisse  al  conso- 
le più  energico  linguaggio,  accompagna- 
to da  minacce  di  rottura;  neppur  queste 
conseguirono  l'intento, e  fu  forza  mandar 
legni  da  guerra  con  ordine  al  console  di 
lasciar  la  reggenza  e  dichiarare  che  ove 
non  fosse  resa  la  dovuta  soddisfazione  il 
re  provvederebbe  agi' interessi  de*  suoi 
sudditi  colla  forza.  Giosia  era  la  guerra 
che  Carlo  Alberto  voleva  fare  al  bey,  ma 
non  piaceva  alla  Francia.  Essa  conside- 
rava il  bey  di  Tunisi  Ahmed  come  suo 
protetto  ,  sebbene  egli  temendo  la  sorte 
dell'Algeria  conquistata  dalla  Francia  e 
la  progressiva  estensione  di  sue  conquiste 
in  Barbarla,  fosse  segretamente  più  ligio 
all'Inghilterra.  Il  console  inglese  avea  fat- 
to de'passi  al  gabinetto  tunisino  del  Bar- 
do, onde  por  termine  alla  discussione  con 
accondiscendere  alle  giuste  domande  sar- 
de, ma  non  era  vi  riuscito,  e  in  gran  par- 
te perchè  il  console  francese  avea  agito 
in  senso  opposto  e  corroborata  la  resisten- 
za. II  governo  francese  era  estraneo  al  con- 
tegno tenuto  dal  suo  agente  in  Tunisi,  pe- 
rò trovavasi  sotto  l'influenza  de'suoi  rap- 
porti, per  cui  forse  men  chiare  vedeva  le 
ragioni  del  re  di  Sardegna.  Ciò  che  più 
premeva  alla  Francia  era  d'evitare  a  m\ 
suo  alleato  l'umiliazione  e  i  danni  d'una 


T  U  N 
sconfitta,  poiché  si  prevedeva,  colla  me- 
moria di  quanto  accadde  a  Tripoli   nel 
1823,  che  la  marina  sarda  0011  avrebbe 
smentita  la  sua  riputazione.   Il  governo 
francese  propose  la  sua  mediazione,  che 
non  fu  accettata  dal  re  pw  vari  motivi, 
cui  importava  dar  prova  che  avea  per  se 
la  forza  di  farsi  rispettare,  e  una  squadra 
in  istato  di  sostener  l'onore  delia  bandie- 
ra. Al  tempo  stesso  si  adombrò  la  subli- 
me Porta,  e  dalla  corte  di  Costantinopo- 
li furono  fatte  delle  osservazioni  a  quel- 
la di  Torino.  Il  sultano  non  riconoscen- 
do l'indipendenza  del  bey  Ahmed, ma  con- 
siderandolo come  vassallo,  trovava  stra- 
no che  si  chiedesse  a  lui  ragione  coll'ar- 
mi,  anziché  dirigersi  al  suosiguore  perot- 
leuere  riparazione  de' gravami;  non  era 
dunque  pegl'interessi  del  bey,  ma  per  far 
atto  di  supremazia  che  la  Porta  interve- 
niva. Rispose  il  governo  sardo,  che  aven- 
do un  agente  in  Tunisi,  il  quale  trattava 
ogni  affare  col  bey  senza  ingerenza  del- 
la Porla  ,  e  dal  bey  essendo  stati  sotto- 
scritti i  trattati,  da  lui  se  n'esigeva  1'  a- 
dempimento  senza    oltraggio    de'  diritti 
delia  Porta,  che  dal  governo  non  erano 
pregiudicati,  ne  messa  iti  questione  l'alta 
sua  signoria.  Parve  un  istante  che  il  sulta- 
no non  pago  disegnasse  di  mandar  una 
squadra  nell'acque  di  Tunisi  per  difen- 
dere la  città  dall'armi  sarde,  ove  s'intra- 
prendesse di  bombardar  la  capitale,  e  vi 
fu  sospetto  che  fosse  a  suggerimento  del- 
la Francia;  ma  la  spedizione  della  flotta 
ottomana  non  ebbe  luogo,  e  le  ragioni  sar- 
de prevalsero  a  Costantinopoli.  L'Inghil- 
terra non  voleva  neppur  la  guerra,  poi- 
ché vi  era  tra  essa  e  la  Francia  un  segre- 
to accordo  per  proteggere  il  bey.  Le  due 
potenze  rivali  intendevano  cosi  d'impe- 
dire che  l'ima  o  l'altra  opprimesse  la  reg- 
genza ,  la  Francia  per  distendere  le  sue 
possessioni  in  Africa  ,  1'  Inghilterra  per 
creare  presso  l'Algeria  una  coloniaBrilan- 
nica.  Ma  l'Inghilterra  riconoscendo  il  di- 
ritto del  re  di  Sardegna,  e  lasciandolo  in 
piena  libertà  d'  agire  ,  offri  di  far  coua- 


TUN  179 

prendere  al  bey  di  Tunisi  la  necessità  di 
cedere,  né  poteva  ciòragionevolmente  ri- 
cusarsi :  la  Francia  all'  opposto  sdegnata 
del  rifiuto  di  accettare  la  sua  mediazione, 
minacciò  che  se  la  squadra  sarda  attac- 
cava Tunisi,  ch'era  sotto  la  sua  protezio- 
ne, una  flotta  francese  l'avrebbe  aggre- 
dita. Rispose  il  governo  sardo,  che  la  ver- 
tenza col  bey  riguardava  unicamente  il 
re,  ch'era  nel  suo  diritto,  e  non  vi  rinun- 
zierebbe  mai  per  minacce,  fosse  pur  pos- 
sente il  governo  che  le  proferiva;  non  esse- 
re in  grado  di  lottar  con  Francia,  ma  non 
perciò  si  sosterrebbe  meno  ciò  che  richie- 
deva l'onore  e  la  dignità  d'uno  stato  in- 
dipendente; se  il  bey  non  dava  soddisfa- 
zione al  re,  la  sua  squadra  assalirebbe 
Tunisi,  e  se  la  flotta  francese  lo  impedii* 
se  cederebbe  allora  il  governo  sardo  a- 
vanti  forze  maggiori,  ma  non  alle  minac- 
ce mai,  e  l'Europa  giudicherebbe  chi  più 
nobilmente  procedeva.  Queste  e  altre  ri- 
sposte date  alla  Francia,  comunicate  al- 
le altre  corti,  furono  ovunque  approva- 
te; il  gabinetto  inglese  scorgendo  la  con- 
venienza d'impedire  il  conflitto,  intimò  al 
bey  di  dar  soddisfazione  al  re  di  Sarde- 
gna ,  ne  potè  ricusarlo.  Non  solo  tolse  i 
molivi  di  querela  e  rivocò  l'inibizione  al- 
l'esportazione de'grani,  ma  pagò  mi  in- 
dennità pecuniaria  pe'danni  solferli  dal 
commercio  sardo,  ed  il  cav.  Peloso  fece 
pacifico  ritorno  a  Tunisi.  Intanto  diven- 
ne rinomato  il  bey  Ahmed,  amico  since- 
ro della  Francia,  e  civilizzatore  del  pro- 
prio stato,  ove  regnò  da  sovrano  assolu- 
to, poiché  da  oltre  un  secolo  l'alto  domi- 
nio della  Porta  ottomana  vi  è  ormai  af- 
fatto cessato   nella  reggenza    di    Tunisi. 
D'altronde  non  cessò  di  tratto  in  tratto  la 
sublime  Porta  da'tentativi  onde  ripristi- 
narvelo,  se  non  che  il  governo  francese, 
al  più  lieve  sintomo  di  pericolo,  da  fede- 
le allealo,  spedì  ognora  delle  squadre  in 
di  lui  soccorso,  e  ciò  bastò  perchè  le  mi- 
nacce noti  si  traducessero  infatti.  Il  bey 
riconoscente  al  re  Luigi  Filippo  fino  dal 
1 840  avea  imposto  il  nome  di  Aloide  Lui- 


180  TDN 

gì  Filippo  allu  parte  superiore  dell'an- 
tica Cartagine,  offrendo  a  quel  monarca 
il  terreno  dove  mori  s.  Luigi  IX (J  .)  re 
di  Fraiuia&ij  agosto  i  270,  mentre  as- 
sediava Tunisi,  che  poi  avrebbe  potuto  e- 
spugnareilsopraggiunto l'ratelIoCai  lo I  re 
di  Sicilia,  questi  concludendo  invece  una 
tregua  a  se  molto  vantaggiosa  co'sarace- 
ni.  Narra  l'annalista  Rinaldi,  che  nella 
sagra  crociala  intrapresa  da  s.  Luigi  IX 
per  liberare  i  luoghi  di  Terra  Santa  dal- 
le mani  de'inaomettani,  prima  di  recar- 
visi si  era  proposto  di  conquistare  il  re- 
gno di  Tunisi,  del  cui  re  avea   ricevuto 
segretamente  molti  ambasciatori  e  i  pro- 
pri inviali  a  lui;  poiché  il  re  di  Tunisi  a- 
vcadimostratosimulalamente  molta  pro- 
pensione a  farsi  cristiano,  purché  con  o- 
nesta  cagione  e  salvo  il  suo  onore  potes- 
se metterla  ad  effello  seuza  tema  de'sara- 
ceni  suoi  sudditi,  onde  s.  Luigi  IX  va- 
gheggiava con  pio  zelo  l'idea  di  fargli  da 
padrino.  Avendo  il  re  tunisino  mandalo 
una  solenne  ambasceria  in  Francia,s.  Lui- 
gi IX  volle  che  gli  ambasciatori  assistes- 
sero in  s.  Dionigio  al  battesimo  d'un  e- 
breo  famoso,  eh'  egli  con  diversi  baroni 
tenne  al  s.  fonte.  Dopo  la  funzione,  il  san- 
to chiamati  a  se  gli  ambasciatori,  disse  lo- 
ro con  grande  alfello. «Direte  per  parte 
mia  al  re  vostro  signore,  ch'io  sì  ardeu- 
temente  bramo  la  salute  dell'anima  sua, 
che  voi  rei  stare  nella  carcere  de'sarace- 
11  i  tutti  i  giorni  di  mia  vita,  senza  veder 
mai  la  chiarezza  del  sole,  solamente  che 
il  vostro  re  e  la  sua  gente  con  di  voto  cuo- 
re si  rendessero  cristiani".  Egli  dunque 
si  persuase,  che  se  il  numeroso  e  tanto 
nominato  esercito  crociato  fosse  compar- 
so improvvisamente  innanzi  alla  città  di 
Tunisi ,  questa  sarebbe  stata  la  più  op- 
portuna cagione,  che  quel  re  potesse  ave- 
re tra' saraceni  di  premiere  il  battesimo 
co 'suoi,  evitando  la  inoi  te,e  ritenere  il  suo 
regno  pacificamente.  Oltre  a  ciò  era  per- 
suaso s.  Luigi  IX,  che  se  il  re  maomet- 
tano non  voleva  venire  alla  fede  cattolica, 
era  cosa  assai  facile  espuguar  la  città  di 


T  U  N 
Tunisi  e  per  conseguenza  lutto  il  reame; 
che  tale  città  era  piena  d'oro,  d'argento 
e  di  ricchezze  infiuile,  come  quella  che 
da  grandissimo  tempo  innanzi   non   era 
slata  presa  da  nessuno,  e  perciò  con  tali 
tesori  si   sarebbe   potuto  u"  assai  aiutar 
I'  impresa  e   la  restaurazione  del  domi- 
nio cristiano  in  Terra  Santa.  E  solendo 
fornire  i  tunisini  poderosi  aiuti  di  com- 
battenti, armi  e  cavalli  contro  le  crociate 
e  in  soccorso  del  soldatio  d'Egitto,  e  con 
massimo  pregiudizio  de'crocesigna ti,  viep- 
più fu  tenuta  necessaria  l'impresa  di  Tu- 
nisi. Pertanto  l'armata  cristiana  appro- 
dò felicemente  al  porto  dell'antica  Car- 
taginei  giacche  alcuna  parte  dell'aulica 
i  saraceni  aveano  riedificata  e  foi litica- 
ta per  guardia  del  porto,  e  fu  tosto  pre- 
sa  dai   crociati,  i  quali   attesero  poi   al- 
l' assedio  di  Tunisi  distante  circa  1  5  mi- 
glia :  quindi  fu  raggiunto  dal  fratello  Al- 
fonso conte  di  Tolosa.  Allorché  i  crocia- 
ti discesero  sulla  riva  di   Tunisi,  i  fran- 
cesi coraggiosamente  fugarono  i  sarace- 
ni su  pe'rnonli.  Subilo  un  limosiniero  re- 
gio pubblicò  d'  ordine  del  re  l'entrala  nel 
paese  in  nome  di  Luigi  IX:  Io  vi  pubbli- 
co il  bando  del  Nostro  Signor Gè  sii  Cri- 
sto ,  e  di  Luigi  re  di  Francia  suo  ser- 
gentet  cioè  a  dire  suo  servo.  Indi  da'ero- 
ciali  si  distesero  le  tende,  e  ben  presto  co- 
nobbero falsi  i  desiderii  che  avea  mostra- 
to il  re  di  Tunisi  infedele,  d'abbracciare 
'la  religione  cristiana.  I  saraceni  fecero  vi- 
sta più  volte  d'attaccar  la  battaglia,  ma 
ebbero  sempre  timore  del  fiero  contegno 
de'crociali,e  se  qualche  volta  vennero  alle 
mani  con  iscaramucce,non  netrasseroche 
danni.  I  maomettani  difesero  Tunisi  con 
valorosi  sforzi,  ribattuti  prodemente  da' 
cristiani, ed  il  re  volle  indugiar  nell'assalto, 
attendendo  gli  aiuti  della  grande  armata 
che  dovea  condurgli  il  fratello  re  di  Si- 
cilia Carlo  I.  Ma  intanto,  tra  per  man- 
canza d'acqua  dolce,  la  corruzione  delle 
vettovaglie,  gli  eccessivi  calori  d'un  pae- 
se così  ardente,  e  l'intemperie  dell'atmo- 
sfera ,  non  che  per  l' infezione  prodotta 


TUN 
dagl'insepolti  cadaveri,  scoppiò  la  peste 
e  assalì  l'esercito  cristiano,  facendo  tosto 
strage  della  metà  de'soldati,e  poi  ne'ca- 
pitaui.  Tra'grandi  morirono  pe'primi  il 
conte  di  Nevers  Giovanni  Tristano  figlio 
del  re,  il  cardinal  Ridolfo  Caprario  le- 
gato della  s.  Set\e,  e  s'infermò  a  morte  lo 
stesso  s.  Luigi  IX  preso  da  continua  feb- 
bre, il  quale  si  apparecchiò  al  suo  tran- 
sito con  somma  edificazione,  che  celebrai 
altrove,  colla  recita  delle  divine  laudi  e 
il  ricevimento  cle'ss.  Sagramenti, adem- 
piendo esemplarmente  i  doveri  di  buon 
padre  e  di  buon  re.   Avvicinandosi   alla 
sua  fine,  il  santo  re  con  fioca  voce  e  pie- 
no di  zelo  per  la  propagazione  del  cristia- 
nesimo,andava  ripetendo:»  Veggiamo  per 
amor  di  Dio,  come  si  possa  predicare   e 
piantar  la  fede  cattolica  in  Tunisi.  Oh  ci 
fosse  alcun  huornoatto  a  esservi  manda- 
to a  predicare";  e  nominava  un  frate  do- 
menicano, che  altra  volta  era  ito  a  Tu- 
nisi e  conosciuto  da  quel  re.  Venendo  il 
servo  di  Dio  all'ora  estrema,  giacendo  in 
forma  di  croce  sopra  un  letto  asperso  di 
cenere,  consumò  il  suo  eroico  sagrificio  e 
rese  felicemente  lo  spirito  alCreatore, nel- 
l'ora appunto  nella  quale  il  Figlio  di  Dio 
in  croce  morì  per  vivificare  il  mondo. Pub- 
blicatasi la  sua  morte,  l'esercito  cristiano 
oltremodo  dolente,  ne  pianse  amaramen- 
te la  preziosa  perdita,  onde  il  nemico  ne 
prese  vigore  e  baldanza,  prontamente  re- 
pressa dalla  venuta  di  Carlo  I  ,  il  quale 
per  le  orazioni  del  fratello  vide  mitigar  la 
pestilenza  nel  campo  per  una  gran  piog- 
gia, indi  ottenne  gloriosa  vittoria  e  si  con  • 
tentò  di  pacificarsi.  Il  re  di  Tunisi, che  per 
salvar  la  sua  capitale  e  l'invasione  del  re- 
gno erasi  sottomesso  a  qualunqne  patto, 
promise  di  liberare  tutti  i  cristiani  schia- 
vi del  suo  reame  con  libero  esercizio  di 
loro  religione,  e  concesse  l'edificazione  di 
conventi  e  chiese  a  onore  di  Gesù  Cristo 
in  tutte  lecittà del  regno,  e  che  eziandio  si 
potesse  predicar  liberamente  la  fede  cri- 
stiana da'frati  minori  e  da'frati  predica- 
tori, come  pure  da  ogni  altro;  e  che  non 


TUN  181 

fossero  in  alcun  modo  impediti  quelli  che 
avessero  voluto  prendere  il  santo  lavacro, 
e  la  conversione  altresì  de'mussolmani.  Il 
redi  Tunisi  divenne  tributario  di  5o,ooo 
scudi  annui  del  re  di  Sicilia  Carlo  I,  il 
quale  avea  portato  le  macchine  e  tutto  il 
necessario  per  combattere  Tunisi  per  ter- 
ra e  per  acqua;  si  obbligò  di  rimborsare 
il  re  e  signori  di  Francia  di  tutte  le  spese 
ch'essi  aveano  fatte  sino  dal  principio  del- 
la guerra,  lequali  ascendevano  a  i  i  0,000 
oncie  d'oro,  di  cui  la  metà  doveasi  paga- 
re subito,  e  l'altra  fra  due  mesi.  Aggiun- 
ge il  Rinaldi,  con  altre  testimonianze,  che 
fu  imposto  al  re  di  Tunisi  di  sommini- 
strare il  soldo  a  3ooo  combattenti,  fin- 
ché durasse  la   guerra  contro  i  saraceni 
invasori  della  Terra  Santa.  Di  tali  accordi 
ragionai  nel  voi.  XVIII,  p-^B  e  299.  Il 
re  Carlo  I  fu  tacciato  d'avarizia,  per  aver 
preferito  farsi  tributario  il  re  di   Tunisi 
(come  Io  erano  stati  i  predecessori  a  quelli 
di  Federico  II  imperatore  e  re  di  Sicilia) 
con  annue  20,000  doppie  d*oro,invece  di 
prendere  Tunisi,  perchè  allora  conveniva 
divider  la  preda  con  gli  altri  principi,  il 
che  principalmente  riprovò  Edoardo  fi- 
glio di  Enrico  III  re  d'Inghilterra,  giun- 
tovi con  l'armata  dopo  fatta  la  pace.  Di 
più  Carlo  I  in  luogo  di  recarsi  in  Siria  per 
la  sagra  guerra  e  liberare  i  santi  luoghi 
dal  giogo  infedele,  sciolse  le  vele  verso  la 
Sicilia,  e  mostrandone  Dio  giusto  risen- 
timento, insorta  Serissima  tempesta,  nau- 
fragò buona  parte  della  flotta  e  del  teso- 
ro avuto  dal  re  di  Tunisi;  e  Tibaldo  II 
re  di  Na varrà,  che  infermo  era  partito  da 
Tunisi,  giunto  al  porto  di  Trapani  morì, 
onde  la  vedova  Isabella  figlia  di  s.  Luigi 
IX  volle  quindi  osservare  perpetua  casti- 
tà, avendolo  accompagnato  nell'impresa 
d'Africa.  I  francesi  rientrati  in  mare  coi 
siciliani,  portarono  seco  il  corpo  di  s.  Lui- 
gi IX,  ed  il  re  Carlo  I  ne  ottenne  le  vi- 
scere che  fece  depositare  nella  cattedra- 
le  di  Monreale,  li  venerando  corpo  fu  de- 
positalo nella  celebre  abbazia  di  s.  Dìo- 
nigìo,  la  testa  fu  posta  nella  s.  Cappella 


iS*  TUN 

di  Parigi \  e  altra  reliquie  altrove  Ami 

do  dunque  il  bey  di  Tunisi  A  burnì  ce- 
duto alla  Francia  il  terreno  sopra  cui  ino- 
ri s.  Luigi  IX,  ed  il  «lono  essendosi  ac- 
cettato dal  suo  discendente  re  Luigi  Fi- 
lippo, si  concepì  il  pensiero  di  fabbricar- 
vi una  cappella  o  chiesa  ad  onore  di  quel 
santo  monarca,  e  tal  re  la  fece  innalzare 
e  dedicare  nell'agosto  i  84  ';  quindi  con- 
sagrare dal  presente  vescovo  vicario  apo- 
stolico solennemente  a'24  agosto  184^, 
coH'interventodello  stato  maggiore  e  ban- 
de militari  della  squadra  francese,  ed  ol- 
ire il  consolato  ili  Francia,  vi  assisterono 
ancora  i  cancellieri  di  quelli  delle  altre 
potenze,  con  molta  affluenza  d'ogni  na- 
zione e  credenza  religiosa  Questo  terre- 
no racchiude  nel  suo  perimetro  una  pic- 
cola parte  dell'antica  Cartagine;  la  chie- 
suola di  s.  Luigi  IX  colla  sua  bianca  cu- 
pola gotica  sormontata  dalla  Croce  tor- 
reggia ne!  mezzo  di  essa:  su  lutto  il  suo- 
lo sventola  il  vessillo  di  Francia.  Questo 
luogoè  indicato  sulla  carta  geografica  col 
nome  di  s.  Luigi  di  Cartagine te  gl'indi- 
geni arabi  mussulmani  lo  chiamano  Za.o- 
vit  ci  Fransìs  ,cioè  il  Santuario  de*  Fran- 
cesijXSantuarìodelSultanoCristiano.W 
cav.  Calza  console  generale  pontificio  nel 
l'Algeria  (ora  di  Toscana)  nella  sua  Alge- 
ria, gravemente  rimarca.  Sul  ripiano  di 
IWarka, sulla  sommità  dell'anticaAcropoli 
dove  la  regina  di  Tiro  Didone  venne  fuggi- 
tiva a  cercare  un  asilo  e  fondare  un  famoso 
regno,  abbellendo  e  fortificando  la  città, 
s'innalza  oggi  un  piccolo  monumento,  che 
sarebbe  questo  solo  il  se$no  della  rigene- 
razione mussulmana.Sebbene  non  sia  am- 
bizioso, pure  è  abbastanza  ben  situato  per 
dominar  l'orizzonte.  Una  Croce  sulla  ter- 
ra infedele!  Una  Croce  sulla  montagna 
esposta  a'pubbliei  sguardi]  Una  Croce  in 
un  paese  dove  il  fanatismo  religioso  dei 
maomettani  ha  reguato  sì  lungo  tempo, 
dove  qualche  volta  si  riaccende  risveglia- 
to dall'ignoranza  ch'è  la  sua  compagna  e 
la  sua  sorella  gemella!  La  Croce  è  là  per- 
tanto, e  doro  ina  Tunisi,  Cartagine,  il  por- 


T  U  N 
li»  e  la  rada,  e  \i  è  stala  situata  di  con- 
senso dell'autorità  mussulmana!  Il  monu- 
mento eretto  alla  memoria  di  s.  Luigi  W. 
nel  luogo  ov'egli  morì,  è  al  certo  un  edi- 
lìzio mollo  ben  inteso  ,  sebbene  sia  una 
tarda  riparazione  offerta  al  rappresentan- 
te della  Crociata.  Ewi  un'iscrizione  con- 
cepita in  questi  termini.  Luigi  Filippo  re 
de* Francesi  ha  cretto  questo  monumen- 
to sul  luogo  ove  morì  il  re  s.  Luigi  I  V 
suo  antenato.  Conclude  il  cav.  Calza:  Il 
segno  della  redenzione  innalzato  sulle  mi- 
ne di  Cartagine,  lo  stabilimento  del  pro- 
prietario europeoGioliodeLesseps a  Dja- 
far,  l'adozione  del  costume  europeo  alla 
corte  militare  del  bey  in  Dardo  sua  reg- 
gia, sono  3  tatti,  che  ciascuno  nel  loro  ge- 
nere, contengono  l'espressione  e  la  ma- 
nifestazione d'un  fatto  generale  ,  cjoè  la 
trasformazione  dell'Oriente!  Quando  il 
duca  di  Montpensier,  figlio  di  Luigi  Fi- 
lippo, si  recò  a  Tunisi  a'20  giugno  1  84/>> 
e  passò  al  Bardo  per  visitare  il  bey  Àh- 
med,  questi  lo  tenne  lunga  pezza  abbrac- 
ciato, poiché  stimano  i  mussulmani  che 
quanto  più  durano  gli  abbracciamenti, 
tanto  più  è  profonda  e  sincera  l'alfezio- 
ne  che  si  ha  di  essi.  Tra  le  altre  parole 
affettuose  il  bey  gli  disse."  Io  sono  il  20. mo 
della  mia  stirpe,  e  tuttavia  il  solo  che  ab- 
bia avuto  la  gran  fortuna  di  ricevere  un 
principe  francese".  A  vendo  il  duca  parlato 
dell'amicizia  del  re  padre  pel  bey,  que- 
sti rispose. »  La  miglior  prova  ch'egli  ab- 
'  bia  potuto  darmene,  si  è  l'aver  posto  sot- 
to la  mia  custodia  la  chiesa  di  s.  Luigi, 
eretta  in  onore  del  gran  re  suo  avolo,  nel- 
lo stesso  luogo,  ove  lasciando  la  spoglia 
mortale  la  sua  anima  sen  volò  al  cielo". 
]l  duca  di  Montpensier  decorò  della  le- 
gione d'onore  l'ab.  Bourgade  cappellano 
della  chiesa  di  s.  Luigi;  ed  il  bey  di  Tu- 
nisi all'incontro  insignì  del  suo  ordine  e- 
questre  il  colonnelloThierry, e  di  Latour 
aiutanti  di  campo  del  principe.  Il  duca 
avendo  trovato  l'attuale  vicario  aposto- 
lico in  visita,  consegnò  per  lui  al  conso- 
le di  Francia  in  nome  della  pia  sua  gè- 


T  U  N 
miriceli  regina  Amalia,  il  dono  di  3  pia- 
neteedi  una  magnifica  stola.  Nel  seguen- 
te anno  essendosi  portali  a  Tunisi  il  du- 
ca d'  A uma!e  governatore  generale  del- 
l'Algeria, ed  il  fratello  principe  di  Join- 
ville  colla  squadra  francese,  in  nome  del 
loro  genitore  re  Luigi  Filippo  formal- 
mente decorarono  della  legióne  d'onore 
il  dello  vescovo  vicario  apostolico. Riguar- 
do al  religioso  monumento  eretto  in  sito 
così  memorabile  ,  alle  conseguenze  che 
produsse,  e  alle  benemerenze  dell' ab. 
Doni  gade ,  P  Osservatore  romano  del 
1 85 1  a  p.  83g  e  844>  pubblicò  un  eru- 
dito articolo,  e  trovo  opportuno  darne 
un  breve  estratto  ,  che  si  rannoda  colla 
storia  della  regione  tunisina  e  comprende 
un  notabile  avvenimento,  però  rettifican- 
do alcune  cose,  altre  aggiungendone.  So- 
pra la  costa  del  nord  dell'Africa  s'innal 
zava  un  tempo  la  celebre  Cartagine,  ca- 
pitale d'uno  stato  che  conteneva  le  con- 
trade situate  tra  le  Colonne  d'Ercole  e  le 
Sirti  o  golfi  Sidre  e  Cabès  di  Barbarla  nel 
Mediterraneo.  Sulle  rive  del  Tevere  era 
un'altra  città,  Roma,  a  cui  il  destino  ser- 
bava una  grandezza  unica  nefasti  della 
storici.  Un  giorno  la  sua  potenza  si  tro- 
vò a  fi  onte  di  quella  formidabile  di  Car- 
tagine, e  il  giorno  slesso  la  rovina  oM  que- 
sta rivale  fu  decisa.  Il  senatore  romano 
Catone,  illustre  per  la  sua  eloquenza,  pro- 
clamato saggio  dalla  posterità,  pronun- 
ziò la  sentenza  di  morte  di  Cartagine  col- 
le parole  divenute  famose:  DelendaCar- 
thago.  Cartagine  sotto  la  pressione  del- 
l' implacabile  sua  nemica,  depose  a' suoi 
piedi  sino  l'ultimo  respiro  della  vita  po- 
litica; essa  diventò  la  provincia  procon- 
solare Africa  dell'impero,  e  il  granaio  di 
Roma  sino  al  giorno  del  suo  i.°  risorgi- 
mento al  soffio  vivificante  Jella  fede.  Car- 
tagine fu  una  delle  sedi  più  illustri  del- 
la santa  e  celebre  chiesa  africana,  i  di  cui 
concilii,  i  padri,  i  santi,  i  martiri  lascia- 
rono tanti  magnifici  monumenti  alla  chie- 
sa primitiva,  che  in  tauli  luoghi  altamen- 
te celebrai.  11  corto  e  brillante  periodo 


TlKY  i83 

della  chiesa  africana  Unisce  al  VI  secolo 
e  strascinò  Cartagine  nella  sua  tomba,  la- 
sciando sulle  rovine  un'aureola  di  gloria, 
e  nella  sua  terra  un  germe  di  santità  che 
Dio  nella  sua  misericordia  dovea  un  gior- 
no fecondare.  Fino  alla  metà  del  V  seco- 
lo, i  Mandali  (l.)(\'\  Genserico  impadro- 
nendosi dell'Africa,  v'introdussero  l'ere- 
sia degli  Ariani  e  poscia  protessero  gli 
errori  de' Donatisti (f  .),  pe'quali  furono 
dal  re  Unnerico  esiliati  e  perseguitati  cru- 
delmente tanti  illustri  vescovi  cattolici  a- 
fricani,  mentre  l'eresia  de'  Mani  elici  ^PT.) 
vieppiù  ne  lacerò  la  Chiesa.  La  rovina  de- 
rivava dalla  sua  sorgente,  e  la  scimitar- 
ra deU' Islamismo  dovea  ben  presto  con- 
sumarla e  avverare  per  l'ultima  volta  l'o- 
racolo del  savio  pagano:  Dclenda  Car- 
thago.  Scorrono  6  secoli,  e  Cartagine  re- 
sta abbandonata  agli  uccelli  da  preda, 
all'  isolamento,  alla  desolazione,  appena 
restando  segni  dell'  alte  sue  rovine.  Me 
queste  mischiale  alle  feconde 'ceneri  dei 
santi  della  chiesa  d'Africa,  e  al  sangue  dei 
suoi  martiri  dovean  trovare  grazie  dinan- 
zi al  Dio  del  perdono,  e  la  Francia  qual 
primogenita  della  Chiesa,  fu  lo  strumen- 
to eletto  per  compiere  il  risorgimento  ci- 
vile e  religioso  di  Cartagine  col  grido  di 
amore  nettato  come  una  sfida  all'anate- 
ma  del  pagano:  Reaedificanda  Cartlia- 
go.  Nel  secolo  XI 11  s.  Luigi  IX,  il  re  ca- 
valiere, vieue  a  morire  a  Cartagine,  e  il 
suo  ultimo  respiro  è  una  fervorosa  pre- 
ghiera in  fivore  di  queste  rovine.  Da  quel 
momento  uu'a-lleanza  è  stretta  nel  cielo 
fnrla  Francia  ,  e  quel  luogo  testimonio 
della  gloriosa  morte  del  più  santo  de'suoi 
re.  Passano  de' nuovi  secoli,  comincia  il 
XIX  al  rumore  de'fulmini  d'una  guerra 
universale,  e  questa  guerra  porta  nel  suo 
seno  il  genio  di  Bonaparte,  che  estesele 
sue  conquiste  sino  a'piedi  delle  piramidi 
d'Egitto.  Strana  cosa  !  Il  bey  di  Tunisi, 
sovrano  di  Cartagine,  osa  più  volte  inci- 
tare il  vincitoredi  Aboukir,  che  sdegnan- 
do di  misurarsi  col  pigmeo  tunisino,  si  li- 
mita a  delle  riprensioni,  senza  toccare  il 


I&4  T  Lì  N 

Itto  territorio.  All'ultimo  de' nipoti  di  s. 
Luigi  IX,  legittimamente  regnante,  era 
risei  baia  la  missione  di  vendicare  il  cri- 
>ti;iucNÌino,  la  civiltà  dalle  antiche  e  stre- 
pitose a  viinie  delle  reggenze  Barbaresche. 
La  conquista  d'Algeri  fatta  da  Carlo  X 
è  un  glorioso  legalo  del  suo  regno  alla 
Francia,  un  avvenire  di  crescente  ricchez- 
za, di  conquista,  di  solidità  della  poten- 
za marittima  francese  nel  Mediterraneo. 
Sotto  il  rapporto  spirituale,  il  progresso  si 
.stabilì  e  si  svolse  a  gradi  a  gradi,  e  dalle 
mani  della  Francia,  la  sede  illustre  di  s. 
Agostino  col  pontificio  concorso  di  Gre- 
gorio XVI  ricevette  la  i.a  restaurazione 
della  chiesa  d'Africa.  Il  popolo  algerino 
chiamato  dalla  conquista  all'incivilimen- 
to e  alla  vera  religione,  venne  perciò  dal» 
l'occupazione  francese  a  risentirne  im- 
mensi vantaggi,  e  sempre  più  va  prospe- 
rando. Dopo  la  tempesta  rivoluzionaria, 
Luigi  Filippo  innalzò  la  cappella  espia- 
toria dove  K  Luigi  IX  era  spirato,  pro- 
clamandosi suo  nipote;  ed  alla  domanda 
della  Francia  il  bey  Ahmed  concesse  in 
assoluta  proprietà  il  ricordato  terreno 
che  racchiude  parte  dell'antica  Cartagi* 
ne,  ed  ivi  si  eleva  la  celebrata  piccola 
chiesa.  La  missione  apostolica  di  Tunisi 
era  dal  1624  servita  da' telanti  religiosi 
cappuccini,  e  Gregorio  XVI,  come  me- 
glio dirò  all' articolo  Tunisi  città  e  descri- 
vendolo, l'eresse  in  vicariato  apostolico 
con  provvido  e  benemerito  pastore  pe'fe- 
deli  della  reggenza  tunisina,  sotto  l'im- 
mediata protezione  della- Francia,  nella 
persona  di  mg.'  Fedele  Sutter  vescovo  di 
Rosalia  dell'ordine  de' cappuccini.  Così 
per  mezzo  della  gloriosa  iniziativa  della 
Francia,  le  memorande  rovine  di  Carta- 
gine cominciarono  a  risorgere  dall'ombre 
di  morte, e  il  i.°monumento  innalzalo  tra 
loro  è  una  chiesa  cattolica  per  una  dispo- 
sizione della  divina  provvidenza,  lai. "Tra 
tulle  le  possessioni  francesi  al  nord  del- 
l'AIrica,  consacrata  pontificalmente  coi 
liti  liturgici.  Intanto  l'ab.  Bourgade  ac- 
corse a  Cartagine  a  esercitarvi  il  suo  a- 


•  T  U  N 

poslolico  ministero,  a  nome  di  Roma  cri- 
stiana, con  l'augurio  di  speranza  e  di  re- 
denzione: Kaaedxficanda  Carthago.  Pei 
suoi  sforzi  il  nome  di  s.  Luigi  1  X,  fino  al- 
lora solamente  scritto  sul  fregio  della  sud- 
detta chiesa,  venne  vieppiù  glorificalo  e 
reso  popolare  in  mezzo  a  una  nazione  in- 
fedele. Attaccato  egli  alla  legazione  fran- 
cese in  qualità  di  cappellano  ,  il  missio- 
nario cominciò  a  Tunisi  col  cattivarsi  la 
stima,  impiegando  il  suo  ascendente  per 
ravvivare  in  seno  della  colonia  francese 
il  zelo  religioso,  alimentandola  talvolta 
colla  parola  di  Dio  in  lingua  nazionale,  e 
stimolando  a  più  riprese  l'influente  con* 
sole  generale  di  Francia  in  favore  dell'o- 
pera di  Cartagine,  e  degli  stabilimenti  re- 
ligiosi di  Tunisi.  Il  re  lo  nominò  cappel- 
lano della  reale  sua  cappella  di  s.  Luigi 
IX,  che  per  le  sue  cure  fu  circondata  da 
un  giardino,  unendovi  quasi  un  museo  i 
di  cui  oggetti  forniscono  gli  scavi  abil- 
mente diretti,  con  iscrizioni  puniche,  sta- 
tue e  preziosi  frammenti.  Essendo  l'esten- 
sione del  terreno  concesso  a  s.  Luigi  qua- 
si sufficiente  per  un  villaggio,  il  missio- 
nario lo  fece  coltivare  a  profitto  della  chie- 
sa. Vi  fondò  rina  specie  di  piccolo  cam- 
posanto, destinato  a  ricevere  le  spoglie 
mortali  de'marinai  francesi  che  soccom- 
bono nel  porto  nelle  lunghe  stazioni  del- 
le squadre.  Così  s.  Luigi  non  è  più  sola- 
mente un  luogo  di  raccoglimento  e  di  pre- 
ghiere, è  ancora  un  soggiorno  piacevole, 
un  pellegrinaggio  istruttivo,  un  felice  pre- 
ludio allo  stabilimento  d'una  colonia  a- 
gricola,  un  luogo  di  riposo  pe'  marinai 
cattolici,  che  trovano  a  s.  Luigi  una  ter- 
ra ospitale  pe'loro  avanzi  inanimati, e  una 
preghiera  per  scortare  I'  anima  loro  al 
sempiterno  soggiorno.  Indi  il  missionario 
estese  le  religiose  sue  sollecitudini  a  van- 
taggio di  Tunisi,  punto  di  riunione  del- 
la popolazione  infedele  e  cristiana  del  pae- 
se. L'istruzione  classica  mancava  intera 
mente  alla  colonia  europea  ,  numerosa 
d'alcune  migliaia  d'abitanti,  e  la  colonia 
ebrea,  ancor  più  numerosa,  periva  per 


TUN 
mancanza  d'istruzione;  quindi  il  missio- 
nario foroiò  l'ardito  progetto  di  fondare 
un  collegio  o  scuole,  e  l'eseguì  sotto  l'in- 
vocazione di  s.  Luigi  da  lui  presieduto, 
con  i studi  classici,  filologici  e  commercia- 
li, pe'cristiani  e  pegli  ebrei,  uno  de'qua- 
li  n'è  maestro.  Poi  chiamò  d'Algeri  in  Tu- 
nisi le  suore  di  s.  Giuseppe  a  fondare  un  i- 
stituto  per  le  ragazze,  e  un  ospizio  sotto 
l'invocazione  di  s.  Luigi,  (.love  gl'infermi 
d'ogni  culto  sono  ammessi  e  curati  gra- 
tuitamente: a  quest'ospedale  diretto  dal- 
le monache  e  mantenuto  da'benefattori, 
paga  il  fitto  il  prelato  vicario  apostolico 
in  tino  a  quello  della  casa  per  le  religio- 
se. L'eseinpl;iri  religiose  furono  compen- 
sate dell'infaticabile  loro  zelo;  venerale 
da'eristiani  e  da'mussutmani,  esse . contri- 
buiscono a  sviluppare  la  salutare  reazione 
che  si  opera  lentamente,  ma  progressiva- 
mente in  seno  di  tutte  le  nazioni  dell'isla- 
mismo,massime  della  Turchìa, come,  de- 
scrivo in  quell'articolo. Giunse  l'ora  infine 
in  cui  il  missionario  credette  poter  fare  nel 
paese  con  qualche  buon  esito  una  prima 
prova  di  proselitismo; studiò  la  lingua  egli 
autori  arabi,  e  pubblicò  un'opera  nella 
quale  sagacemente  attacca  l'islamismo  coi 
suoi  propri  argomenti,  seguendo  l'anda- 
mento col  quale  il  maomettismo  nel  Vf 
secolo  pervertì  i  cristiani  dell'Africa,  in- 
fetti disgraziatamente  dall'eresia  ariana, 
e  la  fece  imprimere  in  francese  e  in  ara- 
bo. Questo  missionario,  con  tutta  ragio- 
ne, prese  per  divisa  I'  oracolo  del  cielo: 
lìcac  dì fìc  ancia  Carlhago.  La  Francia  ha 
nobilmente  rivendicalo  a  Cartagine  il  di- 
ritto che  vanta  di  primogenitura  nella 
Chiesa;  essa  l'ha  protetta  colla  sua  ban- 
diera, battezzata  col  nome  del  suo  re  s. 
Luigi  IX,  e  uod  potrà  abbandonar  la  sua 
pacifica  conquista,  lasciando  incompleta 
l'opera  di  misericordia. 

il  bey  Ahmed  illuminato,  mercè  le  sue 
cure  la  reggenza  di  Tunisi,  già  nido  di  pi- 
rati, marcia  a  veloci  passi  verso  il  comple- 
to incivilimento.  Per  lui  il  fanatismo  reli- 
gioso e  il  brigantaggio  souo  scomparsi  da 


TUN  i85 

questo  suolo, al  vestiario  fece  assumere  un 
tipo  speciale  partecipando  del  turco  e  del- 
l'europeo, ammettendo  in.corte  parecchi 
dolli  cristiani  a  cariche  importanti.  Fra 
questi  il  cav.  barone  G.RaiTo  oriundoge- 
novese,cheil  re  di  Sardegna  dichiarò  con- 
te, dal  bey  fatto  ministro  degli  affari  e- 
3teri,  consigliere  e  suo  intimo  segretario, 
il  quale  oltre  l'essere  protettore  e  bene- 
fattore insigne  delle  missioni  cattoliche, 
molto  contribuì  alle  utili  riforme  del  bey, 
rigenerando  lo  stato  barbaresco,  facendo 
fiorire  il  commercio,  perchè  vi  trovò  ga- 
ranzie e  sicurezza,  la  fabbricazione  degli 
oggetti  di  lana  prendendovi  un  considere- 
vole sviluppo.  Il  bey  con  l'aiuto  di  bravi 
affiliali  francesi  e.  italiani,  in  pochi  anni 
seppe  formarsi  un'armata  regolare,  or- 
ganizzata, disciplinata,  istruita  e  montata 
all'europea.  Istituì  la  decorazione  eque- 
stre tunisina  del  Nisciano  Niscìani  If- 
thìar  (/'.)  civile  e  militare,  destinata  ad 
onorifico  guiderdone  per  coloro  che  se  ne 
mostrano  degni, statisti  e  stranieri;ciò  pro- 
vando quanto  Ahmed  apprezzava  i  leali 
servigi  e  quanto  era  innanzi  nella  via  del 
progresso  e  negli  uside'paesi  d'antico  inci- 
vilimento. L'ordine  tunisino  del  Ni  scia  n 
si  divide  in  4  classi:  cioè  di  i ,'  classe  col 
grado  di  uflìziale  dell'ordine;  di  2.a  classe 
col  titolo  di  commendatore;  di  3/  classe 
coi  grado  di  uffi/.iale;  e  di  4-"  classe  col 
titolo  di  cavaliere.  La  decorazione  dii.a 
classe  formasi  d'una  specie  di  placca  quasi 
rotonda  e  composta  di  fregi, sovrastata  dal- 
la mezzaluna  che  racchiude  una  stella. 
Dentro  un  circolo  è  la  cifra  del  fondatore, 
cioè  le  lettere  arabe  A.  D.  vale  a  dire  Iai.a 
e  1'  ultima  del  suo  nome  (il  successore 
regnante  nella  decorazione  ha  posto  la  ci- 
fra del  proprio  nome).  Tutta  la  decora- 
zione è  di  diamanti,  legati  in  oro  e  ar- 
gento, d'oro  essendo  il  fondo  della  cifra 
che  occupa  il  centro.  Le  altre  due  deco- 
razioni di  commendatore  e  di  utfìziale, 
sono  proporzionatamente  meno  ricche  : 
quella  di  cavaliere  formasi  d'una  piastra 
d'oro  ovale  circondata  da  una  corona  di 


iSG  T  UN 

fiondi  d'alloro,  sovrastata  dalla  mezza 
luna  e  dalla  siella  di  diamanti,  avente  in 
mezzo  la  cifra  del  bey  pure  in  diamanti, 
La  decorazione  di  i.a  classe  si  pone  a  de- 
stra del  petto;  quelle  delle  3  altre  pendo- 
no da  fittuccia  di  seta  verde  ondata  ODO 
4  filetti  rossi:  i  commendatoli  la  porta- 
no al  collo,  gli  uffizioli  ed  i  cavalieri  alla 
sinistra  del  petto.  L'atto  che  immortalò 
l'encomiato  bey  Ahmed,  che  supera  tutti 
quelli  emanati  da  lui  ecliesegneià  un'e- 
poca ne'fasti  del  inondo,  fu  l'abolizione 
Completa  della  schiavitù,  di  quella  ver- 
gogna che  deturpa  tuttora  il  nostro  se- 
colo laddove  meno  dovrebbelo,  come  vi- 
vamente deplorai  a  Schiavo.  Avea  il  bey 
da  circa  un  lustro  data  la  libertà  appro- 
pri schiavi,  non  senza  esortare  i  sudditi 
a  dismettere  l'infame  mercato  della  car- 
ne umana  e  ad  imitarlo,  quando  con  de- 
creto de'^4  gennaio  1846  dichiarò:  Es- 
sere troppo  penoso  e  ripugnante  al  suo 
cuore  il  do  il  lo  di  proprietà  di  questa  spe- 
cie del  genere  umano  che  Dio  ha  colmato 
di  beneficenze,  e  voler  cessata  da  quel 
momento  nell'estensione  de'suoi  stati  la 
schiavitù; ordinando  altresì  che  diventas- 
se libero  qualunque  schiavo  proveniente 
dall'estero,  il  quale  ponesse  il  piede  ne 
gli  stati  medesimi.  Adunque  con  un  trat- 
to di  penna  il  bey  di  Tunisi  Ahmed  rup- 
pe i  ferri  di  3o,ooo  de'suoi  simili,  ren- 
dendo loro  un'esistenza  indipendente,on- 
dechè  milioni  di  voci  risuonarono  da  tut- 
te parti  per  ricompensare  colle  benedi- 
zioni il  magnanimo  autore  di  sì  umana  a- 
zione.  L'istituto  d'Africa,  che  tanto  elli- 
cacemente  promosse  la  rigenerazione  del  - 
la  razza  africana,  volle  direttamente  co- 
municare al  generoso  sovrano  i  propri 
sensi  d'ammirazione  per  mezzo  d'un  in- 
dirizzo, e  contenente  il  brano  seguente. 
n  Voi  avete  nobilmente  compreso,  o  prin- 
cipe, ch'è  un  onorare  l'Essere  supremo 
trattando  bene  le  di  lui  creature.  Di  già 
migliaia  di  cuori  si  sono  inchinati  ricono- 
scenti verso  il  vostro  trono,  e  vi  ringrazia- 
no per  aver  infranto  delle  catene  pesanti 


T  UN 
6  inique.  A  nome  d'un  corpo  numeroso, 
noi  vi  preghiamo  umilmente  d'aggradire 
l'espressione  della  nostra  profonda  grati- 
tudine per  questa  grande  e  nobile  misu- 
ra che  rende  liberi  degli  uomini,  i  quali 
con  ragione  avete  giudicato  degni  d'  es- 
serlo. Che  resta  egli  il  più  sovente  dietro 
le  battaglie?  o  delle  lagrime  o  del  san- 
gue. Quella  che  avete  riportalo  sopra  la 
schiavitù  sarà  la  più  gloriosa  che  voi  pos- 
siate mai  scrivere  sulla  vostra  bandiera. 
L'umanità  ha  i  suoi  annali:  il  vostro  au- 
gusto nome  vi  brilla  oggi  siccome  nel  cie- 
lo un  astro  luminoso."  li  bey  Ahmed  nel 
novembre  di  detto  1846  recossi  a  Pari- 
gi ricevuto  solennemente  dal  re  Luigi  Fi- 
lippo, con  Splendida  cordialità.  Egli  si 
mostrò  piacevolmente  in  pubblico  avente 
un  fez  in  capo,  vestito  di  ricca  divisa  quasi 
simile  a  quella  degli  uftiziali  francesi,  e 
portante  il  gran  cordone  della  legione  d'o- 
nore. Con  onori  reali  fu  festeggiato  dalla 
corte  e  da'grandi;  assistè  a  riviste  milita- 
ri e  concerti;visilò  i  mirabili  stabilimenti 
di  quell'  immensa  metropoli;  profuse  a 
piene  mani  oro  per  sollievo  delle  vittime 
della  recente  inondazione  e  de'miserabili 
ingenerale;  e  pose  in  moto  la  stampa  pa- 
rigina e  dipartimentale,  che  a  lungo  fe- 
ce eco  al  popolo  in  esaltare  l' illustre  o- 
spite,  celebrandolo  un  grand'  uomo  pel 
cuore,  per  le  sue  idee  e  pe'suoi  alti.  In 
attestato  quindi  di  grato  animo  per  sì  ma- 
gnifica accoglienza,  e  pel  successivo  do- 
no ricevuto  dal  re  della  magnifica  nave 
a  vapore  Dante,  mandò  a  Parigi  la  fa- 
mosa guglia  di  Cleopatra.  Nel  1847  il  bey 
spedì  in  Algeri  un  suo  olììciale,  con  l'in- 
carico di  consegnare  al  maresciallo  Jju- 
geaud  le  insegne  del  Niscian  tunisino  di 
1  belasse,  colla  seguente  lettera.  »  Al  più 
distinto  de'grandi,  sul  cui  appoggio  si  può 
farconto,al  più  elevato,  al  più  onorato,  al- 
l'uno de'primi  (del  regno)  e  de'principa- 
li  !  A  colui  ch'è  prodigio  di  bontà,  d'af- 
fabilità e  nostro  amico,  il  maresciallo  du- 
ca d'Islì, governatore  dell'Algeria,  cui  Dio 
colmi  d'onorificenze  1  Dopo  di  aver  così 


TU  N 
offerto  i  saluti  convenevoli  all'ulto  grado 
che  tu  tieni,  io  ti  duo  che  la  nostra  al- 
leanza colla  grande  nazione  francese  e- 
cheggiò  in  tutto  l'universo;  quest'alleati- 
za  è  stata  proclamata  da  tulli  gl'intèrpreti 
del  pensiero,  la  parola  e  la  penna.  L'ono 
re,  che  noi  raccogliamo,  sarà  ricordalo 
in  tutti  i  secoli;  ed  è  per  perpetuarlo  e 
dartene  una  piova,  che  noi  li  mandiamo 
questo  splendido  fregio  ,  che  occupa  un 
luogo  distinto  nell'opinionedi  tutti  gli  uo- 
mini d'onore.  Sovr'essso  è  scritto  il  uo- 
stro  nome;  è  lo  stemma  della  dignità  del- 
l'ordine: ti  piaccia  accettarlo.  La  felicità 
e  1'  accompimento  d'ogni  tuo  desiderio 
sempre  ti  accompagni.  Ti  conservi  Id- 
dio sempre  fra  mezzo  agli  onori,  di  cui 
sei  degno  !  Emanato  dal  povero  in  Dio, 
dal  suo  servo  Ahmed  pascià,  bey  sovra- 
no del  regno  di  Tunisi. "Si  legge  nel  Gior- 
nale di  Roma  de'27  febbraio  1  85 1 .»  Sua 
Altezza  il  bey  di  Tunisi  volendo  felicita- 
re il  santo  padre  Pio  IX  pel  fausto  di  lui 
ritorno  alla  propria  sede,  spedì  in  que- 
sta dominante  un  inviato  straordinario 
nella  persona  di  S.  E.  il  sig.r  barone  Raf- 
fo  suo  segretario  intimo  ,  ministro  degli 
affari  esteri  e  generalissimo  delle  truppe. 
L'altezza  sua  avrebbe  desiderato  di  com- 
piere prima  d'ora  a  tale  atto,  laddove  il 
cholera-morbus  non  avesse  travagliato 
quelle  contrade.  Il  sig.r  barone  pei  tanto, 
ammesso  all'udienza  di  sua  Santità  il  dì 
18  corrente,  ne  venne  ricevuto  con  ogni 
alfabilità  di  maniere,  e  co'  riguardi  cor* 
rispondenti  alla  graziosa  missione  affida- 
tagli. Égli  poi  nella  notte  de' 24  corrente 
ripartì  per  Tunisi,  tenendo  la  via  di  Na- 
poli, e  portando  seco  pegni  manifesti  della 
benevola  accoglienza  avuta  dalla  Santità 
sua  in  simile  occasione."  Fu  l'odierno  vi- 
cario apostolico  che  procurò  che  il  bey  si 
ponesse  in  corrispondenza  col  Papa,  il 
quale  decorò  il  ministro  Ratio  colla  gran 
croce  di  s.  Gregorio,  con  quella  di  com- 
mendatore il  suo  figlio,  e  con  quella  di 
cavaliere  due  del  suo  seguito,  ed  Anto- 
nio Dogò  ricco  e  buon  cattolico  iulerpre- 


T  U  N  187 

te  del  bey. Di  più  mandò  in  dono  al  bey  il 
suo  ritrattoci!  coudato  da  brillanti,  e  due 
quadretti  di  musaico.  Il  bey  inviò  rag- 
guardevoli soccorsi  in  denaro  e  truppe  al- 
la Porta  ottomana,  nella  terribile  guer- 
ra che  ardeva  colla  Russia; e  fu  tenuto 
uno de'più  famosi  giuoeatori  di  scacchi  del 
mondo.  I  pubblici  fogli  deh  855  annun- 
ziarono le  seguenti  notizie.  A'3o  maggio 
nel  nuovo  palazzo  della  Goletta  morì  il 
pascià  bey  di  Tunisi  Sì-Ahmed,  in  con- 
seguenza di  nuovo  assalto  di  gotta,  che 
inquietavalo  da  qualche  tempo,  e  del  4-° 
attacco  apopletico  ,  il  quale  appena  gli 
permise  chiedere  un  po'  d'acqua  e  subito 
perdendo  l'uso  della  parola.  All'  istante 
ne  fu  avvisato  il  suo  cugino  Mohammed 
bey  del  campo,  destinato  a  successore  se- 
condo la  consuetudine  del  paese,  ricono- 
sciuta per  convenzione  stabilita  tra  l'In- 
ghilterra ,  la  Francia  e  la  Porta.  Il  bey 
del  campo,  dalla  Marsa,  luogo  di  sua  vil- 
leggiatura ,  corse  tosto  alla  Goletta  ac- 
compagnalo dal  suo  seguito.  Intanto  il  pa- 
scià bey  continuava  deteriorando,  e  verso 
la  mezzanotte  cessò  di  vivere,  in  presen- 
za de'suoi  cortigiani,  e  dell'altro  suo  cu- 
gino Sedak  fratello  minore  del  bey  del 
campo,  il  quale  erasi  momentaneamente 
assentato.  Tale  notizia  pervenne  in  Tu- 
nisi a'3  1  di  buon  mattino,  e  fu  poi  con- 
fermata co  tiri  di  cannone  che  si  usano  fa- 
re in  simile  circostanza  dalla  cittadella  del 
Bardo,  onde  annunziare  da  un  canto  la 
morte  del  sovrano,  ed  invitare  dall'altro 
il  divano  per  la  proclamazione  del  succes- 
sore. Mohammed  nel  frattempo  si  portò 
nuovamente  allaGoletta  per  verificare  co' 
propri  occhi  la  realtà  della  morte  del  cugi- 
uo,quindi  andò  alBardo  per  attendere  alla 
proclamazione  secondo  le  forme  richieste 
dal  paese.  Corsero  al  Bardo  a  tutta  gara  il 
divano,  le  autorità  e  tutti  gì'  impiegati;  e 
verso  le  ore  8  del  mattino  senza  ostacoli 
fu  proclamato:  Sì  Mohammed  Bey  del' 
la  Reggenza  di  Tunisi.  Il  nuovo  bey  a- 
sceso  il  trono  ed  entrato  appena  in  potere, 
investì  suo  fratelIoSedakdel  titolo  diBey 


188  T  U  N 

del  Campo,  grado  già  da  lui  occupato  si- 
no da  qitandosalì  al  soglio  il  defunto  cu- 
gino. Dopo  taleceremonia  sua  altezza  ri- 
cevè al  baciamano  Sedak  2.'1  dignità  del 
trono,  il  Zapatappt  guardasigilli,  e  Mu- 
Stafà  hasnadar  tesoriere,  il  divano,  i  mi- 
nistri, le  autorità  e  tutti  gl'impiegati  eu- 
ropei e  indigeni. La  proclamazione  fu  con- 
clusa con  un  saluto  reale  fatto  dalle  for- 
tezze del  Bardo  di  Tunisi,  e  con  avere  i 
rappresentanti  delle  corti  straniere  inal- 
berato il  rispettivo slendardosulleloroa* 
Lutazioni.  Il  nuovo  principe  ritenne  per 
ministro  degli  affari  esteri  il  conte  Ralfo, 
per  la  fiducia  e  stima  che  ha  di  questo 
rispettabile  personaggio;  subito  comin- 
ciò ad  amministrare  la  giustizia,  la  qual 
cosa  da  più  di  3  anni  non  faeevasi  dal  pre- 
decessore per  causa  di  sue  infermità  ,  e 
gli  affari  cade  vano  sotto  la  prepotenza  or 
di  uno  or  di  altro.  Sono  immense  le  spe- 
ranze che  si  hanno  nel  nuovo  bey,  molto 
più  s'egli  s'inspirerà  ne'principii  del  de- 
funto suo  padre,  il  cui  buon  cuore  liensi 
presso  tutti  in  gran  memoria,  come  pu- 
re per  conoscere  bene  lo  stato  delle  cose, 
ed  i  balzelli  degli  appaltatori  che  gravi- 
tano  sugli  abitanti  della  reggenza.  Dal- 
l'avere rimosso  dalle  porte  urbane  gl'im- 
piegati degli  appaltatori,  fi  sperare  l'a- 
bolizione dell'appalto  detabacchi  e  del- 
l'erbe, che  pagano  il  i5  perioo.  Il  bey 
dopo  aver  visitato  la  gran  moschea  di  Tu- 
nisi, fece  il  giro  della  città  fra  gli  applausi 
della  popolazione. Prendendo  poi  in  seria 
considerazione  lo  stato  deplorabile  della 
medesima, tosto  abolì  il  gran  monopolio 
ossia  diritto  detto  dei  Quarto,  che  il  prece- 
dente governo  percepiva  alla  vendita  di 
lutti  i  quadrupedi  nella  reggenza. Questo 
esorbitantissimo  diritto  talmente  aggra- 
dava gli  agricoltori,  i  quali  nella  mag- 
gior parte  erano  stati  costretti  d'abban- 
donare la  coltivazione  de'campi;  ed  era 
anchegravosissimo  non  solo  per  l'ammon- 
tare, siccome  obbligava  i  venditori  di  pa- 
gare il  25  perioo  sul  prezzo  della  ven- 
dita, ma  eziandio  per  l'irregolarità  e  la 


TU  N 

soverchieria  come  veniva  esalto  nelle  ri- 
vendile, dimodoché  spesso  le  cose  soggia 
cendo  per  la  4-"  volta  a'diritli  d'imposi- 
zione, divenivano  assoluta  proprietà  del- 
l'appaltatore. L'abolizione  del  monopo- 
lio recherà  sommo  beneficio  non  solo  alla 
popolazione,  ma  pure  al  governo  mede- 
simo, perchè  i  poveri  arabi  angariati  dal- 
l'appaltatore preferivano  di  portare  i  lo- 
ro bestiami  nelP  Algeria,  e  in  tal  modo 
il  governo  non  percepiva  quello  che  ora 
riscuote.  Furono  anche  aboliti  altri  due 
monopolii  interessanti,  cioè  de'mattoni  e 
della  calcina,  appalti  che  aveano  cagio- 
nato la  rovina  della  maggior  parte  del- 
l'abitazioni di  Tunisi,  che  perciò  conta- 
va più  di  i  ooo  edificii  non  compiti,  i  mu- 
ratori penuriavanodi  lavoro,  e  molti  al- 
tri articoli  spettanti  alle  fabbriche  non  a- 
veano  quasi  più  spaccio.  A'2  ottobre  ap- 
prodò sulla  rada  della  Goletta,  provenien- 
te da  Costantinopoli  e  Malta,  il  vapore 
tunisino  Mausur  ,  con  Rifat  bey  effendi 
inviato  del  sultano  Abdul-Medjid-Rhan, 
colla  conferma  all'avvenimento  al  trono 
del  nuovo  bey.  All'arrivo  di  questo  per- 
sonaggio sua  altezza  Mohammed  die  l'or- 
dine de' preparati  vi  per  la  sua  ricezione. 
Il  bagno  del  defunto  Ahmed  bey,  situato 
fra  s.  Luigi  e  la  Goletta,  servì  da  lazza- 
retto, ove  P  ambasciatore  della  sublime 
Porta  unitamente  al  suo  seguito  consu- 
marono la  contumacia.  A'7,  giorno  della 
pratica,  V  ambasciatore  fu  ricevuto  alla 
Goletta  con  un  saluto  di  21  tiri  di  can- 
none, donde  fu  condotto  alla  capitale  Tu- 
nisi, accompagnato  da  uno  squadrone  di 
cavalleria,  e  da  infinito  numero  di  per- 
sonaggi impiegati  nel  servizio  del  bey,por- 
tatisi  di  suo  ordine  ad  incontrarlo.  Verso 
le  io  antimeridiane  un  nuovo  saluto  dalla 
Rasba  annunziò  I*  arrivo  in  Tunisi  del- 
l'ambasciatore,  il  quale  secondo  gli  usi 
prese  alloggio  nella  casa  così  detta  del  Bey. 
Quindi  a'g  ebbe  luogo  il  ceremoniale  del- 
l'investitura. Verso  le  ore  8  antimeridia- 
ne l'ambasciatore  ottomano  abbandonò 
Tunisi  per  recarsi  ad  incontrare  sua  aU 


T  U  N 

tezza  il  bey,  il  quale  aspettavalo  nella  sua 
cittadella  del  Bardo.  Tutti  gl'impiegati  ci- 
vili e  militari  in  grande  tenuta,  ebbero 
ordine  d'accompagnare  l'ambasciatore, 
nella  sua  gita  al  Bardo.  Etano  preparati 
a  disposizione  di  Rifai  bey  effendi  una  bel- 
lissima carrozza  tirata  da  8  muli,  ed  uno 
de'migliori  cavalli  la  cui  bellezza  è  quasi 
rara  nella  reggenza.  L'ambasciatore  pre- 
ferì montare  a  cavallo,  e  quindi  la  car- 
rozza ritornò  vuota.  Rifai  bey  effendi  in 
piena  uniforme  portava  oltre  la  sciabola 
propria  die  gli  pendeva  a  fianco,  un'al- 
tra in  mano  lotta  ornata  di  brillanti  spe- 
dita dal  sultano  al  bey,  unitamente  alla 
decorazione  e  al  firmano.  Lungo  la  stra- 
da da  Tunisi  al  Bardo  la  cavalleria  ara- 
ba irregolare  in  onore  del  giorno  festivo 
fece  vari  giuochi  chiamati  ll-Melhab,cou- 
ducendo  in  tal  modo  Rifai  sino  alla  porta 
del  Bardo.  Le  truppe  sotto  l'armi  schie- 
rate in  due  ale  dentro  la  città  prolunga- 
vate sino  alla  porta  del  palazzo  reale  del 
bey,  ove  l'ambasciatore  scese  da  cavallo 
e  consumò  a  piedi  i  pochi  passi  che  gli  re- 
sta vano  per  compiere  la  sua  missione.  En- 
trando nell'aula  di  giustizia,  Rifui  presen- 
tò a  sua  altezza  Mohammed  la  decora- 
zione, la  sciabola  ed  il  firmano.  Aperto 
questo  dal  bey  e  baciatolo  per  3  volle,  e- 
gli  lo  consegnò  al  Bas-Kngia,  il  quale  lo 
lesse  per  3  volte  ad  alta  voce,  presenti  il 
bey  di  Tunisi,  la  sua  corte,  l'ambascia- 
tore ottomano,  tutti  i  consoli  e  tutti  gl'im- 
piegati.Fini  il  ceremoniale  con  un  saluto 
reale  fatto  dalla  cittadella  del  Dardo  e  da' 
principali  forti  di  Tunisi.  11  grado  che  il 
sultano  conferisce  ad  ogni  nuovo  bey  è 
quello  chMuscir.Nel  Juglioi856  fu  ordina- 
ta l'abolizione  delle  vecchie  tassee  l'intro- 
duzione d'  un  nuovo  sistema  daziario  e 
steurale.  Verrà  levata  una  decima  sui  ce- 
reali e  sull'olio,  così  pure  verranno  da- 
ziati gli  alberi  fruttiferi,  ne' villaggi  sono 
da  pagarsi  mensilmente  3  piastre  di  te- 
statico, nelle  città  di  Tunisi,  Sfachx,Susa, 
Kaiiuane  Monastii  un  importo  alquanto 
più  allo;  in  caso  di  omicidii  è  fissata  una 


TCN  189 

tassa  speciale  di  sangue.  La  vendita  di  ta- 
bacco e  sale  verrà  concessa  a'privati  verso 
una  tassa  corrispondente.  Verrà  a  oche  at- 
tivata una  riforma  monetaria.  Sopra  il  re- 
gno di  Tunisi  e  sua  reggenza  scrissero.  J. 
13.  Gramaye,  Africae  illustratele.  Tor- 
naci Nerv.  1622.  Istoria  degli  stali  di 
Algeri,  Tunisi,  Tripoli  e  3Iarocco,Lon- 
dia  17 54.  Levati,  Storia  della  Barba- 
ria,  Roma  1  82  7.Toulotle  e  Rive,  Ilistoì- 
re  de  la  Barbarie  et  des  lois  au  moyeu 
a'ge,  Paris  1829.  Cav.  Calza,  Algeria: 
Piaggio  a  Tunisi,  Roma  1 844* 

TUNISI  o  TUiNESI,  Tunetum.  Città 
vescovile  e  antichissima  d'Aftica, capitale 
ei. "centro  di  commercio  del  regime  rea- 
ganza  di  Tunisi  [V?),  residenza  «lei  so- 
vrano bey,  delle  autorità  civili  e  militari, 
de'rappresentanti  delle  potenze  straniere 
e  del  vescovo  vicario  apostolico. Sorge  sul- 
la costa  settentrionale  di  Barbaria  ,  sul 
fianco  e  alle  radici  d'un  poggio,  distante 
I  5o  leghe  da  Algeri,!  80  da  Marsiglia,  e 
4  leghe  circa  lungi  dal  mare  Mediterra- 
neo, sedie  rive  del  lago  di  Tunisi.  Que- 
sto ha  quasi  8  miglia  di  circonferenza,  po- 
co profondo  per  venire  colmato  dalle  quo- 
tidiane immondizie,che  rendendo  il  fondo 
pieno  di  denso  fango  nei  o,nelle  burrasche 
spande  intorno  insalubri  esalazioni:  è  di 
forma  semicircolare,  abbonda  di  pesci  e 
d'uccelli  acquatici,  ed  ha  comunicazione 
col  mare  o  golfo  di  Tunisi  o  di  Cartagi- 
ne, il  cui  ingresso  viene  segnato  da'eapi 
Bou  e  Farina.  11  canale  che  congiunge  il 
mare  col  lago,  e  divide  dal  porto  Alcnu- 
vacl  la  città,  prese  il  nome  dal  porto  che 
si  restringe  a  forma  di  golajchiamasi  vol- 
garmenteFom  edagliarabiHalk-al-ouacl 
ed  anche  Vad-al-halk,  ciò  che  significa 
la  Gola  del  lago,  onde  quando  gl'ila- 
liani  e  spagnuoli  vi  fabbricarono  il  tortelo 
denominarono  come  il  castello  Goletta,  il 
quale  domina  potentemente  lo  stretto  e 
la  rada  della  città,  ch'è  un  grande  stagno 
appena  navigabile  pe'battelli;  nella  rada 
però  del  porto  le  navi  d'ogni  grandezza 
in  gran  numero  da  guerra  e  mercantili 


i9o  TUN 

vi  trovano  un  comodo  e  sicuro  ancorag 
gio.   Inoltre  il  vocabolo   Goletta  in  tu- 
lliano significa  Fortezza.  Sul  canale  vi  è 
un  ponte  levatoio,  e  nel  i  820  vi  fu  innal- 
zato il  faro.  Sulla  riva  settentrionale  sta 
propriamente  il  gran  Corte  della  Goletta, 
ed  il  minore  trovasi  a  qualche  distanza 
dalla  riva  meridionale.  Le  fortifica/ioni 
lunghe  e  bianche  della  Goletta,  eh' è  la 
chiave  di  Tunisi  e  dista  da  essa  quasi    5 
leghe,  sono  munite  con  numerose  bat- 
terie: la  grande   forte/za  o  castello  del- 
la Goletta,  situata   sopra   un'  eminenza 
al  novd-ovest  della  città,  questa  difende 
nel  suo  vasto  spazio  cinto  di  moro  solidis- 
simo. Nfgli  ultimi  tempi  le  porte  si  chiù 
elevano  al  tramontar  del  sole,  ne  si  ria- 
privano che  al  suo  levare;  ogni  venerdì 
stavano  chiuse  dalle  dieci  ore  del  malti* 
lino  sino  a  mezzodì,  perchè  un   profeta 
mussulmano  predisse  che  in  tale  giorno 
e  in  tali  ore  i  cristiani  s'  impadronireb- 
bero del  paese:  vegliando  una   guardia 
durante  la  notte  alla  sicurezza  della  cit 
tà.  Siffatto  uso  però  ancora  viene  osser- 
vato da  qualche  città  della  reggenza.  Le 
strade  sueide,  strette  e  tortuose,  non  in 
siniciale,  nell'inverno  sono  piene  di  fan- 
go, tranne  il  quartiere  abitato  da'  mori; 
vi  hanno  parecchie  piazze  pubbliche  e  ir- 
regolari. Tunisi  è  ben    fabbricala,  belle 
sono  le  sue  case  imbiancate  di  fuori  e  fab- 
bricate  ad  anfiteatro;  perciò  scorgono  a 
grande  distanza,  ed  offrono  un  colpo  d'oc-' 
chio  sommamente  pittoresco  :  sono  co- 
strutte quasi  tutte  di  pietra  o  di  matto- 
ni, ordinariamente  d*  un  sol  piano,  ter- 
minano con  un  terrazzo,  e  sono  così  vi- 
cine che  potrebbesi  agevolmente  passare 
da  un  terrazzo  ali'  altro;  di  forma  qua- 
drata, hanno  nel  centro  una  corte  della 
stessa  figura,  circondata  da  un  chiostro 
Sostenuto  da  pilastri  o  colonne,  gli  appar- 
tamenti standone  disposti  all'intorno.  11 
i.°  piano  presenta  sopra  la  corte  una  gal- 
leria che  f<«  il  giro  della  casa,  e  per  la  qua- 
le entrasi  in  altri  appartamenti;  l'interno 
è  tenuto  pulitissimo,  e  presso  i  grandi  or* 


T  U  N 

nato  con  lusso  asiatico.  Alcuni  de'  gran 
cortili  hanno  vaga  fonte  nel  mezzo,  e  ne* 
[\  angoli  gabbie  con  melodiosi  uccelli  a- 
fricani  dello  più  rara  bellezza.  I  tetti  oter 
1  azzi  piani  sono  ornati  di  tende  a  vari  co- 
lori, ove  nelle  sere  calde  si  respira  l'aura 
fresca  e  si  conversa.  Abitano  le  donne  un 
appartamento  separato  da  quello  degli 
uomini,  e  quivi  stanno  sempre  finché  si 
trovi  nella  casa  uno  straniero:  rare  sono 
le  (ìnestresulle  strade,  e  le  poche  esistenti 
sono  chiuse  da  graticci  verdi.  Le  migliori 
abitazioni  sono  la  casa  dell'agì»,  del  con- 
sole di  Francia,  e  generalmente  quelle  de- 
gli altri  consoli  delle  nazioni  europee. Sot- 
to la  più  parte  delle  case  sono  scavate  due 
vaste  cisterne,  in  cui  aduna  risi  l'acque  pio- 
vane che  nell'inverno  cadono  sui  terrazzi 
e  nelle  corti,  uè  se  ne  bevono  altre,  per- 
chè quelle  de'pozzi  sono  salmastre,  e  le 
sorgenti  sono  rare  e  lontane  dalla  città. 
Verso  il  nord  le  numerose  torri  di  Tu- 
nisi appariscono  sorgenti  tra  due  colline 
sparse  di  castelli  fortificati,  ed  insieme  riu- 
nite da  un  lungo  acquedotto  ,  costruito 
dall'imperatore  Carlo  V.  Tre  montagne, 
la  cui  elevazione  è  infinitamente  superio- 
re alle  altre,  offrono  allo  sguardo  contor- 
ni singolarmente  squarciati.  La  1."  e  la 
piti  vicina,  chiamasi  Bou-Charnin  ;  più 
lungi  è  l' A  limar,  o  monte  rosso;  e  più  di- 
stante ancora  il  gran  Sauoan.  A  sinistra 
si  spiega  il  lago  di  Tunisi,  sulla  cui  su- 
perficie galleggia   un'  isoletta  ov' è  edi- 
ficato il  lazzaretto;  quindi   si  scorgono 
gli  avanzi  di  Cartagine,  e  finalmente  fa 
di  se  bella  mostra  la  cappella  di  s.  Luigi 
IX  re  di  Francia, recentemente  costrutta  e 
nel  precedente  articolo  descritta,  qual  nu- 
cleo memorabile  degli  stabilimenti  fran- 
cesi. A  destra  poi  si  osserva  il  villaggio  di 
Rhades,  colla  punta  di  terra,  sulla  quale 
il  celebre  romano  AttilioRegolo  sconfisse 
i  cartaginesi  guidati  da  Annone  ;  un  po' 
più  lungi  trovasi  l'arsenale,  ed  in  ultimo 
il  castello  della  Goletta  e  il  forte  eretto 
da  Carlo  V.  Vedesi  pure  a  destra  un  2.0 
lago  d'acqua  salsa,  sulle  cui  rive  si  sten- 


T  U  N 
de  il  Puh  do,  palazzo  reale  d'ordinaria  re- 
sidenza del  bey,  che  per  l'ampiezza  somi- 
glia ad  ima  piccola  città:  Malte  Brulichia- 
mo il  Bardo,  il  Versailles  tunisino  ;  ed 
Ewald  che  lo  visitò,  diceche  la  gran  sala 
del  castello  gli  parve  opera  delle  Tale,  per 
la  sua  ricchezza  e  magni  licenza.  Questa 
reggia  in  forma  di  cittadella  conveniente- 
mente fortificata,  rimane  fuori  le  mura 
della  città  alla  distanza  poco  meno  d'una 
lega.  11  grande  e  principale  ingresso,  di- 
pinto a  strisce  di  colori  diversi,  è  aperto 
in  un  muro  merlato  e  difeso  da  artiglie- 
rie; esso  conduce  a  un  viottolo  ben  sel- 
ciato, ed  ornato  di  colonne  d'ambo  i  lati. 
Di  là  si  giunge  in  un  vasto  cortile,  e  ad 
un  i.°  ingresso,  pel  quale  si  entra  io  un 
passaggio,  guardato  da  un  distaccamento 
di  soldati.  Sì  giunge  poi  in  un  altro  cor- 
tile, assai  più  bello  del  i .°,  in  mezzo  al  (pia- 
le zampilla  una  fonte,  ed  alti  e  vasti  por- 
tici l'attorniano.  Ivi  in  una  stanza  terre- 
na, provveduta  di  stuoie  e  di  seggiuole  al- 
l'europea, aspettano  coloro  ch'esser  deb- 
bono ammessi  all'udienza  del  bey.  Dal- 
l'altro lato  del  cortile  si  vede  una  stila  pa- 
rata di  rosso,  con  pavimento  di  mai  ino 
bianco;  in  faccia  all'  ingresso  apresi  una 
finestra,  sotto  cui  è  collocalo  un  largo  so- 
fà. Nell'interno  dell'  harem  una  vaghis- 
sima fontana,  che  sorge  in  mezzo  al  cor- 
tile, si  combina  con  un  gran  candelabro 
a  più  rami.  Gli  archi  della  galleria  del  i.° 
piano  sono  muniti  d'un  graticcio  di  squi 
sito  lavoro;  la  parte  inferiore  uè  dipinta 
di  verde,  dorata  la  superiore:  dietro  tal 
graticcio  stanno  le  donne  del  bey,  e  di  là, 
non  vedute,  veggono  passar  le  persone  che 
si  recano  all'udienza  e  che  ne  ritornano. 
L'ampia  sala  in  cui  il  bey  dà  udienza, è  pa- 
rata di  velluto  rosso  ricamalo  inoro;  la 
volta  è  in  parte  dipinta  di  colori  brillanti 
ed  in  parte  riccamente  dorata.  Ivi  pen- 
dono alle  pareli  armi  magnifiche,  scimi- 
tarre, pugnali  e  moschetti;  e  tutte  que- 
ste armi  sono  risplendenti  per  l'oro,  per 
l'argento  e  per  le  gemme,  onde  sono  con 
profusione  arricchite.  Al  di  sopra  delle  ar 


T  UN  i  9  r 

mi  sporgono  mensole  sostenenti  vasi  di 
porcellana  e  altre  curiosità;  e  più  in  alto 
ancora,  una  fila  di  specchi,  gli  uni  accan- 
to agli  altrijdisposti  tutti  all'intorno  della 
sala,  produce  l'effetto  il  più  strano.  Solto 
le  armi  e  similmente  tult'intorno  alla  sala 
girano  3  ordini  d'origlieri, coperti  da  uno 
spesso  drappo  di  seta  rossa  ricamato.  Il 
centro  della  sala  è  coperto  di  superbi  lap  - 
peti  persiani.  Ne'  giorni  di  solenne  rice- 
vimento, soli'  ultimo  ordine  d'  origlieri 
stanno  in  piedi  i  principali  cortigiani,  for- 
mando cosi  una  doppia  schiera  a  destra 
e  a  sinistra;  e  fra  le  due  schiere  e  alla  lo- 
ro estremità  siede  il  bey,  sopra  un  sofà 
coperto  di  raso  bianco.  L'appartamento 
d'estate  del  bey  è  as-ai  rimarchevole,  mal- 
grado il  dispiacevole  miscuglio  di  colori 
che  poco  si  combinano  insieme;esso  è  tut- 
tavia assai  ricco  e  risplendente  d'oro  e  di 
argento.Dalle  volte  pendono  gabbie  d'uc- 
celli in  forma  di  vasi  o  d'altre  bizzarre 
figure;  si  scorgono  negli  angoli  orologi  an- 
tichi e  moderni,  ed  armi  preziose  ador- 
nano le  pareti;  ma  in  questo  luogo,  ac- 
canto ad  oimi  moschetto  v'è  una  buona 
provvisione  di  cariche  belle  e  preparate. 
Immensa  è  l'ampiezza  di  Tunisi,  la  cui 
popolazione  ascende  a  circa  180,000  abi- 
tanti, o  meglio  più  di  200.000.  Essa  si 
compone  precipuamente  di  mori,  turchi, 
ebrei,  cattolici  e  rinegati  di  quasi  tulle  le 
nazioni.  In  veruna  altra  parte  della  Bar 
boria  i  mori  non  sono  tanto  tolleranti  e 
civili.  Tutte  le  religioni  sono  a  Tunisi  tol- 
lerate, purché  non  si  turbi  l'ordine  pub- 
blico, ne  compromettasi  il  nome  di  Mao- 
metto. I  sacerdoti  catlolici  sono  rispettati 
e  portano  pubblicamente  l'abito  che  li  di- 
stingue, col  fez  in  capo  rosso,  distinguen- 
dosi gli  ebrei,  con  berrette  nere.  Quando 
esistevano  gli  schiavi  cristiani,  per  1' in- 
dulgenza cui  erano  trattati  potevano  for- 
marsi di  che  pagarsi  il  riscatto.  Quattro 
lingue  principalmente  si  parlano,  l'italia- 
na, il  dialetto  arabo,  la  turca  e  la  france- 
se, ma  i  trattati  del  regno  si  scrivono  in 
turco.  L'ampiczz  ideila  città  proviene  dal- 


i92  TDN 

l'isolamento  delle  case,  poiché  ogni  fami- 
glia ha  la  sua, e  le  mnssnlmane  quasi  sem- 
pre separate  ila  un  coitile  ihille  vicine,  e 
comechè  d'un  sol  piano,  quindi  la  neces- 
sità di  guadagnare  in  larghezza  ciò  che  si 
perde  in  elevazione.  Tunisi  è  composto 
della  città  propriamente  della,  e  di  l\uc 
sobborghi,  13ebeney  e  Uebcl-JM  enara  , 
stanziando  in  questo  i  cristiani  inarroc- 
chini  di  v\[omoza  rabico.  Essendo  Tunisi 
situata  parte  sopra  un'altura,  e  parte  ne' 
terreni  sottoposti,  questa  diseguaglianza 
di  livello  produce,  che  il  quartiere  abi- 
talo da'maurio  mori  è  estremamente  pu- 
lito, mentre  all'opposto  i  quartieri  infe- 
riori, ove  sono  i  consolati,  i  magazzini,  le 
botteghe,  i  calle,  per  lo  scolo  dell'acque 
e  dell'immondezze  sono  sporchi  e  fango- 
si. Vi  sono  in  Tunisi  moltissime  moschee 
(dicesi  3  a  5)  e  alcune  magnifiche,  mot  li  bel- 
li edilìzi  e  molte  belle  tombe  di  famiglia. 
Le  moschee  ha  nuo  minareti  fabbrica  ti  con 
leggerezza  ed  elega  nza;  l'interno  non  pre- 
senta che  una  sala  grande  quadrata  e  o- 
scura  spoglia  d'ornamenti;  però  alcune 
sono  decorate  di  colonne  di  marmo,  che 
i  mori  tolsero  da  antiche  rovine.  L*  in- 
gresso n'è  interdetto  a'eristiani  e  agli  e- 
brei,  e  non  è  vero  che  i  primi  ponuo  pe- 
netrarvi talvolta  regalando  il  custode. So- 
no indi  \  ersi  quartieri  bagni  pubblici,  do- 
ve si  fa  gran  uso  di  legni  aromatici  e  pro- 
fumi, e  vi  si  ammettono  i  forestieri;  gli 
ebrei  vi  hanno  8  sinagoghe;  i  greci  unar 
chiesa  col  parroco;  i  protestanti  la  chiesa 
e  il  cimiterio.  Vi  si  vedono  pure  parec- 
chie case  particolari,  che  per  l'eleganza 
e  per  la  grazia  di  loro  architettura  mo- 
resca non  disdirebbero  ne'  più  brillanti 
quartieri  delle  capitali  d'  Europa.  Fre- 
quenti vi  sono  i  ricchi  bazar,  che  in  mez- 
zo alle  loro  splendide  merci,  quando  e- 
sisleva  la  pirateria  mostravano  talvolta 
strani  oggetti, provenienti  probabilmente 
dall'antiche  rapine  de'pira ti  tunisini, cioè 
vasi,  calici,  candellieri  ec.  In  questi  ba- 
zar si  vendono  le  celebri  essenze  tunisi- 
ne di  rose  e  di  gelsomini,  i  bournous  di 


TUN 
finissima  e  candida  lana,  vaghissimi  e  ric- 
chissimi arnesi  per  cavalcare,  scialli  e  làz- 
zoletti,e  quelle  berrette  rosse  alla  mussul- 
mana che  oggidì  coprono  il  capo  alla  me- 
tà degli  abitanti  dell'impero  ottomano: 
la  fabbricazione  di  queste  berrette  è  la 
principale  che  nel  paese  ha  una  certa  im- 
portanza. In  questa  città  si  fanno  inoltre 
stolle  di  lana,  di  seta,  di  velluto,  tele,  inar- 
rocchiai, cinture,  tappeti  ,  turbanti  ec, 
ed  attivissimo  è  il  suo  commercio,  eser- 
citandosi ui\  operoso  trafìico  coli'  Eu- 
ropa, e  coll'in terno  dell'Africa  per  mez- 
zo delle  carovane.  Tra  le  importazioni 
primeggiano  le  lane,  ed  i  liquori  spiri- 
tosi di  cui  sono  i  mori  avidissimi  mal- 
grado il  divieto  della  legge  maometta- 
na. Pochissime  carrozze  vi  erano  un  tem- 
po in  Tunisi,  se  si  eccettuano  quelle  del 
bey  e  de'consoli  ;  eranvi  però  certi  ca- 
lessi a  due  ruote,  coperti  di  tela  rigata 
a  striscie  bianche  e  rosse,  e  tirati  da  uno 
o  due  muli:  il  cocchiere  accompagnava 
il  suo  calesse  a  piedi  e  correndo.  Questo 
costume  de'calessi  non  più.  esiste  che  in 
poco  numero,  e  invece  poco  costuman- 
dosi andare  a  piedi  fuori  della  città,  mol- 
te sono  le  carrozze.  Ricchissimo  è  il  ve- 
stiario de'ricchi,  ma  i  poveri  incedono  a 
piedi  nudi  ravvolti  in  una  coperta.  Le  ro- 
vine della  possente  e  famosa  Cartagine, 
di  cui  ede'suoi  scavi  moderni  riparlai  nel* 
l'antecedente  articolo,  che  giaceva  ad  e- 
guale  distanza  da  tutte  1'  estremità  del 
Mediterraneo  in  una  situazione  delle  più 
favorevoli  al  trafiico,  trovanti  al  nord- 
ovest di  Tunisi.  ]VIa  invano  i  viaggiatori 
senza  farvi  escavazioni  vi  cercano  alcune 
vestigia  di  quelle  triplicate  mura,  di  quel- 
le robuste  bastile,  di  quelle  altissime  tor- 
ri, di  que'luoghi  che  contenevano  Un  e- 
sercito  di  100,000  armali  con  3oo  ele- 
fanti, di  quelle  darsene  da  cui  2000  na- 
vi da  guerra  e  3ooo  da  trasporto  porta 
rono  Amilcare  Barca  padre  d'Annibale 
co'suoi  sotto  le  mura  di  Siracusa:  tutto 
spaiì  sotto  il  ferro  de'romani,  ne  mai  ven- 
detta e  maledizione  di  popolo  contro  pò- 


T  UN 

polo,  dolendo,  Carthago,fu  sì  compiuta- 
mente esaurita. Al  sud  est  soltnnto  si  rav- 
titano  alcune  reliquie  di  moli,  ed  alcu- 
ne cisterne  e  sozze  cloache  sono  i  soli  in- 
dizi del  sito  che  occupava  quella  metro- 
poli,popolata  da  5oo,ooo  abitatori,  e  che 
poi  tornò  a  splendere  nel  cristianesimo 
per  l'illustre  chiesa  d'Africa  con  celebre 
sede  vescovile  e  primaziale,  finché  il  fa- 
natico furore  de^li  arabi  la  ridusse  in  ce- 
nere,  terminandole  glorie  dell'antica  re- 
gina del  Mediterraneo  che  restò  sepolta 
co'tesori  de'suoi  magnifici  edifizi.  Carta- 
gine ebbe  3  epoche  :  Cartagine  punica 
e  romana,  Cartagine  bizantina^  Car- 
tagine araba.  Un  magnifico  acquedotto 
però  attesta  tuttora  il  romano  potere,  alla 
cui  ombra  sorse  Cartagine  seconda,  ed  o- 
ra  pel  monumento  religioso  erettovi  a  s. 
Luigi  IX  ha  riacquistato  celebrità.  Il  ter- 
ritorio di  Tunisi  produce  in  abbondan- 
za grano, ulive, legumi, frutti  squisiti,cuo- 
prendo  numerosi  armenti  le  campagne: 
il  lago  e  il  golfo  sono  pescosissimi  ,  e  la 
città  ben  provveduta  delle  derrate  neces- 
sarie alla  vita.  Il  clima  non  è  sanissimo, 
l'aria  essendo  viziata  dalle  ricordate  esa- 
lazioni infette  che  sollevatisi  dalle  spon- 
de del  lago  e  dalle  cloache  dove  recansi 
le  immondizie;  gran  numero  di  piante  a- 
romatiche  purificano  poco  l'atmosfera.  Vi 
sono  importanti  saline,  ed  i  dintorni  so- 
no ameni  e  coltivati.  Tunisi,  al  riferire  di 
Strabone  e  degli  storici  romani,  già  esi- 
steva, quando  contigua  fu  innalzata  la  su- 
perba Cartagine,  perciò  errarono  coloro 
che  affermano  essere  Tunisi  fabbricata 
sulle  rovine  di  Cartagine,  la  quale  sorge- 
va su  3  colline  e  dividevansi  in  3  parti, 
Byrsa,  Megalia  e  Cotone.  Osserva  il  Ram- 
polli, che  lo  scerilfo  Al-Edrissi,  il  quale 
apparteneva  alla  famiglia  stessa  che  eres- 
se la  moderna  Tunisi,  dice  precisamente 
nella  sua  geografia,  che  questa  città  è  la 
Tharsis  africana  di  Tolomeo,  la  quale  da' 
mussulmani  venne  aumentata  con  nuo- 
ve fabbriche,  circondata  da  robuste  mu- 
ra e  alte  torri.  I  cartaginesi  tosto  la  do- 

VOL.  LXXXl. 


T  U  N  i93 

minarono  e  quindi  munirono  a  cagione 
dell'importante  sua  posizione  che  domi- 
nava i  vicini  aditi  della  loro  capitale,  con- 
siderandolo cornei.0  lorobaloardo.  E  sic- 
come i  tiri  primari  fondatori  di  Cartagi- 
ne erano  fenicii,  così  i  suoi  abitanti  dalla 
città  chiamandosi  cartaginesi,  e  conser- 
vando stretta  unione  colla  madre  patria, 
con  tutte  le  coloniefenicie  e  massime  con 
Utica,  quindi  si  dissero  Plioeni,  quasi  fe- 
nicii, indi  Poeni  o  Punici,  vocabolo  che 
si  rese  comune  a*  tunisini  e  agli  altri  a- 
bitanti  di  Barbari».  Successivamente  fu 
Tunisi  posseduta  da'cartaginesi,da'roma- 
ni,  da'vandali,  ma  ebbe  soltanto  da 'sara- 
ceni arabi  il  suo  accrescimento,  ed  i  quali 
non  credendosi  in  Cartagine  abbastanza 
sicuri,  quivi  si  rafforzarono,  sebbene  po- 
co dopo  più  si  addentrassero  a  fabbrica- 
re Kairouan  ,  e  venne  un  tempo  perciò 
riguardata  comecapitaledell'Africa  pro- 
pria, fu  residenza  degli  antichi  califfi,  e 
al  generale  Oeha-Ben -Nafai  deve  il  mas- 
simo suo  splendore,  poi  occupala  dalle 
armi  de're  tunisini. Quando  Scipione  K A- 
fricano  vinse.il  già  formidabiieAnnibale, 
fu  in  Tunisi  che  dettò  le  dure  condizioni 
della  pace  tra  Roma  e  Cartagine.  Tunisi 
seguì  i  destini  e  le  sorti  della  regione  e 
de'suoi  dominatori.  1  mori  scacciati  dalla 
Spagna  nel  declinar  del  secoloXV  ne  rad- 
doppiarono la  popolazione,  e  la  peste  per 
incuria  vi  fece  frequenti  stragi.  Memora- 
bile fu  il  1270  per  Tunisi  assediata  da  s. 
Luigi  IX,  che  vi  morì  di  peste  sul  suolo 
dell'anticaCarlasine.oveora  sorge  il  suoi- 
mentovato  monumento;  non  che  ili 535 
per  avere  l'imperatore  Carlo  V  espugna- 
to la  Goletta  e  Tunisi, facendo  quindi  co- 
struire dalle  sue  soldatesche  italiane  e 
spagnuole  un  altro  forte  pressoquello  del- 
la Goletta.  Del  resto  anche  le  vicende  mo- 
derne della  città  essendo  state  comuni  con 
quelle  del  regno  e  reggenza  di  Tunisi,  a. 
quell'articolo  le  riportai. 

Vicariato  apostolico  dì  Tunisi. 
Gli  antichi  africani  furono  tutti  ido- 
latri. Quelli  della  Barbarla  adoravano  il 
i3 


i94  TUN 

sole  e  il  fuoco,  avendo  a  questo  elemento 
alzato  templi,  ove  conservavasi  con  ogni 
cura.  I  numiilii  veneravano  i  pianeti,  ed 
i  negri  qualche  astro,  ovvero  la  cosa  pri- 
ma vivente  che  incontravano,  uscendo 
dalle  loro  capanne.  Dipoi  gli  africani  sog- 
giogati da'romani  adorarono  i  loro  Dei, 
ed  eressero  un  tempio  famoso  a  Giove 
nel  deserto  di  Barca.  Molti  alleluiano  che 
gli  africani  ebbero  ad  apostolo  della  fe- 
de cristiana  il  celebre  eunuco  e  gran  te- 
soriere di  Candace  regina  degli  etiopi, 
che  avea  professato  la  religione  de'  giu- 
dei/istruito e  battezzato  da  S.Filippo  dia- 
cono; onde  tornato  pieno  di  gioia  al  suo 
paese  vi  pubblicò  la  dottrina  di  Gesù.  Cri- 
sto, la  quale  mirabilmente  si  propagò  per 
l'Africa.  Certo  è  die  l'Africa  rapidamen- 
te divenne  una  celeberrima  chiesa  deco- 
rata d'innumerabili  sedi  vescovili.  Quel- 
la sola  di  Cartagine,  al  riferire  del  Terzi 
nella  Siria  sacra,  come  primazia  le  eb- 
be 6  provincie  ecclesiastiche  subalterne, 
cioè  la  provincia  Proconsolare  ossia  di 
Cartagine  delta/? 'eugi 'tana  ,con  circa  i  o5 
vescovati,  fra'quali  quello  di  Tunisi;  la 
provincia  d'i  Numidi  a,  coti  Cirta  Giulia 
per  metropoli  ei38  vescovati;  la  provin- 
cia Bizacena,  con  Hadramito  per  metro- 
poli e  128  vescovati;  la  provincia  Mauri- 
liana  Sitifense,  con  Siti/i  per  metropoli 
e  5o  vescovati;  la  provincia  Maurilia- 
na  Cesarieiise, con  Giulia  Cesarea  per 
metropoli  eig  vescovati  (sarà  errore  ti- 
pografico, poiché  121  ne  registra  Com- 
ri)anv\\\e, Ilistoire  de  tous  les  eveschez); 
e  la  provincia  Tripolitana,  con  Tripoli 
per  metropoli  e  7  vescovati.  1  gloriosi  fa- 
sti ecclesiastici  di  Cartagine  e  de'suoi  ve- 
scovi, li  celebrò  il  dotto  p.  Morcelli  ge- 
suita nella  2.a  e  % 'parte  òt\Y africa  Chri- 
*//77/2tf,Brixiaei8  1  7.  Nella  regione  diTu- 
nisi si  crede  che  fiorissero  circa  600  sedi 
vescovili,  delle  quali  non  più  esiste  alcun 
vestigio.  Tunisi,  Tunetum,  Times,  Ec- 
clesia Tunegensis,%v<\  nel  IV  o  V  secolo 
era  sede  vescovile  della  provincia  Pro- 
consolare di  Cartagine  nell'Africa   occi- 


X  C  N 

dentale,  la  cui  chiesa  particolarmente  ve- 
nerò il  martire  s.  Alpino  lapidato  dagl'in- 
fedeli nell'aprile  1/1O0;  quivi  pure  solfrì 
il  martirio  s.  Oliva  vergine  palermitana, 
la  cui  memoria  celebrano  i  suoi  concit- 
tadini a'28  giugno.  Il  Morcelli  nel  t.  1 
deWdfrica  Christiana  registrò  due  ve- 
scovi di  Tunisi:  Luciano  che  fu  alla  con- 
ferenza di  Cartagine  nel  4  '  » ,  e  Sestilia- 
no  mandato  da'padri  del  concilio  procon- 
solare d'Africa  nel  553  al  concilio  di  Co- 
stantinopoli, perchè  quivi  facesse  le  veci 
«'eli*  arcivescovo  di  Cartagine  Primoso. 
La  chiesa  d'Africa  lacerala  dall'  ariane- 
simo e  dal  manicheismo, divisa  dallo  sci- 
sma de'donatisli,  restò  del  tutto  derelitla 
nell'invasione  de'saraceni  del  698,  che  vi 
seminarono  il  maomettismo;  e  quantun- 
que i  nativi  del  paese  stanchi  della  loro 
dominazione  crudele,  li  cacciassero  ne' 
deserti,  pure  fatalmente  ritennero  «ogli 
errori  la  loro  falsa  credenza. Nella  vita  di 
s.  Luigi  IX,  che  nel  1270  morì  presso  Tu- 
nisi, trovo  un  vescovo  di  Tunisi  che  con 
lettera  partecipò  la  morte  del  re  di  Fran- 
cia a  Tibaldo  li  re  di  Navarro,  pubbli- 
cata dal  Martenne,  Collect.  t.  6,  p.  1 2  1  7. 
Notai  all'articolo  Pisa,  che  1'  arcivesco- 
vo esercitò  un  tempo  giurisdizione  eccle- 
siastica su  alcune  chiese  di  Tunisi  e  di  A- 
lessandria  d'Egitto.  Certamente  che  i  Pa- 
pi sempre  zelanti  per  la  Propagazione 
della  fede,  inviando  missionari  aposto- 
lici nell'Africa,  non  trascurarono  la  Bar- 
barla e  quindi  il  regno  di  Tunisi;  ed  ivi 
pure  si  recarono  que'  religiosi  che  pro- 
fessano per  istituto  la  liberazione  degli 
Schiavi,  che  tanti  ne  predavano!  corsa- 
ri tunisini.  Apprendo  poi  dalle  memorie 
delle  missioni  della  Congregazione  di 
propaganda  fide,  che  la  missione  apo- 
stolica con  titolo  di  prefettura  in  Tunisi 
e  sua  reggenza,  con  facoltà  della  forino- 
la 4)  ^  affidata  a'francescani  cappuccini, 
che  vi  si  stabilirono  fino  dal /624-Leggo 
però  nel  Rapporto  istorico  statistico  ed 
economico  delle  missioni  apostoliche  di 
Tunisi,  dedicato  dal  presente  vicario  a- 


T  U  N 

postolico  alla  Definizione  generale  del  suo 
ordine  uVcappuccini,  le  seguenti  interes- 
santi notizie.  Urbano  Vili  col  breve  Ex 
omnibus  charitatis  officiis,t\eio  aprile 
1624,  fondò  la  missione  apostolica  de* 
cappuccini  nella  reggenza  e  capitale  di 
Tunisi.  Vi  spedì  i  cappuccini  siciliani  del- 
la provincia  di  Palermo, col  titolo  di  pro- 
curatori degli  schiavi  cristiani,  ed  il  pri- 
mo fu  il  p.  Angelo  da  Couiglione  dal 
1624  al  1629,  il  ?..°  il  p.  Luigi  da  Paler- 
mo dal  1  63o  al  1 638.  Essi  cominciarono 
la  serie  de'prefetti  e  prò- vicari  di  Tunisi. 
IVel  1  638  con  decreto  della  congregazio- 
ne di  propaganda  fide,  si  recarono  nel- 
l'isola di  Ta barca,  di  cui  feci  cenno  nel- 
l'antecedente articolo,  i  cappuccini  geno- 
vesi, e  questi  assunsero  le  missioni  di  Tu- 
nisi e  le  tennero  fino  al  1 65 t.  In  questo 
cominciò  la  serie  de'  vicari  apostolici  di 
Algeri  e  di  Tunisi  residenti  in  Algeri,  i 
quali  spedivano  le  patenti  di  pro-vicari 
a'prefetti  della  missione  di  Tunisi.  lli.° 
di  tali  vicari  apostolici,  eletto  nel  1 65  1 
stesso,  fu  Le  Vacher,  sacerdote  della  con- 
gregazione della  Missione,  della  quale  fu- 
rono pure  i  successoti. Egli  dimorò  inTu- 
nisi fino  al  167  1  .Qui  narrerò  che  ueli683 
trova  vasi  in  Algeri  il  p.  Vacher  missio- 
nario e  insieme  console  francese,  quando 
la  reggenza  era  il  terrore  de'naviganti  e 
in  ostilità  colla  Francia.  Una  flotta  fran- 
cese capitanata  da  Duquesne  si  presentò 
minacciosa  avanti  al  porto,  ed  avendo  co- 
minciato a  scagliare  alcune  bombe  nel- 
o 

la  città,  allora  "li  algerini  nel  loro  bar- 
baro  furore  preso  lo  sfortunato  console, 
che  neppur  avea  cercato  di  salvarsi,  ed 
accusato  di  segnali  dati  a'suoi  connazio- 
nali, lo  denudarono,  e  tutto  vivo,  inutil- 
mente implorante  pietà,  1'  introdussero 
dentro  un  cannone  di  grosso  calibro  già 
carico,  solo  proponendogli  per  mezzo  di 
salvezza  il  riuegar  la  fede.  A.1  che  ricusa- 
tosi eroicamente  il  p.  Vacher,  la  miccia 
già  pronta  fece  partire  il  colpo,  che  spar- 
se in  un  istante  in  mille  combusti  brani 
il  corno  dell'infelice.  Si  pretende  che  per 


TUN  r  %5 

ischerno  fosse  dato  al  cannone  l'aggiunto 
di  Consolare.  Questo  pezzo,  fuso  da  un 
veneto  nel  1 542,  fu  preso  da 'francesi  nel- 
la conquista  d' A  !geri,e  trasportato  a  Brest, 
venne  innalzato  su  piedistallo  in  piazza 
dell'armi.  Nel  1  689  divenne  vicario  apo- 
stolico di  Algeri  e  di  Tunisi  Gianole,  quin- 
di nel  «695  Lorance,  nel  1700  Le  Roy, 
nel  1705  Duchesne,  in  tempo  del  quale 
un  inviato  straordinario  di  Francia  fece 
riconoscere  e  proteggere  i  missionari  apo- 
stolici dal  bey  Hassen  stipite  de'regnantì 
bey,  ed  i  pp.  trinitari  spagnuoli  recaromi 
a  stabilirsi  in  Tunifi  presso  il  consolato 
di  Spagna.  Nel  1738  fu  fatto  vicario  apo- 
stolicoFaroux,nel  1  744P°'ssan^nel  >  ?4^ 
Mossa,  nel  1  756  Groiselle,nel  1  764 La  Pie 
de  Scivigny,  nel  1767  Le  Roy,  al  cui  tem 
pò  il  cardinal  Castelli  prefetto  di  propa- 
ganda obbligò  il  p.  prefetto  di  Tunisi  di 
pubblicarvi  il  decreto  del  concilio  diTren- 
to contro  i  matrimoni  clandestini.  Nel 
vicariato  successe  nel  1773  Viguier.  Si 
legge  nel  t.  4j  P-  1 47  de'  Bull.  Pont.  s. 
C.  de  propaganda,  fide,  il  breve  Pro 
commista,  de' 12  dicembre  1  772  di  Cle 
mente  XIV:  Vicarius  Apostolicus  Al* 
gerii  consti  tu  ìtur  d.  Petro  Francisco  Vi- 
guier presbyte.ro  saeculari  congregdtio 
nis  Missionis,  cidemque  Tunetana  Mis- 
sio  subjicitur,  ita  tamen  ut  ibi  possit 
prò  vicarìum  gener aleni  consti tuere.Ne\ 
1 779C0SS011,  ne!  1 784  Ferrand,  nel  1785 
Alasia  ultimo  vicario  apostolico,e  governò 
sino  al  1798.  Come  narrai,  questi  vicari 
apostolici  d'Algeri  e  Tunisi  abitavano  in 
Algeri,  donde  reca  va  tisi  in  Tunisi  a  far 
le  loro  visite  pastorali,  ad  amministrar- 
vi il  sagramenlo  della  cresima,  ed  ema- 
na vano  disposizioni  pel  governo  della  pre- 
fettura e  pe'cristiani.  Ritornando  a'tnis- 
sionari  cappuccini  che  aveano  tenuta  la 
missione  sino  ali65i,  succeduti  da'pre- 
ti  della  Missione  che  la  tennero  fino  al 
1672,  fu  in  quest'anno  che  cominciaro- 
no a  governarla  i  cappuccini  dello  stato 
pontifìcio,  ed  il  r.°  pro-vicario  apostolico 
fu  il  p.  Carlo  d'Ancona.  Nel  1731    con 


196  T  U  N 

ordine  di  propaganda  fide  i  missionari 
di  Tunisi  andarono  al  Capo  Nero  colo- 
nia francese.  Nel  iy56  l'arcivescovo  di 
Genova  rinunziò  al  diritto  della  pan  oc- 
chia de'labarchini  alle  missioni  di  Tunisi. 
Nel  Giornale  ecclesiastico  di ' Roma. che 
un  tempo  pubblicavasi  in  Roma  (dal i.° 
luglio  i  785  al  giugno  1  798),  nel  t.  2,  p. 
3  i,36,  83  e  87  si  leggono  due  articoli 
intitolati  :  Monumenti  ecclesiastici  di 
lìtnisij  e  due  articoli  intitolati:  Monu- 
menti ecclesiastici  di  Algeri  e  di  Tunisi. 
Dopo  avere  ne'precedenti  l'articolista  G. 
H.  narrato  quanto  riguarda  Marocco,  ri- 
ferisce alcuni  falli  accaduti  in  Tunisi  e 
gloriosi  alla  cattolica  religione,  ed  a'mis- 
sionari  apostolici  ivi  residenti,  e  special- 
unente  all'ordine  de'  Trinitari  della  re- 
denzione degli  schiavi  istituito  da  s. Gio- 
vanni de  Matha,e  da  s.  Felice  di  Valois, 
'A  quale  dalla  s.  Sede  lo  scrittore  asseri- 
sce che  fu  affidata  la  missione,  unitamen- 
te co'cappuccini,  ma  ciò  non  sussiste  per 
tutto  quanto  il  narrato  :  i  trinitari  si  por- 
tarono a  Tunisi,  quali  addetti  al  conso- 
lato spagnuolo.  Nel  1720  avendo  i  reli- 
giosi trinitari  ottenuta  la  facoltà  di  poter 
erigere  nella  città  di  Tunisi  presso  il  det- 
to consolato  una  casa  d'ospizio  con  ospe- 
dale annesso,  esercitarono  il  loro  zelo  spe- 
cialmente nella  peste  che  disgraziatamen- 
te si  suscitò  nel  1775,  1779, 1  784  ei785. 
In  queste  occasioni  i  religiosi  trinitari  non 
risparmiarono  fatica  per  assistere  gli  ap- 
pestati tanto  cristiani  che  maomettani,  e 
vi  perderono  gloriosamente  la  vita  i  pp. 
Casanova  e  Sanchez  spagnuoli.  Nella  pe- 
ste cominciata  nel  1784  e  durata  sino  a 
tutta  l'estate  1785,  colla  morte  di  circa 
800  persone  per  giorno,  siccome  la  bar- 
barie maomettana  non  prendeva  quasi 
veruna  cura  onde  provvedere  alla  mise- 
ria degli  appestali,  così  i  trinitari  con  4 
cappuccini  italiani  furono  gli  unici  ad  as- 
sistere i  poveri  infermi  non  meno  cristia- 
ni che  turchi,  e  somministrando  indistin- 
tamente a  chiunque  rimedi  e  preserva- 
tivi contro  il  contagio.  Per  cui  il  loro  spe- 


TUN 
dale  fu  come  l'unico  rifugio,  eh'  ebbero 
tanto i  cristiani  che i maomettani,  restan- 
do vittime  della  loro  carità  i  pp.Gomez  e 
Moreno  superiore  dell'ospizio  dc'lrinilarr 
spaglinoli.  Morirono  anco  due  pp.  cap- 
puccini nell'ospedale  de'  trinitari,  e  de' 
trinitari  solo  restando  vivo  il  p.  Marti  tri- 
nitario spaglinolo.  Egli  fu  che  accolse  nel- 
l'ospedale i  delti  cappuccini  divenuti  in- 
fermi e  gli  assistè  fino  alla  morte,  perciò 
ringraziato  dal  loro  procuratore  genei  ale, 
mentreiduesuperstiti cappuccini  seguita- 
rono nd  assistere  gl'infermi  e  gli  altri  fede- 
li.Finita  la  peste, il  1  /ministro  del  beyMu- 
stafà  Coiggia,  con  onorifica  lettera  in  ara- 
bo, che  tradotta  si  legge  nel  Giornale,  di- 
chiarò a  I  p.  Marti  la  pubblica  riconoscen- 
za, e  quindi  con  altra  graziosissima  lettera 
rimise  allo  stesso  p.  Marti  circa  scudi  3oo 
a  beneficio  dell'ospedale.  Negli  altri  due 
articoli  riguardanti  Algeri  e  'Tunisi,  do- 
po aver  l'articolista  R.  S.  deplorato  le  vi- 
cende dell'insigne  chiesa  d'Africa,  che  il 
maomettismo  seppellì  nelle  folle  tenebre 
dell'errore,  passa  a  dare  un  sicuro  rag- 
guaglio dello  slato  in  cui  trovavasi  il  cai- 
tolicismo  dell'Africa  sotto  il  governo  del- 
le diverse  reggenze  Barbaresche,  dove  i 
vestigi  dell'antico  e  già  florido  cristiane- 
simo sono  alcune  rovine  di  città  e  di  tem- 
pli, che  ne  risvegliano  la  veneranda  me- 
moria. Infelice  descrive  la  condizione  del- 
la fede  cattolica  in  Algeri, che  ivi  profes- 
savano appena  5  famiglie  native,  olire  a' 
due  consoli  veneto  e  francese,  ed  altri  eu- 
ropei commercianti  protetti  dal  bey  o 
dalla  Francia.  Comunemente  aranti  più 
di  2000  cristiani  europei  sollo  la  tiran- 
nica schiavitù  e  con  danno  di  molle  loro 
anime.  In  Tunisi  poi  erano  più  di  100  fa- 
miglie europee  addette  alle  negoziazioni 
e  perciò  godenti  franchigie  come  in  Al- 
geri, e  minor  quantità  di  schiavi,  non  es- 
sendo i  corsari  tunisini  tanto  dediti  alle 
frequenti  scorrerie  marittime  come  i  pi- 
rati algerini.  Le  per&ecuzioui  de'erislia- 
ni  erano  minori  di  quelle  che  si  pativano 
iu  Algeri,  principalmente  contro  i sacer- 


TUN 
doli  in  odio  della  religione;  poiché  in  Tu- 
nisi ricorrendo  con  moderazione  i  cristia- 
ni angariati  a'Ioro  rispettivi  giudici,  ve- 
nivano garantiti,  e  puniti  gli  aggressori, 
vegliando  i  missionari  alla  custodia  delle 
loro  anime,  cioè  3  trinitari  spagnuoli,e3 
francesi  della  congregazione  delia  missio- 
ne che  aveano  ospizio;  e  siccome  in  tutta 
la  Barbaria  non  vi  risiedeva  alcun  vesco- 
vo, coȓ  uno  degli  ultimi  veniva  destina- 
to vicario  apostolico  dalla  congregazione 
di  propaganda,  il  quale  non  godeva  altra 
facoltà  particolare,  che  quella  di  cresi- 
mare; il  che  si  praticava  anco  in  Tunisi, 
dov'era  nominato  prefetto  e  pro-vicario 
apostolico  uno  de'  4  cappuccini,  che  at- 
tendendo alle  missioni  fin  dal  i  672  avea- 
no cura  dell'  unica  parrocchia  esistente. 
Sebbene  i  principi  africani  aveano  natu- 
ralmente in  sospetto  fa' cristiani  tutti  i 
inivsionari,par  ti  colar  mente  i  tri  ni  tari, an- 
teriormente da  e^si  ingiustamente  credu- 
ti spie  della  Spagna,  nondimeno  a  fron- 
te di  tal  falsa  prevenzione  in  più  incon- 
tri resero  loro  onesta  testimoniauza,sino  a 
sceglierli  ministri  degli  affari  i  più.  gelosi 
de'loro  governi.  Difatli  nel  178)  il  bey 
d'Algeri  inviò  al  redi  Spagna  per  suo  mi- 
nistro il  p.  Lopez  per  trattare  la  pace. L'in- 
corro! ta  fedeltà  di  tali  religiosi,  fece  loro 
poi  nuovamente  godere  il  dovuto  buon 
concetto  e  stima  presso  il  governo  delle 
reggenze  d'Algeri  e  di  Tunisi,  ed  ebbero 
il  privilegio  d'esercitar  con  piena  libertà 
le  funzioni  ecclesiastiche  nelle  5  cappelle 
della  f.*  e  nelle  \  della  2.a,  però  solo  pri- 
vatamente. Quando   doveasi    giustiziare 
alcun  schiavo  cristiano,  si  permetteva  a' 
trinitari  in  qualità  di  confortatori  d'  ac- 
compagnarlo al  patibolo,  ad  onta  dell'in- 
vettive e  improperi  vomitati  dal  popolo 
maomettano.  Con  altrettanta  libertà  re- 
numerate famiglie  cattoliche  potevano 
adunarsi  nelle  due  cappelle  de'missiona- 
ri  per  assistere  alla  messa,  ricevere  i  sa- 
gra menti  e  ascoltar  le  prediche,  così  nel- 
le 3  cappelle  d'Algeri  situate  ne'3  quar- 
tieri ove  nella  uolle  si  rinserravano  gli 


TUN 


97 


schiavi  del  governo;  ma  la  dura  schiavi- 
tù che  soffrivano  quegl'infelici,  permet- 
teva limitata  libertà  nelP  esercizio  della 
religione.  Dappoiché  essi  soltanto  pote- 
vano ascoltar  la  messa  e  la  predica  ne' 
giorni  festivi  assai  di  buon'ora  per  atten- 
dere quindi  a'  loro  pubblici  lavori,  da' 
quali  siccome  esentali  ne' venerdì,  giorni 
festivi  pe'  maomettani,  così  godevano  il 
comodo  di  radunarsi  nelle  cappelle  pro- 
prie più  tardi.  Gli  schiavi  de' particolari 
frequentavano  le  due  cappelle  de'missio- 
nari,  con  più  o  meno  assiduità,  secondo 
che  loro  permetteva  l'umanità  o  fierezza 
de'padroui. Simile  permesso  non  godeva- 
no gli  schiavi  del  bey  e  de'signori  della 
corte,  i  quali  schiavi  solamente  sotto  la 
custodia  di  due  guardiani  turchi  poteva- 
no ascoltar  la  messi  e  confessarsi  3  volte 
l'anno,  cioè  pe!  s.  Natale  e  nelle  due  fe- 
ste principali  che  celebravano  i  mussul- 
mani in  onore  di  Maometto.  Gli  schiavi 
del  bey,  de'  califfi  e  degli  alcaidi  nelle 
diverse  provincie  della  reggenza  d'Alge- 
ri, si  confessavano  quando  i  loro  padro- 
ni reca  vanti  in  Algeri  a  pagar  le  gabelle 
e  tributi  che  esigevano  da'mori  nelle  pro- 
vincie. Alle  spirituali  necessità,  di  que' 
meschini  tuttavia  non  tralasciavano  di 
soccorrere  i  zelanti  missionari,  con  esor- 
tarli sovente  alla  costanza  nella  fede  per 
mezzo  di  lettere,  di  libri  divoti  e  corone, 
e  talvolta  con  recarsi  personalmente  a  tro- 
varli previo  permesso, acciò  gli  schiavi  fos- 
sero liberi  di  ricevere  il  sagrameuto  del- 
la penitenza.  Così  con  manifesto  prodi- 
gio e  a  fronte  delle  persecuzioni  e  degli 
oltraggi  che  soffrivano  gli  schiavi,  i  mao- 
mettani era  no  costretti  a  confessare  le  vir- 
tù e  i  pregi  di  loro  religione,  chiamando 
il  Papa  il  Papasso  grande,  e  proverbian- 
do i  profestanti  e  scismatici  col  nome  di 
cristiani  falsi.  Inoltre  i  cattolici  non  sosf- 

o 

giacevano  a  tributi  determinati,  solo  a 
regali  pi  governo  in  diverse  occasioni,  e 
venivano  tenuti  in  miglior  stima  e  con- 
cetto degli  altri  cristiani.  Ed  è  perciò  che 
la  cattolica  religione  facendo  teotire  la 


108  TUN 

suaforiadivina,qualche  maomettano  ab- 
bandonava la  superstizione  di  sua  setta, 
per  confessare  Gesù  Cristo,  non  curando 
il  pericolo  d'essere  bruciato  vivo  insieme 
col  missionario  che  avea  cooperato  alla 
conversione,  per  cui  si  soleva  da'missio- 
uari  inviarlo  nascostamente  in  Europa. 
Le  conversioni  non  erano  abbondanti  e 
senecalcolavano  3o  all'anno,  la  maggior 
parte  marinari  e  altri  appartenenti  a'ba- 
slimenti  delle  potenze  straniere,  massime 
in  occasione  d'essere  ricevuti  nell'ospeda- 
le de' trinitari,  ove  si  battezzavano  quei 
fanciulli  jche  per  infermità  vi  erano  por- 
tati prima  che  morissero.  Il  Baldassari, 
Relazione  delle  avversità  e  patimenti  di 
Pio  VI)  narra  nel  t.  3,  p.  24 1>  che  men- 
tre il  Papa  stava  rilegato  nella  certosa  di 
Firenze,  anche  al  bey  di  Tunisi  piacque 
di  mostrarsi  cortese  e  rispettoso  verso  l'e- 
sule e  perseguitato  Pontefice,  con  inviar- 
gli allettuosa  e  ossequiosissima  lettera,nel- 
la  quale  dichiarandosi  protettore  della 
missione  cattolica  stabilita  ne'suoi  domi- 
mi, chiedeva  che  un  cappuccino  fosse  de- 
corato della  dignità  di  vicario  apostolico. 
Insieme  colla  lettera  inviò  il  bey  un  ca- 
lice d'argento,  già  predato  in  qualche  na- 
ve francese,  perchè  nel  piede  avea  lo  stem- 
ma reale  de'gigli;e  confessando  che  tenes- 
simo era  il  regalo,  scusavasi  con  dire  che 
altra  cosa  più  preziosa  e  non  iscon  venien- 
te per  farne  offerta  a  un  Papa,  non  avea  in 
sua  mano.  Pio  VI  accettò  con  gradimen- 
to quel  dono,  e  per  lettera  rispose  al  bey 
ringraziandolo  moltissimo,  e  raccoman- 
dandogli i  missionari.  Ma  non  esaudì  la 
domanda  di  promuovere  il  cappuccino, 
adducendo  per  motivo  le  attuali  calamità 
della  chiesa  romana,  per  le  quali  non  po- 
tevasi  effettuar  la  cosa  secondo  le  forme 
e  regole  prescritte.  Nel  1  8  1 6  il  re  delle  due 
Sicilie,dopo  rinnovate  le  antiche  conven- 
zioni col  bey,  inviò  a  Tunisi  una  flottiglia 
eoi  pattuito  sussidio  o  tributo,  ed  un  ma- 
gnifico servigio  da  tavola  in  porcellana 
di  Napoli,  dipinta  egregiurnente  con  figu- 
re mitologiche.  Recatisi  a  presentare  tut- 


TU  N 

to  al  Bardo  gli  uffiziali  regi,  il  bey  fece 
gettare  da  una  finestra  in  mare  tutto  il 
vasellame,  scusandosi  cortesemente  per- 
chè le  leggi  dell'  Alcorano  (V .)  vietavano 
rigorosamente  a'raaomeltani  di  ricevere 
immagini  dipinte  o  scolpite.  Quindi  per 
tratto  d'amicizia  invitò  a  tornar  da  lui 
gl'inviati  napoletani,  per  mostrare  adessi 
cosa  di  gran  pregio.  Portatisi  di  nuovo  al 
Bardo,  il  bey  li  condusse  nelle  stanze  del- 
l'ospizio e  della  cappella  della  missione  dei 
cappuccini  vicina  al  palazzo,  ove  i  religio- 
si nella  festa  celebrano  la  messa  e  am  mi- 
nistrano! sagra  menti  acattolici,  e  dall'ar- 
madio degli  arredi  sagri  fece  cavar  fuori 
una  bella  cassetta  d'acajù  serrata  con 
chiave,  donde  fu  estratta  la  cassetta  d'ar- 
gento contenente  la  lettera  di  Pio  VI,  e 
mostrandola  loro  il  bey,  disse.  *»  Ecco 
la  risposta  che  mi  venne  dal  Papa,  quan- 
do gl'in viai  una  mia  lettera  e  il  dono  d'un 
calice,  che  molto  tempo  innanzi  era  sta- 
to tolto  con  altre  cose  in  una  nave  fran- 
cese. Questa  risposta  del  Papa  giudicai  che 
convenisse  farla  conservare  in  questo  luo- 
go ,  siccome  cosa  sagra  e  venerabile  per 
tutti  i  cristiani".Ma  osservo, che  o  la  data 
prodotta  dal  Baldassari  del  18  1 6  è  errata, 
ovvero  quanto  pone  in  bocca  al  bey  sul 
ricevimento  della  lettera,  deve  riferirsi  al 
successore;  imperocché  nell'articolo  Tu- 
nisi regno,  riportando  la  serie  de'bey  di 
Tunisi  della  dominante  stirpe,  registrai 
.che  nel  1  798  era  bey  Ha  muda,  e  nel  1 8 1 4 
Othman,che  ucciso  violentemente  nell'i- 
stessoauno  ebbe  a  successore Mahmud,il 
quale  regni  va  nel  detto  annoi  8 16.  Dal- 
lostatodellemissioni  deli  832,  ricavo  che 
al  p.  Alessandro  da  Massignano  cappuc- 
cino, era  succeduto  nella  prefettura  apo- 
stolica di  Tunisi,  il  correligioso  p.  Luigi 
da  Marsala  con  3  religiosi.  Trovo  nel  t. 
5,  p.  1  o4  del  citato  Bidlarium  il  breve  In 
sublimi,  de'  r4  marzo  1 834  d'  Gregorio 
XVI:  Tunetanae  Missionis  visitatoreni 
apostolicum  p.  Joseph  Angeluni  Fazio 
de  Pianella  ord.pp.cappuceinoruni  cori' 
slituit  (già  prefetto  delle  missioni  di  Re- 


TUPf 
zia,  come  rilevai  nel  voi.  LXXH,  p.  40* 
Questo  degno  religioso  meritò  che  lo  stes- 
so Papa  nel  maggio  1 836  lo  facesse  ve- 
scovo di  Tipasa  in partibust  e  col  breve 
apostolici  ministerii,  visitatore  aposto- 
lico dell'  isole  del  mare  Egeo,  dell'  Asia 
minoreedi  Costantinopoli;  e  nel  1837  col 
breve  Universi  dominici  gregis ,  visita- 
tore apostolico  d'Egitto  e  dell'  Arabia:  i 
due  brevi  nel  ricordato  Bnllariiwi  sì  ri- 
portano a  p.  1 4 1  ei55.  Ecco  lo  stato  del- 
la prefettura  apostolica  di  Tunisi,  secon- 
do la  statistica  delle  missioni  pontificie  nel 
principio  deli844>  essendone  prefetto  il 
p.  Luigi  da  Taggia  cappuccino  (fin  dal 
1 837,  ma  ivi  non  è  notato  che  per  le  sue 
pratiche  colla  congregazioue  di  propa- 
ganda, la  missione  di  Tunisi  dopo  che  per 
2  16  anni  era  stata  governata  da'eappuc- 
cini  italiani,  alla  fine  del  1 84 1  era  pas- 
sata al  governo  de'cappuccini  maltesi,  con 
tolale  esclusione  de' suoi  antichi  posses- 
sori. E  con  questo  la  custodia  fu  eretta 
in  provincia  e  il  custode  di  Malta,  che 
con  tale  unione  venne  chiamato  provin- 
ciale, diventò  prefello  prò  tempore  del- 
la missione.  Perciò  lo  fu  il  p.  Pietro  Pao- 
lo di  Malta  1 .°  provinciale  di  detta  pro- 
vincia, e  per  lui  fu  deputato  vice-prefet- 
to il  p.  Emanuele  da  Malta,  il  quale  fun- 
se l'uffizio  sino  ni  i843.  Dappoiché  i  cap* 
puccini  maltesi  governala  la  missione  2C) 
mesi  e  ig  giorni,  e  non  riuscendo  felice 
il  loro  governo,  furono  richiamati  i  cap- 
puccini italiani).  1  cappuccini  con  ospizio 
e  chiesa  parrocchiale  dedicata  alla  ss.  Cro- 
ce. 11  solo  cullo  maomettano  può  eserci- 
tarsi pubblicamente.  Le  chiese  o  cappel- 
le pubbliche  sono  ne'consolati  francese  e 
sardo:  le  private  nella  residenza  del  con- 
sole napoletano  e  nel  detto  ospizio  de'cap- 
puccini, la  chiesa  de'quali  è  la  principale 
di  Tunisi.  I  cattolici  del  regno  sono  8000, 
quelli  della  capitale  6000.  In  Tunisi  due 
chiese  o  cappelle  pubbliche  e  due  priva- 
te, cioè  le  già  mentovate.  Si  dice  che  al- 
lora dimoravano  in  Tunisi  i  trio  ita  ri  spa- 
gnuoli,  i  quali  uon  vi  hanno  più  il  sud- 


T  V  N  199 

detto  ospedale  ,  ne  più  vi  esistono.  Nel 
consolato  di  Spagna,  1 2  miglia  da  Tunisi, 
evvi  una  cappella  assistita  da  un  prete 
spagnuolo,  indipendente  dalla  missione. 
Qui  va  notato,  che  il  Giornale  di  Roma 
del  1 85?.,  a  p.  9 1 ,  annunziando  la  morte 
del  p.  d.  Giovanni  Yaldemoro  di  84  an- 
ni, impropriamente  lo  chiama  vicario  a- 
postolico  della  colonia  spagn  uola  da  mol- 
tissimi anni;  ma  egli  era  cappellano  dei 
suoi  connazionali  e  benemerito.  Si  ag- 
giunge, che  tra  il  pianto  degli  europei  gli 
furono  fatte  solenni  esequie  nella  chiesa 
cattolica  di  Tunisi,  recitando  l'orazione 
funebre  mg.'  vescovo,  ch'è  il  vicario  a- 
poslolico.  Indi  il  cadavere  fu  processio- 
nalmente  trasportato  nel  cimilerio  di  s. 
Antonio.  In  Bardo,  residenza  del  bey,  lun- 
gi 3  miglia  da  Tunisi,  la  popolazione  cat- 
tolica è  più  di  100  persone.  Presso  a  quel 
sovrano  palazzo  è  la  suddetta  cappella 
cattolica  costruita  a  tempo  degli  schiavi, 
Ivi  non  risiede  missionario,  ma  ne' dì  fe- 
stivi vi  si  porta  un  cappuccino  da  Tuni- 
si a  celebrare  per  comodo  de'fedeli,  che 
sono  in  Bardo,  e  in  Manuba  dove  hanno 
giardini  e  casini  il  principe  e  i  grandi  del 
regno.  In  Goletta  sul  lago  che  comunica 
per  un  canale  un  miglio  lungi  da  Tuni- 
si, sulle  cui  sponde  sono  fabbricate  case, 
cantieri  e  forti  che  costituiscono  la  città 
omonima,  vi  risiede  un  missionario,  e  il 
p.  da  Pianella  vi  comprò  la  casa  e  fab- 
bricò la  chiesa  pe'cappuccini  :  i  cattolici 
sono  5oo  oltre  i  marinai.  Susa,  Sìagul, 
Ru spina  [V .),già  sede  vescovile, di  fonda- 
zione romana,  a  100  miglia  da  Tunisi,  cit- 
tà marittima  e  importante  nell'antica  par- 
te dell'Africa  propria,  che  denominava- 
si  Bizacena)  cinta  di  forti  mura  e  di  bel- 
1'  aspello  ,  con  castello  fortificato  nella 
sommità,  già  dimora  de'  signori  di  Kai- 
rouan.  Vi  è  chiesa  e  ospizio  de'cappuc- 
cini, con  missionario  cui  incombe  la  cu- 
ra d'assistere  anche  i  cattolici  di  Mona- 
stiredi  Malidia:  isuoi  25o  cattolici  s'im- 
pegnarono di  fabbricare  un'altra  chiesa. 
Monastir,  Monasteri umt  piccola  citlà  pò- 


200  TUN 

sta  su  d'una  lingua  di  terra  con  ottimo 
norto,  ai4  miglia  da  Susa:  Ita  5o  catto- 
lici senza  chiesa.  Mahdia  O  Africa, città  si- 
tuala lungo  la  costa  orientale,  ili  cui  Cu 
grande  uà  tempo  l'opulenza  e  la  forlei- 
za,  onde  a  Tunisi  regno  narrai  la  crocia- 
ta di  YiltorellI  che  l'espugnò,  colla  mor- 
ie di  100,000  saraceni,  e  la  presa  che  poi 
ne  lece  Carlo  V.  Sotto  i  romani  fu  fio- 
rentissima,  e  quando  gli  arabi  distrusse- 
ro la  2.' Cartagine,  rovinaronopnre  Mali- 
dia,  the  il  califfo  INI  elicili  ripopolò  e  for- 
tificò dandole  il  suo  nome,  prima  chia- 
mandosi Ifrikia,  Aplirodlsiiini)  evi  sta- 
1/ilì  il  suo  soggiorno,  F  distante  24  mi- 
glia da  Susa:  ha  5o  cattolici  senza  chiesa. 
Sfachx  o  Sfakes  o  Alfaques,  Ruspa  (/  .), 
già  sede  vescovile  e  ora  titolo  in  parti» 
bus,  bella  e  ricca  città  marittima  nel  gol- 
fo di  Cabès,  circondala  da  folti  muta,  a 
100  miglia  da  Susa,  con  ameni  dintorni. 
Vi  si  trovano  molti  cristiani  e  molli  ve  ne 
attira  il  commercio,  ma  privi  di  chiesa. 
Girla  o  Cerbi  o  Gerba,  isola  e  città  a  3o 
miglia  da  Sfachx  sulla  costa  01  ieulale,con 
grandiosi  avanzi  di  romani  edilìzi  che  ri- 
cordano la  sua  antica  grandezza.  Avea 
buon  porlo,  e  pregevoli  scaturigini  d'ac- 
qua potabile.  I  cristiani  uniti  a  quelli  di 
Sfachx  sommano  a  600.  Girini  geografi- 
camente appartiene  aTunisi.  ma  pare  com- 
presa nella  reggenza  di  Tripoli,  ove  ne 
riparIo,alrnenoanni  addietro  n'era  in  pos- 
sesso. Noteiòche  dipoi  nel  1847  ''  "-°2^ 
delle  Notizie  del  giorno  di  Pi  orna,  riferì 
di  avere  il  negoziante  maltese  Giuseppe 
Velia  donato  un  locale  nell'isola  di  Cer- 
bi per  una  cappella  con  4  camere  per  for- 
marvi un  ospizio  ,  facendo  le  necessarie 
spese  e  donando  pure  gli  arredi  sagri.  Ret- 
lifii  Iterò  e  modificherò  il  ria  irato,  che  il 
locale  era  semplicemente  tenuto  in  lo- 
cazione dal  Velia,  e  che  dopo  la  di  lui 
cessione  aila  missione,  fu  questa  che  lo  ri- 
dusse a  chiesa  e  ospizio.  Miseria,  Ilippo- 
Zarytus,  o  P>ensart,  amena  città  maritti- 
ma al  nord  di  Tunisi,da  coi  è  distante  4° 
miglia,  fra  il  lago  e  il  golfo  del  suo  uome, 


TUN 

difesa  da  molti  castelli  e  batterie.  Era  fil- 
inosi allorché  vi  li  manteneva  un  gran  nu- 
mero di  galere,  che  spellile  poi  in  corso, 
quivi  portavano  il  prodotto  di  loro  pira- 
terie. Oia  il  suo  porlo  riempito  di  sabbia 
non  vi  animelle  che  piccoli  bastimenti.  I 
suoi  contorni  sono  fertilissimi,  e  vuoisi  da 
alcuno  che  in  essi  sieno  le  rovine  dell'an- 
tica Utica,  ciò  che  altri  negano.  Nel  1  786 
la  (lolla  veneta  quasi  distrusse  la  città. 
Non  ha  chiesa  e  conta  60  cattolici.  Fino 
al  detto  anno i843  la  missione  di  Tunisi 
era  da  poco  tempo  affidata  al  p.  proviti- 
ciale  prò  tempore  de'  cappuccini  della 
provincia  di  Malta,  che  la  faceva  ammi- 
nistrare dal  ricordalo  vice  prefetto  apo- 
stolico, scelto  coH'annuenza  della  congre- 
gazione di  propaganda  Ira  que'  religiosi. 
Tale  affiliazione  portava  il  grave  incon- 
venlenie di  tener  la  missione  sotto  l' in- 
fluenza del  console  inglese, perchè  l'Inghil- 
terra domina  Malta.  La  Francia  si  pose 
di  concerto  col  Papa  Gregorio  XVI  per- 
chè la  missione  da  prefettura  fosse  eleva- 
ta a  vicariato  apostolico  indipendente,  pei* 
tutta  la  reggenza  di  Tunisi  ,  e  secondo  i 
diritti  tradizionali  dell'  oriente  sotto  la 
speciale  protezione  della  stessa  Francia. 
Quindi  Gregorio  XVI  con  breve  de'2  i 
marzo  dello  stesso! 843  eresse  il  vicarialo 
apostolico  di  Tunisi,  e  nominò  nel  1  844 
per  1  ."vicario  apostolico  l'attuale  e  bene- 
merito mg.r  Fedele  Sutter  da  Ferrara  del- 
l'ordine de'cappuccini, conferendogli  col- 
la dignità  vescovile  il  titolo  in  parlibus 
di  Rosalia,  nel  qualearticolofeei  memo- 
ria di  sua  consagrazione  in  lloma  a'  2q 
settembre  di  detto  i844»  Q«*Ma  chiesa  di 
propaganda  ,  eseguita  dal  prefetto  della 
congregazione  cardinal  Fransoni,  assisti- 
to da  mg. r  Castellani  vescovo  di  Porfirio 
e  sagrisla  pontifìcio,  e  da  mg/  Hughes  ve- 
scovo d'Eliopoli  e  vicario  apostolico  di 
Gibilterra, come  riporta  il  n.°8  1  i\e\ Dia- 
rio di  Roma  deh  844-  -11  ta'e  occasiono 
il  sacerdote  d.  Carlo  Mini  colle  stampo 
pubblicò  un  opuscolo,  celebrando  la  con- 
sagrazione co'piu  divoli  senti nieuti  ver- 


T  u  9 

so  il  degno  prelato,  intitolandoli  Rifles- 
si, enumerandone  le  virili  e  lo  zelo  die  gli 
aveano  guadagnato  Y  ammirazione  dei 
cattolici  di  Tunisi  e  sua  missione.  Immen- 
so è  il  bene  fatto  al  nuovo  vicarialo  apo- 
stolico dall'illustre  prelato,  colle  sue  iti  - 
defesse  e  paterne  cure,  con  incremento 
dell'universale  venerazione,  inclusiva- 
mente  al  bey  e  al  suo  governo.  A  rroge  che 
io  riproduca  un  articolo  pubblicato  dal* 
Y Osservatore  Romano  de'28  settembre 
1 849.  "  Una  lezione  da  Turriti  !  Quan- 
do i  nostri  buoni  vecchi  volevano  speci- 
ficare un'azione  barbara,  inumana,  con- 
traria a'detlami  della  fede  e  della  religio- 
ne, ed  alle  regole  della  civiltà,  solevano 
dire,  esser  questo  un  operare  da  Tur* 
co,  e  tanto  bastava  a  formare  il  più  reo 
concetto.  Or  questa  formola  non  possia- 
mo più  adoperarla  senza  ingiustizia:e  l'I- 
talia a' di  nostri  dee  solfi  ir  la  vergogna 
d'essere  in  fatto  di  civiltà  e  di  rispetto  ver- 
so la  religione  cattolica  ed  i  suoi  ministri, 
sottoposta  al  Turco,  e  prendere  da  lui  la 
lezione.  In  prova  di  che,  ecco  ciò  che 
scrive  mg.r  Fedele  da  Ferrara  cappucci- 
no, vescovo  di  Rosalia  e  vicario  aposto- 
lico di  Tunisi,  sotto  il  3  gennaio  <  849.  — - 
La  mia  visita  apostolica  cominciata  in  set- 
tembre l'ho  proseguita  in  novembre, por- 
tandomi a  i\Iedia(iYIahdia), a  Biserta  (l'an- 
tica Ulica),  quindi  in  seguito  a  tutta  la 
reggenza  di  Tunisi,  che  forma  appunto 
l'apostolico  nostro  vicariato.  Quesia  no- 
stra visita  pastorale  fu  fatta  con  molto  de- 
coro: giacché  S.  A.  il  Bey  (Si-Ahmed)  si 
è  degnato  darmi  una  delle  sue  carrozze 
bellissima  a  6  cavalli,  con  cocchiere  del- 
la sua  corte, con  5  mammalucchi  (del  qual 
vocabolo  riparlai  a  Egitto),  4  gendarmi 
e  4  servi  tutti  a  cavallo,  tutti  armati  a 
sicurezza  e  ad  onore  di  me,  e  di  altri  due 
religiosi  ed  un  ecclesiastico  convisitatori 
e  compagni  del  mio  viaggio,  con  ordine 
a  tutti  i  governatori  delle  città,  de'paesi 
e  borgate,  di  mettere  a  tutta  disposizio- 
ne mia  e  del  mio  seguito  il  palazzo  del  go- 
verno civile,  passando  essi  alle  abituzio- 


TUN  201 

ni  militari;  somministrando,  oltre  al  lo- 
cale, biancheria,  servitù,  mantenimento 
e  provvisione  di  tutto  punto  a  me  ed  al 
mio  seguito,  e  ciò  con  ogni  comodità,  lau- 
tezza, onore.  E  gli  ordini  sovrani  sono  sta- 
li dati  così  precisi  e  generosi ,  che  tutti 
d'ogni  grado,  civile  e  militare,  inferiore 
e  superiore,  andarono  a  gara  chi  meglio 
sapesse  e  potesse  trattarci  e  favorirci.  E 
stato  un  vero  trionfo  per  la  nostra  ss.  Re- 
ligione,"il  vedete  presso  mussulmani  fa- 
vorito tanto  ed  onoralo  il  vescovo  catto- 
lico.— Cosi  egli  de'iurchi  di  Tunisi:  men- 
tre i  cattolici  d'Italia, che  (ino  alla  nausea 
si  spacciano  promotori  della  civiltà,  del 
progresso,  della  pura  religione,  insulta- 
vano, ingiuriavano,  bistrattavano,  i  propri 
vescovi,  li  cacciavano  dalle  loro  sedi,  ne 
mettevano  a  ruba  e  a  sacco  le  case  e  le 
sostanze,  e  insidia  vano  alla  loro  vita,  e  per 
colmo  d'empietà  costringevano  lo  stesso 
Vicario  di  Gesù  Cristo  ad  esulare  dal  suo 
stato  e  da'suoi  popoli,  e  lo  sopraccarica- 
vano per  giunta  di  mille  oltraggi  e  vitu- 
peri. Che  memoria  l'Italia  de*  tempi  no- 
stri lascierà  di  sé  nelle  pagine  imparziali 
della  storia  !"  Tulle  verità  ineoutrasta- 
bili.  Or  che  direbbe,  se  il  veridico  esten- 
sore dell'  articolo  dovesse  rientrale  sul- 
l'argomento nel  declinar. deli 855?)  Che 
direbbe  sul  progresso  con  enormi  propor- 
zioni nell'empietà  successivamente  avve- 
nuto non  solamente  neh'  infelice  Italia 
stessa,  ma  nell'altre  parti  della  colta  Eu- 
ropa, come  nella  Svizzera,  nella  Spagna, 
il  cui  governo  vanta  lo  speciale  titolo  di 
Cattolico,  e  deplorabilmente  anco  in  altri 
stati?!Ora  perolaSpagnafa  concepire  buo- 
ne speranze.  Inoltre,  merita  che  io  ripro- 
duca un  brano  della  Gazzetta  di  Ferra- 
ra, riferito  dal  n.°?,7  del  Giornale  di  Ro- 
ma del  [8 32. v  Abbiamo  notizie  di  Tuni- 
si, in  data  2  gennaio,  che  riguardano  il 
rispettabile  nostro  concittadino  mg.'  Sut- 
ter  vescovo  di  Rosalia  e  vicario  apostoli- 
co in  quella  reggenza  ,  le  quali  sebbene 
vertiuo  intorno  a  cose  di  quel  paese,  pur 
uè  piace  considerarle  notizie  patrie,  uel 


202  T  U  JV 

riflesso  che  il  merito  insigne  di  quell'il- 
lustre personaggio,  e  le  molte  e  splendi* 
de  sue  opere  ad  incremento  della  religio- 
ne ,  ed  a  profìtto  degli  europei  di  colà, 
tornano  a  decoro  di  questa  città  che  gli 
diede  la  culla.  In  esse  notizie  si  accenna: 
che  il  lodalo  mg/  Sutter  ha  col  20  di- 
cembre ricevuta  la  solenne  professione 
de'voti  d'una  giovane  francese,  distinta  e 
lagguardevole  per  nascita,  per  ricchezza, 
per  talento,  per  istruzionee  per  ogni  ma- 
niera di  speranze  per  quelle  monache  di 
s.  Giuseppe,  alle  quali  diede  gli  spirituali 
esercizi  ii  p.  Francesco  M.a  da  Rimini: che 
fro giorni  avrebbe  egli  stesso  amministra- 
to il  s.  battesimo  a  due  infedeli,  l'uno  eli 
18  anni,  l'altro  di  20:  che  la  gran  fab- 
brica della  Goletta  progredisce  sempre,  e 
sempre  si  continuano  i  lavori  a  Diserta,  a 
Media,  a  Tunisi:  che  quivi  anzi,  entro  d 
mese  di  geunaio,de  v'essere  condotto  a  ter- 
mine un  palazzo  che  sarà  de'più  belli  di 
Tunisi,  la  proprietà  del  cui  terreno  fu  re- 
galata ad  es»o  monsignore  dal  13ey,  fab- 
bricalo poi  pel  pian  terreno  e  mezzani  a 
spese  del  vicariato  apostolico,  e  pe' due 
piani  nobili  ed  il  bel  vedere  a  spese  d'un 
toscano,  il  quale  se  ne  servirà  per  8  an- 
ni, dopo  cu»  sarà  ceduta  tutta  la  fabbri- 
ca al  vicariato  stesso,  che  probabilmente 
se  ne  servirà  di  episcopio:    detto   locale 
sarà  frattanto  aperto  con  molta  splendi- 
dezza ad  uso  d'istruzione  e  di  divertimen- 
to pe'soci  europei:  d'istruzione,  colla  let- 
tura declassici  italiani,  francesi,  spagnuo- 
li,  tedeschi,  inglesi  ec.  e  giornali  d'ogni 
genere:  di  divertimento  con  sale  di  bigliar- 
di  all'italiana  e  alla  francese,  giuochi  di 
scacchi,  di  dama,  di  dominò,  di  carte.Con- 
chiude  infine  la  lettera  che  porta  queste 
notizie,  col  ringraziare  il  Signore  Iddio 
pel  bene  spirituale  e  temporale  che  ivi  si 
va  facendo".  A   schiarimento  d'alcuni 
punti  del  riportato,  aggiungerò.  Che  nel- 
la visita  degli  ospizi,  il  bey  die  al  prelato 
per  accompagnamento  unjoffiziale  bascia- 
mauduc comandante  la  scorta, ed  ingiun- 
se a'  governatori,  che  il  trattamento  di 


T  U  N 
mg.r  vicario  fosse  nobile  e  abbondante, 
non  meno  acciò  potesse  invitare  alla  9ua 
mensa  alcuno  de' primari  de' luoghi,  ma 
ancora  onde  distribuire  gli  avanzi  a'po- 
veri ,  avendo  piacere  che  da  questi  ve- 
nisse applaudito.  Che  il  bey  Ahmed  esti- 
mando il  vicario  apostolico  per  le  sue  e- 
gregie  virtù,  fu  in  molli  incontri  vieppiù 
condiscendente  e  benevolo  versoi  catto- 
lici de'suoi  domimi,  e  le  cose  riguardanti 
questa  fiorente  missione  apostolica.  Con- 
cesse pure  il  terreno  pel  cimi  ter  io,  un  al- 
tro per  ingrandire  la  chiesa,  altro  per  am- 
pliare l'orto  dell'ospizio,  oltre  la  suddet- 
ta area  per  la  casa  pel  vicario  apostolico, 
che  prima  era  in  luogo  assai  angusto.  Di 
più  mg.r  Cutter  potè  ottenere  da  quel  ge- 
neroso principe  e  da'  suoi  governatori  la 
liberazione  di  non  pochi  mussulmani  rei 
di  piccole  mancanze  o  prigioni  per  debi- 
ti; il  che  conciliò  al  prelato  l'amore,  il  ri- 
spetto e  la  gratitudine  degli  stessi  mao- 
mettani.E  siccome  prima  di  lui  pagavansi 
1000  piastre  tunisine  annue  al  bey,  per 
pigione  del   locale  ridotto  a  chiesa  e  o- 
spizio  (perchè  il  bey  di  Tunisi  è  l'unico 
proprietario  di  tutta  la  reggenza,  onde  gli 
estranei  non  vi  ponno  possedere,  e  se  al- 
cuno ottomano  o  tunisino  vuole  aliena- 
re un  fondo  figura  come  dato  in   pegno 
all'acquirente  per  una  somma  impresta- 
ta) pe' cattolici,  il  bey  nella  sua  munifi- 
cenza e  singoiar  deferenza  pel  prelato, 
condonò  per  sempre  tal  corrisposta.  Giac- 
ché deve  sapersi,  che  l'autico  locale  del 
consolato  di  Spagna,  presso  il  quale  era- 
no i  nominati  ospizio  e  spedale  dc'trini- 
lari,  questi  e  quelli  non  più  sussistendo, 
fu  dato  in  affitto  al  p.  da  Taggia,  il  qua- 
le vi  eresse  la  chiesa  di  Tunisi  dedicala 
alla  ss.  Croce,  con  l'adiacente  ospizio  dei 
cappuccini,  contribuendovi  le  pietose  of- 
ferte de'fedeli,  specialmente  italiani,  ol- 
tre quella  generosa  di  16,000  piastre  del 
conte  Ruffo.  11  bey  pertanto  rinunziò  per 
sempre  al  fitto  di  detto  locale,  incontro 
al  quale  sorgendo  il  suddetto  palazzo  ve- 
scovile, la  via  viene  chiamata  Strada  del 


T  UN 
ì  'est -avo.  Sulla  Goletta  mg.'  Su  Iter  otten- 
ne l'area  per  fabbricarvi  la  chiesa  e  la  ca- 
sa d'ospizio,  e  ciò  a  vantaggio  de'cnttoli- 
ci  del  porto  e  fortezza  di  Tonisi.  Per  le 
sue  replicate  pratiche  e  vive  premure, ora 
furono  introdotti  in  Tunisi  5  fratelli  del- 
le benemerentissime  Scuole cristìanc^eì 
quali  acquistò  e  quindi  restaurò  e  ridus- 
se od  uso  de'medesimi  e  delle  loro  scuo- 
le, l'antico  ospizio  che  per  i5  anni  servì 
d'abitazione  a' cappuccini  e  di  chiesa  ai 
cattolici.  Giustamente  è  da  attendersi  fe- 
lici risultali  da  tali  ottimi  istitutori  ,  in 
vantaggio  dell'  istruzione  ed  educazione 
elementare,  massime  religiosa,  della  gio- 
ventù, e  già  contano  circa  i  20  giovanetti 
d'ogni  nazione  e  culto.  Per  l'assistenza 
degl'infermi  e  per  l'educazione  delle  don- 
zelle, l'attivo  prelato,  oltre  alle  suore  di 
s.  Giuseppe  dette  dell'Apparizione,  che 
in  buon  numero  esistono  in  Tunisi  e  fin 
da  qualche  anno  anco  in  Susa,  le  stabilì 
eziandio  alla  Goletta,  ed  a  Sfacbxo  Sfix. 
Il  vicariato  apostolico  di  Tunisi  presen- 
temente ha  i  seguenti  8  ospizi  de'cappuc- 
cini,  ciascuno  cosi  un  presidente  religio- 
so. Essi  sono:  quello  di  Tunisi,  fondato  nel 
1624,  col  vicario  apostolico,  8  missiona- 
ri, 4  frati  laici,  ascendendo  i  cattolici  del- 
la città  a  (juasi  9000.  Di  Susa,istituito  nel 
18  36,  con  circa  600  cattolici.  Della  Go- 
letta, istituito  nel  1  838,  con  circa  700  cat- 
tolici. Di  Sfux  o  Sfachx,  eretto  nel  1  84 1 , 
con  quasi  5oo  cattolici.  Di  Gerbi, fonda- 
to nel  1848,  con  circa  3oo  cattolici.  Di 
Mahdia, istituito  nello  stesso  1848,  con 
circa  3oo  cattolici.  Di  Bise» la, fondato  nel 
i85i,  con  ido  cattolici  circa.  Di  Porto 
Farina,  stabilito  nel  1 853,  con  circa  100 
cattolici.  Laonde  e  compreso  Tunisi  per 
lutto  il  vicariato  si  ponno  conlare  quasi 
1  2,000  cattolici,  e  questi  divisi  ini 4  dif- 
ferenti nazioni.  Dirò  per  ultimo  che  il  bey 
Ahmed  con  tutta  solennità  e  alla  presen- 
za de'  grandi  del  regno,  pose  in  petto  a 
mg.r  Sulter  la  sua"  decorazione  di  1. 'clas- 
se, accompagnala  da onorificentissimo di- 
ploma de'2 5  novembre i85o  scritto  in  a- 


T  U  II  ao3 

raho  inoltre  conferì  eguali  decorazioni  j 
di  3. 'classe  al  p.  Anselmo  desArcs  cancel- 
liere vicariale,  ed  al  p.  Giuseppe  Filippo 
da  Ferrara,  segretario  del  vicario  aposto- 
lico; e  di  4-a  classe  a  fr.  Serafino  da  Fer- 
rara compagno  del  prelato.  Non  essendo- 
vi esempio  che  i  cappuccini  avessero  ri- 
cevuto decorazioni  equestri  da  un  prin- 
cipe mussulmano,  mg.r  vicario  apostoli- 
co ne  consultò  la  s.  Sede,  la  quale  inteso 
il  definitorio  de'cappuccini,  permise  al  ve- 
scovo ed  a'3  religiosi  cappuccini  di  usare 
la  detta  decorazione,  ma  soltanto  in  tut- 
ta la  reggenza  di  Tunisi. 

TUNRINO  o  TOCCHINO.  V,  Vica- 
riati Apostolici. 

TUNUDA  ,  Tunusuda ,  Tinnitisela  t 
Tkunazuda,  Tumìruda.  Sede  vescovile 
dell'Africa  occidentale,  di  provincia  in- 
certa, tra  Ippoua  e  Tabracca,  ebbe  a  ve- 
scovo Gennaro  ,  che  trovossi  alla  confe- 
renza di  Cartagine  tenuta  nel  4^'»  e  so- 
stenne le  parti  de'cattolici  contro  Vitto- 
riano donatista.  Morcelli,  Afr.  Chr.  t.i. 

TUNUGABA,  Thunuba.  Sede  vesco- 
vile d'Africa  nella  provincia  Proconsola- 
re, sotto  la  metropoli  di  Cartagine,  il  cui 
vescovo  Nivenzio  nel  4»  '  intervenne  coi 
vescovi  cattolici  alla  conferenza  di  Car- 
tagine. Morcelli,  Afr,  Chr,  t.  1. 

TUR-ABDIN,  3fonsJbdmus.C(mlva> 
da  situata  di  qua  del  Tigri,  dagli  abitan- 
ti chiamata  Tur.  Vi  sono  molli  borghi  e 
villaggi,  e  diversi  monasteri  d'ambo  i  ses- 
si. Anticamente  era  vi  un  solo  vescovo  per 
tulio  il  paese,  ma  in  seguilo  vennero  e- 
relti  i  vescovati  di  Betli-Mancieni  (P.), 
e  di  Saldali  (f7.),  oltre  altri,  soprattut- 
to durante  lo  scisma  che  tenne  divisa  la 
chiesa  da'  Gìacobiti  {ly.)}qiiiMido  Saba  ve- 
scovo di  Salach  fu  innalzalo  alla  diimi- 

o 

tàdi  patriarca  contro  il  legittimo  patriar- 
ca. Portarono  il  titolo  di  vescovi  di  Tur- 
Abdin  i  seguenti.  Mosè  ne  occupava  la  se- 
de nel  IX  secolo;  Ciriaco  assistette  al  con- 
cilio di  Mabug;  N...  uno  de'3  vescovi  che 
il  patriarca  Atanasio  VI  I  scomunicò  e  che 
non  volle  assolvere  neppure  in  punto  di 


2o4  TUR 

morie;  N....  dell  i  55;  Giovanni  i. "vesco- 
vo ili  Curseno;  Camisio  morto  poco  pri- 
ma dell'elezione  del  patriarca  Ignazio  li 
nel  i  222; Lazzaro;  Ammodioo  Aniinojo; 
Alalco  o  Melehez;  Abelmedieh  o  Abilel- 
messia  del  1  583.  Assemanni,  Dìsscrt.de 
Monoph.  1. 1;  Qriens  Chrìst.  t.2,p.  1528. 

TURCHI.  /.  Tunrn.A. 

TUUClllA,  Thracìa/Turcarum  fm- 
penimi.  Vasta  contrada  die  trovasi  \nEu- 
ropa  ed  in  Asia  e  forma  quasi  tutto  l'im- 
pero ottomano,  nel  ([nule  sono  compie- 
vi l'IJedjaz,  regione  nella  parte  oceidenta- 
le  dell'Arabia, e  nominalmente  il  pascia- 
lati^ o  viceregnato d'ZTg/ffo  (in  Africa, 
t  in  questa  si  ponno  aggiungere  le  reg- 
genze di  Tunisie  di  Tripoli  nella  Bar- 
barla). Questa  è  la  definizione  clieeomu- 
nemenle  danno  i  geografi  della  Turchia, 
che  però  mi  sembra  troppo  vaga  e  poco 
esalta:  m'ingegnerò  con  Ine  v  ila  a  supplir- 
vi, pel  resto  riportaiidomi  agl'innumere- 
voli articoli  che  andrò  ricordando,  o  in- 
dicandoli in  corsivo  o  citandoli,  per  ul- 
teriori e  dettagliale  nozioni.  Aggiungono 
gli  stessi  geografi,  eh'eslendesi  questa  con- 
trada dall'  Adriatico  e  dal  Danubio,  al 
nordest,  sino  al  golfo  persico  al  sud-est, 
tra  il  mar  Nero  al  nord  e  il  Mediterraneo 
al  sud,  ritagliata  dalle  parli  di  mare  che 
uniscono  questi  due  ultimi,  cioè  dell'Ar- 
cipelago, dallo  stretto  de'Dardauelli,  dal 
mare  di  Marinara  e  dal  canale  di  Costan- 
tinopoli: quest'è  che  stabilisce  la  distinr 
zione  della  Turchia  in  due  grandi  por- 
zioni, la  Turchia  Europea  a  la  Turchia 
Asiatica  j  quindi  i  geografi  descrivono  se- 
paratamente le  due  regioni.  L'avv.  Ca- 
stellano nel  suo  Specchio  geo  grafico -sto- 
rico-politico dichiara  \' Impero  Ottoma- 
no: »  Informe  colosso,  composto  di  parti 
eterogenee,  ed  elevalo  dal  terrore,  che 
pervennero  a  destare  nel  caduto  impero 
orientale  de' greci  le  reliquie  della  mao- 
mettana possanza.  La  mela  di  esso  è  nel- 
r  Asia,  e  già  il  caos  di  feudalità  e  di  ti- 
rannide, che  sparge  il  lulto  in  quella  re- 
giune  un  tempo  sì  fauioau,  parli  Utmeute 


TUR 

descrivemmo  nel  Ll,p.  23o:  Della  Tur- 
chia  Asiatica, regione  che  comprende  le 
provincie asiatichesoggette  all'impero  ot- 
tomano, le  quali  corrispondono  all'Asia 
Minor  e  ymi\  una  gran  parte  dell'antica  Ar- 
menia, alla  A7/7//,al!a  Palestina  e  ad  al- 
tre confinanti  coni  rade  La  capitale  della 
monarchia  trovasi  in  Europa,  Costanti' 
nopoli ,  situata  nella  Romelia  ossia  Ro- 
mania o  Rum-ili  (paese  de' romani  come 
possedimenti  degl'  imperatori  greci  suc- 
cessori di  quelli  romani),  corrispondente 
nella  sua  parte  occidentale  alla  Macedo- 
nia e  nell'orientale  all'antica  Tracia,  luo- 
go che  separa  l'Asia  dall'Europa. Mal  pro- 
pria è  la  denominazione  dellaTurehiaEu- 
ropea,  tratta  dal  dominio, che  la  razza  tur- 
ca ha  da  4  secoli  esercitato  sulla  peniso- 
la orientale  d'Europa;  la  medesima  però 
è  canonizzata  dall'uso,  ne  lice  per  ora  di- 
partirsene. Su  tutta  la  costa  boreale  del- 
l'Africa si  estese  un  tempo  la  sua  ferrea 
dominazione,  e  potè  dalle  due  estremità 
meridionali  minacciare  all'Europa  inte- 
ra l'ultimo  eccidio,  ma  la  nominale  su- 
premazia, che  iw\Y Egitto  e  nella  Mauri- 
tiana  pur  serba  ,  è  divenuta  ormai  effi- 
mera". Di  recente  furono  pubblicati  cen- 
ni e  noti?.ie  statistiche  sull'Impero  Otto- 
mano, le  quali  prendo  per  guida  pe* pre- 
liminari di  questo  articolo,  ampliandole 
ove  credo  opportuno  di  farlo.  L'impero 
ottomano  nelle  tre  parti  dell'antico  mon- 
do abbraccia  un  territorio  di  una  super- 
fìcie di  3o,ooo  miglia  quadrate  geogra- 
fiche, situalo  fra  il  48**3  <h  latitudine 
settentrionale,  ed  il  43,4*  di  longitudine 
orientale.  Leggo  in  un'altra  statistica,  che 
l'impero  turco,  secondo  un  prospetto  sta- 
tistico compilato  in  Costantinopoli  da  per- 
sona esperta, avrebbe  in  Europa,  Asia  ed 
Africa  un  territorio  di  43,5oo  miglia  qua- 
drate tedesche. Quest'impero  a  settentrio- 
ne e  ad  occidente  confina  colla  Russia  e 
coli' Austria,  all'oriente  colla  Persia  e  le 
regioni  dell'Africa  centrale.  Questo  ter- 
ritorio formato  delle  più  belle  e  delle  più. 
ricche  contrade  dal  moudo,  favorito  dui 


T  U  R 

dima  il  più  felice,  riunisce  i  prodotti  del- 
PEuropa,  dell'Asia  e  dell'Africa,  la  seta, 
l'oppio,  il  riso,  il  maizeogni  genere  di  ce- 
reali, il  grano  giallo,  la  vallonea,  legni  da 
costruzione,  olii,  lane,  semi  oleaginosi, 
carbone  fossile,  ogni  specie  di  mettiti,  ta- 
bacchi, frutti  secchi ,  noci  di  galla,  pro- 
fumi, olio  di  rosa,  lino,  canape,  gomma, 
ce,  di  che  meglio  ne' particolari  che  poi 
dirò  delle  suddette  contrade.  L'industria 
serica  acquista  ogni  giorno  inTurchia  uno 
sviluppo  sempre  maggiore.  Questa  im- 
mensa varietà  di  prodotti,  mediante  i  van- 
taggi di  una  incomparabile  posizione  geo- 
grafica ,  trova  uno  smercio  pronto  e  fa- 
cile. Cagnaia  all'interno  da  4  grandi  la- 
ghi, solcata  da  un  gran  numero  di  fiu- 
mi, cioè  in  Europa  dal  Danubio  e  suoi 
affluenti;  in  Asia  dall'Eufrate,  dal  Tigri, 
dal  Kizil-lrmaz  o  Ermak  (fiume  rosso, 
il  più  grande  dell'Asia  miuore),e  dal  Gior- 
dano; in  Africa  dal  Nilo.  La  Turchia  toc- 
ca in  diversi  punti  6  mari  differenti,  che 
presentano  uno  sviluppo  di  i  200  leghe  di 
costa:  colla  Bulgaria,  la  Romelia  ed  una 
parte  dell'Asia  minore  tocca  il  mar  Ne- 
ro; coll'Anatolia,  la  Macedonia  e  la  Tes- 
saglia l'Arcipelago;  coli' Albania  il  mar 
Jonio  e  l'Adriatico;  coll'Irak  il  golfo  Per- 
sico. Posta  a  cavaliere  dell'Europa  e  del- 
l'Asia ,  mediante  il  Bosforo  ed  i  Darda- 
nelli, famoso  varco  dell' Ellesponto  (F '.), 
eli  cui  tiene  le  chiavi,  la  Turchia  è  padro- 
na assoluta  del  maredi  Marmata,  che  ba- 
gna le  mura  di  Costantinopoli,  nel  qua- 
le articolo  ne  parlai.  Il  mar  di  Marmerà 
è  situato  nel  centro  dell'impero,  comu- 
nica col  Mediterraneo  per  lo  stretto  dei 
Dardanelli,  e  col  mar  Nero  pel  Bosforo, 
detto  anche  canale  di  Costantinopoli,  po- 
sizione di  grande  importanza  politica;  po- 
tendo divenire  pel  governo  un  bacino  si- 
curo da  esercitare  e  da  istruire  la  flotta 
più  numerosa,  ed  al  presente  giova  in  mo- 
do mirabile  alle  comunicazioni  in  tutte 
le  parti  dell'impero,  mantenute  da  bat- 
telli a  vapore  che  lo  solcano  in  tutte  le  di- 
rezioni. Cou  firmano  imperiale  compar- 


T  U  R  2o5 

so  a'4  gennaio  18 56,  fu  sancita  la  conces- 
sione di  costruire  un  canale  che  deve  con- 
giungere il  Danubio  al  mar  Nero.  Que- 
sto canale,  che  il  Journal  de  Constanti- 
noplc  dice  essere  impropriamente  deno- 
minato di  Kuslengi,  partirà  da  Czerna- 
■vnda  per  riuscire  alla  baia  di  Jugla,e  pren- 
derà il  nome  del  regnante  sultano,  cioè 
Canale,  d' Abdul-Medjìd.  Questo  cana- 
le sarà  in  certo  modo  il  corollario  dell'at- 
tivazione della  ferrovia  che  deve  congiuu- 
gere  Costantinopoli  a  Belgrado,  come  e 
di  altre  ferrovie,  oltre  gl'introdotti  tele- 
grafi, accennai  nel  voi.  LXX,p.  1  5qe  1  7 5. 
Le  <\ue  imprese  del  canale  e  della  ferro- 
via realizzano  uno  stesso  scopo,  non  solo 
perchè  costituiscono   in    modo   decisivo 
l'influsso  commerciale  della  Turchia,  ma 
soprattutto  perchè  aprono  nell'  interno 
stesso  dell'impero  comunicazioni  rapide  e 
sicure  colle  grandi  potenze  d'Europa.  Il 
disegno  di  silF» Ito  canale  era  stalo  sotto- 
posto alla  Porta  ottomana  già  nel  1839 
e  nel  184^;  ma  la  Russia  avendo  compre- 
so tosto  l'importanza  di  tale  idea  che  di- 
struggeva tutte  le  sue  mire  di  sorveglian- 
za esclusiva  dell'  ingresso  del  Danubio, 
ne  fece  protrarre  l'esecuzione,  mercè  la 
preponderanza  che  ayea  allora  in  Tur- 
chia. Fra'posscdimenticompresi  nella  va- 
sta estensione  dell'impero  otlomano,con- 
viene  distinguere  però  quelli  che  sono  im- 
mediatamente soggetti  all'autorità  diret- 
ta del  sultano,  e  che  si  compongono  del- 
la Turchia  d'Europa,  meno  le  provincie 
Danubiane  di  Valacchia,   Moldavia  e 
Servio, (V.)yt il  gruppo  montagnoso  del- 
la Cerna  gora  ossia  il  Montenegro  (di  cui 
a  Scutap.i);  dell'Asia  minore  colla  Siria 
e  la  Mesopotamia  (F.)t  e  del  territorio 
di  Tripoli  (F.)  in  Africa,  e  quelli  che  so- 
no mediali  o  tributari  soltanto.   Questi 
quantunque  di  pendenti  dalla  Porta,e  con- 
siderati col  mezzo  di  trattati  come  parte 
integrante  dell'impero  ottomano, sono  al- 
tri, cocne  V Egitto  e  Tunisi { V.),  ammi- 
nistrati da  pascià  e  da  bey  ereditali;  al- 
tri da  principi  indigeni,  nominati  a  vita, 


2o6  T  l    II 

solfo  la  cui  autorità  essi  limino  consci  vo- 
to il  privilegio  cruna  legislazione  e  ili  mia 
amministrazione  interna  indipendente. 
Tali  sono  i  principati  di  Valacchia  e  di 
Moldavia,  eia  Servia.  Questi  3  principati 
furono  sol toposli  al  protettorato  della 
llussia.  ina  ne  furono  sottraili  pel  celebre 
trattato  di  pace  segnato  a  Parigi  ai  3o 
inatto 1 856,  e  conservata  la  sopraddetta 
so\  ra  ni  là  della  Porta5fu  rono  sottoposti  sot- 
to la  garanzia  collettiva  di  tutte  le  poten- 
ze segnalarle  del  medesimo,  e  con  quelle 
condizioni  che  dirò  nel  riportarlo  in  (ine. 
11  sultano  con  un  firmano  de'  i  3  gennaio 
i85o,  riconobbe  e  sancì  la  nuova  costi- 
tuzione della  piccola  repubblica  di  Zago- 
ri. Questo  stalo  situato  nell'Albania,  a  bre- 
ve distanza  da  Jannina,  contiene  44  vl'* 
laggi  e  una  popolazione  di  25,ooo  abi- 
tanti circa,  greci  coraggiosi,  industriosi, 
attivi  e  dediti  alle  speculazioni  commer- 
ciali. La  sua  indipendenza  è  sempre  sta- 
ta riconosciuta  dalla  Porta.  Ciascun  vil- 
laggio nomina  i  suoi  consiglieri  ,  che  lo 
goveruano,ed  elegge  il  delegato  che  li  rap- 
presenta a  Jannina.  Questa  piccola  re- 
pubblica di  zagorioti  tiene  due  generali 
assemblee  ogni  anno  a  Jannina,  alle  qua- 
li ciascun  villaggio  manda  rappresentan- 
ti a  discutere  sugli  affari  generali  dello 
stato.  Tale  è  la  presente  costituzione  di 
questa  repubblica  dell'impero  ottomano, 
che  si  è  governata  per  molti  anni  senza 
gravi  difficoltà.  La  pubblica  istruzione  è 
assai  promossa  a  Zagori;  ciascun  villag- 
gio ha  una  scuola,  in  cui  oltre  le  scienze 
elementari,  s'insegnano  la  lingua  latina 
e  francese.  L'intera  popolazioue  dell'im- 
pero ottomano  può  essere  approssima- 
tivamente calcolata  a  35  milioni  e  mez- 
zo d'abitanti;  di  cui  27  milioni  nelle  pio- 
vincie  immediate,  ed  8  milioni  e  mezzo 
nelle  provincie  mediate  ,  cioè  4  milioni 
nella  Moldo-Valacchia,  un  milione  nel- 
la Servia,  200,000  nel  Monte  Negro,  e 
3,200,000,  nell'Egitto  ed  a  Tunisi  (  vi  ag- 
giuugerò  Trìpoli;  si  vuole  che  superi  3 
milioni,  e  Tunisi  coi\[\  più  di  2  milioni, 


T  U  II 

come  notai  in  tali  articoli,  mentre  l'  /C- 
gitto  secondo  altri  si  crede  popolato  da  più 
di  2,5i4>oooabitauti)altri  aumentando- 
li sino  a  4  milioni,  tome  rilevai  nell'ar- 
ticolo: negli  altri  de' principati  Danubia- 
ni, e  negli  articoli  delle  altre  regioni,  pro- 
curai di  riportare  i  calcoli  più  certi  o  più 
probabili;  laonde  conviene  tenerli  presen- 
ti, nel  ripetere  che  qui  vado  facendo  quel- 
li delle  recenti  statistiche). Secondo  110  an- 
tico detto  che  corre  in  Turchia  ,  questa 
popolazione  è  ripartita  fra  72  nazioni  e 
mezza,  compresi  gli  ebrei,  il  cui  piccolo 
numero  non  li  fa  contare,  che  per  una 
frazione  di  nazione.  In  vero  non  vi  ha  im- 
pero in  Europa,  formato  di  elementi  co- 
si vari  ed  eterogenei  come  l'impero  tur- 
no. Esso  non  formasi  d'una  nazione,  ma 
da  un  composto  di  nazioni.  Sulla  sua  to- 
tale popolazione  di  35  milioni,  la  razza- 
conquistatrice  vi  figura  al  più  per  un  3.°; 
il  rimanente  è  un  amalgama  di  gretti, di 
armeni,  di  ebrei,  di  romeni,  di  slavi ,  di 
albanesi,  di  arabi  ec, tulli  avendo  una  li- 
sonomia  ed  una  individualità  loro  pro- 
pria. Ogni  razza,  ogni  religione,  ed  ogni 
idioma  dell'antico  mondo  continuano  a 
sussistere  l'una  accanto  all'altra  sui  vasti 
e  pacifici  domimi  del  sultano.  Qui  sono 
gli  Abissini ,  ed  i  Tchingane  o  Zingari 
(A'.),  per  la  più  parte  pagani;  là  i  Cal- 
cici, che  professano  l'eresia  de'nestoria- 
nij  i  Chemsiyè  adoratori  del  sole;  i  Ye- 
zidis  la  cui  credenza  è  il  manicheismo  mo- 
dificato dalla  dottrina  di  Zoroasti  o:  in  un 
luogo  l'empie  sette  degli  Ali-Tlaise  de- 
gl'Ismail;  i  Wahabis  o  Vecabili,  ed  i  pro- 
testanti dell' Islamismo;  in  altro  i  Kurdi, 
discendenti  dagli  antichi  parti,  e  che  col- 
la lingua  hanno  conservato  il  modo  loro 
di  combattere,e  le  nomadi  de'Turkoma- 
ni,  avanzi  di  orde  conquistatrici  de'Sel- 
djoukdes.  Questa  varietà,  questo  contra- 
sto perpetuo  di  fìsonomia,  di  lingua,  di 
costumi,  di  abitudini,  di  religione,  in  se- 
no alle  popolazioni  dell'  impero  ottoma- 
no, colpisce  più  di  tritio  il  viaggiatore,  sia 
che  attraversi  la  pianura  dell'Asia  mino- 


T  U  R 

re,  sia  che  penetri  nell'interno  della  Tur- 
chia d'Europa,  o  che  percorra  i  monti 
ed  i  deserti  della  Siria.  Gli  Ottomani  od 
Osmanli  si  crede  figurino  nella  riportata 
cifra  per  12  oi3  milioni,  di  cui  2  milio- 
ni soltanto  nella  Turchia  d'Europa.  11  ri- 
manente della  popolazione  si  compone  di 
Greci,  2  milioni;  di  Ai  nauti  o  Albanesi, 
i,5oo,ooo;di  Armeni,  2,4oo,ooo;diSla- 
vi,  6,200,000;  di  Romeni, ovvero  Moldo- 
Valacchi,  4-OJ'lioni;  di  Arabi, 4,700, 000  ; 
diRurdi,  un  milione  ec.  Considerata  sot- 
to la  parte  religiosa  questa  medesima  po- 
polazione si  compone  di2  r  milioni  di  mus- 
sulmani, dii3  milioni  di  greci  scismatici 
ed  armeni,di  qoo,ooo  latini  edi  1 5o,ooo 
ebrei.  La  popolazione  delle  sette  che  pro- 
fessano altro  culto,  ascende  a  3oo,ooo. 
Considerata  poi  sotto  il  rapporto  politi- 
co e  civile,  la  popolazione  degli  stati  im- 
mediali del  sultano  abbraccia  3  categorie 
perfettamente  distinte.  1.  I  sudditi  mus- 
sulmani, che  godono  pieni  diritti  civili  e 
politici. 2.  1  sudditi  non  mussulmani  ora- 
yV?.?,  assimilali  finora  a'primi  soltanto  sot- 
to il  rapporto  civile,  ed  il  cui  numero  to- 
tale non  arriva  a  io  milioni.  3.  I  fran- 
chi, ovvero  gli  europei  domiciliati  inTur- 
chia, de'quali  lo  sialo  e  le  condizioni  di 
esistenza  al  presente  furono  regolate  da 
capitolazioni,  delle  quali  parlai  in  più  luo- 
ghi, massime  negli  articoli  riguardanti 
Terra  Santa,  culla  di  nostra  ss.  Reli- 
gione. I  rajas  formano  5  distinte  nazio- 
ni, chiamate  secondo  lo  stile  officiale  mi- 
leti-khamsè,  le  5  comunità,  cioè,  la  gre- 
ca, l'armena,  l'armena  unita  alla  Ialina, 
l'israelitica,  e  la  Ialina  o  cattolica. Note- 
rò che  i  cristiani  da'turchi  sono  chiamali 
Infedeli  (V.),  come  noi  appelliamo  con 
più  di  ragione  i  turchi,  e  persino  le  loro 
regioni  <\\c\amo  par  db  us  injidelium ,  cosi 
qualificando  i  titoli  degli  antichi  Vesco- 
vati {V .)  già  esistenti  nella  Turchia, che 
per  l'invasione  de'mussulmani  cessarono 
e  non  restò  che  il  titolo  che  da'  Papi  si 
conferisce  a' Vescovi  in  partibus.  Sicco- 
me pel  dichiaralo  nel  voi.  LXIX,  p.  1  1 7, 


TUR  207 

ho  descritto  YOrbis  Christianus,  pel  1 ,° 
e  per  ispeeiale  favore  della  divina  prov- 
videnza, così  negli  articoli  delle  sedi  ve- 
scovili superstiti  o  nuovamente  erette,  e 
precipuamente  delle  numerosissime  non 
più  esistenti,  nelle  Prefetture  apostoliche 
(/■'.),  ne' Vicariati  apostolici  o  Delega- 
zioni apostoliche,  dell'  impero  ottoma- 
no, feci  la  descrizione  della  maggior  par- 
te de'luoghi  del  medesimo,  notando  col!e 
glorie  antiche  le  principali  successive  vi- 
cende ;  imponente  complesso  di  notizie, 
che  riunendole  potrebbe  formare  un  com- 
pendio isterico  dello  stesso  impero,  mas- 
sime nella  parte  che  riguarda  il  cristia- 
nesimo, in  esso  un  tempo  floridissimo, va- 
le a  due  prima  che  il  superstizioso  fana- 
tismo maomettano  ne  operasse  quasi  la 
fatale  distruzione.  Il  vocabolo  infedele , 
col  quale  i  turchi  qualificano  i  cristiani, 
suona  nella  loro  lingua  giaùr  ogeaour. 
NeIi85o  avea  riportato  V  Impartì  al  di 
Smirne  dell'8  novembre,  sotto  la  data  di 
Costantinopoli.»*  Non  tarderanno  ad  es- 
sere letti  de'firmani  in  tutte  le  moschee 
e  chiese  per  abolire  definitivamente  la 
qualificazione  di  rajà,  e  per  inibire  pu- 
re che  si  pronunzi  la  parola  giaur.  O- 
gni  cristiano  suddito  del  sultano  avrà  gli 
stessi  diritti,  privilegi  ed  immunità  di  cui 
godono  i  mussulmani  ;  l' liaralch  o  ca- 
ratelli o  testatico  de'rajà,  è  egualmente 
soppresso  (come  notai  nel  voi.  LXV II,  p. 
12.  Quanto  aìYharatcIi  o  caratch,  que- 
sto vocabolo  veramente  clicesi  in  turco ha- 
rflfg.Eqni  debbo  fare  un'avvertenza,  che 
molti  vocaboli  e  nomi  propri  di  turchi  e 
di  quanto  li  riguarda  avendoli  detratti  da 
derivazioni  francesi,  nell'idioma  turco  av- 
vi qualche  diversità  di  lettere).  La  intro- 
duzione dell'elemento  cristiano  nell'eser- 
cito è  pure  decisa  :  greci,  armeni  ed  ebrei 
forniranno  per  l'avvenire  il  loro  contin- 
gente militare,  ed  aspireranno  a'più  alti 
impieghi  sì  civili  che  militari.  "  Quanto 
avvenne  di  singolare  e  memorabile  dipoi, 
a  suo  luogo  in  quest'articolo  riferirò.  O- 
cni  comunità  cristiana  è  retta  ,  sotto  la 


ao8  TUR 

sorveglianza  dell;»  Porta,  da  nn  palliar- 
ca  o  arcivescovo,  die  talvolta,  ni;»  non 
necessariamente,  congiunge  l'autorità  re- 
ligiosa alla  civile.  La  co  munite  «reca  , 
jcn/n  milieti,  composta  di  latti  i  sudditi 
ottomani  di  rito  greco  scismatico,  è  di- 
visa in  due  razze  o  nazionalità  distinte: 
i  greci  o  romaichi  e  gli  slavi  (di  cui  me- 
glio a  Schiwonia),  formati  di  serbi  o  ser- 
rani, di  bulgari  e  di  bosniaci,  ec.  Biso- 
gna non  perdere  di  vista  tale  distinzione, 
se  vuoisi  evitare  uno  spregio  in  oriente, 
ove  religione  e  nazionalità  sono  sovente 
prese  una  per  l'altra,  ove  anche  la  reli- 
gione prende  il  posto  della  nazionalità.  In 
Turchia  il  nome  de'Greci  non  si  appli- 
ca esclusivamente  alle  popolazioni  di  el- 
lenica origine:  serve  ad  indistintamente 
designare  tutti  quelli  de'sudditi  cristiani, 
qualunque  sia  la  razza  a  cui  appartengo- 
no, i  quali  riconoscono  la  giurisdizione  ci- 
vile e  religiosa  del  patriarca  scismatico  di 
Costantinopoli.  La  razza  greca,  creduta 
composta  da  2  milioni,  è  sparsa  in  tutto 
1'  impero  ,  ma  in  modo  ineguale.  Nella 
Turchia  d'Europa  forma  circa  l'undiee- 
sima  parte  dell'intera  popolazione.  Nel- 
l'Asia minore  e  nella  Siria  giunge  appe- 
na alla  venticinquesimamell'isole dell'Ar- 
cipelago Ottomano,  a  Metelino,  a  Scio, 
a  Rodi)  a  Candid,  può  essere  calcolata 
nella  media  a  tre  quarti.  Fra' popoli  di 
di  razza  slava,  che  sono  i  sudditi  imme- 
diati della  Porta,  sono  anzi  tutti  segna-,. 
lati  i  bulgari,  il  cui  numero  ascende  a  3 
milioni,  sparsi  su  tutta  l'estensione  della 
Turchia  Europea.  Vengono  poscia  i  Serbi 
della  Bulgaria,  della  Bosnia  e  della  Er- 
zegovina (di  cui  a  Trebigne),  i  ,  1 00,000; 
del  Montenegro,  200,000;  finalmente  i 
Ylachi  o  Zingani  o  Zingari,  d'orisfine  la- 
lina,  come  i  Moldo-Valacchi,  3oo,ooo; 
il  che  unito  a'2  milioni  di  Greci, forma 
un  totale  di  6,600,000  individui.  Ora  se 
da  questo  numero  si  detraggono  1 00,000 
cattolici,  greci,  bulgari  e  bosnici,  il  rima- 
nente rappresenterà  esattamente  l'effet- 
tivo della  comuuità  greca,  secondo  le  re- 


TUR 
centi  statistiche  in  discorso.  Crii  Arme* 
ni  passarono  sotto  il  giogo  de' turchi  nel- 
lo stesso  tempo  che  i  greci,  e  subirono 
le  medesime  condizioni.  Essi  al  presen- 
te ascendono  a  2,4.00,000,  di  cui  in  pro- 
porzione non  è  granile  il  numero  de' 
cattolici,  specialmente  dopo  la  violenta 
persecuzione  subita  nel  1828  (di  che  me- 
glio a  Patriarcato  Armeno).  Gli  Arme- 
ni abitavano  principalmente  nella  Tur- 
chia Asiatica  dalla  parte  della  Persiti  e 
della  Rus sia,  contrade  ove  contano  mol- 
tissimi de'loro  correligionari.  Gli  arme- 
ni cattolici  sono  divisi  in  8  diocesi,  oltre 
la  sede  primaziale  di  Costantinopoli  (so- 
no di  più,  come  narrai  al  citato  Patriar- 
cato). Gli  Ebrei  dì  Turchia,  iehoudi-mil- 
leti,\n  numero  di  circa  1  5o,ooo,  sono  per 
la  più  parte  oriundi  della  Spagna  e  del 
Portogallo,  donde  emigrarono  nel  secolo 
XV  (principalmente  e  pel  riferito  in  tali 
articoli  ).  Si  trovano  in  maggiore  o  mi- 
nor numero  dappertutto,e  principalmen- 
te a  Costantinopoli,  a  Saloniehi  o  Tessa- 
lonica,  ed  a  Smirne.  I  Latini  composti  di 
latini  propriamente  detti,  cioè  i  cattolici 
che  seguono  la  liturgia  romana,  ascen- 
dono a  circa  5oo,ooo;  composti  di  Greci 
uniti,  di  Melchiti,d\  Siri  e  di  Caldei  (sì 
devono  aggiungere  i  Maroniti) uniti  alla 
chiesi  romana,  formano  una  comunità 
di  quasi  y5o,ooo  anime,  retti  spiritual- 
mente da'  loro  patriarchi,  arcivescovi  e 
vescovi,  e  collocali  sotto  l'autorità  civile 
d'un  delegato  della  Porta,  vckil  ossia  so- 
stituto del  capo  civile,  assistito  da  un  con- 
siglio di  notabili  scelti  dalla  nazione.  I 
Franchi,  cioè  gli  europei  domiciliati  in 
Turchia  e  posti  sin  qui  sotto  l'esclusiva 
giurisdizione  de'loro  ambasciatori  e  con- 
soli, senza  essere  fino  ad  ora  soggetti  alle 
leggi  ed  a'tribunali  del  paese,  formano, 
come  fu  già  accennato,  una  nuova  cate- 
goria d'abitanti  allatto  distinta  da'sudditi 
m  u  ss  u  l  m  a  n  i  o  n  o  n  m  u  ss  u  I  in  a  11  i  ci  e  1 1  a  Por- 
ta. E  difficile  indicarne  il  numero;  sem- 
bra però  che  non  possa  sorpassare  i  1  5o 
o  200,000  che  per  la  più  parte  abitano 


TUR 

Costantinopoli ',  Smirne,  Satanico  o  Tes- 
salonica,  Berito  o  Beyrouth,  Alcppo  di 
cui  riparlai  a  Berrea  ec.  E  qui  rammen- 
terò, che  nella  descrizione  de'patriarcati 
cattolici  esistenti  di  Gerusalemme,  An- 
tiochia de1  greci  Melchiti,  Antiochia  de* 
Maronitiy  Antiochia  de' Siri,  dì  cui  tor- 
nai a  parlare  a  Siria,  Babilonia  dei  Cal- 
dei, Cilicia  degli  Armeni ',  oltre  l'arci- 
vescovo primate  degli  armeni  di  Costan- 
tinopoli) il  vicariato  apostolico  de'latini 
di  Costantinopoli,  e  di  altri  Vicariati, 
Delegazioni  e  Prefetture  apostoliche  , 
ragionai  pure  de'  luoghi  di  loro  giuris- 
dizione spirituale,  e  degli  arcivescovati  e 
vescovati  suffragane!,  non  meno  che  del 
clero  secolare  e  regolare  d'  ambo  i  ses- 
si, e  de'  missionari  apostolici.  Nel  i85i 
il  governo  ottomano  annunziò  con  una 
circolare  alle  corti  d'Europa,  die  le  reg- 
genze di  Tìntisi  e  di  Tripoli ,e  il  pascià 
o  viceré  d' Egitto  non  ponno  accredita- 
re presso  di  esse  alcun  agente  diploma- 
tico col  titolo  d'incaricato  d'affari  odi  mi- 
nistro. Le  leggi  dell'  impero  non  per- 
mettono loro  che  di  aver  consoli  o  vice- 
consoli, e  anche  bisogna  che  le  nomine 
sieno  ratificate  dalla  Porta  ottomana.  La 
s.  Sede  non  ha  rappresentanti  nell'impe- 
ro ottomano;  solo  la  Congregazione  car- 
dinalizia di  propaganda  fide  (V.)  ha 
degli  agenti  per  le  missioni  e  pe'vescova- 
ti  che  da  essa  dipendono  in  tutto  l'impe- 
ro medesimo.  Ciascuno  degli  agenti  di- 
plomatici ha  i  suoi  dragomani  ov'essi  ri- 
siedono. Dragomano,  dice  il  Razzarmi,  si- 
gnifica interprete  di  lingua,  e  precisamen- 
te della  lingua  turca  e  araba  pegli  euro- 
pei ,  e  della  lingua  francese  od  altra  eu- 
ropea pegli  orientali.  Dicesi  anche  drog- 
mon  il  dragomano.  Ogni  ambasceria  o 
consolato  delle  potenze  europee  presso  la 
Porta  ottomana  assolda  uno  o  più  di  que- 
st'interpreti,che  divengono  necessari,  per 
agevolare  le  relazioni  reciproche.  È  vo- 
cabolo formato  dall'arabo  largeman  o 
targiman,  derivante  dal  verbo  taragem, 
che  in  italiano  suona  interpretare:  da  tar- 
vol.  txxxi. 


TUR  209 

geman  gì'  italiani  fecero  Dragomano  o 
Dragomanno,  od  anche,  con  maggiore  e 
più  affine  relazione  all'arabica  sorgente, 
Trucimanno  o  Turcimanno)  da  cui  poi 
venne  la  voce  francese  ed  inglese  Tru- 
cheman.  Aggiungerò  sulla  popolazione 
dell'impero  altre  notizie  statistiche.  Nel • 
V  Almanacco  francese,  che  si  stampa  in 
Costantinopoli,  nel  i85o  si  registrò  le  se- 
guenti date.  L'impero  ottomano  ha  una 
popolazione  di  36,2  1  1,000  ,  anime.  La 
Turchia  Asiatica  baso, 700, 000,  tra  cui 
3  milioni  di  cristiani.  La  Turchia  Euro- 
pea conta  1 5,5 1 1,000  abitanti,  de'quali 
2,000,000  nella  Romelia  o  Tracia  e  nel- 
la Tessaglia;  i,4oo,ooo  nella  Moldavia; 
2,600,000  nella  Valacchia;  1,011,000 
nella  Serbia  o  Servia;  1 ,600,000  nella  Bo- 
snia ed  Erzegovina;  2,200,000  nell'Alba- 
nia; 2,000,000  nella  Bulgaria;  r  ,000,000 
nella  Tracia;  220,000  sull'isola  di  Cre- 
ta;  90,000  in  Cipro;  390,000  nell'altre 
isole.  Il  n.°29  dell'Osservatore  Romano 
del  i85i  riferisce.  L'elemento  religioso 
del  cristianesimo  va  prevalendo  dapper- 
tutto in  Europa.  Neil'  impero  ottomano 
il  numero  de'cristiani  supera  ormai  quel- 
lo de'turchi.  Questi  sono  9  milioni,  ei  3 
milioni  sono  i  cristiani.  I  turchi  vanno 
sempre  più  diminuendo  di  numero  e  di 
ben  essere,  mentre  invece  i  cristiani  cre- 
scono sempre  più  di  numero  e  di  poten- 
za. Nel  Giornale  di  Roma  del  i853  si 
pubblicarono  due  statistiche  dell'impero 
ottomano  a  p.  227  e  3i4«  lyi  nella  1."  si 
dice.  La  popolazione  della  Turchia  è  ri- 
partita come  segue  :  Moldo-Valacchi  al 
nord  del  Danubio  4jOOo,ooo.  Slavi  com- 
patti al  sud  del  Danubio6,ooo,ooo.  Po- 
polazioni miste  di  greci  900,000.  In  Tes- 
saglia  e  sulle  coste  ,  armeni ,  ebrei ,  ec. 
600,000.  In  tutto  rajas  1  1 ,5oo,ooo.  Ot- 
tomani asiatici  700,000. Mussulmani  ri- 
negali e  altri  2,7.00,000.  In  tutto  mussul- 
mani 2,900,000.  Totale  della  Turchia 
Europea  i4,400>000-  Le  tribù  slave,  il- 
liriche e  bulgariche  formano  in  tutto  6 
milioni  d'anime.  L'altra  0  prospetto  sta- 

•4 


2  i  o  TUR 

fissistico  compilato  o  Costantinopoli,  di- 
ce che  la  Turchia  Europea  o  Romelia 
contiene! 5  milioni  e  mezzo  di  abitanti: 
V  Asiatica  oAnadolu  i  f>,o5o,ooo;  l 'Afri- 
cana o  Gerì)  3, 800,000.  Quindi  un  to- 
tale di  35,35o,ooo.  Di  cui  Osmanli  in 
Europa  1,1  00,1000;  in  Asia  10,700,000; 
Slavi  7,200,00;  Rumeni  4>000j00°  J 
Amanti  1,600,000;  Greci  in  Europa 
4oo,ooo,  ed  in  Asia  2,000,000.  UAl- 
mandch  de  Gotìia  pel  1 854  die  le  seguen- 
ti cifre  della  popolazione  mussulmana  e 
greca  della  Turchia.  Maomettani  nella 
Turchia  Europea  4}55o,ooo;  d'  Asia 
I2,65o,ooo  ;  d'Africa  3,8oo,ooo.  To- 
tale 21  milioni.  Greci,  nella  Turchia  Eu- 
ropea 1  o  milioni,  nell'Asiatica  3  milioni, 
totale  1  3  milioni.  Cattolici  della  chiesa  o- 
rienlale,  che  ubbidiscono  alla  s.  Sede, 
900,000;  de'quali,  in  Europa  640,000, 
in  Asia  260,000,  in  Africa  non  pone  ci- 
fra, ma  si  può  vedere  gli  articoli  de'Vi- 
c.ARiATi  e  Prefetture  apostoliche  ove  li 
registrai.  Finalmente  leggo  in  altra  sta- 
tistica del  i854  ,  ascendere  i  cattolici  a 
900,000,  compresi  gli  armeni  ,  di  coi 
640,000  in  Europa,  e  260,000  in  Asia. 
1  cattolici  ai  meni  ed  i  cattolici  latini  han- 
no il  loro  capo  civile,  come  l'hanno  i  pro- 
testanti. Oltre  i  patriarchi,  arcivescovi  e 
vescovi  cattolici  d'ogni  rito,  vi  sono  i  pa- 
triarchi greci  e  armeni  scismatici,  con  ar- 
civescovi e  vescovi;  inoltre  gli  scismatici 
e  gli  eretici  d'altri  riti  hanno  i  propri  ai-, 
ci  vescovi  e  vescovi. Gli  ebrei  hanno  il  loro 
gran  rabbino.  Trovo  indispensabile  qui 
oppresso  aggiungere  altri  particolari  sul- 
la Turchia  Europea,  sulla  Turchia  A- 
siatica,  e  sulla  Turchia  Africana. 

La  Turchia  Europea  nella  parte  sud- 
est dell'  Europa,  a  oriente  della  medesi- 
ma, ha  frastagliatissime  coste,  l'isole  del- 
l'Arcipelago del  mare  Egeo, partedel  qua- 
le appartiene  al  nuovo  regno  di  G cecia 
(/•".),  distaccato  dalla  Turchia  a'  nostri 
giorni,  o  Sporadi  occidentali, delle  quali 
è  metropoli  Sainos,  oltre  i  dipartimenti 
dell'  isole  di  Eubea,  la  principale  essen- 


T  U  R 

do  Negroj)ontc}  delle  Cicladi  settentrio- 
nali, la  principale  essendo  Sirat  e  delle 
Cicladi  meridionali,  la  principale  essen- 
do .IVasso.  L'isole  turche  dell'Arcipelago 
sono  Taso  o  Tasso  ,  Samos  o  Susatit 
A d tassi,  Imbros,  Lenmo,  Tènedos,  Me- 
telino,  Scio  ec.  L'isole  meridionali  han- 
no Rodi,  Cos  o  Stamine),  Nin  0  Nissari 
ec.  L'isole  delle  Sporadi  orientali,  Nize- 
ria  o  Nicaria,  Palmo 9  ove  fu  rilegato  s. 
Giovanni  apostolo  ed  evangelista  e  vi 
scrisse  V  Apocalisse,  Lero  o  Zeroec.  L'i- 
sola di  Candid,  Cortina,  Retinio,  Cido- 
nia  o  Canea  ec.  Tutte  hanno  articoli,  per 
l'antiche  loro  sedi  vescovili:  alcune  l'han- 
no ancora,  le  altre  sono  titoli  vescovili  in 
partibus.  Corrono  i  monti  Carpazi  sul 
confine  settentrionale  e  colle  loro  ramifi- 
cazioni coprono  la  Valacchia,  altre  cate- 
ne sono  l'Alpi  Dinariche, i  Balkan,  l'El- 
lenica ec.  E  ripartita  la  Turchia  Europea 
tra'bacini  di  5  mari  che  la  bagnano,  così 
parecchi  fiumi  e  laghi.  Il  clima  è  gene- 
ralmente men  caldo  che  non  farebbe  sup- 
porre la  sua  latitudine.  Stabilisce  la  cate- 
na del  Balkan,  baluardi  importante  dal 
lato  de'russi,  una  differenza  inarcala  per 
la  temperatura,  fra  la  parte  situata  al  nord 
e  quella  che  stendesi  al  mezzodì:  quest'ul- 
tima essendo  sensibilmente  più  calda,  ha 
la  stessa  temperatura  delle  provincie  me- 
ridionali della  Francia.  Fa  freddo  e  cade 
molta  neve  nelle  contrade  che  innaffia  il 
Danubio,  ed  in  vari  quartieri  di  questa 
parte  dell'impero  respirasi  nn'aiia  mal- 
sana. La  peste  v'  imperversò  di  soven- 
te, precipuamente  a  Costantinopoli,  im« 
potandosene  le  stragi  o  al  l'accumula  Orien- 
to dell'acque  slagnanti,  oppure  alla  spor- 
cizia e  in  generale  all'incuria  degli  abitan- 
ti. Le  nuove  saggie  disposizioni  migliore- 
ranno il  suo  avvenire.  11  suolo  riesce  quasi 
dappertutto  alla  coltura,  e  consiste  prin- 
cipalmente di  terriccio  grasso.  Il  paese  ab- 
bonda di  cotone,  melaranci,  limoni,  me- 
ligranati ,  fichi  ,  olive  ,  vino  ,  frumento, 
maiz,  riso  che  forma  il  principale  alimen- 
to d'ogni  classe.  I  turchi  sono  appassio- 


T  U  R 
nali  pe  frutti  uell' estate  e  in  parte  del- 
l'ani unuo, facendo  prodigioso  consumo  di 
meloni,  cocomeri  e  zucche.  Dappertutto 
si  coltivano  le  piante  della  famiglia  delle 
cucuibilacee,  che  producono  frutti  simili 
alle  zucchee  a'poponi,massimesullespon- 
de  dell'Arcipelago  e  sul  mare  di  Marina- 
ra. iNella  Romelia  coltivasi  la  vile,  e  non 
polendo  i  mussulmani,  giusta  la  loro  leg- 
ge, bcver  vino,  quelli  che  l'osservano  si 
contentano  di  mangiar  l'uva  e  di  estrar- 
ne  una  bevanda  nou  fermentata.  I  rajà 
dell'interno  della  contrada  fanno  del  vi- 
no, quanto  basii  per  il  loro  uso.  Il  vino 
non  è  un  oggello  di  commercio  se  non  sul- 
le sponde  di  dello  mare  e  nell'isole  del- 
l/A rcipelago,essendo  d'eccellente  qualità. 
1  giardini  sono  ottimamente  coltivati,  spe- 
cialmente a  Costantinopoli  e  ne'dinlorui; 
vi  hanno  molti  frutti  bellissimi,  e  copiosi 
fiori  che  le  donne  amano  singolarmente, 
ed  i  boschetti  di  rose  sono  tanto  più  cu- 
rali perchè  il  fiore  produce  l'essenza  pre- 
ziosa di  cui  si  fa  tanto  uso  e  commercio 
nel  Levante.  Trovane!  boschi  molto  belli, 
particolarmente  in  Bosnia,  ma  alquanto 
trascurati.  Nelle  vicinanze  delle  città  e  de' 
borghi,  vi  si  fanno  tagli  regolari;  e  sicco- 
me nou  vi  si  lasciano  talli  o  ramoscelli. né  si 
attende  a  ripiantarli,  succedono  legni  ce- 
dui e  cespugli  all'annosa  quercie;  sbosca- 
mento che  si  fa  specialmente  notare  ne' 
dintorni  di  Bosna-Serai.  Le  selve  lonta- 
ne dalle  città  abbondano  d'alberi  magni- 
fici ,  che  sarebbero  alti  alle  costruzioni 
marittime,  pia  marciscono  in  piedi,  per 
mancanza  di  strade  e  canali  onde  traspor- 
tarli. Si  trovano  molti  bovi  e  vacche,  ma 
di  mediocre  specie  ;  però  dappertutto  so- 
uovi  numerosi  armenti  di  pecore,  raris- 
simo essendo  il  porco,  come  vietato  dal- 
l' A  1-Rorano.  Nelle  montagne  sono  belli 
armenti  di  capre;  i  cavalli  turchi  sono  pic- 
coli, ardenti,  vigorosi,  instancabili,  emi- 
nentemente buoni  al  servigio  della  caval- 
leria, ed  i  turchi  che  amano  molto  que- 
sti animali,  li  cavalcano  con  destrezza  e 
iulrepidità.  I  grandi  hanno  cavalli  arabi 


T  U  R  a  i  i 

o  lurcomani,  i  quali  ultimi  sono  pregia 
t'issimi  e  atli  al  tiro,  godendo  pure  buo- 
na riputazióne  i  cavalli  bosniaci.  LaTur- 
chia  Europea  è  ricca  di  miniere  di  ferro, 
che  un  tempo  erano  utilizzate,  ma  poi  i 
turchi  trascurarono  totalmente  le  ric- 
chezze minerali  del  loro  suolo.  Le  mani- 
fatture nou  souo  avanzatissime,  e  gli  og- 
getti principali  ne' quali  si  esercita  l'in- 
dustria, sono  la  preparazione  de'  cuoi  e 
specialmente  del  marrocchino,  la  filato 
ra  del  coione,  l'impiego  della  seta,  la  tes 
silura  delle  tele  di  canapa,  lino  e  cotouc, 
la  fabbricazione  di  stoffe  di  pelo  di  capra 
e  di  panni  grossolani  per  uso  delle  classi 
meno  agiate:  rinomati  souo  i  scialli  ed  i 
tappeti  turchi.  Il  commercio  delia  Tur- 
chia finora  fu  alquanto  limitato;  i  pregiu- 
dizi, la  legislazione  e  il  disposlismo  con- 
corsero ad  alzare  il  frullo  del  denaro  a 
un  interesse  esorbitante,  per  ispirare  la 
diffidenza  nelle  trattazioni  e  per  rende- 
re difficili  gli  affari,  llcommercio  con  l'e- 
stero è  interamente  nelle  mani  de'greei, 
armeni  e  franchi;  e  consiste  molto  più 
in  importazioni  che  ia  esportazioni.  Mol 
ta  operosità  è  nel  traffico  interno,  e  pren- 
donvi  parie  i  turchi  e  rajà,  ma  i  primi  si 
limitano  alle  operazioni  minute.  Gli  ar 
meni  fanno  quasi  esclusivamente  il  cani 
bio;  gli  ebrei  barattano,  prestano  ad  u- 
sura,  portano  di  qua  e  di  là.  Ogni  città, 
ogni  borgo  ha  fiere  regolari  frequentatis- 
sime, ed  inoltre  bazari  e  mercati  perma- 
nenti abbondantemente  provveduti  de' 
prodotti  del  suolo  e  dell'industria  nazio- 
nale. I  velluti  che  costumatisi  in  Turchia, 
escono  dalle  manifatture  italiane.  I  tur- 
chi fauno  uso  di  caria  fortissima,  poiché 
per  scrivere  servonsi  d'  una  canua  tem- 
perata a  foggia  di  penna;  carta  che  pure  iu 
gran  parte  ritirano  dall'Italia.  Si  fa  gran 
consumo  di  vai  che  si  fabbricano  in  Rus- 
sia; gli  uomini  ne  foderano  le  loro  tarta- 
re o  rendigotte,  e  le  femmine  i  jabè,  che 
sono  specie  di  polacche.  Il  commercio  che 
colla  Russia  era  importantissimo  avanti 
le  guerre,  è  attivissimo  colla  Francia,  la 


aia  TUR 

Germania  e  l'Influita  in.  Il  commercio 
internasi  fa  a  schiena  d'animali,  per  le 
cattive  >trailc.  Gli  lian  o  alberghi  sono 
comunissimi  e  generalmente  isolati  da  o- 
gni  abitazione.  Le  città  di  Turchia  noo 
somigliano  punto  alle  citlàdel  resto  d'Eu- 
ropa: occupano  spazi  immensi  le  case  es- 
sendo attorniale  da  giardini,bruoli  edau- 
che  campi  coltivati;  la  loro  pittura  ester- 
na dà  risalto  al  paese  o  paesaggio,  che  sia 
lecito  di  dire.  Le  forme  rotonde  delle  cu- 
pole delle  moschee}accompagnate  da  mi- 
nareti svelti,  formano  grata  armonia  col- 
la vemira  degli  alberi;  vedute  da  lonta- 
no le  città  turche  paiono  un  soggiorno 
incantato;  quando  poi  vi  si  entra  cessa  su- 
bito il  prestigio,  non  offrendo  che  stia* 
de  strette,  tortuose  e  sucide.  Le  case  più 
opuleuti  sono  fabbricate  di  terra  e  legno, 
uè  servousi  della  pietra  fuorché  pe'  fon- 
damenti e  talvolta  sino  ali. ° solaio.  I  cif- 
flik  sono  a  un  tempo  case  di  villeggiatu- 
ra e  masserie;  sono  alti,  ben  fabbricali  e 
situali  in  mezzo  al  podere.  Le  baracche 
de'contadiui  che  coltivano  la  terra,  tro- 
vatisi sparse  intorno  alle  mura;  parecchi 
cifilik  sono  costruiti  in  modo  da  poter  ser- 
vire da  fortezza. La  Turchia  Europea,  pri- 
mitivameute  popolata  dagli  Sciti,  com- 
prende i  paesi  che  gli  antichi  chiamava- 
no Mesia,  Illiria,  Tracia,  Macedonia, 
Tessaglia  uà  Epiro.  Fu  prima  partita  in 
un  gran  numero  di  regni  celebri,  nota- 
bili repubbliche  e  popoli  sino  al  tempo 
d'Alessandro  Magno,  il  quale  tulli  ridus- 
se sotto  la  sua  potenza;  dipoi  restò  nuo- 
vamente divisa  la  regione  in  regni  e  re- 
pubbliche, riunita  quindi  dalle  conqui- 
ste de*  romani  all'impero  loro,  da' quali 
passò  all'impero  greco  o  d'Oriente,  e  fi- 
nalmente si  videue'secoli  XI Ve XV  sog- 
getta al  dominio  de'turchi,  insieme  a  Co- 
stantinopoli metropoli  dell'impero  mede- 
simo e  lo  divenne  dell'ottomano.La  Tur- 
chia  Asiatica  nella  parte  occidentale  del- 
l'Asia, abbraccia  all'ovest  la  gran  penisola 
dell'Asia  Minore,  chiusa  tra'mari  Nero  e 
Medi  lei  ranco.  Bagnata  da  altri  3  mari, 


TUR 

fra' quali  il  mar  Caspio,  da  fiumi  di  cui 
sono  celebri  l'Eufrate,  il  Tigri,  il  Gior- 
dano, e  fra'laghi  rammenterò  l'Asfaltnle. 
La  contraila  ha  numerose  isole  dissemi- 
nale su  per  la  costa  dell' Arcipelago,  già 
summentovate,  poiché  l'Arcipelago  tro- 
vasi tra  la  Grecia,  la  Macedonia  e  l'Asia. 
JNel  Mediterraneo  si  uota  l'isola  di  Cipro, 
la  quale  conteneva  molle  ciltà  con  sede 
vescovile,come  Nicosia,Famagosta,Sa- 
lamina,  Pafo,  Arsinoe,  Ncmosia,  Ama- 
tunta,  Ceraunia,  Carpasia,  Cifro,  Ci' 
tìumt  Curium,  Soli,  Lapito,  Ta masso, 
Tre  mito  rito ,  Ledra  (/'.)  ec.  Il  mare  di 
Marinara  offre  l'isola  del  suo  nome  e  quel- 
la de'iVuicipi.  La  Turchia  Asiatica  con- 
tiene due  catene  di  montagne  principali, 
il  Tauro  e  il  Libano:  quasi  tutte  le  altre 
catene  non  sono  che  ramificazioni  di  que- 
sto^ tra  le  selteutrionali  va  ricordata  l' A ii- 
li-Tauro  che  raggiunge  il  Caucaso,  in  Si- 
ria essendovi  i  monti  Tabor  e  Carmelo. 
La  regione  è  Ira'più  belli  e  più  pingui  pae- 
si dell'  universo;  la  dolcezza  del  clima,  la 
fecondità  del  suolo,  1'  abbondanza  delle 
produzioni  celebri  sono  state  in  ogni  tem- 
po: comprende  essa  le  regioni  diesi  con- 
siderano come  culla  del  genere  umano, 
quelle  che  il  Tigri  e  l'Eufrale  innaffiano; 
ivi  pur  trovasi  la  pallia  un  tempo  sì  ric- 
ca e  tanto  florida  de^V  Israeliti  o  Ebrei. 
Ma  molte  contrade  già  famose  per  l'ab- 
bondanza e  bellezza, giacciono  ora  abban- 
donate alla  sterilità  e  alla  desolazione.  Ge- 
neralmeute  parlando,  le  montagne  sono 
coperte  di  boschi  magnifici,  e  le  pianu- 
re hanno  una  rigogliosa  fertilità  poco  co- 
mune. Regna  nell'Asia  Minore  una  tem- 
peratura mite  e  pura  che  non  trovasi  più 
nemmeno  dall'altra  banda  dell'  Arcipe- 
lago, sulla  costa  d'Europa:  il  calore  del- 
l' estate  viene  considerabilmente  tempe- 
ralo dalle  numerose  catene  di  montagne, 
e  la  vicinanza  di  4  mari  addolcisce  l'in- 
tensità del  freddo;  tuttavia  le  coste  me- 
ridionali risentono  caldi  fortissimi,  men- 
tre le  sponde  del  mar  Nero  alle  volle  sof- 
frono per  troppa  umidità.  Nel  Djezireh 


TUR 
o  anticn  Mesopotamiay  e  nefl'frac  o  an- 
tica Caldea  Babilonese,  provatisi  gran- 
di calori,  però  le  notti  riescono  fresche 
senza  che  abbiasi  né  rugiada,  ne  umido. 
Presenta  la  Siria  tutti  i  gradi  di  te ui pe- 
latura; V Armenia  e  il  Kurdistan  turco 
parte  dell'antica  Assiria,  paesi  di  monta- 
gne, sono  le  parti  men  calde  della  Tur- 
chia Asiatica.  Sommamente  svariato  il 
suolo,  quello  dell'Asia  Minore  consiste 
principalmente  in  una  terra   argillosa  e 
grassa;  il  grano  e  l'orzo  ne  sono  il  prin- 
cipale prodotto.  In  Siria  l'agricoltura  tro- 
vasi nella  condizione  più  deplorabile,  co- 
me miserabilissima  è  quella  degli  agri- 
co!tori;lecampagne  che  accerchiano/? rtg-* 
dad  giacciono  generalmente  improdut- 
tive, tranne  in  tabacco;  ne*  dintorni  di 
Mossiti  le  terre  producono  grani  e  co- 
tone; nel  Djezireh  raccolgonsi  grani  e  le» 
gumi  d'ogni  specie,  un  po'di  riso,  molto 
sesamo,  ed  assai  gran  quantità  di  coto- 
ne. L'olivo  abbonda  soprattutto  verso  le 
spiaggie  del  Mediterraneo  e  dell'Arcipe- 
lago; il  salice  piangente  e   molti   pioppi 
ombreggiano  le  rive  dell'Eufrate.  Possie- 
deancora  la  Turchia  Asiatica  l'alno,il  gel- 
so bianco,  l'albero  di  Giuda  comune,  il 
fàbago  ordinario,  l'azedarach  o  falso  si- 
comero,iI  melogranatoo  albero  dello  sto- 
race, il  mandorlo,  il  pesco,  il  ciliegio,  il 
pero,  il  limone,  il  melarancio,  il  citiso,  il 
mirto,  il  banano,  il  nerprun  paliuro,  la 
vile  che  cresce  selvatica  in  molti  siti,  il 
lentisco  o  albero  del  mastice,  il  terebin- 
to o  pistacchio  selvatico,  il  ginepro,  il  ce- 
droni cui  ne  rimangono  ancora  sul  Mon- 
te Libano  alcuni  ;  il  cipresso,  il  pino,  il 
ketmia  de'giardini,  il  fico,  il  fico  sicome- 
ro,  il  dattero,  la  quercia,  l'alloro  india- 
no, il  platano,  il  lilla,  il  gelsomino,  il  cor- 
bezzolo. Esportansi  da  questo  paese  va- 
rie piante  e  i  loro  prodotti,  che  sono  utili 
o  alla  tintoria  o  alla  medicina.  I  migliori 
cavalli  della  Turchia  Asiatica  sono  di  raz- 
za araba.  Servonsi  maggiormente  d'asi- 
ni, di  muli  e  di  cammelli  ;  raro  è  il  bove 
e  nou  buono;  la  pecora  gli  è  superiori», 


TUR  2i3 

ed  il  capretto  è  cibo  delicato.  Trovansi 
▼ari  animali  feroci  ,|come  il  leone,  la  ti- 
gre, la  iena,  V  orso  e  gli  sciacal  che  con 
l'orribili  loro  grida  turbano  il  riposo  del- 
la notte.  Le  città  ei  villaggi  formicolano 
di  cani;  errano  gli  struzzi  pe'deserti  pres- 
so l'Eufrate.  Trovansi  ad  Angora  gatti  e 
capre  di  lungo  pelo,  e  d'una  varietà  ri- 
marcabile. Durante  l'inverno  si  vedono 
sulle  paludi  e  su'fiumi  dell'Asia  Minore 
occidentale  in  numero  prodigioso  anitre, 
aironi,  beccacci ne,  pivieri;  visi  trovano 
pure  cigni  selvatici,  folaghe,  gallinaccie, 
quaglie;  vi  sono  molti  serpenti.  Di  soven- 
te giungono  dall'interno  dell'Arabia  eda! 
mezzodì  della  Persia  nugoli  di  cavallette 
che  piombano  sopra  pianure  fertili  con 
un  rumore  che  somiglia  a  quello  della 
pioggia. Grandissime  sono  le  ricchezze  mi- 
nerali, ma  gli  abitanti  poco  attendono  a 
lavorarle:  importanti  sono  quelle  di  ra- 
me, e  l'acque  minerali  più  famose  sono 
quelle  di  Prusa  oBrussa. In  generale  l'in- 
dustria e  il  commercio  sono  poco  fiorenti. 
Ne'soli  porti  le  nazioni  europee  manten- 
gono ancora  un  traffico  assai  animato,  a- 
vendovi  esse  consoli  e  fattori,  e  ritiran- 
done cuoi  e  marrocchini,  tappeti,  stoffe 
d'oro  e  d'argento, cotone  filato,  rabarba- 
ro, caffè,  oppio,  diverse  sorta  di  gomma 
ec.Le  città  più  importanti  della  Turchia 
Asiatica  sono  Smirne,  Aleppo,  Dama- 
seo,  Gerusalemme,  Bagdad  ec.  L'au- 
torità del  sultano,  per  la  lontananza  dal 
centro  deH'impero,non  è  dappertutto  be- 
nissimo stabilita,  parecchi  pascià  essen- 
do poco  sommessi  alla  Porta,  e  vivendo 
diverse  tribù  nomadi  e  guerriere  total- 
mente indipendenti:  tali  sono  quelle  de' 
turcomani,  de'kurdi,  degli  yezdi,  de'be- 
duini,  de'  drusi  e  de'  maroniti.  I  cristia- 
ni di  rito  greco  e  armeno  vi  sono  nume- 
rosissimi; non  mancano  di  latini,  eda  po- 
chi anni  fu  ristabilito  il  patriarca  residen- 
ziale di  Gerusalemme.  La  Turchia  Asia- 
tica sostituisce  un  gran  numero  di  con- 
trade celebri  nell'antichità;  quivi  è  che 
la  storia  ne  fa  vedere  a  sorgere  le  prime 


2.4  T  UH 

citt.à,  a  formarsi  i  primi  imperi.  Tìngilo 
ni.i,  Ninive,  Troll  baciarono  appena  ve- 
stigia ;Gerusalemme  pel  s.  Sepolcro  e  per 
«li  altri  suoi  luoghi  santi,  è  sempre  l'og- 
getto dell'universale  venerazione.  h*As- 
s/'ria,  la  Babilonia  o  Caldea ,  1*  Arme- 
I  i   Uesopotamia,  la  Siria,  \a  Feni- 
cia, la  Palestina  o  Giudea,  finalmente 
1'  \sia  Minore  che  comprende  la  IHisia, 
la  Lidia,  la  Caria,  la  ììitinia,  la  Pafla- 
gonia,  il  Ponto ,  la  Frigia,  la  G  a  lazi  a , 
la  Cappadocia,  la  Licia,  la  Panfilia  e 
In  Cilicia,  questi  sono  agli  antichi  paesi 
in  oggi  riuniti  nella  Turchia  Asiatica. Do- 
po formato  tanti  regni  indipendenti  e  ce- 
l<  bri  ,  passarono  sotto  il  dominio  del  re 
di  Persia,  poi  sotto  quello  d'Alessandro 
Magno,- quindi  nuovamente  dividendosi 
sotto  i  successori  di  questo,  subirono  fi- 
nalmente il  giogo  de'romani,  alquanti  an- 
ni prima  dell'era  corrente;  poscia  dipen- 
dettero dagl'imperatori  greci  di  Costan 
linopoli,  a'  quali  a  poco  a  poco  conqui- 
starono gli  arabi,  i  cui  sovrani  o  califfi , 
successori  di  Maometto,   risiedevano  a 
I>agdad,  e  furono  alla  fine  invasi  da'tur- 
chi,  de'quali  i  sovrani  di  Tartaria  Mon- 
goli abbassarono  per  un  momento  la  po- 
tenza, ma  che,  presto  rialzatisi,  estese- 
ro il  loro  dominio  in  queste  contrade  e 
ne  distesero  per  lungo  tempo  i  confini  a 
spese  della  Persia;  nondimeno  da  cir- 
ca un  secolo  trovaronsi  costretti  a  cedere, 
non  meno  che  alla  Russia, parecchie  lo- 
ro provincie.  L'Asia  Minore  viene  chia- 
mala la  fortezza  de' turchi,  \b  cittadella 
dell'Islam.  Quanto  alla  Turchìa  Afri- 
cana, che  comprende  l'Egitto,  e  le  reg- 
genze di  Tunisi  e  di  Tripoli,  ne' quali 
articoli  e  ne'relativi  avendone  narrati  an- 
che i  particolari,  non  mi  sembra  occor- 
rere di  dirne  altro,  anche  per  quanto  di- 
rò poi  in  questo.  Accennata  l'estensione 
dell'impero  ottomano  ,  della  popolazio- 
nee delle  varie  nazioni  che  l'abitano,  pas- 
so a  parlare  del  suo  governo,  dell'ammi- 
nistrazione delle  finanze,  della  giustizia 
ed  istruzione  pubblica,  dell'armata  e  del 


T  U  \\ 

commercio,  secondo  le  ultime  uutiziesta- 
tistiche  pubblicate   sulla  Turchi;». 

Fino  alla  promnlgn/ione  dell'  Ilalli- 
Ilumaoiutn  dè'ao  febbraio  i8">(>,  in  fa- 
vore de/cristiani,  del  quale  in  seguito  ra- 
gionerò nel  riportarlo,  la  Turchia  eia  or- 
ganizzata «econdo  il  Tanzimat,  atto  pub- 
blicarla Mahrnond  II, padre  del  regnan- 
te sultano,  atto  che  abbraccia  appunto  il 
governo,  V  amministrazione  e  le  finanze, 
la  giustizia  e  l'istruzione  pubblica,  l'eser- 
cito e  la  marina.  Il  governo  turco  è  una 
monarchia  nella  forma  assoluta,  ma  nel 
suo  principiò  temperata  dalle  istituzioni  e 
dalle  stesse  condizioni  della  sovranità;  co- 
me anche  da'costumi,chein  Turchia,  più 
che  altrove,  modificano  e  limitano  fino  a 
un  certo  punto  l'azione  del  potere. Il  sovra- 
no prende  il  nome  di  Padichak,  cioè  Im- 
peratore degli  ottomani.  L'Abbondan- 
za nel  Dizionario  di  tutti  i  monarchi  ot- 
tomani, nell'articolo  Peidisach,  dichiara 
significare  Gran  Signore,  Sommo  Mo- 
narca. Noterò  che  il  titolo  di  Gran  Si- 
gnore fu  messo  in  voga  dagl'italiani  nel 
medio  evo,  e  non  adoprato  affitto  dagli 
orientali.  Osserva  l'Abbondanza, che  il  ti- 
tolo di  Padisach  l'assunse  neh  4-8  i  Oem 
detto  comunemente  Zizim,  scrivendo  al 
fratello  Baiazet  II,  contro  il  quale  preten- 
deva il  trono.  Lo  prese  pure  Bajazet  II, 
e  l'usò  nel  carteggio  ch'ebbe  col  figlio  Se- 
lim  I,  indi  continuarono  a  fregiarsene  i 
successori,  come  il  più  specioso  loro  distili" 
tivo.  Aggiunge  che  gli  altri  titoli  del  mo- 
narca ottomano  sono:  Dio  in  terra,  Om- 
bra di  Dio,  Fratello  del  Sole  e  della 
luna,  Capo  di  tutti  i  Re  ,  Distributore 
delle  Corone.  Il  titolo  di  Sultano  (F.), 
aggiunto  pure  al  suo  nome,  secondo  alcu- 
ni significa  Signore  e  Imperatore,  al  di- 
re di  altri  ha  un  meno  importante  signi- 
ficato, e  corrisponde  alla  parola  Princi- 
pe, presa  in  ogni  senso,  indicante  una  so- 
vrana esistenza  più  o  meno  vicina  al  tro- 
no, un'origine  imperiale  o  reale.  Ond'è 
che  il  titolo  di  sultano  serve  ad  indicare 
anche  i  figli,  i  fratelli  e  le  sorelle  del  Pa« 


TU  R 

tlichak,  colla  differenza,  che  pe'maschi  il 
titolo  è  posto  davanti  al  nome, come  Sul- 
tano Mahmoud  II,  Sultano  AbduIMedjid 
Khan;  mentre  che  per  le  femmine  madre, 
sorelle  e  figlie  del  sultano  viene  dopo,  co- 
me Fa  lime  Sultana  ,  Adilè  Sultana.  La 
madre  del  regnante  sultano  e  vedova  del 
padre,portò  il  titolo  di  /"'tf/zV/^ValidèSul- 
tana  cioè  la  madrejtitolo  che  l'Abbondan- 
za chiama  il  più  augusto  ed  il  più.  carico 
d'onori  e  privilegi  che  possa  darsi  dal  sul- 
tano regnante  alla  madre,  la  quale  li  go- 
de in  un  al  titolo  vivente  il  figlio,  e  so- 
lo Maometto  IV  lo  concesse,  oltre  alla 
propria  madre,alla  zia  Riosem  ch'era  sta- 
ta Valide  Sultana  e  avea  governato  l'im- 
pero. Essa  abita  come  le  altre  donne  nel 
serraglio,  ma  in  appartamento  separato  e 
con  trattamento  che  non  lo  cede  a  quello 
della  più  potente  imperatrice.  Lai/delle 
odaliche  o  mogli  del  sultano  che  gli  par- 
torisce il  principe  imperiale,erede  presun- 
tivo del  trono,  prende  il  nome  di  Hassa* 
À7,  che  significa  regina  o  signora  grande. 
Talvolta  per  ambizione  e  gelosia  di  co- 
mando le  sultane  Valide  e  Hassaki  sono 
stale  cagione  di  riempire  il  serraglio,  Co- 
stantinopoli e  tutto  l'impero  di  confusio- 
ne e  spavento;  poiché  sebbene  non  cono- 
sciute, i  più  potenti  magnati  e  ministri 
dell'impero  parteggiarono  per  loro.  Os- 
serva l'  Abbondanza,  che  anticamente  i 
sultani  sposavano  formalmente  alcune 
principesse  di  sangue  regio,al le  quali  com- 
peteva il  titolo  di  sultane;  ma  dopo  aver 
Tamerlano  vinto  Bajazet  I,ed  oltraggia- 
to obbrobriosamente  non  meno  lui  che 
la  sultana  moglie,  i  successori  non  sposa- 
rono più  donna  alcuna,  tranne  Amurat 
li  e  Solimano  II,  e  solo  ebbero  concubi- 
ne avvenenti,  schiave  loro  donate  o  com- 
prale, tra  le  più  belle  nella  Grecia,  nella 
Circussia  e  nella  Giorgia,  le  quali  pren- 
dono il  nome  di  Odaliche,  cioè  donne  di 
camera,  dicendosi  sultane  soltanto  le  o- 
daliche  Hassaki  e  la  Valide,  e  odalica  fa- 
vorita si  denomina  la  più  amata.  L'Ha- 
rem è  nel  serraglio  il  soggiorno  delle  don- 


TUR  213 

ne  del  sultano,  e  di  altri  ottomani  negli 
harem  propri. Dice  l'Abbondanza  che  dal- 
la voce  persiana  Serray,  palazzo,  si  for- 
mò quella  di  Serraglio,  gran  palazzo  e  re- 
sidenza de' sovrani  ottomani;  de' diversi 
serragli  imperiali  e  di  quanto  li  riguarda 
ne  tratta  il  libro:  A necdoti,  ossìa  storia 
segreta  della  famiglia  Ottomana,  Na- 
poli 1 729.  I  serragli  sono  vaste  e  delizio- 
sissime clausure,con  edilizi  splendidi  e  ma- 
gnifici, dicendosi  propriamente  Harem  o 
Haram  0  Charam  l'abitazione  delle  don- 
ile, voce  che  l'Abbondanza  spiega,  appar- 
tamenti delle  donne  in  Turchia,  divisio- 
ne e  separazione,  luogo  dove  non  è  lecito 
di  entrare  che  a' soli  mariti.  Gli  Harem 
rigorosamente  e  con  grande  gelosia  sono 
custoditi  dagli  Eunuchi  (ìr.),  e  sulla  so- 
glia delia  po.ta  dessi  comunicano  colle 
donne  a  mezzo  d'una  ruota,  le  quali  so- 
no sorvegliale  in  ogni  loro  azione  dalle 
donne  chiamate  kaduns,  cui  devono  ub- 
bidire,  e  le  quali  tutto  minutamente  ri- 
feriscono al  -sultano.  1  serragli  sono  luo- 
ghi di  perenni  inquietudini,  gelosie  e  ar- 
tifici'!, che  molle  volte  produssero  amatis- 
simi travagli  al  sovrano.  Il  sultano  chia- 
masi pure  Imperatore.  Scrive  Marino  Sa- 
livido  nella  Cronaca  del  1  479>  che  a  ri- 
chiesta di  Maometto  II  la  repubblica  di 
Venezia  gli  mandò  il  valente  pittore  Gen  - 
tile  Bellino,  il  quale  essendo  ancora  in- 
cisore di  medaglie,  ne  fece  una  col  busto 
di  detlo  principe  da  una  parte,  e  dall'al- 
tra l'epigrafe:  MohametilmperatorisMa- 
gni  Sultani.  Fu  ilsultano  chiamato  an- 
che Gran  7ura?,poichèMaometlo II sul- 
tano de'turchi  fu  cognominato  il  Grande 
per  l'espugnata  Costantinopoli  e  altre  con- 
quiste. Furonostampate,  Epistolae Ma- 
gni Turci  a  Laudinio  equite  hierosoly- 
mitano,  senza  data  e  luogo  di  stampa.  Il 
Creveuna  nel  suo  catalogo  cita  tale  rara 
edizione  e  la  crede  fatta  circa  il  1470,  e 
soggiunge  avvertirsi  dall'editore  Laudi- 
mojnargumentoEpistolarum^heMau- 
ineles  Turco  rum  Imperatori  cui  pò s tea , 
magnitudine  rerum  gestarum}  Magnus 


2i6  TUR 

Turcus  cognomentofuit...  Epistola*  ad 
innumeras  Orhis  gentes  plurimas  dica- 
»  il.  par  tini  siro,  etgraeco  sermone  com- 
positas)  partim  etiam  scytica  lingua 
scriptas.  Anche  Francesco  Aretino  tra- 
sliitò  in  lutino  le  lettere  ilei  Gran  Mao- 
metto 11,  e  Bartolomeo  Fonzio  fiorenti- 
no le  tradusse  in  volgare,  e  pubblicò  in 
Firenze  nel  1488.  Queste  poi  furouo  uni- 
te con  quelle  di  Falaride,  che  secondo  A- 
postolo  Zeno  non  sono  meno  sospette,  e 
stampate  dai  Giolito  in  Venezia  nel  1 563 
con  questo  titolo:  Lettere  del  Gran  Mao- 
metto imperatore  de  Turchi,  scrìtte  a 


di 


inversi  re 


,  principi,  signori  e  rep 


ubb  lì' 


che,  con  le  risposte  loro,  ridotte  nella 
volgar  lingua  da  Lodovico  Dolce,  in- 
sieme colle  lettere  di  Falaride.  Da  Gu- 
glielmo Caorsiuo  fu  composta;  Grado  in 
Sena  tu  Rliodiorumde  morie  Magni  Tur- 
ci,  habita  prìdìc  kalendas  junias  1 48 1 , 
Lo  stesso  scrisse:  De  traductione  Zyzy- 
mi  Suldani  fratris  Magni  Thurci,  ad 
Urbem,  Commentarìum.  Collo  stesso  ti- 
tolo di  Gran  Turco  viene  nominato  dal 
famoso  Diario  del  ceremonieréBurcardo, 
nel  Y/list.  arcana,  sivc  de  vìtaAlexandri 
VIPapae. Die  iSjan.  Geni  Sultan fra- 
ter  Magni  Turcae,  equesler  de  Castro 
s.  Angeli,  associa  tusj ìiit,  usque  ad  pa- 
lalium  s.  Marci,  et  ibidem  regis  Fran- 
corutn  assìgnatus.  Il  contemporaneo  Ca- 
stiglione nelle  sue  Tacitele  chiama  Gran 
Turco  il  sultano  Bajazet  11  fratello  di  Zi- 
zimoe  figlio  ci i  Maometto  II.  Lessi  in  un 
alto  del  generalissimo  Omer  pascià,  chia- 
malo l'odierno  monarca  co'litoli  di  Sul- 
tano e  Imperatore.  Ad  esso  si  suol  dare 
il  soprannome  di  Gasib  o  Ghazy,  cioè  il 
vittorioso,  scimene  da  tanto  tempo  i  sul- 
taui  non  più  combattuto  personalmente, 
l'are  che  i  francesi  cominciarono  a  distin- 
guere il  sultano  col  titolo  di  Altezza  Im- 
periale,  onde  da  lutti  viene  qualificato 
altezza  imperiale.  Talvolta  i  Papi  scri- 
vendo al  sultano  lo  trattarono  col  titolo 
principesco  di  Tiranno  (/"".).  Così  nelPZs- 
pislola  ad Machumc temi "  citici peni  Tur- 


T  U  II 

carimi  di  Pio  II,  e  l'altra  sua  Epistola 
Vii  II  ad  Turearum  Imperatorem.  Pa- 
pa Alessandro  VI  in  un  suo  diploma,  pres- 
so il  Bull.  Vat.  t.  2,  p.  291,  dice  che  il 
ferro  della  s.  Lancia  fu  mandato  al  suo 
antecessorelnnocenzoVIIl  aMagno  Tur- 
carum  Ty ranno.  Nell'iscrizione  posta  nel 
ciborio  eretto  per  custodirla,  si  enuncia: 
Byzantio  misswnaMaximo  Turearum, 
che  equivale  al  titolo  di  Gran  Turco.  An- 
zi nell'iscrizione  sepolcrale  d' Innocenzo 
Vili  fu  scolpi  lo:LanceaaBajazetc  Tur- 
earum Tyranno  dono  missaj  di  più  si 
vuole  che  iu  essa  il  titolo  di  Tyranno  fu 
sostituito  a  quello  cY  Imperator,  che  ven- 
ne cancellato.  Nelle  lettere  pontificie  del 
Sadolelo  si  trova  quella  scritta  al  nun- 
zio d'Ungheria  nel  1527,  che  comincia  : 
In  hoc  gravi ,  et  turbolento  motu,  quo 
Turearum  Tyrannus  ad  bellum  infe- 
rendimi  Hungariae se  apparai.  Ma  non 
solo  si  è  disputato  ,  se  il  Gran  Sultano 
debba  chiamarsi  Turearum  Imperator, 
o  Turearum  Tyrannus;  si  disputò  pure 
se  si  possa  chiamar  Turcos  gli  stessi  Tur- 
chi, come  il  Filelfo,  che  sosteneva  dover- 
si dir  piuttosto  Turcas.  Vedasi  Giovan- 
ni Cuspiniano,  De  origine  Turcorum.  Il 
Morcelli  chiama  il  Turco,  Turcus,  Tur- 
ca. 11  sultano  è  il  rappresentante  e  il  de- 
positario della  legge:  solo  incaricato  del- 
la sua  esecuzione,  può  anche  in  certe  par- 
ti modificarla,  purché  non  ne  alteri  l'es- 
senziale carattere.  Le  sue  ordinanze  ven- 
gouo  chiamate  khatti-chcriff ',  scrittura 
illustre,  ovvero  khatti-humaioum,  scrit- 
tura augusta,  o semplicemente  £/ìtf  ^scrit- 
tura per  eccellenza.  Dice  l'Abbondanza, 
che  il  chaticherif ,  decreto  imperiale  ,  è 
così  sacrosanto  presso  gli  ottomani, com'è 
una  costituzione  di  qualunque  altro  mo- 
narca nel  proprio  stato.  Chiama  Firmano 
il  decreto,  comandamento  0  rescritto  im- 
periale: pare  che  il  vocabolo  sia  derivato 
dall'essere  firmato  e  sottoscritto  dal  sul- 
tano. Il  Bazzarini  nel  Supplimento  al  Di- 
zionario enciclopedico,  definisce  Firma- 
no.  Decreto  del  grau  siguore  0  di  qualsia- 


TUR 

si  aldo  principe  orientale  e  mussulmano; 
e  dieesi  specialmente  eli  quelli  che  conce- 
dono a'  negozianti  esteri  il    permesso  di 
trafficare  in  Turchia  e  negli  altri  paesi. 
Firmarti, io  trovo  ancora  diesi  chiamano 
qne'diplomi  di  tolleranza  religiosa  che  in 
diversi  tempi  furono  concessi  a' cattolici 
e  altri  cristiani,  deNpiali  parlai  a  Geru- 
salemme, a  Guardiano  del  s.  Sepolcro,  e 
relativi  articoli.  Il  sultano  erede  del  po- 
tere teocratico  e  dispotico  di  Maometto  e 
de'califlì,  sebbene  assistito  dal  divano  nel 
governo  della  Turchia,  ha  il  partito  del 
serraglio  o  della  corte  che  l'influenza  tal- 
volta decisamente.  Egli  è  sovrano  asso- 
luto, legislatore   supremo,  pontefice,  si- 
gnore della  vita  de' suoi  sudditi;  ne  è  il 
suo  potere  limitato  fuorché  nell'opinio- 
ne. IVou  è  tra' turchi  l'opinione  una  pa- 
rola vana;  è  una  vera  potenza,  tanto  più 
formidabile  che  procede  appoggiala  so- 
pra una  religione  i  cui  dogmi  e  la  mora- 
le sono  profondamente  scolpiti  nel  cuore 
de' popoli.  La  forza  dell'opinione  si  fa  sen- 
tire secondo  forme  non  iscritte  nel  libi  o 
della  legge,  ma  consagrate  da  grandi  e- 
sempi  e  dalla  tradizione.  11  defunto  sul- 
tano lottò  contro  questa  opinione  formi- 
dabile, e  si  sforzò  ad  introdurre  uè' suoi 
stati  costumi  occidentali.  Il  suo  figlio,  il 
sultano  che  regna,  continuò  con  successo 
i  patemi  propouimenti  di   utili  riforme. 
Il  sultano  esercita  la  sua  doppia  autorità 
legislativa  ed  esecutiva  mediante  i   due 
eminenti  personaggi   che  sono  come   la 
chiave  della  volta  dell'edificio  governati- 
vo nella  Turchia;  uno  è  il  Sadr-Azani  o 
gran  Visir j  l'altro  è  il  gran  muftì  ovvero 
Cheikh-ul-islam.  Visir  significa  propria- 
mente  facchino ,  per  indicare,  che  colui 
il  quale  viene  di  questa  carica  investito, 
porta  solo  il  peso  degli  affari  pubblici. 
L'  Abbondanza  lo  chiama  visir  azem  o 
gran  visir,  primo  ministro  di  stato,  luo- 
gotenente generale  dell'impero  ottoma- 
no, capo  del  divano,  il  quale  non  ha  altro 
superiore  a  se  che  il  solo  monarca.  Quan- 
to con  esso  vado  a  riferire,  in  molte  cose 


TUR  217 

si  variò  in  grazia  dell'introdotta  progres- 
siva civilizzazione  tra'turchi,  e  l'immen- 
sa autorità  sua  venne  alquanto  modifica- 
ta: così  diverse  principali  cariche  e  altri 
uffizi  assunsero  denominazioni  europee, 
che  in  seguilo  ripoiterò,  come  dirò  del- 
l'antico e  dell'odierno  divano.  Nelle  ma- 
ni del  gran  visir  il  sultano  deposita  tut- 
ta la  sua  autorità;  ed  ecco  come  lo  de- 
scrisse l' Abbondanza. È quelloche  in  tem- 
po di  pace  e  di  guerra  ha  I'  assoluta  di- 
rezione dell'entrate  dell'impero.  Egli  è  il 
giudice  supremo  di  tutte  le  cause  civili  e 
criminali.  Tiene  e  porta  sempreseco  il  si- 
gillo dell'impero,  col  quale  autentica  tut- 
ti gli  ordini  ch'egli  spedisce.  E  vero  che 
le  cariche  più  luminose  della  corte  si  di- 
spensano dal  sultano,  ma  il  monarca  pri- 
ma di  conferirle  sente  il  vizir  azem  ,  e 
molto  suole  deferire  a  que'soggetti  ch'e- 
gli propone  e  raccomanda.  Entra  in  tut- 
ti i  negozi  dello  stato  di  qualunque  specie, 
ed  a  qualunque  dipartimento  apparten- 
gano. In  una  parola  non  ha  limiti  la  sua 
autorità  ,  per  la  quale  è  rispettato  e  te- 
mulo  come  il  sovrano.  Nou  recasi  da  nes- 
suno, uè  alcuno  ardisce  mandarlo  a  chia- 
mare, fuorché  il  sultano.  Quando  tiene  u- 
dienza,o  ricevecomplimeuti  e  visite,  non 
incontra  alcuno  di  qualunque  grado  sia, 
come  non  mai  si  alza  in  piedi  per  compli- 
mentare chiunque;  se  non  che  all'unico 
gran  muftì.  Del  tutto  corrispondeuti  alla 
sua  dignità  sono  il  suo  trattamento  e  ren- 
dite, proprio  dell'elevato  grado.  Ha  un 
kiaja  o  luogotenente  nel  caimacan  o  kai- 
makan  di  Costantinopoli.  Questo  pascià 
dii  .°rango  governatore  di  Costantinopo- 
li, in  assenza  del  gran  visir  assolutamen- 
te governa,  tratta  gli  all'ari  dello  stato  e 
dà  udienza  agli  ambasciatori.  Responsa- 
bile del  suo  operare  è  il  gran  visir  ,  che 
perciò  veglia  sulla  sua  condotta  e  se  des- 
sa  è  biasimevole  tosto  lo  fa  rimuovere  dal 
sultano.  Come  pratico  del  governamene 
e  di  tutti  gli  affari,  il  kaimakan  suole  per 
l'ordinario  divenire  gran  visir.  Questi  a- 
bitu  sontuoso  palazzo  e  serraglio,  aperto 


a  1 8  TUR 

»  tutte  Tore  per  sentite  i  reclami  ilei  piti 
minimo  de'suddili.  La  sua  corte  è  nume  • 
ionissima,  facendola  ascendete  l'Abbon- 
danza a  200  persone  impiegate  a  servir- 
lo in  vari  ufiìri.  La  sua  guardia  composta 
«li  4°o  soldati  j  lo  accompagni  a  piedi 
qu  nido  va  al  di  vano.  Nel  recarsi  alla  guer- 
ra ì'occompagnano  a  cavallo.  IVeopiosi 
t  indumenti  del  visir  azem,  il  pascià  Na- 
suti gran  visir  d'Aclimet  I,  lasciò  moren- 
do 800  milioni  d'oro.  Oltre  le  spese  rag- 
guardevoli pel  suo  mantenimento  deco- 
roso, deve  lai  ne  altre  esorbitanti  di  tem- 
po in  tempo,  quando  ne  comprende  il  bi- 
sogno, con  legali  al  sultano;  alle  sue  oda* 
licite  O  donne  più  favorite;  al  kislar  agasi 
o  kiutzliragà,  capo  degli  eunuchi  neri  e 
guardiano  dell'  odaliche ,  di  grande  in- 
fluenza e  perciò  immense  sono  le  sue  ric- 
chezze, che  alla  sua  morte  sono  devolu- 
te al  chasna  o  erario  pubblico,  capo  ilei 
quale  è  l'eunuco  bianco  cltasnadarbasci  ; 
non  che  deve  regalare  il  bostangibasci  i.° 
giardiniere  capo  di  lutti  i  bostangi  ogiar- 
dimeri  imperiali,  i  (piali  servono  il  sulta- 
no anche  come  rematoti  nel  brigantino 
col  quale  passeggia  o  pesca  nel  canale,  se- 
dendogli accanto  il  bostaugibasci  che  re- 
gola il  timone;  ed  altri  che  godono  la  gra- 
zia del  sultano;  poiché  senza  l'appoggio 
tle'nominati  l'eminente  carica  non  si  può 
fungere  lungamente,  almeno  sino  a  tutto 
il  secolo  passato.  In  quell'  epoca  non  di 
rado  il  gran  visir  correva  pericolo  di  ve- 
l'ersi  presentare  un  cordone  di  seta  per 
strozzarsi,  odi  vedersi  Deli  entrate  del  ser- 
raglio imperiale,  circondare  e  as>alire  dai 
nani  e  muti  del  medesimo,  e  perire  d'or- 
dine del  sultano,  all'improvviso;  poiché 
pel  suo  illimitato  potere  poteva  altrimen- 
ti balzar  dal  trono  il  sultano  ,  onde  per 
lungo  tempo  pochi  visir  azem  morirono 
di  morte  naturale.  Avea  questo  dignita- 
rio 6  consiglieri  detti  visir  del  banco,  per 
siedete  in  un  banco  nel  divano,  con  voto 
soltanto  consultivo.  Altri  visir  erano  di  so- 
lo titolo  onorifico.  Tuttora  il  gran  visir  è 
il  Iuogoleueute  generale  ed  il  rappreseti- 


TUR 

tante  del  sultano,  di  cui  custodisce  i  sigil- 
li. Da  ciò  avviene  che  per  un'antica  eti- 
chetta, acni  i'u  perla  1/ volta  ora  deroga- 
to quando  giunse  a  Costantinopoli  per  la 
guerra  di  Crimea  il  principe  Napoleone, 
egli  non  fa  alcuna  visita  e  nessuno  invi- 
to accetta.  Presiede  il  divano  o  consiglio 
privato,  vocabolo  che  secondo  il  dotto  o- 
rienlalistallainer  trae  origine  dalla  lingua 
araba  o  persiana,  nelle  quali  \n\edemonej 
gli  armeni  pure  gli  danno  tale  significato. 
L'applicazioue  fattane  dagli  arabi,  da'per- 
siani  e  da' torchi  per  indicare  il  loro  con- 
siglio dì  stalo,  è  testimonio,  giusta  1'  e- 
tuttologia  data  da  tutti  i  lessicografi,  del- 
ropinionedi  questi  popoli  intorno  la  qua- 
lità che  debbono  aver  coloro  che  siedono 
capi  dell'amministrazione;  ed  il  nome  di 
divano  pare  non  sia  applicato  a'consigli 
di  stato  se  non  per  indicare  che  coloro, 
ond'  è  composto,  debbono  essere  dotati 
della  forza  e  dell'attività  de  demoni.  La 
parola  demone,  tanto  in  greco,  quanto  in 
tedesco,  s'intende  delta  d'un  genio  qua- 
lunque, d'un  genio  buono,  d'un  genio 
cattivo:  il  senso  più  esteso  che  ha  la  pa- 
rola divano  presso  gli  arabi  e  i  persiani, 
la  fa  applicare  al  consiglio  di  stato  e  ad 
una  raccolta  di  poesie.  Tale  applicazione 
della  medesima  parola  a  due  oggetti  di 
così  diversa  natura,  facilmente. si  spiega 
nelle  lingue  orientali,  dove  sì  frequente 
è  l'uso  delle  metafore.  Indica  che  il  ge- 
nio debb'essere  la  dote  dell'  uomo  chia- 
mato a  governare  i  suoi  simili,  come  an- 
che di  colui  ch'è  destinato  a  vincerli  co- 
gl'incantesimi  e  colla  forza  della  sua  im- 
maginazione. L'Abbondanza  molte  noti- 
zie riunì  nell'articolo  D'wan^  che  qualifi- 
ca consiglio  o  persone  congregate  a  con- 
siglio; perciò  tanto  questa  congregazione, 
quanto  la  camera  ove  si  aduna  a  con- 
gresso dicesi  Divam  Le  persone  che  lo 
componevano  a  suo  tempo  erano.  i.°ll 
visir  azem  presidente,  in  luogo  del  sulta- 
no. 2.0  I  6  ricordali  visir  del  banco,  sem- 
plici consiglieri,  il  visir  azem  essendo  l'ar- 
bitro che  decide  nel  divan.  3.°  1  due  ka- 


TUR 
di-Ieskieri  o  meglio  k  zoster  di  Roma- 
nia e  di  Natòlia  ,  giudici  supremi  delle 
provincie  e  delle  mlizie;  Selim  I  avendo 
soggiogalo  I'  Egitto  a' due  antichi  kadi- 
leskieri  o  kasesker  aggiunse  e  creò  il  3.° 
k  a  ci  i  ieskieri  d'  Egitto.  Quesla  dignità  è 
sagra  e  non  profana,  giacché  di  laicale  non 
lui  altro  che  la  giudicatura  delle  milizie; 
perciò  tutto  il  loro  studio  consìste  nel- 
l'imparar  bene  a  interpretare  l' Alcora- 
no (J\)  o  Corano  o  Rorano,  libro  che 
contiene  le  leggi  del  Maomettismo  (V.)> 
eh 'è  la  religione  dell'Islamismo  ossia  dei 
turchi,  per  poter  da  esso  ricavare  i  lesti 
opportuni  allesentenze,  non  avendo  i  tur- 
chi altro  libro  di  giurisprudenza  uè  ca- 
nonica né  civile  (questa  proposizione  mi 
pare  troppo  generale,  come  si  potrà  in  se- 
guito rilevare  da  quanto  riporterò);  stu- 
dio che  in  Turchia  si  fa  da  tutti  i  giudi- 
ci, come  oltre  quésti  sono  i  mula-kadì 
o  molla  ministri  subalterni  del  muftì  e 
giudici  delle  grandi  ciltà,  cui  spettano  le 
giudicature  di  materie  civili  o  tempora- 
li, ed  alcune  spirituali,  come  matrimoni, 
di  vorzi  e  similpelle  definiscono  brevemen 
te,  secondo  il  comune  stile  di  Turchia  di 
sbrigare  in  breve  qualunque  lite,  rare 
volte  ingerendosi  in  cause  criminali;  i  ka- 
dì  o  giudici  ordinari  delle  città,  che  deci- 
dono le  cause  de'  litiganti,  e  perciò  ben 
istruiti  delle  leggi  dell'impero,  e  pratici 
dell'usanze  e  costumi  de'luoghi,  innanzi 
a'quali  seguono  i  contratti  matrimonia- 
li, dopo  aver  gli  sposi  dall'iman  o  imam 
o  eniaum  sacerdote  parroco  (meglio  mi- 
nistro, non  avendo  sacerdozio  il  maomet- 
tismo), ricevuto  nella  Moschea  (V.)  o 
chiesa  de' turchi  la  benedizione  nuziale, 
seguendo  indi  lo  Sposalizio,  il  che  si  pra- 
tica colle  4  mogli  permesse  dalla  Poliga- 
mia ad  ogni  turco,  oltre  le  concubine  e 
le  schiave,  secondo  la  possibilità.  I  naipi 
poi  sono  i  giudici  de'castelli  e  de'villag- 
gi.  I  quali  giudici  tutti,  in  uno  a'maestri 
della  legge,  non  potino  nelle  cause  deci- 
dere e  sentenziare  ,  ancorché  criminali, 
senza  consultar  l'Alcorano.  I  kadi-leskie- 


TUR 


219 


ri  hanno  l'autorità  sui  mentovati  giudici, 
com4  tra'cattolici  gli  arcivescovi  sui  suf- 
fragane!, preti  e  diaconi  (paragone  che  fa 
l'Abbondanza,  ed  io  trovo  improprio);  in- 
combe ad  essi  spedirli  nelle  provincie,  in- 
sieme agli  hoggiasi,  dottori  e  maestri  per 
insegnare  il  leggere,  Io  scrivere,  ed  i  pre- 
cetti dell'Alcorano;  ed  a'talismani  mini- 
stri inferiori  delle  moschee,  in  aiuto  de- 
gl'iman: nomine  tutte  che  deve  confer- 
mare il  sultano.  Da  kadi-leskiere  suole 
passarsi  a  gran  muftì  di  Costantinopoli. 
Quanto  all'Alcorano,  di  cui  parlai  in  più 
luoghi,  qui  dirò  col  vescovo  Cecconi,/?^- 
tuzione  de'  seminari,  che  il  b.  cardinal 
Rarbarigo  vescovo  di  Padova,  introdus- 
se nel  suo  seminario  lo  studio  delle  lin- 
gue orientali,  inclusivamente  all'arabica, 
persiana  e  turca,  facendo  stampare  il  te- 
sto dell'Alcorano  in  arabo,  colla  versione 
latina  e  le  note  di  confutazione  di  Lodo- 
vico Marracci,  di  cui  abbiamo:  Prodró- 
inus  ad  refutationem  Alcorani,  Romae 
1  69 1  '.Alcorani  textus  universas  arabi* 
co  et  latino  translatio  cum  notis  atque 
refutatione,  Pala  vii  i698.4-°H  g i'a  1  i  def- 
tardar,  co'duedeftardari  minori.  Il  dettar- 
dar  è  il  gran  tesoriere  dell'impero  otto- 
mano, che  tiene  conto  dell'entrata  e  del- 
l'uscita del  chasna  o  erario  pubblico,  per 
cui  sono  presso  di  lui  i  relativi  registri 
delle  rendite  e  spese  dell'impero  o  com- 
putisteria imperiale.  Per  privilegio  ine- 
rente alla  sua  dignità,  tiene  egli  una  del- 
le chiavi  del  chasna  privato,  non  ha  pe- 
rò il  diritto  di  entrarvi,  se  non  glieP  or- 
dina il  sultano,  in  di  cui  potere  sta  il  por- 
tar seco  chi  vuole  quando  va  nel  chasna 
privato.  Ha  il  deftardar  due  altri  dettar- 
dari  suoi  aiutanti  e  dipendenti,  e  per  tut- 
to l'impero  sono  sparsi  molli  di  questi  def- 
tartlari  o  computisti,  che  registrano  tut- 
ti gl'introiti  de'dazi  e  tributi,  per  render- 
ne conto  al  gran  deftardar,  col  quale  pro- 
cedono di  piena  intelligenza  e  sommis- 
sione. 5.°  Il  reis-elTendi  gran  cancelliere 
dell'impero,  pascià  a  3  code,  e  segretario 
distato  pegli  affari  esteri.  A  lui  sono  con- 


2*o  TUR 

segnati  tutti  i  trattati  e  convenzioni  fatte 
da'sovrani  stranieri  colla  Porta  ottoma- 
na. Interviene  a  tutti  i  divani,  e  special- 
mente se  vi  si  deve  trattare  della  pace  o 
della  guerra,  per  cui  egli  tratta  e  negozia 
gli  altari  dell'impero  co'mitiistri  stranie- 
ri. Interviene  alla  conclusione  e  sottoscri- 
zione di  tutti  i  trattati,  ne'  quali  per  lo 
piìiha  la  plenipotenza  del  suo  monarca. 
Questa  carica  suol  conferirsi  a  personag- 
gio esperto,  di  buon  tratto  e  politico:  ha 
sontuoso  appannaggio  e  trattasi  con  i- 
splendidezza  conveniente  al  suo  grado.  Il 
semplice  titolo  di  effendi,  significa  dotto- 
re  di  legge,  usandolo  gl'impiegati  prima- 
ri delle  magistrature  e  della  burocrazia. 
6.  11  netangi  segretario  del  divano  mede- 
simo e  che  ne  registra  gli  atti,  senza  aver 
voto  ne  consultivo  né  decisivo,  intimando 
di  presentarsi  ad  esso  quelli  che  occorro- 
no. Tutti  i  nominati  si  adunavano  nella 
sala  del  divano  in  giorni  determinati  per 
discutere  gli  affari  pubblici  ed  i  privati, 
rendendo  giustizia  in  appello  sì  nel  civi- 
le e  sì  nel  criminale  prontamente.  Seb- 
bene abbia  parlato  con  l'Abbondanza  in 
tempo  presente,  il  descritto  è  l'antico  di- 
vano; del  presente  e  de'ministri  che  ora 
lo  compongono,  vado  a  riferirlo.  Secondo 
l'Abbondanza, il  sultanoassiste  quasi  sem- 
pre al  divano,  in  una  piccola  galleria  che 
lia  una  finestra  corrispondente  alla  sala 
del  divano,  con  avanti  una  bandinella  di 
velluto  cremisi.  Tutto  vede  e  tutto  sente, 
senz'essere  veduto,  soggezione  che  mag- 
giormente impegna  il  di  vanoa  fare  giusti- 
zia, nel  dubbio  che  il  sovrano  realmente 
vi  assista,  dovendo  poi  rendergli  esalto 
conto  del  discusso  e  dell'operato.  Certa- 
mente il  gran  visir  presiede  il  consiglio  pri- 
vato, e  ogni  cosa  viene  per  suo  mezzo  pre- 
sentata alla  sovrana  sanzione;  nulla  è  de- 
ciso proprio-motu,  che  non  passi  in  sue 
mani  per  l'esecuzione.  Al  gran  visir  sono 
conferiti  i  poteri  in  virtù,  d'un  khatti-che- 
rif,  a  lui  diretto  dal  sultano  quando  l'in- 
nalza al  visirato.  I  suoi  ordini  portano  il 
nome  di  firmava  o  fermarli ,  parola  per- 


TUR 

siana  che  secondo  altri  significa  ordine  e 
comando.  Egli  risiede  ofticialmente  alla 
Porta  ottomana  (in  turco  Pacha-Ca- 
pòucci,  la  Porta  del  Pacha  o  Pascià), 
nomesottocui  viene  comunemente  indi- 
cato il  governo  e  gabinetto  turco.  Dice- 
si  ancora  Sublime  Porta,  e  ne  parlai  an- 
che nel  voi .  XV 1 1 1,  p.  9  e  66,  dicendo  del 
serraglio  o  palazzo  imperiale  e  sue  porte, 
e  che  il  vocabolo  equivale  a  Corte.  L'Ab- 
bondanza descrivendo  il  Serray ,  detto 
volgarmente  Serraglio,  gran  palazzo  reti- 
denziale  del  sultano  in  Costantinopoli,  di- 
stingue 3  palazzi  imperiali.  Il  serraglio  o 
ippodromo  fabbricato  da  Ibraim  pascià 
genero  di  Solimano  II  ,  che  serviva  per 
anfiteatro  delle  pubbliche  giostre  e  altri 
festivi  combattimenti, e  particolarmente 
per  la  Circoncisione  del  Chez-Ade  o  ere- 
de presuntivo  dell'  impero.  Il  serraglio 
propinquo  alla  residenza  sovrana,  chia- 
mato Eski-Serrai,  cioè  serraglio  vecchio, 
ove  si  racchiudono  la  madre,  le  sorelle  e 
le  donne  de'defunti  sultani,  se  alcuno  dei 
pascià  non  le  sposa,  ovvero  non  le  pren- 
da il  successore.  Il  3.°  serraglio  detto  il 
serraglio  nuovo  è  quello  ove  colla  sua  nu- 
merosissima corteabita  il  sultano, magni- 
fica e  sontuosa  reggia,  però  bizzarra  e  ir- 
regolare, che  l'Abbondanza  disse  abitata 
daio,ooo  persone,  essendovi  i  chasna  o 
tesori  pubblico  e  privato,  la  moschea,  l'ha- 
rem deliziosissimo,  il  divano  ec.  La  sua 
porta  maggiore  è  tanto  pregievolepe'tur- 
chi,  che  da  essa  la  corte  ottomana  ha  de- 
sunto il  nome  di  Porta  ottomana  e  di  Su- 
blime Porta.  11  Dizionario  delle  ori- 
gini ecco  come  spiega  la  Porta  ottoma- 
ria.  Nome  che  si  dà  alla  corte  del  Gran  Si- 
gnoreealla  sede  stessa  dell'autorità.  Que- 
st'uso viene  da'turchi  medesimi,  che  qua- 
lificano in  tal  modo  la  corte  del  loro  im- 
peratore; e  anche  gli  stessi  sultani  fanno 
uso  di  quel  vocabolo  nelle  spedizioni  più 
importanti ,  e  massime  nelle  lettere  che 
per  parte  loro  s'inviano  alle  altre  poten- 
ze. Quella  denominazione  trae  la  sua  o- 
rigine  da' califfi  successori  di  Maometto, 


TUR 

Si  sa  che  que'piincipi  riunivano  nelle  lo* 
io  persone  la  qualità  di  ponlefìcee  quel- 
la d'imperatore,  e  ch'erano  supremi  ca- 
pi della  religione  e  dell'impero  de'mus- 
sulmaui.La  politica  di  que'wonarchi  che 
trovarono  il  loro  conto  a  farsi  adorare  in 
certo  qual  modo  da'loro  sudditi,  credeva 
di  non  potere  mai  spingere  le  cose  al  di 
là  del  dovere  a  questo  riguardo.  JVlosta- 
dem  o  Mostazem,  l'ultimo  califfo  della 
razza  degli  Abbassidi  del  1 243,  fece  inse- 
rire nella  soglia  della  porta  principale  del 
suo  palazzo  residenziale  di  Bagdad  un 
frammento  della  famosa  pietra  itera  del 
tempio  della  Mecca.  Quella  pietra, secon- 
do i  maomettani,  era  stata  mandata  dal 
cielo  ad  A  bramo,  allorché  edificava  la  ca- 
sa di  Dio,  che  diventò  poi  il  famoso  san- 
tuario mussulmano  della  Mecca;  e  gli  stes- 
si maomettani  pretendono  che  di  bianca 
ch'essa  era,  diventò,  nera  pe'peccali  degli 
uomini.  Quella  soglia  era  alquanto  eleva- 
ta, e  non  si  entrava  nella  porta  se  Don  che 
a  ginocchi,  o  anche  col  corpo  prosteso  in 
terra,  dopo  di  avere  più  volle  applicata 
la  fronte  e  la  bocca  a  quella  pietra  riguar- 
dala come  sagra.  Inolile  al  frontespizio  o 
al  luogo  più  eminente  di  quella  porta  vi 
avea  un  pezzo  di  velluto  nero  attaccato 
alla  volta  slessa,  che  pendeva  sino  quasi 
a  terra,  e  a  questa  lutti  i  grandi  della  cor- 
te rendevano,  non  meno  che  alla  detta 
pietra  nera,  onori  straordinari,  strofinan- 
dogli occhi  sull'una  e  sull'altra, e  bacian- 
do l'una  e  l'altra  col  più  profondo  rispet- 
to. Coloro  persino  che  non  aveano  alcun 
aliare  a  trattare  o  discutere  nel  palazzo, 
venivano  espressamente  a  quella  porta 
per  tributarle  quegli  onori,  e  con  questo 
credevano  di  fare  la  loro  corte  al  califfo 
medesimo.  La  porta  del  califfo  con  quel 
pezzo  di  velluto  avea  altresì  la  denomi- 
nazione di  manica  del  califfo.  A  poco  a 
poco  col  lasso  del  tempo,  una  porta  tan- 
to venerabile  e  tanto  rispettabile  pe'mao- 
mettani,  fu  nominata  la  Porta  per  anto- 
nomasia, o  la  Porta  semplicemente  per 
eccellenza;  quindi  pigliossi  nell'ordinario 


TUR  221 

costume  quel  nome  di  porta  per  il  palaz- 
zo stesso,  per  la  corte,  per  il  soggiorno  del 
principe  e  per  la  sede  stessa  dell'autori- 
tà. Quell'uso  fu  adottato  da  lutti  i  sulta- 
ni turchi,  che  detronizzarono  que'sovra- 
ni  pontefici,  e  ad  essi  successero  nell'au- 
torità spirituale  e  temporale,  evi  aggiun- 
sero gli  epiteti  di  Sublime  e  di  Ottoma- 
na. Del  rimanente  gl'imperatori  turchi 
non  sono i  soli  monarchi  d'oriente, chead 
imitazione  de'caliiH  abbiano  dato  alla  lo- 
ro corte  il  nome  di  Porta,  poiché  i  reo 
sciali  di  Persia  si  servono  dello  stesso  vo- 
cabolo a  un  dipresso  nel  medesimo  signi- 
ficato. Il  cheikh-ul-islam  o  muftì  rap- 
presenta il  sultano  nell'ordine  religioso  e 
iiell'  amministrazione  della  giustizia.  La 
sua  attribuzione  propria  è  d'interpretare 
la  legge:  gli  atti  emanati  dalla  sua  prero- 
gativa portano  il  nome  A'\fetvas.\\  fetvas 
propriamente  detto  non  è  uu' ordinanza, 
ma  una  forinola  destinata  a  legalizzare  gli 
atti  della  sovrana  autorità,  dichiarando, 
che  essi  niuna  disposizione  contengono 
che  sia  contraria  al  testo  dell'Alcorano. 
L'Abbondanza  chiama  la  fetvas  col  voca- 
hiAo  fcfta  t  e  la  dice  decisione  che  fa  in 
iscritto  il  muftì  consultato  sopra  qualun- 
que affare;  e  siccome  i  turchi  non  fanno 
cosa  senza  consultar  la  legge,  questo  uni- 
camente spettando  al  muftì,  quindi  sono 
continui  i  ricorsi  che  a  lui  si  fauno  in  i- 
scritlo  e  su'quali  egli  stende  la  decisio- 
ne, come  se  possa  farsi  il  ripudio  d'  una 
moglie  per  sposarne  altra,  se  un  debi- 
tore non  può  soddisfare  i  debiti  possa 
la  legge  punirlo  nel  corpo,  ec.  ;  tenendo 
perciò  una  prodigiosa  quantità  d'ama- 
nuensi e  segretari  divisi  in  dipartimen- 
ti. Nelle  cause  poi  di  slato,  e  specialmen- 
te quelle  che  richiedono  segreto,  fa  tut- 
to da  se  dopo  aver  diligentemente  stu- 
diato l'Alcoi  ano,  stendendo  il  fefta  ragio- 
nato e  sempre  appoggiato  a'decreti  del- 
la legge.  Cause  gravi  e  serie  pel  muftì  so- 
no la  pace  e  la  guerra,  se  debba  o  no  de- 
tronizzarsi il  sullanOjSe convenga ono  per 
le  circostanze  ovvero  per  un  delitto  far 


222  TUR 

morire  un  principe  imperiale,  o  un  pascià 
ragguardevole,  ia  madre  ilei  Stillano  o  la 
matite  ilei  suo  primogenito.  Fattoli  per 
queste  cause  dal  muftì  il  iella  lo  consegna 
al  sultano,  o  al  divano  o  a' ribellati,  se- 
condoda  chi  gli  è  stato  ordinato.  Dice  in- 
dire l'Abbondata*:  B  riserva  sulla  p;u:e 
esulla  guerra,  cheoidinariamentedipen- 
cleva  dal  volere  della  milizia,  tutti  gii  al- 
ili furono  tenuti  sì  sacrosanti  che  non  vi 
è  esempio  che  non- fossero  stati  eseguili  i 
fefla.  Da  questi  derivavano  le  maggiori 
ricchezzeal  muftì,  perchè  ingegnosa  nien- 
te adattava  i  fefla  secondo  l'inclinazione 
del  sultano,  «lei  divano  e  de!  popolo.  An- 
ticamente più  fefla  furono  fata  i  a  diver- 
si sultani,  come  ad  Ostnano  o  Ottomano 
Ile  II>raim,aVisir  azem,  a'prineipi  impe- 
linli,alle sultane  validèeomeaRiosem  sot- 
to Mehemel  o  Maometto  IV.  1  muftì  so 
nocogli  ulema,  de'quali  sono  i  capi,  gl'in- 
terpreti della  legge  e  dell'Alcorano.  Ve 
ne  sono  vaii  in  lutto  l'impero  e  special- 
mente nelle  metropoli  e  capiluoglii  di 
pi'ovincie.  Il  principale  e  capo  di  tulli  i 
muffì  è  il  multi  dì  Costantinopoli  o  gran 
muftì,  capo  della  religione  ottomana  ,  e 
come  impropriamente  lo  chiamano  alcu- 
ni, sommo  sacerdote  della  sella  maomet- 
tana. Si  crea  dalsultano,e  si  sceglie  da  uno 
dei  kadi-leskieri, secondo  l'Abbondanza,  il 
quale  aggiunge  che  la  ceremcnia  del  ka- 
di-leskiere  assunto  alla  dignità  di  gran 
muftì,  consiste  nel  presentarsi  al  sultano 
■vestito  d'una  preziosa  veste  di  zibellini, 
dallo  stesso  monarca  donatogli  nel  pro- 
muoverlo. iN'ella  Storia  Bizantina,  t.  8, 
De  rebus  Tur  eie is}  viene  definito  il  muftì 
di  Coi[auÌ\no[)o\\:JurisetR€ligioiasrwjc. 
Infatti,  al  modo  detto,  egli  s'ingerisce  nel 
li  vile,  nel  criminale,  negli  affari  di  stato, 
in  quelli  piivati  e  nelle  materie  religio- 
se. Non  solo  egli  è  veneratoda'turchi,  ma 
la  sua  famiglia  viene  considerata  di  san- 
gue sagro.  Il  sultano  e  il  gran  visir  ehe 
non  si  alzano  mai  in  piedi  per  ricevere  o 
accompagnare  alcuno,  pure  il  sultano  si 
leva  in  piedi  alla  venula  del  muftì,  ed  il 


T  U  R 
visir  sino  a  una  certa  disianza  l'accom- 
pagna. Di  sua  potenza  già  parlai  ;  come 
supremo  primate  della  setta  maomettana, 
a  lui  sono  sottoposte  la  maggior  parte 
delle  cariche  che  hanno  rappoi  lo  alla  re- 
ligione,  anzi  ha  il  diiitto  di  conferirne  al- 
dine nelle  moschee  imperiali.  Osserva 
!'Abbondanza,che  questa  è  la  dignità  più 
elevala  tra'lurchi  per  venerazione,  auto- 
rità e  ricchezze,  e  che  dillicihneute  si  de- 
pone e  si  uccide.  Sotto  però  Mustafà  li 
il  muftì  fu  deposto,  e  dopo  dichiarato  pa- 
scià ili  Sofia,  cioè  degradato  e  dal  foro  sa- 
gro traslato. al  laico,  gli  fu  mozzata  la  te- 
sla  e  gettalo  nel  fiume,  lasciando  3o  mi- 
lioni di  piastre,  che  secondo  le  leggi  del- 
l'impero furono  devolute  al  chasna  o  e- 
rario.  Sotlo  Abdul-Hamed  o  Acmet  IV 
furono  deposti  5  gran  muftì.  Nella  gerar- 
chia il  gran  muftì  occupa  lo  slesso  grado 
del  gran  visir,  e  come  lui  assieme  al  tito- 
lo di  altezza  ha  un  assegno  mensile  di 
i  00,000  piaslre  turche.  11  gran  visir  e  il 
muftì  formano  co'mtnistri  di  stato  e  al- 
cuni altri  dignitari,  a  venti  grado  di  mini- 
stri, il  divano  o  consiglio  privalo.  Il  di  va- 
no attuale  è  composto  ordinariamente  co- 
me segue.  Gran  visir,  presidente,  Sadri- 
azarn  ;  JMufiì,  Cìieikk-ul-islaiii  j  Séra- 
sckier,  ministro  della  guerra,  col  qual  no- 
me fu  detlo  anche  il  generale  d'armata; 
Capitan  o  Capitatati  pascià,  ministro  del- 
la marina  (l'Abbondanza  lo  dice  grande 
ammiraglio  e  una  delle  4  p'ù.  ragguarde- 
voli cariche  dell'impero,  e  dopo  il  gran 
visir,e  che  soleva  essere  anco  Beglierbey 
o  viceré  di  qualche  provincia  e  per  lo  più 
di  Terraferma  che  conteneva  i  3  sangiac- 
chi  o  governi,  e  dell'  Arcipelago);  gran 
maestro  dell'artiglieria,  governatore  ge- 
nerale di  tutte  le  fortezze;  ministro  degli 
affari  esteri,  l'antico  reiè -effendi,  chiama- 
to KharidcuijCc-naziri;  ministro  delle  fi- 
nanze, o  l)  in  uri  malie -naziri j  ministro 
del  commercio  ,  agricoltura  e  de'  lavori 
pubblici,  Tidjn rel-naziri ^'intendente  ge- 
nerale della  zeeca,ZrtW^*MzV7iMf/»W.;in- 
tendente  generale  de' facouf,  o  beni  del- 


TUR 
le  moschee  e  fondazioni  pie,  Evkaf-nazi- 
ri;  consigliere,  Mustechar,  del  gran  vi. 
sir,  che  esercita  le  funzioni  di  ministro 
dell'interno;  e  del  ministro  di  polizia,  Za- 
btijw-muchiri.  Vi  ha  pure  il  primo  in- 
terprete della  Sublime  Porta,  Terdju- 
mani-divani-humaioum.  Ad  ognuno  di 
questi  ministeri,  se  si  eccettuano  i  mini- 
stri degli  alfari  esteri  e  dell'interno,  l'in- 
tendenza delle  zecche  e  de'beni  delle  mo- 
schee, sono  addetti  de'consigli  permanen- 
ti co' propri  presidenti,  che  preparano  i 
progetti  di  uiiglioramenli.il  i.°eil  più  im- 
portante di  questi  consigli  è  quello  di  sla- 
to e  di  giustizia,  o  consiglio  supremo,  sta- 
bilito nel  1 84o,  il  cui  presidente  è  per  di- 
ritto membro  del  consiglio  privalo.  Inol- 
tre vi  sono  per  la  giustizia  3  tribunali,  cioè 
la  corte  suprema  delle  provincie  d'Euro- 
pa, quella  delle  provincie  d'Asia,  e  la  cor- 
te suprema  di  Costantinopoli,  ciascuna  a- 
vente  il  suo  presidente.  Le  cariche  princi- 
pali  di  corte  sono  le  seguenti:  gran  mae- 
stro del  palazzo  imperiale  e  capo  degli  eu- 
nuchi; primo  iman;  gran  ciambellano; 
gran  maestro  di  ceremonie;  primo  segre- 
tario del  palazzo;  primo  referendario;  te- 
soriere di  sua  Maestà;  gran  scudiere;  a- 
iutanle  generale  di  campo  di  sua  Mae- 
stà; primo  aiutante  di  campo;  capo  degli 
eunuchi  bianchi;  gran  maestro  della  cor- 
te; maestro  della  guardaroba;  primo  pag- 
gio di  sua  Maestà,  capo  de'paggi  iciogla- 
TW.Riguardo  all'amministrazione  la  Tur- 
chia è  divisa  in  36  Eyalet  o  grandi  go- 
verni o  governi  generali,  i  cui  ammini- 
stratori hanno  il  titolo  di  wfip/dicài  1  5  in 
Europa,  18  in  Asia,  e  3  in  Africa.  Que- 
sti governi  generali  sono  suddivisi  inno 
provincie  chiamate  Livas  o  Sandjak,  non 
comprese  le  suddivisioni  di  Egitto  e  le 
provincie  tributarie:  alla  tesla  de  livas  o 
provincie,  sono  posti  decaimakano  vice- 
governatori. I  Livas  sono  divisi  in  Cazas 
o  distretti,  e  questi  in  Nahiycs,  formati 
da  villaggi,  casolari  e  capanne.  Ecco  se- 
condo l'ultima  edizione  de\Y  Almanacco 
imperiale  di  Costantinopoli }  la  nomen- 


T  U  R  2?3 

datura  officiale  de' governi  generali  coi 
loro  capiluoghi  e  sedi  di  governo:  quelli 
che  distinguerò  in  corsivo  hanno  speciali 
articoli;  gli  altri  pure  ne  hanno,  per  le  cit- 
tà vescovili  che  comprendono  o  che  fu- 
rono un  tempo,  anzi  secondo  la  discrepan- 
za delle  nomenclature  diverse,  di  diversi 
o  tutti  certamente  ne  parlai,  ma  doven- 
do seguire  le  denominazioni  de\V  Alma- 
nacco non  potei  chiarirle  tutte.  In  Euro- 
pa sonovi  \5  eyalet,  14  livas  e  376  ca- 
zas. Gli  eyalet  si  chiamano:  i.°In  Tracia 
governo  generale,  Ed  irne  o  Audrinopo- 
li,  capitale  o  sede  del  governo  Amlrino- 
poli  o  Adrianopoli:  tolta  neli36o  da  A- 
murat  la'greci,  di  venne  la  sede  dell'impe- 
ro de'turchi  nel  i366  e  continuò  ad  es- 
sere la  residenza  de'sultani  sino  alla  pre- 
sa di  Costantinopoli  fatta  da  Maometto  fi 
neh 4^3;  oggi  è  la  a."  città  dell'impero 
ottomano.  2.0  Silistrè  o  Silistria,  in  Bul- 
garia, con  Rustchuk  o  Rustsciuk  ossia 
Nicopoli  per  sede  del  governo  e  capoluo- 
go. 3."  Boghdan  in  Moldavi at  con  Jas.y 
per  sede  del  governo.  4°  Effak  in  Falac- 
chia,  con  Ruckarest  sede  di  governo  e  ca- 
poluogo. 5.°  Vidin  o  Widdino,  con  Vidi- 
no  sede  di  governo  e  capoluogo.  6.°  Nich 
o  Nissa,  con  Nissa  sede  di  governo  e  ca- 
poluogo.7.°Uskupin  Albania  .con  Uskup 
o  Scopia  sede  di  governo  e  capoluogo. 
8.°  Relighgrad  o  Belgrado,  con  Belgra- 
do (di  cui  riparlai  a  Scardola  e  Semen- 
DRiA)sededi  governo,  capoluogo  e  fortez- 
za. g.°  Syrp  o  Servia,  con  Belgrado  città 
sede  di  governo  e  capoluogo.  1  o.°  Bosna 
o  Bosnia  in  Bosnia  e  Croazia  (di  cui  ri- 
parlai a  Sirmio),  con  Bosnia  Serai  o  Se- 
raievo  sede  di  governo  e  capoluogo.  1  i.° 
Rumili  o  Romelia,  in  Albania  e  Mace- 
donia, con  Monastir  sede  di  governo  e 
capoluogo-.comprende  la  capi  tale  Costan- 
tinopoli, metropoli  dell'impero  ottoma- 
no dal  i453.  i2.°Jania  o  Giannina  in  E- 
piro,  con  Jannina  sede  di  governo  e  ca- 
poluogo. i3.°Selaniko  Salonicoo  Tessa- 
lo nica,  in  Macedonia  e  Tessaglia,  con 
Salo  nico  sede  di  governo  e  capoluogo.  1 4." 


224  TUR 

Duzair  o  Arcipelago,  con  Larnaca  o  iso- 
la di  Rodi  seile  ili  governo  e  capoluogo. 
1 5.°Kryi  o  Creta  o  CandiaoG*mmt  con 

Candia  sede  ili  governo  e  capoluogo.  In 
Asia  sonovi  1 8  eyalet,  78  livas  e  858  ca- 
zas.Gli  eyalet  si  chiamano:  1 6.°Castamou- 
ni  o  Castamuni  o  Kastaiuonim  in  Pata- 
gonia, con  Castamuni  o  Germanicopoli 
sede  di  governo  e  capoluogo.  1  y.°Rouda- 
vendguiar  in  Bitinia,con  Brusa  o  Prusa 
sede  di  governo  e  capoluogo.  1 8.°Aidin  in 
lidia,  con  lzmir  o  Smirne  sede  di  go- 
verno e  capoluogo.  ig.°Cararam  mFrigia 
e  Pam  fi  Ha,  con  Koniah  o  Iconio  sede  di 
governo  e  capoluogo.  20.0  Adana  in  Citi- 
ria,  con  Adana  sede  di  governo  e  capo- 
luogo.2  1 .°  Bozouq  o  Bozuk  o  Juzghat  in 
Cappa  doriamoli  Bozouq  o  Juzghat  sede 
di  governo  e  capoluogo  (in  altre  notizie 
statistiche  e  in  quelle  del  Saxe  Gotha  t\n- 
vece  di  tale  governo,  ohe  spetta  al  turco* 
mano  d'origine Tchapan-Óglu,governa- 
tore  in  nome  della  Porta  e  da  essa  per  più 
rapporti  quasi  indipendente,  trovo  Ango- 
ra in  Cappadocia,  chiamata  anche  An- 
ciraxU'è  il  capoluogo  e  di  cui  riparlai  nel 
voi.  LI, p.  324).  22.°SivasoRum  in  Cap- 
padocia, con  Sivas  o  Sebaste  sede  di  go- 
verno e  capoluogo.  23.°  Tarabezoun  o 
Trebisonda  nel  Ponto  e  Colchide  (di  cui 
riparlai  a  Mihgrelia  eTosorr),  con  Tre- 
bisonda  sede  di  governo  e  capoluogo.  24.° 
Erzerouni  in  Armenia,  con  Erzerum  se- 
de di  governo  e  capoluogo.  25.°  Kurdi- 
stan (turco,  essendovi  pure  il  Kurdistan 
di  Persia),  con  Van  in  Armenia  sede  di 
governo  e  capoluogo  (il  Kurdistan  turco 
forma  i  pascialatici  di  Mosul  e  di  Chehre- 
zour,  e  di  alcune  parti  di  quelli  di  Van  e 
Bagdad ,  e  pare  che  comprenda  pure 
Diarbekir).  26. °  Karberout  nella  Sofe- 
na  e  Comagena  parte  della  Siria ,  con 
Karberout  sede  di  governo  e  capoluogo. 
27.0  Halep  o  A  leppo  nella  Siria,  con  A- 
leppo  o  Ber  rea  sede  di  governo  e  capo- 
luogo. 28. °  Saida  o  Sidone  in  Fenicia  e 
Palestina,  con  Bairut  o  Berito  sede  di 
governo  e  capoluogo.  29.0  Chaia  0  Da- 


TUR 
masco  nella  Sìria  e  Osroena  ,  con  Da- 
masco sede  di  governo  e  capoluogo:  com- 
prende il  sangiaccato  di  Gerusalemme. 
3o.°  Mostul  in  Assiria,  con  Mossiti  sede 
di  governo  e  capoluogo.  3i.°  Bagdad  in 
Babilonia,  con  Bagdad  sede  di  governo 
e  capoluogo.  32.°  Habech  o  Abissiuia  nel- 
V Arabia  e  Etiopia, con  Diida  o  D Jeddah 
sede  di  governo  e  capoluogo.  33/  Ilar- 
romi-Nabevi  o  Haremi-Nebevi,  o  Hedjaz 
o  Medina,  con  Medina  e  Mecca  sedi  di 
governo  e  capoluoghi:  di  questa  e  di  Me- 
dina poi  riparlerò.  In  Africa  i  seguenti 
3  eyalet,  suddivisi  in  17  livas  e  86  cazas. 
34.°  Misi-,  Egitto,  con  Cairo  sede  di  go- 
verno e  capoluogo.  35.°  Tripoli  d'Afri- 
ca, con  Tripoli  sede  di  governo  e  capo- 
luogo. 36.°  Tunisi, con  Tunisi  sede  di  go- 
vernoe capoluogo. Ripeto  che  oltre  gl'in- 
dicati  articoli,  innumerabili  sono  quelli 
che  scrissi  sulle  regioni,  città  e  luoghi  del- 
la Turchia  Europea,  Asiatica  e  Africana; 
di  alcuni  ne  feci  superiormente  ricordo, 
ed  altri  li  andrò  rammentando  all'op- 
portunità. I  governatori  generali  posti  al- 
la lesta  degli  eyalet  o  grandi  governi,  so- 
no come  i  prefetti  della  Francia  riguar- 
do alle  loro  funzioni  edalla  estensione  del 
loro  potere;  ed  i  caimacam  corrispondo- 
no a'sotlo-prefetti.  I  cazas  o  disi  retti  so- 
no amministrati  ùa'mudir,  assistiti  da  un 
consiglio  di  notabili:  i  nahi/ès  tW/noiik- 
tars  o  kodia -bachi?  9  eletti  dagli  abitan- 
ti e  facenti  ad  un  tempo  le  funzioni  di  ma- 
gistrato comunale  e  di  ricevitore.  Debbo 
inoltre  avvertire,  che  dicesi  Pascialatico 
o  Bascialatico  il  governo  d'un  pascià  o 
Lascia,  d'una  provincia;  e  SangiaccatoW 
governo  generale,  corrispondente  a  go- 
verno provinciale.  1  P ascia, PachaoBas- 
sa  sono  i  grandi  dell'impero,  e  pascià  si- 
gnifica grande.  Oltreché  i  primari  mini- 
strie magistrati,  tutti  i  costituiti  nelle  più 
eminenti  cariche  devono  essere  pascià, 
così  tutti  i  più  cospicui  governi  devono  es- 
sere governati  da'pascià.  Vi  sono  i  pascià 
di  1. "rango  e  per  distintivo  hanno  iu  cer- 
te funzioni  3  Stendardi  (al  quale  artico- 


T  U  II 

Io  no  ripat  lai)  per  insogna,  rappresentali 
ila  3  code  di  cavallo,  e  perciò  chiamatisi 
pascià  a  3  cocfe/que'di  2.0  rango  ne  han- 
no solamente  due;  e  que'di  3.°  rango  un 
Solo  stendardo  con  U  uà  coda.  I  pascià  nel- 
la monarchia  ottomana  rappresentano  i 
duchi,  i  principi,  i  baroni  degli  stati  eu- 
ropei, cioè  il  ceto  più  nobile.  I  piti  poten- 
ti e  ragguardevoli  pascià  erano  il  visir  a- 
zem,  il  caimacan,  l'agà  degli  estinti  gian- 
nizzeri, e  il  capitan  pascià^  per  la  loro  au- 
torità talvolta  detronizzarono  i  sultani, 
ina  appunto  per  la  loro  possanza,  i  sulta- 
ni ad  ogni  piccolo  sospetto  fecero  loro  to- 
gliere la  vita,  ed  il  simile  praticarono  co- 
gli altri  principali  pascià  della  corte  o  dei 
governi  ,  massime  i  pascià  beglierbey  o 
beyglerbey  ossiano  i  viceré.  Se  questi  e- 
rano  troppo  amati  da'popoli,riceveauoia 
premio  il  fatale  cordone  di  seta  per  stroz- 
zarsi; se  prepotenti  e  ingiusti  si  arricchi- 
vano, quali  rei  venivano  decapitati.  Tali 
punizioni  anticamente  si  riceveanocon  di- 
vozione e  ilarità,  baciando  il  cordone,  e 
poi  con  animo  tranquillo  si  lasciavano 
strangolare.  Ciò  avveniva  quando  i  tur- 
chi credevano,  che  il  morire  per  la  quie- 
te e  sicurezza  dell'impero  e  dell'ira  pera- 
tore  era  lo  stesso  che  volare  in  paradiso 
o  morire  come  martiri.  Era  il  cu  pigi  (uno 
de'custodi  delle  porte  esteriori  del  serra- 
glio,eapode'quali  era  ilcapigibasci), l'am- 
basciatore funesto  che  il  sultano  inviava 
col  suo  ordine  scritto  a'pascià  che  vole- 
va strozzati,  sentenza  autenticata  da  un 
fefla  del  muftì.  Il  decreto  veniva  ricevu- 
to con  rispetto  e  posto  sul  capo  dicendo- 
si: Si  faccia  la  volontà  del  Signore  Iddio 
e  del  mio  imperatore.  Il  condannato  do- 
mandava circa  3  ore  di  tempo  per  conge- 
darsi da'parenti  e  fare  il  bagno,  per  mo- 
rire più  netto.  Indi  ilcapigi  presentava  il 
terribile  cordone  al  pascià,  il  quale  se  Io 
poneva  al  collo,  e  dopo  fatta  breve  ora- 
zione, con  raccomandarsi  a  Dio  per  l'in- 
tercessione di  Maometto,  due  suoi  servi 
lo  strozzavano  e  poi  gli  tagliavano  la  te- 
sta ,  che  portavasi  al  sultano  per  docu- 

VQL.  LXXXl. 


T  U  R  225 

mento  dell'  eseguita  seutenza,  se  al  me  ■ 
desialo  premeva  di  averla.  I  figli  de'pu- 
niti  pascià  e  di  quelli  che  morivano  na- 
turalmente, non  solo  vivente  il  padre  non 
potevano  sorpassare  la  carica  di  capitano 
di  vascello,  non  permettendosi  il  loro  in- 
grandimento, ma  alla  sua  violenta  o  na- 
turale morte  non  venivano  sostituiti  nel- 
le cariche  da  lui  occupate,  ne  ereditava- 
no le  sue  ricchezze,  le  quali  erano  devo- 
lute al  chasna;  solo  talvolta  se  ne  die  per 
grazia  piccola  porzione  alla  vedova,  qua- 
lora questa  fosse  figlia  o  sorella  del  sul- 
tano regnante.  Gli  orfani  figli  de'  morti 
pascià  venivano  ammessi  nel  serraglio  tra 
i  paggi  icioglami,  e  col  tempo  ottenevano 
cospicue  cariche  e  ricchezze ,  se  favoriti 
da'ioro  meriti  o  dalla  fortuna.  Tra'pag- 
gi  icioglami  si  collocavano  i  figli  de'cri- 
stiani  di  circa  7  anni,  avuti  per  tributo  o 
presi  in  guerra,  ove  si  educavano  e  istrui- 
vano; i  meno  belli  e  senz'  ingegno  chia- 
ma vansi  azoglami,e  si  destina  vano  a'me- 
stieri,  a'bagni,  alle  porte  e  alle  leguare. 
Ora  tutti  i  figli  de'pascià  e  degli  ufficiali 
superiori  portano  il  titolo  di  bey;  e  tutti 
gli  ufficiali  militari  della  5.a  classe,  e  gl'im- 
piegati nell'amministrazione  di  2. a  classe 
della  corte  portano  il  titolo  di  agà  :  di- 
versi figli  di  pascià  sono  anch'essi  pascià. 
L'onorevole  titolo  di  bey  significa  signo- 
re ragguardevole, e  anche  capitano  di  va- 
scello. Agà  significa  signore,  titolo  che  si 
dà  pure  alla  maggior  parte  degli  ufficia- 
li dell'armate,  ea'governatori  delle  piaz- 
ze sotto  i  pascià.  L'agà  o  colonnello  dei 
giannizzeri  era  il  più  potente  dopo  il  muftì 
eil  visir, si  presentava  al  sultano  colle  ma- 
ni sciolte  e  in  aria  baldanzosa,  mentre 
tutti  gli  altri  grandi  si  presentavano  eoa 
portamento  umile  e  le  mani  incrociate 
sul  petto  a  guisa  di  schiavi.  Sangiaccato 
è  titolo  di  governo,  e  sangiacco  signifi- 
ca governatore,  perchè  i  sangiacchi  nel- 
le pubbliche  comparse  delle  città  da  loro 
governate,  per  distintivo  si  fanno  prece- 
dere da  uno  stendardo  chiamato  San- 
giack.  Sono i  sangiacchi  pascià  di  2.°ran- 
i5 


216  T  D  R 

go  t  due  code,  ed  cigni  sangiaccoc  subor- 
dinato al  beglieibey  o  viceré  di  sua  pro- 
vincia. Mutselhm  o  molsallam,  deposi- 
tario dell'autorità,  dicesi  il  governatore 
il' una  città. 

Dissi  che  nell'impero  ottomano  si  com- 
prende l'Bedjai  in  Arabia, contrada  del- 
la costa  occidentale  di  quella  regione,  die 
comprende  la  maggior  parte  della  costa 
orientale  del  golfo  arabico,  cioè  da  Mali 
sino  all'estremità  settentrionale  del  golfo 
tli  Suez.  Il  suo  nome  significa  in  arabo 
paese  del  pellegrinaggio,  per  quello  che 
si  fa  nella  sua  parte  più  importante  di  Be- 
ledel  Harem,  Terra  santa  de'maomet- 
tani,  ove  stanno  le  città  di  Medina,  Mec- 
ca e  di  Djeddah.  Numerose  isole  ed  una 
infinità  di  scogli  sono  sparsi  sulle  coste  del- 
l'Hedjaz.  Il  suo  nord-est  era  l'antica  A- 
rabia  Petrea,  in  cui  si  estendono  i  deserti 
del  monte  Sinai  e  del  monte  Oreb,  sì  ce- 
lebri nella  storia  sagra.  L'Hedjaz  è  la  / ." 
elivisione  territoriale  della  moderna  Ara- 
bia, e  consiste  in  una  pianura  d'ineguale 
larghezza,  che  si  stende  lungo  la  costa  o- 
rientale  del  mare  Rosso  dal  monte  Sinai 
fino  al  Yemen.  Il  territorio  è  arido  e  sab- 
bioso, ma  è  prossimo  ad  una  catena  di 
inontagne,che producono  eccellenti  frut- 
ta e  altri  vegetabili.  Qui  si  raccoglie  dal- 
l'albero detto  gilead  il  famoso  balsamo 
della  Mecca,  che  non  ha  pari  in  prezio- 
sità e  fragranza,  e  si  trae  principalmente 
dal  territorio  di  Medina.  Le  campagne 
fertili  appartengono  agli  sceik  indipen- 
dentij  che  nell'estate  vivono  sotto  le  lo- 
ro tende,  e  si  ritirano  nelle  città  duran- 
te 1'  inverno.  In  Turchia  sono  chiamati 
sceik  ocheik  i  capi  delle  comunità  reli- 
giose e  secolari,  e  i  dottori  distinti,  non 
che  i  predicatori  di  cui  è  fornita  ogni  mo- 
schea. Questa  voce  vuol  dire  propriamen- 
te vecchio  o  vecchione.  Un  turbante  ver- 
de distingue  gli  sceik  dagli  altri  mussul- 
mani. Il  capo  loro  risiede  alla  Mecca,  e  la 
sua  dignità  éeredilaria, ma  dev'essere  con- 
fermato dal  sultano.  Gli  abitanti  delleco- 
ste  d'  Hedjaz  sussistono  principalmente 


TU  R 

colla  pesca,  e  quelli  delle  città  si  manten- 
gono a  spese  de'pellegrini  che  si  recano 
in  folla  annualmente  a  visitare  le  città  di 
Medina  e  di  Mecca,  chiamale  sante  da' 
turchi  ;  gli  altri  abitanti  sono  pastori  che 
dimorano  sotto  tende  o  nelle  caverne.  Il 
sovrano  del  paese  è  lo  scendo  della  Mec- 
ca, che  dipende  dalla  Porta  ottomana,  la 
quale  vi  manda  un  pascià  che  fa  la  sua 
residenza  a  Djeddah  o  Gedda  con  buon 
porto,  considerata  come  punto  centrale 
del  commercio  interno  del  golfo  arabico, 
il  quale  prima  non  si  mischiava  adatto  nel- 
l'interna amministrazione,  quando  l'au- 
torità civile  dello  sceri  (Io  era  maggiore. Le 
grandi  carovane  d'Egitto  e  della  Siriache 
una  volta  all'anno  fanno  il  viaggio  della 
Mecca,  vi  portano  una  quantità  di  generi 
pregiati.  Presso  alla  città  di  Djeddah  si  ve- 
de una  piccola  casa  di  pietra,  chiamala 
il  sepolcro  di  Eva,  ch'era  un  tempo  vi- 
sitata da  un  gran  numero  di  pellegrini. 
La  Mecca  o  Mekka  ,  che  significa  punto 
di  riunione  e  luogo  di  gran  concorso, 
antica  e  famosa  città  dell'Arabia  Felice, 
capoluogo  della  prov  incia  d'Hedjaz  e  del 
distretto  di  Beled-el-Harem,  a  9.3  leghe 
da  Djeddah  che  le  serve  di  porto,  390 
dal  Cairo  e  5^.0  da  Costantinopoli,  fu  già 
chiamata  Macoraba.ÌL  residenza  d'uno 
sceriffo,  che  dicesi  discendente  di  Mao- 
inetto  {Jr-\  e  vi  è  sovrano  pontefice,  che 
dirige  il  temporale  e  lo  spirituale,  goden- 
do le  grandiose  rendite,che  vengono  sem- 
pre impinguate  da'  doni  e  oblazioni  che 
v'inviano  i  principi  ed  i  turchi  doviziosi. 
E  celebre  questa  città  come  luogo  di  na- 
scita di  Maometlo fondatore  àtW Islami- 
smo o  Maomettismo,  religione  de'turchi, 
perciò  da  essi  venne  soprannomata  San- 
ta, e  fu  la  i.'  sede  di  sua  potenza.  Non  ha 
per  difesa  che  una  fortezza,  rozza  unio- 
ne di  mura  e  di  torri  elevate  sul  Diebal- 
Djiad,  ove  risiede  lo  sceriffo.  Tranne  mol- 
te moschee,  non  è  osservabile  altro  edi- 
fizio  fuori  del  famigerato  tempio,  la  cui 
cupola  è  d'oro,  e  che  cinge  e  racchiude 
la  Beit  Allah  o  Caaba,  Casa  di  Dio  o  Ca- 


T  U  li 

sa  sagra  o  quadrata,  situata  in  un  re- 
cinto quadrato  e  poco  largo.  Questa  mo- 
schea,la  più.  bella  dell'impero  mussulma- 
no, chiamala  da 'turchi  El-Haram,  è  nel- 
l'interno decorata  di  bellissime  dorature, 
di  ricche  tappezzerie  e  di  suppellettili  do- 
viziose.UCaaba  è  un  piccolo  edifizio,coper- 
to  d'un  panno  nero;  vi  si  osserva  la  famosa 
pietra  nera, grossa  quanto  la  testa  d'un  uo- 
mo e  posta  vicino  alla  porta  d'ingresso, 
tanto  venerata  da'maomettani,chepreten- 
dono  esservi  stata  portala  dall'angelo  Ga- 
briele ad  Abramo,  per  formare  i  fonda- 
menti di  quest'edilizio.  Il  concorso  de'pel- 
legrini  di  tulle  le  sette  mussulmane  che 
■vengono  a  visitar  questo  tempio  è  incal- 
colabile, specialmente  nelle  feste  del  Bai- 
ram,  che  celebratisi  solennemente  dopo  il 
Ramazan,  tempo  del  gran  digiuno,  doven- 
do ogni  maomettano  in  sua  vita  andar- 
vi o  mandarvi  almeno  «ma  volta.  UCaa- 
ba non  è  aperto  che  tre  volte  l'anno,  ed  i 
pellegrini  ne  fanno  il  giro  7  volte,  recitan- 
do preghiere,  e  baciando  in  ciascun  giro 
la  pietra  sagra;  si  conducono  poscia  alla 
fontana  diZemzem  situata  in  un'altra  par- 
te dello  slesso  luogo,  onde  berne  a  lunghi 
sorsi  l'acque  sante,  e  farvi  dell'abluzioni; 
vanno  inoltre  a  porgere  delle  preci  alla 
collina  di  Merona,  situala  netta  città,  ch'é 
una  piattaforma  di  quasi  3o  piedi  qua- 
drati, chiusa  da  un  gran  muro  da  3  lati, 
dietro  al  quale  le  case  seguitano  ad  in- 
nalzarsi in  anfiteatro.  Un'altra  ceiemo- 
ni  d'una  simile  virtù  è  quella  di  fare  wn 
pellegrinaggio  al  monte  Arafat  a  5  leghe 
e  più  di  sud-est  dalla  città,  perchè  quivi 
sono  le  sorgenti  che  alimentano  la  fon- 
tanaZemzem,col  mezzo  d'un  acquedotto, 
del  quale  si  attribuisce  la  costruzione  alla 
moglie  del  sultano  Solimano.  Può  dirsi 
che  questa  città  non  si  sostenga  che  pel 
concorso de'pellegrini, il  quale  anticamen- 
te era  un  gran  fonte  di  ricchezze,  e  con- 
teneva più  di  100,000  abitanti,  e  celebri 
erano  allora  i  suoi  mercati.  Da  qualche 
tempo  l'affluenza  de'pellegrini  molto  di- 
minuì, e  pare  che  conti  circa  20,000  a- 


TUR  237 

bitanti,la  cui  fortuna  dipende  dal  fitto  del 
le  loro  case:  a  tale  sensibile  diminuzione 
contribuirono  le  guerre  e  incursioni  de' 
•vecabiti  ,  settari  maomettani  riformati. 
Era  una  pratica  religiosa  de' Sahei  (V.) 
di  venirvi  in  pellegrinaggio,  e  si  accor- 
reva dalle  3  Arabie  Petra,  Deserta  e  Fe- 
lice a  baciar  la  pietra  nera  del  Caaba,  su 
cui  pretendevi  siasi  assiso  Abramo, al  qua- 
le se  ne  attribuisce  la  fondazione  per  di- 
vino comando.  Questa  moschea  è  uffizio- 
ta  eservita  da  numerosi  imam  e  muezzini 
e  altri  ministri  sagri  maomettani, de'qua  li 
tutti  è  capo  lo  sceriffo  che  regna  in  que- 
sta città  e  in  tutto  il  suo  territorio,  e  nelle 
cui  mani  colano  tutti  i  tesori  mandati  al 
santuario  da'sultani  e  altri  sovrani  mao- 
mettani principalmente.  Con  tali  dona- 
tivi lo  sceriffo  sopperisce  alle  spese  e  man- 
tenimento che  deve  fare  de'  pellegrini  vi- 
sitatori della  Mecca.  Abbiamo  di  Gal  land, 
Rite  et  cérémonies  du  péltri  unge  de 
la  MecqUB)  Parisi  7^4.  Medina  città  del- 
l'Arabia Felice  o  Medinet-el-LNabi,  Città 
del  profeta,  dell'Hedjaz,  posta  in  un' a 
mena  pianura  coperta  di  palmizi  e  altri 
alberi  fruttiferi,  divisa  da  un  forte,  irri- 
gata da  un  ruscello  e  in  aria  sanissima 
Delle  due  moschee,  la  principale  situata 
nel  mezzo  delle  città  ,  fondata  da  Mao- 
metto ,  è  degna  d'  filtenzione.  Chiamasi 
Mos-el-Kibu  ola  Santìssima.  Ha  5  tor- 
rette e  le  volte  sono  sostenute  da  4oo  co- 
lonne, la  maggior  parte  ornate  di  pietre 
preziose,  e  portanti  dell'iscrizioni  in  let- 
tere d'oro;  nella  parte  sud-est  fra'sepol- 
cri  di  A bou- Becker  e  di  Omar  I  suoceri 
di  Maometto  e  successori  nel  califfato  (del 
vocabolo  Califfo  e  di  quello  di  Enrir  par- 
lai a  Soldano,  insieme  a'di versi  rami  di 
califfi,  notando  che  la  loro  autorità  spi- 
rituale passò  rie'muftì  rappresentanti  de' 
sultani),si  vedeqoellodel  lorogeneroMao- 
metto,  in  una  torretta  arricchita  di  lamine 
d'argento,  rivestita  di  stoffe  d'oro  e  ter- 
minata da  una  cupola,  che  i  turchi  chia- 
mano turbe;  questo  sepolcro  è  di  marmo 
bianco,  e  coperto  comequello  de'sultani 


228  TUR 

a  Costantinopoli.  Una  balaustrata  d'ar- 
gento lo  circonda,  e  porla  3oo  lampade 
dello  stesso  metallo,  che  ardono  di  con- 
tinuo. Su  questo  sepolcro  si  spacciarono* 
dal  Marmici tismo  tante  fàvole, che  ormai 
la  critica  ha  rigettato.  Si  pretende  che  vi 
fossero  delle  pietre  preziose  ed  altri  og- 
getti di  gran  valore,  iu  una  galleria  che 
Ma  intorno  alla  cupola  della  tot  retta,  ma 
sembra  che  tutlociò  sia  stalo  tolto  da\e- 
cabiti  seltari  maomettani,  allorché  pre- 
sero Mediua  e  la  Mecca  nel  i8o3  e  nel 
1807  ,  ambedue  del  tutto  saccheggiale. 
Partirono  da  Medina  carichi  delle  spoglie 
della  gran  moschea,  e  di  tutti  i  tesori  qui- 
vi accumulati  da  tanti  secoli;  e  così  fece- 
ro della  Mecca.  La  guerra  «li  tali  settari 
impedì  per  qualche  tempo  a' pellegrini  le 
carovane.  Quantunque  Medina  non  sia 
considerata  santa  tanto  quanto  la  Mecca, 
pure  essa  è  in  grande  venerazione  presso 
i  maomettani,  che  però  non  riguardano 
come  una  cosa  indispensabile  di  visitarla. 
1  .soli  maomettani  di  Siria  vi  vengono  in 
pellegrinaggio,  e  quelli  degli  altri  paesi 
si  contentano,  la  maggior  parte,  di  man- 
darvi de'doni  perchè  vengano  fatte  delle 
preghiere  in  loro  nome  alla  tomba  diMao- 
metto;  lo  slesso  sultano  vi  spedisce  an- 
nualmente somme  considerabili  di  dena- 
ro. 1  pellegrini  pure  ve  ne  lasciano  assai, 
in  modo  che  gli  abitanti  in  numero  di  cir- 
ca 10,000,  vivono  nell'agiatezza  senz'ai- 
cuna  industria.   Maometto  cacciato  nel 
622  dalla  Mecca,  fece  di  Medina  la  sede 
dell'impero  degli  arabi  suoi  seguaci,  e  vi 
morì  nel  632. 1  califfi  suoi  successori  im- 
mediati dimorarono  nell'Arabia  a  Medi- 
na e  Kufa  0  Koufah,  ma  gli  Omniadi  si 
stabilirono  a  Damasco  e  gli  Abassidi  che 
li  succedettero  trasportarono  la  sede  di 
loro  potenza  a  Bagdad  nel  763.  L'Abbon- 
danza riferisce  che  due  sono  gli  sceriffi 
nell'impero  ottomano,  uno  regnava  nella 
Mecca  ,  1'  altro  in  Medina  ,  significando 
Sceriffo,  principe  discendente  della  stir- 
pe di  Maometto.  Il  più  considerabile  e  di- 
stinto è  lo  sceriifo  0  principe  della  Mecca, 


TUR 

die  i sultani  rispettano  come  un  rampollo 
del  loro  profeta  :  è  chiamato  anco  gtrtn 
sceriffo.  Significando  il  nome  di  /unir, 
signore  o  principe  de'  credenti,  fu  appli- 
calo a  coloro  che  pretendono  d'essere  di- 
scendenti di  Maometto,  per  mezzo  della 
di  lui  unica  figlia  Fatima  ,  1  quali  sono 
considerati  come  appartenenti  all'  ordi- 
ne religioso.  Formano  gli  emiri  una  no- 
biltà riipet  la  tifisi  ma ,  e  per  contrassegno 
di  discendere  da  Maometto  e  di  tanto  il- 
lustre origine,  portano  il  lurbaute  verde 
egodouodi  grandi  privilegi. Inoltre  lo  sce- 
riifo è  il  capo  de'sceik.  Distrutto  dall'im- 
pero ottomano  quello  de'califfi,  i  sultani 
di  diritto  loro  successero,  e  perciò  si  co- 
stituirono immediati  successori  di  Mao- 
metto e  capi  della  religione  maomettana. 
Fero  i  discendenti  di  Maometto  si  riser- 
varono in  sovranità  il  possesso  delle  due 
famose  città  di  Mecca  e  Mediua  col  paese 
annesso,senza  opposizione  degli  altri  prin- 
cipi maomettani  e  senza  dipendere  da  al- 
cuno. I  due  sceriffi  della  Mecca  di  Me- 
dina furono  rispettati  da'sultani  e  rega- 
lali, ma  poi  e  sebbene  la  loro  dignità  fos- 
se ereditaria, i  sultani  vollero  confermarli 
nell'ascendereal  sceri fifa to. Questi  due  sce- 
riffi si  danno  titoli  fastosi,  tutta  volta  si 
chiamano:  Servitori  delle,  due  sagre  cit- 
tà della  Mecca  e  di  Medina;  per  vene- 
razione del  luogo  ove  nacque,  regnò  e  mo- 
rì il  loro  profeta  e  padre  Maometto.  Os- 
serva l'Abbondanza, che  anco  i.i  sultano, 
.  sebbene  signore  assoluto  di  (Gerusalem- 
me, pure  in  ossequio  a  Gesù  Cristo,  che 
riconosce  pergrau  profeta,  si  limita  a  in- 
titolarsi: Protettore  della  santa  città  di 
Gerusalemme.  Talvolta  i  due  sceriffi  per 
questioni  di  preminenza  si  fecero  Ira  lo- 
ro atroci  guerre.  In  tali  circostanze  i  sul- 
tani, come  supremi  califfi,  procurarono 
pacificarli.  Selim  I  e  Solimano  11  suo  fi- 
glio con  poderose  armate  avendo  fatto 
conquiste  sulle  coste  d'Arabia,  e  di  por- 
zione del  regno  di  Yemen  o  lemen,  i  suc- 
cessori non  seppero  conservarle  lunga- 
mente, per  cui  nell'Arabia  i  sultani  pare 


TUR 

die  propriamente  non  posseggano  che 
Gedda  porto  di  Mecca,  facendo  però  par- 
te dell'impero  ottomano  tanto  la  Mecca 
che  Medina.  I  discendenti  di  Maometto 
sceriffi  di  Mecca  e  di  Medina,  derivano 
da  sua  figlia  Fatima  e  da  Aly  suo  gene- 
ro e  cugino,  da'quali  nacquero  li, issali  e 
Hussein  fondatori  di  due  grandi  stirpi  nel 
maomettismo,  da  cui  originarono  i  due 
sceriffi;  cioè  da  [lassati  o  Hasan  i  sovrani 
della  Mecca  e  di  Medina,  e  da  Hussein  o 
Hossein,  passati  i  discendenti  in  Africa  , 
divennero  imperatori  di  Marocco  nella 
Barbarla  e  sceriffi  di  quella  contrada. Tan- 
to i  due  sceriffi  della  Mecca  e  di  Medi- 
na, che  gli  altri ,  sono  gran  sacerdoti  o 
ministri  della  setta  maomettana,  e  per- 
ciò quello  della  Mecca  apre  e  chiude  il 
perdono,  il  quale  dura  da'23  maggio  a- 
gli  8  giugno.  Lo  sceriffo  faceva  credere  a' 
turchi,  che  ogni  anno  porta  vansi  in  pelle- 
grinaggio al  santuario  delta  Mecca  70,000 
maomettani,  e  non  compiendo  il  nume- 
ro supplì  vanoa'mancanli  gli  Angeli  scen- 
dendo dal  cielo,  acciò  Maometto  non  fos- 
se per  intero  defraudato  di  quell'omaggio! 
Sulle  forze  di  terra  o  di  mare  varie 
Statistiche  furono  pubblicale  in  questi  ul- 
timi tempi.  Quella  dell  85 1  riferita  dal- 
l' Osservatóre  Triestino,  diceva.  Forze 
militari.  Milizia  di  terra.  Si  calcolava  la 
complessiva  forza  a  160,000  uomini,  di- 
visa in  4  armate,  quelle  di  Costantino- 
poli, di  Romelia,  d'Anatolia  e  di  Arabia. 
Del  nuovo  esercito  asakiri  Manssurei 
Mohammedje ,  vale  a  dire:  gli  eserciti 
maomettani  vittoriosi,  d'ordinario  chia- 
mato anche  Nisan,  conlava  la  fanteria 
regolare  negli  ultimi  tempi  4  reggimenti 
di  guardia,  1 0,000  uomini;  20  reggimen- 
ti di  linea  ,  34, 000  uomini;  battaglioni 
sparsi  perle  provincie,  1  2,000  uomini,  in 
tutto  46,000.  Cavalleria, 3  reggimenti  di 
guardia,  i5oo  uomini;  a  reggimenti  di 
linea  1000;  artiglieria  che  presta  va  anche 
il  servizio  dello  stato  maggiore  e  de!  ge- 
nio, nel  quale  ramoeravi  scarsezza,  guar- 
die 3oo,  linea  i5oo.  In  lutto  però  non 


T  U  R  229 

si  potevano  contare  secondo  gli  ultimi  au- 
menti più  di  100,000  uomini  di  truppe 
regolari.  Le  truppe  irregolari,  delle  quali 
sono  aboliti  tanto  gli  spahi,  cioè  soldati 
a  cavallo  forniti  da'feudatari,  e  co'quali 
si  potevano  aumentare  a  220,000  uomi- 
ni, consistevano  in  albanesi  con  proprie 
armi,  e  che  venivano  arrolati  da'  pascià 
senza  distinzione  d'età, non  divisi  in  reg- 
gimenti, ma  in  ciurme  di  circa  60  uomi- 
ni guidati  diìboluk  lasci,  che  sono  an- 
co i  loro  giudici.  Ancora  si  calcolavano 
nell'armata  isoldatidi  polizia,  Àyzwz,  for- 
mati mediante  ingaggio  volontario,  una 
specie  di  gendarmi ,  e  poi  i  seimer  for- 
mati ad  uso  antico  turco  per  simili  fun- 
zioni, e  di  questi  erano  circa  1  [  00  uomi- 
ni.L'anteriore  riserva  fu  sciolta  nel  1 843, 
invece  nel  1848  venne  formata  una  ri- 
serva nuova  e  piti  grande,  alla  quale  fu- 
rono annoverati  anche  sudditi  non  mao- 
mettani, /Y7/V),mentre  fin  allora  i  soli  mao- 
mettani potevano  essere  ammessi  al  ser- 
vizio di  guerra,  circostanza  per  la  quale 
l'armala  turca  mai  non  poteva  ottenere 
liti  numero  corrispondente  alla  grandezza 
dell'  impero  e  della  popolazione.  Secon- 
do il  regolamento  della  nuova  organiz- 
zazione dell'armata,  si  radunavano  i  re- 
dif  (vecchi  soldati  licenziati  per  avere  fi- 
nito i  loro  7  anni  di  servizio),  le  riserve, 
divisi  secondo  l'  ordine  della  coscrizione 
militare  ,  ogni  anno  nel  luogo  loro  pre- 
scritto, onde  far  alcuni  esercizi  militari, 
per  conservarli  in  uno  stato  soddisfacente 
d'istruzione  militare.  Il  i.°  corpo  d'arma- 
ta, la  guardia  imperiale,  consisteva  di  6 
divisioni,  stazionate  in  Drusa,  Ismit,Smir- 
ne,  Aitili»,  Rara,  Hissar  e  Sparta.  Il  2.0 
corpo  d'armata,  quello  cioè  di  Costanti- 
nopoli, consisteva  pure  di  6  divisioni,  che 
diinoravano  in  Adrianopoli,  Rastomong, 
Angora,  Tscioroutn,  Ronieh  e  Raisseri- 
ye.  Il  nuovo  esercito  era  comandalo  dal 
seraskicre  generalissimo  delle  guardie. 
La  fanteria  si  chiama  piade,  la  cavalle- 
ria suvari,  l'  artiglieria  lopdsci.  Il  gene- 
rale d'un  corpo  0  in  capo  si  dice  /uuscirj 


a3o  TDK 

egli  ha  3  code  di  cavallo.  La  divisione  si 
chiama  ferikj  un  generale  di  divisione, 
fcrik  pascià,  e  con  una  coda  di  cavallo. 
Jl  reggimento  si  chiama  alaijl  colonnello 
/////•  <7////,che  ha  con  se  il  lenente  colonnel- 
lo o  luogotenente  kaimakan  begli.  Ogni 
reggimento  consiste  di  4  battaglioni,  ta~ 
bur,  di  cui  ciascuno  viene  comandato  da 
un  maggiore,/;///?  basei,  cioè  coma ndaule 
diiooo.  Il  battaglione  ha  8  compagnie, 
bulhik,  di  cui  la  ^..*  è  sempre  composta 
di  cacciatoli, ed  ognuna  viene  comanda- 
ta da  un  capitano,/*/.?  lasci,  de'cento,  e 
si  divide  in  io  plutoni, di  cui  ognuno  ha 
un  basso  uifiziale,o//  /><7.sr/,de'dieci.L'///.9e 
Z>tf.sc/,de'venti,sergente,cornanda  20  uo- 
mini. Fuor  di  questi  vi  sono  nella  fante- 
ria 2,  nella  ca  valleria  4  mulassim,  lenenl  i, 
in  ogni  compagnia,  e  ^ciaus,  messi  per 
spedire  gli  ordini.  I  gregari  si  chiamano 
uefer,  la  musica  meterliane.  Ogni  bat- 
taglione ha  due  aiutanti  maggiori,  un  a- 
iutante  d'ala  e  l'alfiere;  ogni  reggimento 
ha  inoltre  un  commissario  di  guerra,  a- 
laiimi,  che  ha  il  rango  degli  uiliziali  sta- 
bali.II  reclutamento  si  fa  di  regola  a  sorte; 
il  servizio  era  prima  a  vita,  fu  però  dal 
i843  fissato  a  5  anni.  Le  principali  for- 
tezze sono:  Vidino,  Silistria,  i  di  cui  ba- 
stioni furono  demoliti  neli837,Seiumla, 
Varna,  le  cui  cittadelle  però,come  la  mag- 
gior parte  delle  fortezze  del  Danubio,  si 
trovano  in  pessimo  stato,  Scolari,  Zvor- 
nik,  Bihacz,  Banjaluca  e  Candia.  Si  pon- 
no  qui  annoverare  anche  le  fortificazio- 
ni che  difendono  l'Ellesponto  e  i  Darda- 
nelli, e  lo  stretto  del  tiosloroo  di  Costan- 
tinopoli, come  pure  la  catena  di  monta- 
gne del  Balkan,  che  da  ponente  verso  le- 
vante in  linea  paralellacol  Danubio  for- 
mano il  baluardo  principale  dell'impero 
contro  gli  attacchi  del  Nord.  Oltre  di  ciò 
i  turchi  hanno  diritto  di  tenere  una  guar- 
nigione nell'importante  fortezza  di  Bel- 
grado nella  Servia.  A  garanzia  contro  i 
montenegrini  furono  fabbricati  nel  1849 
tra  l'adgorizza  e  Spux  nell'Albania  due 
torri  forti.  Forze  marittime.  Queste  am- 


TUR 
montavano  a  i5  navi,  16  fregate,  33  cor- 
vette, brick  e  scunner,  e  Si  navigli  mi- 
nori. Nel  1849  s'  costruirono  a  Costan- 
tinopoli 3  nuovi  vapori,  indi  la  Porta  fe- 
ce costruire  in  Inghilterra  un  piroscafo 
della  forza  di  200  cavalli.  Neil'  arsena- 
le di  Costantinopoli  furono  anche  rifab- 
bricate e  varate  una  fregata  e  una  cor- 
vetta assieme  con  170  cannoni.  La  ma- 
rina, come  già  rilevai,  sta  sotto  il  ka- 
pudan  pascià  grande  ammiraglio,  un  am- 
miraglio e  un  contr'  ammiraglio.  I  prin- 
cipali porti  alle  coste  europee  sono:  Co» 
stantinopoli,  Gallipoli,  Varna.  Neil'  AL 
manacli  de  Gotha  pour  l'amwci$55  si 
dice:  Armata.  Feld  maresciallo,  miichir, 
comandante  de'corpi,  ordou.fl  1. "guardia 
imperiale;  2.0  armata  di  Costantinopoli 
comandala  dal  seraskierej  3.°armata  di 
Romelia  comandata  dal  visir  e  generalis- 
simo dell'armata  del  Danubio;  4.°  arma- 
ta d'Anatolia;  5,°  armata  d*  Arabia;  6° 
armata  d'  Irak,  come  le  precedenti  co- 
mandata da  un  pascià.  Marina.  Capii- 
dan  pascià  grande  ammiraglio;  lo  stato 
maggiore  generale  comprende  5  ainmi- 
ragli ,  feriki  bahriì. '•  ;  3  vice-ammiragli, 
bahrir  Uva ci j  8  con  (c'ammiragli,  bahrfe 
mir-alai.  Ora  dicesi  che  le  forze  militari 
della  Turchia,  non  comprese  le  navali,  de- 
vono in  tempo  di  pace  ascendere  a  1 00,000 
uomini,  secondo  il  piano  di  riforma.  Que- 
sta divide  l'armata  in 40, 000  soldati  di  fan- 
teria, 4o,ooodi  cavalleria,  20  o  3o,ooo 
d'artiglieria  e  genio,  e  vi  si  aggiungono 
4o,ooo  gendarmi.  Fino  alla  formazione 
della  gendarmeria,  le  truppe  di  linea  sa- 
ranno incaricale  della  conservazione  del- 
l'ordine in  tutte  le  provincie  dell'impero. 
Le  nuove  linee  di  navigazione  a  vapore 
vanno  per  esserestabilite. La  flotta  ad  elice 
è  in  via  di  progresso,esi  spediranno  diversi 
officiali  di  marina  in  Inghilterra  per  com- 
pletare i  loro  studi.  11  famoso  stendardo 
di  Maometto,  Bagiarac,  alla  di  cui  co  m- 
parsa  tulti  i  turchi  piegano  la  fronte,  ne* 
secoli  passati  bastava  mostrarlo  agli  otto- 
mani per  sedare  qualunque  sollevazione, 


TUR 

ovvero  animarli  a  valorosamente  combat- 
tere. Imperocché  era  ferma  opinione  ne' 
tmclii,  che  quelli  i  quali  non  si  poneva- 
no sotto  quell'insegna,  quando  si  spiega- 
va, non  erano  poi  protetti  nelle  loro  an- 
gustie e  disgrazie  da  Maometto.  Ma  in  se- 
guilo non  più  fu  sufficiente  la  produzione 
dello  stendardo  a  frenare  le  insurrezioni 
e  i  tumulti.  Sono  insegne  militari  le  mez- 
ze lune,  e  le  code  di  cavallo,  che  sovra- 
stano gli  stendardi,  effettive o  dipinte  con 
ogni  colore,  tranne  il  verde.  Allorché  il 
sultano  recasi  alla  guerra,  porta  7  code, 
perchè  secondo  i  turchi  il  mondo  è  diviso 
in  7  parti,  delle  quali  il  sultano  è  padrone, 
perciò  lochiamano  Padrone  di  tutti i Re. 
L'origine  dell'insegna  della  coda  di  ca- 
vallo, dice  l'Abbondanza, si  pretende  deri- 
vata da  una  disfatta  da'eristiani  data  a'tur- 
chi,  nella  quale  questi  avendo  perduto  le 
loro  bandiere  coll'insegna  della  mezza  lu- 
na,il  serasckiere  tagliò  colla  sciabola  la  co- 
da a  un  cavallo  e  postala  sopra  una  picca, 
gridò  pel  campo;Chi  mi  vuol  bene,mi  se- 
guiti. 1  turchi  così  rianimati,  ripreso  co- 
raggio e  riordinatisi,  con  nuova  battaglia 
trionfarono.  Quando  nel  serraglio  impe- 
riale si  attaccano  le  code  di  cavallo,  è  se- 
gno che  l'impero  ha  la  guerra  e  non  si 
levano  che  al  suo  line.  Per  rimunerare  la 
virtù  militare,  Solimano  li  istituì  l'ordi- 
ne equestre  della  Luna  (V.),  indi  rinno- 
vato da  Selim  HI,  e  si  conferì  pure  a 'cri- 
tifoni.  A  questa  cavalleresca  decorazione, 
Mahmud  li,  per  compensare  i  servigi  e  i 
meriti  de'personaggi  distinti  turchi  ed  eu- 
ropei, sostituì  l'altra  equestre  del  Nisciati 
Ijìiliar  (/ r.);  altra  simile  decorazione  del 
Nisrian  istituì  pure  il  bey  di  Tunisi  (F.) 
Àhmed.  Ambedue  si  conferiscono  anco- 
ra a  persone  d'ogni  nazione  e  religione, 
inclusivamente  a'vescovi,  sacerdoti  e  re- 
ligiosi cattolici.  Il  regnante  sultano  Ab- 
dul-Medjid-Khan  ha  istituito  l'ordine  e- 
questre  imperiale,  dal  suo  nome  chiama- 
to Medjidu',  e  lo  conferisce  eziandio  ad 
ogni  persona  che  crede  meritarlo,  senza 
riguardo  alte  nazione,  al  culto  e  al  grado, 


TUR  23 1 

comechè  da  lui  destinato  a  premiare  i  ser- 
vigi prestati  nelle  varie  funzioni  del  go- 
verno imperiale,  ed  a  favore  del  medesi- 
mo. La  Gazzetta  dello  Stato  verso  il  set- 
tembre 1 852  ne  pubblicò  il  regolamento. 
In  questo  si  dice  essere  l'ordine  di  Me- 
djidiè  posto  sotto  il  patronato  speciale 
del  sovrano,  e  comprende  5  classi  distinte. 
Le  nomine  hanno  luogo  per  tutta  la  vita. 
Il  numero  de'membri  è  limitato  a  5o  nella 
1  belasse,  1 5o  nella2.a,8oo  nella3.a,  3ooo 
nella  4-*  e  6000  nella  5\  Gli  stranieri  o- 
norati  dal  sultano  di  questa  decorazione, 
non  vanno  compresi  in  tali  numeri.  Il 
sultano  si  riservò  il  potere  illimitato  d'ac- 
cordar l'insegne  d'una  delle  varie  classi, 
dichiarando  inoltre  che  ninno  potrà  es- 
sere proposto  alla  nomina  del  Medjidiè  se 
non  ha  servito  il  governo  durante  20  an- 
ni almeno  in  tempo  di  pace  se  militare, 
e  in  qualunque  tempo  se  impiegato  civile. 
I  funzionari  di  qualsiasi  grado  ,  che  ve- 
nissero accusati  di  tradimento,  tanto  in 
parole  che  in  azioni  verso  il  governo  im- 
periale, di  concussioni  e  malversazioni,  di 
furto  e  di  assassinio ,  e  condannati  alla 
meritata  pena,  perderanno  la  decorazio- 
ne, di  cui  fossero  stati  insigniti.  Lo  stesso 
sfregio  sarà  fatto  a'militari  accusati  di  de- 
litti che  incorrono  la  pena  della  depor- 
tazione a  vita,  non  che  a  quegli  ufliziali 
subalterni  e  gregari  che  avessero  alzata 
la  mano  contro  i  loro  superiori,  commes- 
so un  furto  o  un  assassinio,  ovvero  di- 
sertato. L'organizzazione  finanziaria  del- 
l'impero ottomano,  secondo  l'ultimo  ri 
cordato  almanacco  imperiale,  è  eguale 
all'  amministrativa.  In  ogni  governo  un 
def tardar,  ricevitore  generale  :  in  ogni 
suddivisione  un  mal-mudiri,  pagatore  e 
ricevitore  particolare.  Ne' distretti  i  mu- 
dir  dirigono  la  parte  amministrativa  e 
Ja  finanziaria. Gl'introiti  ordinari  da  qual- 
che anno  variano  da'i5oa'i72  milioni 
di  franchi.  Ecco  i  fonti  degl'introiti.  De- 
cima, 5o,6oo, 000  franchi;  imposta  fon- 
diaria, 46,000,000  ;  karadi  o  testatico, 
9,200,000;  dogane,i 9,760,000;  impo- 


23*  TUR 

ste  indirette,  34,000,000;  tributo  del- 
l' Egitto  ,  6,900,000  ;  della  Va  lacchili  , 
460,000;  della  Moldavia, ?.3o, 000;  della 
Servia  ,  460,000.  Totale  167,610,000 
fianchi  (da  un'altra  statistica  apprendo 
che  il  solo  testatico  de'cristiani  e  de'giu- 
dei  ascende  a  46  milioni  di  piastre  tur- 
che). Le  spese  ascendono  a  1  59,252,000 
franchi,  di  cui  1  7,25o  sono  assorbiti  dal- 
la lista  civile  del  sultano;44}°,5o,oooda- 
gl'impiegati;  69,000,000  dall'armata  di 
terra;  8 ,62  5,ooo  da  Ila  marina;  2, 3oo,ooo 
dagli  all'ari  esteri;  2,3oo,ooo  da'  lavori 
pubblici;  12,995,000  da'vaeoufo  per  le 
moschee  e  pie  fondazioni  ec.  Totale  delle 
spese  i59,252,ooo  franchi.  Dunque  re- 
stano dagli  introiti  8, 358, 000  franchi  , 
ma  vi  è  il  debito  pubblico.  Se  nel  i  833 
era  di  160,000,000  di  franchi, immensa- 
mente fu  aumentato  per  le  tatite  progres 
sive  riforme, e  precipuamente  per  l'ulti- 
ma e  terribile  guerra  d'Oriente,della  qua- 
le parlerò  in  fine.  Diversi  scrittori  narra- 
no che  vi  avrebbero  da  essere  due  tesori 
in  Costantinopoli.  quellodeirimpero,che 
non  potrebbe  essere  divertito  dal  sultano 
neppure  ne'  bisogni  pressanti,  né  speso  pe' 
6uoi  particolari  interessi;  ed  il  tesoro  del 
sultaiiOjdelqualeegli  dispone  a  suo  piace- 
re. Quanto  a  quest'ultimo,  ogni  sultano  è 
solitodi  formarne  uno  particolare  durante 
il  suo  impero:  fu  Maometto  II  che  comin- 
ciò; dopo  di  lui  regnarono  almeno  2  5  im- 
pera tori,per  conseguenza  dovi  eljbero  sus- 
sistere 26  tesori  in  moneta,  che  alcuno 
volle  calcolare 480  milioni,  non  compresi 
gli  oggetti  preziosi,  ed  i  presenti  falli  a 
tali  principi,  i  quali  pure  si  pretesero  cal- 
colare a  4o  milioni.  Calcoli  tutti  oscuri 
e  incerti,  e  le  guerre  e  altri  bisogni  pro- 
babilmente gli  avranno  assoibiti  ,  altri- 
menti non  si  sarebbe  formato  1'  ingente 
debito  che  gravila  sull'impero  ottomano. 
Un  tesoro  privato  de' sultani  copioso  di 
oggetti  preziosissimi  indubitatamente  esi- 
ste, poiché  il  regnante  sultano  nel  luglio 
i856  ordinò  che  si  mostrasse  al  mare- 
sciallo Pel  issi  er  ,  e  racchiuso  nel  palazzo 


T  U  R 

di  Top-Kapou.  Fu  pertanto  condotto  al 
chiosco  di  Bagdad  i  belli  «ima  costruzio- 
ne d'Amurat  IV,  che  sorge  nel  punto  cul- 
minante del  vecchio  serraglio.  L'imma- 
ginazione non  saprebbe  creare  un  luogo 
né  più  grazioso,nè  più  ameno,  il  cui  iftlen* 
dorè  porge  un'idea  delle  ricchezze  e  del 
lusso  di  Costantinopoli  dal  XV  al  XVII 
secolo.  Al  di  dentro  e  al  di  fuori  è  rive- 
stito di  maiolica  inverniciata  di  Keachi, 
che  le  più  belle  fabbricavano  in  Rachan 
di  Persia.  Tutte  le  porle,  gli  assi  e  gli  ar- 
madi sono  di  cipresso,  incrostati  d'avo- 
rio e  di  madreperla  arabescati.  Fu  mo- 
strato al  maresciallo  il  trono  diKei-Kaus, 
sultano  di  Koniah  del  1  245  ,  circondato 
da  tende  ricamate  con  perle  e  smeraldi, 
oggidì  collocate  nelle  vetrine.  La  sedia 
d'argento  è  ricoperta  di  smalti  i  più  (ini, 
con  disegno  il  più  grazioso  riproducente 
la  forma  de'troni  degli  antichi  redi  Per- 
sia. È  coperto  d'un  tappeto  di  broccato, 
e  i  cuscini  sono  di  velluto  rosso,  rica- 
mato con  pietre  preziose.  Neil'  armadio 
vicino  si  vedono  lo  scudo  e  la  sciabola  por- 
tali dal  sultano  AmuratIV  nel  suo  trion- 
fale ritorno  a  Costantinopoli,  dopo  la  spe- 
dizione di  Persia.  Le  armi  sono  d'oro,  e 
levano  la  vista  per  la  moltitudine  de'dia- 
manli.  Vicino  trovasi  il  forziere  in  cui  sta 
racchiuso  il  Corano,  che  il  sultano  Soli- 
mano portava  seco  nelle  battaglie.  Il  di 
sopra  è  coperto  di  pietre  preziose,  fra  le 
quali  è  una  turchina  in  forma  di  man- 
dorla lunga  due  pollici  e  larga  due  dita. 
All'  estremila  del  cordone  del  forziere  vi 
è  uno  smeraldo  grande  quanto  un  uovo 
di  gallina.  Un  altro  armadio  contiene  le 
pinme,che  i  sultani  ponevano  ne'l  tubanti 
di  ceremonia.Gli  smeraldi,  i  rubini,  i  dia- 
manti sono  d'  una  dimensione  e  d'  uno 
splendore  meraviglioso,  e  si  può  afferma- 
re, che  in  Europa  poche  gioie  pouno  ad 
essi  paragonarsi,  cioè  a  quelle  lasciate  da- 
gli antichi  sovrani  della  famiglia  degli  O- 
smani.  Vi  sono  lazze  di  diaspro,  vasi  ci- 
nesi, antiche slolfe,  una  moltitudine  d'ar- 
mi di  metalli  preziosi,  di  faretre  e  d'ur- 


T  U  R 
ini  moderne  bellissime  e  ricche,  ed  una 
numerosa  collezione  d'orologi  del  secolo 
XVII  donati  da 'sovrani  d'Europa.  Nella 
biblioteca  del  serraglio,  costruita  dal  sul- 
tano Achmet,  fu  mostrata  al  maresciallo 
la  collezione  di  mss.  orientali,clie  invano 
si  potrebbe  cercare  altrove.  L'antica  sala 
del  trono  ha  il  baldacchino  e  cammino 
coperti  di  placche  d'argento  a  niello,  nel- 
le quali  sono  incassate  turchine,  agate  e 
granate.  Anticamente  il  tesoro  del  sulta- 
no si  custodiva  nel  castello  delle  SelteTor- 
ri,  che  poi  divenne  carcere  di  personag- 
gi, di  ambasciatori  e  di  sultani  deposti. 
Ogni  pascili  deve  dare  ogni  anno  al  te- 
soro certo  numero  di  borse,  ciascuna  delle 
quali  si  crede  valutare i5oo  fianchi,  e  si 
dice  che  i  pascià  governatori  per  lo  più 
vessano  i  loro  soggetti  per  ottenere  il  dop- 
pio di  quanto  hanno  da  pagare.  Si  parla 
ancora  d'avanie  e  balzelli  arbitrari  che 
ancora  si  esigono  sopra  i  negozianti  greci, 
cristiani,  ebrei,  armeni  ec,  oltre  i  diritti 
di  dogana.  La  moneta  turca,  che  alle  al- 
tre serve  di  tipo,  è  il  pezzo  d'argento  di 
4o  para  che  i  turchi  chiamano  grus'n\ 
linguaggio  comune,  e  aslandi  in  termi- 
ne tecnico.  V aspro  è  ili. "elemento  della 
moneta  turca  ed  è  la  60. a  parte  d'un  fran- 
co ed  un  3.°  di  para;  il  beslik  è  il  più. 
piccolo  pezzo  d'argento,  che  vale  5  pa- 
ra; Yuluk  è  un  pezzo  di  1  o  para.  L'fir- 
milik  vale  20  para;  Yizlole  semplice  20 
para;  Vizlote  nuova  o  grust  e  nel  com- 
mercio franco  la  piastra  propriamente 
detta  (la  pi  astra  ^monetina  d'argento  qua- 
si simile  al  grosso  romano,  un  tempo  a- 
vea  il  valore  nominale  d'8  paoli,  ma  ora 
vale  circa  4  baiocchi)  \a\e^o para;  l'alt- 
mislik  fio  para;  Yyusluk  1 00  para.  Le 
monete  d'oro  sono  il  zecchino  funduklì, 
il  zcr/nahbub  ed  il  meshir  :  il  zecchino 
funduklì  pesa  1  7  carati,  il  zermahbub  1  3 
carati,  il  meshir  battuto  al  Cairo  vale  un 
po'  più  della  metà  del  funduklì. 

I  turchi  prima  della  civilizzazione,  che 
progredisce  in  molle  parti  del  vasto  im- 
perOjpreseulavauo  un  miscuglio  e  contra- 


T  U  R  233 

sto  di  barbane,  di  superstizioni  e  di  belle 
doti.  Per  lo  più  peggio  de'turchi  e  pes- 
simi sono  i  greci  scismatici  rinegati,  e  al- 
tri cristiani  ohe  obbrobriosamente  abban- 
donarono per  le  loro  passioni  il  cristia- 
nesimo per  abbracciare  il  maomettismo. 
Ne'secoli  passati  molti  rinegati  lo  furono 
per  violenza  de'  turchi  intolleranti,  col- 
l'alternativa  della  morte  o  di  riconosce- 
re Maometto.  Siccome  molli  di  tali  rine- 
gali erano  colli  e  civilizzati,  così  perven- 
nero a  eminenti  cariche,  massime  se  pei* 
ambizione  e  orgoglio  prevaricarono.  Si  di- 
cono turcopoli  i  nati  da  un  turco  e  da  una 
greca.Egual mente  peggiori  de'turchi  sono 
molli  degli  ebrei  abitanti  in  Turchia.  In 
somma  gli  scrittori  menofavorevolia'tur- 
chi, sebbene  li  chiamino  nazione  fiera  e  su- 
perba, nelle  prosperità  indomabile,  nel- 
l'avversità trattabilee  mansueta,  checon- 
fida  nella  moltitudine,  più  facile  a  lasciar- 
si vincere  dall'oro  che  dall'armi  ;  lutta- 
volla  credono  migliori  i  turchi  nativi, che 
i  cristiani  rinegati  e  gli  ebrei.  Rilevasi  da- 
gli storici  e  geografi  che  ne  studiarono  i 
costumi,  i  quali  ripeto  vanno  modifican- 
dosi per  le  salutari  introdotte  riforme, 
massime  in  conseguenza  dell'  eclatante 
guerra  d'Oriente,  essere  i  turchi  indolen- 
ti nella  pace,  e  diventano  furiosi  quan- 
do la  guerra  ne  susciti  l'irritazione  e  l'an- 
tico valore,  sopportando  tutte  le  priva- 
zioni con  mirabile  abnegazione  e  corag- 
gio. Il  suicidio  è  raro  tra' turchi,  siccome 
pienamente  conlrarioal  dogma  della  pre- 
destinazione sì  generalmente  ammesso 
tra'maomettani.  Oppressori  e  rapaci,  in 
generale,  co'rajà  sudditi  cristiani  o  ebrei 
che  pagano  la  capitazione  ,  a  un  tempo 
sono  onesti  co'forastieri;  distruggono  vil- 
laggi, e  fondano  ospedali;  rispettano  i  lo- 
rogiuramenti,  e  calpestano  i  principii  del 
diritto  pubblico,  non  però  l'ormai  illu- 
minato governo  e  la  classe  elevata,  dopo 
che  vari  magnati  neli'  ambascerie  o  ne' 
viaggi  all'estero,  e  nell'educazione  rice- 
vuta da'loro  figli  in  Parigi,  in  Londra  e 
in  altri  luoghi,  imitano  la  eivilizzazioue 


a34  TUR 

europea,  perfino  nella  più  raffinata  edu- 
cazione e  coltura.  Sensibili  al  putito  d'o- 
nore,  sono  d'ordinario  alla  pietà  inacces- 
sibili; affezionati  alla  monarchia,  depo- 
sero e  talvolta  con  frequenza  sgozzarono 
i  sultani,  die  alla  loro  volta  furono  cru- 
deli e  tiranni ,  capricciosi  e  prepotenti. 
Grossolani  e  sensuali  nell'idea  diesi  for- 
mano de'piaceri, pure  sono  ne'piaceri  stes- 
si moderati,  e  passano  senza  mormorare 
dal  seno  delle  voluttà  alle  privazioni  più 
penose.  Sono  buoni  genitori,  anche  buo- 
ni mariti,  quantunque  sia  presso  di  loro 
permessa  la  poligamia  ;  ed  un  harem  o 
serraglio  è  per  la  maggior  parie  piuttosto 
un  oggetto  di  ostentazione  e  di  lusso.  Nel- 
le vendette  loro  atrocissimi,  spingono  ta- 
lora fino  all'eroismo  l'esaltazione  dell'a- 
micizia. Il  coraggio  loro  manifestasi  ora 
per  una  temerità  cavalleresca, ora  per  una 
indifferenza  stoica;  tanto  in  calma  nel 
sacrifizio  della  vita,  come  nell'eecidiodeb 
le  loro  vittime,  si  considerano  in  ogni  oc- 
casione, come  gli  umili  schiavi  ei  mini- 
stri terribili  d'un'inflessibile  fatalità,. Por- 
tano i  Im chi  al  più  alto  grado  il  fanati- 
smo religioso;  ospitali  e  magnifici  pero- 
slentazione, gravi  e  serii  perabitudine,dj- 
sdegnosi,  vani,  ambiziosi,  sono  avidi  di 
ricchezze  senza  tuttavia  avere  lo  spirito 
mercantile.  La  buona  fede  che  vantano 
essi  ha  origine  nel  sentimento  che  nutro- 
no di  loro  pretesa  superiorità,  e  la  libe- 
ralità della  quale  si  gloriano  ha  per  base  , 
l'orgoglio.  Sono  gravi  e  alquanto  taci- 
turni; uniti  tra  loro  in  conversazione, 
sovente  trascorrono  delle  ore  senza  che 
alcuno  pronunzi  parole.  L'aspetto  de'tur- 
chi  è  generalmente  vantaggioso,  come  na- 
ti dalle  più  belle  donne;  occhi  neri,  naso 
aquilino*  forme  ben  proporzionate,  pro- 
ducono un  bell'insieme,  al  quale  perfet- 
tamente couviensi  un  vestire  che  tiene  il 
mezzo  tra  l'abito  stretto  dell'europeo  e 
gli  ampi  panneggiamenti  degli  asiatici. 
Tale  vestimento  consiste  in  una  camicia 
senza  collo,  calzoni  larghissimi  che  scen- 
dono fino  alla  noce  del  piede,  un  giusta- 


TUR 
core  a  maniche  strette,  assettato  con  lar- 
ga cintura;  sopra  tutto  portano  una  lar- 
ga veste,aperla  davanti  e amplissima,d'un 
panno  leggero  d'indiana  o  di  seta.  Por- 
tano i  turchi  la  barba  e  i  baili,  colla  te- 
sta rasa  per  comando  espresso  dh  Mao- 
metto, cioè  i  vecchi  turchi  tenaci  di  tale 
osservanza,  gli  altri  portando  capelli  al- 
l'europea. I  medesimi  acconciatisi  la  te- 
sta con  una  calotta  alla  greca  di  tela  o  di 
lana,  coperta  da  un  berretto  assai  alto  di 
panno  o  velluto,  intorno  al  quale  pon- 
gono una  fascia  di  mussolina;  ciò  forma  il 
turbante.  USagredo  racconta  che  Organo 
2.° sultano  de'turchi  ordinò,  che  i  pascià  e 
le  persone  graduate  portassero  grandi  ber- 
rettoni bianchine  la  milizia  popolare  rossi, 
Aggiunge  che  i  turbanti  divennero  comu- 
ni soltanto  dopo  la  presa  diCostantinopoli 
d'ordine  di  Maometto  II  e  in  segno  di  li-, 
curetta;  volendo  con  essi  significare,  che 
con  sì  importante  acquisto  avesse  rasso- 
dato l'impero, e  piantata  con  istabili  radi- 
ci l'ottomana  potenza  e  grandezza;  e  col 
farli  circondare  di  lascia  in  forma  roton- 
da, volle  alludere  che  i  turchi,  siccome 
aspiranti  alla  monarchia  universale,  a- 
vrebbero  colle  armi  attorniata  la  terra 
e  dominalo  il  mondo.  Il  turbante  trae 
la  sua  origine  dagli  antichi  asiatici  ;  ed 
il  Bernino  dice  che  1'  usarono  talvolta 
anche  le  donne  romane,  come  s.  Silvia 
madre  di  s,  Gregorio  I.  Gli  emiri  diesi 
vantano  della  razza  di  Maometto,  dis- 
si che  pollano  un  turbante  verde,  pri- 
vilegio che  quanto  al  colore  essi  soli  go- 
devano tra'  turchi,  oltre  gli  sceik,'  in  me- 
moria di  quello  pure  interamente  verde 
usato  dal  profetajpoichè  i  turbanti  degli  al- 
tri lui  chi  sono  d'ordinario  rossi,con  un  eu^ 
fiato  o  cercine  bianco.  Il  turbante  del  sul- 
tano era  della  grossezza  d'uno  staio,  or- 
nato di  3  piumini,  con  pietre  preziose, 
due  piumini  usando  il  gran  visir,  uno  gli 
altri  ufficiali,  i  subalterni  non  potendo- 
ne usare  alcuno.  Il  cercine  del  turbante 
de'turchi  è  di  tela  bianca,  quello  de'per- 
siani  di  lana  rossa  o  di  talfellà  bianco  n* 


T  U  R 
gaio  eli  rosso.  Sofì  re  di  Persia  ,  ci»*  ert 
della  setta  d'Aly,  fu  i!i.°che  adottò* quel 
colore  per  distinguersi  da'turchi  della  set- 
ta d'Omar  I,  e  che  i  persiani  al  pari  di 
tutta  la  setta  d'Aly  riguardano  come  e- 
1  etici  del  Maomettismo.  Di  tutti  i  colori 
quelli  che  maggiormente  convengono  al 
mussulmano,  sono  il  bianco,  il  verde  e  il 
nero,  in  virtù  delle  parole  di  Maometto; 
cioè  il  color  bianco  è  il  più  felice  di  tutti, 
il  verde  era  il  colore  prediletto  dal  pro- 
feta degli  arabi,  tali  essendo  le  vesti  che 
usava  nel  venerdì  ,  e  perchè  finalmente 
esso  il  sedicente  apostolo  di  Dio,  nel  gior- 
no del  conquisto  della  Mecca  fece  la  sua 
entrata  solenne  nella  santa  città  col  tur- 
bante e  l'abito  nero.  Gli  ottomani  nel- 
l'origine della  loro  monarchia  non  por- 
tavano che  berretti  di  feltro,  ed  è  ancora 
l'ordinaria  acconciatura  delle  numerose 
popolazioni  delTurchestan,e  della  Tarta* 
riaove  parlai  di  tal  paese  e  de'turcomani, 
maomettani  della  setta  de'sunnili  avversa 
a'persiani  :  questo  berretto  era  comune  a 
tulli.  Mahmoud  II  in  vece  introdusse  il 
berretto  alto  chiamato  fes  o  fez,  e  rosso  lo 
dièa'soldati  turchi  invece  dell'antico  tur- 
bante, il  quale  è  tuttavia  usato  da  que' 
turchi  tenaci  degli  antichi  costumi  e  con- 
trari alle  progredienti  riforme.  Il  berretto 
fes  o  fez  prese  questo  nome  dal  luogo  don- 
de originò  e  dove  principalmente  si  fab- 
bricano, cioè  in  Fez  o  Fes  provincia  della 
Barbarla  nell'  impero  di  Marocco,  e  già 
regno  possente  e  florido  sotto  i  calilli. Con- 
siste la  calzatura  de'turchi,osservanti  i  co- 
stumi antichi,  in  una  semplice  pantofola, 
oin  iscarpe  ordinarie,  o  in  islivali  di  mar- 
rocchino  giallo  e  rosso.  Il  resto  de*  tur- 
chi vestono  interamente  all'europea,  né 
si  distinguono  che  pel  berretto  fes  o  fez. 
Le  donne  portano  camicie  di  taifettà  ver- 
de o  chermesino,  aperte  davanti,  ma  am- 
pia e  incrociate;  di  sopra  mettono  una  lar- 
ga veste  di  tela  stampata  o  di  seta  legger- 
mente ovattata;  il  busto  viene  stretto  da 
una  cintura  eleganle,ed  hanno  inoltre  una 
2.a  veste,  aperta  anch'  essa,  di  seta  o  di 


TUR.  235 

velluto,  con  ricami  d'oro  e  d'argento.  Le 
scarpe  sono  di  marrocchino  più.  o  meno 
sfarzosamente  ricamale.  Portano  i  ca- 
pelli slesi  o  intrecciati,  con  una  specie  di 
corona  ducale  di  drappo  d'oro  odi  rica- 
mo, coperta  da  un  velo  di  seta,  di  velo 
o  di  mussolina;  hanno  pure  ricche  colla- 
ne e  braccialetti  di  perle,  corallo  o  dia- 
manti. Le  donne  non  escono  mai  di  casa 
senz'essere  velale,  del  resto  godendo  li- 
bertà. Non  solo  nel  berretto,  ma  anche 
nel  rimanente  delle  vesti,i  principali  tur- 
chi variarono  le  usanze,  e  di  molto  si  av- 
vicinarono al  vestire  degli  europei.  Nel 
declinare  del  1846  Mehemet-Alì  viceré 
d'Egitto  portatosi  a  Costautinopoli,adot- 
tò  la  foggia  delle  nuove  vestimenta;  indi 
appena  tornalo  ne'primi  del  1847  in  E- 
gitto,  appresso  il  suo  esempio  tutti  i  pa- 
scià, i  bey,  gli  altri  grandi  della  cortee- 
giziana,  ed  i  principali  ulìiziali  si  allreU 
tarono  di  vestir  l'abito  costantinopolita- 
no, laonde  in  breve  anche  nell'Egitto  si 
operò  la  mirabile  trasformazione,  con  pe- 
na de'vecchi  turchi  avversi  alle  nuove  ri- 
forme e  al  progresso  ,  perciò  anch'  essi 
chiamali  retrogradi  e  oscurantisti.  Abben- 
chè  tal  foggia  di  vestire  presso  alcuni  non 
fu  trovata  orientale  e  caratteristica,  pure 
a'più  illuminali  sembrò  inconveniente  di 
assai  piccolo  momento,  nel  riflesso  del- 
l'immenso buon  efFetto  morale,  che  ri» 
spello  all'  incivilimento  e  al  buon  prò- 
gressodovea  recare  siffatta  mutazione.  Per 
essa  la  Turchia  e  l'Egitto,  divisi  sino  al- 
lora in  questo  come  in  altri  punii,  si  av- 
vicinarono sempre  più  non  solo  all'ester- 
no abbigliamento,  ma  a' costumi  e  alle 
idee  de'popoli  europei.  L'introdotto  inci- 
vilimento influirà  ancora  a  rimuovere  ìa 
Superstizione  presso  i  turchi,  in  diverse 
cose  ene'cibi,erroneamente  ritenendo  in- 
frangere il  digiuno  colla  fragranza  degli  o- 
dori.  Abboniscono  di  mangiare  certa  sor- 
te di  pesci,  che  ritengono  immondi,  così 
le  ranocchie,  le  lumache  e  le  testuggini; 
raccolgono  premurosamente  i  brani  di 
carta  gettati  per  terra,  perchè  in  essa  si 


a3G  TUR 

scrive  il  nome  di  Dio,  e  le  fogliedelle  rose 
ci  «olendole  nate  dal  sudore  di  Maometto. 
Tengono  per  impuri  i  cani,  non  lascian- 
doli entrare  nelle  moschee,  e  in  vece  ac- 
carezzano i  gatti  reputandoli  piùcasti,al- 
nii'iio  palesemenlr;perù  se  una  cagna  par- 
torisce, le  prodigano  le  loro  cine,  ne  pon- 
ilo vedere  maltrattare  gli  animali,  e  con 
ragione.  Mangiano  ogni  sorta  di  carne, 
tranne  quella  di  porco;  non  tutti  i  legu- 
mi. In  generale  mangiavano  senza  ado- 
perare coltelli  e  forchette,  cibandosi  se- 
dendo in  terra  su  tappeti.  E  ad  essi  vie- 
tato di  bere  il  vino,  e  la  legge  punisce  con 
32  bastonate  chi  a  tal  precetto  contrav- 
viene; la  bevanda  ordinaria  dovrebbe  es- 
sere l'acqua  pura  o  temperata  con  qual- 
che sciroppo  o  col  miele,  nondimeno  fan- 
no uso  d'ogni  bevanda,  massime  del  caffè. 
Coricami  di  buon'ut  a  e  si  alzano  col  sole, 
dormendo  alquanto  dopo  pranzo.  I  tur- 
chi sono  maomettani  della  setta  di  Omar 
];  regola  di  loro  lede  è  il  Corano,  misto 
di  dottrine  vana  e  assurde,  di  precetti  gra- 
vi e  frivoli,  fra  i  cui  numerosissimi  inter- 
preti detonai  ricordare  i  sofia. Numerati 
sono  le  leste  foro,  e  rigorosamente  l'os- 
scrvanOjCOinechè  scrupolosi  seguaci  della 
legge  e  delle  prescrizioni  dell'Alcorano. 
La  più  solenne  fèsta  è  il  Bayram,  e  co- 
me una  pasqua  la  celebrano  dopo  la  qua- 
resima del  liamazan  ,  digiuno  che  dura 
3o  giorni,  ne'quali  da'crepuscoli  del  mat- 
tino fino  al  comparire  delle  stelle  non- 
ponno  i  turchi  prendere  alcun  cibo  o  be- 
vanda, neppure  un  sorso  d'acqua,  anzi 
neppure  fumare  il  Tabacco  {}' .).  Il  Ra- 
mazau  non  ricade  sempre  nella  medesi- 
ma stagione,  ma  varia  secondo  il  giro  de' 
mesi,  alcune  volte  cadendo  nell'estate  o 
nell'autunno.  Due  però  sono  i  Bayram 
che  devono  celebrare  i  turchi, il  Bayram 
Rupie o  maggiore  che  ha  luogo  dopo  illla- 
mazan,  e  il  Bayram  Cutzug  o  minore  ch'è 
in  arbitrio  l'osservarlo,  e  sogliono  farlo 
i  religiosi  turchi,  e  i  più  zelanti  e  scrupo- 
losi maomettani  che  desiderano  qualche 
grazia  speciale  da  Dio,  perciò  dicesi   il 


TUR 

Bayram  de' religiosi.  Il  Bayram  Bnjuc  du- 
ra 3*giorni,  ed  iu  questi  più  che  in  tutto 
il  rimanente  dell'anno  si  fanno  da'mao- 
mettani  limosine  secondo  la  propria  pos 
sibilila,  in  denari  o  generi.  Da  que'di  li- 
mitate  sostante  si  procura  nel  decorso  del- 
l'anno di  porre  in  disparte  denaro  e  al- 
tro per  celebrare  piìi  allegramente  il  Bay- 
ram. In  occasione  di  questa  solennità  si 
riconciliano  le  dissensioni,  e  in  segno  di 
cordiale  pacificazione  si  fanno  vicende- 
voli donativi.  La  collera  de'turchi  dii.° 
impeto  è  pericolosa,  indi  sono  facili  a  pa- 
cificarsi. Talvolta  però  ne'doni  si  nasco- 
se la  vendetta  con  oggetti  avvelenati.Chia- 
masi  Duhalm  la  festa  che  ha  luogo  per 
lutto  l' impero,  per  la  nascita  del  chez- 
adè  o  primogenito  del  sultano,  come  ere- 
de presuntivo  del  trono,  per  una  gran  vit- 
toria riportata,  per  una  pace  fatta,  per  la 
ricuperata  salute  del  sultano  da  grave  io- 
fermità,e  per  altre  liete  circostanze.  L'Ab- 
bondanza che  scrisse  favorevolmente  de' 
turchi,  dice  che  non  è  vero  ch'essi  adori- 
no Maometto  per  un  Dio,  come  affer- 
marono alcuni,  ma  riconoscono  e  adora- 
no il  vero  Dio,  cioè  il  Padre  creatore  e 
signore  dell'  universo,  e  lo  confessano  in- 
defettibile, santo,  giusto,  misericordioso, 
onnipotente;  che  castiga,  premia  ,  prov- 
vede e  spoglia  (ma  quello  che  non  rile- 
va l'Àbbondauza,  del  torto  che  nel  Co- 
rano si  fa  a  Dio,  del  fatalismo  che  con- 
tiene, delle  dottrine  protestantiche  e  al- 
tro riprovevole,  Io  farò  a  suo  luogo).  Bensì 
tengono  Maometto  per  un  gran  profeta 
mandalo'da  Dio  al  mondo  per  insegna- 
re agli  uomini  tuttociò  che  non  aveano 
insegnalo,  ne  predicalo  gli  altri  legisla- 
tori. Hanno  ancora  venerazione  per  Gesù 
Cristo,  riputandolo  altro  profeta  e  apo- 
stolo di  Dio,  e  assai  favorito  dal  cielo.  Os- 
serva il  Sagiedo  nelle  Memorie  de  mo- 
ndichi  Ottomani ',  che  i  turchi  dicono  che 
3  sono  siali  i  grandi  profeti  mandati  da 
Dio  in  terra:  Mose,  Cristo  e  /Maometto. 
Che  ah.°  die  la  legge  per  ammaestrare; 
al  2.°  i  miracoli  per  convertire;  al  3.°  la 


T  U  II 

sciabola  per  debellare.  Credono  che  la  B. 
Vergine  dopo  l'annunzio  dell'  arcangelo 
Gabriele  restò  incinta  di  Gesù  senza  uma- 
no commercio,anzi  notai  nel  vol.LXXIII, 
p.  53,  parlando  della  dissertazione  sulle 
testimoniarne  rese  dal  Corano  a  Ma- 
ria Fergine,  che  in  esso  ancora  trovasi 
la  credenza  del  suo  Immacolato  Conce- 
pimento e  di  sua  vita  incolpabile.  Credo- 
no inoltre  i  turchi,  che  Gesù  Cristo  nel 
giudizio  universale  sarà  il  giudice  e  1'  ar» 
bitro;  alfermando  V  Abbondanza  ,  che  i 
turchi  non  ricevono  uella  loro  setta  gli  e- 
brei,  se  prima  non  si  sono  fatti  battezza- 
re, ed  abbiauo  pubblicamente  professala 
la  religione  cristiana.  Dice  poi,  che  i  tur- 
chi degli  stati  di  Solimano  padre  di  Or- 
togulo  e  avo  di  Ottomano  I  erano  ido- 
latri, e  sul  fine  del  secolo  XIII  abbraccia- 
rono il  3Iaomettismo)  per  l'esempio  che 
die  ad  essi  Ortogulo  loro  signore.  In  tale 
articolo  ragionai  della  religione  óeWJsla- 
misino  formata  da  Maometto,  con  mo- 
struoso miscuglio  di  cristianesimo,  giu- 
daismo e  gentilesimo,  il  quale  islamismo, 
appena  morto  il  suo  fondatore,  fu  lace- 
rato tosto  da  scismi  e  diviso  in  gran  nu- 
mero di  sette.  Dissi  pure  che  la  religio- 
ne dell'islamismo  si  pratica  senza  sacer- 
dozio e  senza  sagrifizi,  poiché  i  summen- 
lovali  ministri  della  religione  maometta- 
na ,  sebbene  equivalgano  e  da  alcuni  si 
pretenda  paragonarli  a'sacerdoli, noi  so- 
no all'atto.  IN  è  mancai  di  ricordare  che  i 
Musulmani  o  Mussulmani  propriamen- 
te sono  que'turchi,  i  quali  più  scrupolo- 
samente osservano  i  precetti  e  i  consi- 
gli di  Maometto,  onde  fra  essi  alcuni  fan- 
no professione  di  condurre  una  vita  pia 
e  ritirala,  benché  il  vocabolo  comune- 
mente si  estenda  cumulativamente  su  lut- 
ti i  turchi  e  maomettani,  i  turchi  pe- 
rò hanno  più  piacere  d'  essere  appella- 
ti Ottomani ,  per  aver  Ottomano  1  fon- 
dato il  loro  impero.  Tali  mussulmani  so- 
no detti  religiosi  e  santoni,  ed  anche  cler- 
visi  o  dcrvik.  Questo  vocabolo  signifi- 
ca povero ,  e  siccome  anche  tra'  mao- 


T  U  R  a37 

metlani  si  riconosce  che  i  religiosi  devo- 
no essere  poveri ,  cos\  chiamano  dervist 
que'che  tra  loro  menano  vita  di  vota  e  so- 
litaria,  alcuni  avendo  anche  conventi  o- 
ve  vivono  in  comunità,  con  vita  comune 
e  superiori  imam.  Predicano  nelle   loro 
moschee,  ed  alle  loro  prediche  interven- 
gono per  eccezione  di  regola  generale  le 
donne,  alle  quali  è  rigorosamente  vietato 
di  slare  cogli  uomini,  che  per  parentela  di 
i.°  grado  o  maritaggio  loro  non  apparten- 
gano. Dopo  la  predica  segue  la  preghie- 
ra. Qui  ricorderò  che  i  turchi  sono  ne- 
mici delle  Campane  (F.),  e  non  le  per- 
mettevano a 'cristiani  anticamente,lemen- 
do  che  potessero  suonarsi  per  eccitare  i 
popoli  a  ribellarsi,  onde  nel  conquisto  del- 
le città  cristiane  subito  le  toglievano  dal- 
le torri,  convertendone  il  metallo  in  arti- 
glierie, come  si  ha  dal  Cuspiniano  ,  De 
Turcarum  religio.  Per  la  stessa  ragione 
i  turchi  non  ammettevano  orologia  ruota 
colle  campane,  permettendoli  però  a'pa- 
lazzi  de'ministri  delle  potenze,oltre  la  cam- 
panella. A  Campanile  e  nel  voi.  LXXVIf, 
p.  2g4>  dicendo  delle  Ioni  campanarie, 
parlai  delle  torri  e  minareti  delle  moschee 
de' turchi,  donde  i  muezzin  inservienti  a 
guisa  di  chierici(giusta  il  paragone  d'alcu- 
ni) nelle  moschee,  secondo  il  loro  uffizio 
5  volle  al  giorno  annunciano  al  popolo 
con  Vezzan  l'ora  canonica  della  preghie- 
ra, al  che  i  turchi  religiosamente  ubbi- 
discono   in  qualunque  luogo  si  trovino. 
Vuole  Seldeno,  Synt.  e.  4)  che  Venere 
Urania,o  Venere  Celeste,  fosse  rappresen- 
tata da  un  quarto  di  Luna, quindi  i  mao- 
mettani preselo  l'uso  di  mettere  sulle  tor- 
ri eminareti  delle  moschee  le  mezze  lune, 
come  i  cristiani  vi  posero  la  Croce,serven- 
dosi  di  tali  torri  e  minareti  comedi  cam- 
panili, perchè  il  muezzin  da  essi  in  luo- 
go di  campana  chiami  il  popolo  alla  mo- 
schea ed  a  fare  le  preghiere.  EutimioZi- 
gabeno  scrive  in  Panoplia,  che  fino  da' 
tempi  di  Eraclio  del  6  io  i  Saraceni  e- 
rano  dediti  agl'idoli  e  adoravano  Vene- 
re, col  nome  di  Cabar  o  Grande,  e  che 


236  T  U  R 

gl'Ismaeliti  (/".)  veneravano  una  pietra 
clic  rappreseutava  il  capo  di  Veneri-.  Sri- 
delio  soggiunge,  che  Maometto  foce  ab- 
bandonare il  cullo  d'  Urania  e  la  festa 
Giuma  sagra  ad  Urania  Corniculata  : 
Urania  o  Venere  Celeste,  che  non  ispi- 
rava che  casti  amori,  era  una  delle  due 
gran  divinila  degli  arabi,  l'altra  essen- 
do Bacco.  Gli  arabi  venerarono  la  Lu- 
mi, come  la  più  gran  divinità  del  paga- 
nesimo dopo  il  Sole, quindi  tutti  i  mao- 
mettani hanno  una  gran  venerazione  per 
ia  Luna;  all'apparir  di  lei  non  manca- 
no giammai  di  salutarla,  di  presentarle 
le  loro  borseaperte,e  di  pregarla  di  farsi 
the  in  quelle  si  moltiplichino  le  specie,  a 
misura  ch'ella  andrà  crescendo.  Da  lutto 
questo  i  maomettani  fecero  della  Mezza 
Luna  o  Luna  nascente  e  crescente  la  prin- 
cipale loro  insegna  religiosa  ,  militare  e 
ci ▼  ile,  quella  dell'impero,  e  la  posero  an- 
che sulle  torri  delle  moschee.  Nella  con- 
quista di  Costantinopoli  e  di  altre  città 
de'cristiani,  i  turchi  profittarono  de'eam- 
panili  o  torri  campanarie  delle  chiese  per 
fare  iloro  minareti,  erigendo  sopra  di  essi 
alti  e  lorretlecon  ringhiere  più  minute,ter- 
minandole  con  piramidi  altissime  e  colla 
luna  crescerle  in  cima.  Gio.  Federico  Ro- 
ber  scrisse:  De  Lima  Cor  ni  culata  fami- 
liaris  juris  insignì.  Tornando  areligiosi 
dervis,  vestono  di  grosso  panno  di  color 
mischio,  con  sopravveste  lunga  e  quasi 
sempre  bianca,  e  portano  una  berretta  di 
pelo  alla  e  pizzuta.  Altri  religiosi  turchi 
sono  i  santonijgli  abdali,  i  rhcichl  o  scei- 
ki  e  altri,  i  quali  quasi  tutti  trattano  fa- 
miliarmente colle  donne,  o  almeno  i  bei 
fanciulli  e  le  belle  fanciulle,  dicendo  con 
Platone  che  in  un  bel  corpo  dee  alberga- 
re una  bell'anima.  Techios  dicesi  il  con- 
vento nel  quale  convivono  i  religiosi  tur- 
chi,che  hanno  fallo  voto  di  vita  austera, 
subordinali  a'ioro  superiori  osceik, come 
sono  i  dervis  ed  i  santoni  ec.  1  santoni,  spe- 
cie di  religiosi  turchi, in  parte  somigliano 
a'dervis,  e  vivono  anco  in  conventi  sotto 
l'ubbidienza  de'superioii,  ma  nelle  vesti 


T  UR 

e  portamento  sono  assai  sudici  e  quan- 
to il  più  misero  mendico,  mentre  i  tur- 
chi in  generale  sono  pulitissimi.  Etti  pu- 
re l\uìì  volte  la  settimana  hanno  nelle  lo- 
ro moschee  la  predica,  e  diversi  divoti  e- 
sercizi,  ripetendo  coti  frequenza  e  urlan- 
do in  circolo,  tenendosi  per  la  mano,  II- 
luhìi,  cioè  Dio  e  grande,  mentre  fanno 
con  diversi  giri  una  specie  di  danza  co- 
me i  dervis;  poiché  i  turchi  credono  do- 
vere nell'orazione  essere  l'anima  tutta  in 
moto  nel  raccomandarsi  a  Dio,  e  cos'i  il 
corpo  dovervi  corrispondere  per  lodare, 
pregare  e  riugraziareDio  con  fervore.  Pro- 
fessano la  scuola  di  Platone,  abitano  an- 
guste celle  e  dormono  sulla  nuda  terra. 
Essi  come  i  dervis  e  altri  recitano  la  co- 
rona chiamata  Tesimeli,  A\  cui  parlai  nel 
voi.  XVII,  p.  iq4»  'a  CUI  forma  somiglia 
alla  nostra  Corona  divozionale  o  Rosa- 
rio, ma  più  lunga,essendo  infilati  nel  cor- 
doncino di  seta  99  grani  di  legno  sparti- 
ti in  3  parti,  ognuna  di  33.  In  ogni  gra- 
no recitano  un'orazione  breve  dell'Alco- 
rano >  o  ripetono  1'  Alluhh.  I  grandi  e  i 
ricchi  usano  lesbuch  d'ambra,  di  calcedo- 
uia,  di  corallo,  di  perle.  Gii  abdali  sono 
una  sorte  di  religiosi  più  austeri  de'der- 
vis  e  de'santoni,  ma  non  hanno  conventi, 
ne  regola,  né  superiori.  Con  ischifosa  sel- 
vatichezza pretendono  provare  la  santità 
di  loro  vita,  mangiando,  bevendo  e  dor- 
mendo dove  loro  riesce  esigere  venerazio- 
ne e  carità.  I  cheik  o  sceik  sono  i  capi 
dellecomunilà  religiose  esecolari,  e  i  dot- 
tori distinti,  non  che  i  predicatori  delie 
moschee  in  giorni  stabiliti,  e  lo  sceriffo 
della  Mecca  è  il  capo  degli  sceik.  Altri  reli- 
giosi turchi  sonoi  Bectaschites,  così  det- 
ti dall'istitutore  Bectasch  predicante  d'A- 
murat  I, allorquando  vinse  \\  De  spota del- 
la Servia.  I  giannizzeri  ne  professavano 
l'istituto,  e  per  contrassegno  dal  loro  tur- 
bante pendeva  sulle  spalle  una  manica 
lunga  e  stretta.  Altra  specie  di  beclaschi- 
tes  si  chiamano  Zeratiles  o  Munscondu- 
ren,  ma  divennero  empi ,  poiché  senza 
scrupolo  commettevano  ogni  sorta  d'in- 


TU  tt 

cesto. Pare  che  tutti  i  bectaschites  non  più 
esistano.  Izrevi  o  Erevi  fondò  un  or- 
dine di  religiosi  turchi.  Dicesi  eh'  egli  si 
mortificava  con  continui  digiuni,  e  pian- 
geva amaramente  i  peccati  che  credeva  a- 
ver  commesso,  e  che  gli  angeli  discende- 
vano dal  cielo  per  consolarlo.  Izrevi  era 
m  dotto  chimico,  e  i  suoi  discepoli  rac- 
contano che  possedeva  il  segreto  di  far 
l'oro,  che  regalava  a  quelli  che  entrava- 
no nel  suo  ordine.  Umile,  umano,  carita- 
tevole, esercitava  gli  uffizi  più  abbietti  di 
sua  comunità,  e  fondò  gran  numero  d'o- 
spedali o  imar,  ove  si  curano  i  turchi  che 
non  ponno  farlo  nelle  proprie  case.  La  sua 
gran  soddisfazione  era  il  comprare  le  in- 
teriora di  vitelli  e  di  castrati,  per  nutri- 
re gli  animali  privi  di  padrone  e  d'asilo. 
Questa  è  la  sola  azione  tl'Izrevi,  chei  suoi 
discepoli  imitano,  nel  resto  essendo  orgo- 
gliosi, libertini,  avarie  infingardi.  Porta- 
no inoltre  l'empietà  a  seguo  di  dire,  che 
per  servire  Dio  bisogna  essere  ipocondria- 
co o  pazzo.  Vi  sono  finalmente  i  marabu- 
li  ministri  del  culto  maomettano  di  setta 
particolare, sparsi  per  tutta  l'Africa  e  ve- 
neratissimi  fra'mori  e  gli  arabi.  Sono  di- 
visi in  3  ordini: il  i.°èausterissimo, pende 
al  panteismo,  e  dopo  alcuni  anni  di  rigo- 
re sommo  si  fa  lecite  le  più  nefande  osce- 
nità; quelli  del  i.°  si  chiamano  cabalisti 
e  riconoscono  il  d.1  Beni  (mal  primo  isti- 
tutore jquelli  del  3.°  appellatisi  sunnachi- 
sii  ed  anche  terapeuti,  vivono  da  misan- 
tropi, ed  hanno  una  mostruosa  mesco- 
lanza di  dogmi.  Ingenerale  i  marabuti 
sono  cattivi  e  solenni  impostori,  ignoran- 
tissimi e  dissoluti.  Con  tultociò  godono 
d'immenso  credilo  fra'mussulmani,  pos- 
sedono  dappertutto  case  e  terreni,  ed  an- 
che interi  villaggi  e  città:  parte  di  loro 
corrono  cenciosi  e  quasi  nudi  in  segno  di 
penitenza.  11  gran  marabulo,  ossia  il  lo- 
ro capo  supremo, risiede  in  Ardra  provin- 
cia del  regno  di  Dahomey  in  Africa,  nel- 
la Guinea  superiore,  già  regno  possente. 
Nelle  moschee  era  vietato  l'ingresso  n'eri» 
stiani,  come  a'turchi  l'ingresso  ne'tem- 


T  U  R  239 

pli  cattolici;  tuttavolta  registrai  nel  voi. 
XLVIll,  p.  281,  che  neli494ne,'a  co~ 
ronazione  d'Alfonso  II  re  di  Napoli,  tra 
gli  ambasciatori  essendovi  quello  de'tur- 
chi,  all'offertorio  fu  avvisato  d'uscir  dal- 
la chiesa.  Le  abluzioni  e  lustrazioni  sono 
frequenti  in  Turchia;  non  si  pone  mai  un 
cadavere ne\\aSepoltura( T .)sopra  un  al- 
tro se  non  dopo  1  5oo  200  aunijcioè  quan- 
do il  tempo  ha  cancellato  la  traccia  del  i.° 
seppellimento;  quindi  la  Turchia  è  coper- 
ta di  Cimiteri^  se  ne  trovano  in  mezzo  a* 
campi  e  alle  lande,  lungi  dalle  abitazioni, 
in  seno  alle  città  riempiono  gli  spazi  vuo- 
ti intorno  alle  moschee;  le  tombe  de'ric- 
chi  consistono  in  sarcofagi  scoperti,  sor- 
montati da  colonne  scolpite  e  dorate.  Nel- 
le cappelle  delle  moschee  giacciono  le  ce- 
neri di  qualche  personaggio  cospicuo  in 
virtù  e  santità.  Tali  sepolcri  sono  chiama- 
ti Turbe,  e  quelli  di  fondazione  imperia- 
le principalmente,  sono  intonacali  inter- 
namente di  vernice  a  guisa  della  maioli- 
ca e  porcellana,  con  molte  iscrizioni  in  ca- 
ratteri d'oro  e  per  l'ordinario  in  versi  ad 
onore  di  Maometto.  Ogni  turbe  ha  4o  6 
custodi,  e  1  o  o  1  5  vecchi  per  leggere  ogni 
giorno  il  Corano  pel  riposo  dell'anime  di 
coloro  che  vi  sono  sepolti.  I  settari  Ka- 
dezadeliti,  istituiti  da  Burgali  Elfendi,  si 
distinguono  per  alcune  ceremonie  che 
praticano  in  ossequio  dc'morti,  e  nell'o- 
razioni che  fjuno  per  essi.  Alcuni  credo- 
no che  il  fondatore  abbia  imparato  dai 
cristiani  rinegati  l'orazione  pe'morti,  che 
ritennero  qualche  idea  confusa  ilei  Pur- 
gatorio e  de'sulfragi  pe'defunti.  Il  Mar- 
racci  neìProdromit.s  ad  refuta  lioiiem  A  l- 
Coraiiì^av.  4,  p.  i5,  spiega  le  ceremonie 
praticate  da'mussulmani  in  ossequio  dei 
morti;  quante  volte  e  come  lavano  il  cor- 
po del  morto,  gli  abiti  col  quale  lo  rive- 
stono, le  funzioni  che  fanno,  l'orazioni  che 
gli  recitano  prima  le  persone  costituite  in 
dignità,  poscia  i  parenti  del  morto.  Indi 
l'iman  grida  ad  alta  voce  nell'orecchie  del 
morto:  Che  si  ricordi  che  non  vi  è  se  non 
un  Dio  solo  ed  un  profeta.  Veramente  ciò 


2.{o  TUR 

l'iman  non  dice  al  defunto,  ma  n!  mori- 
bondo, colla  forinola  o  specie  <li  profes- 
sione di  fede, comune  a  tutti  i  mussulma- 
ni: Che  non  vi  è  che  ixn  Dio  solo,  e  che 
Maometto  è  il  suo  vicario.  Il  lutto  è  sco- 
nosciuto in  oriente,  perchè  I'  islamismo 
vieta  ogni  segno  di  cordoglio  verso  i  tra- 
passali. I  Lumi,  generalmente  parlando, 
punto  non  risplendono  sotto  l'imperodel 
Corano.  V  Anno  è  lunare,  per  conseguen- 
za d'i  i  giorni  minore  del  nostro,  ed  ha 
principio  successivamente  in  tutti  i  tem- 
pi dell'anno;  V  Era  da'turchi  adottata  è 
quella  dell'Egira  o  fuga  di  Maometto  dal- 
la Mecca,  i  6  luglio  622.  Difficilmente  si 
può  formare  un'  idea,  al  dire  di  diversi 
scrittori,  dell'ignoranza  de' turchi  sino  ai 
nostri  giorni,  tranne  poche  eccezioni.  Né 
i  turchi  sono  meno  indietro  per  conto  del- 
le arti  che  per  quello  delle  scienze  e  del- 
le lettere,  sicché  i  capolavori  della  Gre- 
cia non  poteauo  cadere  in  mani  più  pro- 
fane e  più  barbare.  Ma  le  relazioni  che  si 
hanno  sui  turchi,  alcune  sono  troppo  de- 
primenti, altre  troppo  elogistiche;  ciò  (ac- 
cio osservare,  perchè  raccogliendo  nozio- 
ni dalle  une  e  dalle  altre,  non  sia  credu- 
to talvolta  in  contraddizione,  solo  rife- 
rendo imparzialmente.  Il  Matracci  stesso, 
che  colle  sue  dotte  investigazioni  trattò  di 
ciascun  punto,  in  certi  particolari  fu  stra- 
no. Le  scienze  furono  assolutamente  ne- 
glette,secondo  alcuni,  nondimeno  un  non 
piccolo  numero  di  letterati  possiede  gli  e-, 
lementi  delle  matematiche  e  dell'astro- 
nomia, e  come  dirò  d'altre  scienze;  vi  so- 
no accademie  e  collegi,  e  pubbliche  scuo- 
le sono  presso  le  moschee.  La  lettura  of- 
fre alcuni  monumenti  relativi  alla  teolo- 
gia, alla  storia  e  alla  poesia,  questa  pe- 
rò essendo  piena  d'iperboli  esagerate.  La 
lingua  turca  non  manca  di  armonia  gra- 
ve e  severa:  la  buona  compagnia  ha  un 
linguaggio  fiorito,  nella  composizione  del 
quale  entrano  l'arabo  e  il  persiano.Osser- 
va  il  Dizionario  delle  origini ',  che  secon- 
do l'inglese  Thornton,  che  visse  i4  an- 
ni a  Costantinopoli  e  lasciò  la  pregiata  o- 


TUR 
pera  ,  Lo  stato  attillile  della  Tai'clti<ft 
questa  lingua  considerata  nella  sua  mag- 
gior purità  senza  mescolanza  d'arabo  e 
di  persiano,  non  è  che  una  composizione 
secondaria,  e  manca  del  carattere  esseu- 
ziale d'una  lingua  madre, consistente  nel- 
l'essere per  se  stessa  intelligente  e  ridu- 
cibile a'suoi  semplici  elementi.  Nullame- 
no  la  sua  pronunciamone  è  dolce  e  mu- 
sicale, il  che  deriva  dall'armoniosa  dispo- 
sizione delle  sue  vocali,  le  quali  ne'  casi 
obbliqui  e  nelle  altre  inflessioni  sono  mo- 
dulate in  modo  d'essere  gradualmente  de- 
clinate, secondo  una  proporzionata  scala 
o  misura.  La  sua  costruzione  è  ingegno- 
samente composta,  e  le  sue  trasposizioni 
sono  lontane  dall'ordine  naturale  dell'i- 
dee che  si  hanno  nell'  altre  lingue.  La 
grammatica  turca  è  combinata  con  tal 
arte  che  sembra  essere  il  risultamento  d'u- 
na profonda  pratica  de'principii  delle  lin- 
gue in  generale,  e  piuttosto  appare  com- 
posta secondo  il  raziocinio  de'filoso(i,ehe 
in  conseguenza  delle  accidentali  combi- 
nazioni d'un  popolo  selvaggio  e  privo  d'u- 
na specie  di  coltura.  La  lingua  turca  pe- 
rò che  si  parla  dal  popolo,  comechè  ba- 
stantemente copiosa  per  l'uso  ordinario, 
è  sprovveduta  di  termini  tecnici  e  di  e- 
spressioni  per  rappresentare  le  idee  filo- 
sofiche, perla  cui  sterilità  si  è  dovuto  im- 
piegare parole  arabe  ed  anche  persiane. 
Con  tale  unione  di  termini  esotici,  la  lin- 
gua turca  scritta  offre  un'asprezza  pedan- 
tesca; ma  parlata  fra  colte  persone,  0  da 
coloro  iniziati  nello  studio  delle  lingue 
araba  e  persiana,  è  scevra  di  quelle  espres- 
sioni e  di  que'modi  forzali  che  sono  am- 
messi nella  composizione.  Allorché  una 
persona  erudita  parla  familiarmente  coi 
suoi  amici,  invece  d'impiegare  que'modi 
oscuri  che  sembrano  indicare  un  idioma 
barbaro,  mancante  di  regole  e  di  princi- 
pii,  fa  uso  d'un  linguaggio  leggiadro,  pie* 
no  di  bellezze,  tanto  per  la  sua  purità  e 
de!icatezza,quanlo  per  la  cadenza  copiosa, 
regolare  e  maestosa  de'suoi  suoni. Non  vi  è 
certameule  lingua  maggio»  mente  alta  al 


TUR 

dialogo;  ma  non  si  può  formare  un'idea 
chiara  e  precisa  della  lingua  turca,  se  non 
conversando  con  una  società  colta  e  gen- 
tile. Questo  nuovo  idioma,  cui  a  grado  a 
grado  si  aggiunsero  le  ricchezze  dell'ara- 
bo e  le  dolcezze  del  persiano,  dev'essere 
sceverato  dall'antico  turco,  proprio  ora 
soltanto  al  comune  del  popolo.  Egli  è  poi 
in  questo  idioma  nobile  ed  armonioso,che 
scrivonsi  nell'impero  ottomano  i  libri  di 
storia  e  le  opere  scientifiche,  gli  editti  del 
sovrano,  gli  ordinamenti  de'  ministri,  i 
decreti  de'ti  ibunali ,  finalmente  tuttociò 
che  emana  dalla  cancelleria  imperiale  e 
da'numerosi  dicasteri  degli  affari  pubbli- 
ci. Tanto  il  turco,  quanto  l'arabo  e  il  per- 
siano,hanno  un  medesimo  carattere,quin- 
di  uno  stesso  alfabeto,del  quale  e  dellaZ/z/z- 
gua  a  questo  articolo  ne  feci  parola;  ma 
la  semplice  cognizione  de'comuni  carat- 
teri, non  basterebbe  ad  un  arabo  o  ad 
un  persiano  per  leggere  ad  alta  voce  un 
ms.  turco,  e  così  viceversa,  se  primiera- 
mente non  abbia  imparato  il  significa- 
to de'  termini  di  ciascuna  lingua  :  tulta- 
volta  lo  studio  d'un  anno  è  sufficiente  per 
imparare  a  leggere  e  scrivere  l'arabo,  e 
circa  4  mesi  per    ognuna  dell'  altre  lin- 
gue; l'ortografia  è  infinitamente  più  sem- 
plice e  più  conforme  alla  pronuncia,  che 
non  sono  per  un  italiano  il  tedesco  e  l'in- 
glese. Non  bisogna  però  credere  che  la 
lettura  delle  3  indicate  lingue  sia   facile 
ad  ognuna  delle  stesse  nazioni,  giacche  è 
indispensabile  una  cognizione  prelimina- 
re de'  3  idiomi  in  qualsiasi  leggitore.  I 
caratteri  poi  si  varianoin io  modi, perchè 
ciascuno  ha  il  nome  e  l'uso  suo  partico- 
lare; laonde  un  perfetto  amanuense  o  co- 
pista non  è  nell'  oriente  una  persona  di 
limitale  cognizioni,  ma  è  un  calligrafo; 
giacché  oltre  al  sapere  le  diverse  scrit- 
turazioni, sanno  cosi  bene  eseguire  ogni 
carattere,  che  l'occhio  ingannato  dalla 
bellezza   loro  le  prenderebbe  per  lettere 
stampate  o  incise.  Il  più  comune  carat- 
tere è  il  nesskhyt  che  s'impiega  ne' libri 
iuss.  o  stampati;  il  diwany  è  per  le  let- 

VOL.   IXXXI. 


TUR  *4i 

fere  missive,  e  segnatamente  pe'pubblici 
ministri,  per  gli  editti  e  gli  ordinamenti, 
non  che  alle  canzoni  e  agl'inni:  tali  due 
caratteri  sono  maggiormente  in  uso  pres- 
so tutte  le  classi  della  nazione.  Il  siyra- 
kath  è  riserbato  al  solo  ministro  delle  fì- 
nanze;il  rik'ah,  pe'memoriali  e  altri  scrit- 
ti di  simil  genere  ;  il  talik  è  specialmen- 
te consagrato  alla  poesia  epica;  il  suluss 
djerissy  e  il  nesskhy  djerìs.y,  non  servo- 
no che  agli  epitaffi,  alle  leggende  e  alle 
epigrafi;  il  diery  è  per  le  patenti  e  le  let- 
tere diplomatiche.  L'antichissima  lingua 
araba,  dopo  la  caduta  dell'arabo  impero, 
non  perdette  il  suo  lustro,  ma  cessò  d'es- 
sere la  lingua  comune,  e  ad  essa  venne 
sostituito  il  turco  e  il  persiano.  11  turco 
primitivo,  poco  ricco  e  meno  armonioso 
del  persiano,  è  l'idioma  del  popolo  nel- 
l'impero ottomano,  inquellodegli  uzbeki 
e  in  moltissime  regioni  dell'aita  Tarlarla. 
Il  persiano,  la  cui  pronuncia  è  molto  più 
dolce,  è  coltivato  anche  fuori  della  Per- 
sia da  tutti  coloro  che  hanno  mente  per 
la  poesia,  e  si  parla  persino  alla  coi  te  di 
Costantinopoli,sebbene  le  due  nazioni  sie- 
no  dissidenti,  comechè  i  persiani  sono  se- 
guaci d'Aly,  e  perciò  mal  veduti  da'tur- 
chi  e  da  tulli  i  sunniti  seguaci  della  set- 
ta d'Omar.  Niuna  però  delle  due  lingue 
si  avvicina  alla  ricchezza  e  maestà  dell'a- 
raba, il  cui  studio  è  indispensabile  a  qua- 
lunque mussulmano,  che  voglia  alquan- 
to sollevarsi  al  di  sopra  del  volgo,  giac- 
che r Ai-Corano  e  tutte  l'antiche  opere, 
massime  religiose,  sono  scritte  nell'arabo 
idioma.  L'antichissima  lingua  araba  è  di- 
visa in  arabo  letterale,  ch'è  la  lingua  del 
Corano  e  de'dotti,  e  in  arabo  volgare.  Co- 
me la  lingua  più  ricca  d'oriente,  ha  un 
numero  strabocchevole  di  sinonimi,  per 
indicare  la  stessa  parola.  Sedevesi  crede- 
re al  Lessicografo  Arabo  di  Firouzaba- 
di,  vi  sono  iooo  parole  per  indicare  un 
cammello  e  un  lione,e  5oo  per  esprimere 
una  spada.  Osserva  il  Rampoldi  negli  An- 
nali Ottomani)  ch'è  un'opinione  affatto 
erronea  tra  gli  europei,  che  la  dottrina  di 
16 


24»  TUR 

Maometto  innalzasse  un  muto  di  bronzo 
contro  le  scienze  e  i  lumi,  e  che  quel  le 
gislalore  sia  stato  il  più  gran  nemico  che 
abbia  avuto  la  ragione  umana,  poiché  a 
solo  detrimento  delle  scienze  raccoman- 
dasse o  piuttosto  imponesse  una  santa 
ignoranza  a'seguaci  suoi.Troppecose  giu- 
ste e  solenni  ponno  confutare  tale  pre- 
giudizio, imperocché  non  vi  sono  titoli 
fra'maomeltani  maggiormente  onorevo- 
li, come  quelli  di  dotto,  letterato,  avvo- 
calo o  scrittore.  Colui  che  coltiva  i  buo- 
ni studi,  è  ovunque  rispettato,  ed  ei  solo 
può  aspirare  a'pubblici  impieghi,  per  cui 
e  accademie  e  collegi  trovatisi  pure  ovun- 
que in  grau  copia,  e  sono  assai  frequen- 
tati. I  primi  studi  consistono  nella  gram- 
matica, nella  retlorica,  nella  poesia,  uel- 
la  filosofia  e  nella  giurisprudenza  :  la 
grammatica  però  viene  considerata  qual 
vera  e  solida  base  dell'educazione.  Prima 
d'ogni  altra  cosa  i  turchi  esigono  che  si 
conoscano i  priucipii  della  religione,  e  per 
conseguenza  della  sua  propria  linguajque- 
stoè  santo  dovere,  non  pregiudizio.  Tut- 
te le  lodi  che  si  danno  al  Creatore,  tut- 
te le  preci  che  a  lui  s'indirizzano,  devo- 
no essere  conosciute  e  inlese  dall'offeren- 
te, dimodoché  la  lingua  araba  è  studia- 
ta ,  conosciuta  e  parlata  dalla  massima 
parte  de'mussulmani.  La  morale  poi,  os- 
sia la  dottrina  de'buoni  costumi,  da  cui 
tulio  dipende  il  beu  essere  de'  popoli,  é 
considerala  come  ii  2.°  cardine  della  buo- 
na educazione,e  consiste  in  massime,  sen- 
tenze, proverbi,  apologhi  e  racconti  sto- 
rici, per  la  maggior  parte  scritti  in  verso, 
per  cui  lo  studio  della  poesia  vedesi  ran- 
nodato con  utilissimo  e  beli' artifizio  a 
quello  della  morale  ,  poiché  diletta  la 
mente,  s'imprime  anche  con  maggior  di- 
letto e  con  maggior  solidità  in  cuore.  Per 
Io  studio  delle  lingue  turca,  araba  e  per- 
siana abbiamo  copiose  opere,  fra  le  quali 
le  seguenti.  Cosimo  Comidas  de  Carbo- 
gnano,  Priìicipìi  della  grammatica  tur- 
ca, Roma  1794.  Amedeo  Jaubert,  Elé- 
mens  de  lagrammaire  furAr^Paris  1 82  3. 


T  U  R 

Francesco  Meninski  ,  Justitutiones  lin- 
guae turcieae,  citm  rudimenti*  parai 
lelis  linguaréun  arabicae  et  persicac, 
V'mdobonaei756.  M.  Viguier,  Siemens 
de  la  tangue  turquet  Constanti  no  pie 
1790.  Yzi  storiografo  regio,  Annali mu- 
sul  mani  sevi  ll\  in  lingua  turca  e  divisi  in  2 
epoche.  Costantinopoli  1784-85.  Alpìia- 
betum  arabicum,  Romaei  797.  Tomma- 
so Erpeni,  Rudi  menta  linguae  arabicae, 
Parisiis  1688.  Antonio  Giggeri,  Thesau- 
rus linguae  arabicae,  Mediolani  i63s. 
P.  H.  E.  Gottlob,  Compendium  grani- 
maticac  arabicae,  cum  chrestomalliia, 
Jenaei790.  Massimo  Mazlum  patriarca 
de'greci  melchili,  Grammatica  genera- 
le della  lingua  araba,  Roma  i83o.  J. 
Chr.  Kallii,  Fundanienta  linguae  ara- 
bicae ,  Hauniae  18  18.  Francesco  Dum- 
bais,  Grammatica  linguae  mauro-ara- 
bicae  juxta  vernar  idi  idioma 'tis  usumj 
accessit  Voeabolarinm  ìatino-mauro- 
arabicum,V\iìòoho\me  1800.  Arleaga, 
DelV i tifine nza  degli  arabi  nella  poesia 
moderna  in  Europa,  Roma  1791.  Simo- 
ne Assemani,  Saggio  sull'origine,  culto, 
letteratura  e  costumi  degli  arabi  avan- 
ti Maometto,  Padova  1  787.  F.  A.  G.  Her 
bin,  Développeniens  des  principes  de  la 
la ngue  arabe  moderne,  Paris  i8o3.  Di- 
ctionnai re  arabe  par  Germain  Farha- 
te  maronita,  révu,  corrige  et  considera- 
blement  augmenté  sur  le  ms.  de  V  àu- 
teur  par  Rochaid  de  Dahdah,  Rome 
r849-  Flores  grammaticales  arabici 
idiomatis  ex  optimis  grammatici s,  nec 
non  pluribus  arabum  monumenti*;,  stu- 
dio et  labore fr.  Jgapitia  Valle  Flem- 
marum,  Romae  i  845. L'opera  insigne  del 
gesuita  Audres  dell'  Origine  e  deprogres- 
si  d'ogni  letteratura,  trattò  egregiamen- 
te degli  studi  e  delle  scoperte  degli  arabi. 
Alphabetum  persicum^ìomixe  1  783.  Ru- 
di menta  grammatiche  persicac.  Pala  vii 
17  Sy.jdntho logia  persica,scu  sclecta  e  di- 
versis persiis  auctoribus  in  lati/10  /rrf/M- 
/<7tar,ViennaeAustriaei778A.Jesu,£/v7/// 
matica  linguae  persicac,  Romae  1661. 


TUR 
Sino  ad  anni  addietro  le  stamperie  di 
Costantinopoli  non  pubblicavano  che  Al 
Corani  turchi  e  arabi,  storie  di  Maomet- 
to e  dell'impero  turco.  Nel  1726  Achmet 
III. protettore  zelante  delle  lettere,ordinò 
che  si  stabilissero  stamperie  uella  capita- 
le  della  Turchia.  I  giudei  e  gli  armeni 
possedevanosoli, dalla  fine  delsecoloXVl, 
nelle  case  de' loro  rabbini  e  sacerdoti, 
stamperie,  ove  non  s'impressero  che  ope- 
re di  religione.  Achmet  III  per  conciliar- 
si gli  ulema,  non  permise  l'impressione 
dell'Al-Corano,  delle  traduzioni  dell'ope- 
re canoniche  e  giuridiche,  nou  che  de'lo- 
10  commentatori.  Il  motivo  di  questo  di- 
vieto era  il  timore  di  vedere  i  libri  sagri 
falsificati.  Coll'editto  imperiale  erano  sta- 
ti nominati  due  direttori,  e  posti  i  fondi 
alla  loro  disposizione.  Ambedue  erano  sti- 
pendiati, ed  il  ministro  e  il  gran  visir  li 
proteggevano  in  una  maniera  singolare. 
Quattro  giudici,  persone  le  più  ragguar- 
devoli, erano  incaricati  della  censura;  il 
sultano  Achmet  III,  che  solamente  regnò 
3  anni  dopo  questa  istituzione,  visitava 
spesso  la  stamperia  incoraggiando  i  di- 
rettori e  gli  operai  alemanni.  Mahmoud 
I  seguì  l'esempio,  dopo  la  deposizione  del 
predecessore.  Tutta  volta,  malgrado  Io  ze- 
lo de' due  direttori  e  la  sovvenzione  im- 
periale, la  stamperia  faceva  poco  progres- 
so. La  difficoltà  di  procurarsi  abili  com- 
positori, e  la  mancanza  de'caratteri,i  qua* 
li  erano  tutti  fusi  a  Venezia,  erano  sì  gran- 
di che  nel  1  743,  vale  a  dire  quasi  1 7  an- 
ni dopo,  solo  17  opere  erano  state  stam- 
pate. Nel  1747  dopo  la  morte  dell'ispet- 
tore Kadi-lbraim,  la  stamperia  fu  chiù - 
sa,  e  non  si  riaprì  se  non  nel  1755.  Da 
quell'anno  al  1 784  non  fu  stampato  nul- 
la. Allora  il  sultano  Àbdul-Hamed  ordi- 
nò il  ristabilimento  della  stamperia  con 
grande  apparato.  Nullameno  dal  1784  al 
1828  non  comparvero  se  non  80  opere, 
le  quali  formavano  uu  insieme  d'82  vo- 
lumi. Dah83o  al  1842,  secondo  il  cata- 
logo fatto  dal  Bianchi  (segretario  inter- 
prete della  legazione  francese  a  Costan- 


T  U  II  243 

tinopoli,  e  compilatore  del  Dizionario 
francese-turco),  sono  stati  stampati  108 
vohuni;dal  1842  il  numerode'libri  slam 
pati  si  è  grandemente  accresciuto.  Nuo- 
ve macchine  sono  state  di  recente  stabi 
lite  a  Costantinopoli  e  nelle  principali  cit- 
tà dell'impero,  per  le  stamperie  in  nota 
bile  progresso.  Leggo  nella  Civiltà  catto 
lica,  3.a  serie,  t.  2,  p.  382,  il  novero  dei 
giornali  che  si  stampano  nella  capitale 
dell'impero  ottomano.  Ivi  si  dice, che  nei 
numero  delle  molle  altre  cagioni  le  qui- 
li  concorrono  ad  abbattere  il  vecchio  mus- 
sulmanismo  in  Costantinopoli,  non  è  di 
tacere  il  progresso  che  vi  fa  la  stampa  pe 
riodica,  il  che  dimostra  che  si  ama  di  leg 
gere  e  d'istruirsi.  Lasciando  di  dire  che 
quasi  tutti  i  principali  periodici  d'Euro- 
pa vi  contano  associati  più  o  meno  nume- 
rosi, secondo  la  lingua  in  che  sono  scrit- 
ti e  le  materie  che  trattano,  il  seguente 
breve  catalogo  comprende  le  pubblica- 
zioni periodiche  che  ora  escono  nella  ca- 
pitale del  Bosforo.  Esse  sono  le  seguenti. 
Il  Tanguin-V 'agii  o  T acìduli -i- Vacai, 
giornale  de'fatti,  esce  irregolarmente  in 
lingua  turca  ,  ed  è  giornale  ofliciale.  Il 
Journal  de  Constantinople  e  la  Presse 
d'Oricnt,  ambedue  in  francese,  si  pub- 
blicano il  lunedì  e  il  giovedì.  Il  Telegra- 
phos  tou  Bosphorou,  telegrafo  del  Bosfo 
ro,  in  greco,  esce  il  sabato.il  Medjmoud-i- 
Havadis,YixcQo\lbò\.  notizie,  in  turco  con 
caratteri  armeni,  si  dispensa  il  sabato.  li 
Macis,  monte  Àia  rat,  in  armeno,  esce  il 
giovedì.  L' 'Jnadoht,  Oriente,in  turco  cou 
caratteri  greci,  si  distribuisce  il  sabato. 
L' Akhbar-i-Constantiìùe,  notizie  di  Co- 
stantinopoli, in  turco  con  caratteri  arme- 
ni, si  pubblica  il  sabato.  U  Avedapcr,  mes- 
saggere, in  armeno,  il  mercoledì  ogni  i5 
giorni.  Il  Tzarigsadski  Vestnitk,  mes- 
saggere di  Costantinopoli,  iu  bulgaro,  3 
volte  la  settimana.  V Or-Israel,  luce  d'I- 
sraello,  in  ebraico  spaguuolo  con  carat- 
teri ebraici,  il  venerdì.  L'  Asdjid  Asve- 
lian,  piccola  stella  d'Oriente,  in  armeno, 
periodico  letterario  e  scienlifico,esce  men  - 


244  tur 

silmente.  Il  Djeridì-ì-Devrn  .  raccolta 
universale,  in  armeno,  periodico  religio- 
so, lellerario  e  politico,  si  pubblica  due 
volle  il  mese.  L' Ardua  ì  asbouragan, 
aquila  di  Vasburg,  in  armeno,  periodico 
morale  e  letterario  d'ogui  mese.  El  Ma- 
ladcvOy  la  Fucate  de  ciencia ,  il  Mala- 
dero,  la  Foute  della  scienza,  periodico  il- 
lustrato in  lingua  spaglinola  clic  si  slam* 
pa  con  caratteri  ebraici.  Nominai  più  vol- 
te gli  ulema  ,  ora  conviene  che  ne  dia 
coutezza.  Una  delle  più  grandi  preroga- 
tive de'successori  di  Maometto,  come  os- 
serva il  Itampoldi  negli  Annali  musul- 
mani) fu  l'unione  delle  due  spade.  L' e- 
sercizio  delle  funzioni  sacerdotali(o  di  pri- 
mi ministri  della  religione)  fu  pei  ò  sem- 
pre considerato  da'califli  come  il  più  au- 
gusto de'loro  diritti,  e  il  i.°de'loro  dove- 
ri. Nella  loro  qualità  di  depositari  supre- 
mi del  Corano  e  della  legge  sagra  ,  essi 
furono  sempre  pontefici  della  religione 
maomettana,  amministratori  della  giu- 
stizia, e  dottori  della  legislazione  univer- 
sale: tre  dignità  molto  distiute,  ed  a  cia- 
scuna delle  quali,  secoudo  lo  spirito  del- 
l'islamismo, erano  costantemente  attacca- 
li differenti  poteri  e  particolari  funzioni. 
Finché  il  califfato  restò  tanto  nella  fami- 
glia Ooi iliade  che  in  quella  degliAbbassidi 
della  i. 'dinastia,  tali  arabi  imperatori  a- 
dempirono  le  suddette  funzioni  da  loro 
stessi,  o  col  mezzo  di  luogotenenti  stabiliti 
nella  capitale,  e  nelle  provincie  sottoposte 
al  loi  odominio,  col  titolo  d'Imam  e  di  Ca- 
di o  Kadi.  Non  furouo  però  che  questi  ul- 
timi.i  quali  distinti  dagli  altri  sudditi,  per 
l'erudizione,  la  natura  e  l'importanza  del 
loro  ministero,  composero  l'ordine  gerar- 
chico sotto  il  venerabile  e  augusto  titolo 
di  Xilema^  che  significa  de'dotti,  de 'sa- 
pienti e  letterati.  Erroneamente  da  mol- 
ti si  credette  che  i  ministri  della  religione 
facessero  pai  te  degli  ulema:  sono  essi  ben- 
sì rispettati  al  pari  de'doltori  della  legge 
e  de'ministri  di  giustizia,  ma  non  forma- 
no come  questi  ultimi  un  ordine.  Ulema 
è  altresì  nome  generico  col  quale  s'iudi- 


TUR 
conoi  corpi  de'ministri  della  religione^pe- 
cie  di  gerarchia  appartenente moljo  più  al 
governo  politico,  che  alla  religione,la  (pia- 
le non  ha  quasi  nò  riti,  ne  esteriori  cere- 
monie.  Anzi  trovo  in  diversi  più  critici 
scrittori,  che  in  errore  caddero  coloro  che 
ragionando  delle  cariche  e  magistrature 
della  monarchia  ottomana  e  di  altre  mus- 
sulmane, vollero  fare  paragoni  alla  ge- 
rarchia ecclesiastica,  come  sono  andato 
dicendo  secondo  le  diverse  opinioni,  im- 
propriamente. Gl'imam  non  hanno  ne  di- 
stintivi, ne  carattere  che  li  dispensi  dalle 
obbligazioni  di  cittadino,  e  ordinesedicen- 
te  sacerdotale  non  esiste  in  veruna  manie- 
ra fra'mussulraanijCome  già  ripetutamen- 
te avvertii.  Il  muftì  e  le  persone  dell'il- 
lustre corpo  degli  ulema,  di  cui  egli  è  ca- 
po supremo,  non  sono  i  ministri  della  re- 
ligione, ma  soltanto  gl'interpreti  della  leg- 
ge, giudici  e  giureconsulti,  diversi  adatto 
dal  corpo  de'ministri  del  culto  pubblico, 
come  differente  n'è  la  giurisdizione.  Quel 
rispeltabilecorpo  è  poi  diviso  in  doccias- 
si, Fukaha  e  Kad\  cioè  giureconsulti  e 
giudici, e  ad  essi  è  applicato  esclusivamen- 
te il  titolo  di  ulema,  e  quindi,  ripelo  di 
nuovo,  sono  interamente  separati  da'mi- 
nislri  del  pubblico  culto.  I  componenti 
l'ulema  sono  teologi  soltanto,  perchè  la 
giurisprudenza  trae  origine  dal  Corano; 
la  quale  cosa  si  dee  pur  dire  relati  vamen- 
teaì  Multekao  particolare  codice  religio- 
so, criminale,  politico  e  militare  dell'im- 
pero ottomano.  Tranne  questo,  i  compo- 
nenti l'ulema  sono  totalmente  estranei  al- 
la ìeligione.  È  vero  che  i  ministri  del  cul- 
to ricevono  ne'collegi  lai. "educazione  co- 
mune cogli  ulema,  e  formano  tra  loro  la 
classe  de'soflà  o  studenti,  per  l'interpre- 
tazione della  legge;  ma  allorquando  sono 
giunti  all'età  conveniente,  ed  hanno  ac- 
quistato un  grado  sufficiente  di  apposite 
nozioni,  scelgono  a  volontà  il  ministero 
che  loro  maggiormente  piace,  cioè  quel- 
lo d'amministratori  della  giustizia,  inter- 
preti della  legge  o  ministri  del  culto.  Per 
questa  ultima  classe,  non  offrendo  essa  al- 


TUR 

l'ambizione  una  carriera  molto  estesa,non 
vi  si  ricerca  perciò  molta  capacità  a  fron- 
te delle  prime  due,  per  cui  coloro  che  vi 
si  destinano  sono  obbligati  a  maggiori  stu  - 
ili,  e  quindi  sottoposti  a  formalità  più  ri- 
gorose. E  quindi  da  tale  comune  prove- 
nienza che  molti  confusero  l'anzidetta  ul- 
tima classe  colle  prime  due,  le  quali  sol- 
tanto sotto  gl'indicati  nomi  di  Fukaha  e 
di  Kadì  compongono  il  detto  corpo.  Glio- 
norie  le  prerogative  di  quelle  due  classi  di 
persone,  non  che  il  loro  sapere,  e  le  cari- 
che che  occupano,  formarono  dappertut- 
to una  distinzione  invidiata  da  taluni  e 
rispettata  da  tutti.  Colla  loro  costante  u- 
nione  seppero  poi  formare  un  partito  si 
forte,  tanto  alla  corte,  quanto  fra  il  popo- 
lo, d'avere  un  predominio  sopra  l'intera 
nazione,  poiché  alcune  volte  impiegaro- 
no la  loro  influenza  per  indurre  i  popoli 
alla  ribellione,  dirigendo  l'opinione  pub- 
blica  contro  i  sovrani,  o  giustificando  le 
loro  usurpazioni.  Non  v'ha  che  il  milita- 
re che  possa  essergli  contrario;  ma  anche 
questa  classe  viene  sovente  resa  ligia  al- 
l'influenza degli  ulema,  tanto  per  le  su- 
blimi cariche  che  occupa,  quanto  per  le 
ricchezze  di  cui  all'uopo  può  disporre.  In- 
fatti i  membri  di  questo  possente  corpo 
non  pagano  tasse  ne  pubbliche  imposizio- 
ni, e  per  un  particolare  privilegio  le  loro 
proprietà  sono  ereditarie  nelle  rispettive 
famiglie,  ne  mai  sono  sottoposte  alle  ar- 
bitrarie confische.  La  conservazione  di  ta- 
li immunità  fa  in  modo  che  le  famiglie 
meno  ricche  dell'ulema  soffochino  facil- 
mente le  gelosie  che  potrebbero  avere 
contro  le  più  possenti,  ed  abbandonino  i 
loro  particolari  ambiziosi  progetti  ogni 
qual  volta  lo  credono  necessario  pel  be- 
ne comune.  Si  dirigono  i  giovani  delle  al- 
te classi  alle  funzioni  d'ulema,  che  han- 
no per  oggetto  l'amministrazione  civile  e 
religiosa, al  modo  narra to,e  per  pervenir- 
vi basta  principalmente  essere  versati  nel- 
la cognizione  del  Corano.  Scuole  vi  sono 
in  Costantinopoli ,  Adrianopoli  e  altre 
maggiori  città  dell'impero.  Dietro  gli  esa- 


TUR  245 

mi  che  si  sostengono,  otfengonsi  diversi 
gradi,  che  sono  quelli  di  softà  o  studen- 
te, muder ri  o  capo  di  scuola,  naib  o  se- 
gretario di  giudice,  cadì  o  giudice,  mol- 
la o  gran  giudice,  Kiabc  molakì  o  giu- 
dice della  Mecca,  Istambul  effendi  o  ma- 
gistrato di  Costantinopoli,  kadi-leskìeri 
a  giudici  militari.  La  legge  religiosa  e  la 
legge  civile  sono  una  cosa  sola.  Gli  ule- 
ma sono  i  ministri  della  lesjsre  e  giudica- 
no  senza  appello  in  civile  e  in  criminale. 
Abbandonano  all'ordine  inferiore  degl'i- 
mam le  funzioni  del  culto ,  riservandosi 
gli  uffizi  giudiziari  più  lucrosi  e  impor- 
tanti. Il  sultano  mentre  eredita  da  tutti  i 
funzionari  civili  e  militari,  ne  sono  esenti 
gli  ulema.  La  Turchia,  a  parlar  propria- 
mente,non  è  una  monarchia ,  ma  un  com- 
posto di  principati,  ed  anche  di  repubbli- 
che unite  per  la  legge  di  Maometto,  vin- 
colo potente  per  un  popolo  essenzialmen- 
te religiosoe  schiavo  dell'abitudine.  L'au- 
torità del  sultano  non  è  positiva  e  intera 
che  a  Costantinopoli,  e  dentro  un  raggio 
di  3o  o  4o  leghe  intorno  a  quella  capita- 
le, ed  in  alquante  grandi  città  dell'impe- 
ro; dappertutto  altrove  n'è  riverito  il  no- 
me, perchè  successore  de'califfi  e  perciò 
capo  della  religione;  ma  il  suo  potere  è 
poco,  o  perchè  i  pascià  non  l'ubbidisco- 
no, 0  perchè  le  città  e  i  capi  de'territo- 
rii  non  ubbidiscono  i  pascià.  Le  città  non 
hanno  tutte  la  medesima  forma  d'ammi- 
nistrazione; le  une  sono  governate  da  un 
luogotenente  del  pascià;  altre  soggette  ad 
oligarchie  formate  da  uomini  a' quali  le 
ricchezze  e  la  posizione  danno  preponde- 
ranza sui  loro  cittadini;  hanno  altre  un'a- 
ristocrazia costituita  e  regolare  risultan- 
te dall'equilibrio  de' poteri  di  parecchi 
funzionari  gli  uni  dagli  altri  indipenden- 
ti. La  popolazione  maomettana,  ne'luo- 
ghi  dov'è  assai  numerosa,  dividesi  in  cor- 
pi di  mestieri,  i  cui  capi  adempiono  le  fun- 
zioni municipali.  Arroge  che  io  qui  dia  un 
sunto  de'  Brevi  cenni  della  dottrina  dei 
Mussulmani  a  opra  le  loro  leggi  e  sopra 
il  loro  avvenire,  estratti  dal  prof.  Miche- 


*46  TUR 

le  ile  Mathias,  specialmente  Julia  recen- 
tissima opera,  La  Tui  <hiaJ  ci i  G.  M.  Ja- 
n»nnini. "segretario  interprete  del  ledei 
francesi  per  le  lingue  orientali,  e  Giulio 
Van  Gaver,  stampata  neli83c)  e  tradot- 
ta nel  1840  da  F.  Falconetti;  cenni  pub- 
blicati negli  Annali  delle  scienze  religio- 
se, 1. i5,  p.  37  3,  e  che  già  ricordai  a  Mao- 
mettismo. Il  De  Malthias  divise  il  suo  di- 
scorso in  due  punti  o  articoli:  nel  i.°trat- 
ta  delle  dottrine  de'mussnlmani  sulle  lo- 
ro leggi  in  generale,  rapporto  ad  un'agi- 
tazione religiosa  universale,  che  succede- 
rebbe se  si  esaminassero  ;  nel  2.°  parla 
delledof  trine  de'mussulmani,  rapporto  al 
loro  avvenire.  Quanto  all'art. i.°si  dice. 
E  proibito  presso  i  mussulmani,  anche  in 
una  semplice  discussione,  discorrere  sul 
punto  di  vedere,  cjnal  sia  la  migliore  le- 
gislazione del  mondo  ,  perchè  nel  secolo 
XVI,  epoca  la  più  florida  per  l'impero  ot- 
tomano, vi  fu  un'agitazione  religiosa  ge- 
nerale, nella  (piale  i  turchi  di  maggiore 
ingegno  pensa  vano  che  ilCorano  era  mol- 
to  inferiore  all'È  vangelo5dopochè  gli  avea 
illuminati  colle  pubbliche  predicazioni  l'u- 
lema Cabiz,  il  quale  non  potè  essere  con- 
futatodagli  opponenti,  rimase  fermo  nel 
le  sue  incontrastabili  convinzioni,  e  pre 
ferì  la  morte  a'suoi  giusti  principii,  qua! 
preteso  eretico  mussulmano,  non  però  se- 
condo il  maggior  numero  de'magislrati. 
Fu  tale  e  tanta  l'agitazione  religiosa,  che 
ìapidamente  si  estese  in  tutto  il  vasto  im- 
pero ottomano,  onde  il  sultano  fu  obbli- 
gato a  decretare  proibizione  sotto  pena 
della  vita,  il  dare  anche  in  una  semplice 
discussione  la  preferenza  alla  dottrina  di 
Gesù  Cristo.  In  generale  i  turchi  la  pen- 
savano come  l'ulema  Cabiz,  se  non  in  teo- 
rica^almenoin  pratica;anzi  gli  stessi  mao- 
mettani alquanto  illuminati,  credonoan- 
cora  che  le  loro  leggi  non  ponno  essere 
abbracciate  da  tutti  i  popoli  del  mondo, 
e  ritengono  che  non  poche  nazioni  sono 
fisicamente  impossibilitate  ad  accettare  la 
loro  religione,  massime  del  settentrione. 
Poco  importa  a'maomeltani  che  il  mon- 


T  LT  II 
ilo  inlevo  non  abbia  una  certa  religione, 
e  confessano  verissima  la  prescrizione  di 
Maometto,  doversi  l'islamismo  propagai 
re  colh  spada.  I  dotti  turchi  ora  pongo- 
no in  ridicolo,  che  l'islamismo  era  la  re- 
ligione che  Dio  prescrisse  ad  Adamo,  ed 
altro  predicato  dagli  ulema  ,  i  quali  col 
Corano  alla  mano  vanno  insinuando,  che 
il  tabacco,  il  calle,  l'oppio  e  il  vino  sia- 
no i  4  ministri  del  demonio,  mentre  al- 
l'incontro gli  altri  mussulmani  afferma 
no  invece  essere  i  4  elementi  del  mondo 
del  godimento,  i  4  cuscini  del  sofà  del  pia- 
cere. Lo  stesso  sultano,  appellato  enfati- 
camente il  re  de' re  e  l'ombra  di  Dio,  be- 
ve il  vino  contro  le  prescrizioni  del  Co- 
rano. Rapporto  alle  donne,  ormai  i  mus- 
sulmani hanno  capilo  non  esservi  religio- 
ne tanto  nemica  del  bel  sesso,  quanto  la 
maomettana,  perchè  il  tener  più  mogli 
ripugna  agli  offici  della  legge  di  natura 
detti  secondari,  perchè  più  donne  non  ap  • 
portano  che  guai  a  se  stesse  e  alle  fami- 
glie, perchè  l'amor  coniugale  si  distrae, 
perchè  succedono  perpetui  delitti,  gelosie, 
risse,  invidie  ec.  Del  resto,  è  certo  che  i 
mussulmani  istruiti  hanno  una  pessima 
idea  della  loro  legislazione  e  religione,  sia 
perchè  la  ritengono  ridicolosissima  in  rap- 
porto alla  religione  vera,  sia  perchè  non 
la  vedono  idonea  a  tutte  le  nazioni.  Quan- 
to all'art.  2.°,dottrinede'mussulmani  sul 
loro  avvenire,  si  dice.  E'  presso  i  turchi 
sapienti  generale  la  credenza,  che  la  se- 
de dell'islamismo,  Islambol  o  Istambul, 
CoslanlinopoIijCadrà  nuovamente  in  po- 
tere de'cristiaai;  sebbene  il  Corano  dica, 
che  in  ogni  nuovo  secolo  Dio  invierà  al- 
cuno a  rinnovar  la  fede  del  popolo,  che 
i  maomettani  sostengono  col  regno.  Seb- 
bene molti  tra  essi  ritengono  per  indu- 
bitato, che  la  loro  legislazione  derivi  da 
fonti  nobilissimi,  cioè  dal  Corano,  paro- 
la di  Dioj  dalla  Sunna,  parola  del  pro- 
feta; dalle  sentenze  de'4  imam,  che  so- 
no come  i  padri  dell'  islamismo;  e  dalle 
leggi  del  sultano,  comprese  sotto  il  nome 
di  Ursi,  cioè  legislazione  necessaria,  os- 


T  U  II 

sia  il  compimento  o  spiegazione  dell'ai  - 
Ire  3  parti  del  diritto  politico.  Il  Caunu- 
name,  libro  o  diritto  canonico,  è  la  col- 
lezione di  queste  leggi,  e  permette  per- 
sino gii  omicidii.  Pure  l'avvenire  di  sif- 
fatta legislazione  si  crede  pessimo,  rela- 
tivamente alla  sede  dell'islamismo.  Non 
ostante  che  i  mussulmani  chiamino  il  Co- 
rano, C/ielam-Scerif,  ossia  parola  sa- 
graj  non  ostante  che  lo  appellino,  Clii- 
tab  o  Chitab-ullah,  vale  a  dire  il  libro 
per  eccellenza,  il  libro  di  Dio;  non  ostan- 
te che  gli  diano  l'epiteto  di  Moshaf  co- 
dice supremo,  e  di  Furcan,  quello  che 
fa  la  distinzione  del  bene  e  del  maleì  e 
del  vero  e  del  falso;  pure  molti  vi  cre- 
dono, rapporto  al  loro  avvenire  in  Islam- 
boi,  in  modo,  come  se  non  vi  credessero 
affatto.  Anzi  ritengono  i  civilizzati,  che  il 
re  de're,  l'ombra  di  Dio,  coli 'intero  im- 
pero ottomano  cadrà;  e  dicono  altresì, che 
l'harem  delle  donne  è  una  delle  cause  del- 
la caduta.  E  non  pochi  de'turchi  credo- 
uo  inoltre,  che  la  caduta  dell'impero  pro- 
durrà pure  quella  dell'islamismo  per  o- 
gnidove:  questa  credenza  die  luogo  a  due 
sette  maomettane,  una  ortodossa  e  l'al- 
tra eretica.  Il  Jauannin  scrisse  nel  suo 
proemio:  Quest'astro  politico,  oltrepassa- 
to il  punto  del  suo  apogeo,  precipita  trop- 
po rapidamente  all'occaso.  Termina  i  suoi 
cenni  il  De  Matthias  con  osservare  ,  che 
l'Oriente  e  l'Islamismo  si  va  studiando  se- 
riamente, e  dal  1842  in  cui  sciiveaad  og- 
gi ognun  sa  quanti  e  quali  studi  si  sono 
fatti,  quanti  e  quali  strepitosi  avvenimen- 
ti si  sono  succeduti,  come  l'impero  restò 
scosso  du'fondamenti  per  l'ultima  strepi- 
tosa guerra  d'Oriente.  Le  conseguenze  di 
tuli  studi,  anche  presso  i  mussulmani,  so- 
no che  la  legge  del  falso  profeta  Maomet- 
to mostra  abbastanza  da  se  la  propria 
turpitudine,  e  che  il  futuro  si  presenta  in- 
certo e  triste.  Voglia  Iddio  che  i  maomet- 
tani, ora  che  sono  in  avanzala  via  dell'in- 
civilimento, abiurino  i  loro  errori,  come- 
che  in  buona  parte  ormai  persuasi,  che 
il  solo  Dio  è  quello  de' cristiani;  ma  ca- 


x  u  a 


247 


dono  poi  nel  tallo  strano,  sostenendo  qhe 
ciascuno  nella  propria  sua  legge  possa-sai 
varsi,  avendo  preteso  Maometto,  nel  con 
fessar  vera  la  fede  cristiana,  essere  la  sua 
legge  più  facile  e  più  sicura.  Ed  io  non 
cessando  di  ripetere:Fuori  della  veraChie- 
sa  cattolica  non  vi  è  la  salute  eterna,  anco- 
ra una  volta  ragionai  della  veracità  di  tal 
terribile  sentenza, anche  nel  voi.  LXXIX, 
p.  y3.  Il  gesuita  p.  Menochio  nelle  Stuo- 
ret  t.  3,  cent.  1 1,  cap.  ifc  Onde  avven- 
gaì  che  tanto  lungamente  duri  V impe- 
rio Turchescoj  dichiara  che  niuna  di 
quelle  sette  insorte  in  diversi  tempi  e  che 
colla  loro  potenza  oppressero  il  popolo 
fedele,  è  durata  tanto  lungamente  come 
la  maomettana,  che  afflisse  e  affligge  tan- 
te provincie  nelle  quali  già  fiorì  il  cristia 
nesimo,  che  abbattè  e  poco  meno  estin- 
se. Enumerata  la  durata  dell'epoche  sul- 
le oppressioni  a  cui  soggiacque  il  popolo 
ebreojricordate  le  persecuzioni  dellaChie 
sa  mosse  da  vari  imperatori,  per  lo  spa 
zio  di  circa  260  anni;  rimarcato  che  i  go- 
ti, i  longobardi  e  altri  invasori  oppresse 
ro  le  nazioni  per  quasi  3ooanni,  condii 
de  che  la  setta  maomettana  esiste  dal  63o, 
ed  occupò  e  signoreggia  tuttora  vasti  re 
gni  e  provincie  già  floridissimi.  A  inve 
stigar  la  causa  di  sì  lunga  tribolazione  e 
durata  d'impero  de'turchi,  dice  con  Pao- 
lo Burgense,  scrivendo  sul  cap.  1 3  dell'ai - 
pocalisse,checìò  permeitela  divina  prov- 
videnza per  3  ragioni.  Lai.  è  che  la  set- 
la  maomettana,  insieme  alle  cose  cattive 
che  pratica,  ne  ha  alcune  tollerabili  e  an- 
co buone,  iu  riguardo  delle  quali  possia- 
mo prudentemente  credere,  che  Dio  per 
ciò  la  sopporti   tanto  lungamente.    Uua 
delle  buone  cose  è  che  ella  detesta  ogni 
sorta  d'idolatria,  la  quale  è  tanto  ahbor- 
rita  da  Dio  che  lo  muove  a  sdegno.  La 
2/  è  che  la  setta  maomettana  non  impe- 
disce ordinariamente,  che  i  cristiaui  vi- 
vano conforme  alla  legge  loro,  permet- 
tendo che  sieno  governati  da' patriarchi 
e  vescovi,  che  custodiscano  i  santuari  di 
Terra  Santa,  e  che  questi  vengano  visi- 


I  \S  TUR 

lati  da'pcllegrioij  ne  stimano  che  la  leg- 
ge eli  Crisi o  sia  cattiva,  ma  anzi  credono, 
come  insegnò  Maometto,  che  chi  l'osser- 
va possa  conseguire  l'eterna  salute.  La 
3."  è,  perchè  ha  voluto  Dio  fare  co'crislia- 
ni  quanto  già  fece  cogli  ehrei,  gl'inimici 
rie* quitti  che  con  essi  confinavano  e  che 
occuparono  il  paese  del  popolo  fedele,  non 
volle  allatto  estinguere,  acciocché  avesse- 
ro un  continuo  esercizio  d'armi  e  di  vir- 
tù, e  costanza  nella  vera  fede.  Aggiunge 
col  Percrio,  disputazione  AeW Apocalis- 
se, sul  cip.  22,  de  A ntichrf sto,  a\lve  ra- 
gioni, delle  quali  la  1  .a  è,  che  Dio  permet- 
te che  i  turchi  occupino  que'paesi  e  fla- 
gellino quegli  abitanti,  in  castigo  de'loro 
errori  che  pertinacemente  seguono  nel- 
l'eresia  e  nello  scisma,  siccome  ostinata- 
mente contumaci  contro  la  Chiesa  roma- 
na da  cui  sono  separati ,  e  sottratti  dal- 
l'ubbidienza del  sommo  Pontefice;  e  per 
le  antiche  perfidie  e  tradimenti  usati  agli 
eserciti  cristiani  de' Crociati,  che  andaro- 
no in  TerraSanta  per  liberarci  Santi  Luo- 
ghi dal  giogo  saraceno.  La  2.*  ragione  es- 
sere le  discordie  de'principi  cristiani,  che 
a  beneficio  de'turchi  accanitamente  guer- 
reggiarono tra  loro;  mentre  se  fosserosta- 
ti  uniti,  come  zelantemente  insinuarono 
tanti  Papi,  la  monarchia  ottomana  non 
sarebbe  divenuta  così  formidabile  e  in- 
gerito colla  sua  colossale  potenza  terrore 
alla  cristianità  tutta.  La  3.a  cagione  per 
la  quale  la  setta  maomettana  crebbe  e  si 
mantenne,  è  che  la  legge  del  falso  profe- 
ta non  propone  cose  da  credersi  superio- 
ri all'ordinario  intendimento  umano, on- 
de per  ragione  della  difficoltà  dell'inten- 
dere non  dà  occasione  alcuna  di  rifiutar- 
la: anzi  è  molto  sensuale  e  carnale,  favo- 
risce la  vita  libera,  alla  quale  inclina  la 
natura  umana  corrotta.  Finalmente,  che 
sebbene  il  governo  turco  era  tirannico  e 
l'imperatore  trattava  i  sudditi  come  schia- 
vi, imperava  su  popoli  educati  all'abbie- 
zione  e  inermi,  senza  ricchezze  ereditarie, 
con  punire  rigorosamente  ad  ogni  sem- 
plice sospetto,  riuscendo  inoltre  di  freno 


TUR 

n'sudditi  che  ardivano  contravvenire  al- 
le leggi,  la  difficoltò  di  evadere  dopo  com- 
messi i  delitti,  per  la  vastità  de'paesi  che 
tutti  riconoscono  il  medesimo  signore,non 
potendo  i  delinquenti  fuggir  nel  territorio 
d'altro  principe.  Sebbene  le  reggenze  di 
Tunisie  Tripoli  dovettero  far  cessare  la 
pirateria  nella  quale  si  facevano  Schiavi 
(F*)j  sebbene  il  defunto  bey  di  Tunisi  e 
l'iman  di  Mascaté  abolirono  la  tratta  de- 
gli schiavi,  questo  mercato  umano  tutto- 
ra riprovevolmente  si  esercita  nell'Afri- 
ca, ed  il  riscatto  delle  morette  e  anco  di 
mori  eseguito  dal  sacerdote  Olivieri,  con 
esso  da  poco  lo  hanno  assunto  [Trinitari 
Scalzi (F.),  mentre  la  schiavitù  è  in  la- 
grimevole  vigore  presso  i  turchi.  La  ser- 
vitù, si  recluta  per  mezzo  della  guerra:  gli 
eserciti  che  vanno  in  campagna  sono  ac- 
compagnati da' crudeli  mercanti  degli 
schiavi,  a'quali  abbandonansi  i  prigionie- 
ri, e  sono  obbligati  a  darne  il  1  o.°allc  sta- 
to in  prezzo  o  in  natura;  quelli  che  i  mer- 
canti trattengono  sono  condotti  ne'bazar 
(mercati  pubblici  in  Turchia,  lunghe  gal- 
lerie piene  di  botteghe,  con  appositi  guar- 
diani, ove  si  collocano  i  negozianti  di  tut- 
te le  classi  e  di  tutte  le  nazioni)  o  sulla 
piazza  pubblica  per  esser  venduti.  In  ge^ 
nera  le,  non  si  sforzano  a  mutare  religione 
rinegando  la  propria.  I  cristiani  che  con- 
servano la  loro  fede,  ricevono  ordinaria- 
mente la  libertà  dopo  un  certo  numero 
d'anni  di  servizio.  Ve  ne  hanno  che  pos- 
sono riscattarsi,  ed  i  padroni  loro  procac- 
ciano tutti  i  mezzi  per  corrispondere  col- 
le proprie  famiglie,  per  giungere  a  tale 
scopo:  ma  i  rinegati  non  possono  più  far- 
si riscattare,  e  la  loro  libertà  dipende  dal- 
la volontà  del  padrone:  se  l'ottengono,  en- 
trano nella  condizione  de'sudditi  turchi, 
ma  non  ponno  esercitare  alcun  uffizio 
pubblico,  né  maggiormente  i  loro  figli  si- 
no alla  3.a  generazione.  Gli  schiavi  diffi- 
cilmente ponno  riuscire  a  scappare;  co- 
loro che  ne  favoriscono  la  fuga  o  li  nascon- 
dono, incorrono  la  pena  di  morte  e  la  con- 
fisca de'beui.  E  da  sperarsi  che  il  progre- 


TU  R 
diente  incivilimento  de' turchi  e  le  util 
riforme  che  va  introducendo  il  regnante 
sultano,  iniziate  dallo  zio  Selim  HI  e  pro- 
seguite dal  padre  Mahmud  Khan  II,  a- 
vi anno  anche  per  felice  conseguenza  l'a- 
bolizione dell'inumana  e  harbara  schiavi- 
tù, alla  quale  in  parte  ha  già  dato  opera 
quanto  all'  esecrando  ti  adico.  Ora  regi- 
strerò alcune  delle  principali  riforme  at- 
tuate dall'illuminato  governo. 

Nel  i  839  il  sultano  Mahmud-Rhan  II 
decretò,  che  qualsivoglia  suo  suddito  cri- 
stiano, il  quale  si  presentasse  a  un  magi- 
strato turco  per  abiurare  la  sua  religione, 
fosse  consegnato  al  patriarca  ovvero  al 
suo  delegato,  e  custodito  in  carcere  per 
4o  giorni.  Se,  trascorsi  questi  giorni,  e- 
gli  rimaneva  fermo  nel  suo  proposito,  po- 
teva essere  ricevuto  legittimamente  nel- 
l'islamismo. Il  medesimo  sultano  dichia- 
rò cassa  e  nulla  la  sentenza  degl'interpre- 
ti della  legge  maomettana,  giusta  la  qua- 
le le  vergini  cristiane,  che  siano  tolte  a 
marito  da'giovani  maomettani,  doveano 
abbracciar  la  religione  maomettana  ,  o 
perdere  la  vita.  Nello  stesso  anno  il  re- 
gnante sultano  Abdul-MedjidKhan  suc- 
cesse al  padre,  ne  ereditò  pure  lo  spirilo 
saggio  e  riformatore,  quindi  con  Hatti- 
Cherilfde'3o  novembre  guarentì  a'  suoi 
sudditi  l'inviolabilità  della  vita,  dell'ono- 
re e  della  proprietà.  Il  sultano  con  l'Haiti- 
ChcrilF riguardante  l'istruzione  pubblica, 
eccitò  i  suoi  ministri  a  distruggere  l'igno- 
ranza, quel  flagello  della  società,  condan- 
nato egualmente  dalla  religione  e  dal 
buon  senso, affine  di  propagare  i  lumi,  dis- 
sipare le  tenebre,  e  spargere  le  scienze.  La 
chiamata  di  Reschid  pascià  a  capo  del  mi- 
nistero, contribuì  co'suoi  lumie  colla  sua 
matura  saviezza  ad  ottenere  progressive 
riforme,  chequicompendierò.  Quantoal- 
l'istruzione  pubblica  e  stabilimenti  rela- 
tivi, il  governo  chiamò  a  Costantinopoli 
tutte  le  persone  che  nell'  impero  atten- 
devano ad  ammaestrare  la  gioventù,  e  che 
si  distinguevano  pe'loro  metodi,  da'qua- 
li  iu  gran  parte  dipende  la  buona  riusci- 


TUR  249 

ta  dell'insegnamento.  I  loro  metodi  furo- 
no poi  sperimentati  sotto  gli  occhi  del 
consiglio  del  pubblico  insegnamento,  ed 
i  migliori  furono  adottati  per  tutte  le 
scuole.  I  professori  più.  capaci  si  fecero  ri- 
manere a  Costantinopoli,  e  furono  am- 
messi nel  corpo  insegnante  della  scuola 
normale,  donde  doveano  uscire,  formati 
a'nuovi  metodi,  tutti  i  professori  di  cui 
aveauo  bisogno  le  scuole  delle  provincie. 
A'  i5  novembre  1 846  ebbe  luogo  con  gran 
pompa  l'inaugurazione  della  nuova  scuo- 
la militare  fuori  di  Pera,  alla  presenza  del 
sultano  e  de' dignitari  turchi.  Il  sultano 
istituì  quindi  un  comitato  letterario,  il  cui 
incarico  principale  fu  di  soprintendere  al- 
la composizione  d'una  grammatica  e  di 
un  dizionario  classico  della  lingua  turca; 
di  talecomitato  niunoera  europeo.  Il  sul- 
tano dispose,  che  si  fondasse  un'accade- 
mia simile  alleesistenti  nelle  primarie  cit- 
tà degli  stati  d'Europa.  Volle  che  il  dot- 
to corpo  si  componesse  di  20  effendi  o  dot- 
tori di  legge,  e  che  avesse  per  cura  prin- 
cipale d'occuparsi  di  tultociò  che  si  rife- 
risce alla  lingua  e  storia  dell'impero  ot- 
tomano. Che  l'accademia  avesse  inoltre 
la  sorveglianza  di  tutti  gli  stabilimenti  di 
pubblica  istruzione,  e  dovesse  essere  con- 
sultata sopra  tutte  le  questioni  chesi  col- 
legano a  tale  importante  soggetto.  I  pa- 
dri di  famiglia  della  Bosnia  ,  cristiani  e 
mussulmani, ricevettero  l'ordine  di  man- 
dare i  loro  figli  a  scuola.  Sulla  relazione 
del  grande  ammiraglio,  il  sultano  ordinò 
l'invio  in  Francia  e  in  Inghilterra  di  16 
giovani  maomettani,  allievi  della  scuola 
navale  di  Terz-K.hanè,  parecchi  de'quali 
aveano  terminato  i  loro  studi  d'ingegne- 
re; onde  perfezionarsi  nell'arti  e  ne'me- 
slieri  che  si  collegano  colla  marineria. Una 
società  di  generosi  armeni  risolvè  nel  no- 
vembre 1846  di  riaprire  l'antico  collegio 
della  loro  nazione  per  un  corso  compiu- 
to d'insegnamento,  in  4  anni,  dell'arme- 
no, del  turco ,  del  francese  e  del  latino. 
Equi  ricorderò  i  due  stabilimenti  de'mo- 
nau  armeui  Mechitariòti  (V.)  di  Vene- 


%$o  T  U  R 

zia,  per  l'educazione  e  istruzione  de'loio 
connazionali  cattolici,  sudditi  della  Por- 
la, esistenti  a  Venezia  e  in  Parigi;  mona- 
ci chiamali  i  gesuiti  d'oriente,  e  beneme- 
riti nel  propagare  i  lumi  e  le  scienze  fra 
gli  armeni  orientali,  per  cui  il  sultano  de- 
corò col  Niscian  l'attuale  abbate  genera- 
le della  congregazione  mg/  Ilunnuz  ar- 
civescovo di  Stoma,  residente  nel  mona- 
sterodi  s.  Lazzaro  di  Venezia, slabilimen- 
tocelebreanche  per  la  sua  tipografia,  pre- 
servalo nelle  Napoleoniche  soppressioni, 
per  conservai  e  la  sudditanza  ottomana.  A 
questa  pureappartiene  il  monastero,  stu- 
dentato  e  noviziato  di  Roma,  de'mona- 
ci  Antoniani  armeni,  onde  e  per  quanto 
narrai  nel  voi.  LI,  p.  32  i,  il  sultano  in- 
viò il  suo  ritratto  dipinto  in  tela,  l'arme 
imperiale  per  situarsi  sulla  porla  di  esso, 
v  un  magnifico  stendardo  coll'immagine 
elei  Sole,  per  ivi  innalzarsi  nelle  festive  ri- 
correnze, in  segno  di  riceverlo  sotto  la  sua 
speciale  protezione,  per  cui  i  monaci  cre- 
derono bene  d'inalberarlo  nell'anarchia 
dell'infausto  1848;  e  poterono  occulta* 
mente  ospitarvi  ragguardevoli  personag- 
gi, come  il  defunto  vicegerente  mg/  Ca- 
nali patriarca  di  Costantinopoli  iti  par- 
tibus,  ed  i  prelati  Roberti  e  Barnabò  ora 
cardinali,  il  2/  de'quali  allora  segretario 
di  propaganda  fide  è  di  presente  prefet- 
to generale  della  congregazione;  singola- 
ri coincidenze  che  meritavano  questo  mio 
rimarco.  11  sultano  dispensò  da  ogni  ag- 
gi avio  di  dogana,  i  libri  stampati  nella 
summeulovala  tipografia  imperiale,  che 
da  Costantinopoli  si  spediscono  pel  resto 
della  Turchia.  Olire  l'ebdomadaria  Gaz- 
zella officiale  in  turco,  oTanquin-  Faqii, 
di  cui  già  feci  menzione,  che  pubblica  le 
nuove  officiali  sì  della  capitale  e  si  delle 
provincie,  oltre  le  notizie  d'Europa  e  il 
bollettino  del  commercio  interno,  si  ag- 
giunse l'annua  pubblicazione  deW'Alma- 
uaceo  imperiale  di  Costantinopoli ,  il 
quale  contiene  l'elenco  di  tutti  gl'impie- 
gati dello  stato,  con  una  giunta  d'impor- 
tanti notizie  statistiche  e  d'informazioni 


TUR 

riguardanti  l'amministrazione;  contiene 
pure  l'elenco de'sovra ni  d'Europa,  ed  al- 
cuni cenni  statistici  sommarii  intorno  ai 
paesi  Stia n ieri:  il  prodotto  della  vendita 
dell'annuario  è  a  prò  del  pubblico  inse- 
gnamento. Sino  alla  fine  del  1 846,  la  me- 
dicina legale,  che  forma  una  parte  rag- 
guardevole dell'arte  medica, non  era  inse- 
gnata che  nella  scuola  di  Galata-Serai. Al- 
lora il  medico  supremo  dell'impero  prov- 
vide a  tale  difetto,  ed  una  cattedra  di  que- 
st'importante disciplina  fu  per  sua  cura 
istituita.  11  consiglio  superiore  di  sanità 
dell'impero  ottomano  diresse  una  memo- 
ria al  direttore  geuerale  delle  quarante- 
ne dell'impero,  tendente  a  ordinare  in 
modo  completo  il  sistema  delle  quaran- 
tene, per  Io  innanzi  assai  negletto  e  con 
disastrose  conseguenze.  Fra  le  altre  di- 
sposizioni vi  è  quella  di  lasciare  al  consi- 
glio superiore  di  sanità  tutta  l'indipen- 
denza possibile  nel  suo  officio,  come  pure 
d'ordinare  definitivamente  il  servigio  sa- 
nitario della  Siria,  d'aumentare  il  nume- 
ro de'preposti  sopra  tutto  il  litorale,  e  di 
costruire  altri  6  lazzaretti;  e  tuttociò  per 
le  garanzie  dovute  all'Europa  d'un  buon 
sistema  di  quarantene  per  le  Pestilenze, 
nel  qual  articolo  rilevai  che  anco  la  Tur- 
chia aderì  al  congresso  sanitario  interna- 
zionale, per  l'uniformità  delle  prescrizio- 
ni sanitarie.  All'  odierno  sultano  si  deve 
pure  rordinamentOjCheiu  tutte  le  provin- 
cie dell'impero  si  assegnasse  annua  som- 
ma per  incoraggiare  la  Vaccinazione  per 
l'inoculazione  de'fanciMlli  delle  classi  po- 
vere,onde  eliminare  le  funeste  conseguen- 
ze del  vaiuolo.  Nel  marzo  1847  con  gran 
pompa  si  fece  l'inaugurazione  della  suc- 
cursale alla  scuola  di  medicina,  sul  gran 
campo  di  Pera;  e  la  sultana  m^dre  Va- 
lide, Ali  me  o  Sofia,  assistè  all'inauguro-' 
zione  religiosa  dellospedale  da  lei  fonda- 
to. Di  cuor  magnifico  e  di  mente  elevata, 
fu  lungo  tempo  un'altra  ninfa  Egeria,ai 
cui  oracoli  finche  visse  s'ispiravauoMah- 
mud  II  e  Abdul-Medjid  ;  fondò  spedali, 
scuole,  ospizi  e  moschee.  Non  è  vero,  co- 


TU  R 

me  alcuno  scrisse,  die  fu  ostile  allo  spi- 
rito ili  riforma, che  divide  ormai  in  due 
fazioni  l'impero  ottomano,  e  che  fece  di 
tutto  perchè  non  vi  s'introducessero  no- 
vità. Essa  partecipò  interamente  allo  spi- 
rito di  progresso  che  animò  il  marito  e  a- 
nima  il  legnante  figlio.  Poscia  si  fondò  a 
vantaggio  de'preesistenti  stabilimenti  in- 
dustriali, una  scuola  d'arti  e  mestieri  e 
un  podere  modello,  di  che  fu  promotore 
Ahmed  Fethi  pascià  cognato  del  sultano. 
Questi  incoraggi  il  direttore  delle  polve- 
riere, per  intraprendere  il   viaggio  per 
l'Europa  ad  oggetto  di  fare  degli  studi 
speciali  ed  acquisti  pe'nuovi  stabilimenti; 
e  si  recò  al  proprio  palazzo  di  Cerizan  per 
animare  l'artificio  del  cavar  la  Seta,  già 
fonte  di  ricchezze  per  l'impero  greco,  la 
cui  lavorazione  da  Costantinopoli  si  dif- 
fuse nell'Europa,  come  notai  nell'indica- 
to  articolo;  onde  nuovamente  introdursi 
i  relativi  miglioramenti  in  Turchia  a  van- 
taggio di  sì  utile  produzione,  in  uno  alla 
coltivazione  di  nuova  specie  di  gelsi,  l'e- 
ducazione di  belle  razze  di  bachi  tratte 
dalla  Cina,  e  le  nuove  pratiche  di  trat- 
tura, accoppiamento  e  torcitura.  Anche 
il  governo  ottomano  proibì  la  prepara- 
zione e  Io  smercio  del  cotone  fulminan- 
te. Già  nel  1847  si  riceveauo  cristiani  al 
servizio  della  marina  ottomana,  ed  il  oa- 
pudan  pascià  invitò  l'arci  vescovo  greco  di 
Tessalonica  a  mantenerli  efficacemente 
all'adempimento  de'loro  religiosi  doveri, 
facendo  allestire  a  Begeinar  una  delle  più 
belle  fra  le  sue  tende,  a  guisa  di  cappel- 
la,per  la  celebrazione  de'di  vini  ulììzi. Que- 
sti vi  furono  celebrati  dall'arcivescovo,  il 
quale  terminò  coìDomine  salvimi  fae  im- 
peratore ni  nostrum  Abdul-Medjid.  Nel 
gennaio  1848  il  ministro  della  polizia  or- 
dinò, che  ciascun  capo  di  famiglia  in  Co- 
stantinopoli dovesse  porre  una  lanterna 
sotto  le  proprie  finestre  per  illuminare  al- 
l'europea le  strade  della  metropoli,  che 
rimaneva  sempre  deserta  dopo  il  tramon- 
to del  sole  e  le  strade  erauo  cattive.  Il  go- 
verno trasmise  a'capi  delle  varie  legazio- 


TUR  »$j 

ni  straniere  l'invito  di  proibire  ad  ogni 
forastiere  il  portare  armi  d' ogni  specie, 
di  nascosto  o  in  palese.  Intanto  indicibi- 
li furono  gli  ostacoli  e  le  opposizioni  tro- 
vate da  Reschid  pascià ,  nel  perseverare 
ad  ottenere  i  necessari  miglioramenti  nel- 
l'amministrazione dello  slato.  I  partigia- 
ni nel  passato  sistema,  i  suoi  emidi  gelosi 
del  favore  che  a  giusto  titolo  gli  accorda- 
va il  sultano,  non  lasciavano  sfuggire  al- 
cuna occasione  per  fargli  resistenza.  I  re- 
trogradi si  andavano  mostrando  malcon- 
tenti delle  nuove  leggi  e  del  progresso  al 
bene,  e  molto  loro  dispiacque  l'abolizio- 
ne del  riprovevole  bazar  degli  schiavinoti 
che  le  giuste  riparazioni  imposte  alle  po- 
polazioni mussulmane  pe' cattivi  tratta- 
menti ch'esse  aveano  fatto  subire  ingiù* 
stamente  a'cristiani.  A  quell'epoca  si  os- 
servava, bisognare  ancora  alcun  tempo, 
prima- che  i  ragionevoli  sentimenti  e  le 
belle  idee  che  animavano  e  guidavano  il 
giovane  sultano,  ed  una  parte  de'suoi  mi- 
nistri più  illuminati,  verso  un  miglior  sta* 
todi  cose,  penetrassero  nelle  masse  in  mo- 
do soddisfacente.  E  che  perciò  Freschi d 
pascià,  ad  onta  della  sua  abilità  e  del  suo 
buon  volere,  dovea  durare  gran  fatica  per 
fare  il  bene  che  divisava,  reclamato  on- 
ninamente dal  progrediente  secolo.  In  se- 
guito si  portò  un  notabile  miglioramento 
nella  procedura  della  giurisdizione  crimi- 
nale, furono  date  nuove  guarentigie  per 
proteggere  l'innocenza  e  scoprire  i  delit- 
ti; e  soprattutto  le  deposizioni  di  testimo- 
ni, a  qualunque  classe  de'sudditi  appar- 
tengano, furono  dichiarate  perfettamen- 
te eguali.  Si  repressero  i  disordini  e  gli  at- 
tidi  crudele  violenza  pur  troppocommes- 
si  di  frequente  dalle  soldatesche  irregola- 
ri al  servigio  della  Porta,  oda  individui 
senza  impiego  ,  abbandonati  all'impero 
delle  loro  passioni,  e  dediti  al  saccheggio 
e  all'  omicidio.  Si  rimossero  qualunque 
specie  di  ostacoli  frapposti  alla  Ubera  e- 
sportazionede'cereali  da'porti  della  Tur- 
chia. Si  ordiuò  la  totale  proibizione  del 
traffico  degli  schiavi  della  Giorgia  e  Cir- 


252  TUR 

cassia.  Non  ostante  le  autorità  turche, cui 
incombe  la  fedele  esecuzione  de'mentova- 
ti  provvedimenti  ,  doveano  vincere  non 
pochi  pregiudizi  tradizionali,  e  combat- 
tere molti  interessi  contrari  nell'adem- 
pimento de'loro doveri.  Neh  853  con  de- 
creto de'^5  marzo  fu  approvata  l'istitu- 
zione della  Banca  di  sconto  di  Costanti- 
nopoli. Il  capitale  della  banca  si  disse  a- 
scendere  a  35o  milioni  di  piastre,  divisi 
in  azioni  diioo  I.  st.  cadauna,  ed  ognu- 
no potervi  prendere  parte.  11  contratto 
fu  sottoscritto  da  tutti  i  ministri  e  dal  gran 
visir.  La  durata  di  esso  fu  stabilita  ai5 
anni;  il  tributo  egiziano  costituisce  la  gua- 
rentigia necessaria  al  nuovo  istituto,  alla 
cui  direzione  fu  preposto  un  consiglio  di 
1 1  membri.  1  beschlifo-,  non  che  le  mo- 
nete vecchie  doveano  togliersi  dalla  cir- 
colazione, ed  anche  la  carta  monetata  in 
circolazione  dovca  sostituirsi  da  note  di 
banco.  Venne  decretata  l'illuminazione 
generalecoufari,di  tutte  le  coste  dell'im- 
pelo, a  riverbero  e  lume  rivolgente,  e  di 
fuochi  a  colori  differenti,  anche  a  lume 
fisso,  di  i.°,  2.° e  3.°  ordine.  Propriamen- 
te la  costruzione  delle  strade  ferrate  nel- 
l'impero ottomano  fu  decretata  nel  1 855. 
Sì  dice  nella  notificazione  data  dalla  Su- 
blime Porta  a' 9  settembre.  I  migliora- 
menti ed  i  progressi  che  si  manifestano 
ciascun  giorno  nell'impero  ottomano  so- 
no il  risultato  delle  magnanime  cure  che 
animano  S.  M.  I.  il  Sultano  e  degli  sfor- 
zi incessanti  ch'egli  non  tralascia  di  fare 
per  assicurare  il  ben  essere  e  la  prospe- 
rità della  popolazione.  L'eccelso  consiglio 
del  Tanzimat  è  incaricato  di  realizzare 
questi  nobili  pensamenti  del  sovrano,  e 
si  occupa  con  ardore  ad  elaborare  la  leg- 
ge ed  i  regolamenti  che  serviranno  di  ba- 
se ad  una  giusta  e  paterna  amministra- 
zione dello  stato,  e  che  daranno  nuovo  vi- 
gore all'industria  e  al  commercio,  svilup- 
pando ognor  più  la  prosperità  del  paese. 
Uno  de'  più  importanti  che  contribuirà 
più  che  mai  allo  sviluppo  delle  risorse  del- 
l' impero  è  senza  dubbio  la  costruzione 


TUR 

delle  strade  di  comunicazione  9ul  conti- 
nente dell'impero.  La  Turchia,  paese  es- 
senzialmente agricolo,  possiede  prodotti 
del  suolo  in  grande  copia,  i  quali  di  al- 
tro non  abbisognano  che  di  strade  per 
giungere  a'mari  che  la  bagnano,  e  per  a* 
limentare  il  commercio  dell'Europa.  La 
navigazione  a  vapore ,  mercè  le  gran- 
di sinuosità  de'  mari  che  penetrano  per 
così  dire  nel  cuore  dell'  impero  ottoma- 
no, ha  di  già  aperto  grandi  vie  alle  ric- 
chezze agricole  de'  territorii  circonvici- 
ni. Aprendo  ora  delle  vie  di  comunica- 
zione nell'interno,  si  potrà  rendere  pai  te- 
cipe  tutto  il  continente  dell'impero  agl'im- 
mensi benefizi  che  il  commercio  maritti- 
mo offre  alle  coste  della  Turchia.  Onde 
giungere  a  tale  meta  conviene  stabilire 
delle  grandi  vie  di  comunicazione,  cioè  a 
dire  una  linea  di  strade  ferrate,  le  quali 
partendo  da'centri  agricoli  del  paese,  ver- 
rebbero a  raggiungere  i  mari,  percorren- 
do le  provincie  più  fertili  della  Turchia, 
che  verrebbero  in  tal  modo  unite  alleco- 
municazioni  cogli  altri  paesi  d'Europa. 
Le  strade  laterali  ed  i  canali  che  dovran- 
no alimentare  le  ferrovie  verrebbero  fat- 
ti più  tardi,  o  per  meglio  dire  si  farebbero 
da  se.  La  Turchia  deve  cominciar  là  do- 
ve l'Europa  finì;  ella  non  ha  che  a  tra- 
sportare le  opere  di  progresso  che  gli  al- 
tri paesi  ottennero  sì  lentamente,  sì  dif- 
fìcilmente, ed  avrà  ad  un  tratto  i  frutti 
che  attesero  de'secoli  per  essere  raccolti. 
Pertanto  il  Tanzimat,  dopo  mature  ri- 
flessioni, riconobbe  che  la  strada  da  Co- 
stantinopoli a  Belgrado  è  la  più  importan- 
te sotto  ogni  rapporto,  ond'essere  la  più 
urgente  a  farsi  come  necessaria  al  com- 
mercio. Costantinopoli  è  una  città  consi- 
derevole, ove  si  fa  un  commercio  estesis- 
simo; le  derrate  e  le  mercanzie,  ch'è  ob- 
bligata a  ritirare  dall'interno,costituisco- 
no  di  già  un  traffico  immenso,  ora  la  stra- 
da ferrata  daBelgrado  a  detta  capitale  de 
ve  passare  per  molte  città  importanti,  per 
grandi  centri  di  produzione  e  d'industria; 
il  solo  commercio  di  Costanti tiopoli  as- 


TUR 

sicura  di  già  alla  ferrovia  un  prospero 
successo.  Inoltre  il  porlo  di  Costantinopoli 
è  uno  de'più  belli  e  più  vasti  del  mondo 
intero,  e  l'enorme  commercio  che  si  fa  col- 
j'estero  offrirà  pure  alla  ferrovia  un  bril- 
lante avvenire.  Questa  strada  ferratale- 
stinata  ad  unire  direttamente  la  Turchia 
col  resto  d'Europa,  deve  avere  natural- 
mente per  conseguenza  un  risultato  im- 
menso così  materiale  come  morale.  Tan- 
to a  Costantinopoli  che  nelle  più  belle  e 
più  fertili  contrade  della  Romelia  cui  de- 
ve traversare,  questa  via  ferrata  realizze- 
rà in  poco  tempo  ,  sotto  questo  duplice 
punto  di  vista,  i  miglioramenti  più  im- 
portanti, darà  un  immenso  slancio  al  com- 
mercio aprendo  nuovi  mercati  all'  agri- 
coltura eall'industria,ed  inaugurerà  un'e- 
ra novella  di  prosperità  e  di  ricchezze.  Il 
governo  imperiale  affidò  la  costruzione 
della  ferrovia  fra  Costantinopoli  e  Bel- 
grado a  delle  società  d'azionisti,  sieno  sud- 
diti dell'impero  o esteri.  Ne'vol.  LI,  p.  25, 
L1V,  p.  83  e  seg.,  LV,  p.  174  e  altrove, 
rammentai  in  più  luoghi  ove  trattai  del 
protettorato  esercitato  da  tempo  imme- 
morabile in  oriente,  da'sovrani  di  Frati» 
eia,  in  favore  de'lalini  dell'impero  otto- 
mano, e  perciò  deili  franchi,  particolar- 
mente della  Palestina,  sì  negl'interessi  po- 
litici che  ne'religiosi,  ed  eziandio  sulla  cu- 
stodia segnatamente  pei  francescani  del  s. 
Sepolcro,  in  che  presero  talvolta  parte  di- 
versi altri  monarchi  ,  e  la  repubblica  di 
Venezia,  per  l'autorevoli  sollecitudini  dei 
Papi.  Lodai  la  recente  opera  d'Eugenio 
Bore,  Questione  de  Luoghi  Santi,  nar- 
rando come  la  Francia  fece  valere  i  suoi 
diritti  secolari  di  protettorato  de'Luoghi 
SantijCome  delle  pretensioni  della  Russia 
in  favore  de'greci  scismatici.  Dissi,  che  in 
conseguenza  del  firmano  ottenuto  dai 
delti  greci  nel  1 84 1 ,  furono  chiuse  le  scuo- 
le e  la  chiesa  cattolica  di  Bettlemme,  ed 
i  greci  ottennero  di  potere  restaurare  la 
chiesa  del  s.  Sepolcro  e  quella  di  Betlem- 
me. Che  però  nel  184^  Luigi  Filippo  re 
de'francesi  (che  già  avea  otteuulo  dal  sul- 


T  U  R  253 

tano  Mali mud  II,  di  potere  i  religiosi  la- 
tini celebrare  la  messa  nella  chiesa  del- 
l'Ascensione sul  monte  Oliveto),  ordinò 
al  suo  ambasciatore  in  Costantinopoli  di 
ottenere  dal  sultano:  la  riapertura  di  det- 
te scuole,  la  punizione  di  quelli  che  l'a- 
veano  fatte  chiudere,  e  il  diritto  esclusi- 
vo a' religiosi  latini  di  restaurare  la  chie- 
sa del  s.  Sepolcro  e  di  Bettlemme.  Che  nel 
1847  w  luoala  la  stella  d'argento  nella 
grotta  della  Natività,  sulla  quale  era  in- 
ciso: Hicde  Firgine  Maria  Je su  Chi •isti 
natuscst.  Iscrizione  latina  che  prova  l'an- 
tico possesso  de'lalini  su  tale  luogo.  Per- 
ciò furono  i  greci  che  l'involarono,  nel 
tempo  in  cui  eransi  appropriali  il  santua- 
rio, e  la  portarono  in  trionfo  nel  loro  mo- 
nastero di  s.Saba.  Il  governatore  di  Ge- 
rusalemme Mustafà  Zurif,  dichiarò  che 
avrebbe  ritrovalo  la  stella  occultala  ,  se 
nella  questione  non  si  fosse  intromesso  il 
console  di  Francia;  e  il  cadì  propose  are- 
ligiosi latini  ch'egli  avrebbe  risoluto  l'af- 
fare a  loro  favore,se  gli  fossero  date  1  1 ,000 
piastre.  In  quest'odioso  affare  nel  i85s 
prese  parte  Napoleone  III  imperatore  dei 
francesi,  ed  ottenne:  Che  la  chiesa  del  s. 
Sepolcro  ,  la  cui  cupola  fu  restaurata  a 
spese  del  sultano  ,  sia  tenuta  come  pro- 
prietà comune,  in  cui  tutte  le  chiese  cri- 
stiane possano  esercitare  il  loro  cullo. Che 
i  latini  fossero  ammessi  a  celebrare  nel- 
la cappella  sotterranea  del  sepolcro  della 
ss.  Vergine  in  Getsemani  sul  Cedron,  già. 
loro  proprietà  esclusiva.  Che  a'  latini  si 
dasse  una  chiave  della  gran  porta  della 
chiesa  superiore  di  Bettlemme,  santuario 
usurpato  da'greci  e  armeni  scismatici;  on- 
de aver  con  tal  mezzo  il  diritto  di  pas- 
saggio per  entrare  nella  cappella  inferio- 
re o  grotta  della  Natività,  che  loro  ap- 
parteneva ancora.  Che  i  latini  potessero 
rimettere  nella  grotta  della  Natività  una 
stella  d'argento  con  l'iscrizione  latina  si- 
mile alla  rubata.  Altri  scrissero  che  que- 
st'ultima era  d'oro  e  tempestata  di  bril- 
lanti; e  dono  di  s.  Luigi  IX  redi  Fran- 
cia, come  rilevai  nel  citato  voi.  LXIV,  p. 


aH  TUR 

84«  Laserade'3i  geim.iioi  856  ebbe  luo- 
go uu  avvenimento  che  farà  epoca  negli 
annali  ottomani,  e  che  riuscì  importan- 
tissimo ili  quanto  che  dimostrò  il  cam- 
biamento già  Ritto  e  che  continua  a  far- 
si ogni  giorno  nell'idee  e  ne' costumi.  II 
sultano  assistè  a  un  gran  ballo  in  costu- 
me che  die  lord  de  Redclille  ambasciato- 
re d'Inghilterra,  ch'egli  stesso  andò  ad  in- 
a  ilare.  Questa  è  la  I /rolla  che  un  sulta- 
no onorò  di  sua  presenza  una  festa  stra- 
niera. Questo  fatto  fece  una  grande  im- 
pressione negli  alti  circoli  del  paese.  Inol- 
ile il  sultano  onorò  pure  personalmente 
il  ballo  dell'ambasciatore  francese  Thou- 
■venel.  In  questa  festa  però  non  figurarono 
i  capi  delle  varie  comunità  cristiane  e  del- 
la comunità  israelitica,  come  fu  osservato 
nella  brillante  festa  dell'ambasciatore  in- 
glese. E  (jui  aggiungo,  che  prima  in  Tur- 
chia erano  vietali  i  teatri,  ma  già  ne  fu  e- 
di ficaio  uno  a  Pera  di  Costantinopoli,  è 
frequentato  da'turchi  e  vi  andò  più  vol- 
te il  sultano  lasciandovi  in  dono  rilevan- 
te somma.  Indi  a'2i  febbraio  fu  pubbli- 
cato il  famoso  firmano  o  Halti-Huma- 
youn,dicuigià  feci  motlo  ne' voi.  LX  VII, 
j>.  !2,LXXlX,p.  2  25,  che  lascierà  in  be 
«edizione  il  nomedi  Abdul-Medjid-Khan, 
poiché  col  magnanimo  alto  pose  tulli  i 
sudditi  della  Porta,  a  qualunque  religio- 
ne o  rito  essi  appartengano, sul  piede  del- 
la più  perfetta  eguaglianza,  e  promise  ul- 
teriori utilissime  rifórme  e  salutari  leggi, 
ciò  che  vieppiù  assicura  il  prospero  av- 
veniredella  Turchia,  massime  pei  la  pro- 
prietà fondiaria  concessa  agli  stranieri,  la 
quale  produrrà  uu  immenso  sviluppo  nel- 
le sue  risorse  agricole,  nelle  sue  numero- 
se foreste  e  miniere.  Eccone  il  lesto.  «  A 
te  mio  gran  visirMehemet-Emiu-Aali  pa  • 
scià  decorato  del  mio  ordine  imperiale  del 
Medjidiè  di i.aclasse  e  dell'ordine  del  me 
rito  personale,  Dio  accordi  grandezza  e 
raddoppi  la  potenza.  Il  mio  più  caro  de- 
siderio è  stalo  temere  di  assicurare  la  fe- 
licità d'ogni  classe  de'suddili,  che  la  Prov- 
videnza ha  posti  sotto  il  mio  scettro  lui- 


TUR 
penale:  e  dal  mio  avvenimento  al  trot 
non  ho  cessato  di  l'are  ogni  mio  sforze 
questo  scopo.  Ne  sieuo  rese  grazie  all'Oi 
nipotente!  Questi  incessanti  sforzi  barn 
portato  già  fruiti  utili  e  molti.  Di  giorno 
m  giorno  la  ricchezza  e  la  prosperità  dei 
sudditi  del  mio  impero  vanno  aumentan- 
do. Oggi  desiderando  rinnovai  e  ed  allar- 
gare i  nuovi  regolamenti  istituiti  nello 
scopo  di  giungere  a  conseguire  uno  slato 
di  cose  conforme  alla  dignità  del  mio  im- 
pero, ed  alla  posizione  che  occupa  fra  le 
nazioni  civili,  ed  i  diritti  del  mio  impero, 
ed  oggi  mediante  il  concorso  benevolo  ed 
nrnichevoledelle grandi  potenze, mie  no- 
bili alleate,  avendo  ricevutoall'estero  una 
sanzione,  la  quale  dev'essere  il  principio 
d'uu'era  nuova,  voglio  aumentare  il  ben 
essere,  la  prosperità  interna,  conseguire 
la  felicità  di  tutti  i  miei  sudditi. Tutti  egua- 
li al  mio  sguardo,  e  tutti  egualmente  ca- 
ri al  mio  cuore,  e  fra  loro  uniti  di  cor- 
diali rapporti  di  patriottismo,  ed  assicu- 
rare i  mezzi  di  fare  di  giorno  in  giorno 
crescere  la  prosperità  del  mio  impero.  Io 
adunque  ho  risoluto  e  ordinato  che  venga 
eseguito  quanto  segue.  Le  garanzie  pro- 
messe a  tutti  i  sudditi  del  mio  impero  col 
mio  Halti-Humayoun  di  Gulhanè  e  col- 
le leggi  del  Tanzimat ,  senza  distinzione 
di  classe  e  di  culto,  sono  oggi  consolidate 
e  confermate,  e  saranno  prese  efficaci  mi- 
sure perchè  abbiano  il  loro  totale  e  pieno 
effetto.  Tutti  i  privilegi  accordati  ab  an- 
tiquo e  in  parte  posteriori  ad  ogni  comu- 
nità cristiana  o  ad  altri  riti  non  mussul- 
mani stabiliti  nel  mio  impero  sotto  la  mia 
egida  protettrice,  sono  confermati  e  man- 
tenuti. Ogni  comunità  cristiana  od  altro 
rito  non  mussulmano  sarà  tenuto  in  tem- 
po determinato  e  col  concorso  d'una  com- 
missione formata  ad  hoc  nel  suo  seno,  di 
procedere  coli'  alta  mia  approvazione  e 
sotto  la  sorveglianza  della  mia  Sublime 
Porta  alle  riforme  volutedal  tempo.  1  pò 
teri  conceduti  a' patriarchi  ed  a' vescovi 
di  riti  cristiani  dal  sultano  Maometto  II 
e  du'suoi  successori  saranno  posti  in  ar- 


T  UR 

monia  colla  nuova  situazione  che  le  mie 
generose  e  benefiche  intenzioni  assicura- 
no a  queste  comunità.  Il  principio  della 
nomina  a  vita  de'pat riarchi,  dopo  la  re- 
visione de'regolameuli  di  elezione,  oggi 
in  vigore,  sarà  esattamente  applicata  con- 
forme al  tenore  del  loro  firmano  d'inve- 
stitura. I  patriarchi,  metropolitani,  arci- 
vescovi, vescovi,  non  che  i  rabbini  saran- 
no tenuti  al  giuramento  al  loro  entrare 
in  funzione,  secondo  una  formula  combi- 
nata fra  la  Sublime  Porla  ed  i  capi  spi- 
rituali delle  diverse  comunità.  I  carichi 
ecclesiastici  di  qualunque  forma  e  natu- 
ra, saranno  soppressi  e  sostituiti  dallo  sta- 
bilimento delle  rendite  de'  patriarchi  e 
de'capi  di  comunità  spirituali  delle  diver- 
se comunità  e  dell'allocazione  del  trat- 
tamento e  della  mercede  equamente  pro- 
porzionala all'importanza,  al  rango  e  al- 
la dignità  de' diversi  membri  del  clero. 
Non  si  farà  alcuu  attentato  alle  proprie- 
tà mobili  ed  immobili  de*  vari  cleri  cri- 
stiani.Nondimeno  l'amministrazione  tem- 
porale delle  comunità  cristiane  e  di  altri 
riti  non  mussulmani,  sarà  posta  sotto  la 
salvaguardia  d'  una  assemblea  scelta  in 
seno  di  ognuna  delle  dette  comunità  fra 
i  membri  del  clero  ed  i  laici.  Nelle  città, 
borgate  e  ne'villaggi,  ove  la  popolazione 
apparterrà  in  totale  allo  stesso  culto,  non 
sarà  fatto  nessun  ostacolo  al  restauro,  se- 
condo i  loro  piani  primitivi,  delle  fabbri- 
che destinate  al  culto,  alle  scuole,  agli  o- 
spedali,  a'cimiteri.  1  piani  di  questi  diver- 
si edilizi ,  in  caso  di  nuova  costruzione, 
approvati  daf patriarchi  o  capi  di  comu- 
nità, sarà  mio  semplice  aleute  sottoposti  al- 
la mia  Sublime  Porta,  che  dovrà  appro- 
varli o  farvi  le  sue  osservazioni  in  uà  de- 
terminato tempo.  Ogni  culto,  ne' luoghi 
ove  non  esistessero  altre  confessioni  reli- 
giose ,  nelle  sue  esteriori  manifestazioni 
non  sarà  sottoposto  ad  alcuna  specie  di 
restrizione.  Nelle  città,  borgate  e  uè'  vil- 
laggi ove  i  culti  sono  diversi,  ogni  comu- 
nità abitante  un  distinto  quartiere  potrà 
del  pari,  conformandosi  alle  suindicate 


TUR  fe*5 

prescrizioni ,  restaurare  e  consolidare  le 
sue  chiese,  i  suoi  spedali,  le  sue  scuole  ed 
i  suoi  cimiteri.  Quando  si  tratterà  d'in- 
nalzare nuove  fabbriche,  verrà  chiesta  la 
necessaria  autorizzazione  alla  Sublime 
Porta  per  organo  de' patriarchi  e  delle  co- 
Mjunità  i*e)igrose,e  la  Subii  mePorta  preu- 
de.à  una  sovrana  decisione  coll'accordar- 
le,a  menochenou  vi sieno ostacoli  ammini- 
strativi. L'intervento  dell'autorità  ammi- 
nistrative in  lutti  gli  alti  di  questa  natu- 
ra sarà  adatte)  gratuito.  Il  governo  preu- 
derà  misura  per  assicurare  ad  ogni  culto, 
qualunque  sia  il  numero  de'suoi  aderen- 
ti; la  piena  libertà  del  proprio  esercizio. 
Ogni  distinzione  ed  appello  tendente  a 
rendere  una  classe  qualunque  de'suddili 
del  mio  impero  inferiore  ad  un'altra  clas- 
se, in  ragione  di  culto,  di  lingua  o  di  raz- 
za, sarà  per  sempre  cancellata  dal  proto- 
collo amministrativo.  Le  leggi  agiranno 
con  vigore  contro  l'uso,  fra  privati  oda 
pule  delle  autorità,  d'ogni  qualifica  in- 
giuriosa o  piccante.  Attesoché  ogni  culto 
è,  e  sarà  sempre  liberamente  praticato  ne- 
gli stati  ottomani,  nessun  suddito  del  mio 
impero  sarà  impedito  nell'esercizio  della 
religione  che  professa,  ed  in  nessuu  mo- 
do sarà  a  tale  riguardo  molestato.  Nessu- 
no potrà  essere  costretto  a  mutar  religio- 
ne. La  nomina  e  la  scelta  d'ogni  funzio- 
nario e  allri  impiegati  del  mio  impero  di- 
pendendo interamente  dalla  sovrana  mia 
volontà  ,  tutli  i  sudditi  del  mio  impero, 
senza  distinzione  di  nazionalità,  saranno 
ammissibili  agl'impieghi  pubblici  e  atti 
ad  occuparli,  secondo  la  loro  capacità  ed 
il  loro  meritò,  e  io  conformità  alle  rego- 
le d'  una  generale  applicazione.  Tutti  i 
sudditi  del  mio  impero  saranno  indistin- 
tamente ricevuti  nelle  scuole  civili  e  mi- 
litari del  governo  oggi  esistenti  o  che  in 
avvenire  saranno  create,  quando  abbia- 
no però  le  condizioni  d'  età  e  ili  esame 
specificato  ne'regolamenli  organici  delle 
suddette  scuole.  Inoltre  ogni  comunità  è 
autorizzata  a  stabilirescuole  pubbliche  di 
scienze,  lettere,  arti  e  industria:  soltanto 


*56  TUR 

che  il  metodo  d'insegnamenlo  e  la  scel- 
ta de'professori  nelle  scuole  di  tali  cate- 
gorie saranno  sotto  Ja  controlleria  d'un 
consiglio  misto  d'istruzione  pubblica,  i 
cui  membri  saranno  da  me  eletti.  Ogni  af- 
fare commerciale,  correzionale  o  crimi- 
nale ove  fossero  mischiali  mussulmani  e 
sudditi  cristiani  o  di  altri  riti  non  mus- 
sulmani o  di  riti  differenti, sarà  deferito 
a  tribunali  misti,  la  cui  udienza  sarà  pub- 
blica, le  parti  vi  saranno  presenti  e  prò- 
dm  anno  i  loro  testimoni,  ledi  cui  depo- 
sizioni saranno  indistintamente  ricevute 
sotto  giuramento ,  secondo  la  legge  reli- 
giosa d'ogni  culto.  !  processi  riguardanti 
affari  civili  continueranno  ad  essere  giu- 
dicati pubblicamente, secondo  le  leggi  ed 
i  regolamenti,  dinanzi  i  consigli  misti  del- 
le provincie,  alla  presenza  del  governato- 
re e  de'giudici  locali.  1  processi  civili  spe- 
ciali, come  quelli  di  successione  od  altri 
di  questo  genere,  fra 'sudditi  dello  stesso 
rito,  potranno  su  loro  domanda  essere  ri- 
messi a'eonsigli  de' patriarchi  o  delle  co- 
munità. Le  presenti  leggi  o  correzionali 
o  commerciali,  e  le  regole  di  procedura 
d'applicarsi  ne'tribunali  misti  saranno  il 
più  presto  possibile  completate  e  ridotte 
a  codice.  Sotto  gli  auspicii  della  mia  Su- 
blime Porta  ne  saranno  pubblicate  ver- 
sioni in  tutte  le  lingue, che  si  parlano  nel 
mio  impero.  Nel  più  breve  tempo  possi- 
bile si  procederà  alla  riforma  del  sistema 
penitenziario  nella  sua  applicazione  agli 
stabilimenti  d'egual  natura  per  concilia- 
re i  diritti  dell'umanità  con  quelli  della 
giustizia.  Nessuna  pena  corporale,  anche 
nelle  carceri,  potrà  essere  applicata  se  non 
in  conformità  a'regolamenti  disciplinari 
emanati  dalla  mia  Sublime  Porta:  e  tut- 
tociò  che  avesse  della  tortura  verrà  affat- 
to abolito.  Le  infrazioni  su  tale  oggetto 
saranno  severamente  represse,  e  porte- 
ranno ancora  di  pieno  diritto  la  punizio- 
ne, secondo  il  codice  criminale,  dell'au- 
torità che  le  avessero  ordinate,  o  degli  a- 
genti  che  l'avessero  commesse.  L'orga- 
nizzazione della  polizia  nella  capitale,  nel- 


TUR 

le  città  di  provincia  e  nelle  campagne  sa- 
rà riveduta  in  modo  da  dare  ad  ogni  pa- 
cifico suddito  del  mio  impero  le  deside- 
voli  garanzie  di  sicurezza  e  sulla  loro  per- 
sona e  ne'beni.  L'eguaglianza  dell'impo- 
ste portando  l'eguaglianza  de'carichi,  co- 
me quella  de' doveri,  porta  seco  anche 
quella  de'diritti:  i  sudditi  cristiani  e  di  al- 
tri riti  non  mussulmani,  dovranno  come 
i  mussulmani,  adempiere  la  legge  di  co- 
scrizione. Sarà  ammesso  il  principio  del 
cambio  o  del  riscatto.  Nel  più  breve  tem- 
po possibile  sarà  pubblicata  una  legge 
completa  sul  modod'ammissione  e  di  ser- 
vizio de'sudditi  cristiani  e  di  altri  riti  non 
mussulmani  nell'esercito,  di  modo  da  po- 
ter loro  assicurare  la  posizione  la  più  con- 
veniente. Si  procederà  ad  una  riforma 
nella  formazione  de'consigli  provinciali  e 
comunali  per  garantire  la  sincerità  della 
scelta  de'dele^ali  dalle  comunità  mussul- 
mane  ed  alla  libertà  de'voti  ne'consigli. 
La  mia  Sublime  Porta  penserà  a'mezzi 
più  efficaci  per  esattamente  conoscere  e 
controllare  il  risultato  delle  deliberazio- 
ni e  delle  decisioni  prese.  Siccome  le  leggi 
che  regolano  la  compra,  la  vendita  e  la 
disposizione  delle  proprietà  immobili  so- 
no comuni  ad  ogni  mio  suddito,  potrà  es- 
sere permessoagli  esteri  di  possedere  pro- 
prietà fondiarie  ne'  miei  stati,  confor- 
mandosi alle  leggi  ed  a'regolamenti  di  po- 
lizia, ed  acquistando  gli  stessi  pesi  degli 
indigeni,  dopo  che  avranno  luogo  gli  ac- 
comodamenti fra  le  potenze  straniere.  Le 
imposizioni  sono  per  lo  stesso  titolo  esi- 
gibili da  tutti  i  sudditi  del  mio  impero, 
senza  distinzione  di  classe,  uè  di  culto.  Si 
provvederà  a'mezzi  più  pronti  ed  ener- 
gici per  correggere  gli  abusi  nel  percepi- 
re l'imposte  e  specialmente  le  decime.  Il 
sistema  dell'imposte  dirette  sarà  succes- 
sivamente, ed  appena  che  si  potrà,  sosti- 
tuito al  regime  delle  tenute  in  ogni  ra- 
mo degl'introiti  dello  stato.  Finche  du- 
rerà tale  sistema,  sotto  le  più  severe  pe- 
ne verrà  interdetto  ad  ogni  agente  del- 
l'autorità e  ad  ogni  membro  de'medglis 


T  U  R 
di  fu'si  aggiudicatari  de'  terreni,  che  sa- 
ranno annunciati  con  pubblicità  e  con- 
correnza, o  d*  avere  una  parte  qualun- 
que u"  interesse  nella  loro  intrapresa. 
Le  imposizioni  locali  saranno  possibil- 
mente calcolate  in  modo  da  non  colpire 
la  sorgente  del  prodotto  o  da  non  attra- 
versare il  movimento  del  commercio  in- 
terno. Le  opere  di  pubblica  utilità  rice- 
veranno una  conveniente  dote  mediante 
imposte  particolari  e  speciali  delle  pro- 
viucie  chiamate  a  godere  dello  stabili- 
mento delle  vie  di  comunicazione  per  ma- 
re o  per  terra.  Essendo  stata  emanata  una 
legge  speciale,  che  ordina  di  comunica- 
re il  budget  degl'introiti  e  dellespese del- 
lo stalo,  ad  un'epoca  periodica,  e  possi- 
bilmente nella  previsione  d'  un  anno,  al 
grande  consiglio  di  stato, questa  legge  ver- 
rà nel  modo  più  scrupoloso  osservata.  O- 
gui  anno  si  pubblicherà  il  budget ,  e  si 
procederà  alla  revisione  de'  trattamenti 
stabiliti  ad  ogni  impiego.  I  capi  ed  un  de- 
legato d'ogni  comunità,  scelti  dalia  mia 
Sublime  Porta,  saranno  chiamati  a  pren- 
der parte  alle  deliberazioni  del  consiglio 
supremo  di  giustizia  in  tutte  le  circostan- 
ze che  interessassero  la  generalità  de'sud- 
diti  del  mio  impero.  A  tale  effetto  saran- 
no convocati  specialmente  dal  gran  visir. 
11  mandato  de'delegati  sarà  annuale  :  al 
loro  entrare  in  ufficio darannogiurameu- 
to.  Ogni  membro  del  consiglio  nelle  riu- 
nioni ordinarie  e  straordinarie  dirà  libe- 
ramente la  sua  opinione  e  darà  il  suo  voto, 
senza  che  possa  su  ciò  essere  mai  mole- 
stato. Le  leggi  contro  la  corruzione ,  la 
concussione,  o  la  malversazione  saranno 
nelle  forme  legali  applicate  a  tutti  i  sud- 
diti del  mio  impero,qualunque  sia  la  loro 
classe  e  la  natura  di  loro  funzioni. Quan- 
to più  presto  è  possibile  ci  occuperemo 
del  sistema  monetario  del  mio  impero,  co- 
me pure  della  creazione  di  banchi  e  di  al- 
tri istituti  di  credito  pubblico,  destinati 
ad  accrescere  le  risorse  del  paese:  come 
anche  della  costruzione  di  strade  e  canali 
che  più  facili  renderanno  le  comuuicuiio- 

VOL.  LXXXI. 


TUR  257 

ni.  Verrà  abolito  tuttociò  che  può  arre- 
stare il  commercio  e  l'agricoltura.  Per 
conseguire  quanto  è  innanzi  indicato,  sa- 
rà introdotto  lo  spirito  di  esperienza  d'Eu- 
ropa. Tali  sono  i  miei  ordini  e  la  mia  vo- 
lontà: e  tu  mio  gran  visir,  tu,  secoudo  l'u- 
so, farai  pubblicare  tanto  nella  mia  ca- 
pitale, che  in  ogni  parte  del  mio  impero 
questo  firmano,  e  attentamente  veglierai 
e  prenderai  ogni  misura  necessaria  onde 
tutti  gli  ordini  che  contiene sieuo colla  più 
rigorosa  prontezza  eseguiti  ".  Il  consiglio 
del  Tanzimat  continua  ad  occuparsi  at- 
tivamente de'miglioramenti.Egli  presen- 
temente fa  fare  più  prove  di  differenti  si- 
stemi di  lastricatura  per  assicurarsi  di 
quello  che  meglio  corrisponderà  a'bisogui 
della  capitale,  che  sarà  interamente  sel- 
ciata a  nuovo.  Si  occupa  pure  di  progetti 
di  strade  per  tutto  l'impero,  e  di  progetti 
d'incanalamento  de'nuuierosi  corsi  d'ac- 
qua che  lo  percorrono  in  tutti  i  sensi.  La 
direzione  dell'artiglieria  fece  costruire  a 
Tofane  o  Tophana  un'usina  a  gaz  pe'suoi 
propri  bisogni;  la  si  farà  però  assai  con- 
siderevole per  poter  anche  rischiarare  a 
gaz  Pera  e  Galata,  grandi  e  primari  sob- 
borghi di  Costantinopoli,  equivalenti  a 
importanti  città.  Pera  è  la  residenza  del 
vicario  apostolico  de'iatini,  dell'  arcive- 
scovo primate  per  gli  armeni,  colle  loro 
chiese  cattoliche,  e  degli  ambasciatori  e 
altri  diplomatici  europei  presso  la  Porta. 
Giace  sopra  una  collina  amena  che  do- 
mina il  canale  di  Costantinopoli  al  nord. 
Ha  palazzi  assai  belli,  costrutti  in  pietra, 
e  deliziosi  contorni.  Galata  sorge  in  fac- 
cia a  Costantinopoli,  da  cui  è  divisa  me- 
diante il  porto.  Contiene  molte  moschee 
e  una  fontana  riccamente  ornata.  Nella 
parte  inferiore,  all'ingresso  del  porto,  sta 
il  graude  arsenale  di  Tophana,  che  con- 
tiene magazzini  d'artiglieria,  caserme  di 
cannonieri,  ed  una  bella  fonderia  di 
cannoni.  Vi  risiedono  molti  mercanti  di 
tutte  le  uazioni,efu  il  luogo  dato  da'greci 
imperatori  a  Genova.  È  vano  il  dissimu- 
larlo; lo  spirito  commendabile  di  civiltà 
17 


258  TUR 

e  «li  progresso  de!  governo  ottomano  non  è 
comune  alle  popola/ioni  discoste  dal  een- 
tro dell'impero,  le  quali  sono  sempre,per 
loro  grande  s\entura,  infatuate  da'prin- 
clpù  tradizionali  d'orgoglio  e  di  egoismo 
settario  che  hanno  fatto  propagare  l'isla- 
mismo sulle  vaste  e  ricche  contrade  del- 
l'Asia e  dell'  oriente  d'Europa,  e  ne  die- 
rono  funeste  e  ulteriori  prove  nella  pro- 
mulgazione   dell'  Hatti-IIumayoun  ,    e 
contemporanea  soppressione  dell'infame 
commercio  degli  schiavi,  di  che  dovrò  ri- 
parlare. Ma  buona  parte  delle  razze  o- 
rienlali,  quali  esse  siano,  mussulmani  o 
cristiani,  ricevendo  ormai  la  loro  educa- 
zione principalmente  per  la  lingua  fran- 
cese, e  vedendo  fra  loro  una  società  nu- 
merosa e  civilizzata  che  ha  emigralo  dalla 
Francia,  riguardano  gli  alleati  del  sulta- 
no cornei  rappresentati  della  civilizzazio- 
ne europea.  A  tali  razze  più  di  tutti  il  ge- 
nio e  l'energia  cosmopolita  e  universale 
del  popolo  francese  prevale  nell'iati  uirle  e 
nel  comunicar  loro  le  necessarie  cognizio- 
ni; poiché  la  nazione  francese,  la  quale  per 
tanti  secoli  ha  proclamato  l'interesse  che 
porta  all'oriente,  finalmente  acquistò  sul- 
l'impero ottomano  quella  piena  influen- 
za che  sì  lungamente  desiderò.  Grandi  so- 
no i  progressi  che  le  idee  francesi  di  pre- 
ferenza fanno  nella  metropoli  della  Tur- 
chia, e  vi  contribuiscono  le  maniere  in- 
sinuanti de'suoi  rappresentanti  diploma- 
tici nel  raccomandare  le  riforme  con  ra- 
gionevoli consigli,*!  quali  trovano  facile  a- 
scolto. D'altronde  conviene  che  i  turchi  a- 
dem piano  le  promesse  di  riforme  esplicita- 
mente fatte  agli  uomini  di  stato  dell'occi- 
dente per  impegnare  le  loro  nazioni  a  pren- 
dere parte  alla  guerra  che  minacciava  di 
soggiogarli.  La  polizia  e  i  gendarmi  vanno 
ad  organizzarsi  del  tutto  sul  modellato  si- 
stema francese;  così  l'esazione  della  rendi- 
ta,così  la  formazionedelle  strade  urbane, 
così  altro.  Costantinopoli  sarà  come  cam- 
pione delle  altre  città,  e  le  migliorie  de' 
sistemi  proposti  dagli  alleali,  anche  in  E- 
gitto,  non  tarderanno  di  farne  raccoglie- 


T  U  R 

re  i  vantaggiosi  fruiti  al  governo  e  al  po- 
polo. Ora  si  va  a  fare  eseguire  il  censo  ge- 
nerale della  Turchia,  nello  scopo  di  rico- 
noscere lo  stato  numerico  delle  popola- 
zioni e  loro  condizioni,  ed  i  vagabondi 
saranno  espulsi;  di  stabilire  una  riforma 
sulle  imposte,  essendo  l'anteriore  censo 
assai  difettoso;  e  per  impedire  il  commer- 
cio dello  spaccio  de'  passaporti  a 'sudditi 
ottomani,  e  suoi  criminosi  abusi.  Di  più 
è  slata  nominata  una  commissione,  con 
l'incarico  di  fare  gti  sludi  necessari  per 
migliora  re  il  sistema  carcerario  dellaTur- 
chia. 

L'origine  de'turchi,  come  di  tulli  gli 
antichi  popoli,  è  contrastata  dagli  storici; 
comunemente  si  dice  nazione  uscita  dalla 
Tartarici  (^.J,che  sotto  il  comando  di 
vari  capi  in  due  secoli  eslesero  le  loro  con- 
quiste dalle  rive  del  mar  Caspio  allo  stret- 
to di  Costantinopoli.  Che  abbracciato  il 
Maomettismo  degli  arabi,  servirono  dap- 
prima i  Saraceni  (^.),  e  alla  decadenza 
del  loro  impero  fondarono  il  proprio,  im- 
padronendosi del  califfato  o  signoria  de' 
saraceni,  che  riconoscevano  a  loro  capo 
temporale  espiriluale  il  califfo.  Gli  arabi 
o  saraceni,  e  poi  i  turchi,  al  pari  de' ro- 
mani formarono  rapidissimamente  il  lo- 
ro im  pero  nell'Asia,  nell'Africa  e  nell'Eu- 
ropa,-non  però  colla  scienza  militare  che 
distinse  gli  antichi  signori  del  mondo,  ma 
col  fanatismo  e  promulgandoli  seducente 
loro  sistema  religioso,  benché  in  sosta n- 
'  za  brutale  ed  empio.  Gli  arabi  più  istruiti 
cambiarono  dappertutto,  e  al  modo  loro, 
anche  le  scienze  e  le  arti,  nelle  quali  van- 
tano non  pochi  illustri.  L'araba  filosofia 
salì  al  suo  apogeo  per  opera  d'Ibn-Pioschd 
detto  da'latini  Aben-Rois  e  quindi  Aver- 
roes.Costui  nato  in  Cordova  verso  il  i  1 20 
e  dotato  di  grande  amore  per  la  scienza 
e  di  superstiziosa  venerazione  per  Aristo- 
tile, condusse  nella  lunga  vita  che  ebbe 
all'  ultimo  alto  il  movimento  scientifico 
de'suoi  predecessori, e  meritò  d'essere  te- 
nuto il  più  alto  rappresentante  della  fi- 
losofia mussulmana. Intorno  alla  sua  vita, 


TU  R 
a'suoi  scrini,  alla  sua  dottrina  può  leg- 
gersi specialmente  l'accuratissima  opera 
d'Ernesto  Renan:  AverroésetVAverroi- 
sme,  Essai  historique,  Paris  ìS5i-t  il 
quale  sopra  documenti  irrefragabili  e- 
uieuda  gli  errori  di  que'che scrissero  pri- 
ma di  lui  sul  medesimo  argomento,  e  vi 
reca  tanta  luce  che  forse  non  può  darse- 
ne maggiore.  Averi  oes  scrisse  molti  trat- 
tali  scientifici,  ecomcnentòdueo  tre  volte 
quasi  tutti  i  libri  d'Aristotile;  ma  l'opera 
più  celebre  che  gli  die  sopra  le  altre  rino- 
manza, fu  il  così  detto  Gran  Commenta- 
rio, iu  cui  egli  si  studiò  con  molta  diligen- 
za e  sottigliezza  di  esporre  e  di  dilucida- 
re la  dottrina  di  Aristotile;  ma  non  però 
si  valse  del  testo  greco,  poiché  era  quel- 
lo stato  tradotto  in  arabo  3  secoli  prima, 
traduzione  fatta  non  dal  greco,  ma  dal  si- 
riaco de'nestoriani  che  in  qualità  di  me- 
dici frequentavano  la  corte  de'califfi  o- 
rienlali.  In  breve  l'Averroismo  è  un  A- 
rislotelismo  modificato  da' neoplatonici 
alessandrini,  guasto  dalle  interpretazioni 
degli  eretici  ne  storiarli  siri  e  caldei. Quan- 
to alle  arti ,  1'  architettura  araba  ,  o  sia 
quella  che  praticarono  i  sai  areni  dopo  le 
loro  conquiste  in  Asia,  in  Africa,  in  Occi- 
dente,sembra  essere  stata  daessiformata 
in  gran  parte  sullo  stile  egizio,ch'era  quel- 
lo che  più  frequentemente  loro  si  presen- 
tava negli  edilìzi  delle  provinole  conqui- 
state. Essi  però  v'introdussero  un  gusto 
tutto  particolare,  e  forse  proprio  della  lo- 
ro nazione;  e  questo  gusto  si  fa  partico- 
larmente osservare  nell'elevazione  delie 
loro  volte  ardite,  nella  forma  della  loro 
centina,  nella  leggerezza  delle  colonne  a 
guisa  di  fasci  di  pertiche,  nella  varietà  de* 
capitelli,  e  nella  quantità  straordinaria  de- 
gli ornamenti,  che  presentano  una  riu- 
nione curiosa  e  stravagante  di  fregi,  di  fo- 
gliami, d' intrecciaraenti,  incavati  spesso 
e  isolati  a  foggia  di  merletti  o  di  filagra- 
na,  di  rosoni  e  di  altre  rappresentanze  di 
fiori  distribuiti  talvolta  con  qualche  mae- 
stria. Diverso  però  è  lo  stile  de'saraceni 
d'Egitto  e  della  Siria,  da  quello  de'sara- 


T  U  R  259 

ceni  o  mori  della  Spagna,  le  fabbriche  de' 
quali  ultimi  hanno  percarattere  leL'gerez 
za  ed  eleganza,che  non  si  trovano  in  quelle 
de'saraceni  d'Egitto.  Nell'architettura  a- 
raba  o  saracena  negli  edifìzi  d'Egitto,  A- 
leppo,  Gerusalemme  e  Costantinopoli , 
si  vede  spesso  frammischiata  quella  de' 
greci  e  romani,  come  avanzi  di  loro  edi- 
fìzi. I  turchi  praticarono,  perquanlo  seni 
bra,  l'architettura  stessa  de'saraceni,  ma 
in  alcune  opere,  e  specialmente  ne'pub- 
blici  monumenti,  aggiunsero  agli  ornati 
di  gusto  saraceno  una  quantità  di  piccole 
torri  o  minareti.  I  loro  edifìzi  li  descrisse 
Moradgea  d'Ohsson  egregiamente.  Gli  a- 
rabi  cercarono  nell'arte  più  il  meraviglio- 
so che  il  bello,  e  più  studiarono  di  sor- 
prendere che  di  piacere.  Conviene  però 
confessare,  che  portarono  al  sommo  gra- 
do l'arditezza  nella  costruzione  e  nel  ta- 
glio delle  pietre,  onde  la  loro  architettu- 
ra fece  gran  fortuna,  prima  sotto  i  nomi 
d'araba,  moresca  e  saracena,  e  poi  di  go- 
tica moderna,  venendo  preferita  talvol- 
ta da'latini  al  gusto  gotico  ogivale  e  usi  - 
tato,  ch'era  pesante  altrettanto,  quanto 
l'arabo  era  leggero  e  svelici  turchi  hanno, 
un' origine  comune  cogli  sciti  della  grnn 
Tartaria,  non  sono  dunque  da  seguirsi 
gli  autori,  che  li  confondono  co'  turco- 
mani  dell'Armenia,  dell'Assiria,  e  co'po- 
poli  del  Turchestan,  contrada  d'Asia  la 
quale  si  divide  in  Tartaria  indipendente 
e  in  Tartaria  Chinese  o  Piccola  Buka- 
ria.  I  turcomani,  secondo  alcuni ,  sono 
que'popoli  medesimi  che  i  greci  antichi 
indicavano  sotto  il  nome  di  parti,  di  mes- 
sageti  ed  anche  di  sciti,  cui  noi  abbiamo 
sostituito  il  nome  ài  tartari,  laonde  gio- 
va non  dimenticare  il  loro  articolo  che 
con  questo  ha  tanta  connessione.  Queste 
popolazioni  erano  sparpagliate  all'oneri» 
te  ed  anche  al  settentrione  del  mar  Ca- 
spio, e  in  sino  al  di  là  del  lago  Arai,  di- 
modoché queste  regioni  assunsero  poscia 
il  nome  di  Turchestan  o  sia  paese  de'tur- 
comani,  o  de'turchi  al  dire  di  altri.  Que' 
popoli,  pastori  e  nomadi  al  pari  degli  a- 


260  TUR 

rabi  del  tksei  lo,  si  fecero  in  ogni  tempo 
t-onosceie  come  masnadieri  feròdi  t  an- 
che  guerrieri  formidabili.  Ne  Ciro,  uè  A- 
lessaudro,  né  gli  slessi  romani,  ton  po- 
terono giammai  giungere  n  soggiogarli  ; 
quest'impresa  era  lisci  bata  agli  arabi,  i 
quali  80  anni  dopo  Maometto,  vi  fecero 
conoscere  le  loro  armi  e  persino  la  pro- 
pria loro  religione,cbe  costrinsero  abbrac- 
ciare. Al  riferire  del  principe  di  Moldavia 
Demetrio  Canlemiro,  Storia  dell' "impe- 
ro ottomano,  Parigi  1 743,  i  I tirchi  sono 
sortili  da  quella  parie  della  gran  Tarla- 
ria  ch'è  al  di  sopra  del  mar  Caspio,  don- 
de partirono  queste  numerose  torme  che 
si  sparsero  nella  Sarmazia  e  nella  Scizia 
europea.  Inoltre  osserva,  confessare  i  tur- 
chi, che  i  tartari  della  Crimea  discen- 
dono dalle  medesime  tribù,  da  cui  ven- 
gouo  essi,  ma  per  un  altro  ramo;  e  che 
hanno  molte  volle  dichiaralo,  che  se  la 
casa  degli  Ottomani  venisse  a  mancare, 
quella  de'  tartari  della  Ciiuiea  le  succe- 
derebbe nell'impero.  Pare  che  la  Crimea 
fosse  anticamente  chiamala  Gazaria,  e  ne 
fu  capitale  Tcodosia  (V.)  o  Gaffa,  già 
floridissima  colonia  de'genovesi,  chiama- 
ta anticamente  da'turchi  Krim-Slambul 
o  Costantinopoli  della  Crimea.  1  turchi 
anticamente  erano  una  nazione  possente, 
che  si  stabilì  nella  Scizia  europea,  oggidì 
Moscovia>  presso  il  Volga.  Parlasi  di  essi 
come  di  abitali  li  di  questo  paese  dagli  sto- 
liei  che  hanuo  scritto  dopo  il  regno  del- 
l' imperatore  Maurizio  del  582.  Si  può 
vedere  Costantino  Porfirogenito,  De  re- 
gendo  imperio,  et  de  legationihus,  egli 
altri  autori  della  Storia  Bizantina.  I  tur- 
chi si  sparsero  eziandio  in  Asia  al  di  so- 
pra del  ricordalo  mar  Caspio,  e  forse  di 
là  alcune  tribù  passarono  io  Europa.  Se- 
condo de  Guignes,  Storia  generale  de- 
gli Unni,  Turchi  ec,  gli  unni  sortirono 
da  principio  dalla  parte  orientale  della 
Tartaria,  che  confina  colla  Cina.  11  me- 
desimo aggiunge  che  le  guerre  frequen- 
ti co'  cinesi.,  e  le  rivoluzioni  che  insor- 
sero fra  di  essi,  fecero  loro  abbandona- 


TUR 
re  la  propria  patria  ,  che  s'  avanzarono 
Terso  I*  occidente,  che  gli  uni  si  stabili- 
rono vicino  al  Volga,  e  gli  altri  verso  il 
mar  Caspio,eche  presero  in  seguito  il  no- 
me di  Turchi.  11  Berti  ino  nelle  Memo- 
morie  isteriche  dichiara,  che  la  nazione 
de' tur  chi  da  oscuri  natali  si  rese  famosa 
e  temuta  per  azioni  ardite  e  guerriere;  e 
che  senza  alcun  dubbio  trasse  I'  origine 
dagli  sciti, ot  a  tartari,abilatori  delle  vaste 
solitudini  sopra  il  mar  Caspio  presso  il  fiu- 
me Volga.  Che  soggiogato  il  Turcheslan, 
dal  nome  di  questo  paese  presero  quello 
di  Turchi J  indi  dal  re  di  Persia  Ormi- 
sda III,  che  regnò  dal  579  al  590,  fatti 
calare  dal  settentrione  in  suo  aiuto,  fe- 
cero quindi  grandi  conquiste,  e  regnaro- 
no per  lo  spazio  di  5  secoli  iti  Asia,  sotto 
il  nome  di  Saraceni.  Il  Rinaldi  nel  com- 
pendio degli  Annali  ecclesiastici  del  Ba- 
rotiio,  parla  per  lai.a  volta  de'turchi  ai- 
Pan.  566,  perchè  in  quello  i  turchi  abi- 
tanti al  Tunai  verso  il  vento  euro,  e  chia- 
mati ab  antico  messageti,  mandarono  in 
Costantinopoli  all'imperatore  Giustino  li 
un'ambasceria  con  presenti,  richiedendo- 
lo che  non  volesse  ammettere  alla  sua  a- 
micizia  gli  avari  e  il  loro  re  Gagano  ne- 
mici loro.  Indi  narra  all'an.  62  5,che  l'ini- 
peratoreEraclio  chiamò  in  suo  aiuto  i  tur- 
chi orientali,  contro  Cosroe  1 1  re  di  Per- 
sia, delti  anche  turchi  gazari,  i  quali  si 
mostrarono  pronti;  laonde  con  Ziebil  lo- 
ro duce,  rotte  le  porte  Caspie  ed  entrati 
nella  Persia,  mandarono  ogni  cosa  a  fer- 
ro e  a  fiamma:  quindi  lasciando  Ziebil 
4o,ooo  soldati  scelti  a  disposizione  d'E- 
raclio, tornò  al  suo  paese.  Scrissero  pu- 
re dell'origine  de'turchi,  Teodoro  Spau- 
dugiuo  Cantacuscmo,!  Commentari  del- 
l'origine de' principi  Turchi  e  de  costu- 
mi di  quella  nazione,  tradotti  da  L.Do- 
menichi,  Firenze  1 55 1.  Sausovino,  /sto- 
ria  universale  dell'  origine  de'  turchi, 
Venezia  1 582.  Siccome  la  storia  de'tur- 
chi si  rannoda  con  quella  degli  arabi  Sa- 
raceni, per  averne  adottata  la  religione 
e  successo  nella  più  parte  de'ioro  vasti  do- 


TUR 
mitili,  e  siccome  presto  cominciarono  a 

figurare  coll'impero  greco  e  con  Costan- 
tinopoli sua  capitale  ,  per  le  successive 
conquiste  che  vi  fecero  inclusi vameule  a 
tale  metropoli;  dovendo  procedere  d'ac- 
cordo col  narrato  e  per  maggior  brevità 
qui  ricorderò  o  accennerò  il  più  princi- 
pale del  riferito  in  cpiegli  articoli, non  sen- 
za alcuna  intrinseca  giunta.  Quantoa  Co- 
stantinopoli  f\'ant\cù  Bisanzio,  ivi  più  spe- 
cialmente ragionai  de'turchi,  oltre  il  ma- 
teriale della  città  antica  degl'imperatori 
e  delia  moderna  de'sultani,  nel  §  I,  Im- 
pero orientale  o  greco  da  Costantino  I 
il  Grande,  sino  alla  sua  distruzione; 
§  \\,  Impero  ottomano, ossia  notizie  com- 
pendiate di  esso  dall'origine  sino  a  no- 
stri giorni.  Gli  arabi  pretendono  discen- 
dere da  Ismaele  figlio  d'Agar  e  u"  A  bra- 
mo, e  perciò  i  discendenti  si  dissero  an- 
che ismaeliti  e  agareni.  Altri  pretendo- 
no che  il  nome  di  Saraceni  derivò  loro 
come  discendenti  di  Sara,  ma  la  s.  Scrit- 
tura dice  che  dessa  partorì  ad  Abramo 
soltanto  Isacco,  da  cui  discesero  °V Israe- 
liti. La  pretesa  religione  che  Ismaele  in- 
segnò a'suoi  figli  si  dìsselsmaelismo  (V.), 
diverso  dal  Maomettismo  che  poi  abbrac- 
ciarono i  saraceni,  ad  onta  che  aveano  ri- 
cevuto il  benefizio  della  fede  cristiana  per 
la  predicazione  di  s.  Paolo  apostolo  e  di 
s.  Ilarioue  abbate,  avendo  eziandio  avuto 
i  propri  vescovi,  ed  anche  gli  eretici  A- 
rabi  o  Arabici.  Indi  diversi  si  dedicaro- 
no alle depredazionijditnneggiarono  l'im- 
pero greco,  profanarono  chiese  e  marti- 
rizzarono alcuni  monaci.  Frattanto  nel- 
la Mecca  insorse  il  famoso  impostore  e  fa- 
natico Maometto,vantandosi  discendente 
d'Ismaele  e  profeta,  che  divulgò  nel  622 
il  guazzabuglio  della  religione  da  lui  for- 
mata, la  quale  si  disse  Islamismo  e  dal 
suo  nome  si  chiamò  maomettismo,  ar- 
ticolo pureche  va  tenuto  presente.  L'im- 
maginò per  ambizione  con  un  miscuglio 
principalmente  di  cristianesimo  e  di  giu- 
daismo per  distruggerli  ambedue:  uè  si 
discostò  dall'eretiche  opinioni  degli  ere- 


T  U  R  261 

siarchi  Ario  e  Nestorio,  un  discepolo  del 
quale  1'  aiutò  alla  compilazione  de'  suoi 
domini.  Divisa  l'Arabia  nella  credenza  tra 
l'idolatria  e  la  religione  cristiana  e  l'ebrea, 
perciò  Maometto  astutamente  accordò  a 
ciascuna  qualche  cosa,  lasciando  a'volut- 
tuosi  arabi  lo  sfrenato  sfogo  de'piaceri  del 
senso,  che  pure  avrebbero  goduto  nell'al- 
tra vita:  allettò  l' ignoranza  e  lusingò  la 
semplicità  de' popoli.  Chiamò  i  suoi  segua- 
ci feri-Credentiy  nome  che  di  cesi  equi- 
valente a  Mas sul/nani  ,meiilve Infedeli ap- 
pettò quelli  che  uon  abbracciarono  la  sua 
setta, come  lo  sono  rispetto  a  noi  chi  non  è 
Fedele.Nel  1 8i»4Michele  Amai  i  pubblicò 
in  Firenze  il  i.°vul.  della  Storia  deJ  mu- 
sulmani di  Sicilia,  che  la  Civiltà  catto- 
lica nella  2.a  serie,  t.  9,  p.70,  uel  darne 
contezza  riprovò,  e  poi  la  s.  Sede  pose  nel- 
l'indice de  libri  proibiti,  come  rilevai  nel 
voi.  LX.X1II,  p.  277.  L'Amari  sventu- 
ratamente, ad  onta  del  suo  ingegno  e  sto- 
riche  cognizioni,  si  mostra  grandissimo 
ammiratore  di  Maometto,  lo  chiama  ih* 
gegno  altissimo,  superiore  nonché  alla 
sua  nazione  al  suo  secolo;  ed  osa  met- 
tere quel  furbo  sopra  il  Papa  s.  Gregorio 
1  Magno,  che  non  riuscì  come  Maomet- 
to a  migliorare  la  condizione  degli  schia- 
vi, cou  ridicolo  e  indegno  parallelo,  che 
alla  sua  volta  impugnò  (se  l'Amari  inten- 
de parlare  della  liberazione  propriamen- 
te degli  Schiavitù  quest'articolo  celebrai 
il  grati  Pontefice  appunto  perchè  non  vi 
fu  mai  chi  se  uè  prendesse alfettuosa  e  fer- 
vorosa cura  più  di  lui;  se  poi  intende  di- 
re di  liberare  i  popoli  dall'oppressione  dei 
Longobardi  e  altri  barbari,  la  storia  im- 
mortalò le  sollecitudini  di  s.  Gregorio  [ 
per  difendere  e  proteggere  i  popoli  dalie 
loro  angarie,  senza  impor  ad  essi  quel  gio- 
go che  Maometto  impose  a'suoi  pretesi  li- 
berati; riè  s.  Gregorio  I  risparmiò  i  prin- 
cipi cristiani,  che  provocarono  la  sua  apo- 
stolica voce,  che  alto  tuonò  alla  circostan- 
za e  con  sacerdotale  franchezza).  Parla  di 
sua  legge  o  Al-Korano  come  di  »'  Un  si- 
stema religioso  e  politico,  semplice,  vasto. 


aGa  TUR 

ottimo  olla  prova:  poiché  e  rigenero  mia 
nazione  più  prontamente  che  non  l'abbia 
mai  fatto  altra  legge,  e  contribuì  non  po- 
co all'incivilimento  d'una  gran  parte  del 
genere  umano,  e  si  regge  tuttavia,  uè  par 
disposto  a  morire".  A  siffatto  parziale  e 
passionalo  giudizio  la  Civiltà  gli  oppose  il 
seguente}tratloda  quello  degl'inglesi  scrit- 
toi i  òeWHist.  univ.  cornp.par  una  sociétc. 
de  gnu  de  lettres,  poco  sospetti  al  certo 
nel  sentenziare  di  tali  materie.  »  L'islami- 
smo pare  sia  stalo  formato  per  nutrire  e 
saziare  gli  sregolati  appetiti  degli  uomini 
e  particolarmente  le  passioni  depravate 
degli  arabi  pagani;  non  deve  perciò  far 
meraviglia  che  esso  abbia  fallo  in  sì  bre- 
ve terupo  progressi  cotanto  pi  odigiosi".La 
Civiltà  quindi  confuta  le  asserzioni  del- 
l'Amari, rileva  i  funesti  elFetti  dell'isla- 
mismo, meravigliandosi  come  mai  si  po- 
trà seriamente  asserire,  che  il  maometti- 
smo abbia  rigenerata  una  nazione  più  di 
qualùnque  altra  legge,  non  esclusa  la  cri- 
stiana, e  conferito  all'incivilimento  d'una 
gran  parte  del  genere  umano  un  sistema 
religioso,  che  per  rintuzzar  la  potenza  dei 
nobili  nemici  del  profeta,  sebbene  non  vi 
sia  riuscito,e  per  istuzzicare  le  brame  d'un 
popolo  ardentissimo,  promettendo  egua- 
glianza e  democrazia  ,  mentre  al  tempo 
slesso  stabiliva  nella  famiglia  la  servitù  e 
il  degradamene  della  donna,  fatta  man- 
cipio a  tolte  le  voglie  del  marito,  anche 
alle  più  opposte  all'umana  natura,  e  fon- 
dava nella  società  il  dispotismo  più  cieco 
e  brutale  sostenuto  da  un'ipocrita  teocra- 
zia, incorporando  al  potere  civile  la  pre- 
minenza spirituale,  di  cui  furono  rampol- 
li le  terribili  sette  de'Carmazi  e  degli  As- 
sassinami sistema  religioso  che  raccoman- 
dava la  giustizia  e  il  rispetto  delle  pro- 
prietà, mentre  approvava  col  religioso  fa- 
natismo l'ingiustizie  e  l'usurpazioni  più 
spaventevoli;  un  sistema  religioso  il  qua- 
le annunziava  da  un  lato  fratellanza  e  a« 
morevolezza,  e  sfrenava  dall'altra  i  suoi 
cultori  alla  ferocia  più  bestiale,  e  rappre- 
sentava il  paradiso  sotto  1'  ombra  delle 


TUR 

spade,  ed  insegnava  che  ilcombaltere  con- 
tro i  nemici  dell'islamismo  è  assai  più  me- 
ritorio che  non  il  pregare  per  70  anni  iu 
casa,  o  il  far  5o  pellegrinaggi?  Che  si  di- 
rà dello  sfrenamento  totale  de'  costumi 
che  dovea  seguire,  e  segui,  specialmente 
fra  gl'ismaeliti,  al  uon  essersi  imposto  dal- 
la legge  freno  alcuno  alle  corrotte  voglie 
del  cuore,  e  dall'essersi  dipinto  Dio  qual 
autore  perfino  del  peccato,  e  come  un  de- 
spola che  salva  o  danna  gli  uomini  a  ca- 
priccio? Che  si  dirà  poi  di  quell'assoluto 
e  cieco  abbandono  in  Dio  che  nel  Corano 
non  è  un'idea  cristiana  sotto  nuovo  «o- 
7ìiet  ma  bensì  riesce  ad  un  micidiale^- 
talismo  ,  che  rese  in  ogni  tempo  i  mus- 
sulmani strumenti  ciechi  d'un  tiranno  teo- 
crate,  il  quale  o  li  gittò  nel  furore  delle  fa- 
langi sotto  il  taglio  delle  spade  e  la  piog- 
gia ardente  e  distruggitricedel  fuoco  gre- 
co e  della  mitraglia,  ovvero  li  calpestò 
come  fingo  nella  più  insensata  apatia  fi- 
no a  formarne  i  Carmazi  e  i  Fedai?"  La 
legge  mussulmana,  considerata  a  franiti* 
mi  e  minuzzoli,  ha  certamente  delle  par- 
li buone  e  degne  di  ammirazione  e  di  lo- 
de; ma  queste  sono  copiate  da'Profeti  e 
dal  Pentateuco,  e  capaci  perciò  di  rialzar 
l'uomo  da  quella  lagrirnevole  brutalità, 
nella  quale  lo  suole  inabissare  l'idolatria. 
Riguardata  però  nel  suo  complesso  e  raf- 
frontata co'fatli  ch'essa  produsse,non  può 
non  apparire  che  un  accozzamento  di  con- 
traddizioni non  atte  ad  altro  che  ad  esal- 
tare brutalmente  gli  spiriti  de'popoli  ma- 
teriali, ed  eccitarne  l'impelo  sregolato,  a 
minacciar  sempre  alla  verace  civiltà  del 
cristianesimo.  Il  doloroso  spettacolo  del- 
la selvaggia  condizione,  nella  quale  furo- 
no prostrate  la  Siria,  una  gran  parte  del- 
la Persia,  e  l'Africa  principalmente,  in 
cui  pure  tanto  vigoreggiava  una  volta  il 
cattolico  incivilimento,  basterà  a  far  in- 
tendere quanto  abbia  conferito  l' islami- 
smo alla  civiltà  de'popoli.  Sventurata- 
mente si  trovano  nel  Corano  tutti  i  semi 
delle  dottrine  protestantiche  e  de'moder- 
ni  novatori.  Ed  ecco  perchè  destò  tanto 


TUR 

le  loro  simpatie  ,  forma  un  oggetto  non 
ultimo  de'loro  studi,  e  frutta  talvolta  al 
mflomettismo  qualche  illustre  acquisto  di 
protestanti.  La  rapidità  poi  colla  quale  si 
fondò  ed  estese  il  colossale  impero  mus- 
sulmano, massimamente  se  si  ragguaglia 
«"tempi  del  suo  ingrandimento,  oon  de- 
ve far  meraviglia  a  chi  è  avvezzo  allo 
spettacolo  degli  antichi  imperi  orientali; 
uè  ci  sorprenderà  la  tenacità  colla  qnale 
si  è  mantenuto  in  parte  quel  religioso  si- 
stema, dopo  infranto  in  mille  pezzi  l'im- 
pero, se  si  consideri  com'  esso  abbia  in- 
trecciato con  replicati  nodi  le  sue  radici  a 
quelle  delle  più  gagliarde  passioni  del  cuoi* 
umano.  Che  poi  non  paia  disposto  a  mo- 
rire, noi  ne  dubitiamo  assai,  e  ne  dubi- 
tano con  noi  quanti  non  accecati  dall'  o- 
dio  della  chiesa  cattolica  ,  assistono  allo 
svolgersi  delle  presenti  vicende  d'Euro- 
pa ".  Inoltre  l'Amari  viene  solennemente 
smentito  dall'autorità,  dalla  ragione  e  dal 
fatto,  come  prova  la  Civiltà  cattolica. 
Maometto  accompagnò  le  sue  predicazio- 
ni e  legislazioni  colla  spada,  il  ferro  e  il 
fuoco,  onde  rapide  ed  eslese  ne  furono  le 
conquiste,  obbligando  le  Dazioni  o  ad  ab- 
bracciar l'islamismo  o  a  pagare  un  tribu- 
to. I  saraceni  presto  1'  abbracciarono,  si 
assoggettarono  a  Maometto  e  cooperaro- 
no potentemente  a  dilatar  le  conquiste 
violenti,  ed  a  sostenere  il  suo  dispotismo. 
Dice  il  Sagredo:  Come  fu  stravagante  il 
principio,  e  sopraffina  la  legge  della  set- 
ta maomettana ,  così  ne  furono  meravi- 
gliosi gli  avanzamenti.  Appena  bambi- 
na s'ingigantì.  I  suoi  unni  furono  contras- 
segnati  da  continuale  conquiste.  Ogni  mo- 
mento del  suo  crescere  fu  un  trionfo,  e 
chi  numera  le  vittorie,  crede  faticosi  par- 
ti di  secoli,  ciò  che  fu  prodigioso  volo  di 
brevissima  età.  1  saraceni  che  primi  alza- 
rono l'insegna  dell'islamismo,  inondaro- 
no quale  impetuoso  torrente  vastissime 
provincie  dell'Asia,  tutta  l'Africa  e  parte 
dell'Europa; coperte  non  meno  l'onde  dei 
mari  di  legni,  che  le  campagne  d'eserci- 
ti; egualmente  felici  ne'successi,  così  ne!- 


T  U  R  263 

l'imprese  marittime,  come  nelle  terrestri. 
Maometto  dopo  aver  nel  622  comincia- 
to 1'  Era  o  Egira  de'  maomettani,  colla 
quale  essi  contano  gli  anni,  propagata  la 
sua  dottrina,  fatto  molte  conquiste,  mo- 
rì a  Medina  nel  632  in  casa  della  predi- 
letta sua  moglie  Aì'chah  o  Aiesha  figlia 
del  suoi. "discepolo  Abou-Becker,  chia- 
mata da'mussulmani  la  Madre  de  fede- 
li. Questi  fu  acclamato  signore,  vicario, 
erede  e  successore  di  Maometto,  cioèi .° 
califfo,  in  pregiudizio  d'Aly  cugino  e  ge- 
nero del  profeta,  e  per  la  sua  moglie  Fa- 
tima erede  del  medesimo;  ciò  che  die  ca- 
gione al  sussistente  scisma  che  tiene  an- 
cora discordi  e  divisi  i  maomettani, aven- 
do molti  mussulmani  protestato  che  non 
avrebbero  conosciuto  altro  sovrano  legit- 
timo fuori  di  Aly.  Imperocché  i  turchi  ed 
altri  seguono  la  setta  d'Abou-Becker  e  di 
Omar  I  altro  suocero  di  Maometto,  men- 
tre i  persiani  ed  al  tri  seguono  la  setta  d'A- 
ly. Tra  le  numerose  sette  del  maometti- 
smoì  e  come  dissi  in  quell'articolo  nel  par- 
larne, le  due  principali  souo  quelle  dei 
turchi  e  de'persiani,  i  primi  denominati 
sunniti  e  i  secondi  sciiti,  le  quali  seguo- 
no ancora  particolari  principii.  Vedasi  J. 
Albufedac,  De  vita  et  rebus  gestis  Dio- 
hamedis  ar obice  et  latine  cum  praefa- 
tionibus  et  no  tis  J.  Gag neri ,Oxonii  1 723. 
A  Saraceni  parlai  ancora  de'diversi  ra- 
mi de'  califfi, così  aCosTANTmoPOLi  in  uno 
alle  varie  dinastie,  gli  uni  e  le  altre  aven- 
do lungamente  regnato  in  varie  regioni 
d'Asia  e  d'Africa.  Olire  i  califfi  di  cui  va- 
do ragionando,  nel  909  cominciarono  i 
califfi  Fatimiti  d'Egitto,  ed  Obeidollah 
fu  il  i.°  Mahadi,  ed  il  i4-°  e  ultimo  A- 
dhed  :  questi  nel  1171  ebbe  a  successo- 
re Nureddin  Mahmud  primo  sultano  di 
Egitto,  ch'ebbe  61  successori,  sino  al 
i5i7,epoca  in  cui  i  turchi  s'impadroni- 
rono dell'Egitto.  I  turchi  Selgiucidi  si  di- 
visero in  4  rami,  cioè:  i.°  I  sultani  di  Ra- 
rizma  avi  degli  Osrnani,  che  regnano,  che 
da  Cothbeddin  Mohammed,  morto  nel 
1 127,  a  Togrul  0  Ortogulo  padre  d'Ot- 


«64  TUR 

tornano!,  che  fu  il  i ."  de'regnanli  impe- 
ratori Osmani,  contano  9  sultani.  2.0  I  Sci  - 
giucidi  di  Persia  che  tolsero  queste  a'Gaz- 
nevidi,  i  quali  da  Mahmud  fondatore  del 
regno  mussulmano  di  Persia,  dal  G07  a 
JMassuli  suo  successore,  dui  osino  al  1  o38. 
Vinto  questi  da'turelii  Selgiueidi  di  Per- 
sia, elessero  a  1  .Multano  de'tui  chi  Togrul 
Beig,  che  co'suoi  abbracciò  il  maometti- 
smo, ed  alla  Persia  aggiunse  oltre  con- 
quiste. Ebbe  a  successori  io  sultani  sino 
a  Togi  ul  li  morto  neh  187.  Poiché  i  sul- 
tani di  Romina  u  Karisina  s'impadroni- 
rono della  Persia,  e  neh  223  furon  cac- 
ciali da  Gengis-Ran  ,  tartaro  kati  dei 
mongoli.  3.°  I  sultani  d'Iconio  o  di  Roum, 
che  da  Solimano  del  107^  a  Gajathcd- 
din  Masucl  ucciso  in  battaglia  contro  un 
emiro  neh  294,  ebbero  «3  sultani,  fa?  I 
sultani  d'  A  leppo  e  di  Damasco,  che  da 
Tutusc  del  1  o85,  a  Malek-el-Nasei  -Yusnf 
nel  1260  vinto  dal  kan  de'  mongoli  Hu- 
lagu-Rau,  coniano  19  sultani.  Si  deve 
però  avvertile,  che  a  Damasco  regnaro- 
no particolari  sultani,  cioè  7,  da  Dekak 
del  1  095  a  Mogir  Eddin  morto  nel  1  1  5/i. 
Che  in  tale  anno  Nurredin  Mahmud  sul- 
tano d'A leppo  s'impadronì  di  Damasco. 
Che  il  sultano  Saladino  nel  1  1  74  conqui- 
stò nuovamente  Damasco  e  neh  1 83  A- 
Jeppo,  morendo  nel  1  193.  Il  successore 
Gajatheddin  Glia/i  fu  sultano  soltanto  di 
Aleppo,  perchè  nello  stesso  1  ig3  Malek- 
el-Ufdal  divenne  sultano  di  Damasco,  il 
quale  ebbe  5  successori  sino  a  Malek-el- 
Salek-Ismail;  imperocché  Damasco  nel 
!25o  si  arrese  al  sultano  d'Aleppo  Ma- 
lek-el-Naser-Yusuf  mentovato  ,  e  cadde 
in  potere  de'  mongoli  nel  1258.  Vi  fu- 
rono inoltre  i  Se Igi acidi  della  dinastia 
Radei  gian,  dominanti  nel  Rei  man,  da 
Kanderd  del  1042,  a  Muhamed-seiah 
1  i.°e  ultimo  sciali  di  Rerman,  fatto  pri- 
gione e  ucciso  nel  1  187  da  Malek-di- 
lift r.  Il  calilfo  Abou-Decker  successore  di 
Maometto,  considerato  re  dei  saraceni  , 
favorito  da  Omar  I,  che  poi  gli  succes- 
se, si  sostenne  nel  califfato  contro  le  pie- 


T  V  R 

tensioni  d'  Aly  e  suoi  fautori  ,  che  ven- 
ne persuaso  dallo  stesso  Omar  I  a  rico- 
noscerlo. A  mezzo  del- suo  prode  gene- 
rale Rhaled  represse  l'insurrezione  d'al- 
cune tribù  arabe  che  tentarono  scuotere 
il  giogo  da  lui  imposto;  poscia  l'inviò  nella 
Caldea  per  conquistar  l' link  sni  persia- 
ni, e  ne  sottomise  la  miglior  parte.  Indi 
trasportò  le  sue  armi  in  Siria,  e  battuto 
Patrizio  generale  greco,  acquistò  Boatro 
o  Rosrn  e  Damasco.  A  ho  u- Becker  radu- 
nò tutti  i  fogli  dell'Alcorano  e  ne  formò 
un  volume,  il  che  altri  attribuiscono  a 
Olinan,  e  morì  nel  034-  Gli  fu  sostitui- 
to nel  califfato  Omar  1 ,  altro  suocero  e 
discepolo  di  Maometto, e  fu  il  suo  più  fa- 
moso successore.  Scrupoloso  osservatore 
della  legge,  frugale,  nemico  del  fasto,  ze- 
lante della  giustizia  e  mante-nitore  di  sue 
pi  omessse.  Fabbricò  Bassura  alle  foci  del 
Tigri,  e  conquistò  36oo  piazze,  se  deve 
credersi  a  Rhondemir.  In  Gerusalemme 
edificò  la  celebre  moschea  del  suo  nome, 
magnifica  e  assai  venerata  da'inussulma- 
ni:  la  descrissi  nel  voi.  XXX,  p.  5j}  e  ne 
riparlai  altrove.  I  rapidi  conquisti  che  col- 
le armi  maomettane  si  successero,  il  Sa- 
gredo  così  li  descrive.  Disfatte  le  arma- 
te dell'imperatore  Eraclio  Costantino,  O- 
mar  I  occupò  in  meno  di  20  anni,  cioè 
compreso  l'operato  del  successore  Otman, 
1'  Egitto  nel  634,  la  Siria  o  Sorta  con 
Damasco  e  la  Palestina  nel  635,  quin- 
di anche  Gerusalemme  e  Antiochia  nel 
637  o  638  ,  e  tutta  la  Persia  nel  63g. 
Indi  la  numerosa  nazione de'saraceni  cor- 
se l'Africa  nel  647,  prese  Cipro  nel  653, 
e  quindi  Rodi  rovinandone  il  famoso  co- 
losso del  Sole;  poi  la  Licia  nel  67  1  e  la 
Cilicia.  Valicato  il  Mediterraneo,  pose  le 
catene  alla  Spagna  nel  7  1  4,  con  memo- 
ria sempre  funesta  e  ignominiosa  alla  cri- 
stianità, che  non  sorse  come  un  uomo  a 
combattere  il  comune  nemico  ,  il  quale 
diveniva  vieppiù  audace.  Nel  secolo  se- 
guente divenuti  i  saraceni  formidabili  in 
mare,  s'  impadronirono  di  Candì  a  nel- 
T822,  della  Sicilia  nell'827  e  della  Cu- 


TU  R 

labriajc  saccheggiarono  con  infinito  dan- 
no e  spavento  de' popoli  d'Italia  nell'847> 
con  escursioni  eziandio  fino  a  Roma  sles- 
sa. Ne  curarono  però  con  zelo  successiva- 
mente la  difesa,  come  del  litorale,  i  Papi, 
e  precipuamente  Gregorio  IV,  s.  Leone 
IV  che  ne  restò  vittorioso,  Giovanni  Vili 
dopo  esser  stato  costretto  a  pagai'  loro  un 
tributo,  Giovanni  X  guerreggiandoli,  co- 
me pur  fece  Benedetto  Vili,  già  essendo 
potente  la  marina  militare  pontifìcia.  Nel 
porteutoso  progresso  di  queste  impetuo- 
se an»i, i  turchi  che  viveano  senza  nome 
e  senza  determinata  legge  ,  usciti  dalle 
porte  Caspie  ,  devastarono  fin  dal  763 
l'Armenia,  e  corsa  l'Iberia,ora  Giorgia 
e  lìJingrelia,  combatterono  iu  Persia  i  sa- 
raceni; e  qualche  tempo  dopo  assaltata  la 
Tracia  nel  943,  gl'imperatori  Costanti- 
no VI  e  Romano  II  non  polendo  com- 
batterli co!  ferro  li  allontanarono  con  l'o- 
ro, e  stabilita  finalmente  la  loro  sede  nel 
paese  del  Turchestan,  cominciarono  a  dif- 
fondere più  largamente  la  fama  del  loro 
nome  e  il  terrore  delle  loro  armi.  Chia- 
mati i  turchi  nel  10 4.7  da'saraceni  in  soc- 
corso, e  sperimentali  vili  e  deboli  i  sara- 
ceni, venuti  con  essi  in  discordia  preval- 
selo i  turchi,  li  vinsero  e  conquistarono 
la  Persia  e  Babilonia)  di  cui  poi  furono 
spogliati  da'  giorgiani  e  armeni  cristiani 
all'epoca  de'primi  conquisti  de* Crocesi- 
guati  (F.).  Quanto  operarono  dal  prin- 
cipio dell'irruzioni  de'  Saraceni  sino  a 
della  epoca  i  Papi  per  frenarle  e  combat- 
terle, lo  raccontai  in  quell'articolo  e  nei 
molti  relativi  ,  anche  colle  proprie  armi 
de' Soldati  (V.)  in  terra,  e  della  Marina 
(/''.)  in  mare,  con  diversi  prosperi  succes- 
si, a  difesa  dell'  oppresso  e  desolato  cri- 
stianesimo fallo  in  varie  pavl\Schiavo(l/.) 
di  sì  furiosi  nemici  di  sua  religione.  Pre- 
messo questo  rapido  cenno  per  evitare 
dettagli  e  insieme  dare  un'idea  della  pos- 
sanza de'turchi  e  saraceni  da  Maometto 
al  1  096,  memorabile  epoca  delle  Crocia- 
le  (P.)  della  Siria j  articolo  non  meno 
importante  degli  altri  citali,  percoutuue- 


T  U  R  26* 

re  un  complesso  di  nozioni  riguardanti 
la  vasta  e  celebre  regione  conquistata  dai 
mussulmani,  che  quasi  inutilmente,  pei' 
mancanza  di  ferma  unità,  e  ad  onta  del- 
la più  eroica  abnegazione,  costò  a'eristia- 
ni  fiumi  di  sangue  e  d'oro  per  liberarla 
dalle  mani  degl'infedeli;  comechè  conte- 
nente i  Santi  Luoghi  di  nostra  venturo- 
sa redenzione,  santificati  dalla  presenza 
del  Figlio  di  Dio,  la  cui  divinità  sotlo  for- 
me visibili  volle  nascervi  e  morirvi,  do- 
po averli  illustrali  co'suoi  miracoli  e  in- 
signiti co'suoi  benefizi,  perciò  furono  eso- 
no chiamati  per  antonomasia  TerraSan- 
ta  (/  .).  In  quest'articolo  indicai  quelli 
ne'quali  con  diffusione  e  divozione  ne  ra- 
gionai,sino  a'noslri  giorni,e  perciò  con  no- 
tizie appartenenti  anche  alle  politiche  vi- 
cende de'saraceni  e  de'turchi, che  gli  ebbe- 
ro sempre  in  gran  conto.  Narrai  come  essi 
luoghi, sempre  furono  tenero  oggetto  del- 
la pietà  cristiana,sinoda'primordi  del  cri- 
stianesimo. E  cosi  la  culla  (di  cui  ripar- 
lai nel  vol.LXXIV,  p.  28),  e  il  Presepio 
in  cui  nacque  nella  grotta  di  Belllemme 
Gesù  Cristo,  la  casa  ch'egli  abitò  a  Net* 
zarethyi  fortunati  paesi  ch'egli  percorse 
nella  sua  celeste  predicazione  ,  ma  spe- 
cialmente Gerusalemme  e  il  Calvarioìa. 
cui  egli  nella  sua  Passione  volle  essere 
immolato  vittima  innocente  per  l'eterna 
salute  del  genere  umano,  il  luogo  ove  fu 
elevala  la  Croce,  glorioso  e  trionfante  se- 
gno di  nostra  redenzione,  il  luogo  che  fu 
bagnato  del  suo  Sangue  preziosissimo, 
e  il  s.  Sepolcro  che  ricevette  la  sua  spo- 
glia mortale  fino  al  giorno  di  sua  por- 
tentosa Risurrezione,  costantemente  fu- 
rono cari,  venerabili  e  sagri  a  noi  segua- 
ci del  medesimo  Dio  e  Salvatore  degli 
uomini.  Fino  da'primi  giorni  della  chie- 
sa nascente  i  fedeli  concorsero  ne'  Santi 
Luoghi  della  Palestina  iu  folla  per  ado- 
rarvi quel  medesimo  Gesù  che  i  giudei  e 
il  Sinedrio  (P.)  nei  loro  cieco  furore  vi 
aveano  crocefisso.  La  prova  più  splendi- 
da d'un  tal  concorso  inai  interrotto  e  u- 
uiveiaale  de'primi  cristiani,  non  ostante 


266  1  U  R 

i  pericoli  d'ogni  specie  a  cui  erano  espo- 
sti, sono  i  provvedimenti  medesimi  che 
i  persecutori  credettero  dover  prendere 
per  impedirlo.  La  Civiltà  cattolica,  nel- 
la 2.*  serie,  t.  6,  p.  129,  225,  593,  nei 
bellissimi  3  articoli,  I Luoghi  Santi, dot- 
tamente ragionò:  Art.  i.°  Diritti  de  cat- 
tolici.sopra  i  santuari  della  Palestina. 
A  rt.  2/  Usurpazioni  de* greci  scismatici 
sopra  i  diritti  della  Chiesa  cattolica  la- 
tina.  Art.  3.°  Si  confutano  i pretesti  al- 
legati da* greci  scismatici  a  difesa,  di  lo- 
ro usurpazio/ii.  Qua  e  là  ne  riprodurrò 
qualche  brano,  poiché  furono  imputati  gli 
occidentali  di  scompigliare  la  cristianità 
col  litigio  intorno  al  possedi  mento  de'Luo- 
ghi Santi,  querela  di  recente  mossa  dal- 
l'anonimo autore  del  libretto  intitolato: 
Question  religieuse  d'Ori  cut et  d'Occi- 
de  ut.  Parole  de  Vorthodoxiecatholique 
(della  Russia,  che  non  è  tale,  come  fon- 
dai;» dallo  czar  Pietro  1  e  non  dal  princi- 
pe degli  apostoli  s.  Pietro  pietra  fonda- 
mentale  della  Chiesa  di  Cristo)  au  ca- 
iholiei-me  lìomain.  Tradiate  du  russe 
par  Alexandre  Popovitski,  Parisi 853. 
Afe  die  minuta  contezza  e  magistralmente 
la  confutò  l'encomiata  Civiltà  cattolica, 
con  la  Parola  di  mi  Cattolico  romano 
in  risposta  alla  Parola  dell' Ortodos- 
sia greco-russa,  ue't.  5  e  6.  Quindi  par- 
ticolarmente svolse  la  storia  della  famo- 
sa questione de'Luoghi  Santi,  co'lodati3 
articoli ,  per  le  pretensioni  che  ultima- 
mente rinnovarono  sui  medesimi,  gli  a- 
catlolicied  eterodossi,  contro  i  quali,  col- 
la luce  de'fatti,  delle  date  e  de'documen- 
ti  provò  iucouti  astabilmente,  che  la  Chie  - 
sa  cattolica  in  quest'alare  non  dee  rice- 
vere rimproveri,  ma  piuttosto  ripetere  le 
sue  giuste  lagnanze.  Dimostrò  chiara- 
mente ad  evidenza,  quanto  i  cristiani  cat- 
tolici feriti  nel  vivo  del  loro  sentimento 
religioso  si  commossero  all'udire,  di  tem- 
po in  tempo,  la  profanazione  de'Luoghi 
Santi,  e  le  continue  usurpazioni  e  le  vio- 
lenze e  gli  scandali  che  vi  si  (anno  non  già 
soltanto  dagl'infedeli  nemici  della  Croce, 


TUR 
ma  dalle  sette  cristiane  separate  dalla 
Chiesa  cattolica,  le  quali  si  mostrano  più 
crudeli,  più  ingiuste,  più  persecutrici  che 
non  sono  gl'infedeli  medesimi,  il  che  ri- 
petutamente deplorai  negli  analoghi  ar- 
ticoli. I  principi  cattolici  poi  videro  offe- 
so il  loro  onore  da  queste  continue  usur- 
pazioni degli  eretici  e  degli  scismatici,mas- 
sitne  greci;  giacche  i  Luoghi  Santi,  ben- 
ché posti  sotto  la  dominazione  straniera 
della  Porta,  sono  tuttavia  collocati  sotto 
la  protezione  de'potentati  cattolici.  Que- 
sti stipularono,  ed  ottennero  col  mezzo 
di  solenni  trattati,  principalmente  i  re  di 
Napoli,  di  Francia,  come  già  descrissi, 
e  di  Spagna,  che  i  loro  sudditi  e  altri  cat- 
tolici latini  dovessero  avere  sopra  i  Santi 
Luoghi  di  Palestina  pacifico  e  perpetuo  di- 
ritto. Il  re  (WNapolie  il  re  di  Sardegna(ec\ 
anche  l'imperatore  d'Austria)  si  fregiano 
del  titolo  glorioso  di  re  di  Gerusalemme, 
per  le  ragioni  eredita  te  da're  la  ti  ni  crociali 
che  vi  regnarono;  il  quale  titolo  essi  ces- 
serebbero di  portare  degnamente  quan- 
do più  non  ne  sostenessero  i  diritti  e  le 
preiogative,eilcontestatopossessodiquei 
Luoghi  che  furono  la  culla  per  così  dire 
della  Chiesa  cattolica,  e  che  il  suo  divin 
fondatore  le  legò  morendo  sulla  croce  co- 
me preziosissima  eredità  sulla  terra.  La 
questione  de'Luoghi  Santi,  che  dichiarai 
nel  voi.  LXIV,  p.  83  e  seg.,  e  toccai  di 
sopra,  in  uno  all'esigenze  di  Russia,  si 
cotnpenetra  nella  questione  d'  Oriente, 
che  provocò  la  guerra  di  cui  in  fine  e  della 
questione  tenterò  dame  appena  un  siimi- 
lacro,laonde  è  indispeusabile,per  quanto  è 
relativo  a  quest'articolo,che  io  per  miglio- 
re intelligenza  di  questi  miei  cenni  nedica 
qualche  parola  all'opportunità, sebbene  ri- 
tenga averne  abbastanza  discorso  in  più 
luoghi  e  negli  articoli  che  vado  ricordan- 
do in  corsivo.  Nella  3/  Persecuzione  del- 
la Chiesa  l'imperatore  Adriano  aveudo 
fatto  rifabbricare  in  parte  Gerusalemme, 
elevò  un  monumento  a  Giove  sopra  il 
luogo  dove  sorgeva  prima  il  Tempio  di 
Salomone)  e  collocò  un  porco  di  marmo 


T  U  II 

sopra  la  porla  che  menava  a  Betlle mine, 
per  fare  onta  a 'giudei.  Contro  i  cristiani 
poi  l'imperatore  fece  porre  un  idolo  so- 
pra il  luogo  della  Risurrezione,  cioè  sul 
s.  Sepolcro;  elevò  una  statua  di  marmo 
sopra  il  Calvario;  profanò  la  grotta  di  Bel- 
tlemme  consagrandola  al  culto  d'Adone, 
e  ne'dintorni  fece  piantare  uu  bosco  sa- 
gro, dove  sacerdoti  pa^aìii  celebravano  i 
loro  infami  misteri  :  il  tutto  rammentai 
anche  nel  voi.  XXXI II,  p.ioo,  con  quan- 
to vado  a  dire,  per  temerne  lontani  i  cri- 
stiani e  per  estinguere  la  memoria  dei 
Luoghi  Santi.  Ma  tali  provvedimenti  em- 
pi e  sacrilegi,  che  i  persecutori  credeano 
dover  riuscire  ad  obbrobrio  e  rovina  del 
cultocristiano,  nonchead  oblio  perpetuo 
de'Luoghi  Saoti,  divennero  poi  il  mezzo 
d'infattibilmente  riconoscerli, quando  Co- 
stantino I  rendendosi  cristiano  concesse 
la  pace  alla  Chiosa,  ne'prirai  anni  del  IV 
secolo;  poiché  la  sua  madre  s.  Elena  re- 
catasi in  Gerusalemme  a  venerarne  i  san- 
tuari, seguendo  quelle  profane  tracce  ne- 
•  gli  scavi  li  ritrovò,  in  uno  alla  vera  Cro- 
ce ed  agli  strumenti  della  Passionerei  Re- 
dentore, ciò  che  celebriamo  con  diverse 
feste  commemorative.  Allora  da  tutte  le 
parti  dell'impero  innumerevoli  fedeli,  ed 
i  più  illustri  personaggi  e  santi,  fervoro- 
samente accorsero  in  Palestina  e  a  Geru- 
salemme per  soddisfare  la  loro  divozione; 
il  che  tornai  a  celebrare  nel  voi.  XXX, 
p.  i  oo  e  seg.,  rimarcando  come  i  fedeli  non 
potendovisi  tutti  recare  di  persona,  si  fe- 
cero portare  della  terra  di  Palestina  e  la 
chiamarono  Terra  Santa  t  vocabolo  che 
si  comunicò  alla  contrada  donde  si  pren- 
deva, quindi  del  pio  uso  che  ne  Riceva- 
no.La  folla  de'pellegrini  andò  sempre  cre- 
scendo fino  al  VII  secolo,  in  cui  cominciò 
per  la  Palestina  e  perGerusalemrne  in  par- 
ticolare,quella  lunga  serie  di  calamità  che 
in  parte  ancora  durano.  Cosroe  II  re  di 
Persia  essendo  in  guerra  coll'imperalore 
Eraclio,  eccitato  dall'odio  de'giudei  con- 
tro i  cristiani,  invase  la  Palestina  e  presa 
Gerusalemme  nel  6i5  la  saccheggiò;  fé- 


TUR  267 

ce  passare  a  fil  di  spada  80,000  cristiani, 
arse  e  distrusse  la  chiesa  del  s.  Sepolcro 
fabbricala  da  s.  Elena  e  tutti  gli  altri  san- 
tuari.Rapì  e  portò  ne'suoi  stati  la  veraCro- 
ce,indi  ricuperata  da  Eraclio,che  dopo  a- 
ver  sconfitto  i  persiani,  la  riportò  in  trion- 
fo a  Gerusalemme  e  la  ripose  sul  Calva- 
rio; lieto  avvenimento  che  celebriamo  col- 
la festa  dell'Esaltazione  della  ss.  Cro- 
ce (Ir.).  Predicata  nel  622  dal  falso  pro- 
feta Maometto  la  novella  religione, inbre- 
ve tempo  la' propagò  colla  forza  della  spa- 
da in  mezzo  a'popoli  ignoranti,  e  per  lo 
più  idolatri  e  barbari  dell'Arabia  e  della 
Persia;  ed  Omar  I,suo  3. "successore,  con- 
tinuando le  sue  predicazioni  e  le  sue  cou- 
quiste,  come  già  dissi ,  sottopose  all'  isla- 
mismo l'Egitto  e  la  Siria,  e  .s'impossessò 
di  Gerusalemme  nel  636.  Il  che  arrestò 
in  sulle  prime  il  concorrervi  de'fedeli,  ed 
anzi  molte  carovane  di  pellegrini  che  vi 
erano  avviate  tornarono  indietro.  Ma  co- 
gli ostacoli  crescendo  ancora  la  divozio- 
ne a  Terra  Santa,  eia  tolleranza  interes- 
sata de'mussulmani  non  vedendo  dì  mal 
occhio  la  folla  de'fedeli  pagar  assai  caro  la 
propria  divozione,  accadde  che  gran  mol- 
titudine di  pellegrini  seguisse  come  per 
linnanzi  ad  accorrere  a  Gerusalemme  da 
tutta  la  cristianità.  Gerusalemme  si  eru 
rendnta  a  patti  a  Omar  I,e  la  legge  mus- 
sulmana ordina  espressamente  che  quan- 
do una  città o una  nazione  si  arrende  per 
capitolazione  le  si  deve  lasciare  il  posses- 
so de'suoi  templi  e  la  libertà  del  suo  cul- 
to. Il  califfo  Omar  I  non  fece  dunque  al- 
tro che  seguir  la  legge  di   sua  religione 
quando  concesse  a'eristiani,  per  doaiau- 
da  fatta  dal   patriarca  di  Gerusalemme, 
la  libertà  d'esercitare  il  loro  culto  nelle 
chiese  come  facevano  per  l'umanzi,  e  di 
allevare  i  loro  figli  secondo  i  precelti  del- 
la religione  cristiana.  Omar  I   concesse 
questa  libertà  a  tutti  i  cristiani  in  gene- 
rale, senza  distinzione  di  riti,  ne  di  nazio- 
ni, giacché  la  legge  mussulmana  non  fa 
distinzioni.  Omarl  fondò  la  città  di  Ku- 
fa  0  K-oufah  presso  la  riva  destra  deli'Eu- 


268  TUR 

irate,  in  vicinanza  alle  rovine  di  Clesi- 
plion  ,  o  Soliman-Pak ,  la  2.*  delle  città 
la  cui  grandezza  produsse  la  distruzione 
di  Babilonia  che  le  stava  vicina.  Kufa  fu 
florida  e  ben  popolata,  e  la  residenza  dei 
califfi  per  un  tempo,  dopo  il  «piale  cad- 
de in  rovina,  e  trovasi  a  32  leghe  da  Bag- 
dad. Vi  si  vede  ancora  la  moschea  in  cui 
Ali  fu  assassinato,  e  per  la  quale  i  per- 
siani e  atri  sciiti  suoi  settari  conservano 
una  grande  venerazione.  Dal  nome  di 
questa  città  derivò  quello  di  Kufici  dato 
agli  antichi  caratteri  degli  arabi.  Morì  O- 
mar  I  nel  644  deputando  6  commissari 
a  eleggergli  il  successore,  fi  a 'quali  Otman 
o  Othman-Ibn-Amm  cugino  in  3.°  grado 
di  Maometto  ,  di  cui  si  mostrò  uno  dei 
pivmi  e  de' più  zelanti  discepoli,  già  uno 
de'  suoi  segretari  e  genero  perchè  sposò 
successivamente  due  figlie  di  lui,  Ilakiah 
ed  Oman  Rolthum  ,  le  quali  morirono 
senza  lasciargli  prole;  per  questo  fu  co- 
gnominalo Dzul  Nureiu, possessore  del- 
le due  luei.  Eletto  da'suoi  colleghi  calif- 
fo, sotto  il  suo  regno  le  armi  mussulma- 
ne fecero  nuovi  prodigi:  s'impossessaro- 
no di  tutta  la  Persia  e  resero  tributaria 
l'isola  di  Cipro.  Olman  pio  e  umano,  po- 
co idoneo  a  governare  un  vasto  impero, 
ed  inclinato  troppo  a  far  del  bene  alla  sua 
famiglia,  commise  il  fallo  di  dare  a  suo 
fratello  di  latte  Abdallah  il  governo  del- 
l'Egitto, di  cui  privò  il  generale  Amru  che 
l'avea  conquistato;  tale  passo  impolitico 
eccitò  molle  turbolenze,  onde  fu  obbliga- 
to a  ristabilire  Amru,  anche  per  avere  i 
greci  ricupera IoA lessa ndria.  Sebbene  im- 
piegò Abdallah  a  principiar  il  conquisto 
della  costa  d'Africa,  vincendo  il  patrizio 
Gregorio^  impadronendosi  di  varie  piaz- 
ze con  gran  bottino,  nondimeno  il  mal- 
contento generale  contro  il  califfo  onda- 
tasi aumentando,  per  aver  deposto  Saad- 
Jbn  fondatore  di  Rufa  e l ."conquistatore 
della  Persia,  pel  suo  fasto,  orgoglio,  pro- 
digalità a'suoi  favoriti  e  altri  errori.  Olisi 
ascrisse  a  delitto,  che  ufficiando  nella  mo- 
schea occupasse  ìu  cattedra  lo  slesso  silo 


T  UR 
del  profeta, inveoed'imi  tare  Abou -Becker 
e  Omar  I,  ch'eransi  assidi  due  gradini  più 
sotto.  I  funesti  presagi  che  si  trassero  dal- 
l'aver  perduto  l'anello  di  Maometto,  fo- 
mentarono di  più  le  turbolenze  foriere 
della  catastrofe  ebe  terminò  il  suo  regno. 
Otman  volle  gi unificarti  pubblicamente 
dell'uso  fatto  del  denaro  del  tesoro,  e  pre- 
tese d'  avere  il  diritto  ,  come  successore 
del  profeta,  di  di  .porre  di  quanto  appar- 
teneva a  Dio.  Una  truppa  d'ammutina- 
ti si  accampò  vicino  a  Medina  per  costrin- 
gerlo a  riuunziaie;  invano  il  califfo  di- 
chiarò che  si  pentiva  dell'anteriore  con- 
dotfa,  invano  promise  di  reintegrare  il  te- 
soro: tali  concessioni  forzate  provarono  la 
sua  debolezza  e  accrebbero  l'audacia  dei 
sediziosi.  Assediatoda'ribelli  nella  sua  ca- 
sa, penetrali  in  essa  l'uccisero  nel  656, 
benché  si  fece  trovare  colCoranoin  seno. 
La  sua  morte  fu  il  segnale  o  il  motivo  ap- 
parente delle  guerre  civili  che  insangui- 
narono l'impero  mussili  mano,  e  la  prin- 
cipal  causa  dello  scisma  che  ancora  tiene 
divisi  i  mussulmani.  La  città  di  D Jeddah, 
porlo  della  Mecca,  fu  fondala  da  questo 
califfo.  Gli  successe  Aly  o  Ali  cugino,  ge- 
nero, confidente  e  uno  de'più  zelanti  set- 
tatori di  Maometto,  prode  nelle  battaglie 
e  conquistatole  del  Yemen  colle  armi  e 
colla  persuasione, nel  predicar  l'Alcorano 
agli  abitanti  di  quella  bella  parte  dell'A- 
rabia. Tutti  questi  servigi  aveano  deter- 
minalo Maometto  a  dargli  in  moglie  la 
sua  diletta  figlia  Fatima,  e  sembrava  che 
ciò  gli  dovesse  assicurare  la  dignità  di 
califfo  alla  morte  del  profeta;  ma  la  sua 
gioventù,  l'odio  d'  A'ichah  vedova  favo- 
rita di  Maometto,  ed  i  maneggi  de' suoi 
nemici  Io  allontanarono  dal  trono  sino  al 
fine  tragico  d'Otmau,  a  cui  dicesi  non  fu 
straniero,  sebbene  il  califfi)  avesse  invo- 
cato il  suo  soccorso,  ed  egli  avesse  man- 
dalo per  difenderlo  i  suoi  due  figli.  Ap- 
pena in  possesso  d'una  mal  ferma  auto- 
rità, privò  Moawyah  o  Ommiade,  poii.° 
califfo  della  dinastia  degli  Ommiadi,  e  i 
suoi  alleali  de'goveruameuli  che  aveauo; 


T  U  R 

ricusò  altresì  a  Zobeir  eoi  a  Thalhah,  due 
principali  fra  gli  arabi  del  suo  partilo,  i 
governamene  di  Bassura  e  di  Rufa  o  Kou- 
fah  che  gli  domandavano.  Cos'i  impoliti- 
cameute  governandosi  ,  fu  cagione  delle 
guerre  ch'ebbe  a  sosleneie  e  della  rovi- 
na della  sua  casa.  Moawyah  acclamato 
califfo  in  Siria  ,  non  avendo  più  rispetti, 
alzò  lo  stendardo  della  ribellione,  si  fece 
riconoscere  e  ni  ir  di  Damasco  e  sottomise 
la  Siria.  Zobeir  e  Thalhah,  che  Atchali 
voleva  califfo,  si  ritirarono  alla  Mecca,  ed 
unirono  il  loro  risentimento  all'odio  d'Ai- 
chah.  Quella  città  divenne  il  centro  d'u- 
na fazione  a  cui  era  ammesso  ogni  nemi- 
co d'Ali,  ed  essa  vi  prendeva  ogni  gior- 
no nuovo  incremento.  Già  Zobeir,  Thal- 
bah  e  la  vendicativa  Aichah  eransi  iui- 
padrouiti  di  Bassura  divenuta  il  punto 
delle  loro  comunicazioni  co'ribellì  della 
Siria.  Ali  mosse  contro  di  essi  con  3o,ooo 
combattenti.  La  battaglia  fu  sanguinosa 
e  celebre  a'4  novembre  656,  e  fu  delta 
di  Rharybah  dal  sito  in  cui  (u  affronta- 
ta, o  la  battaglia  del  cammello,  per  quel- 
lo che  avea  montato  Aichali.  Zobeir  e 
Thalliah  essendo  stati  uccisi,  la  vittoria 
si  dichiarò  per  Ali,  ed  Ai'chah  già  dilet- 
ta moglie  di  Maometto,  cadde  in  suo  po- 
tere; egli  però  ebbe  per  essa  sommo  ri- 
guardo e  la  fece  ricondurre  alla  Mecca. 
Ali  si  contentò  di  riprendere  gli  abitan- 
ti di  Bassora  pel  loro  mancamento  di  fe- 
de al  califfato,  e  si  recò  aRufa  o  Roulah, 
cui  fece  sede  della  monarchia.  Moawyah 
lungi  dall'essere  abbattuto  per  la  sconfìt- 
ta de'suoi  alleati,  procurò  con  maggiorat- 
tività  di  fortificare  ti  suo  partito.  Eccitò 
il  popolo  alla  ribellione,  spiegando  le  ve- 
sti insanguinate  del  califfo  Otuian  suo  pa- 
rente, sullo  il  quale  avea  occupato  Cipro, 
e  conquistato  Rudi  abbattendone  il  co- 
losso; e  secondalo  dal  celebre  Amrou-Ben- 
el-Ass.  adunò  numerosi  fautori.  Ali  usa- 
ti inutilmente  i  mezzi  di  conciliazione, 
marciò  conlroMoawyah  con  800,000  uo- 
mioi,  mentre  i  ribelli  erano  in  minor  nu- 
mero. Negli  1 1  aitai  in  cui  durarono  le 


T  U  a  269 

pugne  Moawyah  perde  45,ooo  combat- 
tenti e  25,ooo  Ali.  Finalmente  il  califfo, 
stanco  d'uccisioni  e  forse  spinto  da  segre- 
te insinuazioni  del  suo  nemico,  gli  propo- 
se una  singoiar  battaglia,  prendendo  Dio 
per  arbitro  delle  loro  contese.  Moawyah 
ricusò,  ma  l'astuto  Amrou  gli  suggerì  uno 
strattagemma  che  lo  liberò  di  Ali.  L'Al- 
corano ordina  che. in  caso  di  contestazio- 
ne, si  scelgano  due  arbitri  per  giudicar- 
la. Amrou  fece  affiggere  quel  passo  del 
sagro  libro  sulle  picche  de'  suoi  soldati 
ch'esclamarono:  Ecco  il  libro  che  termi- 
nar deve  le  nostre  contese.  I  soldati  di  Alt 
tocchi  di  rispetto  per  l'Alcorano,  e  sedot- 
ti dalla  richiesta  de'loro  nemici,  giusta  in 
apparenza,  accettarono  la  proposizione, e 
nominarono  per  arbitro  Abou-Mouca-al- 
Achary,  uomo  probo,  ma  semplice.  Le 
truppe  di  Moawyah  elessero  Amrou,  e 
dopo  ciò  Ali  si  ritirò  a  Rnfa  o  Ronfah  e 
l'altro  in  Damasco  ad  attendervi  il  loro 
destino.  Amrou  più  astuto,  venne  a  capo 
di  persuadere  Abou,  che  il  mezzo  per  far 
rivivere  la  pace  era  quello  di  deporre  i 
due  califfi.  11  giorno  fissato  per  la  cere- 
moni  a  le  truppe  si  adunarono,  ed  Amrou, 
accompagnalo  dal  suo  collega,  ascese  la 
tribuna,  ma  affettando  per  esso  somma 
venerazione,  lo  costrinse  a  spiegarsi  pel 
primo.  Credulo  Abou  pronunziò  la  depo- 
sizione di  Ali.  Amrou  confermò  la  depo- 
sizione, ma  anziché  pronunziar  quella  di 
Moawyah,  lo  acclamò  califfo.  Tale  perfì- 
dia riosci  sommamente  funesta  al  pote- 
re d'Ali,  e  d'allora  in  poi  molto  scemò  di 
considerazione  nello  spirito  de'suoi  mus- 
sulmani. La  setta  potente  de'Rharidjy  si 
sollevò  contro  di  lui,  sostenendo  l'opinio- 
ne che  ogni  peccato  dispensa  i  sudditi  dal- 
l'ubbidire  al  sovrano  che  se  ne  sia  reso  col- 
pevole, accusando  A  fi  d'aver  abbandona- 
to agli  uomini  il  giudizio  d'una  lite  sopra 
cui  Dio  solo  dovea  pronunziare,  e  quin- 
di ricusò  di  prestargli  ubbidienza.  Ali  co- 
stretto a  combattere que'ribelli,  fece  pian- 
tare uno  stendardo  fuori  del  suo  campo 
e  promise  il  perdono  a  chiunque  venis- 


TUR 

se  a  schierarsi  sotto  quell'insegna  di  pa- 
ce. Tale  speziente  gli  riuscì:  una  [nule  di 
sediziosi  si  dissipò,  l'altra  fu  posta  in  fu- 
ga. Poco  dopo  3  dì  (|ue'fanatiei  settari  ri- 
solverono di  assassinare  nel  giorno  stesso 
Ali.  Moawyahed  Amrou.  Gli  ultimi  due 
■camparono  dal  loro  furore;  ma  Ali  da 
Abdel-Kahmanebbe  un  colpo  di  sciabola 
sul  cranio,  nell'istante  in  cui  chiamava 
il  popolo  alla  preghiera  nella  moschea  di 
Kufa  o  Roufah  a'^4  gennaio  66 1.  Tra- 
sportato in  sua  casa,  adunò  i  figli  e  gli  a- 
uiici  e  disse  loro:  Se  mi  riinetto  in  tallite, 
perdono  l'assassino;  se  muoio  perisca  sul- 
l'istante, allineile  meco  si  presenti  dinan- 
zi al  padrone  dell'universo.  Poco  tempo 
dopo  rese  l'ultimo  sospiro,  e  il  suo  omi- 
cida spirò  tra'più  crudeli  supplizi.  Il  suo 
corpo  fu  sepolto  segretamente  da'figli  nel- 
le vicinanze  dì  Kufa  o Roufah,  e  solo  sot- 
to il  regno  degli  Abassidi  si  scuopri  la  sua 
tomba.  Adhad-el-Daulahgli  fece  costruì- 
reunsuperbo  monumento  nella  moschea 
di  Kufa,  che  viene  visitato  da  tutti  i  di' 
voti  sciiti  suoi  settari.  Qui  mi  occorre  no- 
tare, che  secondo  le  notizie  de' correnti 
pubblici  fogli  Io  sciali  di  Persia  ha  invia- 
to Feruk-Kan  a  Costantinopoli,  per  ran- 
nodar le  pratiche  relativamente  alla  vec- 
chia questione  delle  frontiere  turco-per- 
siane, che  si  agita  da  tanto  tempo  fra  i 
i\ue  paesi.  Oltracciò  Feruk-Kan  è  inca- 
ricato d'insistere  sull'indennizzo  di   ia5 
milioni, che  il  governo  persiano  doman- 
da pe'danni  recati  a'suoi  sudditi  nel  bom- 
bardamento di  Kerbelah,  eseguito  da  i  o 
anni  fa  da  Negib  pascià  contro  questa  cit- 
tì», che  si  era  ribellata  ,  senza  prevenire 
il  console  di  Persia,  mentre  esistendo  co- 
là la  tomba  di  Ali  venerato  da'  persiani 
quale  loro  profeta,  vi  si  trovava  gran  mol- 
titudine di  pellegrini  e  mercanti  di  quel- 
la nazione,  che  del  resto  non  vi  manca- 
no mai.  Non  è  che  poco  tempo  che  la  Per- 
sia desistette  dalle  sue  pretensioni  di  far- 
si cedere  dalla  Turchia  quella  località  in- 
sieme con  tutta  la  rimanente  provincia, 
che  anco  adesso  non  cessa  d'  essere  una 


T  U  R 

continua  sorgente  di  reclami  e  di  diffi- 
coltà (ia'due  palai.  Kerbela  o  Re  r  bela  li 
chiamali  pure  Bfeaheued   o  Meshehed 
Howcio, Imau-Htmiht,  /  ologesia  o  Ba- 
lagUSUS,  a  io  leghe  da  Bagdad,  sopra  y\\\ 
braccio  dell'Eufrate,  in  un  pae«C  ben  col 
tivato.  Ora  diamo  i  geografi,  che  l'edi- 
ficio il  più  osservabile  è  una  grande  e  bel- 
la moschea,  eli  ì  rinchiude  il  sepolcro  non 
d'  Ali,  ma  dui  suo  figlio  Hossein,  ucciso 
in  questo  luo»o.  Questo  sepolcro  in  gran- 
de venerazione  fra'maometlani  sciiti,  in- 
vita un  gran  concorso  di  pellegrini;  mol- 
ti fra  loro,  per  eccesso  di  fanatismo,  ven- 
gono quivind  uccidersi, coll'idea  ch'entre- 
ranno in  cielo  sotto  la  prolezione  d'Hus- 
sein; altri  vengono  ad  annegarsi  in  un  poz- 
zo vicino  ch'è  a  lui  consagrato.  La  cap- 
pella in  cui  sta  il  sepolcro  conteneva  gran- 
di ricchezze,  che  furono  prese  da'vecabi- 
ti  nelle  loro  sunnominate  irruzioni.  Dun- 
que in  Kerbela  è  sepolto  Hossein,  come 
meglio  dirò,  e  non  suo  padre.  Fu  onora- 
to Ali  in  vita  e  in  morte  di  parecchi  fi- 
stosi  soprannomi  :  la  storia  lo  riconosce 
zelante  eroe  propagatore  dell'  islamismo, 
principe  prode,  franco, generoso  e  degno 
d'altro  fine.  Quantunque  incontrastabili 
fossero  i  suoi  diritti  alla  dignità  di  calif- 
fo e  d' immediato  successore  di  Maomet- 
to ,  uon  impiegò  mai  la  forza  onde  farli 
valere,  e  si  sottomise  alla  potenza  dei  3 
suoi  predecessori  qual  semplice  mussul- 
mano. Ebbe  pe'suddilila  tenerezza  di  pa- 
dre. Il  suo  spirito  era  coltivato  dallo  stu- 
dio, e  lasciò  diverse  raccolte  di  sentenze, 
di  proverbi  e  di  poesie.  Ali  finché  visse 
Fatima  non  ebbe  altre  mogli;  essa  gli  par- 
tori  3  figli,  Ilasan  o  Asan,  che  gli  succes- 
se nel  califfato,  Hossein  o  Ho.cein,  e  Mo- 
hacan.   Hasan  ed  Hossein  formarono  la 
discendenza  degli  Alialo  Alfdi,  cioè  Ha- 
san de'  sceriffi  ereditari  di  Medina  e  del- 
la Mecca,  i  quali  per  distintivo  e  privile- 
gio portano  il  turbante  di  color  verde;  da 
Hossein  voglionsi  derivati  gì'  imperatori 
di  Marocco,  e  sceriffi  di  quella  contrada. 
I  discendenti  d'ambedue  godendo  quelle 


T  U  R 

prerogative  e  ministero  religioso  che  de- 
scrissi più  sopra.  Ali  contrasse  dopo  la 
morte  di  Fatima  parecchi  maritaggi,  dai 
quali  ebbe  12  altri  figli  ei8  figlie.  La  po- 
sterità sua  si  moltiplicò  all'influito,  e  si 
dilatò  per  tutto  l'oriente.  Il  vero  o  suppo- 
sto titolo  di  Alidi o  discendenti  d'Ali,  ha 
consagrato  il  regno  degli  Almoadi  d'Afri- 
ca in  Marocco  e  di  Spagna,  de'Fatimi- 
ti  d'Egitto,  degl'lsmaeliani,  de'  principi 
del  Yemen,degli  sceriffi  dellaMecca,e  d'u- 
na quantità  d'impostori, che  si  spacciaro- 
no suoi  discendenti,  di  cui  la  transitoria 
potenza  non  si  stabilì  che  per  assassini*!  e 
guerre  civili.  La  dolce  e  insinuante  mo- 
rale d'Ali,  la  sua  virtù,  e  forse  le  sventu- 
re sue,  gli  guadagnarono  la  slima  e  l'a- 
more d'un  gran  numero  di  mussulmani 
che  parteggiarono  con  fervore  per  lui.  Es- 
si non  videro  nell'innalzamento  de'3  pri- 
mi  califfi  che  1'  usurpazione  d'un  potere 
appartenente  al  genero  e  cugino  del  pro- 
feta. 1  Su/miti,  ortodossi,  o  partigiani  di 
detti  califfi  Abou-Becker,Omar  I  eOtman 
o  Othman. cornei  turchi,  tennero  all'op- 
posto quelli  d'  Ali,  persiani  e  aldi  mus- 
sulmani, che  lo  venerano  quale  loro  pio- 
feta,  per  sediziosi  ed  eterodossi, qualifica- 
zione espressa  dal  nome  di  Sciiti  o  Siiti 
ch'essi  loro  danno.  1  due  partiti  vennero 
alle  mani,  e  Bagdad  vide  molte  volte  le 
sue  strade  tinte  dal  sangue  de'  sedicenti 
veri  credenti.  Tale  distinzione  di  Sunni- 
ti e  di  Sciiti  o  Siiti  esiste  ancora.  1  turchi 
sono  Sunniti,  i  persiani  sono  Sciiti  o  Sii- 
ti, ed  è  questa  una  delle  principali  cagio- 
ni dell'  odio  tra  le  due  nazioni.  Perciò 
i  persiani,  com'anche  tutti  quelli  di  loro 
setta,  maledicono  la  memoria  de'3  primi 
califfi,  e  non  riconoscono  successione  le- 
gittima alla  dignità  di  califfi)  che  nella  ca- 
sa d'Ali.  Danno  essi  a'principi  di  quella 
casa  il  titolo  d'Imam,  cioè  da  Ali  sino  a 
Mehdy. 

Hasan  o  Asan  nel  66 1  successe  ad  Ali 
suo  padre  nel  califfato,  ina  Moawyah  I  si 
proclamò  califfo,  couieehè  divenuto  più 
potente  per  la  morte  del  suo  rivale.  Co- 


TUR  271 

strinse  nell'istesso  anno  Hasan  a  dimet- 
tersi dal  califfato  ed  a  ritirarsi  a  Medina, 
dove  poi  lo  fece  avvelenare.  Moawyah  I 
fece  allora  il  suo  ingresso  in  Rufa,  e  mal- 
grado gli  sforzi  de'settari  Raridjy,  fu  ri- 
conosciuto in  tutto  l'impero,  e  divenne 
capo  della  stirpe  de'califfi  Ommiadi.  Egli 
era  pronipote d'Ommaia,  cugino  d'Abd- 
al-Mothalleb  avo  di  Maometto,  e  quan- 
do fu  aggredito  da  uno  di  delti  settari, 
se  scampò  la  vita  reslò  ferito  in  modo  da 
non  poter  più  esser  padre.  Non  contento 
d'aver  spogliato  del  califfato  la  famiglia 
del  profeta,  obbligò  i  mussulmani  a  pre- 
star giuramento  di  fedeltà  a  suo  figlio  Ye- 
sid I,  che  gli  successe  nel  680,  cui  per 
altro  raccomandò  d'affezionarsi  co'bene- 
fizi  Hossein  figlio  d'Ali.  Hossein  essendo 
succeduto  al  fratello  Hasan,  si  era  riti- 
rato a  "Medina  e  ivi  vivea  nel  riposo.  Ma 
Yesid  I  avendolo  sollecitato  a  riconoscer- 
lo per  califfo,  Hossein  e  la  sua  famiglia  si 
ritirarono  alla  Mecca.  Nel  medesimo  tem- 
po il  popolo  di  Rufa,  sempre  affezionato 
alla  memoria  d'Ali, si  mosse  infavoredel 
figlio  e  l'invitò  a  recarsi  nella  città,  pro- 
mettendogli di  salutarlo  califfo  e  di  pren- 
dere le  armi  in  sua  difesa.  Tali  favore- 
voli disposizioni  si  mutarono  presto  per 
l'abilità  d'Obeid-Allah  governatore  di 
Kufa,  per  Yesid  I.  Hossein  essendo  par- 
tito dalla  Mecca  per  Rufa,  le  trupped'O- 
beid  l'incontrarononella  pianura  di  Rer- 
bela,  seguito  da  un  centinaio  di  persone. 
Hossein  fu  trattato  co'suoi  cortesemente 
e  si  sarebbe  lasciato  ritornare  libero  alla 
Mecca  se  avesse  voluto  riconoscere  Yesid  I; 
ma  egli  preferì  la  morte  a  tale  ignominio- 
sa sommissione,  fece  resistenza  per  vender 
cari  i  suoi  giorni,  e  perì  con  lutti  i  suoi  nel 
680  a'i  o  ottobre.  Essendo  stata  recata  la 
testa  a  Yesid  I,questo  proruppe  in  mille 
ingiurie  e  permise  a  stento  che  si  seppel- 
lisse a  Damasco,  donde  fu  in  seguito  por- 
tata in  Egitto,  sotto  i  califfi  Fatimiti,  i 
quali  la  deposero  nelCairo  in  una  moschea 
chiamata  Mecched-Hossein.  Il  suo  corpo 
fu  sepolto  nella  pianura  stessa  di  Rerbeia 


272  TUR 

cioè  in  tale  città,  ove  i!  sultano  Adhad 
^l'innalzò  un  sontuoso  motiumetito,  cui 
gli  sciti  visitano  ancora  con  gran  divozio- 
ne. Considerandolo  essi  come  il  3.°  Imam 
o  capo  legittimo  della  religione  mao- 
mettana, l'anniversario  di  sua  morte  è 
por  lorogiornodi  lagrime  e  di  duolo. Que- 
sta celebre  commemorazione,  fedelmente 
osservata  dagli  sciiti,  contribuisce  a  man- 
tener l'odio  religioso  tra'turchi  e  i  per- 
siani, ludi  furono  califfi  nel  683  Moa- 
wyah  II, nel  684Merwan  I,nel  685  Ab- 
clolmalek, continuando  i  Saraceni  le  lo- 
ro conquiste,  al  modo  narrato  in  quel- 
T articolo,  non  dovendo  essi  confondersi 
co' turchi,  co'quali  soltanto  ne'secoli  po- 
steriori si  trasfusero,  sebbene  alcuni  scrit- 
tori, come  notargli  amalgamarono  anebe 
prima.  Nel  jo5  fu  califfi)  Walid  I  ,  nel 
quale  anno  l'imperatore  Giustiniano  II, 
che  rifugiatosi  da  Cagano  signore  de'tur- 
chi  casari  ne  avea  sposata  la  figlia,  fu  ri- 
stabilito stii  trono  di  Costantinopoli;  indi 
contro  di  lui  nel  7  1  1  alla  testa  de'turchi 
cazari  fu  acclamato  imperatore  Filippo 
Bardane.  Circa  quest'epoca  alcuni  cri- 
stiani apostati  avendo  adottato  l'islami- 
smo,si  dissero  Jgareniani  (F.).  Nel  7  1 5 
divenne  calilfo  Solimano,  il  quale  ebbe 
incendiala  la  flotta  nel  porto  di  Costan- 
tinopoli che  volea  assediare;  altrettanto 
avvenne  a  Omar  II  che  gli  successe  nel 
7  1  7,  che  pure  voleva  espugnar  la  metro- 
poli del  greco  impero.  Nel  720  fu  califfo 
Yesid  II,  nel  724  Hesciam,  nel  743  Wa- 
lid li, nel  744  Yesid  III,  Ibrahim, e  Mer- 
lali II  che  morendo  nel  700  fu  I'  ulti- 
mo degli  Ommiadi.  Gli  successe  Abul  Ab- 
bas  il  i.°  califfo  degli  Abbassidi ,  al  cui 
tempo  e  nel  763  i  turchi  uscite  le  porte 
del  Caspio  cominciarono  le  scorrerie  in 
Armenia,  che  continuarono  nel  seguente 
anno.  Nel  754  fi»  califfo  Abu  Giafar  Al- 
nianzor,  cui  successero  nel  775  Moham- 
med  Mahadi,  nel  785  Hadi,  nel  786  Ha- 
rum-al-Rascid.  Ad  onta  della  libertà  con- 
cessa da  Omar  I  a'pellegrini  cristiani  vi- 
sitatoti  di  Terra  Santa,  essi  vi  erano  e- 


Tua 

sposti  a  molteplici  angarie.  Erano  gettati 
in  1111  quartieri-  |  parte,  tassati  sotto  mille 
pretesti  dagli  ufficiali  del  governo,  i  quali 
facevano  pagar  loro  ben  caro  quel  poco 
di  protettone  che  loro  concedevano;  ma 
la  libertà  dì  visitar  que'  santuari  li  con- 
solava di  tutto.  In  mancanza  degl'impe- 
ratori greci,  i  quali  erano  quasi  tempre 
in  guerra  co'mussulmani,  saraceni  e  tur- 
chi, senza  però  far  loro  gran  paura  per- 
chè n'erano  quasi  sempre  sconfitti,  i  pel- 
legrini ricorrevano  sotto  la  protezione  de' 
sovrani  d'  occidente  ,  e  specialmente  di 
Carlo  Magno  in  cui  Papa  s.  Leone  III  a- 
vea  rinnovato  l' impero  occidentale,  e  il 
nome  del  quale  per  la  sua  potenza  era  co- 
nosciuto e  rispettatoanche  in  oriente. Nel- 
l'8  1  o  fece  un  regolamento  sopra  l'elemo- 
sine da  mandarsi  a  Gerusalemme  per  la 
riparazione  delle  chiese.  Tra  lui  e  il  ca- 
liffo Harum  passava  tale  stretta  amicizia, 
che  questi  anteponeva  la  sua  alleanza  a 
quella  di  tutti  i  principi  del  mondo,  e  il 
teneva  per  solo  degno  d'essere  tratti  to  coti 
onore  e  magnificenza.  Perciò  gli  amba- 
sciatori mandati  dall'imperatore  a  por- 
tar doni  al  s.  Sepolcro,  essendo  iti  a  visi- 
tare il  califfo  e  avendogli  fatto  conoscere 
la  Volontà  del  loro  sovrano,  non  solameu- 
teHarurn  permise  loro  di  compiere  la  mis- 
sione, ma  concesse  ancora  a  Carlo  Ma- 
gno la  possessione  di  quel  sagro  luogo, 
nel  modo  che  narrai  ne' voi.  X.XXII1,  p. 
io3,  e  LXlV,p.  86.  In  virtù  di  questa 
concessione  del  califfo,  e  all'  ombra  del- 
la protezione  de'successori  di  Carlo  Ma- 
gno, i  pellegrini  d'occidente  continuaro- 
no ad  accorrere  a'  Luoghi  Santi,  senza 
alcun  impedimento:  essi  v'incontrava- 
no i  cristiani  d'  oriente  e  con  loro  si  u- 
nivano,  ed  insieme  compivano  fraterna* 
mente  il  santo  viaggio.  Non  vi  era  delit- 
to che  non  potesse  espiarsi  col  Pellegri- 
naggio (V.)  di  Gerusalemme,  e  con  at- 
ti di  divozione  sulla  tomba  di  Gesù  Cri- 
sto. Al  possente  calilfo  Harum  ,  che  co- 
mandava quasi  a  tutto  l'oriente,  tranne 
riudia,successero  uell'809  .\m:u}ueU't>  1 3 


TUR 

AI  Marnimene  molte  guerre  sostenne  col- 
l 'imperatore  Teofilo,  nell'833Motassem, 
nell'84*  Vatek  Billah,  nell'847  Motha- 
vakel.  Fu  circa  in  questo  tempo  che  i  ca- 
zari  deliberarono  d'  abbracciare  la  reli- 
gione cristiana.  Questi  cazari  erano  una 
tribù  di  turchi,  il  più  numeroso  e  il  più 
possente  popolo  tra  gli  unni  che  abitava- 
no la  Scizia  europea,  e  fermata  aveano 
la  loro  dimora  in  una  contrada  vicino  alla 
Germania,  la  quale  si  estende  lungo  il  Da- 
nubio. Essi  aveano  cacciatogli  abari  e  le 
altre  nazioni  degli  unni  dalle  rivedell'E- 
thel  0  Volga,  sino  al  Danubio,  sotto  gl'im- 
peratori Maurizio  e  Tiberio,  i  quali  fe- 
cero lega  con  esso  loro,  e  vi  mandarono 
magnifiche  ambascerie.  Da  questi  antichi 
turchi  alcuni  fanno  discendere  quelli  tra' 
tartari  oigiziani  che  abitano  l'Asia, non  che 
i  tartari  di  Crimea.  Costantino  VI  Por- 
firogenito  del  911  e  altri  scrittori  della 
Storia  Bizantina,  danno  anche  il  nome 
di  turchi  agli  ungheri,  ed  alle  nazioni  set- 
tentrionali dell'Europa  e  dell'Asia:  a  suo 
tempo  i  turchi  erano  divisi  in  sette,  e  tal- 
volta in  dieci  tribù,  ciascuna  delle  qua- 
li avea  un  principe  indipendente  chiama- 
to Chagan.  Avendo  dunque  i  cazari  di- 
visato di  sottomettersi  all'Evangelo,man- 
darono  solenne  ambasceria  all'imperato- 
re Michele  III,  non  che  alla  pia  impera- 
trice Teodora  sua  madre,  per  domandar 
loro  de'preti,  i  quali  volessero  aver  cura 
di  ammaestrarli.  Teodora  nell'848  con- 
venne con  s.  Ignazio  patriarca  di  Costan- 
tinopoli, di  eleggeres.  Cirillo(f~.)  di  Tes- 
salonica  a  capo  dell'importante  missione. 
Siccome  icazari,  non  che  gli  unni  e  i  tar- 
tari, parlavano  la  lingua  turca,  il  santo  da- 
tosi tosto  allo  studio  di  essa  l'imparò  in 
brevissimo  tempo.  Appena  fu  in  grado  di 
farsi  intendere,  che  col  zelo  da  cui  era  a- 
nimato  die  cominciamento  alla  predica- 
cazione  dell'Evangelo,  e  tutti  gli  occhi  si 
apersero  alla  luce  che  gli  abbagliava.  Il 
Cham  o  Kan,  capo  principale  o  signore 
de'medesimi,  ricevette  il  battesimo,  ed  il 
suo  esempio  fu  tosto  seguito  dall'intera 

VOL.   LXXXI. 


TUR  273 

nazione.  Cirillo  fondò  delle  chiese ,  che 
provvide  d'eccellenti  ministri,  e  fece  ri- 
torno a  Costantinopoli, dopo  aver  inutil- 
mente il  principe  e  il  popolo  voluto  of- 
frirgli de'doni.  Indi  s.  Cirillo,  col  fratello 
s.  Metodio,  impiegò  le  sue  apostoliche  fa- 
tiche nella  Bulgaria,  Schiavonia.  e  Mo- 
ravia. Nell'86 1  pervenne  al  califfato  Mo- 
stanser,  nell'862  Moslain  Billah,nell'866 
Motaz,  neh'  869  Mothadi  Billah,  nel- 
P87oMotamed  Billah  che  guerreggiòcon 
l'imperatore  Leone  VI,  nell'892  Moina- 
ded  Billah,  nel  Q02  Moctafi  Billah,  nel 
908  Moctader  Billah,  al  cui  tempo  l'E- 
gitto cominciò  a  governarsi  da'particola  ri 
califfi  Fati  miti,  che  estesero  la  loro  signo- 
ria sulla  Siria  e  perciò  su  Terra  Santa) 
suoi  successori  furono  nel  932Raher,  nel 
934  Rhadi.  In  quest'anno  comparvero 
perlai."  volta  due  nazioni  poco  conosciu- 
te ad  infestare  la  Tracia.  I  turchi  forzate 
le  porte  del  Caucaso  e  discesi  dalla  Tar- 
taria,  misero  tutta  la  contrada  a  ferro  e 
fuoco.  Il  patrizio  Teofane  marciò  contro 
di  loro,  e  gli  riuscì  non  solamente  di  re- 
spingerli oltre  il  confine;  ma  di  liberare 
i  prigioni  da  essi  fatti.  Nel  g4o  fu  califfo 
Mothaki,nel  944  Mostakfi,  nel  946  Mo- 
lili, nel  974  Thai,  nel  991  Rader  Bil- 
lah, al  cui  tempo  occupava  il  califfato 
d'  Egitto  Hakem  Bamrillah,  il  Nerone 
dell'  Egitto.  Questo  famoso  tiranno  e- 
sercitò  le  sue  crudeltà  sopra  i  cristiani 
e  sopra  i  mussulmani,  e  nel  suo  pazzo  fu- 
rore volle  farsi  adorare  come  un'  incar- 
nazione della  divinità.  Per  le  vessazio- 
ni che  faceva  a'Luoghi  Santi  ed  a'  pelle- 
grini cristiani  che  li  visitavano,  mosse  il 
Papa  Silvestro  //d'alti  spiriti  nel  999 
ad  inviare  per  tutta  la  cristianità  un'  en- 
ciclica piena  di  religioso  ardore,  per  ec- 
citare principi  e  nazioni  alla  guerra  so- 
ciale, per  liberare  dal  giogo  mussulmano 
i  Luoghi  Santi  di  Palestina,  ed  i  cristia- 
ni d'oriente;  il  che  fu  uno  de'primi  im- 
pulsi alla  Crociata,  e  alla  possanza  tute- 
lare ile'  Papi  sull'  universo.  Poco  dopo  , 
da  alcuno  vuoisi  che  Papa  Sergio  IV  del 
18 


a74  TUR 

1009,  si  adoperasse  con  zelo  perchè  il  ca- 
liffo Hakém,  che  il  Rinaldi  chiama  prin- 
cipe ili  Babilonia,  non  cedesse  alle  sug- 
gestioni degli  ebrei  d'Orleans,  che  indotti 
da  malignità  e  invidia,  l'esortarono  a  di- 
struggere la  chiesa  del  s.  Sepolcro,  altri- 
menti in  breve  i  cristiani  eccitati  da  Sil- 
vestro II,  avrebbero  tolto  a  lui  il  regno. 
Scopertosi  l'indegno  operalo  degli  ebrei 
dappertutto  furono  cncciati,mo!li  tagliati 
a  pezzi. altri  gettati  ne'fìumi,i  vescovi  vie- 
tando a'cristiani  di  negoziare  co' giudei. 
Ilakeni  però  distrusse  da'  fondamenti  la 
chiesa  del  s.  Sepolcro  nel  1  o  1  o;  ma  al  ri- 
ferire di  Rinaldi ,  come  dissi  a  Gerusa- 
lemme, nell'anno  stesso  Maria  madre  di 
detto  principe,  cristianissima  donna,  co- 
minciò a  riedificare  con  pietre  quadre  e 
polite  il  tempio  abbattuto  per  di  lui  co- 
mando. Invece  la  Civiltà  cattolica rife- 
risce, che  la  chiesa  fu  rifabbricata  verso 
ilio  48  sotto  il  califfato  di  Al-Mostaiiser- 
Billah  ,  0  Abu-Tamin  Moslanser  califfo 
d'Egitto,  ed  in  gran  parte  almeno  colle 
limosine  inviale  dall'imperatore  Coslan- 
tino  IX  Mouomaco,  pregato  da'crisliani 
di  Gerusalemme,  mancanti  de'iuezzi  ne- 
cessari a  sì  grande  spesa  ,  senza  che  per 
questo  ne  fusse  devoluto  l'esclusivo  pos- 
sesso del  santuario  a  favore  de'greci,  co- 
me ciò  non  avea  preteso  neppure  Carlo 
Magno  a  favore  de'iatini.  Raccontai  nel 
ricordato  articolo,  che  avendo  i  cristiani 
di  Gerusalemme  fabbricato  Ia4-apartedi 
sue  mura,  ottennero  dal  califfo  il  possesso 
di  qoella  parte,  e  che  non  avessero  altro 
giudice,  che  il  patriarca,  il  quale  perciò 
n'ebbe  il  dominio.  Anzi  poco  dopo  la  per- 
secuzione dell'empio  e  feroce  HakciDjche 
avendo  finito  di  regnare  nel  1  02  1  l'avea 
successo  Daher,  i  religiosi  cattolici  della 
nazione  de'  franchi  trovansi  stabiliti  ne' 
santuari  di  Terra  Santa; e  gli  archivi  del 
convento  del  ss.  Salvatore  de'minori  os- 
servanti in  Gerusalemme  (ove  nel  voi. 
XXXIII,  p.  110,  ne  parlai  nel  rilevare 
quando  i  frati  vi  passarono  da  quello  an- 
tico del  Cenacolo  sul  monte  di  Sion),pos- 


T  U  R 
seggono  un  firmano,  antico  e  veridico  do- 
cumento, che  dimostra  la  loro  esistenza 
in  tal  città  fino  dal  1023.  Vi  si  trova  an- 
cora un  altro  firmano  del  io 5o,  il  quale 
conferma  il  precedente.  Dunque  i  religio- 
si fianchi  erano  stabiliti  in  r.erusaleui- 
me  molto  prima  delle  crociate,  e  prima 
di  esse  già  si  chiama  vano  franchi  i  cri- 
stiani d'occidente.  Fondato  l'impero  de' 
turchi  gaznevidi  di  Persia  nel  997  da 
Mahinud,  quesli  neh 028  ebbe  a  succes- 
sore Massuh,  il  quale  combattendo  le  or- 
de de' turchi  selgiucidi,che  situati  iti  là 
dall'Oso  il  padre  avea  tollerate  nel  suo 
impero,  restò  vinto  nel  1  o38,  onde  i  tur- 
chi si  elessero  perreosultanoTogrulBeig, 
il  quale  co'suoi  soldati  abbracciò  la  fmìe 
di  Maometto,  e  ben  presto  associò  a'  ti- 
toli dil.  sultano  de'turchi  e  di  conqui- 
statore quello  di  protettore  della  religio- 
ne mussulmana.  Al  califfo  Kader  Billah 
nelio3i  successe  Raiem  Bamrillah,  nel- 
la cui  epoca  nel  io45  i  turchi  selgiucidi 
guidati  da  Togrul  Beig  conquistatore,  in- 
vasero le  provincie  dell'Asia  dell'impero 
greco,  e  nel  1048  estesero  le  loro  conqui- 
ste. Le  rive  del  Tigli  e  dell'Eufrate  erano 
allora  turbale  dalla  sedizione  degli  emi- 
ri, che  dividevansi  le  spoglie  de'califlì  di 
Bagdad;  e  appunto  il  califfo  Kaiem  avea 
implorato  il  soccorso  di  Togrnl,  promet- 
tendo a  queslo  nuovo  signore  della  Per- 
sia altre  conquiste  uell'  Asia.  Dichiarato 
suo  vicario, Togrul  soggiogò  i  faziosi,  sac- 
cheggiò le  provincie  e  recatosi  a  Bagdad 
si  prostrò  a 'piedi  del  califfo.  Questi  pro- 
clamò pubblicamente  il  trionfo  de'suoi  li 
beralori,  e  solennemente  decorò  Togrul 
di  7  vesti  d'onore  e  lo  clonò  di  7  schiavi 
nati  ne'7  climi  dell'impero  de^li  arabi  : 
due  corone  d'alloro  furono  collocate  sul 
suo  capo,  e  fu  cinto  di  due  scimitarre  per 
emblema  del  suo  dominio  sull'oriente  e 
sull'occidente.  I  nuovi  conquistatori  oc- 
cuparonosubilamentecoirarmi  quell'im- 
pero che  il  vicario  di  Maometto  avea  in 
dicalo  alla  loro  ambizione.  Togrul  Beig 
invasa  la  Siria,  nel io55  s'impadronì  di 


T  UR 
Gerusalemme  ;  la  profanarono  i  turchi 
e  commisero  ogni  oltraggio  sui  pellegri- 
ni. Non  per  questo  cessarono  i  pii  pelle- 
grinaggi, come  rilevai  nel  voi.  XXXIII, 
p.  1 06.  L'imperatore  Isacco  Comneno  nel 
\Ci5n  si  oppose  con  valore  a'turchi  pat- 
zinaci ,  ma  sotto  il  successore  Costanti- 
no X  Duca,  i  turchi  dell'Asia  fecero  non 
pochi  progressi,  e  600,000  uzii  d'origi- 
ne turcomana  valicarono  il  Danubio,  i- 
nondarono  la  Tracia,  e  se  la  spada  de' 
bulgari  e  il  contagio  non  li  mieteva,  l'im- 
pero greco  sarebbe  slato  in  pericolo.  In- 
di nel  1067  i  turchi  s'inoltrarono  sino  a 
Cesarea  di  Cappadocia,  predando,  arden- 
do e  divorando  con  ferine  fuoco  tutto- 
ciò  che  innanzi  a  loro  si  parava:  tra'lanti 
mali  che  fecero  spogliarono  e  profanaro- 
no il  celebre  tempio  di  s.  Basilio  in  Ce- 
sarea. Regnando  1'  imperatore  Michele 
Parapinace  del  107  1,  i  torcili  selgiucidi 
assalito  l'impero, in  sanguinoso  conflitto 
fecero  prigione  Isacco  Comneno  coman- 
dante greco,  e  cadde  pure  nelle  loro  ma- 
ni Giovanni  Duca,  i  quali  furono  riscat- 
tati. Frattanto  sotto  i  regni  de'sultani  sel- 
giucidi  di  Persia,   Alp-Arslan  e  Ma  lek. 
Sciali,  successori    di    Togrul,  i   7  rami 
della  dinastia  di  Seldjoue  si  divisero  fra 
loro  i  più  vasti  regni  dell'Asia:  le  loro  co- 
lonie militari  e  pastorali  si  estendevano 
dall'Oxo  fino  all'Eufrate,  e  dall'Indo  si- 
noall'Ellesponto.Non  ebberoigreci  giam- 
mai nemici  più  crudeli  e  terribili  de'tur- 
chi. Intantochè  la  corte  de'due  memorati 
sultani  sfoggiava  tutta  la  magnificenza  e 
raccoglieva  le  dottrine  degli  antichi  per- 
siani, il  restante  della  nazione  de'lurchi 
era  tutto  barbaro,  e  conservava  in  mezzo 
a'  vinti  popoli  i    feroci  e  selvaggi  costu- 
mi della  Tarlarla.  Poscia  i  turchi  patzi- 
naci  devastarono  leprovincieeuropeedel- 
l'impero,  e  Solimano  1 .°  sultano  de'tur- 
chi  selgiucidi  d'  Iconio,  aspirò  all'impe- 
ro greco,  mediante  un  partito  che  si  formò 
a  Costantinopoli.  Intanto  il  gran  Papa 
s.  Gregorio  PII,  bramoso  di  propaga- 
re la  religione  e  l'imperò  della  s.  Sede  in 


TUR  275 

oriente,  mentre  per  lui  Roma  era  nuo- 
vamente divenutala  capitale  del  mondo, 
promosse  lo  zelo  de'principi  e  popoli  cri 
stiani,  contro  i  mussulmani  per  togliere 
dalle  loro  mani  i  Luoghi  Santi,  promet- 
tendo di  condurli  in  persona  neh'  Asia; 
ma  senz'effetto  per  le  persecuzioni  con- 
tro la  Chiesa  che  faceva  Enrico  IV  re  de' 
romani,  che  il  Papa  avea  invitato  a  in- 
traprendere la  sagra  spedizione,  e  lo  notai 
nel  vol.XXXlII,p.io6.Neli075fu caline 
MoctadiBamrillah,nel  cui  regno Niceforo 
Brienne  nel  1078  si  dichiarò  imperatore 
con  l'aiuto  de'turchi  selgiucidi;  questi  pe- 
rò furono  repressi  nel  1080  da  Alessio  II  Co- 
mneno nell'assunzione  airimpero,coll'im' 
porre  a'turchi  d'Iconio  giunti  sino  al  Bo- 
sforo, cacciandoli  al  di  là  di  Bilinia.  Suc- 
cesso nel  1086  a  s.  Gregorio  VII,  Papa 
littore  III,  ne  ereditò  i  proponimenti  di 
frenare  la  crescente  sterminata  possanza 
maomettana,  onde  riunì  un  grande  eser- 
cito da  tutte  le  parti  d'Italia  per  far  ces- 
sare principalmente  il  furore  di  quelli  d' A  • 
frica,che  turbando  la  navigazione  del  Me- 
diterraneo, di  frequente  facevano  Schia- 
l'iimmenso numero  di  cristiani.  La  flotta 
crociata  m  unita  del  \0Stendard0  di  s.  Pie- 
tro, investì  il  regno  di  Tunisi  e  fece  va- 
rie conquiste,  per  cui  il  re  si  rese  tribu- 
tario della  s.  Sede.  Frattanto  l'islamismo 
faceva  progressi  pericolosi  alla  religione 
cristiana  e  all'impero  greco,  onde  Ales 
sio  I  Comneno  invocò  con  lettere  l'aiuto 
de'principi  occidentali  e  del  Papa  Urbano 
II;  mentre  nel  1  094  diveniva  califfo  Mo- 
stadher,  e  nel  1  095  sultani  d'Aleppo  Re- 
duan  e  di  Damasco  Dekak.  Gli   eserciti 
conquistatori  de'turchi  e  saraceni  minac- 
ciavano insieme  le  altre  parti  dell'Asia  e 
dell' Africa, ove  non  dorninavano,ed  anche 
l'Europa  per  estendervi  i  loro  possessiva 
il  loro  giogo  più  duramente   pesava  sui 
cristiani  d'oriente.  I  pellegrini  di  Gerusa- 
lemme erano  da  loro  sottoposti  a  tali  an- 
gherie ed  a  sì  cattivi  trattamenti,  che  il 
racconto  ch'essi  ne  facevano  al  loro  ritor- 
no accendeva  ne'popoli  d'occidente  una 


276  TUR 

giusta-e  viva  indignazione.  Un  luogote- 
nente del  sultano  Malek  Sciali,  de'lurchi 
selgiucididi  Persia,  portò  il  tenore  delle 
sue  armi  sulle  sponde  del  Nilo,  ed  usur- 
pò di  nuovo  la  Siria  soggetta  a 'calili!  Fa- 
timiti  d'Egitto.  Cadde  la  Palestina  in  po- 
tere de'lurchi;  e  il  nero  stendardo  degli 
Abbassidi  fu  inalberato  sulle  mura  di  Ge- 
rusalemme. Non  furono  risparmiati  da' 
vincitori,  uè  i  cristiani,  né  i  seguaci  d'Ali, 
che  il  califfo  di  Bagdad  rappresentava  co- 
me nemici  di  Dio.  Fu  trucidata  la  guar- 
nigione egiziana  ;  le  chiese  e  le  moschee 
furono  messe  a  ruba  e  a  sacco:  la  santa 
città  nuotò  nel  sangue  cristiano,  e  mus- 
sulmano degeneratoli  d'Ali.  Contempo- 
raneamente altre  tribù  turche,  condotte 
da  Solimano  nipote  del  sulla no,penetrate 
nell'Asia  minore,  s'impossessarono  di  tut- 
te le  provincie  che  i  pellegrini  dell'occi- 
dente attraversavano  per  giungere  a  Ge- 
rusalemme, ludi  clamori  di  dolore  de* 
cristiani  di  Palestina  e  de'pellegrini  ec- 
cheggiarono  per  tutta  Europa.  Il  mede- 
simo patriarca  scismatico  di  Gerusalem- 
me Simone,  non  isperando  più  alcun  soc- 
corso dagl'imperatori  di  Costantinopoli, 
perchè  l' impero  indebolito  da  discordie 
intestine,  dallo  scisma  della  chiesa  greca, 
e  dalla  successiva  perdita  delle  più  belle 
provincie,  minacciava  una  prossima  ro- 
vina, rivolse  gli  occhi  verso  il  Papa  che  i 
suoi  predecessori  aveano  abbandonato,  e 
scrisse  a  Urbano  II  per  ottenere  soccorso 
a'Luoghi  Santi.  Narra  il  Rinaldi  all' an. 
1095,  che  Urbano  li  sapendo  che  il  pre- 
decessore s.  Gregorio  VII  più  volte  avea 
tentato  di  bandire  la  sagra  guerra  per  la 
liberazione  diTerraSanta,eragli  stato  im- 
pedito di  mandarla  ad  effetto  da'tumul- 
ti  degli  scismatici  e  dalle  diverse  guerre 
d'Enrico  IV;  quindi  avendo  ricevute  le 
dette  lettere  d'  Alessio  I,  le  fece  leggere 
nel  concilio  che  tenne  in  Piacenza  nel 
1095;  poscia  passato  in  Francia  comin- 
ciò a  trattare  di  sì  grave  negozio  con  mol- 
ta sollecitudine,  procurando  che  si  radu- 
nasse un  esercito  cristiano,  per  porgere 


TUR 

soccorso  alla  chiesa  orientale  che  perico- 
lava, e  massimamente  Gerusalemme,  dal 
cui  patriarca  Simone  avea  ricevuto  lette- 
re  molto  compassionevoli, recategli  da  Pie- 
tro d'Amiens  romito  francese,  nelle  quali 
si  significa  va  con  molte  lagrime,che  Indil- 
la di  Cristo,  il  suo  Sepolcro  e  gli  altri  Luo- 
ghi Santi  erano  profanati  e  conculcati  da' 
turchi ,  da' saraceni  e  altri  mussulmani. 
Imperocché  al  dire  di  Guglielmo  arcive- 
scovo di  Tiro,  che  scrisse  l'istoria  di  que- 
sta sagra  guerra,  essendo  Pietro  in  Ge- 
rusalemme testimonio  de' patimenti  de* 
pellegrini,  ed  egli  pure  ne  soffrì,  dopoa- 
ver  ricevuto  le  lettere  pel  Papa,  orando 
nella  chiesa  della  Risurrezione,  ebbe  da 
Cristo  una  visione,  per  la  legazione  ti i  ca- 
rico sì  grande.  Pietro  dunque  con  mera- 
viglioso fervore  predicò  la  guerra  Cro- 
ciala (V.)t  e  al  suono  di  quella  divina 
tromba  quasi  tutto  l'occidente  corse  alle 
armi  e  si  fece  Crocesignato  (^.).  Ma  il 
principale  duce  della  parola  e  promotore 
di  tanta  impresa  fu  Urbano  II  (F.),  il 
quale  appositamente  nello  stesso  1  095  nel 
concilio  da  lui  tenuto  a  Clcrmont  con  3 
commoventi  sermoni ,  riportati  dal  Ri- 
naldi, promulgò  la  Tregua  di  Dio  [V.) 
e  insieme  la  sagra  guerra  per  la  libera- 
zione de'  Luoghi  Santi  di  Palestina,  col 
premio  d'amplissime  indulgenze,  secon- 
do il  vasto  progetto  di  s.  Gregorio  VII; 
tutte  vivamente  narrando  le  calamità,  cui 
soggiacevano  gli  oppressi  cristiani  d'orien- 
te, e  i  santuarii  ove  operaronsi  i  princi- 
pali misteri  della  religione  cristiana.  Le 
immaginazioni  e  i  cuori  de'cristiani  d'oc- 
cidente s'  infiammarono  così  profonda- 
mente, che  un  immenso  grido  di  guerra 
echeggiò  dali'un  capo  all'altro  d'  Euro- 
pa. In  un  istante  un  ardore  incredibile 
per  la  guerra  santa  si  sparse  come  elet- 
trica scintilla  in  tutti  gli  ordini  di  perso- 
ne, e  non  andò  mollo  che  parecchi  for- 
midabili eserciti  composti  di  tutte  le  na- 
zioni d'occidente,  francesi,  fiamminghi  , 
spagnuoli,  inglesi,  tedeschi,  svedesi,  ita- 
liani furono  all'ordine,  ardenti  di  correre 


TUR 

alla  liberazione  cìe'loro  fratelli  persegui- 
tati dagl'infedeli  in  oriente,  e  di  riconqui- 
stare dalle  mani  maomettane  i  Luoghi 
Santi.  La  nazione  greca  che  a  vea  invocato 
soccorso  e  dovea  trovare  il  suo  vitale  van- 
taggio in  questa  guerra  santa,  perchè  dal- 
l' esito  di  lei  dipendeva  la  sua  ulteriore 
esistenza  politica, fu  appunto  la  sola  che 
non  vi  prese  alcuna  parte,  come  non  vi  fi- 
gurò tra'crociati  la  Prussia. Che  anzi  invece 
di  secondare  gli  sforzi  dell'esercito  libera- 
tore, la  nazione  greca  gli  pose  mille  ostaco- 
li,econ  aperta  malafede, ne  fu  certamente 
per  lei,  se  una  guerra  impresa  con  tanta 
eroica  abnegazione,  mirabilegenerosità  e 
coraggio,non fallì  interamente, come  rile- 
vai in  più  luoghi. Ancora  una  volta  ripeto, 
che  questoampio  e  importantissimo  argo- 
mento già  trattai  in  molti  articoli,  con  ab 
quanta  diffusione,  specialmente  i  riguar- 
danti la  Siria,  la  Palestina,  Gerusalem- 
me, le  Crociate  (nel  quale  articolo  enu- 
merai i  sovrani,  i  principi,  i  vescovi,  i  le- 
gati apostolici  che  fecero  parte  di  ciascu- 
na),! venerandi  luoghi  di  Terra  Santa, 
gl'imperatori  di  Costantinopoli.  In  essi 
ricordai  i  campioni  cristiani  e  i  valorosi 
maomettani  saraceni,  che  per  due  secoli 
combatterono  memorabili  battaglie,  con 
diversa  fortuna; e primamente,come  sen- 
za il  soccorso  de'  greci,  ed  anche  a  loro 
dispetto,  il  prode  esercito  crociato  capi- 
tanato da  Goffredo  di  Buglione  (pentito 
del  suo  anteriore  operato,  che  registrai 
nel  voi.  XXX,p.64  e  altrove)  duca  della 
bassa-Lorerctfjdopo  moltee  disperate  bat- 
taglie, dopo  un  lungo  earduo  assedio,  do- 
po prodigi  di  valore  sì  de'crociali  e  sì  de' 
mussulmani,  superato  ogni  ostacoIo,Gof- 
fredo  prese  Gerusalemme  a'  1 5,  e  non  a' 
5,  o  a' 19  o  i5  luglio  1099,  come  altri 
scrissero,alla  testa  del  fiore  de'principi  so- 
vrani della  cristianità  e  di  Pietro  l'Ere- 
mita, tutti  cattolici  fervorosi  e  capitani 
delle  nazioni  crociate,  e  grondanti  di  la- 
grime sciolsero  il  voto  al  s.  Sepolcro.  Si 
può  vedere  la  Storia  delle  crociate  di 
G.  Michaud,  Milano  1 83 1.  Essa  però  va 


TUR  177 

Ietta  con  alquanta  ca  utela.Trovo  poi  con- 
veniente, per  la  parte  principalmente  che 
spetta  a'turchi,  di  dare  un  rapido  e  ge- 
nerico cenno  di  quanto  precedette  e  ac- 
compagnò il  conquisto  di  Gerusalemme. 
I  crociali  doverono  superare  nel  viaggio 
indicibili  ostacoli,e  sostenere  diverse  guer- 
re, massime  co'turchi.  Sebbene  l'impero 
de'turchi  selgiucidi  all'arrivo  de'crociati 
in  Asia,  pendesse  già  verso  la  decadenza, 
pure  opponeva  co'sultani  d'Iconio  anco- 
ra una  formidabile  barriera  a' guerrieri 
dell'occidente;  ed  i  turchi  erano  animati 
dal  fanatismo  della  religione  e  da  quello 
della  vittoria,  non  professando  che  il  me- 
stiere dell'armi.  Rilidge  Arslan  I,  figlio 
di  Solimano  sultano  d'Iconio,  all'avvici- 
narsi de'crociati  chiamò  i  sudditi  e  gli  al- 
tri turchi  di  Persia  alla  sua  difesa.  Per 
i.° ostacolo  fortificò  Nicea  capitale  della 
Jjitinia,  come  posto  avanzato,  e  sconfisse 
1'  avanguardia  accompagnata  da  Pietro 
l'Eremita.  Indi  si  avvicinò  a  Nicea  il  cor- 
po dell'esercito  crociato  composto  di  più 
di  100,000  cavalieri  e  5oo,ooo  fanti,  il 
fiore  de'bellicosi  d'Europa  eappartenenti 
a  1 9  nazioni. Assediata  da'crociati  la  città, 
il  sultano  d'Iconio  tutto  spaventato  co- 
nobbe che  avea  a  fronte  nemici  troppo 
più  forti  e  stimabili  di  quelli  da  lui  vinti. 
La  vittoria,  com'era  naturale,  nel  com- 
battimento si  dichiarò  pe'  cristiani,  che 
vendicarono  la  morte  de'compagni.  Quin- 
di i  crociati  strinsero  d'  assedio  Nicea,  e 
sul  punto  d'espugnarla,l'iudegno  Alessio 
I  con  inganno  se  la  fece  cedere  da'turchi, 
con  islupore  e  indignazione  de'crociati, 
da'quali  anzi  ottenne  la  liberazione  della 
moglie  efigli  del  sultano,  che  aveano  fatti 
prigionieri  nel  tentare  la  fuga  da  Nicea. 
Questo  conlegno  dell'imperatore  persua- 
se i  crociati  ch'egli  cercava  di  risparmia- 
re i  loro  nemici,  e  d'allora  in  poi  gli  odii 
tra'greci  e  i  crociati  non  ebbero  che  rare 
tregue.  Avanzandosi  i  crociati  per  recarsi 
nella  Siria,  il  sultano  Rilidge  tornò  ad 
attaccarli,  ma  fu  sconfitto.  Quindi  i  cro- 
ciati conquistarono  Tarso,  Edessa  e  al- 


278  TUR 

Ire  città  d'Armenia,  ed  assediarono  An- 
tiochia. I  trionfi  riportati  da'erociati  io- 
pia  i  turchi  ,  eterni  nemici  della  stirpe 
d'  Ali,  persuasero  àbili -Casem-M ostali 
califfo  Falimita  d'Egitto, averli  Dio  mail* 
dati  in  Asia  come  strumenti  di  sua  ven- 
detta e  giustizia.  Traendo  profitto  della 
sinistra  fortuna  da' turchi,  erasi  di  fresco 
impadronito  della  Palestinaje  quindi  spe- 
dì ambasciatori  a' crociati,  offrendosi  di 
conduili  co'suoi  eserciti  a  visitare  Geru- 
salemme, promettendo  di  riedificare  le 
chiese  abbattute  de'  cristiani,  di  proteg- 
gere il  loro  culto,  e  d*  ammettere  nella 
città  santa  tutti  i  pellegrini  senz'armi  e 
permetter  loro  il  soggiorno  d'un  mese.Se 
ricusavano  tali  condizioni  e  la  sua  ami- 
cizia, li  minacciò  di  sollevar  contro  tulli 
i  crociati  i  popoli  dell'  Egitto,  dell'Etio- 
pia, e  quelli  che  abitavano  nell'Asia  e  nel- 
l'Africa dallo  stretto  di  Gadesino  alle  por- 
te di  Bagdad.  Risposero  i  crociati,  di  non 
essere  venuti  in  Asia  per  ricevere  uè  leg- 
gi, né  benefìzi  da'  mussulmani  ,  non  a- 
vendo  dimenticato  gli  oltraggi  da'pelle- 
grini  ricevuti  dagli  egiziani,  e  precipua- 
mente sotto  il  feroce  calitfo  Hakem.Aver 
fatto  voti  di  visitare  Gerusalemme,  ma 
anco  di  liberarla  dalle  mani  degF  infe- 
deli; e  perciò  il  califfo  scegliesse  pace  o 
guerra,  né  temere  le  sue  popolazioni. 
Intanto  i  crociati  riportarono  vittoria  su 
Beduan  sultano  d'  A  leppo,  e  su  Dekak 
sultano  di  Damasco.  Durante  l'assedio 
d'Antiochia  mosse  in  aiuto  di  essa  Rai- 
boga  sultano  di  Mosul  con  200,000  uo- 
mini, e  prima  che  giungesse  la  città  fu 
espugnata  da  Doemondo  I.  Giunto  Rar- 
boga  cinse  d'assedio  la  città,  ma  restò  sba- 
ragliafo.  Il  califfo  d'Egitto  che  seguiva 
la  politica  d'  Alessio  I,  volle  mantenere 
una  certa  relazione  co'crociati  e  co'tur- 
chi,  per  regolarsi  a  seconda  delle  circo- 
stanze, sebbetie  odiava  i  primi  come  ne- 
mici del  profeta,  e  gli  altri  per  avergli  ra- 
pito la  Siria,  oltre  la  dissidenza  religiosa. 
Pertanto  il  califfo  Abul  pe'suoi  nuovi  am- 
basciatori dichiarò  a'erociati  la  sua  favo- 


TUR 

revoledUposizione  per  essi, e  che  le  p< 
di  Gerusalemme  da  lui  di  recente  ricon- 
quistata sui  turchi  ,  non  si  aprirebbero 
che  a'eristiani  disarmati.  I  capi  crociati, 
mossi  da  sdegno,  decisero  d'affrettare  le 
mosse  verso  Terra  Santa,  e  minacciaro- 
no gli  ambasciatori  egiziani  di  portar  le 
armi  loro  sulle  rive  del  Nilo.  Avanzan- 
dosi i  crociati  nella  marcia,  dopo  a  ver  vin- 
to l'emir  ili  Tripoli  di  Fenicia  in  sangui- 
nosa battaglia,  si  diressero  a  Gerusalem- 
me, pi  omettendo  loro  con  finzione  1'  c- 
Bftir  di  Tolemaica  d'arrendersi  dopo  la 
sua  presa;  e  Tancredi  s'impadronì  di  Bet- 
lemme. Era  difesa  Gerusalemme  da  Is- 
tikhat-Eddaulac  luogotenente  del  califfo 
d'Egitto,  che  munitala  per  lungo  assedio, 
fece  devastarne  i  dintorni  e  avvelenare  le 
cisterne,  acciò  i  crociati  non  vi  trovasse- 
ro che  miseria  e  morte.  La  città  avea 
4o,ooo  difensori,  oltre  20,000  abitanti 
che  aveano  prese  le  armi  per  sostenerli; 
gl'imani  scorrendo  le  strade,  esortavano 
il  popolo  alla  resistenza.  1  crociati  comin- 
ciarono 1'  assedio  della  città  pieni  del  più 
religioso  entusiasmo,  e  vieppiù  si  accese 
il  loro  zelo  per  liberarla.  Mancando  di 
scale,  di  macchine  e  di  strumenti  oppor- 
tuni all'espugnazione,  sicché  fi  d'  uopo 
di  costruirne  sotlo  un  cielo  di  fuoco,e  pe- 
nuriando  d'acqua,  giunsero  a  bere  il  san- 
gue de'bovi.  Inaudite  e  indescrivibili  fu- 
rono le  privazioni  patite  da'erociati,  gran- 
di le  calamità  sofferte  per  la  sete:  a  tem- 
po e  nel  maggior  bisogno  giunse  un  na- 
vile  genovese  carico  di  pi  ovigioni  e  di  mu- 
nizioni d'ogni  maniera.  Il  giovedì  i4  hi 
glioiogg  *H?apparire  acl  giorno,  il  cam- 
po de'cristiani  risuonò  dello  squillo  delle 
trombe  per  l'assalto  di  Gerusalemme,  in- 
contrando dappertutto  ostinata  e  valoro- 
sa resistenza,  e  il  combattimento  durò  12 
ore. 11  giorno  seguente  ricondusse  i  mede- 
simi conflitti  e  i  medesimi  pericoli  del  pre- 
cedente, e  furiose  furono  le  micidiali  lotte. 
Gli  arieti  avendo  finalmente  squarciali  i 
muri  in  alcuni  luoghi,dielro  addensaronsi 
le  schiere  saracene,  presentando  come  un 


T  U  R 

nllimo  baluardo  all'attacco  de'  crociali. 
Mentre  gli  assediatiti  aveano  impiegato 
la  metà  del  giorno  nella  mischia, senza  spe- 
ranza d'entrar  nella  piazza,  e  tutte  le  lo- 
ro macelline  erano  iucendiate,mancaudo 
d'acqua  per  estinguere  il  fuoco  greco  lan- 
ciato contro  di  essi  da' naussul inani,  vide- 
ro comparire  improvvisamente  su!  mon- 
te Oli  velo  un  cavaliere  agitando  lo  scu- 
do e  dando  loro  il  segno  d'entrare  nella 
città. Goffredo  e  Raimondo  IV  di  Tolosa, 
clie  pe'primi  lo  scorsero,  gridarono  che 
s.  Giorgio  accorreva  in  aiuto  de'cristiani 
(i  crociati  sperimentarono  anche  la  pro- 
tezione de'ss.  Demetrio  e  Teodoro,  e  lo 
rilevatoti  vol.XXX,p.64)-H  tumulto  del 
coiai  tatti  merito  non  permise  né  riflessio- 
ne né  e*ame;  la  vista  del  Cavaliere  cele- 
ste infiammò  i  crociati  di  nuovo  ardore, 
e  tornarono  con  fiducia  alia  pugna.  Gof- 
fredo con  altri  capitani  abbassò  sulle  mu- 
ra il  ponte  levatoio  di  sua  mobile  torre 
di  legno;  i  saraceni  inviluppati  dal  fuoco 
e  dal  fumo  che  il  vento  spinse  a  loro  dan- 
no ,  vennero  poderosamente  inseguiti  e 
sbaragliali. Tutti  i  crociati  seguirono  l'in- 
trepido duce  nella  citlà, trucidando  quan- 
ti incontravano;  mentre  una  folla  di  eroi 
penetrò  per  la  breccia  semiaperta  nella 
sospirata  Gerusalemme,  la  cui  porta  s. 
Stefano  *i  abbattè  e  venne  spalancata  alla 
calca  de'crociati.  Anche  Raimondo!  V  dal- 
la sua  parte  pervenne  alla  sommità  delle 
mura,  e  disperse  i  saraceni  che  con  l'e- 
mir  fuggiaschi  si  ritirarono  nella  torre  di 
David.  In  breve  tutti  i  crociati  si  abbrac- 
ciarono dentro  la  città,  piangendo  d'al- 
legrezza, e  più  non  pensando  che  a  pro- 
gredir nella  vittoria. L'entrata  de'crociati 
in  Gerusalemme  avvenne  di  venerdì  a  3 
ore  di  sera,  giorno  e  ora  memorabile  in 
cui  Gesù  Cristo  ivi  spirò  perla  salvezza 
dell'uman  genere,  come  osservai  anche 
nel  voi.  XXXIII,  p.  106.  Inaspriti  i  cro- 
ciati da' molti  mali  e  gravi  oltraggi  sof- 
ferti, tosto  coprirono  di  sangue  e  di  lutto 
quellaGerusalemme  che  aveano  liberata. 
In  breve  la  carnificina  divenne  generale, 


T  U  R  279 

trucidandosi  i  saraceni  nelle  vie  e  per  le 
case.  Sotto  il  portico  della  moschea  d'O- 
mar I  il  sangue  arrivava  al  ginocchio  e 
sino  al  freno  de'cav;»lli.  Ciò  sembra  aper- 
ta esagerazione.  Però  nelle  lettere  scritte 
a  Papa  Urbano  II,  a'vescovie  a'fedeli  dal- 
l' arcivescovo  di  Pisa,  da  Goffredo  e  da 
Raimondo  IV, per  dipingere  quel  terri- 
bile spettacolo,  si  dice:  Che  nel  portico  di 
Salomone  (si  deve  intendere  della  mo- 
schea d'  Omar  I,  perchè  questi  V  eresse 
sull'area  del  tempio  di  Salomone),  i  no- 
stri co'  cavalli  nuotavano  uel  vii  sangue 
de'saraceni  sino  al  ginocchio.  L'immagi 
nazione  rifugge  raccapricciata da'dettagli 
dell'orribile descrizione,d'una  città  in  pre- 
da agli  orrori  tutti  d'una  micidialeguerra 
di  vendetta  e  di  distruzione.  Goffredo  do- 
po la  vittoria  si  astenne  dalla  strage,e  sen- 
z'armi a  piedi  nudi  si  recò  nella  chiesa  del 
s.  Sepolcro.  Diffusa  tal  notizia  nell'eser- 
cito, subito  le  vendette  e  i  furori  s'am- 
mansarono, e  i  crociati  a  piedi  nudi  e  col 
capo  scoperto  si  recarono  al  santuario. 
L'aspetto  poi  della  vera  Croce,  già  na 
scosta  da'eristiaui  durante  l'assedio,  ecci- 
tò il  più  vivo  entusiasmo, e  fu  portata  po- 
scia in  trionfo  per  le  strade.  Propriamen- 
te la  strage  non  cessò  se  non  dopo  una 
settimana.  Una  barbara  politica  fondata 
su  diversi  gravi  ri  flessi, chiuse  i  cuori  alla 
pietà  e  fece  perire  tutti  i  mussulmani  su- 
perstiti, tranne  appena  i  saraceni  ricove- 
rati nella  torre  di  Davide  ,  e  i  destinati 
al  servizio  dell'esercito  e  a  seppellire  i  ca- 
daveri sfigurati  de' loro  amici  e  fratelli. 
Gli  uccisi  si  fanno  ascendere  a  70,000,  e 
gli  ebrei  perirono  tutti  in  mezzo  alle  fiam- 
me. CosìGerusalemme,  nello  spazio  d'al- 
cuni giorni,  presentò  ila  nuovo  spettacolo 
per  aver  cambiato  abitanti,  leggi  e  reli- 
gione. Mentre  i  fedeli  si  rallegrarono  con 
entusiasmo  della   couquista,  i  mussul- 
mani tutti  si  dierono  in  preda  alla  dispe- 
razione, e  dappertutto  si  sparse  la  coster- 
nazione. I  turchi  della  Siria  e  della  Per- 
sia,che  aveano  guerreggiato  contro  il  ca- 
liffo d'Egitto,  pianseroco* maomettani  sii- 


a8«  TUR 

ti  i  trionfi  de'cristiani,  e  gli  oltraggi  falli 
alla  religione  di  Maometto.  I  turchi  della 
Sìria,  gli  abitanti  di  Damasco  e  di  Bag- 
dad, riposero  le  ultime  speranze  in  A  bui 
Casein  caliiFo  d'Egitto,  da  essi  per  lun- 
go tempo  consideralo  nemico  del  profeta, 
e  andarono  in  folla  a  unirsi  alla  ma  oste 
che  movea  verso  Ascalona.  Ma  sebbene 
fosse  immensa  tale  moltitudine,  che  Dio 
solo  ne  sapeva  il  numero,  giusta  l'espres- 
sione degli  antichi  storici,  facilmente  da' 
crociati  fu  vinta  con  immensa  stinge, ed 
il  visir  Afdal,che  la  comandava,  a  stento 
con  poche  migliaia  si  salvò  nella  flotta  e- 
gizia.  11  bottino  preso  sul  campo  nou  è 
a  dire  quanto  fu  ricco  e  abbondante. 

Fondato  il  regno  latino  di  Gerusalem- 
me, nefuelettoai.°re  Raimondo  IV con- 
te di  Tolosa,  che  modestamente  ricusan- 
do tuie  onore,  e  sull'indicazione  da  lui 
falla,  gli  fu  sostituito  Goffredo,  il  quale 
per  venerazione  alla  città  dove  il  Salva- 
tore dì  tutti  era  stalo  coronato  di  Spine, 
solo  accettò  una  corona  di  paglia  o  di 
spine.  Goffredo  ebbe  a  successori  I  i  re, 
uno  de'quali,  Guido  di  Lusignano,  fon- 
dò il  regno  di  Cipro.  L'estensione  delle 
conquiste  de'  crociali  formò  vari  princi- 
pati e  contee  sovrane  nella  Palestina  e  Si- 
ria, i  principali  essendo  quelli  d' Antio- 
chia, di  cui  riparlai  a  Siria,  di  Edessa, 
di  7 ripoli  di  Fenicia,  di  Tiro,  Tolemai- 
de,  Sidone,  Berito  ed  altri  riferiti  a'pro- 
pri  luoghi.  1  franchi  profittando  della  vit- 
toria, ed  usandone  i  diritti,  ingrandirono 
il  tempio  del  s.  Sepolcro,  e  col  mezzo  di 
uuove  fabbriche  chiusero  nel  medesimo 
recinto  i  santuari  del  Calvario  e  della  pie- 
tra dell'Unzione.  A  custodia  del  s.  Sepol- 
cro, e  per  proleggere  i  pellegrini  ne'viag- 
gi  e  ospitarli,  furono  successivamente  isti- 
tuiti i  canonici  regolari  del  s.  Sepolcro, 
i  cavalieri  di  tal  nome,  e  gli  ordini  ospi- 
talari  ed  equestri,  Gerosolimitano  (que- 
sto ebbe  anteriore  il  suo  principio)  e  poi 
di  Rodi  e  Malta,  Templari,  di  s.  Lazza- 
ro, e  Teutonici  di  Monte  Gioia  o  Gau- 
dio (V.)  ec,  i  quali  resero  segnalati  sei'- 


TUR 

vigi  alla  Chiesa  e  all'umanità,  e  si  copri 
rono  di  gloria  nelle  battaglie  a  difesa  di 
Terra  Santa  contro  gli  sforzi  incessanti 
de'mussulmani  per  ricuperarla;  il  che  ad 
onta  del  costante  zelo  de'Papi  e  d*lle  di- 
verse crociate  da  loro  bandite  ,  ad  onta 
degl'immensi  sagrifizi  fatti  da  quasi  tut- 
te le  nazioni  cattoliche,  non  si  potè  con- 
servare, colpa  eziandio  le  fatali  e  intesti- 
ne discordie  insorte  non  meno  tra  gli  or- 
dini equestri,  che  tra'crociati  per  rivalità 
di  nazioni  e  d'individui,  e  diciamolo  pu- 
re, perambizione  di  potere.  Fu  per  le  cro- 
ciate che  furono  istituiti  i  patriarcati  di 
rito  latino  in  Gerusalemme  e  Antiochia, 
e  di  questi  pure  meglio  a  Siri  a, e  molti  ar- 
civescovati e  vescovati,  che  tutti  descrissi 
a'Ioro  articoli.  Di  più  in  Gerusalemme  e 
in  Antiochia,  e  al  modo  ivi  detto,  s'intro- 
dussero altri  patriarchi  di  riti  diversi, cat- 
tolici e  scismatici.  Le  guerre  combattute 
da'  1 2  re  di  Gerusalemme  successivamen- 
te contro  i  mussulmani,  califfi  e  sultani 
d'Egitto,  i  sultani  d'A  leppo  e  di  Damasco, 
in  quell'articolo  le  registrai.  1  nuovi  cro- 
ciati che  s'avviarono  neh  io3  per  l'Asia, 
tedeschi  e  lombardi,  dall'imperatore  A- 
lessio  1  furono  affidati  al  conte  di  Tolosa 
Raimondo  IV,  ma  essi  vollero  fare  la  stra- 
da del  Rorassan.  Oppressi  dalla  sete  e  dal- 
la stanchezza,  incontrarono  i  turchi  accor- 
si da  tutte  le  provincie  dell'Asia  Minore, 
della  Siria  e  della  Mesopotamia,  i  quali 
perseguitarono  tanto  i  cristiani,  che  li  co- 
strinsero alla  battaglia.  Questa  fu  vinta 
da'turchi  che  dispersero  i  crociati  e  poi 
ne  fecero  spaventevole  carnificina.  Un 
nuovo  esercito  guidato  da'conti  di  Nevers 
e  di  Bourges,  soggiacque  allo  stesso  fata- 
le disastro:  lutto  fu  preda  de'turchi,  do- 
po la  sanguinosa  vittoria  che  riportaro- 
no, non  senza  sospetto  di  connivenza  eoa 
Alessio  I.  Un  3.°  esercito  di  crociati,  che 
parimenti  si  dirigeva  per  Terra  Santa,  ca- 
pitanato dal  conte  di  Poitiers,  nella  Li- 
caonia  trovando  il  paese  devastato  dai 
turchi,  oppressi  dalla  sete  e  affranti  dai 
patimenti,  anch'essi  perirono  dalla  spa- 


T  UR 
da  de'turchi  miserabilmente  in  numero 
di  100,000.  h\  tal  maniera  disparvero  3 
glandi  eserciti  paragonabili  a  parecchie 
nazioni  in  armi.  Più  felici  erano  le  armi 
de  crocia  li  della  Palestina,  ove  continua- 
vano le  conquiste,  ed  il  terrore  da  loro 
inspirato  agl'infedeli  era  sì  grande, ch'essi 
non  più  osavano  disprezzai  e  i  loro  attac- 
chi. Invano  il  calilfo  d'Egitto  ordinava  ai 
suoi  emiri  chiusi  in  Ascalona  di  combat- 
tere i  franchi,  e  di  condurre  innanzi  a  lui 
incatenato  questo  popolo  mendicante  e 
vagabondo.  Sospinti  dalle  minaceedel  ca- 
liffo tentarono  un'incursione  verso  Team- 
la,  gi'  incontrò  il  re  Baldovino  1  cou  un 
puguodi  crociati  e  riportò  compita  vitto- 
ria neh  101;  ma  nel  1 102  fu  disfatto  da- 
gli egiziani  d'Ascalona,  e  solo  fu  salvato 
dalla  gratitudine  d'un  emiro  a  cui  avea 
restituito  la  moglie:  colla  battaglia  però 
riportata  a  Jalfa,  riparò  in  parte  le  pa- 
tite perdile.  Avendo  i  progressi  dell'armi 
cristiane  intimoriti  Abul  Manzor  Amer 
calilfo  di  Egitto  e  Mostadher  califfo  di 
Bagdad,  fu  dato  a  tutti  i  popoli  mussul- 
mani il  segnale  d'una  guerra  sagra,  e  to- 
sto fu  adunato  un  esercito  innumerevo- 
le. Baldovino  I  nel  1  1  1  2  l'affrontò  a  Ge- 
nezarelh,e  il  valore  de'cristiani  non  po- 
tè trionfare  nella  terribile  battaglia  del 
numero  de'  mussulmani,  i  quali  fecero 
strage  di  essi,  senz'ai  tre  conseguenze.  Per 
un  istante  Baldovino  I  si  collegò  nel  1  1  i4 
con  Togli  teghiu  sultano  di  Damasco,  e 
servi  a  deviare  le  forze  contro  di  lui  uni- 
te dal  sultano  di  Mossul  e  dal  calilfo  di 
Bagdad,  e  liberar  la  Siria  da  un'invasio- 
ne. Nel  1  1  igilcaliffo  d'Egitto  Abul  Man- 
zor fece  una  nuova  spedizione  comanda- 
ta dal  sultano  d'Aleppo  Ylgazi,  il  più  fe- 
roce de'guerrieri  mussulmani,  e  riportò 
vittoria  ad  Artesia  contro  i  signori  d'Au- 
tiochia,  di  Tripoli  e  d'Edessa,  e  il  nuovo 
re  Baldovino  II.  Questo  però  preceduto 
dalla  vera  Croce  attaccò  poi  Ylgazi  a  Da- 
nitzelo  sbaragliò  interamente.  A  soste- 
nere le  conquiste  de'crociati,  il  Papa  Ca- 
listo II  nel  concilio  di  Lacerano  /,  cele- 


TUR  281 

brato  ne\i  123,  fece  decretare  soccorsi  e 
aiuti.  Continuando  l' indicazione  crono- 
logica de'califìi  arabi  successori  di  Mao- 
metto, dirò  che  nel  1  1  1 8  lo  divenne  Mo- 
starched,  e  poco  dopo  Masud  sultano  dei 
turchi  selgiucidi  d'Iconio  ruppe  guerra  a 
Giovanni  Comneno  imperatore  greco,  il 
quale  avea  debellato  i  turchi  pattinaci, 
che  dal  Danubio  eransi  sparsi  a  devasta- 
re la  Tracia.  Le  sue  armi  sarebbero  sta- 
te vittoriose  anche  contro  i  turchi  d'Ico- 
nio, se  il  suo  terzogenito  Isacco  non  si 
fosse  fatto  maomettano  per  isposarelafì- 
glia  delsuIlano,per  cui  lo  privò  della  suc- 
cessione eventuale  all'impero:  nondime- 
no gli  riuscì  d'obbligare  alla  pace  i  tur- 
chi d'Iconio,  e  conservando  apparente  a- 
ixkicizia  co'crociati,  si  pose  d'accordo  coi 
mussulmani  per  distruggerli.  Nelli 2 &i 
crociati  conquistarono  Tiro,  ed  avendo- 
vi contribuito  i  veneziani  colla  flotta,  se- 
condogli  accordi,  fu  loro  concessa  una3.a 
parte  della  città,  con  propria  chiesa  e  tri- 
bunale. Neh  1  35  fu  calilfo  Rasched,  cui 
successe  neh  1 36  Moctafì.  Intanto  Ema- 
deddinZenghi  I  sultano  d'Aleppo  e  di  Ni- 
nive,  assediò  Edcssa  e  la  prese  a'erocia- 
ti,  con  dolore  di  Papa  Lucio  II;  avveni- 
mento che  risvegliò  l'ardore  d'una  nuo- 
va crociata,  onde  ebbe  luogo  nel  1  1 45  la 
2/  Crociata,  poiché  tutta  la  Palestina  era 
minacciata  da'mussuluiani.  Papa  Euge- 
nio III  la  fece  promulgare  colle  solite  in- 
dulgenze, ed  alla  testa  vi  si  posero  Cor- 
rado III  imperatore de'rornaui  e  Lodovi- 
co VII  redi  Francia;  non  può  ridirsi  quan- 
te insidie  e  sevizie  usò  co'crociati  Ema- 
nuele Comneno  imperatore  de'greci,  tut- 
te fatte  colla  più  fina  ed  esecrabile  simu- 
lazione. Alla  perfidia  de'greci,  e  alla  pro- 
dezza di  Nureddin  Mahmud  sultano  d'A- 
leppo, oltre  la  difesa  che  di  Damasco  fe- 
ce il  suo  sultano  Mogir  Eddin  ,  si  deve 
l'infelice  riuscita  di  questa  crociata,  non 
che  alle  altre  cause  che  notai  al  suo  ar- 
ticolo. Rimase  Baldovino  III  re  di  Geru- 
salemme esposto  allearmi  formidabili  dei 
mussulmani,  e  si  misurò  cou  Nunediu,che 


aSa  T  U  R 

cominciava  a  pone  le  fondamenta  d'un 
impero,  dopoil  conquisto  di  Damasco  nel 
i  i54,  destinato  ad  annientare  le  colonie 
cristiane  dell'Asia.  Nel  i  1 60  fu  califfo  Mo- 
stanged,  ed  ebbe  a  successori,  nel  1  170 
IWoslhadi,  e  neh  180  Nasser  che  regnò 
lungamente,  Prima  di  quest' ultimo,  A- 
maury  1  re  di  Gerusalemme  guerreggiò 
Adhed  califfo  d'Egitto,  che  ricusava  pa- 
gare il  tributo  a  cui  era  stalo  obbligalo 
da'eroeiali;  iodi  esseudo sialo  soddisfallo, 
tlovè sostenerlo  contro  ii  bellicoso  [furati* 
dio.  Invaghitosi  poi  dell'Egitto,  ne  tentò 
il  conquisto;  ma  il  calilFo  collegalosi  con 
Nureddin,  il  re  fu  costretto  abbandonar 
l'impresa;  menlre  Nu  redditi  profittando 
dell'occasione,  nel  1  1  7  1  occupò  l'Egitto  e 
ne  divenne  sultano,  terminando  con  Ad- 
lied  i  califfi  Fu  li  miti.  Il  potentissimo  No* 
reddio  sultano  d'  Egitlo  ,  Aleppo  e  Da- 
masco morì  nel  1  1  74;  nell'Egitto  gli  suc- 
cesse il  famoso  Saladino,  in  Aleppo  e  Da- 
masco Malek  el-Saleh-Ismail,  a  cui  Sa- 
ladino neh  174  tolse  Damasco.  Malek  eb- 
be a  successori  in  Aleppo,  neh  181  Az- 
zeddiuMasud  e  nel  1  1 82  EmadeddinZen- 
ghi  li,  al  quale  neh  1 83  conquistò  Alep- 
po il  valoroso  Saladino.  Divenuto  questi 
tanto  possente,  subito  attaccò  il  regno  di 
Gerusalemme,  piccolo  a  confronto  de'suoi 
vasti  domimi.  Gli  stali  de' crociali  Ialini 
d'Asia  essendo  in  decadenza,  Baldovino 
IV  redi  Gerusalemme  implorò  i  soccor- 
si de'cristiani  d'occidente,  e  non  conse- 
gni che  promesse.  Saladino  invase  la  Pa-. 
leslina,  ma  reslò  sconfino  dal  re. ad  A- 
scaloiia.  Irritalo  di  vergogna  il  sultano, 
desolò  le  provineie  del  regno.  Divenuto 
le  Guido  di  Lusignauo,  assediò  in  Tibe- 
riade  Raimondo  III  conte  di  Tripoli,  il 
quale  per  disperazione  si  collegò  con  Sa- 
ladino. Indi  pentitosi,  giurò  ili  combat- 
terlo insieme  col  re,  roeutre  Saladino  vin- 
se la  celebre  battaglia  di  Tiberiade,  già 
impadronitosi  della  città:  i  due  eserciti  pu- 
gnarono uel  luglio  1  187  nella  pianura  di 
Baltouf,  Guido  restò  prigione,  trionfan- 
doSaladiuoco'suoisaraceui;il  eguale  s'ito* 


TUR 

padroni  poscia  di  quasi  tutta  la  Palestina, 
e  di  Gerusalemme  a'2  ottobre,  ove  com- 
mise contro  i  santuari  le  deplorabili  ini- 
quità narrate  dall'annalista  Rinaldi.  Al- 
tri storici  non  sono  in  ciò  d'accordo,  poi- 
ché essendosi  la  città  resa  a  patti,  Stala* 
dino  seguendo  l'esempio  del  califfo  Omar 
1  ,  raccontano  che  usò  moderatamente 
della  vittoria  ,  osservando  la  legge  del- 
l'islamismo  a  riguardo  delle  nazioni  vin- 
te. I11  virtù  della  quale  tìgli  lasciò  acat- 
tolici latini,  co'quali  era  stata  fatta  la  ca- 
pitolazione, l'uso  di  tutti  i  santuari ,  dei 
quali  essi  erano  in  possesso. Perciò  i  cano- 
nici regolari  del  s.  Sepolcro  e  gli  altri  re- 
ligiosi latini,  preposti  all'ufficiatura  e  al- 
la custodia de'Luoghi  Santi,  continuaro- 
no come  per  ('addietro  ad  esercitarvi  li- 
beramente esenza ostacolo  le  funzioni  del 
loro  culto,  senza  chede'greci  siafalla  dal- 
la storia  alcuna  menzione.  Inoltre  a'ea- 
valieri  gerosolimitani  fu  permesso  rima- 
nere nella  loro  chiesa  e  spedale  per  sol- 
lievo de'pellegrini,  poveri  e  infermi,  quan- 
tunque quali  religiosi  militari  aveauo  a- 
vóto  sempre  parte  nelle  guerre  combat- 
tute. Le  altre  chiese  furono  cambiate  in 
moschee.  Parecchi  moderni  scrittori  han- 
no contrapposta  la  generosa  conciona  di 
Saladino,  a' fatti  ributtatiti  avvenuti  al- 
lorquando i  crociali  entrarono  per  lai/ 
volta  in  Gerusalemme:  non  devesi  però 
dimenticare  che  i  cristiani  offersero  di  ca- 
pitolate e  di  venir  a  patti  co'saraceni,  ma 
che  questi  sostennero  un  lungo  assedio  con 
fanatica  ostinazione,  e  che  i  compagni  di 
Goffredo,  ch'erano  in  paese  sconosciuto  e 
circondato  da  popoli  nemici,  presero  la 
città  d'assalto  dopo  aver  superato  infini- 
ti pericoli,  e  tollerati  mali  d'ogni  genere. 
1  primi  crociati,  dopo  la  conquista  di  Ge- 
rusalemme, aveauo  ancora  a  temere  i 
mussulmani  della  Siria  e  dell'  Egitto,  e 
questo  timore  li  rese  barbari.  Altri  parti- 
colari di  Saladino  si  ponno  leggere  ne' voi. 
XXX,  p.  68,  XXXIII,  p.107.  Guido  ri- 
nuuziato  il  titolo  di  re  (li  Gerusalemme, 
ottenne  la  libertà;  e  Papa  Urbano  III  mo- 


TUR 

lì  di  cordoglio  alla  notizia  dell'espugna- 
zione di  Gerusalemme,  mentre  eia  inFer- 
rara  reduce  da  Venezia, in  cui  si  adoprò 
a  mettere  in  ordine  l'armala,  che  dovea 
soccorrere  i  cristiani  d'Asia.  Tutta  l'Eu- 
ropa fu  immersa  nella  costernazione,  e  il 
nuovo  Papa  Gregorio  Vili  subilo  si  ap- 
plicò al  ricupero  di  Gerusalemme,  fece 
pubblicare  la  3/  Crociata,  ed  esortò  i  fe- 
deli a  prendere  la  croce,  intimando  per 
5  anni  il  digiuno  nel  mercoledì  per  iuvo- 
ctir  il  divino  aiuto.  Il  successore  Clemen- 
te III  nel  i  188  inviò  legati  a're  di  Fran- 
cia e  d'Inghilterra  per  farsi  crociali,  e  l'ot- 
tenne insieme  all'imperatore  de'romani 
Federico  I,  che  presso  Costantinopoli  es- 
sendo attaccato  dal  fedifrago  Isacco  li  im- 
peratore greco,  fece  questi  ben  pentire  del 
suo  ardire.  I  crociati  vinsero  i  turchi  d'I- 
conio, la  qual  città  tolsero  al  sultano  Ki- 
lidge  Arslan  II.  Conquistando  Federico  I 
la  Cilicia,  perì  nel  fiume  Selef;  scoraggia- 
ti i  cristiani,  in  parte  disertarono.  Tutta- 
via gli  altri  crociati  ottennero  de' vantag- 
gi, e  Riccardo  II  re  d'Inghilterra  nel  1  192 
alla  testa  di  100,000  crociati  riportò  pres- 
so Arsur  una  segnalata  vittoria, su3oo,ooo 
mussulmani  capitanati  da  Saladino,  a  cui 
prese  molte  piazze.  Mentre  Riccardo  II  si 
accingeva  all'assedio  di  Gerusalemme, 
dove  Saladino  erasi  fortificato,  vedendo- 
si abbandonato  da'duchi  d'  Austria  e  di 
Borgogna,  e  perciò  sproporzionato  il  nu- 
mero de'  superstiti  crociati  alle  forze  del 
sultano,  neli  192  volle  tornare  in  Euro- 
pa. Laonde  concluse  un  trattalo  con  Sa- 
ladino, di  tregua  per  3  anni  e  8  mesi,  du- 
rante la  quale  Gerusalemme  sarebbe  a- 
perla  alla  divozione  de'cristiani  in  picco- 
li drappelli,  e  lasciati  essi  tranquilli  pos- 
sessori della  costa  marittima  da  Jaffa  o 
Joppe  sino  a  Tiro,  insieme  a  Tolemai- 
de  o  Acri  e  ad  Ascalona.  Nel  1 1 93  a'  1 3 
marzo  morì  il  possente  Saladino,  e  gli  suc- 
cesse il  sultano  Malek-el-Aziz-Otmau  ; 
onde  i  cristiani  di  Palestina  concepirono 
buoue  speranze,  vedendosi  liberati  da  un 
formidabile  uemico,  che  avendo  diviso  i 


T  U  R  283 

propri  stati  tra'  12  suoi  figli,  la  loro  po- 
tenza si  aflievolìjma  però  non  polevauo  do- 
mandar soccorsi  dall'occidente  per  la  con- 
venuta tregua.  Venuto  di  ciò  in  cognizio- 
ne Papa  Celestino  III,  scrisse  a  tutta  la 
cristianità  nel  1  iq5  pubblicando  la  4-* 
Crociata,  alla  cui  testa  si  pose  l'impera- 
tore Enrico  VI,  benché  rimase  in  Germa- 
nia. Marciarono  3  corpi  in  Palestina,  il 
2.0  de'quali  con  Maria  regina  d'Unghe- 
ria ruppe  la  tregua,  essendo  sultani  Ma- 
lek-el-Mansur,  eMalek-Adel-Seiffeddin  fi- 
gli di  Saladino.  Avendo  i  crociati  comin- 
ciate le  devastazioni, Malek-Adel  fece  mas- 
sacrare tutti  i  cristiani  ch'erano  in  suo  po- 
tere, e  presa  Joppe  d'assalto  ne  passò  a 
fìl  di  spada  20,000.  Giunti  gli  altri  cro- 
ciati, riportarono  sul  crudele  sultano  vit- 
toria, e  molte  città  caddero  in  loro  pote- 
re. Mentre  divisavano  passare  a  Gerusa- 
lemme, le  discordie  divisero  i  capi,  onde 
riuscì  a  Malek-Adel  di  compiutamente 
vincerli  nella  battaglia  di  Joppe;  e  giuuta 
poi  nel  1  197  la  nuova  della  morte  d'En- 
rico VI,  i  tedeschi  vollero  ripatriare,  ri- 
manendo in  Palestina  la  regina  Maria,  e 
il  conte  di  Montfort  co'francesi,  il  quale 
fece  una  tregua  di  3  anni.  Desolati  e  af- 
flitti i  cristiani  di  Palestina,  ueh  198  fu 
eletto  Papa  il  magnanimo  Innocenzo  III 
(K),  e  fu  prima  sua  cura  di  riauimar 
l'ardore  delle  crociale;  impegnò  le  repub- 
bliche di  Venezia,  Pisa  e  Genova  ad  at- 
taccare gl'infedeli  per  mare  e  a  fornir  va- 
scelli pel  trasporto  de'  crociati,  e  dapper- 
tutto fece  bandire  la  5.a  Crociata;  indi 
seguì  uno  speciale  accordo  tra'crociati  e 
i  veneti,  pel  loro  trasporto  in  Egitto,  vo- 
lendosi da  questo  cominciar  l'impresa  per 
non  rompetela  tregua.  Però  l'impresa  fu 
interrotta  con  dolore  d'Innocenzo  1 1 1,  poi- 
ché gli  altri  crociati  imbarcatisi  in  Mar- 
siglia, giunti  in  Terra  Santa,  invano  pel 
loro  numero  ne  tentarono  la  conquista, 
respinti  dal  sultano  Abubeer  Salatini.  La 
flotta  veneta  portò  i  crociati  a  Zara  per 
ricuperarla  alla  repubblica;  e  giuuta  in 
Costantinopoli,  Alessio  ili  che  ueli2o3 


284  E  U  R 

era  stalo  deposto,  invocò  con  grandi  pro- 
messe il  soccorso  loro  per  essere  ristabi- 
lito. Tutto  contro  le  precise  ingiunzioni 
d'Innocenzo  lll,cheavea  proibito  rivol- 
ger l'anni  crociale  contro  i  cristiani.  Ma 
i  crociali  tratti  da  cupidìgia  di  dominio, 
invece  di  conquistar  Gerusalemme,  nel 
1204  tolsero  »' greci  Costantinopoli,  sia 
per  vendicarsi  dc'lanli  ostacoli  da  essi  lo- 
ro incessantemente  fatti  nelle  precedenti 
crociate,  sia  per  credere  che  ciò  avrebbe 
facilitato  la  conquista  stabile  de' Luoghi 
Santi.  1  francesi,  i  fiamminghi,  i  venezia- 
ni, il  conte  di  Monferrato  si  divisero  la 
olla  e  l'impero,  al  modo  narrato  anche 
nel  \ol.  XV  III,  p.  292;  fondarono  l'im- 
pero Latino  di  Costa  itti  no  pò  li  (Z7.),  ed 
elessero  imperatore  Baldovino  I  conte  di 
Fiandra  e  d'Hainaut.  Indi  ottennero  che 
Innocenzo  111  stabilisse  e  consagrasse  il 
patriarca  Ialino  di  Costantinopoli.  In  pa- 
ri tempo  i  principi  greci  fondarono  i  pic- 
coli imperi  diNicea  e  di  Trebisonda(F.), 
finché  dopo  6  imperatori  latini  nel  1261 
si  ripristinò  il  greco,  continuando  a  sus- 
sistere quello  di  Trebisonda.  Teodoro  La- 
scaris  imperatore  di  Nicea  nel  1209,  con 
2000  cavalieri  e  800  latini  valorosissimi, 
assali  lutatine  principe  de'turchi  che  ne 
conduceva  20,000,  e  mozzatogli  il  capo 
Jo  fece  porre  sopra  un'asta  aguisa  di  tro- 
feo. Innocenzo  III  non  cessando  di  far  sen- 
tire la  sua  voce  in  lutto  il  cristianesimo 
per  la  sagra  guerra  di  Palestina,  nel  1  2  1  3 
fece  predicare  la  6."  Crociata;  ma  i  prò-  ' 
gressi  degli  eretici  albigesi  di  Tolosa,  e 
de'mori  saraceni  nella  Spagna,  oltre  le 
guerre  fra  diversi  principi,  resero  questi 
e  i  popoli  indifferenti  alle  lagrime  del  grati 
Pontefice  ,  per  veder  abbandonati  i  cri- 
sliani  di  Palestina, ove  non  erano  loro  re- 
state che  Tiro,  Tolemaide  e  qualche  al- 
tro luogo,  e  col  timore  sempre  di  perder- 
le. Egli  approvò  il  meraviglioso  ordine 
Francescano  ,  a  cui  tosto  fu  a  Aida  la  la 
custodia  del  s.  Sepolcro,  col   Guardia- 
no del  s.  Sepolcro  (}'.),  onde  i  france- 
scani Ialini  fino  da'  primi  anni  del  secolo 


TUR 
XIII  vantano  sì  preziosa  prerogativa,  rico- 
nosciuta dagli  stessi  sultani  antichi,  con 
quella  di  altri  Santi  Luoghi  di  Gerusa- 
letnmej  e  fors'anche  vi  aprì  alcun  con- 
vento il  glorioso  s.  Francesco  loro  istitu- 
tore, allorché  si  recò  in  Damiata,  e  dai 
sultani  di  Babilonia  e  d*  Egitto  o  meglio 
de'turchi  d'  Iconio.  Noterò,  quanto  alla 
custodia,  giurisdizione  e  prerogative  del 
minore  osservante  p.  guardiano  del  s.  Se- 
polcro, che  ne  riparlai  ne'vol.  XXX,  p. 
34,  4o  e  58,  LXIV,  p.  82  e  83,  per  lo 
slato  presente.  La  detta  crociata  fu  la  più 
lunga  di  tutte,  perchè  rinnovala  da  In- 
nocenzo III  nel  concilio  generale  di  /al- 
terano IV,  continuò  ne'pontificati  diO- 
riorio  IH  e  Gregorio  IX.  Questi  due  Pa- 
pi costrinsero  l'imperatore  de'romaui  Fe- 
derico II  a  mantenere  il  giuramento  di 
portarsi  in  Palestina,  il  che  non  eseguen- 
do e  per  perseguitar  la  Chiesa  fu  scomu- 
nicato. Vi  si  recò  poi  invitato  a  impadro- 
nirsi diGerusalemme,ad  istanza  di  Malek- 
el-Ramel  sultano  d'Egitto;  ma  Gregorio 
IX,  olire  l'aver  invialo  missionari  per  la 
conversione  de'ifiussulniani,  non  fidan- 
dosi più  dell'  ingrato  Federico  II  e  spa- 
ventalo dell'alleanza   col   mussulmano, 
procurò  impedirne  l'effetto,  per  cui  i  cri- 
stiani di  Gerusalemme  non  videro  in  lui 
che  uno  scomunicato  e  quasi  un  rinega- 
to, comechè  ubbidienti  alla  s.  Sede  che 
sempre  dirigeva  quanto  avea  relazione  al 
possesso  de' Luoghi  Santi.  Osò  donare  al 
sultano  quella  sagvaSpada (^.),che  Gre- 
gorio IXaveagli  donato  per  combatter- 
lo. Interdetti  i  Luoghi  Santi  dal  patriar- 
ca, dovè  Federico  11  da  se  proclamarsi  re 
e  coronarsi.  Federico  li  dopo  aver   con 
infiline  patto  tradito  gli  all'ari  de'cattolici, 
perchè    non   vi  comprese  il   principato 
d'Antiochia  e  la  contea  di  Tripoli,  veden- 
dosi da  tutti  esecrato,  nel  inaggio  1229 
fuggì  nascostamente  da    Gerusalemme, 
per  quanto  narrai  in  quell'articolo,  no- 
tando pure  che  il  da  lui  convenuto  in  fa- 
vore de'sanluari  non  fu  osservato  da'mus- 
suloaani  che  in  piccola  parte.  Nel  1 225  era 


TUR 

divenuto  califfo  Daher,  successo  neh  226 
da  Mostanser  e  nel  1243  da  Mostazem 
che  fu  l'ultimo  califfo  Abbasside  e  l'ul- 
timo successore  di  Maometto  nel  califfa- 
to, poiché  nel  1 2.58  prese  Bagdad  sua  re- 
sidenza Hulagu  Kan  principe  mongolo  di 
Tartaria,  ceppo  della  dinastia  persiana 
de'discendenti  del  famoso  conquistatore 
Gengis-Kan,  il  quale  neh  225  erasi  im- 
padronito della  Persia  cacciandone  i  sul- 
tani dì  Ka risma  o  turchi  selgiucidi;e  poi 
nel  1 260  avendo  vinto  Ma  lek  el  NaserYu- 
suf  sultano  di  Damasco,  riunì  il  paese  ai 
suoi  domimi.  Gli  storici  fanno  derivare 
Gengis-Kan  da'  turchi  o  tartari  d'  Asia, 
il  quale  comandava  ai  tartari  oguziani 
quando  nel  1 200  fece  la  conquista  del  Mo- 
gol e  della  Persia,  e  sulle  rovine  di  que- 
st'ultima innalzò  quel  nuovo  impero  che 
comprese  tutto  1'  oriente  conosciuto  dai 
greci. Allorché  morì  nel  1  2 24, uno  de'suoi 
figli  gli  successe  in  Persia  ,  un  altro  nel 
Mogol,  un  3.°  in  una  parte  della  Tarla- 
rla :  i  suoi  governatori  si  appropriarono 
il  resto  dell'impero  e  si  dichiararono  in- 
dipendenti. L'esito  della  6.a  Crociata  fu 
infelice,  per  colpa  di  Federico  II,  onde  i 
francesi  e  gì'  inglesi  per  la  discordia  dei 
crociati,  concluso  un  trattato  con  Malek 
Adel  sultano  d'Egitto,  pel  pacifico  ritor- 
no de'cristiani  di  Palestina  a  Gerusalem- 
me, partirono  per  le  loro  case.  Frattan- 
to i  principi  degli  stati  crociati  che  anco- 
ra sussiste  vano, essendosi  alleati  con  quel- 
li mussulmani  di  Siria,  contro  Malek  Sa- 
lek  sultano  d'  Egitto,  questi  per  vendi- 
carsi chiamò  i  turchi  selgiucidi,  cioè  i  ka- 
rismiani  abitatori  delle  frontiere  della 
Tartaria-Mogol,  ad  invadere  la  Palesti- 
na ;  che  difatti  fu  posta  a  soqquadro  da 
loro,  occupando  pure  Gerusalemme,  ove 
commisero  ogni  crudeltà  ,  e  sconfìssero 
neh  244  interamente  i  cristiani  a  Gaza. 
Papa  Innocenzo  IV  commosso  da  tante 
sciagure,  nel  concilio  generale  di  Lione 
I,  nel  1245  depose  Federico  II  e  determi- 
nò la  7."  Crociata  di  Palestina;  per  essa 
fu  eletto  generale  s.  Luigi IX  re  di  Fran- 


T  U  R  285 

eia,  il  quale  giunse  colla  flotta  a  Danna- 
ta neh  249,  che  subito  abbandonarono 
i  maomettani.  Quindi  determinasti  l'in- 
vasione dell'Egitto,  ove  riportarono  i  cro- 
ciati de'segnalati  vantaggi,  ma  neli25o 
fu  fatto  prigione  il  re  a'5  aprile.  Si  con- 
venne poi  al  riscatto  e  alla  tregua  di  io 
anni  col  sultano  Malek-el-Ascraf-Musa. 
I  turchi  desolando  il  principato  d'Antio- 
chia e  i  suoi  dintorni,  Papa  Alessandro 
IV  neh  256  invitò  i  cristiani  ad  accorre- 
re Hi  aiuto  de'cristiani  di  Palestina.  Di- 
poi Bibar  I  Bondacar  sultano  d'Egitto 
occupando  varie  città  de' latini  e  rovi- 
nando Tiro,  nel  1266  espugnò  Cesarea, 
JafFa  e  Antiochia,  facendo  trucidare  chi 
ricusava  di  rendersi  maomettano;  non  re- 
stando ormai  delle  colonie  crociate  che 
Tolemaidee  Tripoli  di  Fenicia,  s.  Luigi 
IX  si  risolvette  di  tornare  alla  crociata. 
Papa  Urbano  IV  beneficò  Terra  Santa, 
e  il  successore  Clemente  IV  fece  promul- 
gare l'8/  Crociata,  di  che  feci  pure  ri- 
cordo nel  voi.  XXXIII,  p.  io3  e  seg.,  in- 
sieme a 'soccorsi  dati  da  altri  Papi  a 'San- 
ti Luoghi,  e  all'autorizzazione  delle  que- 
stue pubbliche  a  vantaggio  e  pel  mante- 
nimento de'medesimi.  Il  re  partì  nel  1270 
e  approdò  a  Tunisi  (V.)  ài  Barbai  ia,  per 
poi  passare  in  Palestina,  ma  colpito  dal- 
la peste  vi  perì  a' 25  agosto.  Il  suo  fra- 
tello re  Carlo  I  sottentrò  al  comando  dei 
crociati,  combattè  e  vinse  il  re  di  Tuni- 
si, e  lo  fece  tributario  della  Sicilia.  Ta- 
le in  certo  modo  fu  la  fine  dell'ultima 
delle  principali  crociate  d'oriente  contro 
i  mussulmani,  sì  per  la  morte  fatale  di 
s.  Luigi  IX,  e  sì  per  la  lunga  vacanza  del- 
la Sede  apostolica.  Non  per  questo  del  tut- 
to cessarono  le  crociale  e  gì'  incessanti 
sforzi  de'Papi  in  favore  di  Terra  Santa,  e 
per  reprimere  l'ingrandimento  de'mus- 
sulmani  per  la  quiete  e  integrila  d'Eu- 
ropa. Mentre  Teobaldo  Visconti  era  le- 
gato della  s.  Sede  in  Acri  o  Tolemaide, 
benché  non  insignito  del  cardinalato,  fu 
neh  271  eletto  Papa  e  prese  il  nome  di 
Gregorio  X.  I  cristiani  di  Siria  coucepi- 


aSG  T  V  R 

rono  le  più  liete  speranze,  poiché  il  nuo- 
vo Pontefice  era  stato  lungamente  testi- 
monio de'  loro  .pericoli  e  miserie,  aven- 
dovi condotti  i  (Visoni,  e  che  avrchhe  a- 
doperata  tutta  In  stia  possanza  per  soc- 
correrli. Gregorio X  prima  di  partire  glie- 
lo promise  in  un  discorso.  Infiliti  giunto 
in  occidente,  da  vari  principi  e  dalle  re- 
pubbliche di  Venezia,  di  Pisa  e  di  Geno- 
va ottenne  soccorsi  che  inviò  a  Tolemai- 
de.  Essi  pero  erano  ben  lungi  dal  corri- 
spondere a*  bisogni  e  alle  speranze  delle 
superstiti  e  pericolanti  colonie  cristiane; 
per  cui  Gregorio  X,  risoluto  di  far  par- 
tecipare a 'suoi  disegni  l'intera  cristianità, 
convocò  a  quest'effetto  il  concilio  genera- 
le di  Lione  II,  e  nel  i  274  vi  si  trovarono 
gli  ambasciatori  di  quasi  tutti  i  principi. 
Quelli  peròche  ivi  attirarono  maggior- 
mente l'attenzione  de' fedeli ,  furono  gli 
ambasciatori  e  i  principi  tartari  inviati 
da  Abaka  Ran  possente  capo  de' tartari 
mongoli,  successore  d'Hu'agu-Ran  della 
dinastia  persiana  di  Gengis-Ran,  per  con- 
trarre un'alleanza  contro  i  mussulmani. 
Parecchi  di  que'principi  tartari,  ricevet- 
tero il  battesimo  dalle  mani  del  Papa,  o 
dal  cardinal  vescovo  d'Ostia  poi  Inno- 
cenzo V;  il  che  da'eristiani  fu  preso  a  si- 
curo pegno  delle  divine  pi  omesse,  riguar- 
dando il  kan  come  un  altro  Ciro  susci- 
lato  dal  cielo  per  distruggere  babilonia 
e  liberar  Gerusalemme;  tanto  più.  che  i 
cristiani  di  Palestina  aveano  chiamato  in 
loro  soccorso  i  tartari  ,  i  quali  in  molte 
grandi  escursioni  aveano  oppresso  i  sara- 
ceni. Gregorio  X  scrisse  ad  Abaka  per  e- 
sortarlo  ad  abbracciare  il  cristianesimo, 
e  promise  di  mandargli  ambasciatori  pri- 
ma che  avesse  luogo  la  spedizione.  Nel 
concilio  si  convenne  all'intrapresa  duna 
nuova  crociata,  e  che  per  un  decennio  si 
leverebbe  la  decima  su  tutti  i  beni  eccle- 
siastici. Michele  Paleologo  imperatore  dei 
greci,  che  finalmente  erasi  riunito  alla 
chiesa  latina,  con  professione  di  fede  che 
non  tardò  ad  essere  smentita,  promise  che 
avrebbe  mandato  soldatesche  per  libera- 


TUR 


1 


re  il  retaggio  di  Cristo.  II  Papa  riconob- 
be il  nuovo  re  de'romani  Rodolfo  I  d'Ab- 
sburg,  a  condizione  che  sarebbe  andato 
in  Palestina  alla  testa  d'  un  esercito.  A. 
malgrado  di  lnttociò,la  maestà  d'un  con- 
cilio, le  decisioni  e  l'esortazioni  del  Pon- 
tefice e  di  più  di  1000  prelati,  non  val- 
sero a  risvegliare  l'entusiasmo  de'fedeli. 
Mortoil  lernbileBibar  I  sultano  d'Egitto, 
mentre  si  proponeva  d'assediar  Tolemai- 
de,  nel  1277  gli  successero  Bereke  Ran 
Said  e  Selamese,  ma  ben  presto  Relaun 
Malek-el-Mansur,  il  più.  valoroso  degli  e- 
miri,  nel  1279  usurpò  la  suprema  auto- 
rità, favorito  da'  famosi  Mammalucchi 
(/".),  divenuti  ormai  nell'Egitto  quello 
che  poi  furono  a  Costantinopoli  i  turbo- 
lenti gianniz7eri.  Bibar  1  avea  comincia- 
to la  rovina  de'cristiani,  Relaun  non  a- 
vrebbe  tardato  a  compierla,  se  non  aves- 
se dovuto  combattere  con  un  nemico  for- 
midabile, ausiliare  de'  Ialini.  Conviene 
sapere,  che  fino  dal  principio  del  seco- 
lo XII, orde  innumerevoli  conosciute  sot- 
to il  nome  di  turchi,  inondarono  inces- 
santemente le  ricche  contrade  della  Siria, 
venendo  da  Mossul, dalle  rive  del  Cappio, 
dal  Curdistan  e  dalla  Persia.  Queste  or- 
de spaventevoli  aveano  abbracciato  l'isla- 
mismo, e  il  fanatismo  mussulmano  le 
spingeva  a  fare  una  guerra  implacabile  a' 
cristiani, come  sono  andato  accennando. 
Verso  il  cominciai  del  secolo  XIII  mutò 
la  scena.  Tutte  le  nazioni  turche  che  do- 
minarono dall'Enfiate  all'  Oxo,  furono 
vinte  e  disperse  da  Gengis-Ran  e  suoi  suc- 
cessori tartari  mongoli  ,  come  pure  già 
notai.  Il  califfato  di  Bagdad,  ch'era  il  le- 
game di  tutte  queste  potenze,  venne  egli 
pureannientato  nel  1 258  da Hulagu-Ran. 
Non  trovando  i  tartari  mongoli  più  nes- 
suna barriera  ,  penetrarono  nella  Meso- 
polamia,  nell'Asia  Minore  e  nella  Siria. 
Pur  non  avendo  essi  abbracciato  il  mao- 
mettismo e  fino  allora  combattuto  i  soli 
mussulmani,  mostra ronsi  disposti  d'unir- 
si alle  colonie  cristiane,  come  alleati  de 
capi  della  Giorgia,  della  piccola  Armenia 


T  U  R 

e  ili  altri  slati  cristiani.  Adunque  te  po- 
tenze mussulmane  che  dominavano  in  Si- 
ria e  in  Egitto,  ebbero  a  un  tempo  da 
combattere  tartari  e  latini,  ii  che  contri- 
buì a  mantenere  per  qualche  tempo  i  de- 
boli avanzi  della  potenza  derivata  dalle 
crociate  in  Asia.  Tuttavia  i  tartari  non 
poterono  trionfare  della  milizia  discipli- 
nata de'mammalucchi  e  della  politica  de' 
sultaui  d'Egitto,  per  cui  non  riuscì  loro 
di  penetrale  in  quella  regione.  Se  la  for- 
tuna avesse  favorite  le  loro  armi,  devesi 
credere  che  più  tardi  avrebbero  abbrac- 
ciato il  cristianesimo,  e  fin  d'allora  l'o- 
riente forse  avi  ebbe  interamente  cambia* 
biato  faccia.  Appena  Rei  a  un  salì  sul  tro- 
no d'Egitto,  co'inammalucchi  presso  E- 
messa  riportò  sui  tartari  una  vittoria  de- 
cisiva, che  incusse  timore  a  lutti  gli  stati 
cristiani.  Tultavolta  il  sultano  si  arrese 
alle  preghiere  del  conte  di  Tripoli,  e  de' 
cavalieri  gerosolimitani  e  templari  che  gli 
domandarono  pace,e  andò  a  sfogar  la  sua 
collera  sugli  stati  del  re  d'Armenia,  pera- 
ver  chiamato  in  Siria  i  mongoli. L'accorto 
Relaun  acconsentì  a  una  nuova  tregua 
co'latini,  col  vergognoso  patto  di  doverlo 
avvisare  dell'ari  ivo  degli  eserciti  cristiani 
d'occidente,  ove  teneva  agenti  che  Tisi  rui- 
vano  di  quali  forze  si  preparavano  control 
mussulmani  da' Fa  pi  e  da' principi  cristia- 
ni, anzi  si  collegò  co' re  di  Sicilia  e  d'A- 
ragona !  Così  alla  liberazione  de'Luoghi 
Santi  ormai  si  preferivano  i  vantaggi 
commerciali,  anche  dalle  città  marittime 
d'Italia  !  Così  per  timore,  ambizione  e  a- 
varizia  si  andava  alzando  un  muro  di  di- 
visone tra' cristiani  occidentali  e  quelli 
orientali  !  Con  diversi  pretesti  Kelaun  e- 
spugnò  la  fortezza  di  Margat  de'geroso- 
limitani  nel  i  28  1,  prese  Laodicea  e  altre 
piazze  cristiane  nel  i  287;  e  pose  l'assedio 
a  Tripoli  che  nel  1  289  fu  presa,  arsa  e  di  • 
strutta  da' mammalucchi.  Nel  1290  mi- 
nacciò Tolemaide,  ma  mentre  voleva  as- 
sediarla morì  e  gli  successe  il  figlio  Ka- 
lil  Aseraf,  che  altri  chiamano  Saladino. 
Siccome  il  sultano  erasi  fallo  promette- 


T  U  a  a87 

re  di  non  seppellirlo  che  dopo  la  presa  «li 
Tolemaide  o.  Acri,  questa  fu  assalita  fe- 
rocemente ed  espugnata  nel  1  29  i;e  lo  de- 
plorai anche  ne'  voi.  XVI II  ,  p.  299,  e 
XXXIII,  p.  108,  dicendo  che  Papa  Ni- 
colò IV  ne  morì  di  afflizione.  L'Europa 
fu  colta  da  grave  dolore;  nessuno  avea 
pensato  a  prender  le  armi  per  soccorrerla, 
ad  onta  degli  eccitamenti  del  Papi;  mi 
tutti  deplorarono  la  sua  perdita.  Indi  i 
vincitori  s'impadronirono  subito  di  Tiro, 
di  Berito,  di  Sidone  e  di  tutte  le  città  cri- 
stiane della  spiaggia,  ad  onta  della  tre- 
gua da  loro  conclusa  col  sultano,  perla 
quale  eransi  astenute  di  soccorrere  To- 
lemaide. Il  furore  de'  mussulmani  eser- 
citossi  persino  sulle  pietre  e  sul  suolo  a- 
bitatoda'cristiani:  le  loro  case,  i  loro  tem- 
pli, i  monumenti  di  loro  pietà,  della  lo- 
ro industria  e  del  loro  valore  vennero  con- 
dannati a  perire  con  essi  per  mezzo  del- 
l'incendio e  del  ferro.  Le  colonie  cristia- 
ne d'oriente  aveano  contato  più  d'8o  cit- 
tà, ed  un  maggior  numero  di  castelli  e  di 
fortezze;  ma  la  maggior  parte  de'casteMi 
e  delle  città  riceveano  i  loro  difensori  e  i 
loro  abitanti  dall'Inghilterra,  dalla  Ger- 
mania,dalla  Francia  e  dall'Italia.  Per  cui 
questi  stati  lontani  non  avevano  il  prin- 
cipio della  loro  conservazione;  ed  i  veri 
sostegni  del  regno  di  Gerusalemme  era- 
no in  occidente.  Finché  le  colonie  dei 
franchi  attrassero  l'attenzione  d'Europa, 
e  che  il  loro  nome  bastò  ad  eccitare  I'  ar- 
dore guerresco  de'  popoli  al  ili  làde'mari, 
esse  si  sostennero  con  isplendore;  ma  in- 
vece decaddero  quando  l'Europa  rivolse* 
altrove  gli  sguardi,  e  che  la  possente  opi- 
nione che  le  avea  fondale  cominciò  a  in- 
debolirsi. La  loro  gloria  fu  1'  opera  del- 
l' entusiasmo  religioso,  o  piuttosto  del'pa- 
triotlismo  cristiano,  che  le  avea  fondate, 
ed  una  delle  loro  maggiori  calamità  fu 
T  indifferenza  de'fedeli.  L'impero  de'cri- 
sliani  in  Asia, cominciato  colle  Crociate, 
finì  con  esse.  La  guerra  fatta  all'islamismo 
irritò  i  mussulmani,  i  quali  abusando  di 
loro  vittorie,  non  permisero  più  a'erislia- 


288  TUR 

ni  di  stabilirsi  fra  loro,  e  considerandoli 
cornei  loro  più  crudeli  nemici,  dappertut- 
to li  condannarono  all'esilio,  alla  schiavi- 
tù, ad  ogni  genere  di  miserie.  Ogni  giorno 
si  videro  sbarcare  ne'  porti  d'Italia  sven- 
turati abitanti  della  Palestina,  i  quali  per- 
correndo le  città  elemosinando,  raccon- 
tavano cogli  occhi  pieni  di  lagrime  gli 
ultimi  mali  de'cristiani  d'oriente.  Che  la 
maggior  parte  delle  chiese  fabbricate  in 
Damasco,  in  A  leppo,  nel  Cairo,  in  Edessa, 
in  Iconio  ec,  erano  stale  demolite  o  ab- 
bandonate ;  le  grotte  del  Libane  e  delle 
montagne  della  Giudea,  le  celle  del  Sinai 
e  del  Carmelo,  le  solitudini  di  Memfi  e 
di  Scelli  aveano  perduto  i  loro  ospiti,  e 
non  risuonavano  più  degli  accenti  della 
preghiera.  Le  cronache  cristiane  ascrivo- 
no per  la  maggior  parte  sì  gravi  disastri 
a'  peccati  de' crociati  e  degli  abitanti  di 
Palestina;  all'ambizione  de'capi,  all'indi- 
sciplina de'guerrieri,  alle  turbolenti  pas- 
sioni della  moltitudine,  alla  corruzione 
de'costumi,  allo  spirito  di  litigio  e  di  di- 
scordia, e  finalmente  all'egoismo.  Nel  de- 
plorabile spettacolo  che  allora  si  vide, 
scorgono  i  cronisti  unicamente  quell'ira  di- 
vinatile s'aggravò  già  sopra  Ninive  e  Ba- 
bilonia. Ora  la  storia  presenta  un  altro 
spettacolo,  l'impero  de'  turchi  Osmani 
discendenti  de'turchi  Selgiucicli,così  detti 
da  Selgiuk  loro  capo,  che  portarono  alla 
sua  volta  guerra  formidabile  in  Europa 
e  la  minacciarono  di  conquistarla,  dopo,, 
averne  occupato  buona  parte.  Orasi  apre 
nella  storia  un  nuovo  e  vasto  campo  alle 
paterne  sollecitudini  de'Papi  per  salvare 
la  cristianità  dall'impeto  de' maomettani, 
onde  arrestarne  i  rapidi  e  funesti  progres- 
si. Queste  grandi  benemerenze  de'Papi  de 
celebrai  principalmente  nelle  loro  biogra- 
fìe, ed  a  Costantinopoli,  che  i  turchi  for- 
marono la  capitale  del  loro  possente  im- 
pero, e  negli  articoli  altresì  delle  città  e 
degli  stati  che  la  pontificia  benignità  fece  di 
tutto  per  salvare  e  difendere  dal  comune 
nemico.  A  tale  effetto  profusero  tesori  e 
contrassero  immensi  debiti,  che  descrissi 


TUR 

aTESORiERE,rngionantlo  delle  finanze  pa- 
pali; armarono  corpi  di  Milizia  e  la  Ma- 
rina militare,  in  aiuto  de'popoli  ede'priu- 
cipi  minacciati.  Tutto  avendo  narrato  in 
tali  articoli  e  ne' molteplici  che  vi  hanno 
relazione,  ora  nel  descrivere  in  breve  le 
notizie  de'sullani  Ottomani, ricorderò  l'o- 
perato da' Papi,  avendone  ancora  tenuto 
proposito  negl'indicati  luoghi  (avvertendo 
che  secondo  i  diversi  cronisti,  vi  sono  non 
poche  differenze  ne'nomi  e  nelle  date),  e 
copiosamente  ne  trattò  Domenico  Derni- 
no,  Memorie  historiche  di  ciò  che  hanno 
operato  li  sommi  Pontefici  nelle  guerre 
contro  i  turchi ',  dal  1 .°  passaggio  di  que- 
sti in  Europa  Jino  all'anno  1684,  rac- 
colte e  dedicate  alla  Santità  di  N.  S. 
Innocenzo  XIt  Roma  i685. 

Solimano  Sciah  della  famiglia  d'  O- 
guz,  de'sullani  turchi  di  Rarisma,  prin- 
cipe della  città  di  Nera,  posta  sulle  spiag- 
gie  del  mar  Caspio,  e  capo  d'  una  tribù 
noniada  de' tartari  dell'Asia,  intraprese  a 
marciare  sulle  orme  di  Geugis-Ran  nel 
1 2  1  1  .Passò  il  monte  Caucaso  con  5o,ooo 
uomini,  e  s'avanzò  verso  l'Asia,  reuden- 
dosi padrone  d'un  gran  numero  di  con- 
trade. Ma  si  annegò  nel  12  19  o  meglio  nel 
1  237,  volendo  passare  l'Eufrate  a  caval- 
lo. Si  vede  presso  A  leppo  il  suo  sepolcro, 
pel  quale  hanno  gran  venerazione  i  tur- 
chi. I  suoi  figli  dierono  sovente  soccorso 
a 'sultani  saraceni,  ch'erano  allora  padro- 
ni delle  provincie  orientali  dell'  impero 
greco.  Spesso  ancora  facevano  da  loro  so- 
li la  guerra  agi'  imperatori  di  Costanti- 
nopoli, e  mettevano  a  ruba  i  loro  paesi. 
Verso  questo  tempo  ,  cioè  verso  la  fine 
del  secolo  XIII,  essi  rinunziarono  all'ido- 
latria per  abbracciare  il  maomettismo, 
ch'era  la  religione  de'saraceni,  co'  quali 
trovavansi  a  conlatto,  e  ben  presto  diven- 
nero scrupolosi  osservatori  di  essa,  e  più 
fanatici  e  iutolleranli  ile'mussulmani  sun- 
niti. Il  feticismo  o  fetiscismo  era  la  reli- 
gione in  origine  professata  da'  turchi.  Il 
fetiscismo  o  culto  reso  a  ferisci,  trae  da 
questo  vocabolo  il  nome,  che  deriva  dal- 


T  U  li 
la  voce  portoghese  Felisso,  oggetto  fe- 
steggiato, deificato.  Nella  Mitologia  A- 
f ricana  si  definiscono  i  Fetisci.  Divini- 
tà de'negri  della  Guinea,  che  variano  se» 
tondo  il  capriccio  de'fetisceri ,  sacerdoti 
negli  consagrati  al  culto  de'fetisci.  A  que- 
ste  divinità  attribuiscono i  prosperi  even- 
ti, e  fanno  libazioni  di  vino  di  palma,  nel 
giorno  che  corrisponde  alla  domenica  dei 
cristiani,  riuniti  intorno  ad  un  albero  sa- 
gro, da  essi  chiamato  l'albero  de  Feti- 
sci.  Qualunque  oggetto  che  colpisca  la  lo- 
ro immaginazione  o  lo  sguardo, come  una 
mosca,  un  uccello,  un  leone,  un  pesce, e 
per  lo  più  un  serpente,  pietre,alberi,  mon- 
tagne colpite  dal  folgore,  divengono  per 
essi  imfetisceo  divinità  tutelare.  Ne  han- 
no de'  piccoli  che  portano  al  collo  ed  al 
gomito,  e  sono  pezzetti  di  metallo  o  con- 
chiglia. Una  rupe  d'  enorme  grandezza 
chiamata  Tahra,  che  prolungasi  in  ma- 
re a  foggia  d'una  penisola,  è  il  pubblico 
fetisce  del  Capo  Corso,  e  ad  esso  rendono 
onori  particolari,  siccome  al  capo  ed  al  piti 
possente  de'fetisci.  Vincenzo  Abbondanza 
scrisse  il  Dizionario  storico  delle  vite  di 
tutti  i  monarchi  Ottomani,  sino  al  re- 
gnante  gran  Signore  Achmct  IPJ  e  del- 
le più  ragguardevoli  cose  appartenen- 
ti a  quella  monarchia,  dedicato  al  car- 
dinal Domenico  Orsini  d'Aragona,  Ro- 
ma 1786.  Egli  diceche  figlio  di  Solima- 
no Sciali,  fu  Ortogulo,  che  altri  chiama- 
no Erdegrul,  Ordogrul  e  Togrul,  che  si- 
gnifica uomo  giusto.  Quanto  furono  de- 
plorabili e  tetri  i  primi  inforlunii  di  que- 
sto principe,  altrettanto  sorprendenti  e 
giulivi  riuscirono  gli  avvenimenti  che  l'ac- 
compagnarono al  sepolcro.  Ortogulo  0T0- 
grul  vide  infranto  il  suo  trono  e  intera- 
mente disfrutto  il  suo  regno,  ma  egli  stes- 
so fu  quello  che  potè  morire  contento  per 
aver  innalzato  a' turchi  un  soglio  assai 
più  risplendente  e  magnifico  del  perduto. 
Quanto  a  Solimano  suo  padre,  l'Abbon- 
danza lo  vuole  di  stirpe  illustre  e  signore 
d'uno  stato  non  molto  esteso;  e  che  prima 
della  metà  del  secolo  XIII  fu  attaccalo  da 
vot.  Lxxxr. 


T  U  R  289 

un  esercito  spaventevole  di  parti,  i  quali 
dopo  aver  distrutte  tutte  le  sue  forze  lo 
privarono  de' suoi  stati.  Solimano  senza 
abbattersi  nell'avversafortuna,  volle  con 
alcuni  de'suoi  traversar  l'Eufrate  per  in- 
seguire un  corpo  di  nemici,  ma  co' suoi 
vi  peri.  11  figlio  Ortogulo  con  piccolo  a- 
vanzo  de'suoi  si  rifugiò  in  Iconio  metro- 
poli de'turchi  selgiucidi,  presso  il  sultano 
d'  Iconio  Aladino  o  Alaeddin  Kaikobad 
d'ottime  qualità,  implorando  il  suo  pa- 
trocinio. Aladino,  commosso  di  sue  sven- 
ture, l'accolse  amorosamente,  lo  confortò, 
ed  assegnò  a  Ortogulo  e  suoi  il  borgo  e 
territorio  diSogutin  Mista.  Aladino  scor- 
se in  Ortogulo  gratitudine  e  ingegno,  e 
maggiormente  s'impegnò  per  esso,  il  qua- 
le si  procacciò  pure  la  benevolenza  del  der- 
vis  Edebale  favorito  del  sultano  e  vene- 
rato dall'universale.  Questi  gli  spiegò  il 
sogno  avuto  da  Ortogulo,  in  cui  gli  par- 
ve di  veder  la  Luna  cornuta  lucidissima, 
cou  Edebale  nel  mezzo  che  corse  ad  ab- 
bracciarlo; e  che  un  albero  surto  a'suoi 
piedi  di  smisurala  grandezza  ,  colla  sua 
ombra  copriva  una  sterminata  estensione 
di  campagna  che  irrigava  grosso  fiume 
scaturito  dalle  sue  radici.  Gli  predisse  per- 
tanto la  futura  grandezza  di  sua  famiglia, 
che  suo  figlio  diverrebbe  capo  di  vasta 
monarchia  e  sposo  di  sua  figlia.  Il  figlio 
d'Ortogulo  chiamato  Ottomano  oOtmau 
di  fatto  prese  in  moglie  con  molte  ric- 
chezze la  figlia  di  Edebale,  il  quale  aven- 
do messo  in  grazia  il  genero  ad  Aladino, 
questi  da  Sogut  lo  chiamò  in  corte,  ma 
essendo  turco  idolatra  eragli  vietato  dal- 
l'islamismo d'innalzarlo  agli  onori.  Que- 
st'  impedimento  tolse  Ortogulo  cou  ab- 
bandonar francamente  l'idolatria  e  con 
abbracciare  il  maomettismo,  altrettanto 
facendo  a  suo  esempio  i  di  lui  seguaci  tur- 
chi. Il  cambiamento  di  religione  fruttò  ad 
Ortogulo  molti  onori  e  grandezze,non  che 
l'esser  fatto  governatore  della  Frigia. Mo- 
rì poco  dopo  nel  1289,  compianto  da  A- 
ladino  e  da\suoi  popoli.  Ma  Aladino  0  A- 
laeddiu  essendo  morto  molti  auui  prima, 
'9 


290  T  U  R 

pare  clic  il  Mirralo  dall'  Abbondanti  di 

tal  sultano,  debba  riferirli  a 'sultani  Az- 
7edin  Kaikau  II,  Ilnkueddin,  Gajathed- 
«lin  Kaikosru  ìli,  e  Gajallieddin  Masud 
ultimo  sultano  d'Iconio.  Dal  narrala  so- 
gno, crede  l'Abbondanza  derivata  l'inse- 
gna maomettana  della  mezza  bina;  ina  si 
tenga  presente  quanto  con  altri  dissi  di 
sopra.  Nel  1 2  5g  era  nato  in  Sognt  da  Or- 
togulo,  Ottomano  poi  fondatore  dell'/m- 
pero  ottomano  e  degli  O.wimii .  come 
impropriamente  comunemente  si  chia- 
ma, giacché  alcuni  appellano  Ottomano 
col  nome  di  Osman,  e  comunemente  Ot- 
man  o  Othman,  e  pretendono  che  per  cor- 
ruzione di  vocabolo  l'impero  si  disse  Ot- 
tomano, dovendosi  veramente  chiamare 
Osmano.  Ottomano  lo  chiama  il  cav. Gio- 
vanni Sagredo  nelle  Memorie  istorichc 
deJ  monarchi  Ottomani,  Bologna  1674. 
Ed  Oltomanochiamò questo  principe,che 
gettò  le  fondamenta  dell'  odierno  impe- 
lo, tanto  l'Abbondanza  che  il  Bei  nino,  il 
quale  non  conviene  sulla  sua  illustre  ori- 
gine, dicendolo  di  bassa  condizione,  ma 
fortunato  e  ardito.  Educato  dal  padre  con 
tigni  cura  e  vigilanza  ,  egli  vi  corrispose 
egregiamente,  onde  divenne  uno  de'più 
accorti  principi  de' suoi  tempi,  e  amato 
cla'snllani  d'Iconio  e  da'suoi.  Gajalbed- 
din Masud,  che  l'Abbondanza  continua  a 
chiamare  Aladino,  gli  conferì  il  governo 
di  Frigia  sostenuto  dal  padre,  ed  Edeba- 
le  gli  die  in  moglie  l'unica  figlia  Zela  Mul- 
1  ia fon  sua  erede  ,  la  quale  tosto  partorì 
Orca  no  o  Orkan,  che  ricevè  la  medesima 
educazione  del  padre.  E  qui  torno  ad  av- 
vertire, che  nell'articolo  Costantinopoli, 
§  li  Impero  ottomano,  premesse  com- 
pendiose notizie  di  Maometto,  de'sarace- 
ni  e  di  altri  mussulmani,  e  dell'operalo 
da'Papi  a  favore  de'  cristiani  da  essi  ti- 
ranneggiati e  di  Terra  Santa^qnhìtW  nar- 
rai quelle  dell'impero  ottomano  e  de'suoi 
sultani,  e  le  incessanti  cure  de'Papi  e  i  lo- 
ro sagrifìzi,  per  salvare  l'occidente  dalla 
crescente  e  conquistatrice  potenza  de'tur- 
rhi. Otman  o  Ottomano  I  sempre  piùen- 


TUR 

Irato  nella  slima  del  sultano  d'Iconio  Ga- 
jalbeddin Masud,  gli  rese  grandi  servigi, 
per  cui  lo  dichiarò  generale  di  tutti  i  suoi 
eserciti  e  in  presenza  di  questi  gli  fece  or- 
nare il  capo  d'una  corona  d'oro.  Morto 
nel  i  ?g4Gajatheddin,  ucciso  in  battaglia 
da  ìiu  suo  emiro,  o  in  prigione  di  Andro- 
nico Il  Paleologo  imperatore  di  Costan- 
tinopoli ,  presso  il  quale  erasi  ritiralo 
quando  abbandonò  i  suoi  slati  per  l' in- 
testine discordie,  i  grandi  del  regno  se  ne 
disputarono  il  possesso,e  finalmente  se  lo 
divisero  in  7  parti,  una  rilasciando  a  Ot- 
man benché  Straniero,  per  avere  la  mili- 
zia a  suo  favore.  Gli  stati  del  sultano  d'I- 
conio  si  componevano  della  Turchia, Ca- 
ramania,  I  conia,  Lidia,  Bitinta,  Caria,  Pa- 
tagonia. Otman  I  ebbe  la  Turchia,  econ- 
tentissimo nel  1  at)9  o  nel  1  3oo  fissò  la  sua 
corte  in  Acri  o  Tolemaide,  prendendoli 
titolo  di  Saldano  o  Sultano  de' Turchi, 
cominciando  così  la  serie  di  essi,  ed  ecco 
l'origine  dell'impero  che  pel  suo  nome  si 
disse  ottomano.  Altri  dicono  che  in  Iconio 
gettò  le  fondamenta  di  tale  impero,  e  che 
veramenteessa  fu  la  sua  1. 'capitale.  Scal- 
tro, vivace,  ardito,  bellicoso,  unì  alla  bra- 
vura l' ipocrisia,  praticando  co' santoni 
maomettani  e  mostrandosi  popolare,  per 
guadagnarsi  la  stima  e  l'applauso  de'po- 
poli.  Da  buon  politico  strinse  subito  le- 
ga col  vicino  sultano  di  Cara  mania  per- 
chè non  l'inquietasse,  e  domandò  e  otten- 
ne la  sua  figlia  in  isposa  del  proprio  fi- 
glio Oicano.  L'annalista  Rinaldi  registrò 
all'anno  i3oo,  che  uscirono  i  turchi  con 
grande  impeto  di  Turchia,  dopoché  il  sul- 
tano Azatiue,  forse  Gajatheddin  Masud, 
fu  cacciato  dall'Asia  da'tarlari;  e  che  i  tur- 
chi ingrati  e  sconoscenti  dierono  molte  e 
grandi  sconfitte  a' greci,  da' quali  erano 
stati  ne'loro  avversi  casi  accolti  e  trattati 
benignamente;  e  siccome  non  eranvi  e- 
serciti  imperiali  in  Asia,  senza  contrasto 
soltomisero  alla  loro  signoi  ia  i  greci  asia- 
ni, e  si  divisero  le  provincie  tra  loro.  Uno 
di  questi  fu  Ottomano,  chiamato  ih.°re 
de'turcbi,  il  cui  impero  poscia  crebbe  in 


T  U  li 

lagrimevole  modo  pe'cristiani.  Neh3o3 
andando  le  cose  dell'impero  orientale  di 
male  in  peggio,  ne  profittarono  i  turchi 
per  estender  le  loro  conquiste,  ed  asse- 
diarono Filadelfia.  Giunto  peròadAndro- 
meo  11  un  aiuto  d'aragonesi,  li  spedì  con- 
tro i  turchi,  che  fuggirono  ne'precedenti 
confini.  Inoltre  i  cristiani  neli3o6  vin- 
sero i  turchi  di  Rodi  e  circostanti  isole. 
Il  nuovo  Papa  Clemente  V  avendo  sta- 
bilito la  sua  residenza  in  Francia,  e  poi 
in  Avignone  (V.)  ove  rimasero  i  succes- 
sori sino  a!  i  376,  nel  congresso  tenuto  in 
Poiliers  ordinò   la  promulgazione  della 
crociata    per  togliere  a'  greci  scismatici 
l'impero  e  Costantinopoli,  uonsolo  per  ri- 
storare la  religione  oppi  essa  nell'Asia  dai 
turchi,  ma  ancora  per  impedire  che  se  ne 
impadronissero  i  turchi  e -saraceni,  altri- 
menti laChiesa  e  la  cristianità  ne  avrebbe- 
ro ricevuto  grandissimo  danno  e  confusio- 
ne. Quanto  giusti  fossero  i  timori  e  le  pre- 
videnze di  Clemente  V,  i  successivi  dolo- 
rosi avvenimenti  lo  giustificarono  piena- 
mente, come  osserva  Rinaldi. Nel  1  3  1  o,  ad 
onta  degli  sforzi  d'Otman  I,  i  cavalieri  ge- 
roso! imitarli  conquistarono  Rodi  e  l'iso- 
le vicine,  e  divennero  un   propugnacolo 
della  cristianità  contro  i  turchi,  i  quali 
invano  tentarono   allora  di   ricuperarlo. 
VolendoAndrouicoll trasfondere  l'impero 
a)  secondogenito  Costantino  ad  esclusio- 
ne del  nipote  Andronico  III,  questi  si  ri- 
bellò, onde  l'avo  chiamò  in  suo  aiuto  i 
turchi,  aprendo  loro  fatalmente  la  strada 
nell'Europa.  Otman  I  profittando  delle 
discordie  di  tali  principi,  desiderò  di  por- 
tarvi le  armi,  ma.  vedendosi  monarca  na- 
scente credè  bene  contentarsi  de'suoi  pos- 
sessi,non  volendo  per  l'incerto  arrischiare 
il  sicuro;  bensì  die  il  guasto  all'Armenia, 
perchè  il  re  de'tartari  non  cessava  di  com- 
battere i  turchi,  zelando  la  religione  cri- 
stiana; eccitati  i  tartari  da  Papa  Giovanni 
XXII  a  reprimere  la  crescente  potenza  dei 
turchi  ,  oltre  l'invitare  gii  altri  principi 
a  soccorrere  i  cristiani  di  Siria.  Di  più  il 
Papa  inviò  missionari  per  la  conversione 


TUR  29 1 

degl'infedeli.  Otman  T  per  conciliarsi  ve- 
nerazione e  lodi,  attribuì  va  al  cielo  la  pro- 
sperità di  sue  armi,  moderava  la  licenza 
militare  nel  bottino  e  negli  oltraggi  sui 
vinti;  fu  liberaleco'poveri,  splendido  npl- 
Ie  fabbriche  delle  moschee,  e  morì  di  circa 
6g  anni  nel  i  326,dopo  aver  esortato  il  fi- 
glio Orcano,  che  gli  successe,  di  regnare 
senza  superbia  e  prepotenza.  Il  Sagredo  e 
l'Abbondanza  gli  attribuiscono  il  conqui- 
sto della  Bitinia  e  di  Brussa  o  Bursa  o  Pru- 
sa  sua  capitale  neh  3s6,  ciò  che  poi  fe- 
ce il  figlio;  anzi  il  2.0  lo  dice  sepolto  iu 
Prusa  e  come  avea  disposto  in  un  mau- 
soleo tutto  d'oro,  o  d'argento  come  altri 
vogliono.  La  sua  tomba  è  in  un  gran  mau- 
soleo alle  falde  dell'Olimpo  nelle  vicinan- 
ze di  Brussa,  e  viene  riverita  da'  turchi. 
Orcano  amatissimo  per  la  sua  generosi- 
tà da'soldati,  dovè  sconfiggere  prima  i  due 
fratelli  che  gli  contesero  il  trono,  per  se- 
dervi pacificamente.  Indi  tutti  i  principi 
provarono  il  valore  del  suo  braccio,  spe- 
cialmente i  greci  divisi  dalle  loro  intesti- 
ne discordie,  e  sulle  rovine  del  loro  im- 
pero vieppiù  rassodò  le  fondamenta  del- 
la progrediente  monarchia  ottomana.  Gii 
ambasciatori  de' re  di  Cipro  e  d'Armenia 
si  portarono  inAvignone  nel  1  327  da  G10 
vanni  XXII,  egli  notificarono  che  i  det- 
ti due  stati  cristiani  rimasti  in  Asia  sta- 
vano per  essere  affatto  distrutti  da'mus- 
sulmani,  senza  un  pronto  soccorso.  Laou- 
deil  Papa  fece  predicar  la  crociata,  e  mol- 
ti principi  presero  la  croce.  Neh  333  Or- 
cano s'internò  nella  Cappadocia,  espugnò 
Nicea,  Nicomedia  e  invase  la  Lidia,  vin- 
cendoAndronico  III.  In  detto  anno  il  fran- 
cescano p.  Guarini  ottenne  da  Naser  Mo- 
llarci med  sultano  d'Egitto,  che  un  picco- 
lo numero  di  religiosi  potesse  stare  pres- 
so il  s.  Sepolcro,  ma  non  vi  durarono  lun- 
gamente, come  notai  ne'vol.  XXX,  p.  34, 
XXXIII,  p.108.  Mentre  i  crociati  si  ap- 
parecchiavano per  la  spedizione,  morì  nel 
1 334-  Giovanni  XXII.  Intanto  la  nuova 
della  crociata  essendosi  diffusa  in  Levan- 
te, i  cristiani  e  i  pellegrini  furono  bersa- 


292  TUR 

gì  io  e  preda  ad  ogni  persecuzione.  Naser 
JVIohammed  stillano d'Egitto e  alili  prin- 
cipi mussulmani  radunarono  eserciti  per 
resistere  a 'crociati, ed  nnrhe  per  assalirei 
cristiani  in  occidente.  Un  discendente  de* 
gli  Abbassidi  che  stava  nell'Egitto  e  pren- 
dea  il  titolo  di  califfo,  mandò  lettere  per 
ogni  parte,  invitando  i  veraci  credenti  a 
impugnar  l'armi,  promettendo  a'marti- 
ri  della  fede  mussulmana, che  avrebbero 
assistito  nel  paradiso  di  Maometto  a  de- 
liziosi bauchetti,  e  che  a  ciascun  di  loro 
sarebbero  state  date  in  ispose  7  vergini 
donzelle.  Questa  crociata,  che  predica  va- 
si in  nome  del  profeta  della  Mecca,  dovea 
penetrare  in  Europa  per  lo  stretto  di  Gi- 
bilterra ;  ed  i  guerrieri  saraceni  andava- 
nogiuraudoche  avrebbero  distrutto  il  cri- 
stianesimo e  cambiati  in  altrettante  stal- 
le i  templi  cristiani.  Di  mano  in  mano  che 
i  saraceni  andavano  allestendo  la  spedi- 
zione, che  pur  essi  nominavano  Santa, 
l'Europa  vedeva  indebolirsi,  anzi  spe- 
gnersi lo  zelode'principiede'guerrieri  che 
a  veano  giurato  di  combattere  i  nemici  di 
Gesù  Cristo.  Il  nuovo  Papa  BenedettoXIl 
trovò  ogni  cosa  mutata;  F  odio,  la  diffi- 
denza, la  gelosia,  erano  succeduti  ad  un 
entusiasmo  momentaneo  e  poco  sincero. 
Indarno  il  Papa  esortò  e  pregò  replicata- 
mentej  mentre  il  sultano  d' Egitto  rotta 
la  tregua  col  re  d'Armenia,piombò  sopra 
i  suoi  stati.  Agognando  F  Inghilterra  la 
corona  di  Francia,  il  re  fu  costretto  a  ri- 
nunziare alla  crociata. QuindiOrcano  ten- 
tò di  assalire  Costantinopoli,  e  continuò 
i  successi  sui  greci  con  armata  poderosa. 
Commosso  Papa  Benedetto  XII  anco  dal 
prospero  corso  delle  vittorie  d'Orcano,in- 
dnsse  la  repubblica  di  Venezia  a  por  fre- 
no alla  di  lui  nascente  grandezza,  che  da 
lontano  minacciava  servitù  e  rovina  al 
cristianesimo.La  repubblica  inviò  1 00  ga- 
lere comandate  da  Pietro  Zeno,  il  quale 
cacciò  i  turchi  dall'Arcipelago,  ne  arse  i 
legni  e  depredò  le  marine  dell'Anatolia. 
Narrai  ne' voi.  XXX,  p.  35,  XXXIII,  p. 
108  e  109,  che  Roberto  re  di  Sicilia  e 


X  UR 

Sancia  sua  consorte  nel  \Z!\i  ottennero 
dal  sultano  d'Egitto  AbubecrMansnrSeif- 
fedin,  a  prezzo  d'oro  e  con  molle  difficol- 
tà ,  che  i  religiosi  francescani   potessero 
tornare  e  dimorare  sicuramente  in  per- 
petuo nella  chiesa  del  s.    Sepolcro,  e  ce- 
lebrarvi liberamente  i  d  ivini  uffìzi.  Di  più 
il  sultano  concesse  a'reali  coniugi  il  Ce- 
nacolo e  la  cappella  ove  Cristo  si  mostrò 
a  s.  Tommaso;  e  la  regina  fece  costruire 
un  luogo  o  convento  sul  monte  di  Sion, 
per  mantenervi  continuamente  a  suespe- 
se [2  francescani.  La  convenzione  tra'no- 
minati  principi  franchi  e  il  sultano,  co* 
stituisce  un  contratto  di  compra  e  ven- 
dita. Il  pio  re  fece  il  contratto  secondo  lo 
spirito  e  la  legge  della  chiesa  cattolica,  la 
quale  vuole  che  il  possesso  e  l'usufrutto 
de'beni  ecclesiastici  sia  sottoposto  all'  am- 
ministrazione del  Papa  o  de'suoi  delega- 
ti, massime  in  ciò  che  riguarda  le  perso* 
ne  ecclesiastiche.  Il  sultano  fece  il  conti  at- 
to secondo  il  prescritto  dall'Alcorano,  che 
non  permette  di   trasferire  la   proprietà 
territoriale  agl'infedeli,  ma  solamente  il 
possesso  e  l'usufrutto.  Dunque  dell'uno 
e  dell'altro  non  potevano  disporre  gli  al- 
tri principi  mussulmani,  con  contraddit- 
tori fìrmani  ad  altri  concedendone  par- 
te e  molto  meno  la  pienezza.  A  quell'e- 
poca non  eranvi  turchi,  eretici  e  scisma- 
tici che  pensassero  a  contendere  a'fran- 
cescani  il  diritto,  comprato  a  denari  con- 
tanti, come  si  pretese  poi  con  prepoten- 
ti intrusioni;  nou  potendo  aver  luogo  né 
nuove  concessioni,  ne  nuove  vendite,  ne 
le  posteriori  usurpazioni  de'greci  scisma- 
tici e  di  altre  seite  ertiche,  che  si  appro- 
priarono la  migliore  e  maggior  parte  di 
que'santuari.  Nel  1°  de'  luoghi  citati  ri- 
marcai, che  già  nel  1 363  i  francescani  a- 
veanoilsantuariodi  Bettlemme.  Frattan- 
to Giovanni  I  Paleologo  imperatore  gre- 
co nella  sua  fanciullezza,  per  destinazione 
del  defunto  padre  Andronico  III,  ebbe  a 
tutore  e  reggente  il  generale  Giovanni 
Cantacuzeno,  il  quale  spinto  dall'ambi- 
zione destinò  d' impossessarsi  del  trono. 


TUR 

Perciò  si  suscitò  una  terribile  guerra  ci- 
vile, e  temendo  Giovanni  di  soccombere, 
implorò  l'aiuto  d'Orcano  a  mezzo  della 
bellissima  Teodora  sua  figlia  che  gli  die 
in  moglie.  Tutto  l'impero  fu  invaso  dai 
turchi,  nel  1 347  fu  intruso  sul  trono  Gio- 
vanni, dal  quale  Orca  no  in  ricompensa 
dell'operalo  ottenne  a  pregiudizio  de'gre- 
ci  tuttociò  che  volle.  Papa  Clemente  VI 
non  risparmiò  fatica,  affine  di  muovere  i 
principi  cristiani  a  prendere  le  armi  con- 
tro  i  turchi,  che  con  sommo  danno  del- 
la cristianità  si  rendevano  ogni  giorno  più. 
possenti,  e  convenne  che  un  numero  di 
galere  dovessero  slare  nel  porto  di  Smir- 
ne, conquistato  dalla  flotta  veneta  e  da 
quella  allestita  dal  predecessore  e  dal  re 
di  Cipro.  Reso  poscia  l'Arcipelago  più  im- 
praticabile da'ladronecci  de'turchi,  lare- 
pubblica  veneta  col  navile  della  lega  si 
spinse  in  traccia  del  nemico,  ma  incorsi  i 
cristiani  nell'insidie  de'turchi  furono  tut- 
ti miseramente  tagliati  a  pezzi.  Vi  peri- 
rono il  legato  delle  truppe  pontificie  En- 
rico d'Asti  patriarca  di  Gerusalemme  e  il 
Zeno,  mentre  ascoltavano  la  messa,  so- 
praffatti all'improvviso  da'nemici.  Orca- 
nò  portata  la  guerra  nella  Bilinia,  la  con- 
quistò, e  dopo  lungo  assedio  s'impadronì 
nel  1 356  della  capitale  Prusa  o  Brussa,  e 
la  fece  sua  residenza  e  capitale  di  lutto  il 
regno,  come  afferma  anche  il  Bernino,  e 
fu  lai.ae  più  antica  sede  del  nuovo  otto- 
mano dominio.  Il  sultano  die  il  sangiacca- 
to  di  Prusa  ad  Amurat  suo  figlio,  e  quel- 
lo di  Nicea  all'altro  figlio  Solimano.  Po- 
co dopo  Orcano  passò  in  Europa  per  com- 
battere i  tartari  presso  Gallipoli  con  fe- 
lice successo,  se  non  che  cadde  d'un  col- 
po morto  nel  punto  che  Solimano  espu- 
gnava Gallipoli  (nel  cui  articolo  per  fal- 
lo numerico,  ili 356  è  detto  i  536),  e  fu 
lai. 'città  in  Europa  che  pervenne  iti  po- 
tere de'turchi.  Vi  è  discrepanza  sull'an- 
no della  morte  di  Orcano:  alcuni  scrivo- 
no nel  i  3\S  e  gli  danno  per  successore  il 
primogenito  Solimano,  ed  a  questi  il  fra- 
tello Amurai  I,  forse  confondendolo  con 


TUR  293 

Solimano  I  figlio  di  quest'ultimo;  altri  di- 
cono morto  Orcano  neh  355  o  nel  1 356 
onel  i357,edaltri  ritardano  il  suo  fine  al 
1 35g.  Fu  Amurat  I  e  non  Solimano  che 
successe  al  padre,  e  quelli  che  sostengono 
che  questi  lo  succedesse,  lo  dicono  riso- 
luto e  intraprendente,  che  regnò  due  an- 
ni, rie'quali  fece  progressi  nell'Asia,  ed  in 
Europa  espugnò  diverse  piazze  nel  Cher- 
soneso  di  Tracia;  collegato  a  Giovanni  I 
Paleologo  frenò  gl'insorti  bulgari,  s'  im- 
padronì di  Filippopoli  e  poi  anche  di  A- 
drianopoli,  avendogli  un  bifolco  additato 
un'apertura  di  muro  per  la  quale  si  faci- 
litò la  presa.  Altri  l'attribuiscono,  come 
dirò,  ad  Amurat  I.  Questo  principe  do- 
tato di  talento,  forte  e  bellicoso,  ben  pre- 
sto si  acquistò  l'amore  de'suoi  e  l'univer- 
sale riputazione;  poiché  aumeutò  gli  sta- 
ti  dell  impero  più  del  3.°,e  prese  il  sopran- 
nome di  Co ntì hiari, cioè  Signore  grandis- 
simo o  Imperatore.  Trasferì  neli36o  la 
sede  imperiale  da  Prusa  in  Adrianopo- 
k  da  lui  conquistata,  ch'era  stata  capita- 
le dell'impero  greco  finché  durò  l'impe- 
ro latinodi  Costantinopoli,  econtinuò  ad 
esserlo  de'lurchi  fino  ai  conquisto  di  det- 
ta città,  siccome  posta  io  mirabile  po- 
sizione, anzi  dipoi  fu  talvolta  abitala  da 
alcuni  sultani  a  preferenza  di  Costantino- 
poli. Formò, ad  esempio  de'mamaialuc- 
chi  d'Egitto,  il  famoso  corpo  de'gianuiz- 
zeri,  de'quali  parlai  nel  voi.  X Vili,  p.  49» 
dando  loro  un  regolamento,  privilegi  e 
amplissime  esenzioni,  di  cui  abusarono  e 
riuscirono  infesti  :  altri  dicono  che  lai/ 
istituzione  di  essi  si  deve  a  Orcano,  e  che 
Amurat  1  li  ridusse  a  migliore  ordinanza. 
Bensì  istituì  lei  milizia  a  cavallo  deglispa- 
hiospahys,  che  poi  giunsero  al  numero  di 
12,000,  e  divennero  anch'essi  pericolosi 
con  unirsi  sovente  a 'giannizzeri  nelle  ri- 
bellioni. In  seguito  si  aumentarono  con 
uumero esorbitante.  Creò  la  luminosa  ca- 
rica de!  gran  visir,  e  die  alla  monarchia 
ottomano  quella  forma  che  durò  fino  al 
corrente  secolo.  Invase  la  Servia  per  ave- 
re il  despota  Urosco  negato  dargli  in  ino- 


2<j  4  TUR 

glie  1'  avvenente  sua  figlia,  il  cui  fratello 
gliela  consegnò  dopo  aver  veduto  tron- 
care il  capo  al  comune  e  vinto  genitore. 
Conquistò  buona  parte  della  Greeiii  ,  e 
depredò  l'Albania  e  la  Bosnia.  Le  altre 
conquiste  che  il  Sagredo  attribuì  al  fra- 
tello Solimano,  il  Bernino  ne  fa  autore  A- 
murat  1.  Fu  amareggiato  il  suo  regno  per 
la  ribellione  del  primogenito  Saux,  che 
fece  moiire  per  aspirare  al  dominio  del- 
le provincie  d'Europa,  con  voler  detro- 
nizzare il  padre;  e  siccome  nella  congiu- 
ra eravi  Andronico  figlio  di  Giovanni  I 
Paleclogo,  onde  togliere  a  questi  il  trono, 
il  villano  obbligò  il  padre  a  fililo  acceca- 
re. Anzi  l'imperatore  per  accertarlo  cbe 
non  avea  parte  alla  trama,  die  al  sulta- 
no una  sua  figlia  per  moglie.  Scampato 
da  questo  pericolo,  Amurat  1  si  portò  in 
Asia  a  domare  i  pascià  insorti,  assistito 
dal  figlio  Bajazet  tanto  valoroso  clic  fu 
denominato  il  Folgore.  Mosse  guerra  al 
sultano  di  Caramania  suo  genero,  e  l'a- 
vrebbe vinto  se  la  moglie  e  i  figli  non  fos- 
sero corsi  a'snoi  piedi  a  implorare  pietà. 
L'ingrandimento  del  dominio  de'lurchi 
in  Europa  pose  in  gravi   apprensioni    i 
principi  europei  e  principalmente  Papà 
Urbano  V  padre  comune  de'  fedeli,  cbe 
con  occhio  apostolico  vi  scorgeva  quel  di 
più  cbe  agli  altri  non  appariva;  per  cui 
divisò  i  modi  e  il  come,  per  allontanare  i 
mali  da  cui  erano  fortemente  minaccia- 
ti gli  stali  europei,  e  la  Cbiesa,  per  l'im- 
minente rovina  del  mondo  cristiano.  Ma 
l'Italia  era  in  moto,  e  le  sue  armi  distrat- 
te alla  repressione  de' ribelli;  la  Francia 
e  1'  Inghilterra,  consumate  da   lunghe 
guerre;  l'Ungheria  e  la  Germania,  emu- 
le antiche,  erano  discordi;  impolente  e 
disunito  l'impero  greco.  Pertanto  intima- 
le pubbliche  preghiere,  inviò  dappertut- 
to fervorosi  predicatori  per  esortare  i  po- 
poli a  pregare  Dio  pei-  la  comune  dife- 
sa del  cristianesimo.  Fu'miuò  la  scomu- 
nica contro  chi  avesse  dato  soccorso  a'tur- 
thi;  scrisseenergicamenle  a'principi  gre 
ci  acciò  abiuralo  lo  scisma,  impelrossero 


T  U  R 

dal  cielo  la  vittoria  contro  sì  terribile  ne- 
mico, esortandoli  all'unione  con  promes- 
se di  validi  soccorsi  de'principi  d'occiden- 
te, confortandoli  a  resistere  all'impetuo- 
so torrente  de' barbari;  e  solennemente 
bandi  la  crociata  sotto  la  condotta  di  Gio- 
vanni li  re  di  Francia  ,  che  dalle  mani 
del  Papa  ricevè  la  croce,  con  piena  au- 
torità di  disporre  delle  limosine  de'popo- 
li  per  la  medesima,  Trovandosi  in  Avi- 
gnone Valdemaro  IV  redi  Danimarca  e 
Pietro  1  re  di  Cipro,  il  Papa  anche  a  lo- 
ro die  la  croce,  ed  al  2.°  donò  lo  Stocco 
e  Berrettone  benedetti  (V,)  ,  per  aver 
tolta  dalle  mani  de'lurchi  la  città  di  Sa* 
tata  in  Cilicia,  secondo  il  Bernino.  Tali 
sagri  donativi  si  dierono  poi  da' Papi  ai 
sovrani  e  capitani  benemeriti  della  Chie- 
sa, specialmente  pereccitarli  a  combatte- 
re gl'infedeli,  o  in  premio  di  vittorie  ri- 
portale su  di  loro,  come  può  vedersi  dal 
lungo  novero  che  riportai  nel  citato  ar- 
ticolo. Legato  della  crociata  nominò  il 
cardinal  Talleyrand;  piazza  d'anni  fu  de- 
stinata Venezia  per  riunire  la  flotta  e  i 
crociati;  e  spedì  governatore  a  Smirne  il 
genovese  Pietro  Raccanello  ,  per  custo- 
dirla in  nome  della  s.  Sede.  Ma  la  mor- 
te del  cardinale  e  quella  di  Giovanni  II, 
le  guerre  e  discordie  de'principi,  il  viag- 
gio a  Roma  del  Papa,  e  la  sua  morte  av- 
venuta nel  ritorno  in  Avignone,  storna- 
rono l'  impresa  e  cessarono  le  concepì-- 
te  speranze.  Gregorio  XI,  che  gli  suc- 
cesse nell'anno  1870,  intimò  a' greci  i 
divini  flagelli  se  non  si  riunivano  alla 
Chiesa  cattolica,  avendo  l'imperatore 
abiuralo  lo  scisma  al  predecessore,  onde 
evitare  i  terribili  mali  che  loro  sovrasta- 
vano; scrisse  a'sovrani,  perchè  deposte  le 
private  passioni  accorressero  alla  causa 
comune  della  Chiesa;  inviò  considerabili 
somme  a  vari  signori  dell'Arcipelago  e 
di  Grecia,  onde  polere  resistere  al  nemi- 
co; ed  a  Raimondo  Berengario  governa- 
tore di  Rodi  affidò  la  difesa  di  Smirne 
propugnacolo  della  cristianità  in  oriente, 
e  la  cura  del  regno  di  Cipro  in  parte  oc 


TUR 
tu  palo  da'turehi.  Nel  1871  l'imperatore 
greco  inviò  Giovanni  Lasca  fi  S  al  Papa  , 
onde  ragguagliai  Io  dello  slato  miserabi- 
le del  suo  impero  e  della  Grecia  inonda- 
ta da'turehi,  ed  impotente  a  resistervi  sa- 
rebbe pento  senza  un  poderoso  e  solleci- 
to soccorso.  Gregorio  XI  commosso  a  tan- 
te sciagure  ,  tornò  ad  esortare  i  greci  a 
placare  la  divina  giustizia  irritala  da'lo- 
ro  ripetuti  scismi,  e  ad  effettuare  la  tan- 
te volte  promessa  riunione  alla  Chiesa, 
ludi  ordinò  a  sue  spese  la  costruzione  di 
1  5  galere  e  le  destinò  allo  stretto  di  Gal- 
lipoli per  impedire  il  passaggio  di  nuovi 
rinforzi  al  turco  dall'Asia  in  Europa;  e 
fece  pubblicar  la  crociata  in  Ungheria, 
Ragusi  e  Dalmazia,  per  difesa  della  Ser- 
bia e  della  Bulgaria,  ordinando  pubbli- 
che orazioni  con  indulgenze.  Il  sultano 
d'Egitto  Sciatali  Ascraf,  nel  i3y5  com- 
pì il  conquisto  feW  Armenia,  e  così  ter- 
minò quel  già  florido  regno  cristiano  di 
Asia.  Invece  il  Sagredo  e  l'  Abbondanza 
tale  conquisto  l'attribuiscono  a  Bajazet 
I,  dopo  aver  corrotto  la  regina  d'Arme- 
nia divenuta  sua  amante.  Intanto  Gre- 
gorio XI  reputando  mostruosa  la  lonta- 
nanza del  Capo  della  Chiesa  dalla  metro- 
poli della  fede,  e  che  ne  languivano  le 
membra  del  cristianesimo,  partì  d'Avi- 
gnone e  nel  1  3yy  restituì  alluma  la  re- 
sidenza papale,  per  quivi  come  dal  cen- 
tro riordinare  la  disciplina  ecclesiastica  e 
la  macchina  del  cattolicismo.  Mentre  in 
Roma  trattava  una  poderosa  lega  contro 
il  turco,  Gregorio  XI  morì  nel  1  378.  Gli 
successe  Urbano  VI,  contro  il  quale  to- 
sto insorse  il  grande,  lungo  e  funesto  Sci- 
sma (P.)  d'occidente,  sostenuto  dagli  an- 
tipapi che  in  Avignone  alzarono  una  cat- 
tedra di  pestilenza  ,  e  pure  furono  rico- 
nosciuti e  ubbiditi  da  vari  sovrani  e  na- 
zioni. La  divisione  e  la  mancanza  d'uni- 
tà de'fedeli  fatalmente  contribuì  all'  in- 
grandimento della  potenza  ottomana  uel- 
la  Grecia,  e  alla  depressione  dell'impero 
greco scon volto  dall'interne  divisioni.  Ad 
onta  delle  affliggenti  coudizioni  in  cui  si 


T  U  H  2^5 

trovò  Urbano  VI,  nondimeno  ordinò  la 
fabbrica  di  due  galere  per  spedirle  in  soc- 
corso a'greci,  concedendo  plenaria  indul- 
genza a  chiunque  porgesse  aiuto  per  la 
guerra  contro  il  comune  nemico.  Ad  A- 
murat  I  la  fertilità  del  paese  e  le  discor- 
die de'greci  servirouodi  nuovistimoli  per 
v  stendere  le  conquiste;  e  per  troncar  d'un 
sol  colpo  la  vita  dell'impero,  meditò  e  di- 
spose 1'  attacco  di  Costantinopoli  ,  nella 
quale  sembravano  chiuse  le  più  vive  spe- 
ranze e  le  forze  maggiori  dell'imperato- 
re. Desolò  pertanto  la  R.omania,  passò  in 
Bulgaria,  prese  Nicopolì, spianò  Sagora, 
debellò  Nissa,  indi  passato  sopra  un  pon- 
te l'Ebro,  si  spinse  nella  Macedonia,  as- 
sediò e  viuse  Apollonia,*  con  questa  for- 
te catena  di  soggiogate  città  venne  a  rin- 
serrare nel  suo  UislrettoCostantinopoIi,a 
fine  d'obbligarne  il  popolo  alla  sommis- 
sione. L'imperatore  Giovanni  I  spaven- 
tato, cercò  d'obbligarlo  con  benefìzi,  e 
gli  concesse  un  giudice  turco  in  Costan- 
tinopoli, dal  cui  privato  tribunale  indi- 
pendentemente da  ogni  altro  si  decides- 
sero le  controversie  e  gli  affari  de'turchi. 
Questa  concessione  si  allargò  sotto  Ema- 
nuele, con  accordare  a'tnrchi  nella  stes- 
sa metropoli  uu  particolare  quartiere  e 
una  moschea  pegli  atti  di  loro  religione. 
Accompagnava  frequenti  donativi,  con 
magnifiche  ambascerie  per  rendersi  ami- 
co Amurat  I,  che  non  poteva  combatte- 
re, ma  egli  non  le  ricevè  che  con  alterigia 
disprezzandone  il  fasto.  Lazzaro  principe 
di  Servia  e  Marco  principe  di  Bulgaria 
investirono  Nicopoli.  Amurat  I  vi  accor- 
se e  fece  nella  battaglia  di  Cassovoslia- 
ge  crudele  dell'armata  cristiana,  e  vi  pe- 
rirono col  fiore  della  nobiltà  i  due  prin- 
cipi. Però  Mdo  servo  di  Lazzaro,  addo- 
lorato per  la  morte  del  suo  signore,  altri 
lo  chiamano  Cabilowitz  croato  e  amico 
del  despota  ,  fintosi  turco  si  appressò  al 
sultano  per  rivelargli  uu  importante  se- 
greto, e  uell'atlo  di  baciargli  la  mano, con 
un  pugnale  gli  trapassò  il  cuore  neh  389, 
e  immediatamente  fu  fatto  in  pezzi.  D'ai- 


296  TUR 

lon  in  poi  i  turchi  circondarono  i  sulta- 
ni di  moltissime  guardie,  per  assicurarli 
da  simili  assalimi; e  fu  abolita  la  egemo- 
nia di  baciar  loro  la  mano,  e  surrogalo 
il  bacio  del  manto  in  distanza,  e  poi  la 
sola  profonda  riverenza  in  mezzo  a  due 
uHiziali, che  gli  tenessero  le  braccia.  Con- 
seguenza della  famosa  battaglia  di  Cas- 
sovo,  fu  il  conquisto  di  parte  della  Bul- 
garia e  di  tutta  la  Servia,  laonde  Ragli- 
si accolse  nel  suo  seno  i  più  illustri  esuli 
del  regno  Serbo,  e  la  loro  presenza  ri- 
destandovi più  ardente  l'amor  pali  io,gio- 

vò  a  svoli»eie   con  mirabile   fecondità  e 

o 

splendore  la  ragusina  letteratura  jugo- 
slava, per  cui  dalla  metà  del  secolo  XV 
alla  metà  del  XV11  di  essa  fu  come  l'A- 
lene e  il  centro, sebbene  nel  secolo  decor- 
so vi  brillarono  ancora  Boscoviehe  Cu- 
nidi.  A  tu  u  rat  I  avendo  vinto  3j  batta- 
glie, si  prese  il  titolo  di  Grande.  Usuo 
cadavere  portato  a  Pi  usa,  ivi  fu  tumula- 
to. Alcuni  storici  anticipano  di  molti  an- 
ni la  sua  morte.  Lasciò  due  figli,  Solima- 
no e  Bajazet  I,  il  quale  con  l'appoggio 
dell'  esercito,  da  cui  era  amato  pel  suo 
gran  valore  e  perizia  militare,  usurpò  il 
trono  al  fratello,  e  lo  fece  strozzare  da  4 
muti  del  serraglio,  il  che  fu  di  funesto  e- 
sempio,  mentre  per  più  secoli  l'erede  del 
trono  appena  morto  il  padre  fece  ucci- 
dere i  fratelli  e  i  nipoti, onde  tranquilla* 
metile  sedervi, eciò  fino  a  Maometto  IV. 
Osserva  rAbbondanza,che  perciò  non  fu 
la  poligamia  die  mantenne  la  famiglia  im- 
periale degli  Osmani.  A  riserva  di  Bajazet 
I  ch'ebbe  8  figli,  e  di  Amurat  III  ch'eb- 
be 5'i  maschi  e  5o  femmine,  tutti  gli  al- 
tri imperatori  in  confronto  delle  molte 
donne  che  tenevano  ebbero  chi  una  suf- 
ficiente figliuolanza  echi  nessuna.  Ibraim 
il  più  lussurioso  di  tutti,  per  non  essergli 
naio  dopo  parecchi  anni  V  erede  del  tro- 
no, sodrì  qualche  travaglio  da'  turchi,  i 
quali  sono  gelosissimi  della  conservazio- 
ne dell'imperiai  st'upe  degli  Gsmani,  per 
non  vedere  nel  caso  che  si  estinguesse  , 
passar  l'impero  sollo  il  dominio  del  kau 


TUR 

de'tartari,al  quale  sarebbe  devoluto.  Nel- 
la metà  del  secolo  decorso  JMahmoud  I 
non  avendo  avuto  figli  fu  esposto  a  gra- 
vi traversie,  che  dovè  distruggere  a  fu- 
ria di  profusioni  d'oro.  Laonde  dipenden- 
do per  circa  3  secoli  la  successione  dalla 
sola  persona  del  sultano,  eorse  pencolo 
di  vedersi  lroncala,specialmente  ne'regni 
d'Amurat  l!,di  Amural  IV,  di  Maomet- 
to II,  di  Selun  I  e  di  Solimano  11,  tutti 
imperatori  bellicosi,  da'quali  non  si  tro- 
vava altro  piacere  che  quello  di  star  sem- 
pre alla  testa  de'  loro  eserciti,  esposti  al 
fuoco  e  alle  armi  de' nemici.  Per  la  ra- 
gione già  detta,  alcuni  scrittori  riferisco- 
no a  Bajazet  I  avvenimenti  che  altri  de- 
scrivono nel  regno  del  padre;  certo  è  ch'e- 
gli conservò  sempre  il  titolo  di  Folgore, 
acquistatosi  fin  da  giovanetto  colla  rapi- 
dità di  sue  vittorie.  Andronico  dopo  la 
morte  del  padre  Giovanni  l,  sebbene  cie- 
co, seppe  trovare  i  gradini  del  soglio  per 
salirvi  ,  non  polendo  soffrire  di  vedersi 
preferito  Emanuele  Paleologo  suo  minor 
fratello  all'impero  greco.  Fuggi  da  Ba- 
jazet 1  e  gli  promise  se  l'aiutava  a  ricu- 
perare lo  scettro,  la  città  di  Filadelfia, 
già  la  2."  della  Lidia,  e  annuo  tributo.  Il 
sultano  gli  die  4ooo  turchi,  co'  quali  e 
con  l'aiuto  de'veneli  e  de'geuovesi  si  di- 
fese in  Pera  dall'armi  del  fratello.  Ma  al- 
lettato Bajazet  Ida  maggiori  offerte  d'E- 
manuele, poiché  oltre  la  Filadelfia  gli  of- 
frì 3o,ooo  ducati  all'anno,  per  esso  si  de- 
cise.Gli  abitanti  di  Filadelfia,  che  ante- 
riormente eransi  determinati  d'assogget- 
tarsi alla  s.  Sede,  si  opposero  di  piegar 
il  collo  al  giogo  de' barbari,  ma  furono 
assediali  da'greci  stessi,  e  vinti  furono  da 
loro  costretti  umiliarsi  a'  turchi.  In  tal 
guisa,  sempre  tra  loro  discordi,  si  fabbri- 
carono i  greci  le  catene  per  divenire  con- 
cordemente del  tutto  schiavi  della  più 
barbara  nazione  d'oriente.  Andronico  re- 
stato deluso  ,  si  trovò  obbligato  mendi- 
care una  tenue  pensione  per  vivere  dal- 
la Porta  ottomana.  Misera  fatalità  dei 
cristiani,  sempre  tra  loro  discordi  ,  ma 


TUR 

sempre  concordi  nel  divenir  schiavi  del 
più  implacabile  loro  nemico!  Bajazet  1  a 
guisa  di  fulmine  accecando  col  lampo  o 
atterrando  colla  percossa,  scorse  la  Gap- 
padocia,  lacerò  la  Frigia  ,  saccheggiò  la 
Macedonia,  forzò  a  tributo  la  Valacchia, 
devastò  l'Albania,  ne  perdonò  la  Tessa- 
glia, spogliando  de'  loro  stati  5  principi 
che  regnavano  nella  Macedonia  e  nella 
Misia.  Conquistò  interamente  la  Bulga- 
ria, malgrado  le  rimostranze  dell'Unghe- 
ria. La  vedova  principessa  di  Delfo  gli 
ollrì  a  sposa  la  figlia  di  rara  bellezza,  per 
assicurarsi  lo  stalo  e  la  libertà,  donando 
una  Venere  al  Marte  ormai  invincibile. 
Sigismondo  re  d'Ungheria  intimorito, ed 
eccitato  dairimperatoreEinanuele  I  a  soc- 
correrlo cogli  altri  principi  cristiani,  al- 
trimenti caduto  l'impero  d'oriente  nelle 
mani  de'turehi,  sarebbe  in  pericolo  an- 
che quello  d'  occidente,  raccolse  un  po- 
tente esercito  ,  vedendo  ormai  esposti  i 
suoi  stali.  Papa  Bonifacio  IX  invitò  il  re 
di  Francia  e  il  duca  di  Borgogna  ad  op- 
porsi a  Bajazet  l,  e  concesse  ampie  indul- 
genze a  quelli  che  fossero  accorsi  sotto 
l'insegne  del  re  d'Ungheria  per  sì  degna 
impresa.  Per  tale  zelo  il  conte  di  Nivers 
Giovanni  ,  figlio  del  duca  di  Borgogna, 
si  recò  da  Sigismondo  con  buon  corpo  di 
truppe;  laonde  il  re  marciò  con  80,000 
uomini  nel  i  3 9 5  all'assedio  di  Nicopoli, 
per  quindi  soccorrere  Costantinopoli , 
presso  il  quale  accampava  Bajazel  I.  Que- 
sti con  200,000  turchi  tosto  andò  a  dar 
battaglia  all'esercito  cristiano,  sulla  riva 
destra  del  Danubio,  nella  pianura  di  Ni- 
copoli. L'audace  conte  di  Ni  fera  innanzi 
tempo  e  ad  onta  delle  rimostranze  regie, 
si  slanciò  impetuosamente  colla  cavalle- 
ria francese  assaltando  i  turchi,  ma  restò 
prigioniero  colla  più  cospicua  nobiltà,  ve- 
nendo disfatto  il  suo  corpo,  e  perciò  la 
fanteria  cristiana  fu  fatta  a  pezzi,  con  im- 
mensa strage  ili  70,000  cristiani,  oltre  la 
perdita  dell'artiglierie  e  de'bagagli.  Sigi- 
smondo con  pena  potè  restituirsi  nel  re- 
gno; il  conte  di  Ntvers  fu  riscattato  con 


T  U  R  297 

200,000  ducali,e  la  nobiltà  francese  ven- 
ne trucidata.  Bajazet  I  divenuto  più  ar- 
rogante e  orgoglioso  per  tanto  trionfo, 
pensava  già  al  conquisto  di  tutto  l'impe- 
ro greco  col  solo  terrore  del  suo  nome, 
per  cui  subito  ricondusse  il  campo  sotto 
Costantinopoli,  che  sarebbe  in  breve  ca- 
duto in  suo  potere,  se  Dio  per  dare  altro 
tempo  agli  ostiiiiiti  greci  di  ravvedersi, 
non  avesse  per  allora  impedito  il  colpo 
mortale.  Im  perocché  coni  passiona  mio  i  5 
principi  d'Asia  spogliali  de'loro  stati  e  il 
destino  del  greco  impero,  il  kan  Mongo- 
lo Tamerlauo,  forlunatoe  valorosissimo, 
o  Timur  Bek,  signore  della  Persia  e  del 
Zagatai  nella  Tarlarla  di  Levante  e  fon- 
datore d'un  grand' impero  ,  dopo  essere 
sialo  pastore  d'armenti,  secondo  alcuni, 
ad  istanza  de  principi  cristiani  si  propo- 
se di  domare  il  sultano.  Pertanto  con  un 
milione  d'  armati  si  portò  nella  Natòlia 
o'danni  di  Bajazet  I , anche  per  vendicar- 
si come  adirato  per  aver  il  sultano  mal- 
trattalo con  disprezzo  i  suoi  ambascialo- 
ri  e  rifiutato  i  suoi  doni.  Tamerlauo  po- 
se tutto  il  paese  a  ferro  e  fuoco,  passò 
l'Eufrate,  prese  Sebaste,  uccise  Ortobu- 
lo  figlio  del  sultano,  devastò  la  Frigia  e 
altre  provincie  dell'impero  ottomano,  e 
minacciò  lo  sterminio  alla  nazione  tur- 
chesca.  Bajazet  1  punto  non  si  turbò,  ed 
animoso  raccolti  da'suoi  vasti  regni  d'Eu- 
ropa e  d'Asia  3oo,ooo  cavalli  e  200,000 
pedoni,  tolse  il  campo  da  Costantinopo- 
li e  con  animo  intrepido  passò  in  Asia  in 
traccia  del  terribile  Tamerlauo.  1  due  e- 
sercili  nel  1397  s'incontrarono  in  Arme- 
nia nella  gran  pianura  che  si  stende  dal- 
le radici  del  monte  Stella  all'Antilauro, 
ove  Pompeo  avea  rotto  Mitridate;  altri 
dicono  presso  Ancirae  ritardano  al  1402 
la  pugna.  La  battaglia  fu  data,  al  dire  dei 
greci,  vicino  a  Prusa,  e  Cantemiro  prova 
che  segui  sulle  sponde  dell'  Eufrate.,  11 
combattimento  durò  un  intero  giorno 
con  varia  fortuna  e  immensa  strage;  ma 
al  tramonto  del  sole  i  turchi  restarono 
sbalorditi  dalia  slermiuula   moltitudine 


ap8  T  U  K 

delle  saette  de' tartari,  e  la  confusione  fa 
generale,  restandovi  sul  campo  i4o,ooo 
tli  loro  e  200,000  tartari,  onde  l'Eufra- 
te per  più  giorni  fu  rosseggiante.  Bajazet 
]  infermo  di  podagra,  colla  moglie  prin- 
cipessa di  Servia,  ed  i  loro  figli  furono 
presi  dal  vincitore  Tamerlano.  Questi  ve- 
dendosi insultato  dal  fiero  sultano,  e  di- 
svezzare la  sua  moderazione,  ne  punì 
l'orgoglio  con  farlo  mettere  in  una  gab- 
biseli ferro,  servendosi  del  suo  corpo  per 
«gabello  nel  montare  a  cavallo ,  ed  alla 
sua  presenza  obbligò  la  sultana  quasi  nu- 
da a  servirlo  a  mensa;  altri  vogliono  l'al- 
tra moglie  despena  Maria  figlia  del  pria* 
cipe  di  Bulgaria.  Mentre  mangiava  Ta- 
merlano, gettava  gli  avanzi  al  sultano  nel- 
la gabbia  perchè  si  nutrisse.  Questo  fu 
uno  de'più  clamorosi  spettacoli  dell'in- 
costante fortuna.  Colla  libertà  mancò  fi- 
nalmente a  Bajazet  I  la  costanza  per  re- 
sistere all'obbrobrio  CUI  era  slato  emulati' 
nato,  e  perì  nel  i4o3  miseramente  con 
battere  furiosamente  la  testa  nella  gab- 
bia che  lo  racchiudeva,  dopò  8  mesi  di  di- 
sperata sofferenza.  Emanuele  Paleologo 
udita  la  strepitosa  vittoria,  inviò  amba- 
sciatori a  Tamerlano  in  Prusa  per  con- 
gratularsi, e  insieme  offrirgli  il  suo  im- 
pero, per  averlo  Dio  destinato  libera  lo- 
ie d'Europa.  Puspose  il  kan ,  che  la  sua 
venuta  non  aveva  altra  mira  che  di  aver- 
lo liberalo  dalla  tirannica  schiavitù  dei 
turchi.  Indi  Tamerlano  debellò  la  Siria  , 
e  la  Mesopotamia,  ed  invasegli  stati  del 
sultano  d'Egitto;  voleva  internarsi  nel- 
1  Africa,  ma  ormai  sazio  di  tante  conqui- 
ste e  trionfi ,  ricco  di  preziosissime  spo- 
glie ritornò  nella  Tarlarla,  e  poco  dopo 
morì.  Nel  voi. XXXIII,  p.iog, notai  che 
Tamerlano  avea  divisato  distruggere  il 
s.  Sepolcro,  ma  che  ne  fu  impedito  dalle 
molestie  de'bruchi;  e  che  il  sultano  d'E- 
gitto Zalebi  o  Farage,  vedendosi  libera- 
to da  sì  formidabile  nemico,  si  pacificò 
co'cristiani,  e  fece  loro  le  varie  benigne 
concessioni  che  notai.  Abbiamo  di  Ach- 
niedìi  Arabsiada,  Fila  et  rerum  gesta- 


T  UR 
ram  Ti/miri,  qui  vulgo  Tamcrlanes  (li- 
citar, liì storia  arabica  ci  latinacum  no- 
tis  S.  lì.  .ìFaugcr,  LeovardiaeiyGy.  De- 
gli 8  figli  di  Bajazet  I,  Mustafà  perì  nel 
combattimento,  \  furono  fatti  prigioni,  e 
3  con  l'aiuto  della  madre  essendo  fucci-i 
ti,  successivamente  furono  assunti  al- 
l'impero. 

Solimano  Io  Musulmano  essendosi  riti- 
rato dal  campo  d'ordine  diBajazetl  suo  pa- 
dre, allorché  vide  assicurata  a  Tamerlano 
la  vittoria,  passò  in  Europa  e  si  fece  saluta- 
re sultano  nel  i4o3in  Adrianopoli,  dallo 
truppe  ottomane  rimaste  di  là  del  Bosfo- 
ro, tosto  che  seppe  la  mor  te  del  genitore, 
siccome  dotato  di  brillante  coraggio.  Ri- 
gettò l'offerta  che  gli  fece  Tamerlano  di 
ricevere  una  sovranità  da  lui,  e  ne  trattò 
con  disprezzo  gli  ambasciatori.  L»'  Elle- 
sponto prestava  appoggio  a  tal  contegno, 
poiché  il  conquistatore  di  quasi  tutta  l'A- 
sia e  il  signoredi  tanti  soldati,  non  avea  una 
galera.  Solimano  I  colle  sue  truppe  andò  a 
Prusa  ad  assalire  il  fratello  MusaChelebi, 
che  il  superstite  esercito  avea  collocato  sul 
trono  ottomano  d'  Asia,  sostenuto  dal- 
l'imperatore,  da  Ismaele  principe  di  SU 
nopeeda  Daas principe  di  Valacchia. Due 
volte  Musa,  senza  osare  d'attenderlo, fuggì 
e  sparve  dinanzi  a  lui.  Ma  i  favori  della 
fortuna  corruppero  lo  spirito  generoso  e 
clemente  del  giovane  e  ardente  Solimano 
I.  Ebbe  l'imprudenza  di  disgustarsi  il  fra- 
tello Maometto  I  o  Mehemet,  gove  malore 
di  Amasia,  sdegnando  il  suo  omaggio  e  ri- 
mandando i  suoi  ambasciatori,  così  pri- 
vandosi d'un  sostegno.  I  suoi  eccessi  gli 
nocquero,  più  che  gli  sforzi  aperti  o  i  ma- 
neggi segreti  di  Musa.  Schiavo  di  sue  pas- 
sioni e  dell'inclinazioni  più  turpi,  era  de^ 
dito  all'ubbriachezza,  il  viziopiù  condau- 
nabile  agii  occhi  de'mussulmani;  essi  spre- 
giarono un  principe  che  calpestava  la  loro 
legge, e  richiamarono  unanimi  Musa. Soli- 
mano 1  abbandonato  dal  beglierbey  delle 
proviucie  d'Europa  edall'agà  de'giauuiz- 
zerij  e  costretto  a  ripassare  in  Europa,  fu 
inseguito  da  Musa,  che  l'obbligò  a  sgouv 


T  U  li 
tiare  Adriauopoli.  Andò  a  cercate  mi  a- 
fciio  pressoEoianuele  Paleologo,in  cuispe- 

java  soccorso,  per  aver  cessato  col  prin- 
cipe valacco  di  parteggiare  per  Musa. 
Mentre  recavasi  a  Costantinopoli,  si  ub- 
briaco per  via  e  alcuni  turchi  l'uccisero 
nel  1 4 1  o.  I  più  degli  storici  turchi  non 
contano  Solimatiol,  ne  i  due  seguenti  suoi 
fratelli  tra  gl'imperatori  ottomani,  per- 
chè regnarono  breve  tempo  e  ninno  di 
loro  possedè  la  totalità  dell'impero,  di  cui 
si  disputarono  i  brani,  Isa  ò  Josue  alla 
morte  di  Bajazel  1  suo  padre,dicono  alen- 
iti ch'era  montato  sul  trono  e  ricuperati  i 
ili  lui  stati;  ma  combattuto  dal  fratello  So- 
limano 1,  fu  viutoeiuimediatarnenle fatto 
uccidere.  Invece  Musa  Chelebi  per  dare 
pil  contrassegno  d' umanità,  fece  gettar 
x i vi  sul  fuoco  que'  che  avevano  mozzato 
la  lesta  a  Solimano  I;  ma  egli  pervenne 
al  trono  essendola  monarchia  in  tumulti 
e  confusione,  depauperata,  smembrata  e 
schernita.  Sigismondo  re  d'Ungheria  a  vea 
ottenuto  da  Papa  Gregorio  XII  le  solite 
indulgenze  a  chi  promuovesse  la  spedi- 
zione contro  il  turco;  indi  impetrò  da  Papa 
Alessandro  V  che  con  legati  sollecitasse  i 
Il  deli  della  sua  ubbidienza  ad  unirsi  per 
affrontare  i  turchi  che  travagliavano icou- 
iìni  dell'  Ungheria,  il  che  impedì  lo  sci- 
sma il  quale  vieppiù  lacerava  la  Chiesa. 
E  Musa  che  volgeva  nell'animo  il  paterno 
proponimento  d'impossessarsi  del  greco 
impero  e  di  Costantinopoli,  fece  scorrerie 
iu  Macedonia  e  nella  Servia,e  minacciò 
l'Ungheria.  Sigismondo  con  poderosoe- 
i>ercilo  tedesco  e  boemo,  e  colla  cavalle- 
ria ungherese  marciò  nella  Servia  contro 
i  turchi;  ma  presso  Colombeclz  e  il  Da- 
nubio restò  interamente  disfatto,  perden- 
do il  campo  e  con  isleulo  salvandosi  colla 
fuga.  Musa  insolentì  per  questo  vantag- 
gio, e  volendosi  vendicare  di  Daas  prin- 
cipe di  Valacchia  e  dell'imperatore  gre- 
co, da'  quali  era  stato  abbandonato  due 
anni  prima,  si  mosse  contro  di  essi.  L'im- 
peratore che  procurava  mantener  sem- 
pre le  scissure  tra'  principi  ottomani,  si 


TUR  2y9 

fortificò  e  poi  si  fece  appoggio  di  Orcano 
figlio  di  Solimano  I,  il  quale  assunse  il 
titolo  di  sultano  e  alla  lesta  di  un  eser- 
cito si  recò  iu  Macedonia.  Musa  in  vece 
di  annientare  questo  nascente  suo  ne- 
mico, rivolse  le  sue  armi  contro  Costan- 
tinopoli, ma  con  esito  infelice,  poiché 
fu  intieramente  distrutta  la  sua  armala 
navale,  mentre  Orcano  s'  impadronì  di 
Tessalonica  e  di  molle  altre  piazze.  Or- 
cano vedendosi  abbandonalo  da' greci, 
secondo  la  consueta  incostante  loro  poli- 
tica ^  e  sentendo  che  lo  zio  marciava  con- 
tro di  lui,  fuggì  nelle  montagne  di  Tes- 
saglia, e  preso  dalle  genti  di  Musa,  questi 
lo  fece  strozzare.  Insorse  però  un  altro 
competitore  nel  proprio  fratello  Maomet- 
to 1,  protetto  dal  principe  di  Caramauia 
e  amato  in  generale  da'turchi  per  lesue 
buone  qualità.  Musa  non  si  prese  cura  di 
debellarlo,  e  credendosi  rassodato  sul  tro- 
no, si  die  a  governare  con  alterigia  è  di- 
spotismo tale,  che  nella  monarchia  sin 
a  Ilota  non  erasi  veduto  di  peggio,  onde 
disgustò  gli  animi,  e  gl'ingerì  odio  e  di- 
spetto per  Musa.  Maometto  I  essendo  in- 
formato di  tutto,  vedendo  essere  il  tempo 
maturo  per  detronizzare  il  fraleìlo,come- 
chèda  molli  credevasi  morto  nella  batta- 
glia di  TamerlanOjSi  fece  conoscere  da  tut- 
to l'impero,  e  promise  di  ristabilirlo  nel- 
l'antica potenza, e  di  goveruarecon  giusti- 
zia e  benignità. Questa  pubblica  dichiara- 
zione cagionò  tali  movimenti,  che  molli 
corsero  sotto  le  sue  bandiere  per  combat- 
tere Musa.  11  suo  esercito  si  aumentò  cogli 
aiuti  del  principe  di  Caramauia,  dell'im- 
peratore greco  e  de' partigiani  d'Orca  no, 
e  con  esso  invase  gli  stati  del  fratello  e  si 
misurò  due  volte  con  lui,  che  gli  riuscì 
respingerlo.  Maometto  I  tornò  ad  attac- 
carlo presso  Samocova,  con  tale  esito,  che 
le  truppe  di  Musa  vedendosi  vicine  ad  es- 
sere fatte  a  pezzi  defezionarono  in  favore 
del  vincitore.  Musa  abbandonalo  e  per- 
duta una  mano  nel  combattimento,  si  die 


alla  fuga:  venne  raggiunto  e  fatto 


pngio- 


ne,  e  condotto  al  fratello,  questi  ordinò 


3oo  TUR 

che  si  strangolasse,  ìndi  mandò  il  corpo 
a  Prora  nella  tomba  de'prineipi  ottoma- 
ni nel  i4i3.  Assunto  Maometto  I  all'im- 
pero, trasferì  nuovamente  la  sede  di  esso 
da  Prusa  o  Brussa  olmi  sa,  in  Adriano- 
])oli  nulla  Trucia, per  maggiormente accu- 
dire agli  aliali  ti  Europa  e  terminar  l'ini- 
prete  di  Costantinopoli.  Le  sue  amabili 
qualità  tli  generoso,  valoroso  e  sincero, 
gli  procacciarono  l'amore  de'suddili,  die 
lo  i  «guardarono  quale  altro  Tito;  perciò 
gli  fu  agevole  di  pacificare  la  Boraania, 
elie  il  pallilo  del  defunto  fratello  avea 
commossa.  Ainauledella  p-ice,slrinselega 
co  greci  ed  alti  i  principi  confinanti,  frenò 
l'orgoglio  del  principe  di  Caramaniacon 
disfarlo  in  battaglia,  e  poi  gli  rese  la  li- 
bertà e  si  pacificò  con  oso.  Rassodò  la 
monarchia  ottomana,  le  restituì  la  sua 
antica  estensione,  e  colle  leggi  fece  fiorire 
anche  le  arti  ;  in  somma  si  propose  un 
legno  dolce  e  pacifico,  e  di  fare  riposare 
i  sudditi  dopo  tante  agitazioni  e  guerre. 
Mondi  meno  dovè  ifsare  rigore  con  alcuni 
sconsigliali  sedotti  dal  fanatico  sceik  Be- 
dredin.  Questi  che  sotto  Musa  era  stato 
katlileskier  tli  Natòlia  ,  vedendosi  spo- 
gliato della  carica,  sparse  d'essere  un  pro- 
feta mandato  ad  avvertire  i  popoli  del 
cattivo  governo  che  avrebbe  fatto  Mao- 
metto 1,  ed  ostentando  pietà  e  austerità 
si  ritirò  in  un  deserto.  Molti  turchi  cor- 
sero a  udire  le  predizioni  ,  e  ne  riceve- 
rono tale  impressione  che  si  sollevarono. 
Allineile  le  turbolenze  non  mettessero  più 
profonde  radici,  il  sultano  ordinò  al  fi- 
glio A  murai  di  marciare  coli'  esercito  a 
soggiogare  gl'insorti,  che  avendo  presole 
armi,  Bedredin  si  pose  alla  loro  testa. 
Sbaragliati  interamente,  lo  sceik  co'capi 
della  rivolta  furono  impiccali  a  vista  di 
lutto  l'esercito.  Non  passò  mollo  tempo 
ad  uscir  fuori  un  impostore  che  si  spacciò 
per  Mustafà  secondogenito  di  Bajazet  I, 
morto  sul  campo  (altri  lo  dicono  real- 
mente fratello  di  Maometto  I, ma  l'ultimo 
de'fratelli),  perciò  a  lui  spellare  l'impero; 
•Jan  lo  stendardo  della  ritolta  e  prese  il 


TUR 
titolo  di  sultano  di  Prusa,  cogli  aiuti  del 
duca  di  Smirne;  ma  (piando  vide  il  sul- 
tano risoluto  di  opporgli  un  esercito,  fug- 
gì col  duca  a  Costantinopoli  presso  l'im- 
peratore Emanuele.  Perchè  fossero  am- 
bedue custoditi,  Maometto  I  si  obbligò 
pagare  annua  pensione  pel  mantenimento 
a H'impera loie  che  li  confinò  nell'isola  di 
Lemiios,ecosì  la  buona  armonia  fra'gre- 
ci  e  i  turchi  non  fu  alterata,  anzi  i  primi 
per  tale  trattato  ricuperaronole  piazze  del 
Peloponneso.  Maometto  1  colla  sua  man- 
suetudine, equità,  munificenza,  e  colla 
pace  generale,  senza  strepito  d'armi  fece 
fiorire  l'impero,  ne  fu  salutalo  restaura- 
tore, e  rese  felici  i  suoi  sudditi,  che  l'a- 
mavano atlettuosamente.  L'Abbondanza 
nel  profondere  elogi  a  Maometto  I  tac- 
que il  narralo  da  Beruiuo,  che  per  am- 
pliare l'impero  in  Europa,  il  sultano  fece 
dare  il  guasto  alle  provincie  vicine,  per 
aprirsi  un  passaggio  in  Ungheria,  che  i 
turchi  vagheggiavano  occupare.  Perciò 
vennero  fieramente  invase  la  Servio,  la 
Valacchia%  la  Transìkania  e  la  Bosnia, 
con  terrore  sì  granile  de' popoli  che  molti 
preferirono  la  sommissione  alla  resisten- 
za. Di  più  narra  Sagredo,  che  ricuperò  la 
Cappadocia,  e  che  fu  ih  .Sultane  a  guer- 
reggiare la  repubblica  di  Venezia,  la  qua- 
le possedeva  quasi  tutta  la  costa  marit- 
tima dell'Asia  Minore,  e  da  Capodistria 
sino  a  Costantinopoli,  riuscendo  a'veneti 
vantaggiosa  la  pace  col  turco  per  la  na- 
vigazione e  pe' traffici.  Pietro  Loredano 
si  recò  con  una  flotta  allo  stretto  di  Gal- 
lipoli, acciò  i  legni  veneti  non  fossero  più 
molestali  e  rapili,  eche  le  promesse  aves- 
sero slabile  esecuzione  e  non  le  consuete 
frequenti  rotture,  secondo  1'  operare  dei 
turchi.  Riportò  una  vittoria  navale,  s'im- 
padronì di  6  galere  e  tli  2  i  foste,  taglian- 
do a  pezzi  3ooo  turchi.  Nel  combattimen- 
to per  armi  principalmente  si  adoperaro- 
no, da'turchi  le  frecce,  da' veneti  le  bale- 
stre e  i  verettoni,  poiché  l'invenzione  dei 
moschetti  e  de'cannoni  non  molto  prima 
usuila  dall'inferno,  comesi  esprime  il  Sa- 


T  0  R 

gredo,  non  erasi  dilatata  nel  mondo  al 
comune  sterminio  degli  uomini.  Che  di- 
rebbe il  Sagredo  se  vedesse  come  a'  no- 
stri giorni  si  è  abusato  dell'ingegno  uma- 
no, per  inventare  molteplici  e  tenibili 
mezzi  per  la  più  rapida  distruzione  del- 
l'uomo, che  registrai  a  Soldato  e  altro- 
ve, comechè  il  soldato  è  un'arma  a  due 
tagli?  I  turchi  s'obbligarono  a  non  più 
uscire  dallo  stretto  e  di  non  molestare  la 
marina  veneta;  ma  poco  dopo  FantiuMi- 
chieli  con  una  flotta  fu  costretto  a  libera- 
re i  mari  infestati da'corsari  mussulmani, 
e  conquistò  diverse  città;altre  neUaMorea 
si  diedero  alla  repubblica,  vedendosi  i  loro 
signori  incapaci  di  resistere  alle  mire  dei 
turchi,  esempio  che  non  fu  imitato  dalla 
moglie  diGiorgio  Strusimero,  la  quale  non 
si  vergognò  di  vendere  al  comune  nemico 
l'importante  piazza  di  Vallona.  Di  5  tìgli 
a  Maometto  1  restarono  Amurat  e  Mu- 
stafà,  pel  quale  avea  parlicolar  tenerezza, 
per  iscorgervi  animo  pacifico,  mentre  nel- 
l'altro vi  osservava  lo  spirito  bellicoso. 
Voleva  tra  loro  dividere  P  impero,  asse- 
gnando adAmurat  gli  stati  d'Europa,ed  a 
Mustafà  le  provincie  d'Asia,  il  che  la  mor- 
ie avvenutagli  nel  1421  gl'impedì  man- 
dare ad  effètto.  Amurat  II  assunse  il  tur- 
bante imperiale  colle  paterne  insinuazioni 
di  governare  con  giustizia  e  moderazione, 
e  di  continuar  la  lega  col  confinante  im- 
pero greco.  Nel  principio  del  suo  regno  lo 
sconsigliato  Giovanni  111  Paleologo,  che 
Emanuele  suo  padre  avea  associato  al- 
l'impero, fomentando  le  civili  discordie, 
gli  die  molti  travagli,  suscitandogli  contro 
il  preteso  zio  Mustela  che  custodiva  in 
Lemno.  Questi  aiutato  da'  greci  prese  le 
armi,  ma  restato  vinto  e  prigione,  misera- 
mente fu  strozzato.  Caduto  a  vuoto  tale 
tentativo, FirrequietoGiovanni  111  ardita- 
mente indusse  il  padre  a  proteggere  anche 
l'altro  Mustafà,  fratello  minore  del  sulta- 
no, che  l'ambizione  del  suo  aio  Halias  pa- 
scià indusse  a  fuggire  presso  Alideri  Beg 
signore  di  Caramania,  onde  togliere  al- 
meno la  metà  dell'  impero  al  fratello  A- 


TUR  3or 

murai  TI.  Adunato  un  esercito  per  opera 
di  Alideri  e  di  Giovanni  III, disturbatore 
del  greco  impero,  e  de' turchi  amanti  di 
novità, si  dichiarò  sultano  in  Nicea  da  essi 
espugnata. Amurat  II  astutamenteguada- 
gnò  e  corruppe  l'aio  Halias,  il  quale  con  in- 
fame tradimento  gli  die  in  mano  l'infelice 
giovanetto  e  Nicea,  venendo  strangolato 
Mustafà  nel  serraglio  di  tal  città.  Quindi 
Amurai  II,  pieno  di  vendetta  contro  il  si- 
gnore di  Caramania  e  contro  i  greci,  ne 
invase  gli  stati. Scorse  ferocemente  laGre- 
cia  ,  devastò  e  domò  la  Macedonia  ,  la 
Tessaglia,  l'Acaia,  deliziose  provincie;  si 
rese  tributarie  P  Epiro,  P  Jlbania  e  la 
Bosnia;  e  portalo  l'impeto  della  guerra 
nella  Valacchia  e  nella  Servia,  ove  rotta 
la  giurata  pace  col  desposta  Giorgio  Dui- 
cowitz,  la  cui  figlia  despena  Maria  dovea 
sposare,  lo  cacciò  dalla  provincia  e  se  ne 
impadronì,  facendo  accecare  due  suoi  fi- 
gli. Dipoi  a  condizione  che  gli  dasse  la  fi- 
glia gli  restituì  la  Servia.  Neil' acconsen- 
tirvi Giorgio,  volle  per  patto  espresso,che 
permettesse  a  Maria  di  rimanere  nella  re- 
ligione cristiana,  e  non  solo  l'ottenne,  ma 
la  despena  entrò  tanto  in  favore  del  ma- 
rito, ch'egli  abbandonò  le  altre odalicheo 
concubine,  ed  ella  ebbe  in  dono  il  letto  im- 
peria le, le  cui  /{.colonne  d'oro  massiccio  pe- 
savano 36o  mila  libbre.  Il  Bernino  attri- 
buisce ad  Amurat  11  la  1. 'guerra  contro  i 
veneti,  e  l'espugnazione  fatta  da  lui  di  Tes* 
sa  Ionica  ,che  A  ndronico  alcuni  anni  avanti 
avea  donato  alla  repubblica,  come  impos- 
sibile a  difendersi  da'  grecrper  essere  cir- 
condata da'  dominii  ottomani.  Frattan- 
to con  P  elezione  di  Martino  V  Papa  e- 
rasi  estinto  il  furioso  scisma  d'occiden- 
te, onde  il  nuovo  Pontefice  rivolse  le 
sue  cure  anco  al  cristianesimo  d'orien- 
te, sino  allora  crudelmente  lacerato  non 
meno  dalle  armi  lurchesche,  che  dal- 
le antiche  eresie  e  scisma,  che  lo  rende- 
vano indegno  de'  comuni  soccorsi  degli 
occidentali.  Ammonì  perciò  energicamen- 
te Giovanni  111,  perchè  alla  fine  co'  sud- 
diti aprissero  il  cuoie  alla  verità  de'  dog- 


3<>a  T  0  11 

mi,  dalla  lornostinnzionederivando  le  ca- 
lamità clic  aiìliggevano  l'impero,  colle  di- 
scordie civili  e  colle  armi  infedeli  di  cru- 
delissima nazione,  e  le  quali  minacciava- 
no ingoiarlo  e  dina  servitù  al  rimanente 
d'Europa.  Scosso  Giovanni  III  da  queste 
e  altre  esortazioni,  con  ambasciatori  si 
mostro  disposto  e  richiese  di  ritornare 
colla  chiesa  greca  nel  grembo  della  cat- 
tolica ;  onde  il  Papa  per  assicurarsi  della 
sincerità  di  tali  istanze,  conoscendo  l'in- 
costanza greca,  inviò  a  Costantinopoli  fr. 
AntonioMassana  generale  de'minori  e  poi 
per  legato  il  cardinale  Fonseca,  acciò  ac- 
curatamente esaminassero  i  sentimenti  dei 
greci  se  simulati  o  veraci.  Avendo  Gio- 
vanni XXIII  confermalo  a'francescani  la 
custodia  de'Luoghi  Santi,  siccome  alcuni 
ecclesiastici  cattolici  del  Levante  tenta- 
rono d'assumere  quella  del  s.  Sepolcro, 
Martino  V  dopo  maturo  esame  sentenziò 
a  favore  de'francescani;  e  dipoi  il  succes- 
sore Eugenio  IV  aggiudicò  la  custodia 
de'  Luoghi  Santi  esclusivamente  »'  Vi- 
ìiori  Osserva/iti  (F.),  ed  altrettanto  ap- 
provarono molti  Papi.  Martino  V,  mo- 
rendo nel  1 4.3  1 ,  lasciò  un  tesoro  raduna- 
to per  somministrar  le  spese  a' greci  che 
avea  invitalo  ad  un  concilio  generale,  e 
per  fare  la  guerra  a' turchi.  Il  successore 
Eugenio  IV  con  zelo  continuò  il  trattalo 
della  riunione  delle  chiese  latina  e  greca, 
ed  a  tale  elfetto  celebrò  il  concilio  gene- 
rale, che  cominciato  in  Ferrara  fu  pro- 
seguito in  Firenze  (F.).  con  1'  interven- 
to di  Giovanni  III  col  fratello  Demetrio, 
del  patriarca  di  Costantinopoli,  e  di  di- 
versi arcivescovi  greci, fra'quali  il  torbido 
e  maligno  Marco  d'Efeso,  armeni  e  ru- 
teni. L'unione  finalmente,  dopo  gravi  di- 
spute, fu  conclusa  e  sottoscritta.  Il  Papa 
dopo  aver  magnificamente  ospita toi  gre- 
ci, e  sopperito  alle  spese  di  viaggio,  som- 
ministrò in  due  volte  38, 000  scucii  al- 
l'imperatore per  la  difesa  di  Costantino- 
poli; ma  la  sospirata  riconciliazione,  per 
le  brighe  dell' indegno  Marco  d'Efeso,  fu 
tosto  violala,  ed  i  greci  nuovamente  pre- 


TUR 

Valicarono  e  vieppiù  si  ostinarono  uell< 
scisma,  e  colla  volubilità  della  religioni 
fecero  a  tutti  pronosticare  la  mutazioni 
e  la  definitiva  rovina  dell'  impero.  Frat- 
tanto Amurat  II  dirocco Snnderovia  sulle 
rive  del  Danubio,  mentre  il  detronizzate 
Giorgio  di  Servia  rifugiatoti  presso  Al  ber 
to  II  d'Austria  imperatore  e  re  d'Unghe- 
ria, l'indusse  a  provvedere  alla  difesa  della 
medesima  e  di  Buda  assediata.  Ma  giunto 
presso  di  essa  con  fòrte  esercito,  ammalò 
di  dissenteria  e  morì  a  Lungaz  nel  1  4  ><)• 
Amurat  II  espugnò  la  città,  e  profittando 
de' torbidi  nati  nell'Ungheria  per   l'ele- 
zione del  nuovo  re  Uladislao  I,  ammas- 
sò un  formidabile  esercito  munitissimo  e 
si    presentò   innanzi   Belgrado,   riputata 
propugnacolo  e  chiave  dell'Ungheria  e  del 
cristianesimo,  difésa  dal  fiorentino  Urano 
meravigliosamente  ;  onde  dopo  7  mesi  di 
assedio  il  sultano  ne    partì   vergognosa- 
mente, sfogando  la  sua  rabbia  in  un  gran 
tratto  del  regno.  Uladislao  I  per  reprime- 
re l'orgoglio  e  i  disegni  d'Arnurat  li  sul- 
l'Ungheria invilo  il  celebre  Giovanni  Un- 
niadè  palatino  di  Transilvania  e  gover- 
natore della    Schiavonia,  alla  difesa  dei 
suoi  stati.  Perciò  il  prode  Unniade  marciò 
contro  il  turco  che  desolava  la  Schiavo  - 
nia  e  la  Servia,  e  gli  riuscì  di  batterlo   e 
respingerlo;  e  dopo  diverse    vittorie  sul 
Sultano,  riporlo  quella  insigne  nelle  gran 
valli  del  monte  Hemo,  costringendolo  nel 
i443  a  domandare  istantemente  la  pace, 
con  cedere  la  Servia  al  suo  antico  signore 
in  uno  a' figli,  e  sgombrale  la   Ufo  Ida - 
wV/, convenendo  a  una  tregua  di  12  anni. 
Eugenio  IV  però  ne  fu  afflitto,  perchè 
sperava  cose  maggiori  per  la  gran  lega 
formata  nel  concilio  di  Firenze  con  Gio- 
vanni III  e  nitri  principi  cristiani,  avendo 
inviato  in  Ungheria  per  legalo  il  cardinal 
Cesai  ini,  a  Costantinopoli  il  nipote  cardi- 
nal Condulmieri  col]  armata  e  flotte  pon- 
tificia e  veneta  ;  unito  all'  esercito  d'  Un- 
gheria quello  del  duca  di  Borgogna  e  la 
nobiltà  di  Polonia,  infiammati  efficace- 
mente dal  cardinal  Cesarmi;  mentre  il  ru- 


T  U  II 
Unno  mulinai  Isidoro  (di  cui  riparlai  nel 
voi.  LXXIX.p.  i  i5),inviatoa  Coslanlino- 
poli allestiva, coll'imperatore  già  in  armi, 
vettovaglie,  munizioni  e  soldati,  e  il  car- 
dinal Condulmieij  erasi  recalo  allo  stret- 
to di  Gallipoli  pei-  impedire  il  transito  al- 
le soldatesche  asiatiche  in  Europa.  Allo 
slesso  fìneavea  il  Papa  obbligato  Alfon- 
so V  re  d'Aragona,  nell'investii lo  del  le- 
gno di  Napoli,  che  dovesse  accodi  re  alla 
lega  con  potente  armala,  concedendogli 
200,000  scudi  d'oro  da  esigersi  dalle  de- 
cime imposte  a'due  regni.  Ma  l'improvvi- 
sa pace  rese  inolili  I'  incessati  li  fatiche  di 
Eugenio  IV.  Essendo  Amurat  II  passato 
in  Caramania  conico  quel  signore,  il  car- 
dinal Condolimeli  consigliò  il  Papa  a  pro- 
fittarne, con  ricominciar  la  guerra, onde 
Eugenio  IV  vivamente  ordinò  al  cardinal 
Cesa  ri  ni  di  determinarvi  Uladislao  1.  Il 
deslro  e  aulente  porporato  indusse  il  re 
a  romper  la  pace,  ad  onta  dell'opposizio- 
ne ragionevole  d'Unniade  e  di  Ladislao 
Dragula  principe  della  Valacchia  monta- 
na. Fatalmente  si  ruppe  la  giurala  pace 
e  quella  fede  che  non  ftveano  i  turchi,  so- 
stenendo il  cardinale  esser  lecito, dopo  che 
il  Papa  avea  sciolto  il  re  dal  giuramento, 
e  mandalo  uno  stendardo  col  l'effigie  del 
Redentore  crocefisso,  quale  insegna  della 
lega.  Poslo  Unniade  al  coniando  della 
vanguardia  francese,  nel  i444  s'  comin- 
ciò l'infausta  guerra, saccheggiando  il  ter- 
ritorio di  Nicopoli  e  la    Bulgaria  sino  a 
Vania  detta  pure  Tibcriopoli,  e  non  O- 
dessa  come  alcuni  pretendono.  Ivi  si  vi- 
dero all'improvviso  Amurat  II  con  fiorito 
esercito  d'8o,ooo  turchi,  avendo  subor- 
nato o  ingannato  i  pontifìcii  e  veneti  che 
difendevano  il  passo  di  Gallipoli,  presen- 
tare furente  battaglia  nel  novembre.  Co- 
minciò il  conflitto  famoso  e  memorabile 
per  l'atrocità  della  pugna,  e  per  la  cru- 
dele rotta  ch'ebbe  il  cristianesimo.  Il  fiero 
combattimento  durò  3  giorni  e  3  notti, 
non  potendosi  comprendere  a  qual  parie 
piegasse  la  vittoria.  I  cristiani  fecero  pro- 
digi di  valore,  ma  si  vuole  che  furono  so- 


T  U  R  3o3 

praffalti  dal  numero  de'nemici,o  soccom- 
berono per  aver  gli  ecclesiastici  confuso 
1'  ordine  della  pugna.  Quindi  avendo  i 
giannizzeri  investito  Uladislao  I, l'uccisero 
insieme  a  Giovanni  vescovo  di  Strigonia 
e  di  Varadino  che  portava  Io  stendardi) 
reale  di  s.  Ladislao.  Perirono  pure  il  car- 
dinal Cesarmi,  e  Simone  vescovo  d' A  gria, 
ili. "trapassato  da  tre  frecce,  il  i.°  da  mi 
tiro  d'archibugio,  insieme  al  fiore  della 
nobiltà  polacca  e  ungara:  il  rimanente 
dell'esercito  datosi  alla  fuga,  si  sommerse 
nella  vicina  palude,  e  il  resto  servì  di  pre- 
da e  di  ludibrio  a* turchi,  i  quali  però  la- 
sciarono sul  campò  3o,ooodiloro.  Alcuni 
dicono,  che  a'turchi  si  unirono  gli  Ussiti 
crudeli  eretici.  Il  sultano  per  combattere 
più  libero  si  pacificò  co' veneti  nel  1 44^* 
indi  marciò  contro  i  greci:  prese  Corin- 
to, disfece  Demetrio  principe  di  Morea  e 
fratello  dell'  imperatore,  e  saccheggiò  il 
fertilissimo  suo  dominio;  corse  nell'Alba- 
nia e  nell'Epiro,  esigendo  contribuzioni  e 
schiavi  da  quegli  infelici  popoli,  e  nuo- 
vamente occupò  il  porto  di  Vallona.  Nel 
1 44?  morì  Eugenio  IV  e  gli  successe  Ni- 
colò V,  e  nel  i440>  morì  Giovanni  III 
Paleologo  e  gli  successe  nel  periclitanle 
impero  il  figlio  Costantino  XII,  che  fu 
l'ultimo  imperatore  greco. Morto  Giovan- 
ni Gasinola  principe deIÌ\Ewro,  il  sulta- 
no ordinò  al  pascià  di  Macedonia  il  con- 
quisto della  capitale  Croia  e  d'  occupare 
X Albania;  ma  siccome  nell'esercito  eravi 
il  valoroso  e  celebre  Giorgio  detto  Scali- 
(lerbegh,  che  in  tanti  luoghi  celebrai,  fi- 
glio di  Giovanni  fallo  tributario  del  sul- 
tano, che  preso  in  ostaggio  d'  ordine  del 
medesimo  era  stalo  circonciso  e  educato 
alla  turca,  con  islratlagemmasi  fece  con- 
segnare Croia  percustodula,  losto  fallosi 
conoscere  da'  suoi  sudditi  e  dichiarato-i 
loro  liberatore,  fece  a  pezzi  tutti  i  turchi 
dell'  Epiro  e  in  pochi  giorni  riacquisiò 
P  usurpato  suo  dominio,  dandone  parte 
al  Papa  e  alla  repubblica  di  Venezia,  dai 
quali  ricevè  considerabili  aiuti  in  denaro 
e  in  militari  munizioni  per  resistere  allo 


M  TUR 

sdegnato  multano.  Questi  fece  marciare 
contro  di  Ini  4o,ooo  turchi,  e  Scander- 
begli  con  soli  8000  cavalli 07000  fanti 

ne  uccise  20,000  e  fece  2000   prigioni. 

A  murai  II  «inrata  aspra  vendetta,  alla 
testi!  di  100,000  nomini  passò  in  Epiro 
e  assediò  Croia,  risoluto  di  farne  sparire 
fino  In  memoria.  Scander  begli  affidata 
la  pia/za  al  conte  d'  Urana,  ne  uscì  con 
18,000  per  travagliar  l'inimico,  e  secon- 
dato dal  prode  conte  vi  riuscì  in  modo, 
che  costrinse  il  sultano  dopo  5  mesi  d'o- 
stinatissimo assedio,  ad  abbandonar  l'im- 
presa con  disonore  e  rabbie  tale,  che  ne 
morì  di  y5  anni  nel  i4-5i,  strappandosi 
co'  propri  denti  le  dita,  o  di  apoplessia 
come  vogliono  altri,  carico  d'allori  e  a- 
maramente  compianto  dall'impero  otto- 
mano. A  murai  II  ebbe  due  figli,  A  ladino 
e  Maometto  II.  Ad  Aladino,  come  ehez- 
ade  o  erede  presuntivo  del  trono,  die  per 
solilo  appannaggio  il  tang  iacea  lo  di  Ma- 
gnesia, provincia  della  Macedonia  conti- 
gua alla  Tessaglia,  stretta  lutla  fra  il  ma- 
re e  i  monti,  e  a!  governo  di  esso  lo  fece 
partire  nella  nascita  di  Maometto  II.  Do- 
po la  morte  di  Aladino,  stanco  di  più  re- 
gnare, due  volle  rinunziò  l'impero  a  Mao- 
metto II;  ma  poi  per  essere  minacciato 
dalle  guerre,  fu  obbligato  a  riassumere  il 
potere,  anche  per  essersi  annoiato  nella 
vita  privata.  Maometto  II  sino  dalla  te- 
nera età  in  tutte  le  sue  azioni  aveva  del 
sorprendente:  alla  quadratura  della  men- 
te univa  un  fuoco  che  da  cosa  alcuna  non 
poteva  arrestarsi;  parlava  serio  e  grave  il 
turco,  l'arabo,  il  persiano,  econ  autorità 
comandava. Negli  sludi  ed  esercizi  cavalle- 
reschi e  militari,  a'  1 1  anni  riusciva  di  stu- 
pore a  tutti,  maneggiando  egregiamente 
i  cavalli,  l'arco  e  la  sciabola.  Nel  serra- 
glio il  solo  Scanderbegh  1'  eguagliava,  e 
per  poco  superava  nella  destrezza.  Allor- 
ché poi  quest'eroe  divenne  invincibile,  il 
sultano  attribuendo  una  virtù  sopranna- 
turale alla  sua  sciabola  gliela  domandò; 
ma  dovè  persuadersi  che  il  suo  braccio  e 
non  l'arme  Io  rendeva  il  flagello  de'tur- 


TUR 

chi,  come  rilevai  nel  voi.  LXVIII,  p  12. 
Sagace,  quando  il  padre  gli  rinunziò  l'im- 
pero e  poi  gliene  ritolse  il  governo,  con- 
tentissimo lo  ringraziò,  e  per  non  dargli 
01  nbra, subito  si  ritirò  aM.iguesia  ,go  verno 
d'appannaggio  del  successore  al  trono.  Al- 
lorché poi  ne  udì  la  morte, precipitosamen- 
te volò  a  Costantinopoli,  facendo  traspor- 
tare il  cadavere  a  Prusa,  e  permettendo 
alla  savia  despena  Maria  sua  vedova,  che 
ritornasse  nella  paterna  corte  di  Servia. 
Cogli  anni  crebbe  smisuratamente  nel  co- 
raggio e  nella  bravura,  divenne  il  terrore 
del  mondo  e  il  distruttore  delle  più  pos- 
senti monarchie.  Ardito  e  dmbizioso,IVlao- 
metto  li  successe  al  padre  di  21  anni,  e 
dopo  aver  simulato  pace  e  tranquillila, 
l'osservanza  detrattali  stipulati  co'vicini 
dal  padre,  si  lagnò  che  il  mondo  fosse  an- 
gusto alla  vastità  de'  suoi  disegni,  onde 
subito  risolvè  l' espugnazione  di  Costan- 
tinopoli, come  quella  che  non  riuscita  a' 
suoi  predecessori  avrebbe  reso  immorta- 
le il  suo  nome.  A  tal  effetto,  dopo  avere 
con  diverse  scorrerie  provocata  la  rollìi- 
ra  co'^reci,  fece  bandire  ne'suoi  slati  d\V- 
sia  e  d'Europa  la  sua  vasta  idea,  impie- 
gando due  anni  a  far  preparativi  di  sol- 
dati ed'armi,  fra  le  quali  la  famosa  e  smi- 
surata bombarda,  che  Leonardo  di  Chio 
arcivescovo  di  Mililene  nella  letlera  de 
captivi  tate  Constanlhiopolis,  scritta  a 
Nicolò  V,  riferisce  che  avea  nella  bocca 
1  i  palmi  di  diametro  e  appena  potea  ti- 
rarsi da  i5o  paia  di  bovi.  Invitò  con  lar- 
ghe promesse  di  stipendio  e  di  preda  gli 
slessi  cristiani  ad  unirsi  a  lui  nell'impresa, 
e  tanto  valse  la  loro  infame  opera  nell'e- 
spugnazione della  città,  che  si  attribuì  il 
suo  soggiogamento  a'  medesimi  cristiani 
in  favore  de'  turchi.  De' 400,000  com- 
battenti che  il  sultano  v'impiegò  nell'as- 
sedio, la  maggiore  e  miglior  parte  erano 
greci,  tedeschi,  unga  ri  e  boemi,  che  al- 
lettati dal  copioso  bottino,  erano  accorsi 
a  contribuire  alla  sovversione  dell'oriente 
e  del  cristianesimo  con  ogni  specie  d'ar- 
mi. Né  ininoii  furono  i  preparativi  ma- 


TUR 

rittimi,  formati  principalmente  da  2^0 
legni,  che  pose  alla  bocca  del  Bosforo 
Tracio,  dove  è  piti  breve  il  tragitto  che 
conduce  dall'Asia  in  Europa,  ed  ivi  in  3 
mesi  fece  alzare  3  forti  castelli,  poiché  col- 
la costruzione  de*  Dardanelli  egli  chiuse 
l'ingresso  all'Ellesponto,  onde  impedire 
l'accesso  in  quello  stretto  a'  legni  ausi- 
liari de'  principi  d'occidente.  Ma  questi 
non  curarono  e  non  seppero  calcolare  le 
conseguenze  e  la  rovina  del  cristianesi- 
mo, per  la  caduta  di  Costantinopoli,  re- 
stando nella  più  parte  indifferenti  all'i- 
stanze caldissime  di  Nicolò  V,  e  all'  am- 
bascerie di  Costantino  XII, che  tentò  nuo- 
vamente l'unione  colla  chiesa  latina,  im- 
pedita dal  clero  e  monaci  greci,che  fomen- 
tarono la  disunione  per  conservar  l'indi- 
pendenza, discreditando  l'autorità  ponti- 
fìcia per  mantener  intatta  la  propria.  At- 
territo Nicolò  V  da' formidabili  prepara- 
tivi di  Maometto  II,  intimò  pubbliche 
preghiere,  più  vohe  a  piedi  nudi  si  vide 
per  Roma  in  processioni  di  penitenza  per 
animare  a  questa  col  proprio  esempio  i  fe- 
deli. A  mezzo  del  cardinal  Capranica  pa- 
cificò i  principi  d'Italia,  e  li  strinse  in  le- 
ga per  eccitarvi  il  rimanente  del  cristia- 
nesimo. Armò  con  grave  suo  dispendio 
3o  galere,  affidandone  il  comando  a  Gia- 
como Loredano;  inviò  a  Costantinopoli 
nel  i4^2  l'animoso  ruteno  cardinal  Isi- 
doro, e  fu  l'ultimo  legato  della  s.  Sede  ai 
greci,  per  rimproverare  questi  della  loro 
ribellione  e  della  simulata  riconciliazione 
co'lalini,  e  per  soccorrere  l' imperatore, 
ed  ebbe  in  animo  di  portar  visi  in  persona 
con  potente  armata.  Ma  quanto  fece  Ni- 
colò V  innanzi  e  dopo  la  presa  di  Costan- 
tinopoli, in  favore  de'greci,  lo  narrai  in 
tale  articolo  e  ne'relalivi,  con  quanto  pu- 
re precede,  accompagnò  e  segui  lo  stre- 
pitoso e  deplorabile  avvenimento;  così 
ancora,  chi  fece  l'estrema  difesa  dell'in- 
felice città,  le  prodezze  e  la  tragica  fine 
di  Costantino  XII,  dopo  avere  ricevuto 
la  comunione  in  s.  Sofia  dalle  mani  del 
cardinal  Isidoro.  Intanto  Maometto  II  ai 
vol.  ixxxi. 


TUR  3o5 

3  aprile  i4*3  fece  avanzare  contro  la 
sventurata  città  Sarazia  beglierbey d'Eu- 
ropa, e  nel  di  seguente  egli  vi  comparve 
circondato  da  innumerevole  esercito  per 
terra  e  da  i5o  vele  per  mare.  I  greci  in- 
dolenti, per  avarizia  aveano  nascosto  il 
più  prezioso,  invece  di  soccorrere  la  pa- 
tria e  corrispondere  a'  replicati  inviti  e 
preghiere  dell'imperatore,  per  aumenta- 
re gli  scarsi  mezzi  di  difesa  eie  munizioni 
di  cui  penuriava.  Il  cardinal  Isidoro  con 
pubbliche  processioni  implorò  il  patroci- 
nio celeste,  mentre  la  turba  imbelle  del 
popolo  con  inutili  e  alte  strida  accresce- 
va nell'animo  de'più  forti  la  confusione 
e  Io  spavento.  I  turchi  fieramente  comin- 
ciarono l'assalto,  che  i  greci  sostennero, 
ma  dediti  allo  studio  e  al  traffico,  non 
possedevano  l'arte  necessaria  per  respin- 
gere gli  sforzi  del  possente  e  agguerrito  ne- 
mico. Maometto  li  sforzò  1*  enorme  ca- 
tena del  porto,  e  con  inaudito  sforzo  fece 
di  peso  trarre  dall'acqua  70  vascelli,  e 
parte  strascinati  e  parte  portati  a  spalla 
fece  gettare  nel  porto.  Ivi  formò  un  pon- 
te lungo  3  miglia,  per  dare  da  esso  l'as- 
salto alla  città,  e  fabbricò  diverse  torri 
foderate  di  pelli  bagnate  per  resistere  al 
fuoco;  e  finalmente  per  animare  l'eserci- 
to promise  il  sacco  della  città  per  3  gior- 
ni, mentre  il  muftì  ordinò  l'universal  di- 
giuno per  un  intero  giorno.  Spuntò  l'alba 
fatale  de'  29  maggio.giorno  sacro  allo  Spi- 
ritoSanto,  la  cui  processione  dal  Padre  e 
dal  Figliuolo  negavano  i  greci;  e  Costanti- 
nopoli^! confine  dell'Europa  con  l'Asia  e 
già  metropolidi  ZWzcitfjl'anticaBisanzioe 
la  nuova  Roma, fu  interamente  conquista- 
ta da  Maometto  II,  ed  invece  d'Adriano- 
poli  di  venne  la  capitale  dell'  impero  otto- 
mano, e  da'turchi  fu  chiamata  Stambul, 
Jstambul  o  Islambol,  cioè  luogo  fertile  e 
quasi  apice  dell'islamismojiion  che  con  en- 
fatica espressione  Ummeda  Dania,  va- 
le a  dire  Madre  del  mondo;  la  sede  del 
governo  e  la  metropoli  della  Turchia;  e. 
Maometto  II  prese  il  titolo  d' imperato- 
re d'Orzc/zfc.Galatade'genovesi  fu  egual- 
20 


3o6  TUR 

mente  occupala  ;  spietate  furono  le  bar- 
Itnrie  e4e  stragi  commesse  da'  \ intiloi ì, 
t  i  greci  per  prezzo  di  loro  vita  olliendo 
nllora  le  loro  ricchezze,  l  estarono  crndel- 
mente  a  un  tempo  privati  dell'una  e  del- 
l'altre. Fu  spettacolo  lacrimevole  il  cani 
biamento  avvenuto  nella  reggia  degl'im- 
peratori e  ne' santuari  de' martiri,  dive- 
nuti asili  d'infedeli  e  ricettacolo  del'e  più 
barbare  nazioni  dell'Asia.  Tre  anni  pri- 
ma Nicolò  V  avea  predetto  a  Costantino 
XII  la  recisione  di  quell'  albero  infrutti- 
fero nella  vigna  di    Cristo,  la  qual  cosa 
seguì  nel  determinalo  tempo.  Dicesi  non- 
dimeno, che  il  Papa  restò  siffattamente 
sbalordito  e  afflitto  per  tanta  rovina-  die 
nel  breve  tempo  clic  sopravvisse  non  fu  piìi 
veduto  ridere,  ne  fare  alcuna   dimostra- 
zione d'allegrezza;  e  contratta  un'infer- 
mità, accorato  e  mesto  lasciò  di  vivere  ai 
^4  marzo  1  4-55, dopo  aver  accolli  beni- 
gnamente in  Roma  i  letterati  greci  fug- 
giti da  Costantinopoli  e  dall'oriente,  dove 
enei  roto  d' Italia    riaccesero   l'amore 
delle  Lettere  belle  (/'.),  di  che  riparlai 
nel  voi.  LXlX,p.  222;  e  dopo  aver  molto 
lodevolmente  operalo,  se  non  per  la  ricu- 
pera di  Costantinopoli, almeno  per  infre- 
nare i  disegni  di  conquista  di   Maomet- 
to II,  fa'quali  vagheggiava  quelli  d'Ita- 
lia e  Roma.  Fra  le  principali  cagioni  del- 
la caduta  dell'impero  greco,  oltre  il  lusso 
fastoso,  l'ozio,  l'empietà,  l'eresia,  le  quali 
avvilirono  1' animo  de' greci  e  li  resero 
meritevoli  di  sì   grave  castigo,  fu   la  se- 
parazione orgogliosa  dalla  chiesa  roma- 
na, per  cui  s'interruppe  anche  nelle  cose 
politiche  co'principi  di  Ponente  la  corri- 
spondenza, e  molte  imprese  di  essi,  come 
le  crociate,  furono  frastornale  dalle  frodi 
de'greci,  che  perciò  si  resero  tardi  e  lan- 
guidi a  soccorrerli,  e  lo  fecero  per  le  in- 
cessanti esortazioni  de'  Papi.  Vi  contri- 
buì pure  la  divisione  che  fecero  de'vasti 
domimi  in  diverse  parti  di  principati  e 
signorie,  oltre  I'  impero  di  Trebisonda, 
tutti  improvvidi   nel  couoscere  1'  avve- 
nire e   imperili  nelle  arti  di  stato.  Fu 


T  U  r. 

quindi  agevole  a' turchi  di  conquistatilo 
l' impero  diviso  fra  tanti  regoli  e  deftpoli 
deboli  e  diffidenti,    condotti  da  contrari 
interessi  ed  affetti.  Lo  spavento  uuiver 
sale  per  la  caduta  di  Costantinopoli,  ac- 
celerò la  loro.  A  compensare  la    brevità 
che  mi  è  legge,  nel  molto  che  resta  a  dire 
sul  colossale  impero,  ed  anche  per  non 
ripetere  il  riferito  in  tanti  articoli,  ricor 
derò  fra'  molli  che  scrissero  sul  mede» 
ino  i  seguenti. Giosafatte  Barbaro, Viaggi 
fritti  da  Venezia  in  Persia,  i/i  Indine  in 
Costantinopoli,  Venezia  1  543.  Giorgio 
El mancini,  [Ustoria  Saraceuica  in  (jua 
res  gcstaeMuslinorum  fedelissime  expo'' 
cantar,  ar obice,  latine  redatta  a  T.  Er* 
perdo:  Acced.  et  Roder.  Ximenes,  histo- 
ria  Arabum,  Lugduni  Bai.   1625.  Gre- 
gorio Abul  Phaiagh,  Specimen  historiae 
Arabum,  sive,  de  origine  et  moribus  A- 
rabum  succinta  narra  tio  arabica,  in  lin- 
gua latina  conversa  notiscpic  illustrala, 
opera  et  studio  E.  Pococki,   Oxonine 
1  65o:  /Ustoria  compendiosa  dynastia- 
rum  orientaliurn,  historiam  compleetens 
universalem, amundo condito,  usque  ad 
tempora  auctorisj  arabicc  edita,  et  lati- 
ne versa  ab  E.  Pococki  rum  supplemento 
latino  conscripto,  Oxoniae  1 663.  Ver- 
dier,  Compendio  dell'istorie  generali  dei 
turchi,  Venezia    1662.  Ricant,   [storia 
dell*  impero  ottomano,  Venezia   1672. 
Cosimo  Comidas,  Descrizione  lopogra- 
,  fica  dello  stato  presente  di  Costantino- 
poli, Bassano    1 794-   Hammer,   Storia 
dell'impero  Osmano,  illustrata  con  ag- 
giunte e  traduzione  dal  tedesco  di  fio- 
manini,  Venezia   1824.    Margaroli,    La 
Turchia  o  l'impero  ottomano  descritto, 
Milano  1829.  Guglielmo  Taylor,  La  sto- 
ria del  Maometlanismo  e  delle  sue  set- 
te, tratta  principalmente  da  fonti  orien- 
tali, Londra  1  834-  Ne  dà  contezza  il  t.  1 
degli  Annali  delle  scienze  religiose,  p. 
4i3. 

Dopo  l'espugnazione  di  Costantinopo- 
li, la  repubblica  di  Venezia  procurò  pres- 
so Maometto  11  il  riscatto  de' nobili  ve- 


T  U  R 
lieti  restati  schiavi  nella  difesa, e  dopo  di- 
versi trattati  l'ottenne,  ed  il  suo  bailo  po- 
tè restare  in  Costantinopoli  quale  ordi- 
nario ministro  della  repubblica.  Conven- 
ne l'accorto  sultano  alla  pace  co'  veneti, 
per  rassodarsi   nell'  impero  e  per  disto- 
glierli dal  nuocergli  colle  flotte  in  che  pre- 
valeva no  alle  sue.  Espugnata  Costantino* 
poli  e  divenuta  quasi  deserta,  Maomet- 
to li  pensò  a  ripopolarla  e  v'invitòeziao 
dio  i  cristiani,  permettendo  loro  di  eleg- 
gersi un  patriarca.  Essi  elessero G en nadio 
ossia  Giorgio  \oScolarot  ma  dipoi  i  suc- 
cessori furono  destinati  da'sultani,  i  qua- 
li vi  nominarono  chi  piti  offriva  di  tribu- 
to ,  con  perniciose  conseguenze.  Questo 
riguarda   i  greci.   Quanto  agli  armeni, 
Maometto  li  ordinò  che  venisse  presso  di 
lui  con  buon  numero  di  famiglie  armene 
in  Calata  e  in  Costantinopoli,  l'arcivesco- 
vo di  Prosa  o  Bursa  Gioacchino  ,  e  con 
firmano  ordinò  a' suoi  nazionali,  che  nel 
civile  lo  riguardassero  qual  suo  luogote- 
nente politico,  e  come  avea  fatto  con  Gen- 
nadio,  gli  die  il  titolo  di  Palrik  o  patriar- 
ca. Di  più  il  sultano  accordò  a  Gioacchi- 
no autorità  pure  sopra  tutti  gli  armeni 
domiciliati  nella  Grecia  e  nell'Asia  Mi- 
nore, unitamente  al  potere  di  conferma- 
re o  eleggere  e  deporre  i  vescovi.  Tale  fu 
l'origine  del  pastore  armeno  di  Costan- 
tinopoli. Nel  i6o5  circa  gli  armeni   sci- 
smatici cominciarono  ad  avere  un  eccle» 
siastico  in  Costantinopoli  col  titolo  di  pa- 
triarca, sebbene  vicario  di  quello  di  Ezc- 
miazin.  Da  questi  patriarchi  soli  ricono- 
sciuti dal  governo  per  capi  spirituali  e  ci- 
vili della  nazione  armena,  cominciò  con» 
tro  gli  armeni  cattolici  quella  lunga  se- 
rie di  persecuzioni  che  imperversò  fino  al 
i83o,  in  cui  furono  eletti  il  proprio  ar- 
civescovo primaziale,  e  il  capo  civile,  con 
che  vennero  emancipati  dalla  soggezione 
ni  patriarca  scismatico.  Quanto  a'Iatini, 
il  loro  patriarca  cominciò  dopo  la  presa 
di  Costantinopoli  fatta  da'medesirni  lati- 
ni. Presa  la  città  da'turchi,  soleva  il  pa- 
triarca risiedere  in  Venezia,  e  vi  esercita* 


1  U  R  3o7 

va  là  giurisdizione  per  mezzo  d'un  vica 
rio,  per  Io  più  semplice  regolare.  Cresciu- 
ti i  cattolici  latini,  nel  1 63  1  ottennero 
che  la  congregazione  di  propaganda//^* 
ordinasse  al  patriarca  di  nominare  un 
suffragamo  e  di  fargli  un  annuo  assegno 
sulle  sue  rendite  di  Canditi, e  poi  lo  no 
minò  la  stessa  s.  congregazione.  Ili.°suf 
fraganeo  che  si  conosca  fu  Livio  Li Ij  de- 
cano di  Candia.  I  successori  si  chiama- 
rono ora  suffraganei,  ora  vicari  patriar- 
cali, e  quest'ultimo  titolo  prevalse.  Per 
qualche  tempo  in  Costantinopoli  pe'lati- 
ni,  oltre  il  sulfraganeo  vescovo,  vi  fu  un 
vicario  patriarcale,  ma  pare  che  non  fosse 
niente  più  che  un  vicario  generale.  II  vi- 
cinato apostolico  latino  di  Costantino- 
poli estende  la  sua  giurisdizione  ne'luo- 
ghi  descritti  in  tale  articolo,ove  narrai  eoo 
diffusione  quanto  qui  appena  accenno  , 
tank)  pe'  greci  che  pegli  armeni  ancora, 
sia  in  Europa  che  iu  Asia.  Il  vicario  a- 
postolico  de'  latini  è  insignito  del  titolo 
d'arcivescovo  in par •tìOus.j ora  peròè pro- 
vicario patriarcale  l'arcivescovo  di  S;nir- 
nej  e  tra'cattolici  il  solo  arcivescovo  pri- 
mate armeno  s'intitola  di  Costantinopo- 
li con  giurisdizione  e  residenza,  mentre 
il  patriarca  latino  di  Costantinopoli  lo  è 
di  solo  titolo  fu partìbus.  Di  questi  Pa- 
triarchi {^Costantinopoli  ne  raccolsi  un 
bel  numero  in  tali  due  articoli.  Dopo  che 
l'ultimo  fu  traslato  alla  sede  di  Siniga- 
glia,  il  titolo  restò  vacante.  Suoi  imme- 
diati predecessori  furono:  neh  843  mg.1 
Giacomo  Sinibatdi  di  Fermo,  traslato  da 
Dannata;  nel  1 844  aiS-f  Fabio  M.*  A- 
Stjuini  d'  Udine,  traslato  da  Tarso  e  ora 
cardinale;  nel  i845  mg.r  Giuseppe  Ca- 
nali di  Cesano  diocesi  di  Porto,  traslato 
da  Colossi  e  F ice gerente.  Caduta  Can- 
dia nel  dominio  de'  turchi,  il  patriarca 
risiedè  in  Roma,  perdendo  le  rendite  che 
traeva  da  quell'isola,  cioè  i  3,ooo  lire  ve- 
nete, colle  quali  però  dovea  mantenere  il 
clero  della  medesima  composto  di  1 4  ec- 
clesiastici. Per  un  decreto  della  congre- 
gazione di  propaganda  del  1771  i  mini- 


3o8  TUR 

stri  delle  potenze  europee  presso  la  Su- 
blime Porta,  hanno  il  privilegio  di  farsi 
amministrale  i  sacramenti  parrocchiali, 
sì  per  loro  che  per  quelli  che  abitano  den- 
tro il  recinto  di  essi,da'propri  cappellani. 
Da  ultimo  la  giurisdizione  del  vicario  a- 
postolico  patriarcale  pe'lat  ini  di  Costanti- 
nopoli comprendeva,  oltre  tale  città  ,  la 
Romania,  la  Macedonia,  Metelino  e  l'A- 
natolia ;  ed  avea  annualmente  dalla  con- 
gregazione di  propaganda  scudi  3go,  dal- 
l'ambasciata francese  scudi  3 oo, dalla  ca- 
sa e  chiesa  di  s.  Giorgio  antica  cattedra- 
le (ora  essendo  quello  della  ss.  Trinità) 
scudi  4°°;  roa  grandi  sono  le  spese  ch'e- 
gli sostiene,  pel  mantenimento  della  cat- 
tedrale, pel  sollievo  de*  poveri,  in  ispese 
pe'  missionari  che  spedisce  ove  richiede 
il  bisogno,  ec.  Mi  sembrò  indispensabile 
questo  cenno  per  notare  come  fu  provve- 
duto a 'cristiani  scismatici  e  cattolici,  non 
meno  di  Costantinopoli  che  di  altre  par- 
ti dell'impero,  dopo  che  se  ne  impadro- 
nirono i  turchi.  Da  sì  infausta  epoca  ri- 
prendo la  narrazione.  Il  nuovo  Papa  Ca- 
listo IH  non  fu  meno  infervorato  del  pre- 
decessore Nicolò  V  per  frenare  il  corso 
agli  ottomani  progressi, come  quello  che 
da  cardinale  ritenendo  di  divenirPapa  fé* 
ce  questo  giuramento.  To  Calisto  Pontefi- 
ce m'obbligo  con  voto  a  Dio  Onnipoten- 
te ted  alla  ss. e  Individua  Trinità  di  per- 
scguitarefierissimamentei  turchi  nemi- 
ci del  nome  cristiano,  e  ciò  con  guerra, 
maledizioni,  interdetti,  esecrazioni,efi* 
nalmente  in  qualunque  modo  mi  sarà 
permesso.  Ratificò  da  Papa  il  voto  nel 
i  ."concistoro  in  cui  adunò  il  sagro  colle- 
gio, e  intimò  con  sentimenti  di  gran  ze- 
lo la  crociata  per  tutta  Europa.  Fabbri- 
cate 16  galere,  onde  fu  benemerito  del- 
la marina  militare  pontifìcia,  le  mandò 
inAsia^icuperando  alcune  isole  dell'Ar- 
cipelago, altre  difendendo  da'lurchi,  ren- 
dendosi formidabile  in  quelle  acque.  Al- 
tre 24  ne  fece  armare  in  A  vignone  dal  car- 
dinal legato,  per  cui  fu  necessitato  ven- 
dere gran  parte  degli  ornamenti  ponti- 


TUR 
fìcii,  impegnare  le  mitre  preziose,  e  alie- 
nare alcune  terre  dello  stato  papale.  Ca- 
listo 111  elesse  capo  della  spedizione  che 
allestivasi  contro  i  turchi,  Alfonso  V  re 
d'Aragona,  cui  scrisse:  Utinarn,  ut  tan- 
ta strages  opprobriumque  fi  dei  ortho- 
do xae  cessare t;  captività*  personae  no- 
strae  sufficeret,  quam  sponte  offerìmus, 
novi t Deus.  Perla  morte  del  ree  pel  peri- 
colo prossimo  dell'Ungheria, la  crociata 
appena  ebbe  qualche  edetto  ne'  due  se- 
guenti pontificati.  Sembrandogli  troppo 
angusta  l'Europa  al  suo  zelo,  inviò  fr.  Lo- 
dovico di  Bologna  francescano  negli  e- 
stremi  confini  dell'Asia,  per  eccitare  al- 
l'impresa il  re  de' tartari,  il  principe  d'Ar- 
menia, ed  Usum  Cassan  re  di  Persia,  i 
quali  portarono  unitamente  le  armi  con- 
tro il  turco  con  vittoriosi  successi,  ed  in- 
viarono ambasciatori  alias.  Setle  per  no- 
tificarli; il  re  di  Persia  attribuendoli  al- 
l'orazioni del  Papa.  Da  questo  fatto  eb- 
be origine  quella  scambievole  corrispon- 
denza che  diversi  Papi  ebbero  co're,  coi 
sofì  e  co'sciah  di  Persia.  Maometto  1 1  mi- 
rando all'invasione  dell'Ungheria,  assali 
con  400,000  uomini  e  una  flotta  Belgra- 
do suo  propugnacolo  e  insieme  del  cri- 
stianesimo,onde  Calisto  III  vi  spedì  il  car- 
dinal Carvajal  con  denaro,  e  ingiunse  a 
s.  Giovanni  da  Capistrano,  che  vi  si  tro- 
vava,la  promulgazione  della  crociata.  In- 
timorito il  re  d'Ungheria  teneva  impos- 
sibile la  difesa,  onde  il  solo  Giovanni  Un- 
niade  l'assunse  animato  da  s.  Giovanni 
da  Capistrano  e  dal  cardinale,  invocando 
il  divino  aiuto.  L'eroe  liberatore  dell'Un- 
gheria e  del  cristianesimo,  con  tenui  for- 
ze insegnò  non  essere  invincibili  i  turchi. 
Dopo  averli  interamente  disfatti  nella 
flotta  sul  Danubio, nell'assalto  tremendo 
di  Belgrado,  tenendo  S.Giovanni  inalbe- 
rato il  Crocefisso  per  vessillo ,  superata 
già  da'lurchi  la  città,  nell'atroce  conflit- 
to Maometto  II  restò  gravemente  feri- 
to in  petto  da  una  freccia,  onde  si  ritirò 
ne'sobborghi.  Ciò  costernò  i  torcili  ea- 
nimò  i  cristiani  in  modo, che  respinti  gl'i- 


TUR 

nia>ici  dalla  città,  con  istrage  li  fugarono. 
Allora  impadronitisi  di  200  cannoni  e  ri- 
voltati contro  i  turchi,  ne  fecero  macello 
di  3o,ooo  con  dolore  disperato  del  sulta- 
no, che  svergognato  abbandonò  l'impre- 
sa, mentre  a  vea  deriso  suo  padre  della 
cattiva  riuscita.  Calisto  III  a  rendere  me- 
morabile il  6  agosto,giorno  del  prodigio- 
so trionfo,  rese  più  celebre  e  solenne  la 
festa  della  Trasfigurazione  (P.).  Di  più 
il  Papa  inviò  somme  considerabili  all'al- 
tro eroe  cristiano  Scauderbegh,  perchè 
continuasse  i  suoi  conquisti  nella  Mace- 
donia. In  memoria  del  suo  operato  con- 
tro i  turchi  abbiamo  la  medaglia  colla  ef- 
fìgie di  Calisto  III,  colle  parole:  Hoc  vo- 
vi  Deoj  nell'asergo:  ut  Fide  hostes  per- 
derai! elexit  me.  Nel  rovescio  si  espri- 
me la  spedizione  dell'armata  navale  con- 
tro il  turco.  Risorgendo  Maometto  II  più 
vigoroso  da  tanta  perdita,.conquistò  suc- 
cessivamente nel  1 4^9  la  Moreaì  fuggen- 
done il  despota  Tommaso  Paleologo,  fra- 
tello del  defunto  Costantino  XII ,  colla 
testa  di  s.  Audrea  apostolo,  la  quale  in- 
viò in  dono  a  Papa  Pio  li,  che  con  solen- 
nissima  Processione  (P .)  la  portò  nel 
Vaticano,  ospitando  poi  magnificamen- 
te in  Roma  quel  principe.  Indi  l'impera- 
tore prese  Sparta,  Atene,  Lesbo,  il  cui 
regolo  Domenico  Catalusi  genovese  tra- 
cidò,beuchè  si  facesse  maomettano, e  l'im- 
pero greco  di  Trebisonda  neh 46 e.  A- 
vea  Usum  Cassante  di  Persia  inviati  am- 
basciatori a  Maometto  II  di  non  molesta- 
re il  piccolo  impero  di  Trebisonda,  al- 
trimenti gl'iutimava  la  guerra,  avendo- 
ci delle  ragioni  per  la  dote  della  despe- 
ua  sua  moglie  figlia  di  David  Comneno 
imperatore diTrebisonda.  Infierito  il  sul- 
tano a  tal  proposta  e  uon  potendo  soffri- 
re di  ricever  leggi  da  quell'antico  nemi- 
co de'turchi,  ne  affrettò  l'occupazione,  e 
condotti  in  trionfo  a  Costantinopoli  l'im- 
peratore, la  moglie  e  i  figli,  tutti  fece  poi 
crudelmente  morire.  Mossa  quindi  guer- 
ra alla  Valacchia,  cacciò  da  essa  il  figlio 
deIpriucipeUladislaoDracula,sostituen- 


TUR  3o9 

dogli  un  fratello  mediante  annuo  tribu- 
to alla  Porta.  Egualmente  si  rese  tribu- 
taria l'isola  di  Scio,  e  con  tale  acquisto 
diventò  formidabile  all'  isole  cristiane 
dell'Arcipelago,  a  difesa  delle  quali  avea 
Pio  II  istituito  l'ordine  equestre  e  mili- 
tare di  s.  Maria  di  Dettlemme(F.).  Nel 
1 4^3  si  portò  in  Bosnia,  fece  scorticar  vi- 
vo il  re  Stefano,  ed  in  breve  se  ne  impa- 
dronì. Indi  scorrendo  qual  fulmine  di- 
struggitore la  Sdii avonia  e  la  Dalmazia, 
fece  strage  e  preda  innumerabile  di  po- 
poli: e  benché  MattiaCorvino  figlio  d'Un- 
niade,  eletto  re  d'Ungheria,  ne  tentasse 
l'acquistocon  fortunato  evento,  pur  tut- 
ta via  non  senza  stento  la  soggiogò  di  nuo- 
vo. Pio  II  commosso  da' mostruosi  pro- 
gressi di  Maometto  II,  che  toglieva  a'eri- 
stiani  ogni  anno  un  regno,  il  che  recava 
grande  apprensione  al  rimanente  del  cri- 
stianesimo, appena  eletto  neh  4^8  tentò 
di  formare  una  lega  di  principi  cristiani, 
ina  senz'alcali  eifetto.  Come  succede  nei 
gravi  casi,  rimaneva  ciascuno  tanto  me- 
no disposto  al  rimedio,  quanto  più  espo- 
sto allo  spavento,  e  misurandosi  col  timo- 
re la  grandezza  del  pericolo,  s'abboniva 
comunemente  il  precipizio  senza  schi- 
varlo. Intanto  ebbe  luogo  un  carteggiodi 
lettere  fra  Maometto  II  e  Pio  II.  Glorian- 
dosi l'imperatore  d'aver  preso  Corinto, 
chiave  del  Peloponneso,  ed  altri  luoghi, 
scrisse  al  Papa  su  tale  acquisto.  Corin- 
tinnii  Acìiaiae  nobilis simam,  Etholos , 
Acarnanes ,Macedoniam,atque  omnem 
Pcloponessum  armis  invasimus  :  vicos 
praeterea,  agros,  et  oppida  late  incen- 
dio depopulati,  ut  mox  in  Italiani  bel- 
lum  transfer amus.  Haec  tibi  omnia  cani 
sumnio  christianorum  me  tu,  ac  detri- 
mento nuneijamus.  Sensatamente  rispo- 
se Pio  II.  Quo d  Graeciam  omnem  fer- 
ro, igneque  vastaveris,  non  tam  credu- 
litatem  in  hac  re  tuam,  quam  tot  ur- 
bium  direptiones  ulcisci  paramus.  Ne- 
que  caini  victor  hostibus  ignoscere  po- 
ter as, qui  luis  edam  immaniter  scelere, 
ac  libidine  numquam  pepercisti,  Nec  ei 


3.o  TUR 

pium,fasvequid<piam  apudhomìncs  cs- 
Atf  pottòty  cui,  neglecta  religione,  Deus 
in  contemptu  sit.  Nos  tanica  vero  nu}- 
luma  tebcllum  in  Italia  mctuituus.  l-\- 
cileenim  scelerata  ìiominum  arma  con- 
temuti  qui  Dei numi  ne,  or.  praegidio  tu- 
tu? est.  Gli  rescrisse  Maometto  II  in  que- 
sta guisa.  Frustra  per  Deus  imniorta- 
les  nobiscum  agis,  qui  nee  leeiun  de  pie- 
tale,  nee  religione,  nee  justilia,  seti  im- 
perio coutendiuius.  I  ter  annis  vietar 
extitcrit,  iustior  eidem  belli  causa  de- 
bcbilur.  Crudelitalem  vero,  ac  scelcca, 
quae  duo  nobis  gravissima  obiecisti , 
ideo  in  captivos  exercemus,  ut  eum  es- 
se me  re  (juidem  experiantur,quem  ver- 
bis  homines pracdicant.W  Papa  gli  man- 
dò questa  risposta.  Et  si  tecum  nobis  i le- 
stissima belli  causa  est,  non  pari  tumen 
scelere,  vel  libidine  regnandi:  seti  prò 
tuenda  hominum  libertate  arma  suini- 
mus.  Quis  enim  mores  Ty  ranni per  di- 
Ustsimo  acquo  animo  ferat?  Nani  quoti 
plerumque  in  caeteris  usu  eventi,  ut  vel 
me  tu, vel  odio  in  subditos  acerbioresred- 
dantur^ipse  omnibus  s ponte  immanior 
esse,  qui  crudeli  tate  potius,  quarti,  Victo- 
ria gloriarlo;  acca  tamquam  parimi  sit 
admississe  captivi*  edam  sempcr  cala- 
mita tes  exprobasti.  Meritas  igitur  poc- 
nas  exolves:  ultor  enim  scelerum  Deus 
vindictae  tar ditate  gravitate,  supplici i 
(ompensat.  Scopertosi  in  7  monti  della 
Tullia,  di  cui  riparlai  nel  voi.  LV1I),  p. 
j  32,  il  celebre  minerale  dell'allume,  pel 
qnale  larga  rendita  si  accrebbe  alla  ca- 
mera apostolica,  Pio  II  la  consagrò  a  di- 
fesa del  cristianesimo  per  far  guerra  al 
turco;  il  che  fu  seguito  da'successori,  ed 
»  cardinali  nel  conclave  ne  fecero  dipoi 
legge  inviolabile.  Invitati  i  priucipi  cri- 
stiani alla  pace  e  ad  unirsi  per  combat- 
tere con  guerra  generale  i  turchi, per  com- 
binarne i  modi,  onde  ricuperare  Geru- 
salemme e  Costantinopoli  (articolo  che 
va  sempre  tenuto  presente  pe'pai  ticola- 
ri  di  quanto  vado  accennando),  il  Papa 
promulgò  il  generale  congresso  di  lutto 


T  U  R 

il  mondo  cristiano  in  Mantova  (/"')',  e 
pe'primi  che  intervennero  alla  granile  as- 
semblea, furono  gli  ambasciatori  orien- 
tali di  Cipro,  di  Rodi/di  Morea,di  Lc-bo 
e  altri  luoghi  d'Asia,  d'  Albania,  Bosnia 
e  Schiavonia,  e  de' re  di  Polonia  e  Un- 
gheria: lutti  domandarono  efficacie  pron- 
ti soccorsi  contro  Maometto  II,  e  contro 
Almi  Nashr  sultano  d'Egitto,poichè  mol- 
ti aveano  già  soggiaciuto  al  nemico,  al- 
tri confinanti  erano  minacciali  e  trava- 
gliati da  continue  incursioni.  Pio  li  che 
prontamente  erosi  lecato  al  congresso, 
non  potè  contener  le  lagrime  a  tali  calo- 
rose e  commoventi  istanze.  In  due  discor- 
si eloquenlissimi,  riportali  ne'suoi  Cot/i- 
mcntari  e  in  parte  dal  Bernino.  il  Papa 
dimostrò  fervorosamente  la  necessità  di 
portare  unitamente  l'armi  contro  il  tur- 
co, che  avendo  già  assorbito  gran  pai  te 
d'Europa,  si  preparava  ad  occupar  la  ri- 
manente; con  energiche  dimostrazioni 
provando  l'inevilabilesterminio  della  io- 
ligione,  la  schiavitù  de'  popoli,  il  guasto 
delle  provincie  e  altri  infiniti  danni,  pro- 
mettendo di  recarsi  in  persona  alla  sagra 
guerra  che  formalmente  pubblicò,  e  di 
andai  e  almeno  sino  in  Albania  a  corona- 
re rea  Croia  l'invitto  Scanderbegh.  Con 
solide  ragioni  confutò  poi  coloro,  che  per 
privati  interessi  esagerando  le  forze  tur - 
chesche,  stimavano  troppo  difficile  l'im- 
presa; mormorando  di  postergarsi  gli  af- 
fari d'Italia  egl'inleressi  piti  urgeuli  del- 
la religione,  per  desiderio  di  gloria,  ad 
operazioni  speciose,  nobili  a  dirsi  e  diffi- 
cili  ad  attuarsi.  Inoltre  con  argomenti 
convinceulissimi  il  facondo  Pio  II  di- 
chiarò non  avere  a  cuore  che  la  difesa 
della  causa  di  Dio,  e  la  propagazione  del- 
la vera  fede.  Indi  dopo  8  mesi,  annun- 
ciò finalmente  al  congresso  le  operazioni 
risolute,  e  gli  aiuti  convenuti  e  promessi, 
tra'quali  Dorso  d'Este  duca  di  Modena 
offrì  3oo,ooo  scudi:  il  Bei  nino  ne  ripor- 
ta i  particolari.  Ancona  fu  destinata  per 
convegno  della  flotta  e  per  piazza  d'  ar- 
mi; e  Pio  II  risoluto  coraggiosamente  di 


T  U  II 
andare  alla  testa  della  crociatn,  diceva  : 
Pro  Dea  nostro i  prò priam  Sederti,  et 
Ilo  ma  nani  Ecclesiali*  relinquimus  ,  et 
lume  caniciem,  atquc  Ime  debite  corpus 
.siKte  pietatis  devovemus.  Neil 4^4  p*** 
ti  pertanto  per  Ancona,  perivi  attender* 
vi  i  fedeli  crociali,  che  da  tutta  la  cri- 
stianità accorrevano  ad  arrotarsi  sotto 
l'insegne  della  Croce.  Giàeravi  giuntala 
flotta  veneta  per  congiungersi  alla  pon- 
tificia ,  già  eransi  mosse  le  armi  dal  re 
<V  Ungheria  e  da  altri  principi,  quando 
Dio  non  permise  si  ben  disposta  impre- 
sa, togliendo  di  vita  Pio  II  a'  i  4  agosto, 
anima  motrice  di  tuttala  macchina.  Mo- 
ribondo, avendo  udito  che  i  turchi  vo- 
levano assediar  Raglisi,  rizzatosi  sul  let- 
to, ordinò  che  si  allestissero  le  galere,  sul- 
le quali  egli  stesso  volea  portar  il  soccor- 
so all'illustre  cittàje  solo  si  quietò,  quan- 
do seppe  la  ritirata  de'turchi  dalla  me- 
desima. 11  sagro  collegio  animò  i  princi- 
pi collegali  a  perseverar  nell'impresa,  e 
inviò  al  re  d'Ungheria  48,000  scudi  d'o- 
ro trovali  al  Papa.  Nella  zecca  pontificia 
vi  è  il  conio  della  medaglia  alludente  a 
questa  crociata,  con  l'effigie  di  Pio  II  e 
l'iscrizioni:  Velociter scribentis  sobolesj 
nell'esergo:  Ne  tanti  Ecclesiae  pacisq. 
amanlis  delealur  memoria ynel  rovescio 
una  tavola  con  4  ''bri  e  ••  motto:  Lupo- 
sita  Tur  cor  uni  Lex.  Avendo  Pio  II  pre- 
gato Scanderbegh  a  soccorrereFerdi  nan- 
dù I  redi  Napoli, assediato  in  Bari  dal  du 
ca  d'Angiò,  dopo  aver  quel  prode  scon- 
fitto i!  principe  di  Taranto,  vinto  il  du- 
ca, e  liberalo  il  re,  questi  per  gratitudi- 
ne die  agli  albanesi  e  slavi  che  l'aveaoo 
seguito,  facoltà  di  stabilirsi  nelle  sue  ter- 
re. Gli  albanesi  fondarono  Portocanno- 
ne,Campomarino,  Ururi,  Chiniti, ecci- 
ti e  l'essersi  stabiliti  nel  castello  di  s.  Cro- 
ce di  Magliano  (ora  ducato  de' baroni 
Grazioli, come  rilevai  cou  analoghe  no- 
tizie nel  vol.LIX,  p.  ig4):gli  slavi  Mon- 
t emitro,  Sanfeliee,  Tavenna  e  Cerritel- 
lo.  Dopo  la  peste  del  1 52  7,che  disertò  nel 
Sannio  varie  di  tali  borgate,  gli  albaue- 


TUR  3 1  r 

si  edificarono  Mouteeilfone,  e  gli  slavi  Ac- 
qua vi  va.  Su  queste  colonie  scrisse  il  prof. 
Gio.  de  Ruhertis,  Delle  colonie  slave  nel 
regno  di  Napoli,  Zara  18 "6.  Sublima- 
to a!  triregno  Paolo  II,  come  partecipe 
de'  più  segreti  trattati  del  predecessore 
e  promotore  anch'esso  della  spedizione, 
non  è  credibile  con  quanto  zelo  subito 
s'applicò  al  proseguimento  della  guerra, 
rinnovando  il  volo  che  in  conclave  avea 
fatto, e  assegnando  dall'erario  papale  an- 
nui scudi  100,000  a'eollegati.  A'suoi  ve- 
neti offrì, oltre  l'armata  navale,  ch'era 
in  mare,  4ooo  cavalli,  2000  fanti,  e  al- 
tre 9  galere  che  con  tutta  diligenza  fece 
costruire  presso  il  Tevere  (1^.),  assistei! • 
dovi  bene  spesso  in  persona.  Però  la  mal- 
vagità de' tempi,  e  la  sempre  falale  disu- 
nione de  principi  cristiani,  non  fece  ese- 
guire i  magnanimi  desiderili  del  Pontefi- 
ce, come  narrai  a'ioro  luoghi,  ed  inutil- 
mente si  consumarono  i  tesori  pubblici 
e  privati  del  cristianesimo,  riuscendo  e- 
gualmente  inutili  le  gravi  cure  consecu- 
tive di  3  Papi.  Maometto  II  non  intra- 
lasciando i  suoi  arditi  proponimenti,  in- 
vase con  desolazioni  crudeli  la  Croazia 
e  I1 Istria,  saccheggiando  tutti  que'ferli- 
fissimi  stati  de*  veneti;  mise  a  contribu- 
zione la  Dalmazia,  cou  disegno  d'inva- 
dere nuovamente  l'Epiro  e  d'assogget- 
tarsi l'Albania,  il  cui  principe  Scander- 
begh difendeva  e  travagliava  cou  incur- 
sioni i  territori!  de'turchi.  Avendo  di  nuo- 
vo il  sultano  assediato  Croia  cou  80,000 
uomini,  non  gli  venne  mai  fallo  di  pren- 
derla finché  visse  quell'eroe  j  ma  morto 
nel  1466  in  Lisso,  per  mancanza  di  vi- 
veri, dopo  aver  guastate  la  Carinlia  e  la 
Sii  ria,  fu  lolla  al  figlio  Giovanni,  insie- 
me a  gran  parte  del  celebre  reame.  In- 
di Maometto  II  si  recò,  non  senza  tradi- 
mento, a  conquistare  a'  veneti  l'impor- 
tante isola  di  Negroponte,  che  signoreg- 
gia l'isole  dell'Arcipelago,  commetten- 
dovi tal  crudo  macello  che  fa  orrore  iu 
leggerne  la  descrizione.  Quant'italiani  vi 
si  trovarono,  tutti  furono  impalati  vivi 


3 1 2  TUR 

(cioè  uccisi  col  cacciar  Della  parte  poste- 
riore un  palo  di  ferro  tagliente,  e  farlo 
riuscire  di  sopra,  atroce  supplizio  usato 
dagli  ottomani),  barbaramente  tagliate 
per  mezzo  le  donne  (ciò  i  turchi  soleva- 
no crudelmente  fare  anche  con  seghe), 
strangolato  qua?.i  tutto  il  rimanente  del 
popolo:  per  ultimo, al  comandante  Pao- 
lo Erizzo,  fu  violata  per  forza  e  poi  scan- 
nata lui  presente  Tunica  sua  figlia,  ed  e- 
gli  venne  barbaramente  trucidato.  Tut- 
te queste  e  altre  inaudite  crudeltà  era- 
no comuni  a'  turchi,  ed  io  tralascio  dal 
ricordarle  ,  come  notissime  e  registrate 
dalla  storia,  e  per  non  far  raccapriccia- 
re l'umano  lettore.  Indi  il  sultano,  sul- 
l'Euripo  oEgripo,  stretto  che  divide  la 
città  di  JNegroponte,  fabbricò  quel  pon- 
te lungo  circa  200  piedi,  che  fece  stu- 
pire i  cristiani,  per  sì  temeraria  impre- 
sa, donde  argomentarono  chea'lurchi  co- 
ki arrischiati  nelle  guerre,  niuna  cosa  or- 
mai era  difficile  e  insuperabile.   Udite- 
si da  Paolo  Jl  le  deplorate  calamità,  pe- 
netralo di  profondo  rammarico,  invocò 
la  divina  misericordia  con  pubbliche  pro- 
cessioni di  penitenza  in  Roma,  e  due  vol- 
le v'intervenne  a  piedi  nudi.  Nelle  pro- 
cessioni, con  generale  compunzione,  fe- 
ce portare  l'immagine  di  s.  Maria  del  Po- 
polo, le  teste  di  s.  Gio.- Battista  e  di  s. 
Andrea  apostolo,  e  il  Volto  santo,  con- 
cedendo indulgenze  a  chi  cou  orazioni  e 
limosine  avesse  contribuito  alla  sagra  " 
guerra.  A  Paolo  II  divenne  talmente  in 
odio  e  avversione  il  semplice  nome  dei 
turchi,  che  volendo  promuovere  al  vesco- 
vato di  Conversano,  Turco de'Turcoli  di 
Giovenazzo,  prima  gli  cambiò  il  cogno- 
me. Perciò  narra  il  cardinal  di  Pavia,  nel- 
YEpist.  90:  Quum  celerà  probarentur 
meo,  nomea  solimi pr oh atiim  non  cstj 
ideocjut •,  Patrum  comprobatione  ,  prò 
Turco  Petrum,  ex  suo  nomine  sanxil  vo- 
cari. Paolo  li  sovvenne  generosamente  i 
parenti  di  Tommaso   Paleologo,  Azanito 
nipote  di  Scanderbeg  h,  e  Caterina  regi- 
na di  Bosnia  detronizzata!  che  ospitò  uo- 


T  U  R 

bi  Unente  in  Roma,  onde  per  gratitudine 
lasciò  morendo  le  ragioni  del  suo  regno 
a  Sisto  IV,  che  avea  continuato  a  soste- 
nerla. Questo  Papa  accolse  pure  e  ali- 
mentò pietosamente  in  Roma,  divenuta 
asilo  benefico  degli  esuli  greci  fuggiti  o 
cacciali  da'turchi  dalle  loro  signorie  e  pa- 
trie, Andrea  Paleologo  despota  di  Mo- 
rea,  Leonardo  Tocco  despota  d'  Epiro, 
Carlotta  regina  di  Cipro;  con  doli  collo- 
cò in  onorevoli  matrimoni  le  figlie  di  ta- 
li infelici, come  pur  fece  con  Sofia  figlia  di 
Demetrio  Paleologo,  che  maritò  allo  czar 
di  Russia  (V.)  Ivan  III  nella  basilica  Va- 
ticana; e  lo  czar  consideratosi  erede  dei 
diritti  sul  crollalo  impero  greco,  adottò 
per  arme  Y  aquila  nera  di  due  teste.  Co- 
sì grande  carità,  che  in  questi  tempi  an- 
cora usò  la  s.  Sede  verso  gli  oppressi,  spe- 
cialmente dalla  possanza  e  fierezza  del 
turco,  così  grande  zelo  per  salvarle  ter- 
re cristiane  dalle  loro  armi,  per  tentare 
di  respingerle  nella  Tartarea,  antica  lo- 
ro sede;  la  quasi  perpetua  guerra  fatta 
per  tanti  secoli  a'iurchi  dalla  Chiesa  ro- 
mana, o  direttamente  colle  proprie  for- 
ze, o  indirettamente  con  grandiosi  sussi- 
dii  dati  a'principi  cristiani  col  suo  erario, 
formeràsempre  negl'innumerevoli  e  glo- 
riosi suoi  fasti  un  trionfo  dell'esimia  e  ine- 
sauribile carità,  che  ha  nutrito  e  nutri- 
rà costantemente  per  la  comune  salvezza. 
Nel  principio  del  pontificato  di  Sisto  IV, 
nel  distretto  d'Aquileia  i  veneti  patirono 
deplorabile  strage  da' turchi  capitanati 
dal  pascià  Asabech,  e  la  salute  delle  vi- 
cine provincie  fu  l'immenso  bottino  ri- 
portato da'turchi.  La  repubblica  di  Ve- 
nezia per  tal  disastro  ricorse  al  Papa,  il 
quale  formò  una  lega  formidabile  con- 
tro Maometto  II,  ed  armò  24  galere  che 
si  recò  a  benedire  uel  Tevere,  dopo  aver 
in  s.  Pietro  benedetto  gli  stendardi  che 
consegnò  al  cardinal  Caraffa  legato,  in- 
sieme ai  35, 000  scudi  d'oro.  Questa  flot- 
ta unita  a  quella  de'collegati,  in  tutto  98 
vele,si  recò  nell'Arcipelago  e  portòpiù  ter- 
rore che  danno  al  nemico.  Tutta  volta  ut- 


TUR 

tacco  Satala,  saccheggiò  Smirne  e  ince- 
nerì molti  villaggi,  per  provocare  i  tur- 
chi a  uscir  colla  loro  flotta  da'Dardanel- 
li  per  combatterla,  ma  inutilmente.  In- 
vece i  turchi,  dopo  parlila  la  flotta,  tol- 
sero a 'genovesi  Teodosio,  o  Caffo,  in  Cri- 
mea, e  portarono  l'impeto  della  guerra 
nell'Adriatico  contro  i  veneziani.  Attac- 
carono Sentori,  s'impadronirono  di  Ce- 
jalonia tcon  disegno  di  gettarsi  sopra  Cor- 
fìi  per  aprirsi  la  via  all'invasione  d'Ita- 
lia. La  repubblica  di  Venezia  con  invin- 
cibile costanza  oppose  eroica  resistenza, 
ad  onta  che  le  nuove  discordie  de'cristia- 
ni  avessero  quasi  scioltola  lega;  ma  ve- 
nula in  cognizione  che  alcun  principe  cri- 
stiano  suo  confinante,  fomentava  i  tur- 
chi a  suo  danno,  giudicò  bene  pacificar- 
si con  essi,  e  loro  sagrificò  l'isola  di  Ne- 
groponte,  quella  di  Lemno,  Scalari, Brac- 
cio di  Maina  nella  Morea  e  altri  luoghi, 
obbligandosi  all'annuo  tributo  d'  8000 
scudi  d'  oro  per  trafficare  nel  mar  Nero 
o  Ponto  Eussino.  Non  per  questo  restò  sa- 
zia l'avidità  di  Maometto  li,  che  soleva 
dire  non  essere  di  si  corta  durata  la  vi- 
ta dell'uomo,  che  non  potesse  sottomet- 
tersi più  mondi;  e  come  un  solo  Dio  re- 
gnava ne'cieli,  così  parimenti  un  sol  uo- 
mo dovea  regnar  sulla  terra,  e  questi  es- 
ser lui;  stimando  perciò  ogni  momento  di 
tempo  perduto,  se  non  l'impiegava  alla 
distruzione  del  cristianesimo,  solo  osta- 
colo all'immaginata  sua  monarchia  uni- 
versale. Quindi  terminata  un'impresa,  al- 
tra ne  intraprendeva.  Fece  la  guerra  ad 
Usum  Cassan  re  di  Persia  da  cui  fu  scon- 
fitto e  poi  ne  trionfò.  Indi  passò  a  preda- 
re l'Ungheria  e  la  Transilvania,  e  ad  at- 
taccar l'isola  di  Rodi,  eroicamente  dife- 
sa da'eavalieri  gerosolimitani  e  soccorsa 
da  Sisto  IV.  E  siccome  avea  soggiogato 
l'Albania  e  l'Epiro  per  farsi  strada  in  Ita- 
lia, più  volte  accennò  a'  suoi  pascià  so- 
spirando, il  suo  conquisto  e  quello  di  R.o- 
ma,dellecui  beliezze,come dotato  di  gran- 
de spirito  e  di  non  mediocre  erudizione, 
istruito  nell'agricoltura  e  nella  pittura, 


TUR  3i3 

era  fortemente  invaghito.  A  cominciar- 
ne la  conquista  nell'agosto  1 480  spedì  il 
pascià  Acmet  con  1 5o  vele  e  40^000  uo- 
mini da  sbarco,  co'quali  dovesse  devasta- 
re i  paesi  e  spaventare  i  popoli,  per  at- 
tendere la  sua  venuta  appena  termina- 
ta la  guerra  d'Asia,  contro  il  sultano d'E- 
gittoAscraf-Raitbai. Acmet  salpòdal  por- 
to di  Vallona  e  in  breve  si  avvicinò  a  O- 
trantOfCUe  tosto  espugnò  colla  strage  del 
popolo  in  numero  di  1 4,000  persone,  ve- 
nendo trucidato  il  decrepito  arcivescovo; 
indi  eslese  nella  provincia  le  sue  feroci 
devastazioni,  che  sparsero  il  terrore  an- 
che nelle  più  lontane  provincie  d'Italia. 
Avendo  i  turchi  fatto  un'escursione  per 
spogliare  il  santuario  di  Loreto  ,  prodi- 
giosamente presi  da  panico  terrore  si  die- 
rono  alla  fuga.  I  principi  ne  restaronoat- 
territi,  la  confusione  universale;  e  fu  sug- 
gerito al  Papa  di  trasferirsi  in  Avignone, 
Ma  Sisto  IV  con  animo  invitto,  pacifi- 
catele discordie,  dappertutto  spedì  nun- 
zi per  eccitare  la  difesa  del  cristianesimo 
dall'estrema  rovina;  ed  inviò  22  galere 
e  un  grosso  corpo  di  truppe  al  re  di  Na- 
poli, il  cui  figlio  duca  di  Calabria  corse 
all'assedio  d'Otranto,  da' turchi  superba- 
mente fortificala  con  bastioni.  Mentre 
Maometto  II  trovavasi  in  Nicea  o  me- 
glio in  Nicomedia  (ove  era  morto  a' 2 
maggio  il  fondatore  diCostanlinopoli  Co- 
stantino 1),  altri  dicono  nel  suo  campo 
presso  Costantinopoli,  fu  sorpreso  da  ta- 
li dolori  colici,  che  a'3  maggio  1481  di 
53  anni  morì,  con  immenso  giubilo  del- 
l' abbattuto  cristianesimo.  Principe  ac- 
corto e  valoroso,  crudele  e  lascivo,  am- 
bizioso e  superbo,  soggiogò  due  imperi, 
12  regni  e  200  città,  nondimeno  ordinò 
che  nel  suo  sepolcro  in  Costantinopoli  si 
scolpisse  quest'epigrafe:  Mens  erat  supe- 
rare Rìiodum,  etsuperbam  Italiani,  che 
ripetei  nel  voi.  XXIX,  p.  233.  Acmet  si 
rese  a  palli  al  duca  di  Calabria,  perciò 
proclamato  liberatore  d'Italia,  e  partì  da 
Otranto,  lasciandola  provveduta  copio- 
samente di  viveri  e  di  formidabili  mimi- 


3  .  i  T  t    Et 

zioni  per  sostenersi  lungamente.  Sisto  IV 
ordinò  pubblici  e  solenni  rcudifiieiiti  di 
grazie  a  Dio,  3  giorni  di  fesle  e  fuochi 
artificiali,  olire  il  suono  di  tutte  le  cam- 
pano; ed  in  memoria  del  pericolo  scam- 
patoprodigios; unente,  presso  Oli  auto  fe- 
ce innalzare  imi  celebre  tempio  nel  col- 
le, ove  8oq  martiri  pei'  In  confessione  del- 
la ^a\{i  patirono  crudele  morte.  Il  Borgia 
nella  Breve  istoria  del  dominio  della  ?. 
Sedcy  riferisce  che  Sisto  IV  salvò  l'Italia 
e  specialmente  il  regno  di  Napoli  dal- 
la schiavila  de' turchi,  contro  i quali  nel- 
la guerra  per  Otranto  impiegò  più  di 
i  65^000  fiorini,  per  cui  nel  suo  sepolcro 
Io  scolpito  li  motto:  Turcìs  Italia  Sttni- 
Htotis.  In  una  Sud  medaglia  è  l'epigrafe: 
Parccrc  subiecUs  et  debellare  super- 
bos,  SU' le poles.constanlia.  Vi  si  vedo- 
no varie  navi  e  ligure  di  schiavi  turchi. 
Lasciò  Maometto  II  due  figli.  B-ijizel  II 
pnmogeniloeGem  volgarmente  chiama- 
to Zitira  (Amore)  terzogenito,  poiché  il 
2.°Mustafa  l'amore  dell'esercito,  che  spe- 
rava di  vedere  in  lui  ulteriormente  di- 
latata la  gloria  dell'impero  ottomano,  il 
padre  l'avea  fatto  perire,  per  tratto  di  ri- 
gorosa giustizia  e  in  punizione  d'aver  vio- 
lentato la  moglie  d'Acmet.  Per  diritto  di 
natura,,  il  trono  spettava  a  Bajazet  li,  ma 
non  era  amato  da' turchi,  come  nemico 
della  guerra,  portato  all'ozio,  allo  studio 
delle  lettere  ,  e  molto  più  alla  crapula, 
onde  non  senza  grandi  sforzi  i  3  princi- 
pali pascià  affezionati  al  padre  a  questi 
lo  fecero  succedere.  All'incontro  Zizim, 
bello  e  maestoso  nella  persona,  snello  e 
insieme  fiero  e  robusto,  attaccassimo  al- 
la sua  religione  qual  vero  mussulmano, 
frammischiava  gli  esercizi  dell'armi  e  del- 
la caccia, a  quelli  dello  studio  e  della  poe- 
sia; e  oltre  ad  essere  bravo  e  perito  guer- 
riero, parlava  egregiamente  anche  gì'  i- 
diomi  arabo,  persiano,  greco  e  italiano; 
avta  finalmente  spirilo  vivace  e  pene- 
trante, nobili  modi  ,  parco  nel  nutrirsi, 
tenero  dell'unica  sua  moglie  Maria  figlia 
di  Eleazaro  redi  Ser  via,  sfuggilo  alla  crii- 


TUR 
deità  d'  Amurnt  li  (piando  accecò  i  fra- 
telli, principessa  virtuosa  che  fu  madre  a 
Cui  bug  e  Amurat  dal  padre  allevati  ac- 
curatamente. Per  tutto  questo,  Zizim  era 
adoralo  da 'torchi  in  modo,  diesi  sareb- 
bero fatti  massacrare  per  lui.  Però  Zi- 
zim conoscendosi  supcriore  al  fratello  nei 
pregi  e  possente  per  le  universali  simpa- 
tie, non  contento  di  dominare  il  paese 
tllconio  e  la  Gara  mania,  la  sete  del  re- 
gno ottoni  mogli  fece  radunare  un  esercì  - 
to,  per  obbligare  Bajazet  II  a  di  filler  con 
lui  il  vasto  impero.  Lo  zelo  e  la  fedeltà 
de'  3  piscia  pel  sultano,  fece  due  volte 
sconfiggere  Zizim,  presso  Nicea  e  nell'A- 
natolia, onde  questi  vedendo  disperato  il 
suo  partito,  neli4H2  impetrò  e  ottenne 
magnifico  asilo  da 'cavalieri  Gerosolimi- 
tani di  Rodi,  i  più.  fieri  e  invincibili  ne- 
mici del  padre,  il  che  doppiamente  tra- 
fisse l'animo  dell'irritato  fratello.  Il  gran 
maestro  d*  dubusson,  poi  cardinale,  l'ac- 
colse colle  più  grandi  distinzioni,  men- 
tre Zizim  era  portato  sulle  braccia  di  3 
turchi,  e  allorché  vide  il  gran  maestro  sce- 
se a  terra,  si  fermò  e  3  volte  pose  il  di- 
to alla  bocca  per  segno  di  sommo  rispet- 
to verso  l'eroico  difensore  di  Rodi.  Il  gran 
maestro  pe'suoi  ambasciatori,  dicesi  che 
inutilmente  procurò  di  fare  una  lega  di 
principi  cristiani  contro  Bajazel  li  in  fa- 
vore di  Zizim,  impresa  che  riteneva  van- 
taggiosissimaa  tutta  la  cristianità.  Poscia 
per  diversi  riflessi  vedendo  che  la  vici- 
nanza de'turchi  non  gli  permetteva  di  cu- 
stodire per  lungo  tempo  l'illustre  suo  pri- 
gioniero, persuaseli  principe  a  intrapren- 
dere un  viaggio  in  occidente,  anche  per 
determinai  e  i  sovrani  a  suo  vantaggio,  Zi  • 
zim  autorizzando  il  gran  maestro  di  trat- 
tare col  fratello  per  qualche  accomoda- 
mento. I!  gran  maestro  destinò  diman- 
darlo in  Francia,  ne  consultò  Sisto  IV, 
il  quale  ne  lodò  il  disegno  e  scrisse  al  re 
Carlo  Vili  per  impegnarlo  a  ricevere  nel 
suo  regno  Zizim.  Partì  accompagnato  da 
4  commendatori,  il  che  saputosi  dal  sul- 
tano inviò  al  gran  maestro  i  suoi  amba- 


TUR 
sciatori,  col  donativo  d'un  braccio  del  lo- 
ro patrono  s.  Gio.  Battista,  e  Ira 'quali  si 
convenne  cbe  i  cavalieri  avrebbero  cu- 
stodito Zizim,  e  non  inai  ceduto  ad  al- 
cun principe  cristiano,  mediante  l'annuo 
compenso  di  scudi  35,ooo,  altri  dicono 
4^,ooo  scudi  d'oro  e  sembra  più  proba- 
bile, oltre  10,000  per  una  volta,  ed  il  rim- 
borso delle  spese  per  la  guerra  sostenu- 
ta contro  il  padre. Giunto  Zizim  in  Pro- 
vetta, i  commendatori  lo  presentarono 
a  Carlo  Vili  redi  Francia  (ciò  viene  da 
altri  negato,  poiché  sebbene  lo  sventu- 
rato principe  destò  molto  interesse  in 
Francia,  i  cavalieri  fecero  di  tutto  perchè 
non  fosse  veduto  dal  re),  e  poi  lo  con- 
dussero nella  torre  della  loro  commen- 
da di  Borgo  Nuovo  oBourganeuf  in  Au- 
vergne,  continuando  a  trattarlo  sontuo- 
samente, ma  egli  ben  si  accorse  dalla  vi- 
gilanza colla  quale  era  custodito,  di  tro- 
varsi in  nobile  prigionia  ,  onde  si  lagnò 
del  trattato  fatto  col  fratello,  che  ritene- 
va a  suo  danno.  Allora  i  re  di  Casliglia, 
d'  Ungheria  e  di  Sicilia  o  di  Napoli,  A- 
scraf  sultano  d'Egitto,  presso  il  quale  era 
stato  e  vi  avea  lasciatola  moglie,  doman- 
darono Zizim  al  gran  maestro  per  porlo 
alla  testa  d'un  esercito,  ma  pegli  accor- 
di fatti  con  Ba jazet  II  riceverono  negati- 
ve. Dopo  7  anni  dacché  Zizim  dimora- 
va in  Auvergne,  desiderò  d'averlo  in  ìio- 
ma  Papa  Innocenzo  Vili,  spinto  dal  ze- 
lo d'avvilire  i  turchi  onde  frenare  la  sma- 
nia di  dilatarsi,  e  perciò  avea  fatto  quan- 
to dissi  nel  voi.  XVIII,  p.  62,  XL1X,  p. 
264  e  altrove,  concluso  formidabile  le- 
ga di  possenti  principi  e  speso  da  200,000 

scudi  d'oro  ricavati  dalla  vendila  deizli  of- 

o 

fiei  venali  de' l*ncabìli(V?)$ come  poi  fe- 
cero altri  suoi  successori.  Pertanto  pre- 
murosamente domandò  al  gran  maestro 
di  voler  egli  custodire  Zizim  o  Gem,  e 
come  capo  supremo  della  Chiesa  e  del- 
l'ordine,dovette  questo  ubbidire,  coll'as- 
senso  di  Carlo  Vili.  Dicesi  aver  avuto  in 
mira  il  Papa  la  formazione  d'una  pos- 
sente lega,  e  porvi  alla  testa  Zizim  per  de- 


X  U  ti  3.7 

Ironizzare  Bajazet  li,  con  palli  Vantag- 
giosi al  cristianesimo.  Il  Papa  ancora  a- 
vea  ricevutola  'domanda  del  sultano  d'E- 
gitto per  fargli  consegnare  Zizim  ,  per 
metterlo  alla  testa  d'  un  esercito  in  li- 
na guerra  contro  i  turchi;  offrendogli 
100,000  ducati  d'oro,  il  possesso  di  Ge- 
rusalemme, ed  anche  di  Costantinopoli  se 
giungesse  a  rendersene  padrone.  A'6  mar- 
zo i4^9  Zizim  fece  il  suo  Ingresso  so- 
lenne in  Roma  (F.),  d'ordine  del  Papa 
onorato  con  i straordinarie  onorificenze  e 
pompa  regia,  e  magnifica  cavalcala  di  i  2 
mila  cavalli,  sempre  accompagnato  dai 
cavalieri  di  Rodi,  ospitato  decorosamen- 
te nel  palazzo  apostolico  Vaticano.  Seb- 
bene ormai  Zizim  era  stanco  di  tante  com- 
parse, presso  i  nemici  più  implacabili  dì 
sua  nazione,  pure  sagace  alquanto  tem- 
prava la  sua  fiera  indegnazione  con  ap- 
parente dolcezza  e  dignitoso  portamen- 
to. Nel  giorno  seguente  fu  presentato  al- 
l' Udienza  del  Papa  in  concistoro  pub- 
blico, sedente  in  trono  e  vestito  ponti- 
ficalmente, ove  1'  orgoglio  ottomano  a 
grande  stento  dovè  umiliarsi  genufles- 
so a  baciare  i  piedi  a  Innocenzo  VIU, 
il  che  viene  negato  dal  Bernino  cbe 
ne  descrive  il  feroce  aspelto,  e  con  mol- 
ta grazia  in  italiano  ossequiò  il  Papa  e 
complimentò  i  cardinali,  e  con  termini  i 
più  significanti  lodò  la  grandezza  della 
corte  romana.  Fu  da  Innocenzo  Vili  as- 
sicurato di  tutta  la  sua  protezione  e  di 
adoperarsi  in  suo  favore.  Intanto  B;»jazet 
II,  che  ignorava  l'accaduto,  da  Costan- 
tinopoli, e  con  quelle  cospicue  olferle  ri- 
ferite a  tale  articolo,  avea  spedito  a  Car- 
lo Vili  un  ambasciatore  perchè  ritenes- 
se nel  suo  regno  Zizim;  ma  avendo  po- 
scia saputo  ch'era  passalo  in  Bontà,  ivi 
inviò  il  sicario  Macrin  per  attossicar  hi 
fonte  ove  si  attingeva  l'acqua  pel  Papa  e 
per  Zizim. Scoperto  l'assassino  fu  puni- 
to con  morte  esemplare  d'impiccatura  e 
squarta  Vedendo  Bujazet  II  sventato  il 
suo  pravo  diseguo,  quindi  volendo  con- 
cibarsi  il  poulifìcio  animo,  con  politica 


3i6  TUR 

ne!  i4l)3  mandò  a  Innocenzo  Vili  per 
ambasciatore  Camisbuercli  oCassù  Begli, 
che  accoltoonorataniente  in  Ancona  d'or- 
diue  pontifìcio,  fece  il  suo  Ingresso  so- 
lenne in  Ilomu  (r.)a'3o maggio,  con  no- 
bile cavalcata,  alloggiato  nel  palazzo  Ce- 
si vicino  alla  basilica  Vaticana  ,  ora  dei 
suddetti  monaci  antoniani  armeni. Quin- 
di portatosi  dal  Papa,  in  nome  del  sulta- 
no lo  pregò  a  custodire  diligentemente 
Zizim  che  gli  disputava  l'impero,  gli  pre- 
sentò il  più  prezioso  che  produce  l'orien- 
te, e  i  donativi  della  s.  Lancia  (V.)y  del- 
la s.  Sponga  ( l.)  e  deWas.  Canna  (V.)t 
consagrale  dalla  Passione  di  Gesù  Cristo, 
che  Maometto  II  avea  con  altre  reliquie 
insigni  trovate  in  Costantinopoli  e  con  ri- 
gore riposte  nel  suo  tesoro.  Di  più  gli  of- 
frì pel  mantenimento  di  Zizim   4°>°00 
scudi  d' oro  air  anno,  di  cui  Innocenzo 
Vili  ne  assegnò i  2,000  al  cardinal  Bai- 
ve  (F.)  dello  d'A  ngiò,  uno  di  quelli  che 
l'avea  incontrato,  a  cui  commise  la  custo- 
dia del  principe  sotto  buona  guardia,  co- 
me quello  ch'era  stalo  legalo  della  Mar- 
ca quando  Boccoli  no  tiranno  d'Osano  a- 
vea  offerto  a  Bajazet  li  la  città  e  sua  pro- 
vincia. Dice  il  BerninochelunocenzoVIII 
assicuròil  sultano  che  avrebbe  ben  custo- 
cli  lo  onestamente  nel  Valicano  il  fratello, 
ma  ricusò  l'offerta  di  dare  a'eristiani  Ge- 
rusalemme, se  nelle  carceri  lo  avesse  se- 
gretamente fatto  strozzare. Leggo  poi  nel- 
1'  opuscolo  :  Serie  de'  coni  di  medaglie 
pontificie  esistenti  nella  pontificia  zec- 
cai esservi  quello  coll'efìigie  d'Innocen- 
zo Vili  e  l'epigrafe:  Ecce  sic  benedice' 
tur  homo.  Roma.  E  che  si  vede  nel  rove- 
scio: »  Il  Pontefice  nella  sedia  pontificia 
assistito  da  altra  figura  sedente,  e  da  un 
diacono  stante  con  libro  riceve  al  bacio 
del  piede  un  personaggio,  che  sembra  Zi- 
zimo  figlio  di  Maometto  II". Si  può  vede- 
reil  p.  Uonnnn'i,  Numismata  Pontificum, 
t.  2,  p.  108,  che  riporta  la  medaglia  inci- 
sa e  le  testimonianze  prò  et  contra  ,  se 
Zizim  fece  le  genuflessioni  e  baciò  il  pie- 
de a  Innocenzo  Vili,  insieme  alla  descri- 


TUR 

zione  del  suo  ingresso  in  Roma.  Pare  che 
Bajazet  1 1  mandasse  a  I  unocenzo  Vili  an- 
che l'eniir  Musiafà  Agà,  per  sempre  più 
impegnarlo  a  impedire  che  suo  fratello 
non  s'accostasse  alle  frontiere  mussulma- 
ne. Per  sì  interessante  ostaggio  nella  ca- 
pitale del  cristanesimo  ,  che  il  sultano 
grandemente  temeva,  tenne  sospese  le  ar- 
mi e  i  progressi  de'turchi.  A.nzi  Bajazet 
Il  ebbe  corrispondenza  col  Papa  Alessan- 
dro VI,  succeduto  nel   i492  a  Innocen- 
zo Vili ,  avendo  notato  nel  voi.  IX ,  p. 
3o5,  che  gli  scrisse  di  fare  perfetto  cardi- 
nale Nicolò  Cibo  nipote  0  cugino  del  Pa- 
pa Innocenzo  VI  II,  che  questi  avea  crea- 
to cardinale  e  noti  pubblicato,  il  quale 
prelato  fece  parte  della  solenne  comitiva 
che  accompagnò  Zizim  nella  sua  entrala 
in  Roma.  Narra  il  Marini,  Archiatri,  t. 
2,  p.  228, che  Nicolò  Cibo  affine  d'Inno- 
cenzoVlII,da  questi  fu  fatto  scrittore  apo- 
stolico, e  suo  fratello  Giorgio  Bocciardo 
genovese  divenne  celebre  per  la  sua  nun- 
ziatura al  gran  turco  sotto  Alessandro  VI, 
eperle  lettere  che  recava  al  Papa  di  quel 
principe,  e  che  gli  furono  intercettate  in 
Sinigaglia  :   in   una  di   esse   era    quegli 
pregato  da  Bajazet  II,  a  crear  cardinale 
Nicolò,  come  Innocenzo  Vili  avea  pro- 
messo di  fare.  Il  Bucciardo  fu  dal  sulta- 
no ricevuto  onorevolmente  e  ricolmato  di 
sontuosi  regali,  per  se  e  pel  Papa.  Frat- 
tanto nella  corte  di  Francia  non  si  par- 
lava che  di  Zizim,  e  l'allarme  di  Bajazet 
Il  la  persuasero  d'essere  giunto  il  mo- 
mento per  rovesciarne  la  potenza.  Si  ra- 
gionava del  conquisto  della  Grecia,  della 
liberazione  di  Terra  Santa,  e  ritenevasi 
che  Zizim  aprirebbe  a'eristiani  le  porte 
di  Costantinopoli  e  di  Gerusalemme.  Per- 
suaso poi  Carlo  Villa  far  valere i suoi  di- 
ritti sul  regno  di  Napoli ,  fec'egli  palese 
il  suo  disegno  d'estender  le  sue  conqui- 
ste sui  regni  del  Levante,  per  liberar  la 
Grecia  dal  giogo  de'turchi;  e  si  trovò  se- 
condato dalla  nazione, risvegliandosi  l'an- 
tico ardore  per  le  crociate  ,  fino  a    farsi 
pubbliche  preghiere  nel  regno  pel  buon 


TUR 

successo  d'una  spedizione  contro  gl'infe- 
deli, onde  il  re  domandò  a'vescovi  fran- 
cesi le  decime  della  crociata.  Dicesi  che 
Carlo  Vili  fondava  i  suoi  diritti  all'im- 
pero di  Costantinopoli  ,  per  averglieli 
venduti  per  43oo  ducati  d'oro  Andrea 
Paleologo  despota  d'Acaia  e  nipote  diCo- 
stantino XII. Mentre  Alfonso  II  redi  Na- 
poli ponea  le  sue  speranze  stilla  corte  di 
Roma  e  Alessandro  VI,colqualeerasiim- 
parentato,mandò  ambasciatori  a  Costan- 
tinopoli per  avvisare  il  sultano  de' dise- 
gni del  re  di  ¥  rancia,  invocando  soccor- 
si per  difendere  il  suo  regno  contro  l'in- 
vasione de'francesi.  Secondo  ilBurcardo, 
anche  Alessandro  VI  inviòaBajazet  lì  il 
suo  segretario  Giorgio  Bruzard  o  Bocciar- 
do genovese  suddetto,  per  prevenirlo  che 
Carlo  VIII  meditava  una  spedizione  in 
Grecia,  e  per  impegnarlo  a  difendere  Al- 
fonso II  contro  i  francesi.  Si  dice  che  ri- 
spose il  sultano,  di  far  perire  Zizim,  pro- 
mettendogli grossa  somma  di  denaro. 
Carlo  Vili  giunse  in  Roma  l'ultimo  del 
i4g4  >  mentre  Alessandro  VI  per  sicu- 
rezza erasi  ritirato  in  Castel  s.  Angelo,  con 
Zizim  e  alcuni  cardinali.  Assediatovi  dai 
francesi,  fu  costretto  a  convenire  a  con- 
dizioni contrarie  alla  maestà  pontifìcia, 
che  riferisce  il  Rinaldi,  cioè:  di  consegnar- 
gli Terracina,  Civitavecchia  ,  Viterbo  e 
Spoleto,  fino  al  suo  ritorno  da  Napoli;  di 
ammettere  nella  sua  grazia  i  cardinali  di 
cui  era  malcontento;  di  consegnargli  Zi- 
zim o  Gem;  e  di  coronarlo  re  di  Napoli, 
però  colla  clausola,  senza  l'altrui  danno. 
Zizim  tutto  lieto,  vivamente  ringraziò  il 
Papa  della  libertà  che  aveagli  restituito, 
e  si  rallegrò  mollo  di  vedersi  protetto  dal 
gran  re  di  Ponente,  ne  punto  dubitava 
che  l'armi  cristiane  P  avrebbero  riposto 
sul  soglio  ottomano,  e  Carlo  Vili  com- 
pianse le  sue  sventure.  La  presenza  di  Zi- 
zim nell'esercito  francese  intimorì  siffat- 
tamente il  fratello,  che  fece  venire  il  na- 
vile  allo  stretto  del  braccio  di  s.  Giorgio 
per  rifuggirsi  in  Asia.  Ma  Zizim,  che  il  re 
di  Francia  condusse  seco  alla  volta  del 


TUR  3i7 

regno  di  Napoli,  e  riguardava  come  uno 
strumento  di  sue  vittorie  futi1  re,  e  perciò 
accarezzò  e  trattò  regiamente,  cadde  ma- 
lato in  Velletri  o  in  Terracina  ,  e  mori 
arrivando  a  Capua  o  a  Gaeta  a'  i5  feb- 
braio. Gli  uni  accusarono  i  veneziani  di 
averlo  fatto  avvelenare  a  istanza  di  Ba- 
jazet  II; altri  ne  calunniarono  Alessandro 
VI, a  cui  il  sultano  a  vea  inviato  i  suoi  am- 
basciatori con  promessa  di  3oo,ooo  du- 
cali d'oro;  ma  il  contemporaneo  morda- 
ce Burcardo,  non  punto  favorevole  al  Pa- 
pa, dice  che  il  principe  Gem  morì  in  Ca- 
pua in  conseguenza  della  sua  intempe- 
ranza, ed  aggiunge  che  le  genti  del  segui- 
to del  principe  rientrarono  quindi  nelle 
buone  grazie  di  Bajazet  II.  II  Bernino  ri- 
ferisce che  morì  in  Gaeta  di  dissenteria,  e 
il  suo  corpo  fu  mandalo  poi  a  Costantino- 
poli dall'  imperatore  Federico  :  essendo 
questo  morto,  sai à  meglio  ritenere,  Fe- 
derico! re  di  Napoli,  come  dice  l'Abbon- 
danza. Questi  aggiunge,  che  vogliono  al- 
cuni morisse  in  Terracina  e  cristiano,  co- 
me battezzato  in  Roma  da  Innocenzo 
Vili.  Il  Sagredo  ripetè  la  calunnia  con- 
tro Alessandro  VI,  e  dice  morto  Zizimo 
in  Terracina.  A 'nostri  giorni  fecero  al- 
trettanto nell'opera  summentovata,  La 
Turchìa ,  Jauannin  e  Van  Gaver,  ma  A- 
lessandro  VI  venne  difeso  dal  prof.  Mi- 
chele de  Matthias  ,  come  notai  nel  voi. 
XXXV,  p.  177  ,  dichiarando  falsissima 
l'imputazione  data  al  Papa  d'aver  coo- 
perato all'  avvelenamento  di  Gem  o  Zi- 
zim per  vistosa  somma;  il  che  vuole  pro- 
vare,con  averlo  taciuto  ilPanvinioeFau- 
no  suo  volgarizzatore,  e  per  averi  nomi- 
nati scrittori  seguito  Giannone,che  qua- 
lifica nemico  della  verità,  la  cui  storia  ci- 
vile del  regno  di  Napoli  è  un'  indegna  sa- 
tira contro  la  corte  romana  e  i  Papi,  per 
quanto  riporlo.  Concludo,  che  il  riferito 
sulla  morte  violenta  di  Zizim, sembrano 
tutte  dicerie.  Carlo  Vili  senza  difficoltà 
s'impadronì  di  quasi  tutto  il  regno  di  Na- 
poli, nella  cui  metropoli  si  fece  coronare 
imperatore  di  Costantinopoli  e  re  di  Sici- 


3i8  TUR 

lin,  il  che  fu  cerne  una  cere  mani  a  trionfa- 
le, pel  singoiar  contrasto  ci i  sua  pronta  ri- 
tirata in  Francia.  Liberatosi  Baùtte!   II 
colla  morte  del  fratello  da  mia  continua 
trepida/ione  ,  intimò   guerra  al  sultano 
d'Egitto  Ascraf  Kaitbai,  per  vendicarsi 
di  Ini  per  l'asilo  dato  a  Zizitn  dopo  la  sua 
disfilta,  insieme  alla  moglie  Maria  che  vi 
restava  ancora  e  al  figlio  Amurat,  passa- 
lo poi  a  Pvodi,se non  glieli  consegnava  am- 
bedue per  farli  perire;  mentre  l'altro  ni- 
pote Ceibug  l'avea  fatto  morire  uel  vin- 
cere il  padre.  Ascraf  si  ricusò,  e  comin- 
ciata la  guerra  vi  restò  del  lutto  perden- 
te l'imperatore,  non  avendo  più  il  soste- 
gno del  visir  Acmet  benemerito  e  favori- 
to di  Bajazet  11  medesimo,  per  averlo  fat- 
to strozzare  da'muli  del  serraglio  per  so- 
spetti. I  mammalucchi  tagliala  la  testa 
del  suo  amato  genero  Fet.ilz  pascià  ,  la 
posero  sopra  una  picca  a  terrore  de't ur- 
tili,che  restarono  sconfini  in  una  3.'  bat- 
taglia. A  queste  disgrazie  si  aggiunse  Pas- 
sassi nio   che  sopra    Bajazel  11  tentò  un 
eterna,  e  l'uccisione  di  Mehemel  suo  ter- 
zogenito, da  lui  ordinata  per  gelosia  che 
«ispirasse  al  Irono.  Sedale  le  interne  di- 
scordie, risolvè  il  sultano  di  guerreggiare 
j  veneziani  e  di  portare  la  guerra  in  Eu- 
ropa nel  «49^j  co'  pretesto  d'aver  essi  ne- 
gato alla  sua  flotta  d'entrare  nel  porlo 
«li  Cipro,  ch'era  destinata  contro  l'Egit- 
ti; e  perchè  la  repubblica  avea  soccorsi 
GiovanniCa4riota  e  Giovanni  Cerno  vieta 
nemici  acerrimi  della  Porta.   Ali  pascià 
invase  la  Dalmazia,  prese  Durazzo  e  Le- 
-jifìht'OyModone  e  Corone,  oltre  altre  piaz- 
ze importanti,  devastando  con  orribile  in- 
vasione il  Friuli  Schender  pascià,  a  isti- 
gazione del  duca  di  Milano,  contro  il  qua- 
le i  veneti  erano  collegali  con  Luigi  XII 
re  di  Francia.  Neil'  impresa  e  strage  di 
lUodone,  vi  contribuì  il  sultano  capita- 
nando i5o.ooo  turchi.  Agitalo  Alessan- 
dro VI  per  tali  successi  de'mussulmani, 
si  unì  in  lega  e  fornì  grossa  somma  di  de- 
naro a'veneti,  al  re  d'Ungheria,  a'  fran- 
cesi e  spagnuoli,  a'cavalieri  di  Rodi,  pub- 


T  U  R 
hlicAndoln  nella  Pentecoste  i  7 o  i    nella 
cappella  papale.eon  dichiarazione  di  por- 
si egli  stesso  alla  testa  de'erociati.  La  guer- 
ra segni  con  varia  fortumi.  Il  gran  Con- 
SftUo  colle  galere  di  Spagna  si  unì  a  quel- 
le del  Pesaro  generale  de' veneziani,  pre- 
sero Cefalo  nio  e  ricuperarono  s.  Maura. 
Il  cardinal  Aubusson   legato  apostolico 
con  3  vascelli  allenì  le  spiaggie  dell'A- 
li itolia,  e  portò  lo  spavento  a  Costantino- 
poli. Ma  la  flotta  francese  comandata  da 
Jieveslein,  nell'ossa lir  Melelino,  una  fu- 
riosa tempesta  la  balzò  a  Taranto.  Non- 
dimeno Venezia  si  vide  costretta  a  dura 
pace,  cedendo  a'turchi  s.  Maura,  Duraz- 
zo, Lepanto,  Modone,  Corone,  Capogal- 
lo  e  Navarino,  solo  restandole  Cefalonia. 
Papa  Giulio  11  tentò  una  spedizione  con- 
tro i  turchi,  spedì  legati  a'principi  cristia- 
ni, e  il  nunzio  Giacomo  Pisone  al  re  di 
Polonia,  esortandolo  a  prenderne  il  co- 
mando; ma  fu  impedite  a  lare  altro,  per 
ricuperare  i  domimi  tolti  alla  s.  Sede,  e 
per  le  conseguenze  che  accompagnarono 
e  seguirono  la  famosa  lega  di  Cambray, 
ed  anco  perchè  Bajazet  II  cessò  di  mole- 
slare  il  cristianesimo, per  essere  fieramen- 
te perseguitato  da  Selira  I.  Il  sultano  do- 
po tanta  vita  agitala,  erasi  abbandonato 
al  vivere  tranquillo  e  a'piaceri,  lascian- 
do tutto  il  governamento  a'pascià,  i  qua- 
li non  seppero  profittare  delle  divisioni  e 
guerre  civili  che  laceravano  la  Persia.  In 
seguito  volle  Bajazet  II  rinunzia»'  l'impe- 
ro al  primogenito  Achmetda  lui  amato, 
ina  non  gli  riuscì  come  contrariato  dai 
turbolenti  giannizzeri.  Selim  I  figlio  mi- 
nore, col  pretesto  di  far  guerra  all' Un- 
gheria,radunò  un  corpo  di  truppe  per  im- 
pedire il  divisamento  del  padre,  il  quale 
invecegli  ordinò  di  non  muoversi  dal  suo 
governo  di  Trebisonda.  Però  l'ambizio- 
so e  superbo  Selim  l  non  l'ubbidì,  e  ar- 
dì di  presentarsi  con  20,000  uomini  per 
combattere  suo  padre.  Nella  battaglia  fu 
spettatore  sopra  un  carro  Bajazet  li,  co- 
mechè  travagliato  dalla  golia,  e  vinse  pel 
valore  di  CÌierseg-Ogli.  b\  felice  succes- 


; 


T  ti  R 

so  ili  nuovo  lo  determinò  a  cedere  il  Iro- 
no od  Ai  hmel;  ma  i  giannizzeri  suoi  ne- 
mici implacabili,  guadagnali  clall'oio  di 
Sellili  I,  si  sollevarono  con  tanta  furia  che 
per  poco  non  tolsero  vita  e  regno  al  sul- 
tano. Armata  mano  si  sparsero  per  Co- 
stantinopoli ,  trucidando  e  saccheggiati* 
do  le  case  di  coloro,  che  il  furore  dipin- 
geva loro  divoli  al  stillano,  e  coisi  al  ser- 
raglio con  urli  feroci  minacciarono  at- 
terrarne le  porte  se  non  s'aprivano.  Ba- 
jazet  11  le  fece  aprire  e  loro  si  presentò 
domandando  cosa  volevano.  Risposero 
non  voler  Aehinel  per  in. peratore,  rico- 
noscer lui  solo,  ma  essendo  egli  divenu- 
to malsano  e  vecchio,  bramare  Se! ini  I 
a  successore.  Il  sultano  minacciante  e  fie- 
ro lo  negò.  Allora  i  sollevali  occupato  il 
serraglio,  proclamarono  sultan  Selim,  e 
Bajazel  11  ad  evitare  una  carnificina  »i 
acconsentì.  Chiamato  Selim  1,  che  dopo 
la  sconfitta  era  fuggilo,  il  patire  alla  pre- 
senza detrattili  lo  ricevè  sedente  iti  ele- 
valo Irena,  lo  fece  asside  re  al  suo  fianco 
e  dichiarò  imperatore  ottomano,  ceden- 
dogli interamente  la  sovranità,  con  entu- 
siastico giubilo  degl'insolenti  giannizze- 
ri ,  che  si  resero  più  audaci.  Bajazet  li 
partì  per  Dìdinwlica,  città  di  aria  pura 
e  opportuna  alla  sua  deteriorala  salule, 
esortando  il  figlio  al  buon  governo  del- 
limpero,  solo  facendosi  accompagnare  da 
Xmuzez  pascià  favorito.  Non  contento 
l'ingrato  Selim  1,  per  impadronirsi  dei 
suoi  tesori  onde  nouperveu  isserò  ad  Ach- 
illei, per  aver  più  forza  di  contrastai  gli 
il  trono,  dall'  ebreo  hekinzinbasci,  uno 
de'due  protomedici  della  corte,  fece  ini- 
quamente avvelenar  subito  il  padre  ,  il 
quale  giunto  a  Izurolo  presso  Adriano- 
poli  vi  soccombè  di  Gì  anni  a' i  7  otto- 
brei5i2;  portalo  il  corpo  a  Costantino- 
poli, con  pompa  fu  deposto  nella  moschea 
da  lui  fabbricata,  indi  Selim  I  fece  deca- 
pitai e  il  protomedico  per  occultare  il  par- 
ricidio. 11  feroce  nuovo  sultano,  dopo  a- 
ver  anche  latto  uccidere  i  fratelli  A  eli  me  t, 
che  avea  tentato  avvelenarlo,  e  Corcut, 


TUR  3 19 

rivolse  tutto  l'amino  a  grandi  imprese,  e 
desideroso  d'ampliar  l'impero,  soleva  di- 
re che  in  poco  più  di  20  anni  voleva  sot- 
tomettere tulio  l'universo.  Con  sì  vasti 
pensieri  pacificatosi  col  re  d'Ungheria  e 
i  veneziani,  marciò  con  200.000  com- 
bat tenti  contro  il  soli  di  Persia  Selah-l- 
smael  I,  per  ospitare  il  nipote  Amurat; 
u'io  agosto  1 5 1 4  >  co^e  fulminanti  sua 
artiglierie  trionfò  a  Galileiano  sulle  i  ìvò 
dell'  Arasse  ,  s' impadronì  della  celebre 
Tauri*,  e  devastando  il  regno,  i  persiani 
furono  costretti  mandargli  la  testa  del  ni- 
pote, secondo  l'Abbondanza,  il  quale  con 
anacronismo  dice  altrove, che  Amurat  fu 
preso  in  Piodi  e  ucciso  da  Solimano  IT. 
Questo  principe  figlio  di  Selim  I,  scam- 
pò il  veleno  suo  per  l'accortezza  dell'a- 
morosa madre.  Proseguendo  Selim  I  il 
corso  di  sue  vittorie,  nel  1  5i  6  invase  VE- 
gitto,  essendo  sultano  Cam  poso  ne  Gall- 
io o  Kansu  Algurri,  dopo  il  quale  nel 
i5i  7  Toumambai  fu  l'ultimo.  Imperoc- 
ché distrutti  i  mammalucchi  circassi,  col 
Cairo  lo  conquistò  interamente,  ed  unì 
come  una  provincia  all'impero  ottoma- 
no nel  idi  7.  Con  prospera  fortuna  si  re- 
se padrone  anche  della  Mesopolainia,del 
paese  deJKurdi,  dell'Armenia,  e  della  Si- 
titi, ove  i  bellicosi  drusi  gli  fecero  resi- 
stenza. La  Palestina  passò  in  altro  domi- 
nio, ma  per  nulla  si  cambiò  l'infelice  con- 
dizione de'erisliani  sotto  il  sultano  di  Co- 
stantinopoli. Ti  ovò  nella  Paioli na  i  fran- 
cescani latini  possessori  de'sanluari  e  in- 
caricali della  loro  custodia  ,  ma  già  in- 
quietati dalle  ingiuste  pretensioni  de'mo- 
naci  greci  scismatici  che  brigavano  di 
spossessarli.  Selim  I  scelto  aibitro  dalle 
i\ut  parti, giudicò  in  favore  de'latiui,mos- 
so  e  persuaso  da'documeuli  che  questi  gli 
mostrarono,  il  contrailo  cioè  di  Roberto 
re  di  Napoli,  ed  i  fìrmani  de'di versi  ca- 
liffi e  sultani  d'Egitto.  1  latini  fecero  an- 
cora vedere  il  permesso  di  riparare  il  con- 
vento eia  chiesa  di  Beltlemme, loro  con- 
eesso nel  i446  dal  sultano  Achillei  iNacer, 
che  altri  chiamano  Abusaid  Jacninc.  Do- 


3™  TUR 

cumenti  tutti,  clie  nncora  si  conservano 
pel  convento  de'minori  osservanti  del  ss. 
Salvatore  in  Gerusalemme.  Pienamente 
convinto  Selim  1  del  diritto  de'latini,diè 
loro  vinta  la  causa,  ed  impose  a 'greci  che 
si  astenessero  dal  piti  oltre  molestarli.  I 
quali  queruli  pretendenti  l'intimidirono 
bensì  per  un  momento,  ma  ben  presto  ri- 
cominciarono le  loro  invasioni  di  fatto  ; 
per  le  quali  furono  costretti  i  Ialini  a  ri- 
correre a  nuovi  mezzi  di  difesa.  Tornato 
Selim  I  a  Costantinopoli  carico  delle  pre- 
ziose spoglie  della  Persia  e  dell'Egitto, 
le  fece  appendere  nel  cliasna  o  tesoro  im- 
periale quali  trofei  e  per  incitamento  d'al- 
tre conquiste  a 'successori.  Riprometten- 
dosi lunga  vita,  vago  di  gloria  e  di  esten- 
dere il  suo  impero,  si  accinse  a  fare  pre- 
parativi formidabili  contro  Rodi,  per  poi 
passare  nell'Italia  e  in  Germania.  Intan- 
to Papa  Leone  X  celebrando  a'16  mar- 
eoi  5i  7  l'ultima  sessione  del  concilio  ge- 
nerale di  Laterano  V,  essendo  in  grave 
apprensione  pel  conquistato  Egitto  e  sua 
Siria,  per  non  aver  più  il  sultano  poten- 
ze rivali  nelPOriente,quindi  non  aver  più 
nemici  da  combattere  che  nel  Ponente, 
per  a  ver  la  costernazione  invaso  il  distia* 
nesimo,  lesse  a'padri  una  lettera  dell'im- 
peratore Massimiliano  I,  che  esprimeva 
il  dolore  di  vedere  la  cristianità  in  preda 
all'invasioni  d'un  popolo  barbaro;  men- 
tre alla  dieta  di  Norimberga  uvea  scritto 
di  sempreaver  desiderato  il  ristabilimen- 
to dell'impero  di  Costantinopoli  e  libe- 
rarla Grecia  da'turchi;che  perciò  volon- 
teroso avrebbe  assunto  l'impresa,  se  gli 
altri  capi  lo  avessero  secondato;  ma  egli 
era  incostante  e  nulla  fece.  Nel  concilio  si 
lessero  pure  le  lettere  de'  re  Carlo  V  di 
Spagna  e  Francesco  I  di  Francia ,  che 
promettevano  soccorsi. Quindi  il  Papa  an- 
nunziò solennemente  la  crociata  e  le  ri- 
soluzioni prese  per  intraprenderla,  colle 
decime  per  3  anni;  nominò  i  due  re  ge- 
nerali della  spedizione,  e  per  invocar  il 
divino  aiuto  a  piedi  nudi  recossi  in  pro- 
cessione da  s.  Pietro  alla  chiesa  di  s.  Ma- 


TUR 

ria  sopra  Minerva;  indi  inviò  per  legati 
e  nunzi  i  cardinali  e  i  prelati  più  illusi r 
alle  potenze  cristiane, per  con  venire  a  una 
tregua  generale  per  5  anni.  L'Italia  era 
allora  zeppa  de' greci  rifugiati,  fra'quali 
molti  dotti,ed  essi  influivano  grandemen- 
te sugli  animi  e  di  continuo  dipingevano 
i  turchi  come  un  popolo  barbaro  e  fero- 
ce; la  lingua  greca  die  insegna  vati  facen- 
do conoscere  i  capolavori  della  Grecia, 
serviva  a  contribuire  all'aumento  d'odio 
delle  genti  contro  i  crudeli  dominatori  di 
Gerusalemme, d'Atene,di  Costantinopo- 
li. Leone  X  formò  il  piano  della  guerra 
santa,  dopo  aver  consultato  i  più  esper- 
ti capitani,  proponendosi  d'imbarcarsi  e- 
gli  stesso  nel  porto  d'Ancona,  per  recar- 
si sotto  alle  mura  di  Costantinopoli,  ge- 
nerale convegno  di  tutte  le  forze  cristia- 
ne. Il  diseguo  eia  gigantesco,  ne  l'impe- 
ro ottomano  sarebbe  giammai  stato  espo- 
sto a  pericoli  più  grandi ,  se  così  vasto 
concetto  avesse  potuto  mandarsi  ad  ese- 
cuzione. Ma  i  monarchi  appena  alcuni 
mesi  osservarono  la  tregua  proclamata 
dal  Papa, onde  le  forze  destinate  contro  i 
turchi  divennero  loro  necessarie  per  in- 
grandire o  difendere  i  propri  stati.  Con- 
tribuì ancora  al  raffreddamento  de'prin- 
cipi,  la  sfrenatezza  di  Lutero,  che  ardita- 
mente impugnando  l'indulgenze,  che  fa- 
ceva predicar  Leone  X  per  le  oblazioni 
perla  riedificazione  della  chiesa  di  s.  Pie- 
tro, tliceva  empiamente:  Chela  Corte  di 
Roma,  per  fabbricar  la  Chiesa  di  s.  Pie- 
tro,  demoliva  la  Chiesa  di  Gesù  Cristo! 
Alle  sueeretiche  bestemmie  aggiunse  an- 
che questa  :  E  un  peccato  il  resistere  ai 
turchi,  poiché  la  Provvidenza  si  serve  di 
questa  nazione  infedele  per  visitare  le  ini- 
quità del  suo  popolo!  Egli  avversava  la 
crociata  perchè  essa  chiamava  il  concor- 
so de!  Papa,  e  spinse  tanto  l'odio  contro 
di  esso,  che  poi  giunse  a  dire  doversi  fa- 
re la  guerra  al  Papa  e  al  turco,  e  scrisse 
un  libro  di  preghiere  contro  i  turchi,  con- 
dannando con  contraddizione  l' indiffe- 
renza de'popoli  nel  combatterli.  L'apo- 


: 


TUR 

siala  ed  eresiarca  Lutero  non  solo  fu  ca- 
posala de'  Luterani  (T  .J,  ma  da  essi  de- 
rivarono quelle  altre  deplorabili  sette  de- 
nominate Protestanti  (V.).  Queste  tri- 
sti dispute  religiose  e  le  guerre  fanatiche 
sostenute  per  difenderle,  distrussero  af- 
fatto il  senti  mento  cristiano  per  la  repres- 
sione de'  turchi,  con  immensi  danni  del 
cristianesimo  indifeso,  meno  rare  eccezio- 
ni derivate  dal  zelo  di  alcuni  Papi,  o  dal- 
la necessità  de'  sovrani  per  conservare  i 
propri  stati,  in  che  pure  contribuì  l'ine- 
sauribile paternità  pontifìcia.  Questa  è 
Storia  (V.).  In  questo  mentre  Selim  I, 
per  un'ulcera  cancrenosa  e  feteute  nelle 
reni,  spirò  di  46  anni  come  una  fiera  a' '22 
settembre  1  520,  nel  castello  di  Chiurli  in 
Romania,ove  avea  tentato  uccidere  il  pa- 
dre. Principe  d'aspetto  deforme  e  truce, 
crudele  e  sospettoso,  fu  poco  portato  per 
le  donne  pel  nefando  vizio  che  la  vere- 
condia m'  impedisce  di  nominare,  ver- 
gognosamente predominante  ne'turchi  e 
negli  orientali  :  si  disse  eccellente  pittore 
e  valente  poeta;  lasciò  nell'eccesso  di  sua 
superba  oltracotanza  i  seguenti  stoma- 
chevoli versi  perchè  in  turco,  greco  e  sla- 
vo si  scolpissero  sulla  sua  tomba.  Io  sono 
quel  gran  Selim  che  fé  tremar  la  ter- 
ra,  Marte  medesimo  avrebbe  temuto  il 
mio  invincibil  braccio.  Ancor  dopo  la 
mia  morte  cerco  i  combattimenti.  Se  il 
mio  corpo  e  quii  V  anima  mia  e  nella 
guerra. 

Solimano  li  il  più  celebre  degl'impe- 
ratori oltomanijSoprannominato  il  Gran- 
de ^W  Magnifico, \\  Conquistatore  e  il  Le- 
gislatore, successe  senza  turbolenze  e  sen- 
za opposizione  a  Selim  I  suo  padre,  men- 
tre governava  la  Magnesia  appannaggio 
degli  eredi  del  trono.  L'  accorta  vigilan- 
za della  madre  1'  avea  salvato  dal  veleno 
del  padre.  L'  opinione  favorevole  che  i 
turchi  hanno  de'numeri  interi,  fece  loro 
concepire  i  più  fausti  presagi  sulla  gran- 
dezza e  prosperità  del  loro  nuovo  sultano, 
perchè  nato  nell'  anno  900  dell'  Era  E- 
gira.  Egli  die  principio  al  suo  reguo  con 

VOL.  LXXXI. 


TUR  32i 

atti  di  giustizia:  permise  a  tutti  i  suoi  sud- 
diti di  domandare  i  beni  che  loro  erano 
stati  ni  pili,  esempio  unico  nella  storia  dei 
turchi;  ma  le  restituzioni  non  furono  ne 
numerose,  riè  considerabili,  perchè  i  più 
de'  proscritti  aveano  perduto  la  vita,  ed 
esse  non  si  estesero  a'ioro  eredi.  Represso 
il  ribelle  governatore  di  Siria  Kauberdy, 
Solimano  li  non  meno  avido  di  glorie 
e  di  conquiste  de'più  bellicosi  suoi  ante- 
nati, seppe  profittare  destramente  delle 
funeste  rivalità  dell'imperatore  Carlo  V 
signore  della  monarchia  di  Spagna  (V.)^ 
di  Francesco  I  re  di  Francia  (f.)^  volse 
contro  l'Europa  le  sue  prime  armi.  Fatal- 
mente i  cristiani  colla  morte  del  padre  si 
lusingavano  estinta  ne'  turchi  la  sete  di 
conquistare.  Leone  X  in  mezzo  alla  pom- 
pa delle  belle  arti  da  lui  protette,  distrat- 
todalleguerred'ltalia, dalle  cure  del  pon- 
tificato, e  da'progressi  dello  scisma  per  la 
pretesa  riforma  praticata  dall'ardente  Lu- 
tero, non  potè  più  attendere  alla  spedi- 
zione contro  i  turchi,  abbandonata  o  ne- 
gletta da' principi.  Morì  il  i.°  dicembre 
i52i,  e  gli  successe  il  virtuoso  cardinal 
vescovo  di  Tortosa(P.)  Adriano  VI,  as- 
sente da  Roma  e  poco  conosciuto,  che  tro- 
vò il  Tesoro  pontificio  del  tutto  esausto. 
11  sultano  chiamatosi  offeso  del   tratta- 
mento ricevuto  da'suoi  ambasciatori  nel- 
la corte  di  Luigi  II  re  d'  Ungheria,  a'29 
agosto  J.522  espugnò  Belgrado  baluardo 
del  regno  e  frontiera  del  cristianesimo,  lo 
scoglio  in  cui  erasi  infranta  la  potenza  di 
Amurat  II  e  di  Maometto  II.  Niun  impe- 
dimento ne  fecero  i  principi  cristiani,  e 
pure  con  tal  conquisto  i  turchi  s'aprirono 
la  strada  nell'  Ungheria  e  a  que'  futuri 
progressi  che  fece  dolorosamente  pentire 
di  tanta  indifferenza.  Adriano  VI,  ad  on- 
ta della  peste  che  desolava  Roma,  avea  in- 
viato al  re  il  cardinal  Vio  con  4°}°00 
ducati;  e  sovvenne  le  minacciate  Schiavo- 
nia  e  Croazia  con  frumento  e  munizio- 
ni. Di  più,  inviò  un  legato  a  Norimber- 
ga, onde  si  ha  :  Legatio  Adriani  PP.  VI 
ad  Coìwentum  Nurembergensem  anno 

21 


3aa  T  U  R 

1 5?  2  /w/.w/r/Witlembergaei  53 8.  Lo  sles- 
so Solimano  II  per  la  presa  ili  Belgra- 
do venne  in  potere  dell'  importante  Pe- 

terwaradino  e  oltre  piane.  Indi  il  solfa- 
no inviò  il  gran  visir  al  conquisto  di  Ro- 
di, l'nllima  colonia  de' cristiani  in  Asia, 
che  non  era  riuscito  a  Maometto  II,  per- 
ciò vi  si  recò  «nell'egli,  onde  impadronirsi 
di  quest'  altro  propugnacolo  elei  cristia- 
nesimo, guardia  d'oriente,  aiuto  e  asilo 
de'pellegrini,  rifugio  de' perseguitati  cri- 
stiani, dagli  storici  turchi  indegnamente 
qualificala  tana  di  ladroni  A  cavalieri  Ge- 
ro solim itani,  abbandonati  alle  sole  pro- 
prie forze,  poiché  l'impotente  AdrianoVI 
non  potè  mandar  che  3  grosse  e  ben  for- 
nite navi  dal  vento  ritardale,  per  tradi- 
mento furono  costretti  da  4oo  vele  e  da 
2oo,oco  turchi  a  capitolare  onorevol- 
mente il  giorno  di  Natale.  La  storia  ha 
reso  celebri  le  fatiche  e  i  miracoli  d'eroi- 
sniOjCo'quali  il  benemerito  ordine  sovrano 
illustrò  la  propria  difesa,  indi  obbligato 
per  alcuni  anni  a  mendicare  una  dimora 
finché  ebbero  Malta  {?>),  da  dove  pure 
guerreggiarono  i  turchi,  finché  i  cristiani 
loro  non  la  tobero.L'infeliceAmurat  figlio 
di  Geni  oZizim,cheavea  ricevuto  il  batte- 
simo ed  erasi  sposato  secondo  il  rito  del- 
la chiesa  cattolica,  colla  moglie  e  4  fign 
dimoiando  in  Rodi,  inutilmente  procurò 
occultarsi  alle  ricerche  accurate  del  sul- 
tano, a  cui  la  religione  e  la  politica  impo- 
sero di  farlo  perire.  Condotto  innanzi  So- 
limano li  colla  famiglia,  e  interrogato 
qnal  religione  professava,  Arnurat  ilare  e 
franco  rispose,  la  cristiana,  in  uno  alla 
moglie  e  figli.  Turbato  il  sultano,  I'  am- 
monì a  tornare  alla  religione  de'  padri 
suoi,  ma  Amuratsi  ricusò:  subito  fu  stran- 
golato con  due  figli,  e  la  moglie  colle  due 
figlie  furono  inviate  al  serraglio  di  Co- 
stantinopoli. L'animo  zelante  dello  sven- 
turato Adriano  VI  restò  profondamente 
trafitto;  sollecitò  i  principi  cristiani  a  far 
fronte  al  colosso  che  li  minacciava,  e  im- 
pedire ulteriori  progressi  in  Ungheria,  e 
di  penetrare  in  Italia;  laonde  per  sua  ope- 


T  U  R 

ra  si  concluse  lega  tra  Carlo  V,  i  re  d'Un- 
gheria e  d'Inghilterra,  i  veneziani,  lascian- 
do in  libertà  il  redi  Francia  di  entrarvi. 
Estenuato  da  tante  cure  e  pene,  mori  A- 
driano  VI  a' 1 4 settembre  i  523,e  gli  suc- 
cesse Clemente  V  II,  il  quale  nel  ì  ?2 5  so- 
lennemente pubblicò  nella  basilici»  Lille- 
ranense  la  lega  fatta  contro  i  turchi.  Re- 
pressi i  sediziosi  d'  Egitto,  Solitna.no  II 
pubblicò  regolamenti  per  l'amministra- 
zione della  giustizia  e  delle  finanze,  e  per 
quella  delle  rendile  delle  moschee.  Rifor- 
mò vari  abusi  introdotti  dalla  cupidigia 
e  dall'ignoranza,  e  fece  punire  i  cadì  col- 
pevoli di  prevaricazioni.  Prescrisse  diver- 
se pene  secondo  la  diversità  de' delitti, 
quella  di  morte  per  gli  omicidii  e  per  al- 
cuni furti.  Amante  dell'ordine,  volle  in- 
trodurlo in  tutti  i  rami  del  governo.  E- 
resse  le  provincie  in  pascialatici  e  in  san- 
giaccati,ed  assegnò  truppe a'pascià  confe- 
rendo loro  grande  autorità,  onde  conte- 
nere i  popoli  nell'ubbidienza.  Moltiplicò  i 
gradi  degli  ufficiali  di  sue  milizie,  ^volen- 
do bilanciare  l'arroganza  de'giannizzeri, 
istituì  il  corpo  de'hoslangi  a'quali  affidò  la 
cura  esterna  de'  suoi  palazzi  e  la  conser- 
vazione de'giardini.  Mormorandole  trup- 
pe inasprite  dal  riposo  dell'  ozio,  nel  i526 
Solimano  lì  portò  nuovamente  la  guerra 
inUngheria,  ripresePeterwaradino  e  mol- 
te altre  piazze,  e  guadagnò  la  celebre  bat- 
taglia di  Munita  ts,  in  cui  vi  perì  l'ultimo 
re  d'Ungheria  Luigi  II.  Pugnarono  circa 
200,000  turchi  contro  circa  26,000  un- 
gati, l'entusiasmo  religioso  de'quali  dovè 
cedere  all'esorbitante  numero  de'nemici, 
e  vi  perirono  diversi  prelati  e  l'arci  vescovo 
di  ColoczaTomorreOjche  incautamente  a- 
vea  consigliato  affrontare  sì  gigantesche 
forze.  Tale  vittoria  aprì  a  Solimano  II  le 
porte  di  Buda  capitale  del  regno,  che  sac- 
cheggiò e  bruciò,  il  fuoco  consumando 
nella  reggia  la  collezione  d'eccellenti  pit- 
ture e  statue  di  bronzo,  e  la  ricca  biblio- 
teca, tranne  alcuni  mss.,da  Mattia  Cor- 
vino ivi  riunite.  Clemente  VII  che  tro- 
vavasi  in  deplorabili  condizioni,  pure  vi 


T  UR 
avea  mandato  a  sue  spese  un  corpo  di  te- 
deschi e  boemi,  ed  esortato  i  baroni  del 
regno  urgentemente  a  cooperare  alla  co- 
mune difesa,  non  che  invialo  5o,ooo  scu- 
di, e  data  facoltà  d'alienare  i  beni  di  chie- 
sa e  i  vasi  sagri  preziosi.  Dispose  inoltre, 
che  se  il  sultano  investisse  l'Italia,  si  ven- 
dessero tutti  gli  ori  e  argenti  delle  chie- 
se, per  opporsi  vigorosamente  alle  sue  ar- 
mi. Per  buona  ventura  Solimano  II  tornò 
a  Costantinopoli,  per  far  punire  dal  co- 
gnato I brami  gran  visir  l'insurrezione  di 
parte  dell'Asia  Minore.  Indi  con  3oo,ooo 
uomini  nel  1^29  ritornato  in  Ungheria, 
col  pretesto  di  sostenere  Zapolski,  che 
contrastava  il  regno  a  Ferdinando  d'Au- 
stria re  de'romani  e  cognato  di  Luigi  II, 
riprese  Buda  occupata  dal  nuovo  re,  e  la 
consegnò  a  Zapolski  colla  da  lui  doman- 
data investitura  del  regno,  che  perciò  di- 
venne indegnamente  vassallo  della  Porta; 
mentre  i  suoi  generali  sottomettevano 
Bogdano  principe  di  Moldavia^  la  qitale 
ancora  divenne  feudo  dell'  impero  otto- 
mano. Quantunque  avanzata  la  stagione, 
con  2  5o,ooo  turchi  cinse  d'assedio  Vien- 
na capitale  dell'  Austria,  valorosamente 
difesa  da  Federico  conte  Palatino  e  da 
Filippo  suo  nipote,  perciò  benemeriti  del 
cristianesimo. Dopo  avere  perduto  80,000 
uomini,  le  pioggie  continue  e  1'  inonda- 
zioni del  Danubio  lo  costrinsero  a  parti- 
re, proferendo  1'  anatema  a  chi  fra' suc- 
cessori avesse  osato  rinnovar  tale  impre- 
sa. Il  savio  Ibraim  l'avea  consigliato  alla 
ritirata,  poiché  tutta  Germania  si  armava 
alla  difesa  della  regione.  Si  dice  che  I- 
braim  contribuì  all'  abbandono  di  Vien- 
na, per  l'attacca  mento  conservato  nel  fon- 
do del  cuore  alla  religione  cristiana,  in 
cui  era  nato  da  una  famiglia  di  Ginevra 
trapiantata  in  Albania,  donde  fu  portato 
al  serraglio  e  educato  con  Solimano  II. 
Quel  contegno  d'  Ibraim,  penetralo  poi 
dalla  sua  nemica  Rosselane,|servì  per  uno 
de'  capi  d'  accusa  che  lo  sagrificò,  come 
avesse  avute  intelligenze  col  nemico.  Seb- 
bene Clemente  VII  avesse  patito  il  tre- 


TUR  3*3 

tnendo  sacco  di  Roma  dall'  esercito  di 
Carlo  V,  nondimeno  inviò  a  questi  12 
navi  costruite  a  sue  spese  per  la  difesa 
del  litorale  d'  Italia,  e  al  fratello  Ferdi- 
nando I  spedi  il  cardinal  Ippolito  de  Me 
dici  suo  nipote,  perchè  a  suo  conto  sti- 
pendiasse 1  o,ooo  cavalli  ungheresi;  indi 
non  cessò  d'animare  i  principi  cristiani, 
per  la  pubblica  salvezza  a  porre  un  argine 
alle  crescente  potenza  del  sultano.  Ferdi- 
nando I  ricuperò  alcune  piazze,  ma  fu  co» 
stretto  levar  l'assedio  da  Buda,  per  l'a- 
stuzia di  Mehemed  governatore  di  Se- 
mendria,  spacciandosi  pel  gran  visir.  Car- 
loV  recatosi  in  Ungheria,  raccolse  90,000 
fanti  e  3o, 000  cavalli  nel  i53i.  Vi  ac- 
corse Solimano  II  con  4^°>000  turchi, 
prese  Gradisca^  sottomise  la  Schiavo- 
nìa  e  assediò  Strigonia.  Nel  i532  i  due 
imperatori  si  trovarono  vicini,  e  tutta  Eu- 
ropa attendeva  l'esito  della  lotta  che  sta- 
va per  cominciare;  ma  i  due  accorti  ri- 
vali, egualmente  formidabili,  probabil- 
mente temerono  con  cimentarsi  di  com- 
promettere la  loro  gloria,  e  si  condussero 
con  tanta  circospezione,  che  la  campagna 
finì  senza  risultati  importanti.  Carlo  V  si 
contentò  d'  essersi  mostrato  a'  turchi,  e 
Solimano  II  tornò  a  Costantinopoli,  per 
reprimere  le  rivolte  del  kan  di  Crimeaj 
di  Persia  e  di  Bagdad  l'antica  capitale  dei 
califli.  Il  sultano  visitò  le  tombe  d'Ali  e 
d'Hossein,  ne  fece  restaurare  le  moschee, 
e  ordinò  lo  scavo  del  canale  dall'Eufrate 
a  Mesched  Hussein.  Aveano  leflottecom- 
binate  di  Carlo  V  e  di  Venezia,  coman- 
date dal  celebre  Andrea  Doria  e  da  Vin- 
cenzo Cappello,  ricuperato  varie  piazze 
delle  coste  diMoreaedella  Grecia,  le  qua- 
li non  lardarono  a  conquistarsi  dal  famo- 
so corsaro  Ariadeno  Barbarossa  pel  sulT- 
lano,  di  cui  era  ammiraglio.  Inoltre  Aria- 
deno con  possente  flotta  spaventò  il  lito- 
rale del  mar  Tirreno,  saccheggiando  Pro- 
cida,  Capri,  Terracina,e  Fondi  ove  ten- 
tò rapire  l'awenentissima  Giulia  Gonza 
ga  per  donarla  a  Solimano  II.  Inoltre 
Ariadeno  avea  al  mltano  fatto  omaggio 


3^4  TUR 

ilei  suo  regno  tV  Algeri,  dì  cui  era  dey, 
quindi  lieti oui zzò  del  regno  di  Tunisi 
JVIuley-Hascem,  reudendo  tributario  il  re- 
gno olla  Porta  ottomana.  Mule y  ricorse 
a  Carlo  V  per  essere  ristabilito,  giurando 
perpetua  lega  co 'cristiani  a  danno  de'lur- 
clii,  per  cui  Papa  Paolo  HI  persuase  l'im- 
peratore a  intraprendere  di  persona  la 
spedizione,  gli  somministrò  aiuti  ed  ebbe 
felice  riuscita,  onde  Carlo  V  fu  poi  rice- 
vuto in  Roma  a  modo  trionfale.  Barba- 
rossa  per  vendicarsi  devastò  i  lidi  della 
Sicilia  e  della  Puglia,  e  s' impadronì  di 
Castro  nella  medesima.  Intanto  tornato 
Solimano  li  dall'Asia  in  Costantinopoli, 
ad  onta  che  avesse  giurato  per  1'  anima 
di  suo  padre  e  di  Maometto  di  giammai 
farlo  perire,  ad  onta  di  giuramento  sì  sa- 
grosanlo  tra'maomettani,  fece  uccidere  il 
gran  visir  Ibraim,  il  più  valente  de'suoi 
generali,  perebè  avea  spinto  il  suo  orgo- 
glio fino  al  punto  d'assumere  il  titolo,  fiuo 
allora  inaudito,  di  serascìùere  sultano, 
e  si  era  reso  colpevole  di  vari  abusi  di  po- 
tere. Altri  lo  difendono  da  tali  incolpa- 
zioni, e  le  calunnie  sostengono  inventale 
da  Rosselane  per  aver  protetto  Mustafà. 
Quanto  ai  giuramento  si  dice,  che  Soli- 
mano li  per  non  più  osservarlo  ne  con- 
sultò il  muftì.  Questi  già  prevenuto  da 
Rosolane,  rispose,  che  quando  il  princi- 
pe dorme  non  regna.  Pertanto  il  sultano 
ordinò  ad  uu  euuuco  d'uccidere  Ibraim, 
mentre  egli  dormiva.  Così  si  assolse  dal 
più  inviolabile  giuramento  ;  e  l' impero 
perde  il  più  savio  ministro  della  corte. 
Quiudi  i  suoi  generali  fecero  tributari  del- 
la Porta  i  principi  di  Giorgia,  sottraen- 
doli alla  Persia.  Portatosi  Solimano  II 
uell'  Albania,  l'assoggettò  interamente  ; 
ma  nel  danneggiare  i  veneti  con  toglier 
loro  varie  piazze,  non  gli  riuscì  d'  espu- 
gnare Corfhy  Cattar o  e  Napoli  di  Ilo- 
mania.  Paolo  III  per  opporre  un  limile 
a'progressi  de'turehi,  si  recò  a  Nizza  per 
pacificare  Carlo  V  e  Francesco  J,  e  in- 
durli ad  opporsi  ad  essi,  ma  solo  ottenne 
una  tregua  di  io  anui.  Accrebbe  i  privi* 


TUR 

legi  de'  Catecumeni  e  Neofiti  (/'".),  tur- 
chi ed  altri,  che  avessero  abbracciato  la 
fede  cattolica,  dichiarando  cittadiui  roma- 
ni gli  schiavi  turchi  ad  essa  convertiti.  Si 
può  vedere  il  Vermiglioli,  Lezioni  di  di- 
ritto canonico,  lib.  3,lez.  33:  Della  con- 
versione degV  infedeli.  Indi  il  Papa  nel 
i537  si  strinse  in  lega  contro  i  turchi, 
con  Carlo  V  e  i  veneziani,  che  dopo  3  so- 
lenni processioni  pubblicò  in  s.  Pietro  : 
dopo  il  canto  del  Te  Deiun,  ammise  gli 
ambasciatori  dell'imperatore  e  della  re- 
pubblica al  bacio  del  piede,  della  mano 
e  della  faccia,  obbligandosi  di  fornir  loro 
3o  galere  armate.  Il  Papa  nel  1 538  desti- 
nò Marco  II  Ori  ma  ni  già  patriarca  d'A- 
quileia  (di  cui  parlo  a  Udine  nel  ripor- 
tare la  serie  de'patriarchi)  a  comandan- 
te generale  della  flotta  pontificia,  nella 
quale  occasione  fu  coniata  al  prelato  una 
medaglia  colla  sua  effigie  e  1'  epigrafe  : 
Marcus  Grim.  D.  M.  Pro  Pat.  Aquil. 
Pont.Clasis Imper.Miì Andrea  Doria  am- 
miraglio di  Carlo  V  colla  sua  condotta  fu 
cagione  de'  pochi  successi  riportati,  del- 
l'infelice conflitto  di  Prevesa,  e  del  ritiro 
de'veneti  che  si  pacificarono  con  Solima- 
no 11,  cedendogli  Malvasia  e  Napoli  di 
Romania.  Il  sultano  fece  portare  le  sue 
armi  nel  golfo  Arabico  e  sul  mare  del- 
l'India, ed  il  Yemen  fu  conquistato.  Col- 
la morte  di  re  Zapolski,  nel  i5/fO  rico- 
minciò la  guerra  contro  Ferdinando  I,da 
cui  il  sultano  ricusò  l'offerto  omaggio  e 
tributo;  se  ne  impadronì  dopo  aver  scon- 
fitto l'esercito  cristiano,  nel  quale  erano 
4ooo  fanti  stipendiati  da  Paolo  III.  Il 
veneto  Luigi  Grilli  insinuatosi  nell'ani- 
mo del  sullauo,  ne  divenne  generale  e  peli 
in  questa  guerra  per  aver  ordinato  la  mor- 
te d'Americo  vescovo  di  Varadino,  ven- 
dicato dagli  ungheresi.  Solimano  li  al  fi- 
glio del  defunto  re  die  in  vece  dell'  Un- 
gheria per  compenso  la  Transilvania  co- 
me un  feudo.  Fu  allora  che  fece  il  suo 
trioufale  ingresso  in  Ruda,  e  convertì  le 
chiese  in  moschee,  lasciaudo  agli  ungari 
la  loro  religione,  i  privilegi  e  le  proprietà. 


TUR 

Paolo  III  per  la  difesa  del  litorale  dello 
«tato  pontificio,  contro  i  pirati  ei  turchi, 
istituì  gli  ordini  equestri  di  s.  Giorgio  di 
Ravenna  (F.)9  e  del  Giglio  (V.).  Nel 
i54?-  Solimano  li, come  nemico  di  casa 
d'Austria,  si  alleò  con  Francesco  I  re  di 
Francia,  ed  i  gigli  unitisi  alla  mezzaluna, 
commisero  parecchie  devastazioni  a  dan- 
no de'dominii  di  Carlo  V;  mentre  Barba- 
rossa  infuse  il  terrore  in  Ostia,  e  perciò 
anche  in  Roma.  Francesco  I,  che  pri- 
ma avea  fatto  predicar  ne'suoi  stati  la  cro- 
ciata contro  i  turchi,  alleossi  con  essi  per 
vendicarsi  del  fortunato  rivale  Carlo  V, 
con  sommo  scandalo  delia  cristianità  e 
giuste  rampogne  del  Papa.col  quale  cercò 
di  giustificarsi,  accagionandone  la  perfì- 
dia e  l'ambizione  dell'emulo  per  dominar 
l'Europa.  In  vece  Francesco  I  offrì  i  suoi 
soccorsi  e  la  sua  intervenzione  per  quie- 
tare le  turbolenze  che  la  sediceute  rifor- 
ma de'novatori  avea  fatto  nascere  nella 
Chiesa.  Però  l'esempio  infausto  di  Fran- 
cesco I  venne  ben  presto  seguito  dallo 
stesso  Carlo  Ve  da  altri  potentati  cristia- 
ni. La  politica  fatalmente  sciogliendosi  di 
mano  in  mano  ognora  più  dalla  religio- 
ne, fece  alla  fine  riguardare  la  sublime 
Porta,  non  più  come  un  nemico  perico- 
loso e  acerrimo  ch'era  d'uopo  di  combat- 
tere continuamente,  ma  come  una  grande 
potenza,  ch'era  mestieri  talvolta  d'acca- 
rezzare, e  di  cui  poteasi  domandar  l'aiuto, 
senza  che  con  ciò  s'oltraggiasse  Dio,  e  si 
nuocesse  allaChiesa.  Lo  spirito  delle  guer- 
re sauté  era  da  prima  dipendente  da  po- 
polari opinioni  e  da  fervore  religioso. 
Quando  l'uno  e  le  altre  si  aftievol irono, 
e  si  formarono  le  grandi  potenze,  tutti 
gli  affari  relativi  alla  pace  e  alla  guerra 
vennero  unicamente  trattati  ne'gabi netti 
de'sovrani,  i  quali  obbliando  le  idee  re- 
ligiose, seguirono  puramente  gl'interessi 
politici.  Da  quell'istante  non  si  tenne  più 
conio  alcuno  dell'entusiasmo,  e  di  tutte 
le  allre  cause  e  passioni  che  aveano  dato 
origine  alle  crociate.  Morto  Maometto 
primogenito  del  sultano,  trafitto  questi 


TUR  32? 

di  dolore,  dimise  per  un  tempo  ogni  pen* 
siero  di  guerra,  liberò  un  gran  numero 
di  schiavi  cristiani,  concesse  tregua  a  Fer- 
dinando I,  e  fondò  vari  stabilimenti  pii. 
Nel  i546  fu  pure  afflitto  per  la  perdita 
di  Barbarossa,e  nel  1 548  guerreggiò  nel- 
la Persia.  Dichiarò  in  luogo  del  defunto 
Barba  rossa,  capudan  pascià  il  famoso  cor- 
saro Dragut  ;  e  il  non  meno  famigerato 
Sinan  pascià  rinegato  fiorentino,nel  1 55 1 
s'impadronì  di  Tripoli  di  Barbaria.  A.- 
vendo  la  vedova  di  Zapolski  ceduto  la 
Transilvania  a  Ferdinando  I,  il  sultano 
fece  occupare  Temeswar,  che  poi  dovè 
abbandonare.  Carlo  V  cogli  aiuti,  solda- 
tesche e  galere  di  Papa  Guilio  III,  dal 
Doria  fece  combattere  Dragut,  ed  espu- 
gnare la  forte  città  di  Mahdia  nella  reg- 
genza di  Tunisi.  Solimano  II  vedendo 
sconfitto  in  Persia  un  suo  esercito  dallo 
sciah  Thamas,  per  la  3.a  volta  dichiarò 
guerra  a  quel  regno.  Ma  il  conquistato- 
re di  tanti  stati  e  il  legislatore  de'turchi  a- 
vea  trovato rm  vincitore. L'ambiziosa,cru- 
delee  più  sagace  che  avvenente  Rosselane 
sanese,  che  da  schiava  Solimano  11  avea 
fatta  sua  sposa  e  favorita,  dopo  avergli 
per  io  anni  fatto  dimenticar  lealtnulon- 
ne  di  cui  avea  pieno  il  serraglio,  abusa- 
va d'un  predominio  che  i  suoi  artifizi  più 
della  sua  bellezza  le  aveano  acquistato  sul- 
l'animo dell'innamorato  sultano;  predo- 
minio il  quale  non  fece  che  crescere,  al- 
lorquando l'età  indebolendo  il  carattere 
del  principe,  Y  ebbe  reso  più  credulo  e 
più  diffidente  ;  onde  alcuni  attribuirono 
l'incantesimo  per  Rosselane  a  un  sortile- 
gio. 1  raggiri  di  tale  femmina  furono  ca- 
gione de' falli,  de'  delitti  e  degli  affanni 
domestici,  che  disonorarono  e  avvelena- 
rono la  vecchiezza  del  gran  Solimano  IT. 
Basti  qui  il  dire,  che  dopo  la  morte  del 
principe  Maometto,  primogenito  de'fìgli 
che  Rosselane  avea  dato  al  sultano,  essa 
gelosa  di  Mustafà  nato  da  un'odiosa  ri- 
vale, il  quale  era  divenuto  Y  erede  pre- 
suntivo dell'impero,  si  sforzò  di  renderlo 
sospetto  a  suo  padre,  per  assicurare  il 


3*6  TUR 

trono  ad  uno  de'suoi  propri  figli.  Com- 
plice e  agente  principale  di  sua  perfidia 
fu  il  ginn  visir  Rustnm.  Accusalo  Mu- 
*tafà  d'intelligenza  col  re  di  Persia  e  di 
cospirazione  contro  il  patire,  questi  lo  fe- 
ce strangolare  da'  muli  del  serraglio  nel 
i553,  presso  Tanris,  ove  erasi  recato  il 
sultano, e  nella  propria  tenda.  Indi  Soli- 
mano Il  sfiilò  a  duello  Io  sciali  Thauias, 
che  non  gli  rispose.  Allora  entrò  nell'Ar- 
menia persiana,  prese  e  devastò  Frìvan, 
e  distrusse  il  paese  tra  Tauiis  e  Megara. 
Però  nel  i  554  m  Amasia  si  pacificò  cogli 
ambasciatori  di  detlo  sofì.Le  città  di Van, 
di  Marasche  di  Mosul  furono  riconosciute 
per  confini  dell'  impero  ottomano  dalla 
parte  della  Persia.  La  sua  flotta  butte 
quella  de'porloghesi  nel  golfo  persico,  le 
sue  armi  riportarono  altre  vittorie  sugli 
ungheresi,  così  quelle  del  kan  di  Crimea 
su'russi,sottomeltendogli  il  governo  di  Al- 
geri Bongia  e  3  altri  castelli  tolti  agli  spa 
gnuoli.  Ritornato  Solimano  li  nel  i555 
a  Costantinopoli,  rinnovò  con  terribile  e- 
ditlo  la  proibizione  dell'uso  del  vino,  che 
per  l'esempio  e  tolleranza  d'alcuni  suoi 
predecessori  era  divenuto  quasi  genera- 
le ;  ordinando  di  versare  del  piombo  li- 
quefatto in  bocca  a'trasgressori  di  tale  pre- 
cetto del  Corano,  e  fece  ardere  lutti  i  na- 
vigli carichi  di  vino  che  giunsero  a  Co- 
stantinopoli. La  morte  di  Piosselane,  av- 
venuta nel  1 55j,  fu  fata  le  a  Solimano  II  e 
all'impero.  Bajazet  suo  figlio,  che  essa  vo- 
leva sul  trono  a  pregiudizio  del  fratello 
LU'iggiore  Selim,  in  breve  lasciò  divam- 
par contro  questi  il  suo  odio.  Invano  il 
padre  rimosse  la  cause  di  discordia  tra  essi 
colla  distanza  de'luoghi,  ordinando  a  Se- 
lim di  lasciare  il  governo  di  Magnesia  per 
quello  d'Iconio,  capoluogo  del  pasciala- 
tico  di  Caramania,  ed  a  Baja/et  d'amia.- e 
a  risiedere  in  Amasia.  Questi  non  ubbidì, 
levò  truppe  e  si  mosse  contro  Selim  che 
l'attendeva  nelle  pianure  d'Iconio.  La  bat- 
taglia seguì  a'  3o  maggio  i55o.  e  costò 
4o,ooo  uomini  all'impero.  Bajazet  vinto 
fuggì  co'4  suoi  figli  io  Amasia,doveinu til- 


T  U  R 
mente  tentò  di  ristorare  il  suo  parlito,on- 
desi  ritirò  inPersia,eThamas  gli  fece  l'ac- 
coglienza la  piùaiIetluosn;ina  dopo  un  an- 
no cedendo  alle  minacce  d'un  padre  irri- 
talo, fece  avvelenar  Bajazet  co'suoi  figli. 
Nel  1  56o  la  flotta  ottomana  comandata 
dal  pascià  Pialeh,  riportò  compita  vitto- 
ria su  quella  di  Filippo  II  re  di  Spagna 
e  de'ca velieri  di  Malta  nel  golfo  di  Tri- 
poli. INel  1 562  il  sultano  concluse  una 
tregua  d'8  anni  con  Ferdinando  I  dive- 
nulo  imperatore.  Indi  irritato  con  delti 
cavalieri  gerosolimitani,  che  figuravano 
in  tutti  gli  atti  di  ostilità  verso  la  Porta, 
nel  1  565  commise  le  sue  vendette  al  suo 
ammiraglio  Pialeh  con  40,000  uomini  e 
numerosa  flotta  di  200  vele,  olire  la  squa- 
dra del  famoso  Dragut  corsaro  e  pascià 
di  Tripoli  di  Barbaria,  ed  anche  per  im- 
padronirsi della  loro  isola  di  Malta,  a 
mezzo  della  quale  credeva  facile  l'impre- 
sa di  Sicilia  e  d'Italia.  Espugnato  il  caste! 
s.Elmo,  i  turchi  posero  l'assedio  a  Malta, 
da  dove  gl'invitti  cavalieri  respinsero  12. 
furiosi  assalti,  in  cui  perì  Dragut  che  a- 
vea  disapprovato  la  spedizione,  con  circa 
20,000  turchi.  Questi  ritiratisi  svergo- 
gnati, dopo  avere  rovinalo  le  fortificazio- 
ni della  città  con  78,000  tiri  d'  artiglie- 
ria,  sfogarono  il  loro  dispetto  contro  Scio,, 
per  punire  gli  abitanti  d'aver  informato  i 
maltesi  de'disegni  della  Porta.  Per  la  di- 
fesa di  Malta  si  segnalò  il  zelo  di  Papa 
Pio  IV,  sia  con  pubbliche  orazioni,  sia  col 
munir  tutte  le  fortezze  marittime,  sia  con 
animareesoccorrere  i  cavalieri  sino  a  pro- 
metter loro  di  recarsi  da  essi  in  persona. In- 
viò loromunizionijdenari,  un  reggimento 
di  milizie  e  poi  altri  4000  uomini  levati  a 
sue  spese  nel  proprio  slato;  oltre  le  galere 
riunite  a  Messina,  e  colle  altre  da  lui  otte- 
nute da  Filippo  II,  dal  duca  di  Savoia, e 
dalla  Toscana,  ove  Cosimo  I  avea  istituito 
l'ordine  militare  ed  equestre  di  s.  Stefa- 
no /(/'".),  che  divenne  celebre  per  l'im- 
prese navali,  contro  le  piraterie  africane, 
barbaresche  e  turchesche.  A  riparare  le 
rovine  di  Malta,  e  per  l'edificazione  della 


TUR 

«uova  ci  Un,  munifico  fu  il  successore  s. 
Pio  V,  tutto  impegnato  per  la  depressio- 
ne de'  turchi  e  in  proteggere  i  beneme- 
riti cavalieri  dallo  sdegno  di  Solimano  II. 
Di  più  s.  Pio  V  avendo  impegnato  il  re  di 
Francia  per  la  liberazione  degli  schiavi  fat» 
ti  a  Scio,  ebbe  la  consolazione  di  vedere e- 
saudite  le  sue  paterne  sollecitudini.  Mor- 
to Ferdinando  I,  il  governatore  dell'Un- 
gheria austriaca,  per  suo  figlio  Massimi- 
liano II,  avendo  rotta  la  tregua  e  com- 
messo ostilità  contro  i  turchi  e  il  vaivoda 
di  Transilvania  loro  vassallo,  il  sultano 
volle  intraprendere  la  sua  i  3.a  spedizione 
ad  onta  dell'  avanzata  sua  età  e  infermi- 
tà, preceduto  da  200,000  uomini,  do- 
po aver  fatto  rapidamente  costruire  da 
»5,ooo  uomini  il  meraviglioso  ponte  di 
Essech  sulla  Dia  va.  Per  questa  guerra 
s.  Pio  V,  invocato  il  celeste  aiuto  eoa 
Giubileo  universale  e  di  vote  processioni, 
inviò  all'imperatore  900,000  scudi  d'oro, 
olire  la  promessa  d'altri  annui  5o,ooo 
sino  al  fine  della  guerra,  ed  eccitò  molti 
principi  a  fare  altrettanto.  Ma  l'esercito 
adunato  a  Giavarino  attese  più  a  vane 
ostentazioni,  che  a  porger  soccorso  all'as- 
sediate piazze  di  Zigliet  e  Alba  Giulia, 
che  caddero  in  potere  de'turchi.  Per  l'e- 
salazioni delle  paludi,  Solimano  li  si  am- 
malò e  morì  il  4o  l'8  settembre  1  566.  II 
granvisirTcheleby  volendo  prevenire  ogni 
sedizione  nel  campo,  assicurare  il  trono  a 
Selim  li,  ed  espugnare  Zighet,  che  fu 
presa  dopo  2  giorni,  tenne  occulta  la  mor- 
te  del  sultanocon  far  perire  il  medico  e  gli 
schiavi  che  ne  nveanoil  segreto.  Sei  set- 
timane dopo  il  gran  visir  die  il  seguale 
della  partenza,  e  solo  in  Belgrado  l'eser- 
cito seppe  la  morie  del  suo  sovrano  e  ac- 
clamò Selim  II.  Il  corpo  di  Solimano  II 
fu  portato  religiosamente  a  Costantino- 
poli e  deposto  nella  grande  moschea  Soli- 
mania,  da  lui  fondata  e  di  cui  la  magnifi- 
cenza e  la  grandezza  non  sono  inferiori 
che  a  quella  di  s.  Sofìa.  Tale  vasto  edi- 
ficio contiene  nel  suo  recinto 4 collegi,  un 
ospizio  pe'  poveri,  un  ospedale  pegl'  iu- 


T  U  R  327 

fermi,  e  una  biblioteca  di  mss.  pubblica. 
Gli  altri  monumentiivi  ealtrove  da  lui  fon- 
dati, attestano  l'amore  di  Solimano  II  per 
T  umanità,  le  scienze  e  la  religione,  eoo 
fondi  assegnati  al  mantenimento  degli  e- 
difizi  e  de'ministri  addetti.  Tutto  questo, 
la  protezione  che  accordò  alle  lettere  e 
alle  arti,  lo  splendore  di  sua  corte,  in  cui 
erano  ambasciatoli  e  principi  di  diversi 
paesi  d'Europa,  Asia  e  Africa;  l'aria  di 
grandezza  e  maestà  di  tutta  la  sua  per- 
sona, non  ostante  la  semplicità  de'  suoi 
vestimenti,  giustificano  i  soprannomi  di 
Magnifico  e  di  Grande,  che  la  posterità 
gli  ha  conferiti.  Principe,  del  quale  i  tur- 
chi non  videro  forse  mai  né  men  barba- 
ro,né  più  glorioso,  e  che  a  misura  del  suo 
vasto  impero  ebbe  capacità  per  ammi- 
nistrarlo. I  turchi  gli  hanno  dato  il  titolo 
di  Ghazyt  a  motivo  delle  sue  conquiste 
e  delle  sue  vittorie;  l'onorano  col  nome  di 
Schehid,  martire,  perchè  morì  in  guerra 
contro  i  cristiani;  ma  il  soprannome  di 
Canuny,  il  legislatore,  commemora  a  un 
tempo  e  il  vanto  in  lui  di  sapienza,  e  il  ri- 
spetto degli  ottomani  che  si  governano 
ancora  colle  sue  istituzioni.  Solimano  II 
propriamente  non  pubblicò  un  corpo  di 
leggi,  poiché  il  Corano  è  il  codice  unico 
e  universale  de'maomettani;  ordinò  sol- 
tanto una  compilazione,  una  revisione  di 
tutte  le  massime  e  regolamenti  de' suoi 
predecessori  sull'economia  politica,  civi- 
le e  militare;  ne  riempì  le  lagune,  rego- 
lando i  doveri,  il  grado,  il  vestire,  i  poteri 
e  i  privilegi  di  tulli  gl'impiegati  della  cor- 
te, della  città,  dell'armala,  le  leve,  il  ser- 
vigio, l'allestimento,  il  soldo  delle  truppe 
di  terra  e  di  mare,  il  modo  delle  esazioni 
e  delle  spese  del  pubblico  tesoro.  Però  tali 
istituzioni,  che  i  conternporenei  qualifi- 
carono allora  superiori  a  quelle  dell'altre 
nazioni  d'Europa,  il  capolavoro  della  sa- 
pienza umana,  non  avendo  provata  sino 
a'nostri  giorni  ninna  migliorazione,  col- 
l'andar  del  tempo  necessariamente  si  tro- 
varono al  di  sotto  de'  progressi  fatti  più 
tardi  dalla  civiltà,  dalla  legislazione  e  dal- 


3*8  TUR 

le  scoperte.  Sebbene  il  sistemo  ammini- 
strativo di  Solimano  II  meriti)  lodi,  hi  co- 
stituzione e  la  potenza  de'lurchi,  perve- 
nute sotto  il  suo  regno  al  più  allo  grado 
di  perfezione  e  di  consistenza,  dipoi  sem- 
pre declinarono.  Egli  stesso  forse  preparò 
tale  decadenza  colla  famosa  legge,  la  qua 
le  allontanando  dal  comando  degli  eser- 
citi e  dal  governo  delle  provicele  i  mem- 
bri della  famiglia  imperiale,  assicurò  de- 
bolmente la  tranquillità  del  sovrano,  e 
condannò  gli  eredi  del  trono  alla  reclu- 
sione, per  conseguenza  all'ignoranza,  alla 
mollezza,  alla  nullità.  Ma  tale  era  la  forza 
d'un  impero  ingrandito,  rigeneralo  e  con- 
solidato da  lui,  die  il  decadimento  di  esso, 
almeno  quanto  a'  limili  territoriali,  non 
pervenne  gran  fatto  notabile  a'nostri  gior- 
ni.Sotto  il  regno  di  Solimano  II  la  lingua 
turca  si  abbellì,  si  perfezionò  e  acquistò 
più  armonia,  dolcezza  e  nobiltà,  pel  me- 
scoglio  dell'arabo  e  del  persiano.  L'im- 
peratore parlava  tali  3  lingue  con  purez- 
za, ed  era  valentissimo  nella  poesia.  Sa- 
peva pure  il  greco  e  fece  tradurvi  i  Co- 
mentari di  Cesare.  Solimano II  ebbe  tut- 
te le  qualità  degli  eroi,  e  parecchie  virtù 
de'  buoni  regnanti.  Sobrio,  temperante, 
giusto,  rigido  osservatole  del  suo  culto, 
religioso  inantenitore  ed  esecutore  detrat- 
tati, era  pure  valoroso,  infaticabile  all'e- 
sercito, magnanimo,  grande  politico  e  a- 
mico  della  verità.  Gli  piaceva  di  sentire 
giuste  e  spiritose  risposte.  Alcuni  prete- 
sero chiamare  Solimano  11  il  più  gran 
principe  d'  un  secolo,  in  cui  figurarono 
Giulio  II,  Leone  X,  Clemente  VII  tra  i 
Papi, Carlo  V, Francesco  I  ed  Enrico  Vili 
fra 'monarchi.  Le  sue  virtù  e  talenti  gli  e- 
rano  propri;  i  suoi  falli  edelitti  però  sono 
un  vergognoso  tributo  che  pagò  all'uma- 
na debolezza,  appartenevano  alla  sua  na- 
zione, alla  sua  religione,  alla  sua  cieca  te- 
nerezza per  una  femmina  accorta,  ambi- 
ziosa e  ci  udele.  Nella  vecchiezza  divenne 
più  di  voto  e  superstizioso.  Appassionato 
per  la  musica,  rinunziò  di  fare  accademie, 
spezzò  e  arse  lutti  i  suoi  strumenti  musi- 


TUR 

cali  per  scrupolo  di  coscienza.  Docile  alle 
rimostranze  del  muftì,  vendè  la  sua  ar- 
genteria a  profitto  degl'indigenti,  e  ado- 
però vasellame  di  terra  :  ma  in  pari  tem- 
po faceva  un'accurata  toletta  e  s'  imbel- 
lettava per  nascondere  la  sua  vecchiezza, 
e  persuadere  i  diplomatici  stranieri  d'  es- 
ser ancor  vigoroso  per  governar  l'impe- 
ro e  difenderlo  impugnando  l'armi.  Sop- 
pe  scegliere  e  conservare  abili  ministri  e 
buoni  generali;  animò  le  lettere,  le  arti, 
l'agricoltura  e  il  commercio;  unì  la  po- 
tenza alla  maestà  del  trono,  ed  ebbe  a  un 
tempo  eserciti  in  piedi  di  mare  e  di  terra, 
eguali  in  forza  e  numero  a  quelli  di  tutti 
gli  slati  uniti  d'Europa. Oppose  un  argine 
all'ingrandimento  di  casa  d'Austria,  e  riu- 
scì di  sconcertare  i  progetti  del  suo  capo 
Carlo  V,  ch'eresi  illuso  con  aspirare  alla 
monarchia  universale.  Stabilì  la  discipli- 
na ne'  »uoi  eserciti,  più  col  suo  esempio 
che  colla  sua  autorità,  e  li  guidò  nella 
loro  corsa  vittoriosa,  dall'  Arasse  e  dal 
golfo  Persico  fino  nel  centro  della  Ger- 
mania. Solimano  lì  per  equità  si  mostrò 
giusto  e  imparziale  anche  co'lalini  custo- 
di de' Luoghi  Santi,  i  quali  ad  onta  del 
riferito  decretato  di  suo  padre  Selim  I, 
erano  sempre  molestati  dalle  usurpazio- 
ni de'  greci  scismatici  irrequieti.  Non  a- 
vendo  la  chiesa  cattolica  a  sua  disposizio- 
ne alcuna  forza  materiale  per  mantenere 
i  suoi  diritti  sopra  gli  oggetti  esteriori  del 
suo  culto,  ne  giovando  le  sue  armi  spiri- 
tuali contro  la  proterva  incredulità  degli 
infedeli,  degli  eretici,degli  scismatici,ella  è 
costretta  quando  è  spogliata  ed  oppressa, 
di  chiamare  il  soccorso  di  que'  principi 
temporali  che  la  riconoscono  per  madre 
e  signora  spirituale,  affinchè  colla  loro 
prolezione  e  assistenza  possa  godere  in 
pace  di  ciò  che  le  appartiene  legittima- 
mente. Quindi  è  che  nelle  differenze  col- 
la Porla  ottomana,  prima  co'  greci  sci- 
smalici,  e  poi  anche  cogli  armeni  e  con  al- 
tri, i  quali  le  contendevano  il  possesso  dei 
Luoghi  Sanli,  essa  ebbe  sempre  ricorso 
a'que'uriucipi  Ialini,  la  cui  iuflueuza  era 


TUR 

maggiore  in  Oriente,  o  perchè  aveano  a- 
\uto  parte  alle  crociate,  o  per  le  alleanze 
ch'essi  aveano  contratte  co*  sultani  di  Co- 
stantinopoli. A  domanda  quindi  dell'ara* 
Lasciatole  di  Carlo  IX  re  di  Francia,  fu- 
rono da  Solimano  II  mandati  sui  luoghi 
questionati  de'giudici  per  sentenziare,  ed 
essi  nel  i564e  nel  i565  emanarono  le 
due  seguenti  sentenze  in  favore  de'franchi 
o  cristiani  Ialini,  che  il  sultano  corroborò 
co'suoi  fìrmani,  per  far  cessare  le  dissen- 
sioni fra  i  francescani  e  i  greci.  »  i."  Le 
chiavi  della  Grotta,  in  cui  nacque  Gesù 
Cristo,  sono  nelle  mani  de'franchi  e  pas- 
sano successivamente  dall'  uno  all'  altro 
di  quelli  fra  loro  che  giungono  e  dimo- 
rano in  Gerusalemme.  Ciò  si  fece  e  prima 
e  dopo  la  presa  di  Gerusalemme  falta  dal 
sultano  Selim  I  fino  all'epoca  presente, 
senza  che  le  chiavi  sieno  mai  passate  in 
altre  mani  che  nelle  loro.  Sono  i  latini 
quelli  che  aprono  a' quei  mussulmani  ed 
a  que'  cristiani  che  vengono  o  dimorano 
a  Gerusalemme  e  desiderano  visitare  quel 
luogo.  Non  si  sa  che  i  Ialini  abbiano  mai 
cessato  di  possedere  quelle  chiavi,  o  che 
persona  al  mondo  abbia  loro  mai  contra- 
stato questo  diritto, o  ne  li  abbia  sposses- 
sati. Essi  ne  sono  in  possesso  costante  e 
non  interrolto  da'tempi  più  antichi  fino 
al  giorno  sotto  il  quale  è  dato  l'atto  pre- 
sente. Perciò  il  giudice  confermò  il  pos- 
sesso delle  chiavi  del  detto  luogo  nelle 
mani  della  nazione  franca.  a."  Il  luogo 
del   s.  Presepio  è  posseduto  da'  franchi 
da'tempi  anteriori  e  posteriori  alla  presa 
di  Gerusalemme  fino  a'nosti  i  giorni.  Es* 
so  fu  dato  loro  esclusivamente.  Fu  dimo- 
strato al  giudice  che  il  Presepio  e  le  sue 
chiavi  sono  nelle  mani  de'  latini  fin  dai 
tempi  più  antichi,  e  passarono  successiva- 
mente dalle  mani  dell'  uno  a  quelle  del- 
l'altro senza  interruzione.  Perciò  questo 
giudice  ha  sentenzialo  e  ordinato  che  non 
si  tocchi  nulla  di  quanto  è  nelle  mani  dei 
suddetti  franchi  ed  ha  relazione  al  delto 
luogo  sopra  cui  si  discute,  e  eh'  essi  non 
sieno  cositeli!  di  aprirle  e  di  lasciarvi  so- 


t  u  a  329 

spendere  lampade  ad  altri  die  a'ialini  ". 
Selim  II  succeduto  al  padre,  subilo  di- 
stribuì a'giannizzeri  100.000  sultanini: 
di  vasti  pensieri,  fu  però  perduto  per  le 
donne,  e  pel  vino  a  segno  che  i  medesimi 
turchi  rispettosissimi  pe' loro  sovrani,  lo 
chiamarono  Sarkok  cioè  Y  Ubbriaco. Dei 
resto  fu  prode,  amante  della  giustizia, del- 
le scienze  e  de'dotti,  clemente  e  religioso. 
Nel  1567  per  Sinan  pascià  sottomise  in 
breve  lem  pò  l'Arabia  Felice,  ossia  il  Ye- 
men che  avea  scosso  il  giogo,  ed  a  mezzo 
del  dey  d'  Algeri  Ucchiali  la  Goletta  con 
Tunisi  tolta  agli  spagnuoli  ;  indi  a  persua- 
sione di  Pian  pascià  suo  genero  e  mimi- 
cissimo de' cristiani,   risolvè  d'impadro- 
nirsi del  regno  di  Cipro  de' veneziani  dopo 
aver  fatto  tregua  con  Massimiliano  II,  ed 
alcuni  pretesero  per  la  sua  passione  verso 
il  vino,  del  quale  Cipro  ne  produce  del- 
l'eccellente.Con  4oo  vele  e  più  di  1 00,000 
uomini  il  gran  visir  Mustafà  assalì  l'isola 
di  Cipro,  ed  espugnò  Nicosìa  e  Fama- 
gosta, commettendo  empie  crudeltà.  Ol- 
tre la  difesa  che  i  veneli  fecero  dell'isola, 
con  un  diversivo  investirono  l'Albania,  la 
Morea,e  precisamente  l'isole  dell'Arcipe- 
lago che  devastarono  col  ferro  e  col  fuoco. 
Il  Papa  s.  Pio  V  confortò  la  repubblica  a 
sostenere  la  pericolosa  guerra,  pel  prospe- 
ro successo  della  quale  implorò  la  divina 
misericordia,  inviò  il  suo  nipote  cardinal 
Bonelli  legalo  a'  re  di  Francia,  di  Spagna 
e  di  Portogallo  per  unirli  in  lega  contro 
il  nemico  del  nome  cristiano,  ed  ottenne 
a  sua  disposizione  da  Filippo  II  5o  galere 
comandate  da  Gio.  Andrea  Doria,  e  la 
promessa  d'altri  soccorsi.  Con  queste  ga- 
lere e  con  altre  1  2  armate  a  sue  spese,  s. 
Pio  V  spedì  Mai c'Antonio  Colonna  verso 
Candia  per  congiungersi  alla  flotta  di  Ve- 
nezia. Ma  nata  dissensione  tra  Doria  e 
Colonna  per  la  preminenza,  per  la  peste 
e  le  tempeste  che  decimò  la  flotta,  ninna 
azione  potè  intraprendere,  anzi  dovè  ri- 
parare ne'porti  di  Messina  e  Ancona  per 
risarcirsi  da'gravi  danni.  Questi  infausti 
successi  afflissero  il  Papa,  e  con  pubbliche 


33o 


T  U  R 


orazioni  cercò  di  placare  Dio.  Non  ces- 
sando le  sue  cure  perla  lega,  finalmente 
gli  riuscì  di  stringerla  formalmente  nel 
1 5j  i ,  co*  medesimi  capitoli  fatti  da  Pao- 
lo III,  Ira  il  Papa  s.  Pio  F,  la  repubblica 
di  Venezia  e  Filippo  li   re  di  Spagna.  11 
Papa  si  obbligò  a  somministrare  12  ga- 
lere, 3ooo  fanti  e  i5o  cavalli,  affidan- 
done il  comando  a  Marc'Antonio  Colon- 
/.a,  il  quale  solo  dovea  inalberare  Io  sten- 
dardo di  s.  Chiesa,  come  generale  della 
medesima,  che  gli  die  nella  solennità  di 
una  messa  troiata  nel  modo  riferito  nel 
voi.  LXX,p.  2T;  e  l'incaricò  di  coman- 
dare tutta  l'armata  in  assenza  o  impoten- 
za del  principe  di  Spagna  d.  Giovanni 
d'Austria;  l'altro  comandante  essendo  il 
veneto  Sebastiano  V  eoi  ero:  il  duca  di  Sa- 
voia, Genova  e  l'ordine  di  Malta,  ciascu- 
no somministrò  3  galere  armate.  Il  car- 
dinal lionelli  legato  vendè  il  suo  uffizio 
di  camerlengo  per  70,000  scudi,  i  quali 
impiegò  a  sovvenimento  della  flotto  ;    e 
per  aiuto  spirituale  di  questa  il  Papa 
mandò  molti  religiosi,  e  per  nunzio  presso 
i  comandanti  Paolo  Odescalchi  vescovo 
di  Penne.  Fece  incidere  una  medaglia  col 
suo  ritratto  e  l'iscrizione  :  Foederis  in 
Turcas  Sanelos.  L'incisione  allude  alla 
medesima  triplice  alleanza.  Si  vedono  3 
figure  in  concordia  e  sono:  la  Chiesa  col 
triregno    pontificio,   il   regno  di  Spagna 
rappresentato  da  una  figura  galeata  e  ar- 
mata, e  la  repubblica  Veneta  personifi- 
cala col  berretto  ducale.  Nell'esergo  so- 
no i  simboli  relativi,  cioè  l'Angelo,  l'A- 
quila e  il  Leone  di  s.  Marco  col  libro.  La 
flotta  cristiana  presentò  battaglia  navale 
olla  turca,  nel  golfo  di  Lepanto  aj  ot- 
tobre, e  riportò  sopra  di  essa  quell'insi- 
gne e  sanguinosa  vittoria,  che  celebrai  in 
tanti  luoghi  e  negli  articoli  indicati,  do- 
po ostinatissima  e  fiera  pugna  di  circa  6 
ore,  con  l'uccisione  del  supremo  coman- 
dante Ah,  di  quasi  32}ooo  turchi,  oltre 
3ooo  ovvero  10,000  prigioni  e  la  libe- 
razione di  1 5,ooo  cristiani  schiavi.  Inol- 
tre furono  tolti  a' tur  chi  più  dii3o  legni 


TUR 

e  affondati  80;  ed  il  famoso  pascià  Uc- 
cidali appena  con  pronta  fuga  De  poteri* 
portare /j-0  *Co*tantinOpoli(at\  (piale  a r- 
licolo  dissi  pure  le  disposizioni  di  s.  Pio 
V  in  favore  de' turchi  venuti  al  cristia- 
nesimo). Morirono  8000  cristiani,  fra  i 
quali  Troilo  Savelli,  Orazio  e  Virginio 
Orsini  capitani  pontificii.  Mentre  s.  Pio 
Vdava  udienza  al  Tesoriere,  Dio  gli  ma- 
nifestò il  felice  esito  del  combattimento 
strepitoso,  nel  punto  in  cui  erasi  consu- 
mato; per  cui  si  sciolse  in  lagrime  di  gioia, 
e  in  affettuosi  e  prolungati  ringraziamen- 
ti all'Onnipotente.  Si  dice  che  i    turchi 
attribuirono  alle  orazioni  del  Papa  la  lo- 
ro terribile  disfatta,  e  a'ss.  Pietro  e  Pao- 
lo che  videro  in  aria  con  terrore,  perchè 
con  ispade  di  fuoco  combattevano  a'io- 
ro  danni.  In  memoria  dell'avventuroso 
giorno  s.  Pio  V  in  onore  della  B,  Vergi- 
ne aggiunse  alle  litanie  Auxilium  CiirU 
stianorwn,e  istituì  la  festa  della  D.  Ver-- 
gine  della  Vittoria,  che  il  successore  de* 
nominò  del  ss.  Rosario  (V*)t  perchè  in 
esso  ne  ricorreva  la  festività  al  dire  di 
Bern'mo,  ed  i  cristiani  combatterono  te- 
nendolo al  collo;  celebrò  solenni  ringra- 
ziamenti a  Dio  con  Te  Daini  nella  ba- 
silica Vaticana,  e  poi  col  senato  e  popo- 
lo romano  accorciò  gli  onori  del  Trion- 
fo (F,) al  valoroso  Marc'Antonio  Colon- 
na, a  cui  nella  divisione  della  preda  toc- 
carono 17  galere  e  4  galeotte.  Marc' Alt* 
ionio  dell'ascendere  il  Campidoglio  era 
preceduto  da  un  gran  numero  di  turchi 
prigioni  di  guerra ,  e  nella  Chiesa  di  s. 
Maria  d'Araceli  vennero  sospese  l'inse- 
gne loro  tolte.  Il  Papa  dispensò  medaglie 
colla  sua  effigie ,  e  nel  rovescio  espressa 
l'armata  navale  cristiana   guidata   dal- 
l'Angelo, con  Croce  e  calice,  che  disper» 
de  la  flotta  turca:  in  aria  Dio,  che  la  po- 
ne in  fuga  a  Lepanto. Con  L'epigrafe;Z?ea?« 
tera   tua  Domine  pcrcussit  inimicuni 
i5ji.  Un'altra  medaglia  parimenti  col 
ritratto  di  s.  Pio  V,  precedentemente  co- 
niata, rappresenta  l'armata  navale  pre- 
parata contro  i  turchi,  e  iu  aria  è  una  fi- 


t  v  a 

gura  fra  le  nubi.  Dice  il  motto:  A  Do- 
mino  factum  est  istud  i5ji.  Il  fervido 
zelo  di  3.  Pio  V  volendo  colla  futura  cam- 
pagna ricuperare  a  Venezia  il  regno  diCi- 
pro, scrisse  urgentissime  lettere  al  sofì  di 
Persia  e  al  re  d'Etiopia,  all'imperatore  e 
al  re  di  Francia, perchè  prendessero  parte 
alla  guerra  contro  i  turchi;  e  inviò  il  pre- 
lato Odescalchi  a'prineipi  d'Italia  per  de- 
terminarli a'Ioro  soccorsije  morendo  nel 
I  5ji  raccomandò  al  sagro  collegio  il  vi- 
goroso proseguimento  della  guerra,  per 
l'annientamento  di  sì  potente  nemico.  La 
gran  vittoria  de'cristiani  sparse  il  terro- 
re e  la  costernazione  in  Costantinopoli; 
i  turchi  credendosi  vedere  il  vincitore 
alle  porte,  per  lo  spavento  molli  di  essi 
dierono  a  custodire  i  loro  tesori  a'cristia- 
ni.  Conobbero  gì'  infedeli  di  non  essere 
invincibili, eche  vite  un  Diosupremoche 
mette  confine  agl'imperi  i  più.  possenti, 
e  colla  sua  provvidenza  regola  gli  avve- 
nimenti della  terra.  Ma  mentre  Costan- 
tinopoli trepidava,  la  poca  unione  de'vin- 
citori,  le  dillerenze  insorte  tra  d.  Giovan- 
ni e  il  Venterò,  impedì  che  vi  piantas- 
sero le  trionfali  loro  insegne.  Vedendo  il 
sultano  che  non  ne  profittarono,  se  ne 

consolò  ledendo  il  Corano,  Il  nuovo  Pa- 
co 

pa  Gregorio  XIII  mostrò  Io  stesso  ardo* 
redel  predecessore  per  proseguir  la  guer- 
ra, perciò  spedì  nunzi  e  legati  a'monar- 
chi  cristiani  esortandoli  alla  lodevole  Um« 
presa.  Confermò  generale  delle  galere  di 
s.  Chiesa  Marc' Antonio  Colonna,  Io  for- 
nì di  nuove  reclute  e  denari;  ma  il  solo 
Filippo  II  contribuì  lievi  soccorsi,  sospet- 
tando che  Francia  gli  movesse  guer- 
ra. Unite  le  flotte  si  trovò  l'armata  cri- 
stiana gagliarda  dh4o  galere,  23  navi, 
6  galeotte  e  3o  altri  legni  minori,  La  Por- 
ta le  oppose  una  flotta  di  263  galere  , 
galeotte  e  fuste  con  5  galeazze,  nondime- 
no inferiore  di  nerbo  e  di  coraggio  alla 
cristiana.  In  traccia  di  essi  andarono  Mar- 
c'Antonio  e  il  veneto  Jacopo  Foscarini, 
ma  l'accortissimo  generale  Ucchiali  arti- 
ficiosamente gli  evitò  sempre,  deluse  e  fe- 


TUR  33 1 

ce  perdere  il  tempo  opportuno  alla  cam- 
pagna, onde  venuto  l'inverno  dovette- 
ro tornare  a'Ioro  porti.  A  sì  nullo  suc- 
cesso influì  d.  Giovanni  d'Austria,  che 
restato  nel  porto  di  Messina,  per  atten- 
der l'esito  della  guerra  de' Paesi  Cassi,  più 
volte  fece  mostra  di  voler  passar  all'ar- 
mata, senza  effettuarlo,  e  lagnandosi  che 
senza  di  lui  si  voleva  combatterci  gene- 
rali romano  e  veneto  non  si  trovarono  in 
armonia, cose  tutte  che  sommamente  af- 
flissero Gregorio  XIII,  che  inoltre  con 
isdegno  e  sensibile  pena  vide  nel  marzo 
t  573  pacificarsi  i  veneti  con  Selim  II, 
colla  cessione  del  regno  di  Cipro  e  altri 
luoghi  occupati  (ia'turchi,  mentre  eragli 
riuscito  determinare  alla  lega  l'impera- 
tore e  avea  buone  speranze  col  re  di  Por- 
togallo. Quando  l'ambasciatore  Tiepolo 
notificò  al  Papa  nella  villaMondragone  di 
Frascati  l'operato  del  suo  senato  veneto, 
aspramente  lo  licenziò  dalla  sua  presen- 
za. Nondimeno  egli  col  re  di  Spagna  con- 
tinuarono a  guerreggiare,  avendo  gli  spa- 
gnuoli  ricuperato  la  Goletta  e  altre  par- 
ti ili  Tonisi  con  Diserta,  mediante  l'aiu- 
to delle  galere  papali,  ma  Sinan  pascià  li 
cacciò  nel  1  5y4, e  definitivamente  riunì  il 
regno  alla  Porta  tributario.  Morì  Selim 
II  d'apoplessia  di  5o  anni  nel  dicembre 
1374-  Si  osserva,  che  sotto  di  lui  si  fer- 
marono i  progressi  dell'impero  ottoma- 
no, di  cui  la  decadenza  politica  comincia 
dal  regno  del  successore  suo  figlio,  quan- 
tunque la  sua  decadenza  morale  princi- 
piò realmente  da  lui  stesso  ,  che  pel  i.° 
cessò  di  mostrarsi  alla  testa  dell'armate. 
Amurat  III  montò  sul  trono  ottoma- 
no, di  grande  spirito,  amante  delle  scien- 
ze, parlava  benissimo  il  turco,  l'arabo  e 
il  persiano;  però  il  suo  naturale  incostan- 
te lo  faceva  passare  rapidamente  da  una 
singolare  virtù,  a  un  vizio  eccessivo.  Per 
i5  anni  si  contentò  d'  una  sola  moglie, 
in  seguito  fu  un  mostro  di  mollezza  e  di 
lussuria,  per  gl'intrighi  dell' odaliche  o 
concubinedalui  prima  non  curate.  Que- 
ste indussero  il  muftì  ad  acremente  ri- 


332  TUR 

prendete  In  sua  continenza,  come  vieta- 
to dalla  legge  maomettana,  e  mentre  e- 
gli  dovea  esserne  il  vindice  la  vilipende- 
va ,  onde  abbandonata  la  sultana  Bailo, 
bellissima  e  virtuosa  veneziana,  cheavea 
dichiarata  Hassaki  o  regina  per  avergli 
partorito  l'erede  dell'impero,  quindi  la- 
sciò libero  il  corso  alle  sfrenate  sue  vo- 
glie. Solo  fu  saldo  nel  rispetto  verso  la 
sultana  Valide  o  sua  madre.  Per  bene 
consolidarsi  sul  soglio  fece  perirei  suoi  5 
fratelli,  e  gettare  in  mare  due  odaliche  re- 
stale ineiutedaSelim  11  suo  padre.  Il  suo 
regno  fu  agitalo  da  lunghe  guerre  con- 
tro l'Ungheria  ,  perchè  Matti  miliario  II 
troncò  la  tregua  conclusa  col  genilore,per 
cui  il  sultano  si  oppose  alla  sua  elezione 
in  re  di  Polonia,  e  favorì  quella  del  tran- 
sil  vano  principeBathori.  Più  micidiali  fu- 
rono le  guerre  colla  Persia,  per  vagheg- 
giare il  conquisto  di  quella  monarchia; 
dopo  diverse  sconfìtte  patite  da' turchi, 
riuscì  loro  d'impossessarsi  di  Tauris,  e  di 
reprimere  gl'insorti  maroniti  e  drusi  del 
Monte  Libano.  Il  sultano  dopo  avere  rin- 
novata la  tregua  con  l' imperatore  Ro- 
dolfo II,  invase  con  5o,ooo  uomini  la 
Croazia,  i  cui  popoli  sdegnati  da  tanti  Ira- 
vagli,  uccisero  i  o,ooo  turchi  e  gli  altri  co- 
strinsero a  ritirarsi.  Intanto  Papa  Sisto 
V,  a  difesa  dello  stato  pontificio,  contro 
le  aggressioni  de'turchi  e  barbareschi  pi- 
rati, aumentò  la  marina  militare,  e  pel 
6uo  goveruamento  istituì  la  cardinalizia 
Congregazione  per  preparare  e  conser- 
vare V armata  navale  (P.)>  e  nel  collo- 
care un  tesoro  in  Castel  s.  Angelo, dichia- 
rò che  dovesse  servire  ancora, prò  recti' 
peratione  Terrae  Sanctae,  et  generali 
contra  Turcas expeditione^ altra  simi- 
le universale  necessità.  I  veneziani  allar- 
mati dalle  mosse  de'turchi,  nel  i5g3  al- 
le frontiere  del  Friuli  edificarono  la  for- 
tezza di  Palmanuova  e  si  misero  sulle  di- 
fese. In  fatti,  Rodolfo  li  avendo  dichia- 
rata guerra  ad  A  murai  III  per  l'oltrag- 
gio fatto  a'suoi  ambasciatori,  tornarono i 
turchi  uel  1 5o,4  iu  Ungheria  con  200,000 


TUR 

uomini.  Ad  onta  d'una  eroica  difesa,  Si- 
nan  pascià  essendosi  impadronito  di  fre- 
sprim,  il  pascià  di  Buda  costrinse  Gia- 
varino  alla  resa.  Amurat  III  dopo  varie 
inquielitudiui ,  per  la  sollevazione  dei 
giannizzeri  ede'vaivodi  diTransilvania, 
Moldavia  e  Valacchia,  ridotto  in  pessimo 
stato  per  l'abuso  dell'  odaliche,  morì  ai 
1 8  gennaio i5<)5,  di  circa  49  anni.  Ebbe 
102  figli,  52  femmine  e  5o  maschi,  dei 
quali  lasciò  viventi  10  maschi  e  3o  fem- 
mini,  oltre  io  odaliche  gravide.  Maomet- 
to III  suo  figlio, che  gli  successe,  sebbene 
da  giovinetto  dasse  ottime  speranze  di 
buona  riuscita,  appena  salito  al  trono  si 
cambiò  in  modo  che  fu  il  vero  ritratto  del 
padre.  Fece  ammazzare  tutti  i  detti  suoi 
fratelli,  de'quali  al  solo  Selim  riuscì  fug- 
gire pel  favore  del  gran  visir,  e  gettare 
in  mare  le  io  odaliche  incinte.  Dalle  bar- 
barie domestiche,  a  vituperio  dell'impe- 
ro, Maometto  I II  si  abbandonò  tota  linea  • 
tea'piaceri,  lasciandole  redini  del  gover- 
no nelle  mani  della  sultana  Valide  Baf- 
fo, la  quale  madre  di  i4  figli,  tranne  il 
sultano,  tutti  erano  morti  nelle  fascie,  e 
ciò  servì  di  pretesto  al  Podaliche  per  in- 
durre Amurat  HI  ad  abbandonarla;  non- 
dimeno riconosciuta  da  questi  la  sua  in- 
nocenza la  riprese.  Di  continuo  diceva 
Maometto  III,  che  gli  obblighi  del  mo- 
narca sono  il  bere  e  l'amoreggiare.  Fra 
una  truppa  ben  numerosa  d' odaliche, 
.colle  quali  continuamente  convivea,  4  e- 
rano  a  lui  più  care,  e  di  esse  Filatra  ci- 
priotta  era  l'idolo  dominatore  del  suo 
cuore.  Per  questa  condotta  del  sultano  e 
vedendo  impugnato  lo  scettro  da  una 
donna,  vari  pascià  si  sollevarono  in  Asia, 
ed  i  cristiani  se  ne  prevalsero  in  Unghe- 
ria, Transil vania  e  Moldavia.  Minaccian- 
do i  turchi  Segna,  frontiera  della  Croa- 
zia, dell'Illiria  e  dell'Italia,  Papa  Clemen- 
te Vili  considerandone  l'importanza  e 
volendo  applicarsi  a  vantaggio  dell'Un- 
gheria, dopo  aver  mandato  una  somma 
al  presidio,  ed  eccitato  alla  difesa  Rodol- 
fo II,  inviò  il  cardinal  Gaelani  in  Polonia 


TUR 

per  indurre  il  re  a  dichiarar  guerra  ai 
turchi,  e  il  prelato  Visconti  in  Transil- 
vania  al  principe  Sigismondo  II  Balhori 
per  congratularsi  d'essersi  sottratto  dal* 
la  divozione  della  Porta  e  collegato  col- 
l' imperatore.  E  siccome  Sigismondo  li 
avea  vinto  Sinan  pascià,  il  Papa  l'ono- 
rò collo  Stocco  e  Berrettone  ducale,  ol- 
tre una  somma  di  denaro.  A  Rodolfo  II 
mandò  100,000  scudi,  con  un  esercito  di 
i  o  ovvero  12,000  fanti  e  1000  cavalli  sot- 
to il  comando  del  nipote  Gio.  Francesco 
Aldobrandino  e  di  parecchi  distinti  ba- 
roni romani.  Il  Papa  in  s.  Maria  Mag- 
giore solennemente  gli  die  il  bastone  del 
generalato  di  s.  Chiesa,  indi  benedì  due 
stendardi  rossi  e  glieli  consegnò.  In  uno 
era  dipinto  d'ambo  le  parti  il  Crocefisso 
colle  parole:  Exurge  Domine,  et  dissi' 
pentur  inimici  tui.  Nell'altro  era  l'arma 
di  Clemente  Vili  col  motto:  In  hoc  de- 
fende. populum  tuum  Domine.Que&lo  po- 
deroso soccorso  riuscì  graditissimo  ed  ef- 
ficace, poiché  gì'  italiani  per  superar  la 
fama  ch'era  di  loro  precorsa,  combatte- 
rono valorosamente  e  fecero  prodigi  di 
prodezze.  Col  concorso  loro  l'  arciduca 
Mattia  prese  il  forte  di  CocheremeStri- 
gonia,  indi  Albareale,  mentre  Sigismon- 
do II  vittorioso  percorreva  l'Ungheria 
superiore, la  Bulgaria  e  la  Romania,  spa- 
ventando Adrianopoli  e  Costantinopoli; 
e  retrocedendo  in  Valacchia  con  uuovi 
trionfi  espugnò  Temeswar, contribuen- 
dovi le  milizie  papali,  e  togliendo  a  Si- 
nan pascià  il  principale  stendardo  verde 
del  profeta  Maometto.  Malcontento  il 
sultano  di  Sinan  ,  gli  sostituì  Ferat  pa- 
sciuti quale  prese  Agria  e  sconfisse  l'e- 
sercito imperiale  nel  1597.  Tuttavolta  i 
cristiani  s'impadronirono  di  vari  castel- 
li, assediarono  Buda  e  sorpresero  Giava- 
lino.  Neli6oo  avendo i  turchi  comanda- 
ti dal  gran  visir  Ibraim  preso  l'impor- 
tante città  e  fortezza  di  Canissa,  propu- 
gnacolo d'Italia  e. di  Germania,  capitale 
de'dominii  dell'arciduca  Ferdinando,  il 
Pana  ne  fu  altamente  commosso  per  le 


TUR  333 

conseguenze  che  poteva  produrre,  ed  a 
tal  fine  vi  spedì  colle  sue  milizie  il  det- 
to nipote  Aldobrandino  eccitando  l'im- 
peratore a  tosto  farne  l'assedio.  Rodolfo 
II  inclinava  per  l'espugnazione  di  Buda, 
ma  il  Papa  insistette  per  liberare  Canis- 
sa, edatale  effetto  mandò  al  nipote  un  e- 
sercito  di  8  ovvero  10,000  fanti,  e  pro- 
curò d'unir  in  lega  i  principi  cristiani  e 
persino  il  soiìdi  Persia,  al  quale  spedì  i 
gesuiti  Diego  Manriquez  e  Antonio  Co- 
sta. Ad  istanza  del  sofì  o  sciah  Abbas  I 
il  Grande,  Clemente  Vili  mandò  in  Per- 
sia per  missionari  i  carmelitani  scalzi, 
poi  seguiti  da  altri  religiosi  di  diversi 
ordini.  Indi  Clemente  Vili  ricevè  e  ma- 
gnificamente ospitò  in  Roma  due  am- 
basciatori di  Persia  (F.),  i  quali  vi  fece- 
ro il  loro  ingresso  con  solenne  cavalcata. 
Nel  1601  Canissa  venne  assediata,  nel 
qual  tempo  per  le  lunghe  fatiche  morì 
d'infermità  il  generalAldobrandiui  in  Va- 
radiuo, compianto  da  tutti.  Sopravvenu- 
to l'inverno,  essendo  morte  di  freddo  più 
dii5oo  persone,  convenne  levar  l'infeli- 
ce assedio.  Nel  1 602  si  prese  Pest,  ma  inu- 
tilmente si  tornò  ad  assediar  Buda.  Dal- 
l'altro canto  i  cavalieri  di  Malta  presero 
Lepanto.  Intanto  Maometto  III  non  si 
prendeva  alcun  pensiero  di  queste  guer- 
re, ed  i  giannizzeri  insorti  volevano  de- 
porlo e  surrogargli  Ottomano  kan  dei 
tartari.  Allora  si  scosse  dal  letargo  e  si  po- 
se alla  testa  d'uua  poderosa  armata  per 
risarcire  l'onore  dell'oscurato  impero.  La 
sultana  madre  fece  inutili  sforzi  per  fra- 
stornarlo col  dono  d'un' altra  bellissima 
odalica,  e  marciato  in  Ungheria  sconfis- 
se l'arciduca  Mattia,  e  riacquistò  il  per- 
duto. Credendo  il  sultano  a"  aver  fatto 
troppo,  si  restituì  a  Costantinopoli  con 
fastosa  pompa  trionfale,  che  per  un  caso 
strano  riuscì  più  nuova  e  brillante.  La 
sultana  Baffo  volle  intervenirvi  a  cavallo 
senza  velo  sul  viso ,  con  tutto  il  suo  im- 
periai corteggio,  Al  fianco  incedeva  il  suo 
defterdar,  che  ad  ogni  passo  gli  porgeva 
quantità  d'aspri,  che  colle  sue  mani  di- 


334  T  u  II 

spensava  al  popolo.  Tutto  questo  non  ba- 
stò a  sopire  il  malcontento  de'miimlri  e 
del  popolo,  poiché  i  persiani  prolìtlatulo 
delle  rivoluzioni  d*  Asia  ricuperarono  il 
tolto  loro  da'precedenti  sultani,  e  le  trup- 
pe ottomane  erano  state  fieramente  scon- 
fitte aV  principi  di Transilvania  e  Molda- 
via, che  aveano  scosso  il  giogo  della  Por- 
ta. Laonde  di  nuovo  sollevatisi  i  gianniz- 
zeri pretesero  che  si  decapitassero  il  capi 
agà  e  la  sultana  Valide;  si  oppose  il  sul- 
tano ,  ma  vedendo  poi  che  si  procedeva 
alla  sua  deposizione,  permise  l'uccisione 
del  capi  agà,  ed  esiliò  la  madre,  che  poi 
ottenne  la  grazia  dal  figlio.  I  ribelli  del- 
l'Asia posero  alla  loro  testa  Selim  fratel- 
lo del  sultano,  sfuggilo  alla  sua  strage,  per 
innalzar  al  trono  il  kan  Ottomano.  Ve- 
dendo Maometto  III  che  non  poteva  con- 
tare sulle  sue  truppe,  con  l'oro  corruppe 
i  generali  insorti  per  avere  in  suo  potere 
Selim.  Questi  fu  portato  in  Costantinopo- 
li, e  il  sultano  lo  fece  decapitare  alla  sua 
presenza.  Guadagnatosi  inoltre  il  pascià 
d'  Aleppo,  capo  de' congiurati,  la  trama 
svanì.  In  questo  tempo  Podalica  greca  La- 
parè  riuscì  a  fuggire  col  figlio  Jakaja  in 
Tessalonica,  per  virtuosamente  abbrac- 
ciare la  religione  cristiana  da  lei  profes- 
sata prima  d'essere  stata  fatta  schiava,  e 
indusse  il  figlio  a  ricevere  dall'arcivesco- 
vo il  battesimo  e  farsi  cristiano.  L'altra 
odalica  Filalra  favorita  del  sultano,  per- 
fidamente osò  di  ordire  una  congiura  per 
farlo  detronizzare  esostituirgli  il  proprio 
figlio  Maometto.  Il  sultano  venuto  in  co- 
gnizione  di  tutto,  fece  gettare  in  mare  Fi- 
latra,  e  strozzare  il  figlio,  massacrando  i 
complici  dell'intrigo.  Afflitto  Maometto 
III  per  la  morte  del  primogenito  Selim, 
e  per  aver  dovuto  far  perire  Maometto 
che  amava,  ed  ignorare  l'esistenza  di  Ja- 
kaja che  aveangli  detto  morto  di  vainolo, 
penetrata  la  peste  in  Costantinopoli  lo  ra- 
pì neli6o3  di  38  anni,  senza  alcun  com- 
pianto, lasciando  due  figli, Acrnet  I  e  Mu- 
stafà  I,  che  gli  successero.  Notai  uel  voi. 
XXXIII,  p.i  io, che  i  minori  osservanti 


T  U  R 

custodi  de'santuari  di  Palestina,  a  sugge- 
stione d'un  fanatico  mussulmano,  d'  or- 
dine di  Maometto  III  doveano  partire  e 
i  santuari  convertirsi  in  moschee;  e  che 
gli  ambasciatori  di  Francia  e  di  Venezia 
fecero  calde  rimostranze  in  favore  de' re- 
ligiosi e  de'  santuari ,  ed  ottennero  colla 
revoca  dell'ordine  fatale,  la  rinnovazione 
detrattati  falli  da' sultani  predecessori 
per  mantenere  i  latini  nel  possesso  del  s. 
Sepolcro,  firmano  che  ratificò  pure  Ac- 
rnet I  neli6o4-  Avea  questi  1 5  anni  quan- 
do morì  il  padre,  ma  per  politica  di  sta- 
to, onde  evitar  la  reggenza,  fu  detto  che 
ne  avesse 1 8.  Acclamato  imperatore,  fe- 
ce la  consueta  solennissirna  sua  compar- 
sa alla  moschea  di  Jub,  eh*  è  il  possesso 
de'sultani,  tra  le  universali  acclamazioni. 
Di  belle  fattezze,  avea  portamento  mae- 
stoso e  grave,  magnifico,  giusto  e  avver- 
so a  spargere  il  sangue  umano.  Non  pen- 
sando mai  che  quartogenito  dovesse  a- 
scendere  al  trono,  riprovava  la  barbara 
consuetudine  che  dannava  a  morte  tutti 
i  fratelli  dell'imperatore,  per  cui  giurò  al 
fratello  minore  Mustafà  di  conservargli 
la  vita  se  il  caso  lo  portasse  al  soglio.  Laon- 
de Mustafa  tutto  lieto  si  recò  a  congra- 
tularsi con  lui  e  gli  rammentò  il  giura- 
mento; ma  Acmet  I  invece  ne  Ordino  la 
morte,  e  poi  cambiato  di  parere  lo  fece 
chiudere  in  una  camera  del  serraglio,  po- 
co permettendogli  d'uscire.  Avendo  ripe- 
tuto due  altre  volte  il  crudele  comando, 
ne  fu  impedito  da  particolare  circostan- 
za, e  Mustafà  per  non  dargli  ombra  pre- 
se l'abito  ili  dei  vis,  e  visse  ritiratissimoin 
una  cella  religiosa.  Quanto  alla  sultana 
Baffo,  le  tolse  il  suo  preziosissimo  teso- 
ro, rilegandola  nell'Eski- Serrai  o  serra- 
glio vecchio,  luogo  assegnato  alle  madri, 
sorelle  e  odaliche  del  defunto  sultano. 
Profittando  i  turchi  delle  dissensioni  tra 
l'imperatore  e  il  fratello  arciduca  Mattia, 
nel  i6o5  ripresero  Strigonia,  onde  nel 
1606  l'imperatore  fece  pace  colla  Porta 
e  con  tregua  di  20  anni.  Acmet  I  abban- 
donatosi a' divertimenti  e  alle  odaliche, 


TUR 

queste  presero  a  dominarlo  e  a  maneg- 
giare gli  affari  più  rilevanti  dell'impero, 
per  cui  se  negiovòAbbasI  il  Grande  sciali 
di  Persia  per  ricuperare  Tauris  ed  Erze- 
rum.  Colpito  il  sultano  dal  vainolo  ne  re- 
stò deformalo  nel  volto,  e  per  sollevarlo 
dalla  noia  mentre  n'era  infermo  la  sul- 
tana Valide  gli  pose  a  fianco  l'ebrea  Rai- 
ria  Kaden  ,  che  narrando  favole  e  detti 
spiritosi,  s'insinuò  talmente  nel  suo  ani- 
mo che  giunse  a  dominarlo  ,  regolando 
dispoticamente  l'impero,onde  tosto  fu  ar- 
ricchita di  doni.  Questo  disordine  produs- 
se una  terribile  sollevazione  suscitata  dal 
gran  visir  Druis,  poiché  vedea  annienta- 
ta la  sua  autorità,  e  sostenuta  da'gianniz- 
zeri  indispettiti  di  vedere  una  schiava  e- 
brea  maneggiar  lo  scettro.  Per  calmar 
queste  turbolenze,  convenne  al  sultano 
dar  l'ebrea  a 'giannizzeri,  che  tosto  la  fe- 
cero in  pezzi,  ma  poi  si  vendicò  con  farpe-* 
rire  alcuni  di  loro  e  Druis.  Frattanto  Ja- 
kaja,  tratto  dall'ambizione  che  il  trono  a 
lui  spettava,  si  unì  al  pascià  Perì  ch'era- 
si  in  Asia  ribellato,  ma  d'ordine  d'Acmet 
]  fu  disfatto  dal  pascià  Tefteduen.  Riu- 
scito a  fuggire,  erasi  unito  nella  congiura 
di  Druis  e  travestito  pervenne  a  Costan- 
tinopoli, ma  precipitosamente  dovè  rifu- 
giarsi in  Polonia  e  poi  a  Praga  dall'impe- 
ratore Rodolfo  II,  chelo  trattò  con  distin- 
zione. Però  la  smania  di  dominare  lo  fe- 
ce vagare  in  Africa,  in  Siria,  in  Firenze, 
a  Roma,  in  Francia  per  cercare  sosteni- 
tori alle  sue  pretensioni.  Finalmente  di- 
singannato di  sue  illusioni,  Dio  ebbe  mi- 
sericordia di  lui,  si  ritirò  nella  certosa  di 
Dijon  ove  tranquillamente  finì  la  vita,  nel 
porto  dell'eterna  salute.  Acmet  I  vieppiù 
si  die  tutto  in  preda  alle  odaliche,  e  i  mi- 
nistri per  comandare  dispoticamente  fa- 
cevano a  gara  in  offrirgli  le  più  vezzose. 
Tra  di  esse  primeggiavano  nell'avvenen- 
za e  nel  favore  Nassia  greca,  Riosem  fi- 
glia d'un  prete  greco  di  R.omelia  spirito- 
sa e  di  raro  talento, e  Johahi  ateniese  na- 
ta cristiana, la  quale  era  la  piùamata.  Di- 
poi Johahi  partorì  Otman  o  Osman  II 


T  U  R  335 

erede  dell'impero,  sospirato  avvenimen- 
to che  riempi  d'infinita  gioia  il  sultano: 
fec'egli  perciò  celebrare  in  tutta  la  mo- 
narchia un  duhalm,  festa  propria  per  si- 
mili nascite  e  altri  grandi  avvenimenti,  e 
dichiarò  Johahi  ffassah'1c\oè  reginajma 
divenuta  gravida  d'un  altro  figlio  morì 
nel  parto.  Poco  dopo  Riosem,  che  per  le 
sue  prerogative  nell'affetto  d'Acmet  I  era 
subentrata  a  Johahi  defunta,  die  alla  lu- 
ce un  altro  figlio,  che  fu  Amurat  IV,  e 
tanto  bastò  perchè  il  sultano  la  decoras- 
se del  titolo  d' Hassakìkck o  Basch  FIas~ 
saki,  seconda  regina;  di  più  le  donò  due 
preziosissimi  pendenti  del  valore  di  5  mi- 
lioni di  piastre,  ciascuno  formati  da  un 
diamante  di  fondo  d'  acqua  bellissima, 
grandi  ciascuno  più  d'una  grossa  casta- 
gna,da'quali  pendevano  un  più  grosso  ru- 
bino. L'accorta  Riosem  vieppiù  s'insinuò 
nell'animo  del  sultano  e  dominò  nell'im- 
pero, ammassando  ricchezze  grandi.  Nel 
mentre  Acmet  I  non  conosceva  altro  al 
mondo  che  rharem,rimpero  specialmen- 
te in  Asia  era  funestamente  agitato  e  dai 
polacchi  minacciato.  Per  rimediarvi,  il 
sultano  pose  in  piedi  4  eserciti,  il  incon- 
tro la  Persia,  il  2.°  contro  la  Polonia,  il 
3.°  per  opporsi  a'kosaki  o  cosacchi,  e  il 
4-°  per  domare  l'Egitto  che  ricusava  il 
tributo.  Non  avendo  prodotto  l'esito  che 
si  aspettava,  il  sultauo  per  arrestare  i  pro- 
gressi de'persiani  si  pacificò  con  Abbas  I. 
Capo  de'  ribelli  d'  Asia  era  il  gran  visir 
Massuf  o  Nassuf,  di  raro  talento  e  valo- 
re, già  cristiano,  che  protetto  da  Riosem 
avea  sempre  evitato  il  castigo;  ma  final- 
mente fu  scannato  e  gli  8oo  milioni  d'o- 
ro che  possedeva  passarono  nell'erario. 
Intanto  nel  161  i  cominciarono  gli  arme- 
ni scismatici  ad  affacciar  pretensioni  sulla 
custodia  de'Luoghi  Santi  diPaleslina. Di- 
visi da'greci  scismatici  quanto  al  dogma, 
ad  essi  si  unirono,  e  ancora  si  uniscono  be- 
ne,per  inquietare  i  religiosi  latini  e  aiutar- 
si scambievolmente  nelle  usurpazioni  co- 
muni. I  greci  sopra  tutti  arroganti,  pre- 
sero allora  a  stancare  il  sultauo  colle  lo- 


336  T  U  R 

io  ingiuste  querele;  per  cui  Acmct  I  or- 
dinò un'investigazione  minuta  sulle  ra- 
gioni delle  parti  contendenti,  la  quale  riu- 
scì pienamente  favorevole  a'Iati ni.  Quan- 
do I"  impero  cominciava  a  risorgere,  per 
essersi  le  sedizioni  alquanto  calmale,  e 
perchè  pareva  che  Acmet  I  volesse  cam- 
biar costume,  consunto  questi  dall'abu- 
so dell'odaliche  si  ammalò.Vicino  a  mor- 
te chiamò  a  se  dalla  solitudine  di  sua  cel- 
la il  fratello  Mustafà,  e  in  presenza  dei 
pascià  e  de'ministri  formalmente  dichia- 
rò. Che  per  essere  i  6  suoi  figli  troppo 
giovani,  avendo  Otmau  1 1  anni,  l'invita- 
ta a  salire  al  trono,  raccomandandogli 
teneramente  i  detti  nipoti  e  Kiosem,  pre- 
ferendo con  singoiar  esempio  l'interesse 
delio  stalo  a  quello  del  sangue,  onde  e- 
vitare  le  turbolenze  che  accompagnano 
la  minorità  de'principi.  Rispose  M usta- 
la ,  che  spettando  il  soglio  a'  nipoti  egli 
non  voleva  occuparne  la  sovranità  ;  ma 
fermo  il  sultauo  nel  suo  proponimento, 
convenne  per  quietarlo  che  Mustafà  vi 
si  uniformasse.  Mori  Acmet  I  di  3o  anni, 
a'i5  novero brei6i  7,  e  per  la  sua  splen- 
dida magnificenza  colla  quale  visse,  lasciò 
la  sontuosissima  moschea  da  lui  edifica- 
ta nella  più  gran  piazza  di  Costantinopo- 
li, ch'entrò  nel  numero  delle  più.  sorpren- 
denti meraviglie  di  quella  città.  Il  fratel- 
lo Mustafà  1  gli  successe,  grande  e  ben 
fatto,  magro  e  pallido  per  la  vita  menata 
e  patimenti  sofferti,  liberale  e  magnifico,  * 
versato  nelle  leggi  e  costumi  di  sua  na- 
zione ,  e  casto  a  segno  tale  che  non  co- 
nobbe mai  alcuna  odalica.  Parlava  mol- 
lo e  quasi  sempre  fuori  di  proposito,  ri- 
deva facilmente,  e  di  notte  usciva  furti- 
•vamenle  dal  serraglio.  Le  sue  occupazio- 
ni erano  puerili,  consumando  il  tempo 
con  assistere  a  ridicole  commedie,  ed  una 
volla  donò  a  un  comico  molte  gioie  pre- 
ziosissime. Questo  è  il  ritratto  che  ne  fa 
l'Abbondanza.  Il  Bernino  invece  lo  qua- 
lifica stupido  ed  inesperto,  che  lontano 
cla'tumulti  della  corte  e  in  una  cella  avea 
pasciuto  1'  ozio  degli  anni  fra  le  lascivie 


T  U  R 

delle  femmine  e  l'ubbriachezza  del  vino. 
Anche  il  Sagredo  lo  dice  stolido,  stupido 
e  senza  cervello.  L'  Abbondanza  fu  al- 
quanto troppo  panegirista  de'  sultani  e 
de'lurchi;  poco  critico  e  non  sempre  im- 
parziale. Mustafà  I  nulla  fece  ;  si  rimi- 
se ciecamente  al  divano  e  al  gran  visir 
Ali,  ma  voleva  leggere  e  considerare  tut- 
to prima  di  sottoscrivere:  era  affabile  con 
tutti,  e  pieno  di  tenerezza  pel  popolo  a 
cui  si  faceva  spesso  vedere.  Le  sue  scem- 
piaggini si  ricoprivano  con  ogni  studio 
dalla  sagacità  della  Valide  sua  madre,  la 
quale  per  tenere  pel  futuro  i  giannizze- 
ri favorevoli  al  figlio  nell'assunzione  al 
trono  dello  zio  donò  loro  1 5, 000  zecchini. 
Vedendo  la  Valide  che  i  suoi  sforzi  per 
mantenere  Mustafà  I  in  reputazione,  non 
avrebbero  lungamente  potuto  conserva- 
re il  trono  al  figlio,  profittando  dell'as- 
senza del  gran  visir  che  combatteva  in 
Persia,  creò  nuovi  ministri  cominciando 
dal  gran  visir,  per  avere  un  sostegno  al 
vacillante  soglio,  ma  invece  ne  alfrettò 
la  rovina.  1  deposti  ministri  cagionarono 
un  generale  malcontento,  e  d'accordo  coi 
giannizzeri  Ali  alla  lesta  dell'esercito  si 
propose  deporre  Mustafà  l.  Questo  era 
solito  visitare  ogni  giorno  la  Valide  nel 
serraglio,  ed  in  una  di  tali  visite  fu  chiu- 
so in  esso. Indi  preso  il  nipote  Otmau  11, 
fu  portato  nel  hazodà  oca  mera  imperia- 
le del  tacito  trono,  lo  proclamarono  im- 
peratore, e  poi  nella  gran  moschea  il  gran 
visir  gli  cinse  la  sciabola.  Mustafà  I  ven- 
ne posto  in  una  torre,  e  la  Valide  nel  ser- 
raglio vecchio,  il  sultano  avendo  regna- 
lo 3  mesi  e  7  giorni.  Otman  II  di  1 3  anui 
fu  quindi  acclamato  imperatore,  dotalo 
di  singolare  avvenenza  e  d'una  grata  fi- 
sonomia  ,  maestoso  e  grave,  ed  insieme 
piacevole:  era  tenace  nell'esecuzione  dei 
suoi  voleri,  economo  sino  alla  sordidez- 
za. Disprezzò  i  nani  e  i  muti  del  serra- 
glio, non  meno  che  le  donne,  tranne  una 
odalica  che  gli  partorì  l'erede  de!  trono. 
Nel  1620  Otman  II,  ad  istanza  dell'am- 
basciatore di  Francia  Di-Ilurlay-Saucy, 


T  VK 

concesse  il  seguente  firmano  a'  religiosi 
cattolici  de'LuoghiSanti.»I  religiosi  fran- 
chi antichi  possessori  esclusivi  della  chie- 
sa di  Bettlemrae,  e  della  chiesa  del  Sepol- 
cro dellaVergine  hanno  di  loro  buon  gra- 
do concesso  ad  ognuna  delle  altre  comu- 
nioni cristiane  una  parte  de'santuari  nel- 
la chiesa  superiore;  ma  la  parte  inferio- 
re in  cui  nacque  Gesti  Cristo  (che  a  lui 
sia  salute)  è  santuario  esclusivo  de'reli- 
giosi  franchi.  Nessun'altra  nazione  vi  ha 
diritto,  ed  è  proibito  a  ciascuna  di  esse 
di  usurpare  d'ora  innanzi  ideili  luoghi. 
Gli  armeni  e  le  altre  nazioni  cristiane 
hanno  nella  chiesa  delSepolcro  della  Ver- 
gine  santuari  loro  assegnati  per  l'inter- 
mezzo e  colla  permissione  de' religiosi 
franchi  ;  e  questi  poi  hanno  documen- 
ti che  ascendono  fino  al  tempo  de'sulta- 
ni  arabi,  i  quali  dimostrano  che  le  altre 
nazioni  non  hanno  alcun  diritto  sopra 
questo  luogo;  e  perciò  non  ponno  sospen- 
dervi lampade...  I  greci  posero  in  mezzo 
la  stessa  pretensione  di  comunità  di  uso 
e  di  possesso  riguardo  alla  cupola  cono- 
sciuta sotto  il  nome  di  Sepolcro  di  Gesù 
Cristo....  Parimenti  gli  armeni  allegando 
diritti  sopra  la  pietra  dell'Unzione, disse- 
ro: //  capo  de' religiosi  franchi  ci  ha  per- 
messo di  accendervi  de' ceri j  questa  li- 
cenza ci  dà  diritto  alla  comunione  di 
questo  luogo  ...  Noi  ordiniamo  che  ciò 
non  si  permetta  a  nessuno  armeno,  né  ad 
altri  uel  luogo  dove  nacque  Gesù.  Cristo, 
luogo  posto  sotto  la  chiesa  di  Bettlemme, 
e  neppure  nella  cupola  che  si  chiama  la 
Tomba  di  Gesù  Cristo,  e  ne  anco  nell'in- 
terno del  Sepolcro  della  santa  Vergine, 
ed  in  fine  in  nessuno  de'santuari,  i  qua- 
li da  lungo  tempo  appartengono  areli- 
giosi franchi.  Dato  nel  palazzo  di  Daud 
pascià  nel  mese  di  Djemadi-el-  Akhez 
io3o  dell'Egira".  Tre  anni  più  tardi  lo 
stesso  ambasciatore  ottenne  un  novello 
firmano,  il  quale  ordina.»  Non  doversi 
permettere  che  senza  la  licenza  del  p. 
Guardiano  alcuno  s'ingerisca  in  ciò  che 
riguarda  il  Sepolcro  di  Gesù  Cristo  ,  la 
VOL.  ixxxi. 


Tua 


337 


chiesa  situata  in  Bettlemme,  e  gli  altri 
luoghi  che  sono  in  possesso  ed  in  uso  dei 
religiosi  franchi".  Ma  da  quell'epoca  fi- 
no a'nostri  giorni  l'istoria  de'Luoghi  San  • 
ti  non  è  più  altro  che  un  tessuto  d'usur- 
pazioni continue,  fatte,  per  così  dire,  a  pal- 
mo a  palmo  da'greci  e  dagli  armeni,  alcu 
na  volta  uniti  contro  il  nemico  comune,al- 
cuna  volta  separati  ed  operanti  ciascuno 
per  proprio  conto;  ed  un  seguito  ed  un 
alternarsi  difirmani  contraddittorii  dati 
dalla  Porta  ottomana,  secondo  che  es- 
sa si  lasciava  ingannare  dalla  frode  e  dai 
documenti  falsificati  che  le  presentavano 
i  greci  e  gli  armeni,  ovvero  secondo  che 
i  suoi  officiali  si  lasciavano  più  abbaglia- 
re dallo  splendore  dell'oro  che  loro  ve- 
niva offerto  per  ottenerne  il  giudizio  fa- 
vorevole, ovvero  per  converso  secondo 
ch'ella  era  tenuta  a  dovere  da'vi  vi  richia- 
mi delle  potenzecattoliche,  e  specialmen- 
te dalla  Francia  e  da  Venezia,  e  forzata 
così  di  stare  agli  antichi  patti,  e  di  man- 
tenere i  diritti  de'latini.  Otman  II  cono- 
scendosi per  potente  monarca,  nella  sua 
ambizione  ritenne  che  il  conquisto  di  tut- 
ta la  terra  fosse  a  lui  riservato.  Si  pro- 
pose perciò  d'imitare  Selim  I  e  Solima- 
no li,  come  pieno  di  spirito  e  d'orgoglio, 
bravo,  ma  temerario.  Pensò  quindi  d'at- 
taccare la  Polonia}\a  quale  avea  conser- 
vato sempre  buona  concordia  e  amicizia 
co'sultani,raassimeconBajazetIIeSeIimI, 
così  con  Solimano  II  che  avea  rinnovato 
gli  antichi  trattati,  fatti  con  reciproca  sti- 
ma. Ma  ogni  legge  fu  rotta,  ogni  giura- 
mento violato  dal  sultano,  irritato  dalle 
frequenti  incursioni  de'cosacchi,  quali  pel 
mar  Nero  fino  a'  borghi  a  vista  di  Co- 
stantinopoli spesse  volte  scorrevano, 
mandando  a  fuoco  ogni  più  delizioso  pae- 
se, e  asportando  quel  di  più  di  preda  che 
loro  veniva  fatto rubare.PertantoOtmau 
II,e  desiderando  di  segnalarsi  con  qual- 
che singolare  e  mai  tentata  impresa,  e- 
spose  al  divano  di  voler  dichiarare  guer- 
ra al  regno  di  Polonia.  I  ministri  cono- 
scendo i  polacchi  per  invincibili  quando 

23 


338  T  U  R 

sono  uniti,  disapprovarono  In  risolo/io- 
ne, il  muftì  dichiarandola  ingiusta;  e  il 
gran  visir  Musi  afa  per  averla  più  degli 
altri  impugnata,  ii  sultano  gli  fu  sopra, 

10  ferì  e  per  poco  non  lo  svenò.  Quindi 
Otman  II  ordinò  che  si  cavassero  dall'e- 
rario 20  milioni  d'oro  per  allestire  un 
formidabile  esercito,  alla  cui  tesla  voleva 
marciare,  con  3oo  pezzi  di  cannone  e  un 
equipaggio  immenso.  Appena  i  polacchi 
seppero  i  grandi  preparativi  de'lurchi  per 
assalirli,  adunarono  nella  dieta  di  Varsa- 
via la  uobiltà  polacca,  e  con  generosa  de- 
liberazione stabilirono  di  difenderead  o- 
gni  costo  la  propria  patria  e  libertà.  Per- 
ciò inviarono  diversi  nobili  a  Papa  Gre- 
gorio XV, all'imperatore  Ferdinando  li 
e  agli  altri  principi  cristiani,  invocando  i 
loro  soccorsi  contro  il  comune  nemico. 

11  Papa  assegnò  notabile  somma  ogni  me- 
se ad  Acazio Grochovio  vescovo  di  Pie- 
mislia,  segretario  del  re  Sigismondo  III 
e  suo  residente  in  Roma,  promettendo- 
gli altri  aiuti  appena  fosse  terminata  la 
guerra  mossa  dagli  eretici  all'  impera- 
tore, per  la  quale  avea  esausto  l'erario 
pontificio.  Il  giovane  Olindo  li  neh 61 1 
eutrò  col  suo  numeroso  esercito  in  Po- 
lonia ,  e  Uladislao  figlio  del  re  alla  te- 
sta d'80,000  combattenti  evitò  gli  scon- 
tri per  la  sproporzione  delle  forze  e  per 
non  arrischiare  la  battaglia.  Questa  però 
presentatagli  dal  sultano,  contro  il  pa- 
rere degenerali  che  non  lo  volevano  e- 
iposto  a'  pericoli,  i  polacchi  respinsero  i 
turchi  valorosamente.  In  vedere  le  per- 
dile gravi  dell'esercito  il  sultano  pianse 
di  rabbia,  rimproverando  di  viltà  1  suoi. 
Allora  Raraskas  pascià  di  Buda  si  gettò 
nel  più  forte  della  mischia,  e  n'avrebbe 
trionfalo  se  il  gran  visir  suo  nemico  l'a- 
vesse secondato,  onde  vi  perì  e  l'eserci- 
to ricevè  altra  sconfitta.  Sospettando  il 
sultano  che  l'amato  pascià  l'avesse  sa- 
grificatoil  suo  emulo,  lo  depose  e  dichia- 
rò gran  visir  Divaler,  acremente  rimpro- 
verando d'inetti  i  giannizzeri  e  molti  di 
essi  ne  fece  trucidare.  Questa  imprudeu- 


T  U  R 

za  feci  ammutinare  gli  altri, e  se  non  s'in 
terponeva  a  sedarli  l'ngà  la  sollevazione 
scoppiavo.  Malcontenti,  continuarono  a 
combattere,  ed  i  polacchi  per  la  3.11  vol- 
ta disfecero  i  turchi.  Laonde  il  sultano 
presso  Goccino  nella  Moldavia,  lece  la 
pace  con  onorevoli  condizioni,  mentre  il 
Papa  trattava  una  generale  lega  contro 
Otman  II,  stipulandosi  che  i  cosacchi  non 
avrebbero  danneggiato  i  sudditi  turchi, 
ne  i  tartari  di  Crimea  e  di  Bessarahia  i 
sudditi  polacchi.  Tornato  il  sultano  in 
Costantinopoli  pieno  di  risentimenlocon- 
Irò  i  giannizzeri,  si  propose  abolire  trup- 
pa sì  tumultuante,  che  continuamente 
comprometteva  l'impero  e  cospira  va  con- 
tro la  vita  del  sovrano, surrogandole  al- 
cune compagnie  arabe.  Ne  comunicò  l'i- 
dea al  gran  visir  Divaler,  ma  cjuesti  lo 
avvertì  di  non  precipitare  in  novità  tan- 
to pericolosa  ,  poiché  nelle  loro  potenti 
mani  era  la  sua  vita,  il  serraggio  e  la  ca- 
pitate; o  almeno  doversi  prima  trasferi- 
re la  sede  dell'impero  in  Damasco  capi- 
tale della  Siria,  o  al  Cairo  capitale  d'E- 
gitto. Ostinato  il  sultano  d'abolire  i  gian- 
nizzeri, sparse  voce  che  per  un  voto  fat- 
to a  Maometto  per  la  salute  dell'anima 
sua  dovea  recarsi  alla  Mecca,  e  intanto 
spogliò  il  suo  serraglio  e  quello dell'oda- 
liche,  le  moschee  e  i  sepolcri,  di  quanto 
oro  ,  argento  e  gioie  contenevano,  non 
perdonandola  al  cadavere  del  padre,  dal 
cui  turbante  tolse  le  gemme,  ne  a  quello 
d'un  figlio  dal  cui  collo  prese  la  catena 
tempestata  di  perle,  e  d'ogni  cosa  fece  ca- 
ricare diversi  vascelli.  Ordinò  poi  elicsi 
trucidassero  tutti  i  fratelli,  perchè  volen- 
dolo i  giannizzeri  detronizzare  non  tro- 
vassero altri  di  sua  famiglia;  onde  ciò  sa- 
putosi da  Riosem,  le  riuscì  colla  propria 
vita  scampar  quella  del  figlio  A  murai,  e- 
vadendo  dal  serraglio,  ed  anche  gli  altri 
scamparono  la  morte  decretata.  Solo  ec- 
cettuò lo  zio  Mustafa  I  come  imbecille, 
e  perchè  seco  lo  conduceva.  Da  tutte  que- 
ste disposizioni  fieramente  s'insospettiro- 
no il  popolo,  i  giannizzeri,!  grandi.  I  mal- 


x  u  a 

contenti   in  numero  di  12,000  obbliga- 
rono due  kadi-leskieri,  o  supremi  giudici 
delle  provincie  di  recarsi  dal  sultano  e  di 
pregarlo  da  parie  del  popolo  e  della  mi- 
lizia a  non  abbandonare  la  città  imperia- 
le. I  due  kadì  con  rampogne  furono  cac- 
ciati dal  sultano  e  disprezzati  due  volte. 
Allora  gli  ammutinati  indussero  il  muftì 
a  rimuoverei!  sultanodalla  sua  risoluzio- 
ne; ma  questi  benché  di  lui  suocero  non 
volendosi  esporre  ad  oltragginoli  un  fefta 
dichiarò  al  sultano  non  poter  eseguir  il 
suo  voto  e  pellegrinaggio  alla  Mecca,  per- 
chè essendo  di  pregiudizio  a'sudditi  e  al- 
l'impero, non  poteva  piacere  nèa  Dio,  ne 
a  Maometto.  Ricevuto  da  Otman  II  il 
fefta  furiosamente  lo  lacerò,  con  iscan- 
dalo  de'turchi,  per  non  vedere  rispetta- 
to il  capo  supremo  della  religione.  Poi 
comandò  a  Isuf  agà  de'giannizzeri  di  por- 
si alla  testa  di  6compagniee  frenare  l'au- 
dacia de'ribelli,  il  che  dopo  un  tentativo 
tralasciò  d'eseguire.  Adunato  dal  sulta- 
no il  divano  di  6  ministri,  gli  manifestò 
il  suo  disegno;  3  di  essi  si  gettarono  ai 
suoi  piedi  inutilmente  scongiurandolo  a 
desistere  dalla  partenza.  Egli  invece  con 
hatti-cheriff  de'  18  maggio  1622,  avvisò 
il  beglierbey  del  Cairo  di  recarsi  a  fìssa- 
re  la  sua  residenza  in  quella  città.  Lo  scrit- 
to fu  intercettato  da'sollevali  e  persuasi 
del  vero  scopo  del  sultano,  in  numero  di 
3o,ooo  furiosamente  assalirono  il  serra- 
glio, e  liberarono  di  prigione  Mustafà  I 
restituendogli  l'imperiai  dignità,  ad  onta 
che  si  mostrò  alquanto  ripugnante,  e  fi- 
nì con  sottomettersi  e  ringraziare  i  ribel- 
li. Questi  gli  domandarono  la  morte  di 
Otman  II,  ed  egli  rispose  non  essere  in 
suo  potere  ,  ma  nelle  loro  mani.  Allora 
corsero  a  impadronirsi  d'Otman  II,  ede- 
capitati i  6  del  divano  posero  le  loro  te- 
ste sopra  aste  e  con  esse  girarono  per  Co- 
stantinopoli ,  conducendo  in  un  carro  il 
deposto  sultano  vestito  di  vili  abiti  a'20 
maggio,  da  tutti  oltraggiato.  Giunti  nel 
suburbano  campo  delle  milizie,  lo  fecero 
salire  su  altro  carro  col  carnefice,  ed  inu- 


TUR  339 

tilmente  l' infelice  principe  ìagrimando 
supplicò  di  non  esser  fatto  morire  per  ma- 
ni così  infami.  Portato  nel  castello  delle 
7  torri,  fu  cacciato  in  orrida  prigione,  ove 
fu  massacrato  a'24  maggio  d'ordine  del 
gran  visir  Daut  che  aspirava  al  trono,  nel- 
l'età di  1  7  anni.  L'odio  che  i  giannizzeri 
aveano  concepito  per  l'ucciso  monarca, 
fece  loro  obbliare  il  disprezzo  cheaveano 
pel  vergognoso  fantasma  di  Mustafà  I.  A 
colorire  l'incoerente  e  ridicola  sua  ripri- 
slinazione,  fu  pubblicato  che  la  sua  taci- 
turnità e  raccoglimento  erano  effetti  di 
sua  vita  contemplativa,  e  delle  medita- 
zioni sublimi  e  religiose  alle  quali  si  de- 
dicava nell'eccessivo  fervore  di  saviezzae 
di  pietà.  Mustafà  I  per  assicurarsi  nel  po- 
tere, fece  chiudere  in  una  fortezza  tutti  i 
nipoti,  e  ridonò  la  calma  a  Costantino- 
poli malcontenta  del  precedente  gover- 
no, per  opera  della  Valide  madre  torna- 
ta a  dominare,  la  quale  continuò  a  far  di 
tutto  per  ascondere  l'insufficienza  ed  inet- 
titudine del  sultano.  Dovendo  questi  fa- 
re la  pubblica  comparsa  per  la  città, dal- 
la Valide  in  nome  suo  fu  distribuito  un 
milione  di  zecchini  alle  milizie.  Ma  quan- 
do il  popolo  vide  a  cavallo  Mustafà  I,  in- 
cedere come  un  insensato,  Io  pose  in  ri- 
dicolo. La  sua  imbecillità  si  mutò  presto 
in  demenza  e  furore.  La  misura  di  tali 
eccessi  giunse  al  colmo,  e  quelli  che  loa- 
veano  innalzatolo  rovesciarono  di  nuo- 
vo. Kiosem  madre  di  Amurat  IV,  ch'era 
stata  chiusa  nel  vecchio  serraglio,  ener- 
gicamente si  adoprò  per  l'innalzamento 
del  figlio  e  vi  riuscì. Nel  divano  de'  1  3  set- 
tembre 1623,  tenuto  nella  moschea  So- 
r> mania,  fu  sentenziala  la  deposizione  di 
Mustafà  I,  e  l'elevazione  d'Arnnrat  IV, 
che  nel  dì  seguente  fu  proclamato  impe- 
ratore di  1  3  anni,  e  Kiosem  riconosciuta 
per  Valide.  Questa  gl'insegnò  a  regnare, 
e  seppe  quanto  prima  farsi  temere  da'suoi 
sudditi  e  nemici.  Non  mai  attentando  i 
turchi  a 'giorni  degl'insensati,  il  nipote  A- 
murat  IV  fece  chiudere  per  sempre  Mu- 
stala  I  nella  sua  antica  ptigione,  venendo 


34o  TUR 

dimenticato:  tuttavolta  il  successore  d'A- 
murat  IV  adombrato  di  sua  esistenza,  lo 
fece  strangolale  nel  i  63q,  ad  onta  che  il 
Corano  vieti  di  uccidere  i  pazzi.  Finché 
durò  la  minorità  del  sultano,  Kiosem  fu 
la  governali  ice  dell'impero;  uscito  però 
egli  di  tutela  non  volle  più  che  s'intrigas- 
se negli  affari  di  stato,  mutazione  che  tra* 
fìsse  l'animo  dell'ambiziosa  Valide;  non 
pertanto  passando  Amurat  IV  facilmen- 
te dall'abuso  de'piaceri,  alla  vigilante  as- 
sistenza degli  alfari,così  Kiosem  di  tratto 
in  tratto  esercitò  la  sua  influenza. Assunto 
al  trono  bagnato  ancora  dal  sangue  del 
fratello  e  avvilito  dalla  deposizione  dello 
zio,  esercitò  in  principio  il  potere  con  ri- 
servale volendosi  assicurare  dall'armi  cri- 
stiane, confermò  con  l'imperatore  Ferdi- 
nando 11  per  altri  io  anni  la  pace,  e  gli 
cede  alcune  terre  controverse  del  conta* 
do  di  Strigonia.  Dopo  5  deboli  regni,  i 
turchi  videro  sul  trono  il  principe  più  as- 
soluto che  avesse  loro  mai  comandalo. 
Dotato  d'uno  spirilo  fermo  e  intrepido, 
la  natura  gli  die  una  forza  di  corpo  straor- 
dinaria, e  una  maestà  che  le  morali  sue 
doti  avvalorava  di  tuttociòche  le  forme  e- 
slerne  hanno  di  più  imponente.  Egli  scos- 
se senza  timore  il  giogo  delle  leggi  e  dei 
pregiudizi  della  nazione,  e  fu  ili. Resul- 
tamene osò  apertamente  permettere  l'u- 
so del  vino;  egli  stesso  ne  bevea  all'ecces- 
so, e  duede'suoi  più  cari  favoriti  non  eb- 
bero altri  titoli  alla  loro  fortuna,  che  l'es- 
sere duecrapuloni.  Fece  morire  i  suoi  fra- 
telli Bajazet  e  Orcan,  con  una  mazza  fer- 
rata levò  la  vita  alla  sorella,  e  con  un  col- 
po di  pugnale  uccise  la  sua  odalica  fa  vo- 
lita.Con  animo  impellerli  to  accorreva  ad 
ogni  sentore  di  novità  ,  e  col  terrore  di 
sue  minacce  si  rese  divoli  i  più  temerari, 
avendo  ancora  troncato  di  propria  ma- 
no dal  busto  il  collo  di  qualche  principa- 
le pascià;  il  che  gli  conciliò  la  stima  e  l'a- 
more de'giannizzeri.  Ma  in  una  ribellio- 
ne di  questi  fu  in  pericolo  di  restarne  vit- 
tima, se  non  permetteva  1'  uccisione  dei 
diversi  grandi  partigiani  di  Kiosem  ;  a 


TUR 

tempo  si  vendicò  e  ne  fece  gettare  nel  ma- 
re  un  grandissimo  numero.  Intanto  fra  i 
grandi  che  sagrificaronoi  giannizzeri  nel- 
l'insurrezione vi  furono  il  muftìjil  gran  vi- 
sir, l'agà  degli  stessi  giannizzeri,  il  defter- 
dar:  soloriuscìal  suitanodi salvare  la  ma- 
dre Kiosem.  Padrone  delle  sue  passioni, 
era  sobrio  quando  moslravasi  alle  sue 
truppe.Sottoilsuo  regno  e  neli63o  i  re- 
ligiosi latini  custodi  de'Luoghi  Santi  per- 
misero a'greci  di  benedire  il  pane  sopra 
l'altare  della  Natività  in  Bettlemme.Que- 
sta  concessione,che  avrebbe  dovuto  esser 
un  vincolo  di  pace  tra  le  due  nazioni,  di- 
ventò invece  un  pomodi  discordia.  Giac- 
che i  greci  fabbricarono  sopra  tal  conces- 
sione un  gran  castello  di  vane  pretese,  e 
mancando  le  ragioni  per  sostenerle  si  ven- 
ne alla  violenza;  il  sangue  scorse  in  Bet- 
tlemme,  ed  i  cattolici  dovettero  darsi  a  fu- 
ga precipitosa  per  evitare  un  generale  ma- 
cello. Appena  le  notizie  di  sì  grave  scan- 
dalo giunsero  agli  ambasciatori  di  Fran- 
cia e  di  Venezia,  ne  fecero  amare  doglian- 
ze al  governo  turco,  da  cui  ottennero  due 
fìrmaui,ne'quali  è  dichiaralo  che  il  s.  Se- 
polcro, le  due  Cupole,  la  pietra  dell'Un- 
zione, la  chiesa  di  Belllemme  e  le  3  chia- 
vi della  cappella  sotterranea  appartengo- 
no a-religiosi  franchi.  Si  trovano  inoltre 
in  uno  di  essi  le  seguenti  rimarchevoli 
parole:»  Chela  nazione  greca  usò  false 
testimonianze  e  false  prove,  e  che  il  fir- 
mano d'  Omar  ch'ella  mostrava  ad  ap- 
poggio di  sue  pretensioni  era  un  docu- 
mento di  sua  invenzione".  Ma  i  greci  sem- 
pre crescendo  d'audacia  fecero  pratiche 
in  Costantinopoli,  presso  la  Valide  Kio- 
sem, che  d'origine  greca  speravano  pro- 
tezione. Essi  cominciarono  collo  sparge- 
re innumerabili  calunnie  contro  i  catto- 
lici latini ,  e  poi  offrirono  al  gran  visir 
20,000  piastre,  ch'egli  vilmente  accettò. 
I  religiosi  latini  non  poterono  evitare  il 
colpo  che  li  minacciava,  se  nonché  sbor- 
sando 8ooo  piastre  in  contanti  e  promet- 
tendone altre  i4,ooo.  Però  il  visir  parli 
per  la  guerra  di  Persia,  e  il  suo  luogote- 


TUR 

iiente,  comprato  da'greci, accolse  favore- 
volmente la  loro  causa.  Invano  gli  am- 
basciatori di  Francia  e  di  Venezia  si  la- 
gnarono presso  la  Porta,  invano  mostra- 
rono le  concessioni  anteriori;  la  corruzio- 
ne e  la  violenza  finsero.  I  greci  si  solle- 
varono con  vera  sommossa;  l'ambascia- 
tore di  Francia  fu  assediato  nel  suo  pa- 
lazzo, il  (. dragomanno  dell'ambasciato- 
re di  Venezia  fu  impiccato  al  suo  balco- 
ne, un  dragomanno  dell'ambasciatore  di 
Francia  venne  impalato;  i  3  ambasciato- 
ri di  Francia,  dell'  imperatore  e  di  Ve- 
nezia furono  carcerati  e  posti  ne'ferri  per 
molti  giorni.  Il  sultano  Amurat  IV  ag- 
giudicò a'greci  la  chiesa  di  Bettlerame, 
la  Culla,  i  giardini,  la  pietra  dell'Unzio- 
ne; e  proibì  a'greci  di  farsi  cattolici.  Il 
che  fece  ingannalo  della  sciocca  accusa 
sparsa  ad  arte  da'greci,  che  quelli  i  qua- 
li si  convertivano  alla  religione  de'fran- 
chi  voleano  esentarsi  dal  pagar  l'imposta 
e  sottrarsi  dalla  sua  ubbidienza.  Ma  que- 
sto trionfo  ottenuto  colla  violenza  e  col- 
la frode  non  fu  di  lunga  durata.  L'arci- 
diacono Gregorio  nipote  del  patriarca  di 
Gerusalemme ,  sdegnato  per  la  perdita 
d'una  somma  di  denaro  che  il  suo  zio  e- 
rasi  tenuta  perse,  si  recò  a  Costantinopo- 
li a  lamentarsi  del  patriarca  e  chiedere 
la  sua  destituzione.  Tra  pel  suo  sdegno, 
e  perchè  tormentato  da'rimorsi  della  sua 
coscienza ,  egli  manifestò  ancora  in  pre- 
senza degli  ambasciatori  dell'imperato- 
re, di  Francia  e  di  Venezia:  i.° Ch'egli 
era  l'autore  della  falsificazione  del  docu- 
mento presentato  al  divano  intorno  ad 
una  pretesa  visita  del  profeta  Maometto 
a  Bettlemme,  dove  questi  diceasi  aver  già 
trovato  i  greci  ed  accesa  una  lampada  al 
santuario  della  Natività  ad  onore  di  Ge- 
sù Cristo;  che  il  testo  del  vecchio  ms.  da 
lui  falsificato  recava  il  nome  generale  di 
cristiani  (Nacara),  e  ch'egli  vi  avea  so- 
stituito quello  de'greci  (Roumi).  2.0  Che 
il  ms.  turco  presentato  al  medesimo  tem- 
po al  visir  ed  attestante  che  il  sultano  Se 
firn  I  quando  conquistò  Gerusalemme  a- 


TUIi  341 

vea  concesso  i  LuoghiSanti  al  patriarca  di 
Gerusalemme,  era  una  2.*  falsificazione 
facile  a  verificarsi,  perchè  egli  invece  del 
vero  nome  del  patriarca  allora  sedente 
vi  avea  per  isbaglio  inserito  quello  di 
Teolano.  3.°  Che  il  kyayo  o  maggiordo- 
mo del  capitan  pascià  subornato  con2ooo 
scudi  avea  presentato  il  firmano  da  sot- 
toscriversi al  sultano  nell'istante  in  cui  e- 
gli,  uscendo  di  fretta  dal  palazzo  e  salen- 
do a  cavallo,  non  avea  avuto  il  tempo  di 
esaminarlo.  Avendo  il  gran  visir  ricono- 
sciuta l'esattezza  di  questa  deposizione, 
Amurat  IV  rivocò  il  (irmano  concesso  ai 
greci,e  nel  1 635  ne  fece  scrivere  il  seguen- 
te in  favore  de' religiosi  latini.  *»  Oggi  i 
religiosi  franchi  hanno  mostrato  i  docu- 
menti ch'essi  aveano  nelle  mani.  Noi  li  ab- 
biamo esaminati,  e  vedemmo  ch'essi  e- 
rano  carte  antiche.  Da  essi  apparisce  che 
tutti  i  luoghi  qui  sopra  indicati,  come  pu- 
re le  3  porte  della  grotta  di  Bettlemme 
e  le  chiavi  di  dette  porte  appartengono 
esclusivamente  a'religiosi  franchi  fin  dal 
tempo  della  conquista  di  Gerusalemme 
fatta  dal  califfo  Omar  l'uno  de' 4  califfi 
(Dio  sia  contento  di  lui),  e  che  al  tempo 
in  cui  il  nostro  avo  di  gloriosa  memoria 
il  sultano  Selim  I  (il  quale  è  ora  in  para- 
diso), s'impadronì  di  questi  santuari,  es- 
si rimasero  tutti,  come  per  ('innanzi,  nel- 
le mani  de'medesimi  religiosi  franchi.  Af- 
finchè i  religiosi  franchi  rimangano  in 
possessione  di  detti  luoghi,  chiesa  e  mo- 
nastero, noi  abbiamo  dato  un  nobile  fir- 
mano decorato  d'  uno  scritto  di   nostro 
proprio  pugno,  affinchè  loro  serva  di  ti- 
tolo, ed  abbiamo  ordinato  che  secondo 
questo  firmano,  i  franchi  abbiano,  come 
anticamente,  il  possesso  e  l'uso  della  grot- 
ta situata  a  Bettlemme,  e  conosciuta  sot- 
to il  nome  di  Culla  di  Nostro  Signore,  di 
cui  i  greci  si  sono  impadroniti  colla  fro- 
de, e  col  produrre  falsi  documenti;  e  che 
i  franchi  abbiano  in  possessione  ed  uso  la 
pietra  dell'  Unzione  situata  nella  chiesa 
del  s.  Sepolcro,  le  volte  del  Calvario,  i  7 
archi  situati  sopra  s.  Maria,  le  due  Cu- 


34*  TUR 

pule,  la  granile  e  la  piccola,  che  cuopro- 
iM >  la  tomba  di  Gesù  Cristo;  ch'essi  ab 
bumo  inoltre,  nello  stesso  modo  che  per 
lo  passalo,  la  possessione  sia  in  Gerusa- 
lemme della  tomba  di  s.  Maria  e  del  con- 
tento colle  sue  attinenze  e  dipendenze, 
sia  nel  villaggio  di  Nazareth  della  chie- 
sa e  monastero,  ed  in  somma  di  tulli  i 
luoghi,  de'quali  (inora  furono  in  posses- 
so non  contrastalo;  che  d'ora  innanzi  nò 
greci,  ne  armeni,  uè  alcun'allra  nazione 
cristiana  osi  turbarli  o  inquietarli  ;  che 
sempre  ne'detti  luoghi,  e  principalmen- 
te sul  Calvario,  i  religiosi  franchi  eserci- 
tino il  loro  cullo  a  loro  piacere  come  per 
lo  passato,  e  vi  accendino,  come  innan- 
zi ,  cerei  e  lampade,  senza  the  alcuno  li 
molesti;  che  negli  esercizi  del  loro  cullo 
il  superiore  de'religiosi  franchi  abbia, co- 
me per  l'innanzi,  la  precedenza  sopra  i 
religiosi  d'ogni  allra  nazione,  purché  pa- 
ghino il  tributo  secondo  l'antica  consue- 
tudine". L'originale  di  questo  firmano  e 
della  relazione  del  (alto  serilla  dal  dele- 
gato della  Sublime  Portarono  deposti  ne- 
gli archivi  dell'ospizio  di  Terra  Santa  in 
Pera.  Intanto  reggeva  il  palliai  calo  greco 
di  Costantinopoli  Cirillo  Lucano,  prima 
maomettano,  poi  scismatico  crinalmen- 
te eretico  calvinista,  perciò  ràbicissimo 
della  s.  Sede,  e  fanatico  per  contraddirla 
coll'opposizione  ancora  de'suoi  successori; 
al  quale  effetto  avea  mandato  de'giovani 
greci  ad  apprender  le  scienze  nelle  scuole 
eretiche  dell'Olanda,  e  pubblicato  per  la 
Grecia  una  confessione  di  fede,  in  cui  ol- 
tie  gli  articoli  del  vecchio  scisma  v'inserì 
i  7  proposizioni  di  Calvino,  le  quali  dalla 
turba  imbelle  e  dalle  ignoranti  cattedre 
di  que'desolati  paesi  apprese,  e  insegnate 
per  cattoliche,  ridussero  la  miserabile 
Grecia  in  una  Ginevra  di  Calvinisti.  Ac- 
cudivano! mercanti  eretici  delle  parti  oc- 
cidentali alle  operazioni  di  Cirillo, e  con 
frequenti  donativi  di  deuaro,  di  cui  egli 
era  avidissimo,  tenevano  forlemeute  nel- 
la loro  fede  il  di  lui  animo.  Ma  i  turchi, 
che  odiavano  i  calvinisti  come  nemici  del 


I  V  R 

monarchico  reggimento ,  precipitarono 
nel  mare  da  alta  torre  il  fraudolento  pa- 
triarca greco,  incolpato  d'alroci  delitti. 
Il  patriarca  successore  chiamato  Parte- 
nio  e  anche  Cirillo  d'Uteri*  o  di  Berne, 
avvedutosi  della  corruzione  generale  col- 
la quale  lafede  cattolica  era  pervertita  in 
calvinistica  convocò  in  Costantinopoli 
un  sinodo  di  su(Traganei,nel  quale  esecrò 
l'eresia  con  tanta  vivezza  di  zelo,  die 
della  condanna  ne  trasmise  la  notizia  con 
lettere  sino  agli  ultimi  termini  d'Euro- 
pa e  di  Asia,  facendo  palese  al  mondo 
quanto  fosse  riprovevole  ed  empia  quella 
setta,  che  neppure  volevasi  ammettere  ne 
dagli  scismatici,  uè  da'  maomettani.  Par- 
tenio  condannò  pure  tanto  il  predecessore 
Ciiillo  Lucano,  che  gli  errori  de' calvi- 
nisti, in  due  altri  coucilii  di  Costantino- 
poli. Di  più  inviò  deputati  a  Papa  Ur- 
bano Vili  per  rendergli  ubbidienza  co- 
me capo  della  Chiesa  universale,  e  per 
trattare  1'  unione  de'  greci  colla  chiesa 
romana,  la  quale  però  non  ebbe  effet- 
to. Le  guerre  di  Amurat  IV  contro  la 
Polonia,  e  contro  la  Persia,  ove  sem- 
pre combattè  valorosamente  in  perso- 
na, la  presa  di  Vati,  di  Erivan,  e  quel- 
li* per  sempre  famosa  di  Bagdad,  in  cui 
enttò  sui  cadaveri  di  3o,ooo  vinti,  ed 
ove  si  fece  coronare  re  di  Persia,  gli  ac- 
quistarono il  solito  titolo  di  Ghazyj  ma 
le  sue  dissolutezze  d'  ubriachezza  e  la- 
scivia^ gli  stravizzi  che  commetteva  coi 
paggi  mosaip  favoriti,  affrettarono  il  ter- 
mine de' suoi  giorni  e  lo  condussero  ad 
una  morte  immatura.  Accorgendosi  che 
nell'ebbrezza  dava  ordini  ridicoli  e  disu- 
mani, ordinò  «'ministri  che  non  l'ubbi- 
dissero dopo  il  pranzo  e  dopo  la  cena. 
Sotto  il  suo  regno  furono  assalite  le  spiag- 
ge di  Napoli  dalla  poderosa  squadra  dei 
maomettani  comandata  d'Ansati  Cala- 
slat  famoso  corsaro.  Ma  unite  da  Papa 
Urbano  Vili  le  proprie  galere  a  quelle 
di  Toscana  dell'ordine  di  s.  Stefano  I,  ne 
riportò  un'insigne  vittoria.  Amurat  IV 
fece  fiorire  l'impero,  il  terrore  che  avea 


TUR 

sa  pufo  ispirare  conteneva  i  pascià  clie  go- 
vernavano le  provincie,  e  i  magistrati  che 
amministravano  la  giustizia  non  ardiva- 
no più  di  prevaricare;  imperocché  ascoi* 
lamio  ogni  lagnanza,  era  sempre  pronto 
a  casligare.  Spesso  travestito  si  presen- 
tava ne' lunghi  o  v'era  meno  atteso.  Vo- 
leva con  precisione  sapere  cosa  si  diceva  di 
lui,  il  che  spesso  gli  serviva  a  corregger- 
si. Sapeva  a  meraviglia  dissimulare.  Nel- 
l'incendio di  Costantinopoli  che  incene- 
ri 200  serragli  e  6000 case,  con  l'eccidio 
d'  innumerabile  gente,  magnificamente 
soccorse  i  danneggiati.  Teneva  una  pro- 
digiosa quantità  di  musici,  co'quali  pas- 
sava Tintele  giornate.  La  peste  avendo 
desolato  l'impero,  penetrò  in  Costantino- 
poli, e  ad  onta  delle  precauzioni  anche 
nel  serraglio,  ove  perirono  1 00  odaliche 
e  il  chez-adè  o  erede  del  trono,  che  essen- 
do l'unico  figlio  del  sultano,  questi  ne  re- 
stò inconsolabile.  Alcune  ore  prima  di 
spirare,  minacciò  i  suoi  medici  di  farli 
pei  ire,  se  non  s'affrettavano  a  guarirlo. 
Morì  nel  1640  di  32  anni  circa.  Lasco  7 
figliuole  che  maritò  ad  alcuni  pascià;  di 
5  figli  gli  sopravvisse  Solimano  il  solo  na- 
to dalla  bella  Rascima  a  Djarbekir,  che 
il  sultano  ignorava,  per  tenerlo  la  madre 
occulto  temendo  il  furore  dell'  hassaki 
Rossana.  Nel  suo  testamento  diseredò  il 
suo  fratello  Ibraim  ,  che  teneva  per  in- 
capace di  regnare  per  la  sua  debolezza  di 
spirito,  e  invece  chiamò  alla  successione 
dell'impero  Rim-Kiraskan  de'tarlari.  Al 
cuni  amanti  di  novità  pretesero  che  a- 
vesse  pieno  effetto  la  disposizione  d'Anni* 
rat  IV,  perchè  grandi  vantaggi  si  ripro- 
mettevano dal  kan.  Mustafà  gran  defter- 
dar,  capitan  pascià  e  genero  del  sultano, 
sosteneva  appartenere  a  lui  il  trono,  qua- 
lora non  si  eseguisse  il  testamento,  e  in 
favor  suo  avea  un  forte  partito.  Ma  pre- 
valse l'impegno  della  Valide  Kiosem  ma- 
dre ancora  d'Ibraim,  co'suoi  destri  ma- 
neggi e  persuaditrice  eloquenza,  e  più  di 
tutto  co'tesori  da  lei  cumulati  che  profu- 
se a'più  poteuti  pascià  e  ministri  suoi  a- 


TUR 


343 


mici.  A  decidere  affare  cotanto  grave  si 
adunò  il  divano,  il  quale  per  il  sesso  e  per 
la  dignità  permise  a  Kiosem  di  perorare 
prima  degli  altri  pretendenti.  Con  fran- 
co coraggio,  dimostrò  i  funesti  inconve- 
nienti che  sarebbero  nati  nell'impero,  se 
un  principe  straniero  o  un  suddito  am- 
bizioso, si  fossero  preferiti  con  aperta  in- 
giustizia al  sangue  ottomano  di  suo  figlio 
Ibraim, unico  rampollo  della  famiglia  im- 
periale. La  sola  sua  perorazione  bastò 
perchè  il  divano,  dichiarando  nullo  il  te- 
stamento d'Amurat  IV,  proclamasse  sul- 
tano Ibraim,  e  tosto  lo  riconobbe  per  le- 
gittimo imperatore.  Questi  che  ignorava 
l'avvenuto  e  più  d'una  volta  avea  scam- 
pato la  morte  ordinata  dal  fratello,  sen- 
tendo i  gridi  del  popolo  temè  qualche  sol- 
levazione e  si  chiuse  bene  nelle  camere, 
in  cui  l'avea  rilegato  il  fratello;  poiché  più 
volte  nelle  rivoluzioni  erasi  sagrificato  al- 
l'ira popolare,  per  salvar  la  vita  del  sul- 
tano, quella  d'alcun  principe  del  sangue 
superstite,  acciò  il  popolo  fanatico  per  la 
conservazione  della  famiglia  ottomana 
desistesse  dall'incrudelire  sul  sovrano,per 
non  esporsi  ad  esser  governato  da  un  prin- 
cipe straniero.  Per  quanto  accorressero  i 
grandi  dell'impero  e  la  stessa  madre  ad 
assicurarlo  di  non  temere  e  che  era  dive- 
nuto sultano,  non  volle  mai  aprire;  con- 
venne portargli  il  cadavere  del  fratello 
per  convincerlo.  A  questi  poi  fece  solen- 
nissime  esequie,  e  col  capo  nudo  volle  por- 
tare anch'esso  sulle  spalle  la  cassa  mor- 
tuaria. 

Ibraim  bello  della  persona,  dolce  e  u- 
mano,  nel  resto  era  goffo  e  incapace  di 
regnare,  per  cui  dominò  per  lui  la  Valide 
Kiosem,  cui  dovea  il  trono.  Alle  sue  in- 
sinuazioni, e  per  le  mene,  falsi  documenti 
e  oro  de'  greci,  a  questi  Ibraim  concesse 
un  firmano  contraddittorio  a  quello  re- 
cente del  fratello  in  favore  de'  latini  dei 
Luoghi  Santi.  Die  a'  greci  con  tale  atto 
l'autoritàdi  riprendersi  i  santuari  da  loro 
contrastati  a'Iegittimi  possessori.  Inoltre 
i  greci  ingannarono  il  governo  turco,  con 


344  TUR 

calunnie  non  meno  false  che  ridicole,  co- 
inè ci'  aver  i  Ialini  rubato  il  corpo  della 
ss.  Vergine,  per  tentare  d' impadronirsi 
della  cappella  sotterranea  sagra  alla  me- 
desima a  pie  del  monte  Oliveto,  nella 
quale  è  il  suo  sepolcro.  E  qui  noterò,  che 
fu  poi  ordinala  una  ricerca,  dopo  la  quale 
1'  ambasciatore  di  Francia  ottenne  nel 
1666  un  fi  mio  no,  il  quale  dimostra  e  rim- 
provera la  malizia  e  le  menzogne  de'gre- 
ci,  e  ripone  i  religiosi  franchi  in  possesso 
di  questa  chiesa  eh'  essi  possedevano  da 
più  di  36o  anni.  Ciò  non  ostante  nel  de- 
clinar dello  scorso  secolo,  i  greci  sempre 
colle  medesime  male  arti  riuscirono  nuo- 
vamente ad  impossessarsene^  b  posseggo- 
no ancora  di  presente,  e  pare  senza  neppur 
permettere  a'pi'eti  latini  di  celebrarvi  la 
messa.  Ibraim  nel  i.°anno  vigilò  alquan- 
to sugli  affari,  puntualmente  interveniva 
al  divano,  cui  raccomandava  la  giustizia 
e  che  si  risparmiasse  possibilmente  il  san- 
gue de' sudditi ,  ma  sciolse  il  freno  alle 
passioni.  Furioso  e  disordinato,  era  un 
misto  di  ferocia  e  di  timidezza,  di  prodi- 
galità e  d'  avarizia  :  fece  consistere  tutte 
le  sue  occupazioni  in  trattenersi  nell'  ha- 
rem colle  sue  odaliche,  lasciando  il  go- 
verno dell'impero  a  Riosem,  e  al  gran 
visir  Muslafà.  Questa  poi  per  sfogare  la 
sua  ambizione  fomentava  la  mollezza  del 
figlio,  popolando  il  serraglio  d'una  gran 
quantità  delle  più  belle  di  Grecia,  di  Gior- 
gia e  di  Circassia.  Una  di  qnest'  ultime 
chiamata  Jachan,  nel  16^1  gli  partorì 
Maometto  erede  dell' impero,  che  colmò 
di  gioia  il  sultano  e  i  sudditi,  trepidanti 
fin  allora  per  mancanza  di  successione; 
indi  gli  nacquero  altri  tre  figli,  con  che 
restò  spento  il  fuoco  delle  pretensioni  al- 
trui al  trono.  Però  cominciarono  quelle 
dell'hassaki  Jachan,  che  bramava  essere 
a  parte  del  potere  esercitato  dalla  Vali- 
de, onde  fra  loro  restarono  implacabili  ne- 
miche. Muslafà  scaltro  e  alieno  dalle  ar- 
mi, profittò  delle  occasioni  per  ingrandir 
l'impero  senza  muoversi  dalla  reggia  per 
mantenersi  nel  favore.  Quindi  per  opera 


TUR 
del  principe  di  Valacchia,  più  a  forza  di 
oro,  che  di  ferro,  assediò  e  prese  la  for- 
tezza d'Azow  nel  fondo  della  palude  Meo- 
tide,  e  ne  scacciò  i  cosacchi  russi,  feroci  in- 
festatori di  quel  mare.  Ma  poi  Ibraim  o 
per  sospetto  o  altrui  inimicizia  fece  uc- 
cidere il  gran  visir  e  gli  sostituì  Mehe- 
met  pascià  di  Damasco,  per  genio  e  per 
fede  avverso  a'  cristiani,  che  cercò  nuo- 
cere in  ogni  modo.  Spinse  Bechir  pascià 
con  46  galere  ne'mari  d'Italia;  intimorì 
Otranto,  e  corseggiando  Tacque  di  Ta- 
ranto, saccheggiò  Rocca  Imperiale  e  fece 
200  schiavi.  Nel  1 644  ■!  generale  Bau- 
drand  comandante  la  squadra  di  sei  ga- 
lere de'cavalieri  di  Malta,  si  portò  nelle 
acque  di  Rodi  per  dar  la  caccia  alla  ca- 
rovana che  soleva  passare  da  Costanti- 
nopoli al  Cairo  nel  settembre,  composta 
di  3  grossi  vascelli  0  sultane,  oltre  le  sai- 
che  e  altri  legni  minori.  Dopo  un  dispe- 
rato combattimento  e  la  morte  di  Bau- 
drand  e  di  Chislar  agà,  vinsero  i  cava- 
lieri, e  tra'  prigioni  vi  fu  Mehemet  cadì 
della  Mecca,  ascendendo  la  preda  a  circa 
due  milioni.  Di  questo  fatto  sdegnato  I- 
braiin  e  il  visir,  armarono  una  poderosa 
flotta,  restandone  intimoriti  i  veneti  come 
più  esposti  per  le  loro  colonie  all'  offese 
de'turchi,e  per  aver  ricettato  ne'loro  por- 
ti le  vittoriose  galere  maltesi.  Papa  Inno- 
cenzo X  eccitò  la  Francia  e  la  Spagna  a 
cessar  la  guerra,  mentre  di  nuovo  il  cri- 
stianesimo era  minacciato  nel  conquisto 
di  Candid  e  d'altre  isole  de'veneti  come 
si  sospettava.  Mandò  al  re  di  Polonia 
3o,ooo  scudi,  acciò  dalle  sue  frontiere  di- 
vertisse l'armi  de'turchi  nelle  sue  mosse; 
ma  il  re  era  intento  a  una  spedizione  con- 
tro i  tartari  di  Crimea,  avendo  a  tal  ef- 
fetto assoldato  buon  numero  di  cosacchi. 
Di  più  il  Papa  aumentò  le  sue  milizie, 
parte  ne  inviò  in  aiuto  di  Malta,  e  parte 
in  Dalmazia  sotto  il  comando  del  conte 
Mirolio  ;  indi  ordinò  pubbliche  orazioni 
pel  celeste  aiuto.  Appena  udì  la  partenza 
de'  turchi  a'  danni  eli  Candia,  promulgò 
un  Giubileo,  e  permise  alla  repubblica 


T  UR 

di  Venezia  d'esigere  per  3  volte  dal  clero 
de'suoi  stati  100,000  scudi  d'oro,  e  sol- 
lecitò che  ad  essa  si  unisse  la  sua  squadra 
di  5  galere,  con  quelle  che  si  potesse  rac- 
cogliere da'principi  cristiani.  La  Spagna 
ne  somministrò 5,  altrettante  la  Toscana, 
6  Malta,  delle  quali  21  galere  Innocen- 
zo X  affidò  il  supremo  comando  al  nipo- 
te Nicolò  Ludovisì  generale  di  s.  Chiesa. 
Altri  soccorsi  il  Papa  ottenne  da  Francia, 
da  Parma,  da  Modena,  oltre  3ooo  scudi 
dal  cardinal  Barberini  e  10,000  da  altro 
cospicuo  ecclesiastico.  Udivano  aspirava 
all'  impresa  di  Malta,  ma  conosciuta  la 
difficoltà  risolvè  quella  di  Candia,  confi- 
nante a 'suoi  domimi,  a' quali  intese  unir- 
la; tuttavia  dichiarando  con  simulazione 
guerra  a  Malta  nel  marzo  i645,  in  vece 
arrestato  contro  il  diritto  delle  genti  il 
bailo  veneto  di  Costantinopoli,  nel  giu- 
gno fece  investire  l'isola  di  Candia  dal- 
la flotta,  forte  di  378  legni  e  di  5o,ooo 
soldati.  Seguito  lo  sbarco,  a'  19  agosto  i 
turchi  fecero  capitolare  Canea  ;  e  tosto  si 
impadronirono  di  buona  parte  dell'isola 
che  riempirono  di  terrore  e  di  stragi.  In- 
di Cussein  pascià  cominciò  il  famoso  asse- 
dio della  città  diCandia, memorabile  pegli 
sforzi  degli  assedianti,  e  per  la  costante  e 
valorosa  difesa  degli  assediati.  I  veneti  in 
vece  assalirono  la  Dalmazia,  espugnarono 
vari  luoghi  e  sparsero  la  costernazione 
per  tutto  il  paese.  Intanto  Ibraim  abban- 
donato alle  sue  dissolutezze  avea  riempi- 
to l'impero  di  malcontento,  per  sopire  il 
quale  Riosem  andava  dispensando  tesori 
al  popolo, alle  truppe,  a'ministri,  ed  a  fu- 
ria di  scaltrezze  e  di  avvilimenti  rilardò 
lo  scempio  del  debosciato  figlio,  le  cui 
dissolutezze  fecero  inorridire  i  sudditi,  in 
modo  che  non  vollero  più  tollerarlo, dopo 
aver  per  forza  disonorato  anche  la  figlia 
del  muftì.  Questi  trattenne  quelli  che  vo- 
leano  vendicarlo,  riservando  a  tempo  più 
opportuno  il  suo  risentimento  e  inde- 
gnazione. Profittando  poi  de'disgusti  in- 
sorti tra  il  sultano,  ed  il  seraschiere  Me- 
hemetel'agà  de' giannizzeri,  convenne 


TUR  345 

con  essi  e  co'due  kadi-leskieri  per  detro- 
nizzarlo. A'7  agosto  1648  insorti  i  gian- 
nizzeri furiosamente  portatisi  al  serra- 
glio imperiale,  col  muftì  e  i  kadi-lesckieri, 
chiese  1  oal  sultano  la  testa  del  genero  gran 
visir  Achmet  suo  ministro  in  tutte  Y  ini- 
quità, e  che  gli  surrogasse  il  seraschiere. 
Voleva  Ibraim  resistere,  ma  Kiosem  lo 
persuase  a  cedere.  Nel  dì  seguente  torna- 
rono i  giannizzeri  dal  sultano,  e  gli  do- 
mandarono il  chez-adè  Maometto  IV,  ed 
alla  negativa,  mediante  il  fefta  di  deposi- 
zione del  muftì  forzarono  il  serraglio.  Cor- 
se Riosem  per  salvar  la  vita  a  Ibraim,  e 
questa  gli  fu  concessa  dopo  la  consegna 
del  figlio  Maometto  IV  di  7  anni,  che  i 
giannizzeri  proclamarono  sultano,  e  gli 
cinsero  la  scimitarra  ottomana,  equiva- 
lente alla  corona  e  allo  scettro.  Rinchiuso 
Ibraim  in  una  camera,  per  disperazione 
battè  la  testa  alle  mura,  finché  il  muftì 
con  altro  fefta  lo  dichiarò  degno  di  mor- 
te, per  cui  8  giorni  dopo  la  sua  deposi- 
zione, fu  strangolato  con  cordoni  di  seta 
da'  dislì  o  muti  del  serraglio  a'  1 7  di  detto 
mese.  L'ambiziosa  Riosem  volle  domina- 
re anche  in  un  4-°  regno.  Quale  ava  del 
nuovo  sultano  aspirò  alla  reggenza,  e  la 
ottenne  dal  divano,  dovendo  governare 
durante  la  sua  minorità  insieme  alla  Va- 
lide Jachan,  assistite  dal  consiglio  di  12 
pascià,  ed  al  principe  fu  dato  per  aio  o 
hoggia  il  pascià  Vani  effendi  onesto  e  sa- 
vio. Però  le  rivalità  delle  due  reggenti 
posero  in  iscompiglioil  serraglio,  la  capi- 
talee  l'impero,Riosem  sostenuta  da'gian- 
nizzeri,  e  Jachan  difesa  da'loro  emuligli 
spahys,  e  più  volte  il  sultano  fu  in  peri- 
colo di  restarne  vittima,  se  il  gran  visir 
Siaoux  non  avesse  vigorosamente  veglia- 
to alla  sua  difesa,  troncando  le  ordite  con- 
giure. Finalmente  Riosem  nella  sua  ca- 
mera fu  massacrata  dagl'  icioglami,  pag- 
gi d'origine  cristiana  del  serraglio,  dopo 
circa  io  anni  di  sua  reggenza.  Dipoi  il 
pascià  d'  Aleppo  Orkan  insorse  per  de- 
tronizzar Maometto  IV.,  e  dichiarar  sul- 
tano l'incognito  Solimano  figlio  d'Ama- 


346 


TUR 


rat  IV,  e  nato  dall' avvenente  Rasciina. 
Riuwcì  però  a  Mehemet  Kiuperli  pascià 
diDamascoegran  visir  di  vincere  Orkau, 
e  lo  fece  strangolai  e  con  Solimano.  Uscito 
Maometto  IV  ili  minorità  mostrò  passio- 
ne per  la  caccia,  per  la  quale  teneva  im- 
piegate 3o,ooo  persone  e  900  cani  levrie- 
ri, amando  d'allontanarsi  da  Costantino- 
poli che  abborriva,  per  rammentare  i  gra- 
vi pericoli  in  essa  passati  nella  sua  fanciul- 
lezza. Fino  all'età  di  22  anni  non  mo- 
sti ò  alcuna  propensione  per  1' odaliche, 
abbandonato  al  bestiale  vizio  dell'infame 
ed  empia  pederastia,  riprovato  dalla  im« 
tura,  dalla  morale,  dalla  ragione  e  dalla 
religione.  Perciò  fu  perduto  amante  dei 
inosaip  Mehemet  e  Mustafà,  favoriti  e 
potenti;  pel  ricacciò  il  benemerito  visir 
Kiuperli  e  Ristar  agà,  che  colla  Valide 
aveano  tentato  d'ammonirlo;  il  2.0  creò 
pascià  e  visir  del  banco,  conferendo  il  pa- 
triarcato di  Costantinopoli  ad  un  suo  rac- 
comandato. Datosi  poi  all'odaliche,  Za- 
cbi  di  Relimo,  presa  nella  guerra  diCan- 
dia,  lo  fece  padre  di  Mustafà  erede  del 
trono,  donando  per  giubilo  alla  madre 
una  corona  d'oro  tempestala  delle  più 
preziose  gemme;  quindi  e  ad  onta  dell'a- 
more e  della  stima  cheZachi  seppe  inspi- 
rargli, non  tardò  il  sultano  a  darsi  in  pre- 
da all'altre  odaliche,  lasciando  governare 
al  gran  visir  Achmet  Kiuperli,  figlio  del- 
l'espulso, destro  quanto  il  padre,  fornito 
di  talento  e  di  spirito.  La  guerra  di  Cau- 
dia  cominciata  da  Ibraim,  continuò  Mao- 
metto IV,  ora  con  prospero,  ora  con  av- 
\erso  successo,  ne'mari  dell'Arcipelago  e 
diCandia  con  frequenti  battaglie  co'prodi 
veneti.  Appena  divenne  Papa  Alessandro 
VII,  effettuò  quanto  in  uno  scritto  in  con- 
clave avea  consigliato  il  nuovo  Papa  per 
la  difesa  di  Candia,  alla  quale  ogni  anno 
inviò  galere  unite  a  quelle  di  Malta,  esu- 
bito3ooo  fanti,oltre  i  soccorsi  che  procurò 
da'priucipi  cattolici  nel  pacificarli,  e  le  ga- 
lere ben  firmate  da'più  opulenti  principi, 
come  quelli  di  Sulmona,  Piombino,  R.os- 
sano,  Palestrina  ed  altri  baroni  romani. 


TUR 
I  cardinali  Francesco  Barberini  e  Flavio 
Chigi  nipote  del  Papa  spedirono  galere 
con  generosa  emulazione  a  proprie  spese 
mantenute,  ed  il  i.°  anche  5ooo  tumuli 
di  grano.  Il  cardinal  Antonio  Barberini 
offrì  100,000  scudi, il  cardinal  Bernardi- 
no Spada  morendo  lasciò  10,000  scudi, 
e  il  cardinal  Mozzarmi  ne  legò  al  Papa 
200,000  parimenti  per  impiegarli  nella 
guerra  contro  i  turchi  II  cardinal  Nicolò 
Guido  di  Bagno  vendè  la  suppellettile  di 
argento,  il  palazzo  e  le  vigne  che  posse- 
deva, e  il  ricavato  di  scudi  38,ooo  desti- 
nò pel  sostentamento  della  fede  nel  regno 
di  Candia.  (ili  altri  cardinali  dierono  cir- 
ca 5oo  scudi  per  ciascuno.  Luigi  XIV  con 
nuovo  soccorso  contribuì  1 00,000  scudi. 
In  più  altri  modi  aiutò  Alessandro  VII  la 
repubblica  di  Venezia  per  sostenere  le 
grandi  spese,  applicandole  i  beni  de'sop- 
pressi  Crociferi  e  de'canouici  di  s.  Spirilo 
di  Venezia,  che  fruttarono  9^8,970  scu- 
di, oltre  le  decime  imposte  di  3oo,ooo 
scudi  per  sostenere  la  guerra,  e  lo  straor- 
dinario sussidio  di  scudi  100,000  pre- 
scritto al  clero  de' veneti  domimi.  Rinfor- 
zò il  reggimento  pontifìcio  in  Dalmazia, 
ed  ebbe  la  consolazione  di  vedere  nel  1 656 
i  veneziani  riportare  la  famosa  vittoria  dei 
Dardanelli,  nella  quale  gloriosamente  vi 
perì  il  comandante  generale  Marcello.  Ne 
fu  conseguenza  i  conquisti  di  Tenedo  ,che 
servì  a  serrare  a  Costantinopoli  il  mare,  e 
di  LemiWy  ambedue  isole  che  nel  1 6.^7 
ricuperarono  i  turchi,  mentre  sotto  Can- 
dia infierivano  con  ripetuti  e  furiosi  as- 
salti. Nel  1 660  i  turchi,  senza  abbandonar 
la  guerra  contro  i  veneti,  la  mossero  alla 
Transilvania,  assediarono  Varadinoe  l'e- 
spugnarono dopo  57  giorni  di  resistenza, 
con  afflizione  dell'imperatore  Leopoldol. 
A  vendo  questi  inviati  soccorsi  alla  Tran- 
silvania, i  turchi  l'interpretarono  per  ma- 
nifesta rottura,  onde  fecero  crudeli  inva- 
sioni ne'  suoi  stati,  che  posero  a  ferro  e 
fuoco.  Il  conte  Nicolò  Zdrino  governato- 
re di  Croazia  a  frenare  l'arroganza  tur- 
chesca  assediò  Canissa,  ma  V  imperato- 


TUR 
re  per  non  irritare  di  più  il  nemico  ordi- 
nò che  si  ritirasse,  onde  il  conte  ncll'  ub- 
bidire mal  volentieri,  costruì  una  lega 
distante  un  forte  che  col  suo  nome  diZdri- 
no  divenne  celebre.  E  per  non  avello  im- 
pedito il  pascià  di  Canissa,  il  gran  visir  lo 
fece  strozzare.  In  Belgrado  il  gran  visir 
i  improverò  i  commissari  imperiali  d'in- 
telligenza co'  veneti,  e  disse  loro  che  se 
volevano  pace  dovesse  Leopoldo  I  sbor- 
sare alla  Porta  due  milioni  per  le  spese 
della  guerra,  pagarle  ogni  anno  160,000 
talleri  pel  regno  austriaco  d'  Ungheria,  e 
concederle  il  passo  ne'  suoi  stati  per  in- 
vadere quelli  de'  veneziani.  Inorriditi  i 
commissari  per  si  orgogliose  e  vili  condi- 
zioni, francamente  le  rigettarono.  Allora 
il  gran  visir,che  furtivamente  avea  radu- 
nale imponenti  forze,  dichiarò  guerra  al- 
l'imperatore, e  tosto  die  in  preda  all'im- 
pazienti truppe  1'  Ungheria  e  V  Austria. 
Leopoldo  I  restato  di  ciò  sorpreso,  vide 
verificarsi  i  ripetuti  avvertimenti  de've- 
ueli,  di  non  fidarsi  dell'apparente  amici- 
zia de'turchi.  Pertanto  destinò  alla  difesa 
sulle  rive  di  Raab  il  celebre  Montecuccoli, 
della  Croazia  il  conte  Zdriuo,  della  Mo- 
ravia e  della  Slesia  il  conte  di  Souches.  Si 
munirono  le  piazze  più  esposte,  oltre  Vien- 
na colla  demolizione  de'  sobborghi.  Im- 
plorò gli  aiuti  de'  principi  italiani  e  del 
Papa.  Alessandro  VII  con  giubileo  uni- 
versale supplicò  il  divino  soccorso,  impo- 
se 6  decime  sul  clero  d'  Italia,  tranne  il 
veneto,  e  trasmise  a  Vienna  1  39,840  scu- 
di,oltre  i  200,000  scudi  delcardinalMaz- 
zarini.  Nel  decorso  poi  della  guerra  il  Pa- 
pa sborsò  in  Roma  al  ministro  imperiale 
Lambardi  54 1,7  19  scudi,  e  fece  partire 
le  milizie  papali  in  Ungheria.  Invitò  Ales- 
sandro VII  i  priucipi  cristiani  alla  lega, ed 
il  re  di  Francia  somministrò  alcune  trup- 
pe. Neh  663  il  gran  visir  con  70,000  tur- 
chi assediò  Nehysel  o  Neosolio  e  la  prese, 
così  Nitria  e  altre  piazze  d'Ungheria  e  di 
Transil vania.  Adunata  V  imperatore  la 
dieta  di  Ratisbona, ottenne  3o, 000  uomi- 
ni che  dovè  fornire  d'artiglieria.  Il  conte 


T  U  R  34; 

Zdrino  nel  1664  devastò  il  paese  de'tur- 
chi,  e  la  città  di  Cinque  Chiese  da  loro 
occupala;  ma  il  nemico  espugnò  il  forte 
ili  Zdrino.  Le  armi  di  Souches  operarono 
con  prosperità,  batterono  più  volte  i  tur- 
chi, ricuperando  Nitria  e  Leuentz,  rup- 
pero il  pascià  di  Buda  e  presero  Barcham 
incontro  a  Strigonia.  11  visir  mirava  ad 
internarsi  nell'Austria,  ma  il  1. "agosto  vo- 
lendo passare  il  R.aab,  Montecuccoli  ri- 
portò su  di  lui  importante  vittoria,  che 
salvò  la  Germania  e  l'Italia,  e  si  fece  la 
pace  con  dispiacere  degli  ungheresi  come 
pregiudizievole,  restando  la  maggior  par- 
te dell'Ungheria  sotto  i  turchi.  Nel  1667 
il  Papa  Clemente  IX, dopo  aver  pacificate 
Francia  e  Spagna,  applicò  l'animo  alla 
difesa  di  Candia  stretta  dallo  stesso  gran 
visir,  inviando  a'veneti  5o,ooo  scudi  delle 
decime  per  l'Ungheria,  spedì  5oo  soldati 
comandali  dal  marchese  Maculani,  e  al- 
trettanti a  spese  della  camera  apostolici); 
armò  le  sue  galere  di  nuove  e  numerose 
soldatesche  con  100,000  libbre  di  polve- 
re per  Candia,  alla  quale  mandò  3o,ooo 
scudi,  destinando  per  generale  il  nipote 
Vincenzo  Rospigliosi.  Soppressi  gli  or- 
dini di  s.  Giorgio  in  Alga,  de'Gesuali  e  dei 
Fiesolani,  ne  applicò  i  beni  a'veneti.  Im- 
piegò 20,000  scudi  pel  passaggio  da  Na- 
poli a  Venezia  delle  squadre  imperiali,  e 
ne  die  3o,ooo  al  duca  della  Mirandola 
per  recarsi  a  Candia  col  titolo  di  maestro 
generale  di  campo  di  s.  Chiesa.  Impose 
un  sussidio  sul  clero  veneto,  e  permise  la 
alienazione  d'alcuni  beni  della  chiesa  di 
s.  Marco.  Col  denaro  raccolto  dal  clero 
di  Spagna  comprò  80,000  libbre  di  pol- 
vere, e  4o>°°°  ne  provvide  il  cardinal 
Barberini,  oltre  il  mantenimento  di  600 
soldati,  rimettendo  spesso  a  Venezia  da 
8  a  12,000  scudi.  Ad  istanza  di  Clemen- 
te IX  il  re  di  Francia  mandò  un'armata 
navale  comandata  da  Francesco  de  Ven- 
derne duca  di  Beaufort,  a  cui  il  Papa  ri- 
mise 3o,ooo  scudi  con  un  ricco  stendar- 
do coll'immagine  del  Crocefisso  come  sua 
insegua, perchè  il  re  volle  che  militasse  iu 


34<S  T  U  R 

Dome  di  Clemente  IX.  Ma  giunti  in  Cin- 
tila tanti  soccorsi,  gran  parte  miseramen- 
te restò  uccisa,  in  uno  al  Reaufort,  ed  il 
visir  Kiuperli  a'6  settembre  1669  otten- 
ne Camita  per  capitolazione,  dopo  una 
gtnma  di  25  anni.,  pacificandosi  i  turchi 
co'veneziaui.  Clemente  I X  ueconcepì  lau- 
ta pena,  che  caduto  infermo  ne  morì.  Il 
gran  visir  dopo  aver  ristorato  l'esercito, 
nel  167  1  passò  in  Moldavia  per  invadere 
la  Polonia;  nel  1672  prese  l'importante 
piazza  di  Kamenìcch  e  nella  Russia  po- 
lacca vari  castelli,  mentre  Capei. m  pascià 
assediò  Leopoli  coti  4°>00°  uomini,  la 
quale  però  con  80,000  scudi  si  liberò.  Per 
le  dissensioni  del  regno,  il  general  Gio- 
vanni Sobieski  appena  alla  moltitudine 
de*  turchi  potè  opporre  10,000  polacchi, 
e  con  questi  più  con  arte  e  valore  contra- 
stò a*  nemici  maggiori  acquisti ,  evitan- 
do cimenti  campali,  fermo  nella  massima, 
che  il  fine  di  chi  comanda  gli  eserciti  è 
ben  sempre  di  vincere,  ma  non  sempre  di 
combattere.  Il  re  Michele  per  far  argine 
all'  invasione  si  trovò  costretto  alla  pace, 
cedendo  alla  Porta  la  Podolia  e  l'Uckra- 
di.i,  e  sottopose  alla  sua  protezione  i  co- 
sacchi libelli,  e  ciò  che  maggiormente  fece 
disapprovare  siffatta  pace,  fu  il  promesso 
pagamento  d'annui  scudi  20,000.  Que- 
ste dure   condizioni  in  generale  dispiac- 
quero grandemente,  benché  il  re  vi  pose 
la  clausola,  che  dovessero  ratificarsi  dalla 
dieta  del  regno.  Papa  Clemente  X,  ch'era 
stato  uditore  del  nunzio  di  Polonia  Lan- 
cellotti,  detestò  pace  si  vergognosa  e  pro- 
mise vigorosa  resistenza  contro  i  turchi, 
inviando  ni  suo  nunzio  a  tale  effetto  de- 
nari e  istruzioni.  Dopo  avergli  rimesso 
del  proprio  75,000  scudi,  impose  sul  cle- 
ro d'Italia  le  decime,  lequali  per  diversi 
ostacoli  non  si  potè  esigere  che  nello  sta- 
to papale, ed  in  quelli  di  Firenze  e  di  Luc- 
ca^ non  superarono  la  somma  di  99,000 
scudi.  Di  questi  Clemente  X  ne  mandò  in 
Polonia  3 1  ,ooo,e  per  sua  morte  il  succes- 
sore Innocenzo  XI  divise  il  resto  tra 'po- 
lacchi, gl'inglesi  cattolici  rifugiati  iu  O- 


TUR 
lauda,  e  la  repubblica  di  Raglisi:  quest'ul- 
tima minacciata  da'turchi,  avea  ricevuti 
da  detto  Papa,  essendo  cardinale,  scudi 
i3,733,edal  sagro  collegio  scudi  28,1  o3. 
I  polacchi  che  riprovarono  1'  umiliante 
trattato  di  pace,  guidati  dal  prode  Sobie- 
ski nel  1673  affrontarono  Capelan  pascià 
sulle  rive  del  Niester,  e  colla  completa  vit- 
toria che  riportarono  presso  Coccino  sal- 
varono il  regno  della  schiavitù.  Sobieski 
fece  prodigi  di  valore,  e  colla  famosa  sua 
Spada  o  sciabola  recise  la  testa  a  Soli- 
mano pascià  di  Ruda.  Rimasti  i  polacchi 
padroni  del  campo,  s'impossessarono  del- 
lo stendardo  di  Maometto  che  Sobieski 
mandò  a  Clemente  X,  il  quale  lo  collocò 
nella  basilica  Vaticana,  e  per   memoria 
fece  coniare  la  medaglia  ricordata  a  Polo- 
ni a,  e  rese  solenni  ringraziamenti  a  Dio. 
Nello  stesso  giorno  del  trionfo  morì  re  Mi- 
chele, e  nel  seguente  anno  gli  fu  surrogato 
il  Sobieski  col  nome  di  Giovanni  III.  Per 
tanti  fausti  avvenimenti  succeduti  per  la 
perizia  del  gran  visir  Kiuperli,  1*  animo 
di  Maometto  IV  fu  pieno  di  gioia,  ma  te- 
mendo che  i  giannizzeri  incostanti  potes- 
sero un  giorno  privare  del  trono  suo  fi- 
gl'iOjOude  non  si  trovasse  chi  porvi,  destinò 
di  far  morire  i  propri  fratelli  Solimano  e 
Orkan,  il  quale  solo  perì  di  veleno,  l'altro 
lo  lasciò  di  malavoglia  vivere  a  interces- 
sione del  muftì.  Al  sultano   riuscì  fatale 
la  morte  di  Kiuperli  che  avea  governato 
bene  e  ampliato  l' impero,  senza  ch'egli 
abbandonasse  i  suoi  piaceri.  Gli  sostituì 
nel  visirato  Kara  Mustafà  ambizioso,  su- 
perbo e  ignorante.  Questo  fanatico  per 
soverchiatela  gloria  del  predecessore, su- 
bito ruppe  la   tregua  con  V  imperatore 
Leopoldo  1  e  con  tutta  la  Germania.  En- 
tròinUngheria  con4oo,ooo  uomini,epel 
felice  esito  di  sue  operazioni  ardì  recarsi 
all'assedio  di  Piemia  (/^.),  residenza  im- 
periale, e  vergognosamente  fu   disfatto 
a'i4  luglio  1 683,  come  celebrai  in  tanti 
luoghi,  principalmente  nell'articolo  Co- 
stantinopoli, nella  biografia  di  Papa  In- 
nocenzo XI  ed  a  Polonia,  per  aver  con- 


TUR 
tribuito  quel  Papa  e  re  Giovanni  III  alla 
liberazione  di  Vienna,  ambedue  uniti  in 
lega  con  l' imperatore,  oltre  le  prodezze 
di  Carlo  IV  duca  di  Lorena.  Ricono- 
scendo il  Papa  il  fausto  avvenimento  dal 
patrocinio  della  B.  Vergine,  istituì  la  fe- 
sta del  ss.  Nome  di  Maria  (V.)  e  in  Ro- 
ma V  Arciconfrateriiiladel  ss.  Nome  di 
Maria  (F.).  Giovanni  HI  mandò  al  Papa 
lo  Stendardo  (V.)  di  Maometto,  che  fu 
collocato  nella  basilica  Vaticana,  ed  altro 
colla  sua  spada  inviò  alla  s.  Casa  di  Lo- 
reto. Inoltre  il  Papa  donò  al  re  di  Polo- 
nia lo  Stocco  e  Berrettone  ducale  (V.); 
e  fece  coniare  una  medaglia  colla  stessa 
epigrafe  usala  da  s.  PioV  per  la  vittoria 
di  Lepanto;  ed  altra  nel  1684  col  mot- 
to: Habeto  nos  foederatos  et  serviemus 
tibi.  Si  vede  nelT  incisione  P  altare  con 
triregno  e  il  berretto  ducale,  e  lo  Spirito 
Santo  che  in  aria  spande  luce  sopra  la 
quadruplice  alleanza  formata  dal  Papa, 
per  avervi  ammesso  la  repubblica  di  Ve- 
nezia. La  decadenza  della  Turchia,  come 
potenza  marittima,  avea  cominciato  alla 
battaglia  di  Lepanto;  la  sua  decadenza 
come  potenza  militare  e  conquistatrice, 
fu  segnata  colla  disfatta  di  Vienna.  Rara 
Mustafà  fu  processato,deposto  estrangola- 
to; e  Maometto  IV  pianse  vilmente  l'u- 
miliazione ricevuta,  ed  elesse  a  gran  vi- 
sir il  caimacan  di  Costantinopoli  Ibraim, 
indi  conosciutane  l'incapacità,  nominò  a 
rimpiazzarlo  Solimano  pascià,  pratico  de- 
gli affari  e  coraggioso.  Egli  procurò  di  ri* 
parare  alle  conseguenze  delle  perdile  fat- 
te, ma  i  cristiani  avendo  preso  l'ascen- 
dente dopo  la  liberazione  di  Vienna,  ogni 
loro  movimento  era  una  vittoria. Ripiglia- 
rono una  quantità  di  piazze,  ed  abbiamo 
una  medaglia  d'Innocenzo  XI  col  molto: 
Dominimi formidabunt  adversarii  ejns. 
Nell'incisione  si  esprime  la  Chiesa  colla 
croce  nella  destra  e  una  fiamma  nella 
sinistra;  a  Iato  vi  è  un  Angelo  col  libro 
<3el  Vangelo.  Allude  forse  alla  presa  del- 
l' isola  di  s.  Maura  fatta  da'  veneti  nel 
1684,  ed  a'  felici  successi  che  si  sperava- 


TUR  349 

no  dalla  quadruplice  alleanza  del  Papa, 
dell'imperatore,  del  re  di  Polonia  e  della 
repubblica  di  Venezia.  Altra  medaglia 
d'Innocenzo  XI  ha  l'iscrizione  :  In  per- 
petuwn  coronata  triumphat.  Si  vede  la 
Croce  sul  monte  con  corona  di  spine  rag- 
giante, che  sta  solida  fra  4  venti  che  sof- 
fino. Simboleggia  le  vittorie  riportate 
hi  Ungheria  nel  1 685  sopra  i  turchi.  La 
maggiore  fu  l'espugnazione  di  Buda,  fat- 
ta da'cristiani  a' 2  settembre  1686.  ba- 
luardo dell'impero  ottomano  dalla  parte 
dell'Ungheria.  I  turchi  avvezzi  fino  a  po- 
chi anni  addietro  a  vincere  e  trionfare, 
vedendosi  ora  perdenti  l'attribuirono  al 
sultano,  e  questi  che  sempre  avea  tenui- 
lo  il  popolo  e  i  giannizzeri,  per  cui  poco 
dimorava  a  Costantinopoli,  per  tali  la- 
gnanze abbandonò  la  caccia,  e  licenziò 
la  turba  immensa  de'cacciatori,  disfacen- 
dosi della  prodigiosa  quantità  de'  cani. 
Ma  ciò  non  bastò  per  dissiparla  tempesta 
che  lo  minacciava,  anche  pel  suo  varia- 
bile cai-altere  di  passare  dalla  timidezza 
alle  minacce.  Le  truppe  d'  Ungheria  si 
ribellarono,  e  nel  1687  marciarouosulla 
capitale  per  detronizzarlo,  riè  bastò  per 
quietarle  la  sorprendente  quantità  di  de- 
naro che  loro  inviò,  ritenendo  il  quale 
imbaldanzirono  di  più.  Allora  Maomet- 
to IV  consultò  il  divano,  dopo  essersi  di- 
scolpato sull'incapacità  nel  governo  e  nel- 
la guerra  di  cui  veniva  tacciato,  e  ricor- 
data la  moderazione  colla  quale  avea  re- 
gnato, supplicandolo  con  lagrime  a  so- 
stenerlo e  consigliarlo.  1  componenti  del 
divano,  e  gli  altri  pascià  chiamati,  bra- 
mosi di  novità,  dopo  4o  anni  di  regno, 
risposero  ambiguamente.  Il  pascià  Riu- 
perli,  d'  accordo  col  muftì,  consigliò  il 
sultano  alla  spontanea  rinunzia  in  favore 
del  fratello  Solimano  III,  colla  giurata 
promessa  di  conservargli  la  vita.  Mao- 
metto IV  considerando  che  altrimenti  la 
sua  deposizione  e  uccisione  erano  inevi- 
tabili, pienamente  vi  aderì.  Subilo  fu 
proclamato  Solimano  III,  debole,  timido, 
di  volo,  e  poco  alto  al  governo;  rifiutò  sul- 


35o  TUR 

le  prime  lo  corona  per  timore  o  per  ri- 
spetto ni  fratello,  e  l'accettò  suo  malgra- 
do. Maometto  IV  visse  in  onorata  pri- 
gione sino  al  iGc)3  e  morì  ili  5s  anni.  La- 
sciò due  figli,  che  più  tarili  regnarono, 
e  ilue  figlie.  L'  insurrezione  non  fu  ilei 
tutto  calmata  ;  mentre  si  ville  Solima- 
no III  dopo  3o  anni  di  prigionia  balzato 
sul  soglio,  lusinga  vasi  di  goderne  le  pre- 
rogative, ed  invece  conobbe  tosto  d'  es- 
sere in  un  baratro  di  gravissimi  trava- 
gli, e  il  breve  suo  regno  fu  pieno  di  tur- 
bolenze. Riconosciuto  sultano  senza  in- 
telligenza della  milizia,  questa  s'inviperì 
talmente  che  ridusse  Costantinopoli  cam- 
po di  desolazione  e  di  lutto.  Tutti  i  gian- 
nizzeri divisi  in  vari  corpi,  ed  i  levenli  o 
soldati  di  mate  in  numero  di  5o,ooo  si 
dicrono  a  guisa  di  conquistatori  d'  una 
città  presa  d'assalto  a  fieramente  percor- 
rerla, saccheggiando  e  uccidendo;  indi  si 
presentarono  al  serraglio  domandando  la 
solita  distribuzione  pel  nuovo  sovrano,  e 
le  teste  di  62  ministri  della  Porta.  Rac- 
colto del  denaro  con  pubblica  tassa,  essen- 
do vuoto  il  tesoro,  fu  dato  a'ribelli.  Que- 
sti poi  esigerono  dal  visir  Siaoux  l'esilio 
del  cognato  Riuperli  suo  caimacan,  e  sic- 
come tardi  vi  si  decise,  fu  trucidato  con 
4oo  de'suoi,  facendo  il  più  crudele  scem- 
pio del  cadavere,  di  sua  moglie,  delle  fi- 
glie e  della  casa.  Solimano  1  11  costretto  a 
frenare  tanto  furore,  uscì  co'suoi  contro 
gl'insorti,  preceduto  dal  Bagiarac  o  sten- 
dardo di  Maometto,  alla  cui  vista  ogni 
turco  è  obbligato  a  impugnar  Tarmi  per 
la  difesa  della  religione,  del  sultano  e  del- 
la patria.  Per  buona  ventura  questa  di- 
mostrazione riuscì  a  far  desistereda'loro 
eccessi  i  giannizzeri  e  i  leventi,  ed  a  poco 
0  poco  tornò  la  quiete  nella  città.  II  nuo- 
vo visir  Ismaele  fece  poi  morire  segreta- 
mente 7000  capi  dell'insurrezione.  Ve- 
dendo i  cristiani  che  i  turchi  si  distrugge- 
vano fra  loro,  proseguirono  più  animosi 
le  loro  imprese,e  per  !a  fama  di  loro  vitto- 
rie da  tutti  i  paesi  d'  Europa  accorse  una 
moltitudine  di  guerrieri  che  ardevano  del 


TUR 

desiderio  di  combattere  i  turchi  l  tutta 
questa  cavalleria  cristiana  fu  un  modello 
d'eroismo,  e  ricordò  le  virtù  bellicose 
delle  prime  crociate.  Mentre  i  turchi  e- 
riino  assaliti  in  Ungheria  da'soldali  tede- 
schi e  d'altri  paesi  della  cristianità,  i  polac- 
chi e  i  russi  spargevano  il  terrore  sulle  rive 
del  Pruth  e  nella  Crimea.  Agria  baluardo 
dell'alta  Ungheria  fu  ripresa  dagl'impe- 
riali ;  Peterwaradino  e  Albareale  gli  a- 
prirono  le  porte.  Il  principe  Luigi  di  Ba- 
den  battè  i  turchi  presso  Nissa.  Venezia 
colla  sua  flotta  e  le  galere  pontifìcie  per- 
corse in  trionfo  il  mar  di  Grecia  e  dell'Ar- 
cipelago. Si  videro  sventolare  lo  stendar- 
do di  s.  Pietro  e  quello  di  s.  Marco  sui 
bastioni  di  Corone,  di  Navarino,  di  Pa- 
trasso, di  Napoli  di  Romania,  di  Cori  il- 
io, d'Atene  ec.  I  turchi  perdettero  quasi 
tutta  la  Morea  e  molte  isole  ;  le  loro  sol- 
datesche furono  dappertutto  vinte  o  di- 
sperse. In  una  medaglia  del  veneto  Papa 
Alessandro  Vili,  che  somministrò  7  ga- 
lere a  Venezia,  si  legge  l'epigrafe:  Victri- 
cemmanum  tuam  laudemus.  Si  rappre- 
senta la  figura  della  Beata  Vergine  col  s. 
Bambino  sopra  le  nuvole;  due  turchi  pri- 
gionieri sulla  sponda  del  mare  colle  ma- 
ni legate  al  tergo,  ed  accanto  a  due  tro- 
fei. Si  riferisce  alle  vittorie  riportate  dai 
veneziani  sui  turchi  nel  1  690  sotto  il  pa- 
trocinio della  B.  Vergi  ne,  e  principalmen- 
te alla  liberazione  della  Morea.  Di  più 
Alessandro  Vili  mandò  al  doge  di  Ve- 
nezia Morosini  lo  Stocco  e  Berrettone 
ducale  benedetti.  Intanto  siccome  fino 
dal  1674  altre  usurpazioni  erano  segui- 
te a  pregiudizio  de'religiosi  latini  custodi 
de'Luoghi  Santi,  nel  1690  dierono  occa- 
sione a  un  nuovofìrmanodi  SolirnanolH. 
Questo  importante  firmano,  non  meno 
esplicito  di  quello  d'Amurat  IV,  rimpro- 
vera le  nuove  frodi  e  le  falsificazioni  di 
documenti  commesse  da'greci,  e  special- 
mente quella  del  preteso  firmano  d'O- 
mar, e  ripone  un'  altra  volta  i  religioni 
franchi  in  possesso  di  tutti  i  santuari  men- 
tovali dal  i.°  firmano  d'Amurat  IV, per 


T  U  R 

la  prolezione  di  Luigi  XIV  re  di  Fran- 
cia, ed  alcuni  vi  aggiungano,  di  Leopol- 
do I  imperatore,  il  quale  allora  guerreg- 
giava ;  piuttosto  le  benemerenze  di  Leo- 
poldo 1  si  devono  ritardare  dopo  la  pace. 
Di  questo  firmano  riparlai  e  lo  riprodus- 
si interamente  nei  voi.  XXX,  p.  35,  36, 
XXXI 11,  p.  ili,  ii2.  Tanti  disastri  a- 
veudo  eccitalo  anche  i  clamori  della  ple- 
be, Solimano  111  sbigottito  volle  partire 
per  Adrianopoli,e  mancante  di  mezzi  pel 
trasporto,  dovè  vendere  alcuni  gioielli 
per  sopperirvi.  Siffatta  confessione  della 
pubblica  sua  indigenza,  calmò  finalmcn- 
le  gli  animi.  Sgomentato  da'  progressi 
de'suoi  nemici,  chiese  la  pace  e  non  poi  è 
ottenerla.  Non  liusceudo  al  visir  Ismaele 
col  suo  coraggio  e  accortezza  riparare  a 
lauti  disastri,  Solimano  III  si  trovò  in  ne- 
cessità di  richiamar  dall'esilio  Kiuperli, 
che  emulo  del  valore  del  padre  e  del  fi  ■el- 
icilo, immediatamente  si  accinse  a  ripri- 
stinare il  credito  dell'ai  ini  ottomane,cam- 
biò  faccia  all'impero  e  riacquistò  molto 
del  perduto.  Prese  Nissa  e  Belgrado,  vet- 
tovagliò Temeswar,  s'un padroni  di  Lip- 
pa e  d'  Orsova,  e  balle  il  general  Vele- 
latti  sotto  le  mura  d'Essek.  Ricondusse 
al  dominio  della  Porta  la  Servia,  ed  a 
Buda  sparse  lo  spaveuto.  Tornato  trion- 
finite  in  Costantinopoli  trovò  gravemente 
infermo  Solimano  III,  che  morì  nel  giu- 
gno 1 69  i  ,di  49  anni  circa,  senza  lasciar  fi- 
gli, poiché  si  crede  che  non  convivesse  col- 
le odahehe.  Piigido  osservatore  del  Cora- 
no, non  volle  bere  il  vino,  che  gli  avea- 
no  consigliato  i  medici,  ed  è  in  concetto 
di  santo  presso  i  mussulmani.  Il  gran  vi- 
sir  Kiuperli,  ad  onta  del  forte  partito  in 
favore  di  Mustafà  figlio  di  Maometto  IV, 
fece  innalzare  sul  trono  Àcmet  li  fratello 
minore  del  defunto  Solimano  111,  e  fece 
uccidere  quelli  che  visi  opposero.  Ingra- 
to e  ignorante,  il  nuovo  sultano  depose 
Kiuperli,  per  uu  maligno  ricorso  d'un 
suo  rivale,  mentre  se  avesse  continuato  a 
governare  l'impero  avrebbe  potuto  tisla- 
bilirne  la  rinascente  gloria.  Creato  visir 


TUR  3m 

Ali  ignorante  e  presuntuoso,  la  diversità 
tra  loro  tosto  si  fece  manifesta,  e  comin- 
ciò l'impero  a  soggiacere  a  nuovi  travagli 
e  perdite,  una  sconfitta  seguendo  l'altra. 
Nella  battaglia  di  Salankemen,  vinta  da- 
gli imperiali  comandati  dal  principe  di 
Baiteli,  vi  perirono  25,ooo  turchi,  ed  i 
vincitori  s'impadronirono  di  tutta  l'arti- 
glieria e  della  cassa  militare.  Tale  disa- 
stro fu  seguito  da  turbolenze  nel  serra- 
glio, da  fame,  da  peste,  da  molti  ineeudii 
a  Costantinopoli,  e  da  terribile  terremoto 
a  Smirne.  Gli  arabi  saccheggiarono  la 
carovana  che  reca  vasi  alla  Mecca,  e  obbli- 
garono il  sultano  a  un  tributo,  profittan- 
do di  sua  debolezza.  I  veneti  batterono  i 
turchi  in  Dalmazia,  s'impadronirono  di 
Scio  e  minacciarono  Smirne,  per  cui  Pa- 
pa Innocenzo  XII  ordinò  pubblici  ringra- 
ziamenti a  Dio.  Sebbene  Acmet  11  ebbe 
la  consolazione  che  un'  odalica  per  la  i.a 
partorisse  due  gemelli,  ili.°de'  quali  fu 
chiamato  Acmet  Ibraim,  e  che  i  turchi 
si  lusingarono  di  fiutato  presagio,  il  sul- 
tano colpito  da  tante  umiliazioni  e  tra- 
versie morì  di  47  au,d  nel  1695.  Ali  per 
mantenersi  nel  visirato,  tentò  subito  di 
porre  sul  trono  il  detto  figlio  del  delunto, 
che  avea  due  anni;  ma  uno  de'  capi  dei 
giannizzeri  dichiarò  spettare  a  Mustafal  I 
figlio  di  Maometto  IV,  e  preterito  due 
volte,  altrimenti  Costantinopoli  sarebbe 
stalo  teatro  ili  tragica  ribellione,  ed  il  di- 
vano di  comun  consenso  proclamò  Mu- 
stafà  11.  Le  sue  belle  doli  del  corpo  e  del- 
l'animo fecero  concepire  grandi  speranze 
a'turchi,  onde  rialzar  l'impero  dalla  sua 
decadenza,  con  un  regno  fermò  e  glorio- 
so. Minacciata  l'Ungheria  da'turchi,  In- 
nocenzo XII  somministrò  copiosi  sussi- 
dii  all'  imperatore  Leopoldo  I.  Il  pirata 
Mezzomorto  riprese  a' veneti  Scio,  e  il  sul- 
tano mosse  in  persona  contro  gl'imperiali 
comandati  dall'elettore  di  Sassonia  Fe- 
derico Augusto,  e  per  alcuni  vantaggi  in- 
decisivi riportati  sul  generale  Veterani  da 
lui  sconfitto  e  sull'elettore,  volle  tornare 
trionfante  in  Adrianopoli.  Restituitosi  iu 


352  TUR 

Ungheria  nel  i  GgGjtrovò  che  l'imperato- 
re gli  avea  messo  a  fronte  il  prode  princi- 
pe Eugenio  di  Savoiaconle  di  Soissons; 
e  la  strepitosa  battaglia  di  Zeuta,  valoro- 
samente dal  principe  Eugenio  combat- 
tuta sulla  riva  della  TheissoTibisco  Pi  i 
settembre  1697,6  vinta  interamente  dai 
cristiani, costrinse  il  sultano  a  vergogno- 
samente fuggire,  tenendosi  fortunato  di 
riunir  gli  avanzi  dell'esercito  sotto  le  mu- 
ra di  Teraeswar.  Tale  perdita  avendo  po- 
sto i  turchi  fuori  di  stato  di  continuar  la 
guerra,  cedendo  allora  alle  lagnanze  e  ai 
clamori  de'suoi  popoli  che  chiedevano  la 
pace,  il  sultano  seppe  farla  con  accortez- 
za e  dignità,  ed  il  trattato  concluso  fa  o- 
nore  tanto  a  lui,  che  all'abilità  de'  suoi 
negoziatori,  per  la  mediazione  dell'  In- 
ghilterra e  dell'Olanda.  In  Carlowitz Del- 
l' Ungheria  fu  principiato  il  trattato  di 
tregua  per25anni  tra  l'imperatore  Leo- 
poldo le  la  Germania,  e  Mustafà  II  e  l'im- 
pero oltoma no,nell'ottobre  1 698,  e  sotto- 
scritto e  giurato  a'26  gennaio  1699,  per 
l'imperatore  dal  conte  Wolfango  d'Oet- 
tingen  e  dal  conte  Leopoldo  di  Schlik,e 
in  nome  del  sultano  daMehemet  reta  effen- 
di gran  cancelliere  e  Alessandro  Mauro- 
cordato  dragomanno  del  la  nobile  fa  miglia 
Scarlatti.  Con  questo  famoso  trattato,  co- 
me dissi  pure  a  Costantinopoli  parlan- 
do delle  benemerenze  d'Innocenzo  XII, 
Mustafà  II  rinunziò  a  ogni  pretensione 
sull'Ungheria  e  sulla  Transilvania,  tran- 
ne la  città  di  Temesware  un  distretto  da 
regolarsi,  insieme  allo  stabilimento  dei 
confini  de'due  imperi.  La  repubblica  di 
Venezia  rimase  in  possesso  di  tutta  la  Mo- 
reaedi  tutte  l' isole  e  piazze  acquistate 
sulle  coste  dell'Albania  e  dell'  Epiro,  ab- 
bandonando solamente  il  paese  e  le  città 
delle  quali  erasi  impadronita  al  di  là  dello 
stretto  diCorinto.  I  polacchi  ricuperarono 
Kaminiek.Co'russi  il  sultano  non  accon- 
sentì chea  una  tregua  di  due  anni,durante 
la  quale  accordò  loro  di  ritenere  la  fortezza 
di  Azow  e  tuttociò  che  aveano  conquista- 
to sulle  coste  del  mar  Nero.  Dice  poi  l'ar- 


TUR 

licolo  i3.°di  questo  trattato  internazio- 
nale. »  A  riguardo  de'  religiosi  custodi 
de'Luoghi  Santi  di  Palestina,  e  dell'eser- 
cizio della  religione  cattolica  romana,  il 
granSignore  promettedi  rinnovare  e  con- 
fermare tutti  i  privilegi  loro  concessi  dai 
suoi  predecessori".  Indicibile  fu  la  gioia 
di  Mustafà  II  all'avviso  della  tanto  de- 
siderata pace,  donando  a'due  corrieri  che 
gliela  recarono  due  code  di  cavalli,  allora 
presso  i  turchi  equivalenti  a  insegne  eque- 
stri, e  20  borse  di  5oo  scudi  1'  una.  Al 
Maurocordato  die  il  titolo  d' Eccellenza, 
e  dichiarò  il  figlio  interprete  ordinario 
della  Porta,  ed  al  reis  effendi  il  suo  più 
superbo  cavallo  sontuosamente  guernito, 
e  per  molti  giorni  fece  celebrare  un  so- 
Jennissimo  duhalm.  Così  dopo  16  anni 
disgraziati  combattimenti  e  di  rivoluzio- 
ni, i  turchi  sebbene  favoriti  dalla  guerra 
che  la  Francia  avea  dichiarato  all'im- 
pero Germanico,  trovaronsi  finalmente 
ridotti  a  chieder  la  pace  senz*  aver  vinti 
i  loro  nemici,  il  che  colpì  nello  stesso  tem- 
po l'orgoglio  nazionale  e  le  massime  del 
Corano.  Però  tale  pace,  ad  un  tempo 
gloriosa  e  utile  all'impero,  sotto  uu  aspet- 
to, produsse  la  caduta  del  principe  che 
l'avea  confermata.  Mustafà  II  essendosi 
quietato  volle  godersi  la  tranquillità  che 
avea  procurato  all'impero.  Avverso  co- 
me suo  padre  a  Costantinopoli,  le  mor- 
morazioni del  popolo  e  de' soldati  pel 
trattato  di  Carlowitz  lo  obbligarono  ad 
uscirne  e  di  ritirarsi  ad  Adrianopoli,  ove 
si  die  in  preda  alle  passioni.  La  sua  as- 
senza aumentò  il  disordine  e  il  disgusto 
della  capitale.  La  deposizione  del  gran 
visir  Hussein,  amante  della  pace,  placò 
gli  animi;  ma  il  successore  Daltaban,  che 
la  disapprovò,  li  riaccese  colle  sue  brighe 
per  ricominciare  la  guerra  e  rovinare  ad 
un  tempo  il  reis  effendi  e  il  dragomanno 
che  aveano  concluso  il  trattato  di  Carlo- 
witz, non  che  il  muftì  Feyz-ullah.  Il  sul- 
tano fece  cader  la  testa  del  gran  visir,  il 
che  cagionò  la  rivolta  scoppiata  a  Costan- 
tinopoli nel  1703,  anche  per  l' impru- 


T  U  II 

(lenza  del  caimaean che  s'inimicò le  trup- 
pe :  egli  era  genero  de!  muftì  general- 
mente detestato.  I  sediziosi  si  scelsero  dei 
capi,  un  nuovo  muftì  ede'nuovi  ministri, 
e  mossero  per  Adiianopoli  in  numero  di 
circa  Sojooo  uomini.  Le  truppe  che  loro 
oppose  il  sultano,  passarono  nelle  file  di 
e»si.  Invano  JUustafà  II  espose  il  vecchio 
muftì  all'odio  de' ribelli,  invano  si  ab- 
bassò a  lusingare  i  capi  e  a  confermarli 
nelle  dignità  usurpate,  egli  fu  deposto  ai 
18  settembre  e  rilegato  per  favore  nel 
castellodelle  7  Torri,  ove  poi  morì  di  3g 
anni  nel  1  700.  11  famoso  trattato  di  Car- 
lowilz  attesta  la  perdita  cheavea  fatto  la 
nazione  turca,  e  la  incontestabile  supe- 
riorità degli  stali  cristiani.  I  greci  avreb- 
bero potuto  fin  d'allora  scuotere  il  giogo 
ottomano,  ma  aveano  ancora  conservate 
le  loro  prevenzioni  o  la  loro  antipatia  con* 
tro  i  latini,  e  Venezia  perciò  veniva  po- 
sposta al  dominio  de'turchi.  La  storia  ha 
due  cose  da  far  osservare  ne'  negoziati  e 
nel  trattato  di  Carlowitz:  l'Ungheria  che 
per  due  secoli  avea  resistito  a  tutte  le  for- 
ze dell'impero  ottomano,  il  cui  territo- 
rio era  come  le  Termopili  della  cristia- 
nità, indebolita  fiualmentedalle  discordie 
civili,  dalle  guerre  straniere,  contempo- 
raneamente in  opposizione  agi' imperalo- 
li  austriaci  di  Germania,  ed  a'  sultani  di 
Costantinopoli,  perde  allora  la  sua  iudi- 
pendenza,  e  trovossi  unita  a'dominii  del- 
la possente  casa  d'Austria.  Tra'  principi 
che  sottoscrissero  l'accordo,  videsi  compa- 
rire lo  czar  di  Russia,  novella  potenza  che 
fiuo  allora  non  s'era  mostrata  nella  lotta 
contro  gl'infedeli,  sebbene  invitala  da'Pa- 
pi  Calisto  III,  Leone  X,  Clemente  VII  e 
s.  Pio  V,e  che  più  tardi  dovea  recare  mag- 
giori otfese  all'impero, con  notabili  smem- 
brazioni,  e  gravi  e  ripetute  minacce  d'oc- 
cuparlo. Una  delle  principali  cagioni  del- 
la decadenza  de'turchi  e  che  ne  affievo- 
lì la  militare  potenza,  fu  il  loro  guer- 
reggiare che  fecero  nel  medesimo  tempo 
contro  l'Europa  cristiana  e  contro  la  Per- 
sia. Gli  sforzi  contro  i  persiani  li  distolse- 

VOL.  LXXXl. 


TUR  373 

ro  dalle  spedizioni  contro  i  cristiaui,  e  le 
spedizioni  contro  questi  ultimi  uocquero 
al  buon  successo  delle  loro  guerre  in  Asia. 
In  queste  guerre  essi  aveauo  una  maniera 
di  combattere  all'atto  diversa.  Dopo  aver 
per  alcun  tempo  pugnato  co'guerriei  i  del- 
l'Oxo  e  del  Caucaso  si  trovarono  inabili 
a  guerreggiare  in  Europa.  Così  non  po- 
terono mai'  interamente  trionfate  né  dei 
persiani,  né  delle  nazioni  cristiane,  e  ri- 
masero alla  fine  stretti  da  due  nemici,  e- 
gualmente  bramosi  della  loro  rovina  ed 
egualmente  animati  dalle  passioni  reli- 
giose. Egli  è  noto  che  i  turchi  venuero 
debellati  per  aver  trascurato  di  conoscere 
e  seguire  i  progressi  della  tattica  milita- 
re europea,  poiché  fino  a' giorni  nostri  i 
turchi  ebberocontinuameute  inodioqua- 
lunquecosa  nuova.  Fino  a  tantoché  trat- 
ta vasi  di  raccogliete  e. di  trattenere  sotto 
le  bandiere  una  moltitudine  di  soldati 
animati  dal  fanatismo,  il  vantaggio  fu 
per  gli  ottomani;  ma  questo  vantaggio 
scomparve  quando  la  guerra  chiamò  il 
concorso  delle  scienze  umane,  e  che  il  ge- 
nio, colle  sue  scoperte  e  invenzioni,  di- 
venne il  terribile  ausiliario  del  valore.  La 
opposizione  de'  formidabili  giannizzeri  e 
degli  spahy  impedì  sempre  che  s' in- 
troducessero miglioramenti  di  qualsivo- 
glia sorte  nella  disciplina  e  nelle  costu- 
manze militari.  Quelle  turbolenti  solda- 
tesche,^ aveano  cotanto  contribuito  al- 
l'antiche conquiste,  furono  di  grandissimo 
ostacolo  per  cominciarne  delle  nuove,  e 
insieme  di  poter  conservare  tutte  le  pre- 
cedenti. Nella  loro  decadenza  nulla  fa  cosi 
funesto  a'turchi  come  la  memoria  d'una 
gloria  passata;  nulla  tanto  nocque  loro, 
come  quella  nazionale  superbia,  che  più. 
non  era  proporzionata  alla  loro  fortuna 
ed  alle  loro  forze.  Le  illusioni  d'una  pos- 
sanza che  più  non  esisteva,  impedirono  lo- 
ro di  prevedergli  ostacoli  chedoveano  in- 
contrare nelle  loro  imprese,  ed  i  pericoli 
di  cui  erano  minacciati.  1  turchi  nelle  guer- 
re sfortunate  e  ne'dannosi  accordi,  pren- 
dendola co'capi  sacrificandoli  colla  depo- 

23 


354 


TUR 


sizione,  l'esilio  o  la  morte,  era  un  farsi  la 
guerra  tra  loro,  e  le  loro  sciagure  diveni- 
vano tnnto  più  itriii)eu,ial>ili,  quanto  più  si 
oslinaronoa  non  volerne  conoscere  le  vere 
cause.  1  loro  principi  furono  una  famiglia 
ili  despoti  che  divorò  se  stessa  ;  i  sultani  a- 
scendendo  al  trono,  per  gelosia  di  coman- 
do, immolavano  più  vittime.  Il  cielo  però 
non  permise,  che  le  più  sagre"  leggi  della 
natura  fossero  più  violate  impunemente, 
e  la  dinastia  ottomana,  in  pena  di  tanti 
feroci  delitti,  parricidii  e  fratricidi!,  cadde 
in  una  specie  di  degradazione.  I  principi 
ottomani,  allevati  nel  servaggio  e  nel  ti- 
more, perderono  l'energia  dell'animo  e 
e  le  altre  doti  necessarie  a  ben  governare 
un  grand'impero.  Solimano  II,  come  già 
notai,  non  fece  che  accrescer  il  male,  al- 
lorquando pose  per  legge  fondamentale, 
che  nessun  figlio  de'  sultani  potesse  co- 
mandar ad  eserciti  o  governare  provincie. 
Da  quel  tempo  in  poi  non  si  videro  sul 
trono  se  non  principi  elfemminati,  timidi 
e  insensati.  La  gelosia  del  possesso  di  Co- 
stantinopoli e  del  dominio  ottomano  in 
Europa,  non  fece  profittare  alle  grandi 
potenze  della  decadenza  de'  turchi  per 
respingerli  nell'Asia,  che  anzi  sursero  con- 
tro chi  vi  aspirava  in  sostenimento  del 
sultano,  per  conservare  l'equilibrio  poli- 
tico europeo.  A  questo  devono  i  turchi 
la  loro  esistenza  in  Europa.  Se  i  turchi 
cessarono  d'essere  temibili,  da  perse  soli, 
come  potenza  militare,  come  nazione  non 
mancano  d'  una  certa  forza  per  resistere 
a  un  dominio  strauiero.  Egli  è  difficile, 
non  già  il  vincere  un  esercito  turco,  mail 
sottomettere  una  popolazione  turca,  dife- 
sa da'  suoi  pregiudizi  e  dagli  eccessi  pur 
anco  della  sua  barbarie.  Anzi  ora  l'abbia- 
mo veduta  ribelle  e  insubordinata,  cru- 
delmente e  ingratamente  insorgere  in  più 
luoghi,  contro  i  sudditi  cristiani  della  Por- 
ta, per  averli  il  suo  illuminato  sultano  e 
governo,  nel  suo  incivilimento  e  per  equi- 
tà,finalmente  equiparati  ne'comuni  diritti 
ad  essa,  a  qualunque  rito  o  confessione 
appartengano. 


f  UR 
Acmet  IH  figlio  di  Maometto  IV  e  fra- 
tellodi  Mestala  II.  fornito  di  alcune  buo- 
ne qualità,  da'ribellati  giannizzeri  fu  ae« 
clamato  sultano  e  lasciò  in  vita  il  depo- 
sto fratello;  dopo  avere  raccolto  il  flutto 
del  delitto,  fece  decapitare  i  capi  della 
sommossa,  persuaso  che  sarebbero  stati 
capaci  di  fare  altrettanto  contro  di  Ini. 
JNon  regnò  senza  inquieliludini  ,  mutò 
continuamente  i  gran  visir,  uè  di  altro  si 
occupò  che  di  formare  de'tesori  e  d'au- 
mentarli, nella  convinzione  che  il  denaro 
sia  la  prima  leva  della  potenza.  La  lun- 
ga prigionia  da  lui  sofferta  lo  rese  com- 
passionevole e  indulgente  co'sudditi, ma  se 
eoncepivasospetto  su  d'alcuno,  che  atten- 
tasse alla  sua  vita  o  regno,  lo  puniva  cru- 
delmente. Dotato  di  talento,  avido  di  glo- 
ria,coltivò  le  lettere  ed  attese  a'  pubbli* 
ci  affari.  Per  la  smania  di  estendere  i  con- 
fini dell'impero, non  osservò  i  trattati  dei 
suoi  predecessori  ,  uè  le  sue  promesse; 
pronto  a  far  la  pace,  fu  più  sollecito  a 
romperla  quando  l'occasione  gli  presen- 
tava vantaggi;  così  fu  incostante  nell'  a- 
micizie,ora  esaltando  e  più  facilmente  de- 
primendo. Ebbe  poco  rispetto  per  la  Va- 
lide, ne  disprezzò  i  consigli,  con  infelice 
esito  nelle  guerre  in  cui  sagrificò  l'impe- 
ro, lusingato  da  quelle  intraprese  che 
con  qualche  successo  avea  riportato  nel 
i  yo5  circa  contro  i  veneti,  per  toglier  la- 
vo la  Morea  e  altre  conquiste  cedute  nel 
trattalo  di  Carlowitz,  il  quale  però  venne 
dal  sultano  violato.  Nel  1709  disfatto  il 
cavalleresco  Carlo XII  re  di  Svezia,  nel- 
la battaglia  di  Pulta  va  daPietro  I  WGraii- 
afe  czar  di  Russia, si  rifugiò  a  Bender  nella 
Bessarabia,e  dal  sultano  fu  trattato  ma- 
gnificamente. Acmet  III  rappresentò  al- 
lo czar  che  non  poteva  dispensarsi  dal  pro- 
teggere Carlo  XII,  rinnovò  quindi  con  lui 
la  pace  a  condizione  di  non  opporsi  al  si- 
curo ritorno  del  rene'suoi  stati.  Ma  i  mi- 
nistri comprati  dalla  Piussia  e  dalla  Sve- 
zia, non  corrisposero  a'voleri  del  sultano, 
onde  i  russi  continuarono  a  tener  impe- 
dito il  passo  al  re.  Diviso  il  divano  di  pa- 


TUR 

rerecon  Acmet  III,  finalmente  col  suo  fl- 
uito il  re  riaccese  la  guerra  colla  Russia, 
inducendo  eziandio  con  diversi  intrighi 
Acmet  HI  a  dichiararla  nel  1710,  dopo 
essersi  il  sultano  assicurato  delle  pacifi- 
che intenzioni  dell'imperatore  Giuseppe 
I,  perchè  non  si  unisse  co'russi,  median- 
te ambasceria  che  spedi  a  Vienna.   Indi 
Acmet  III  affidò  l'esercito  al  gran  visir 
Battagi  Mehemed  , privo  di  proporziona* 
te  cognizioni,  avaro  e  non  degno  di  stare 
a  fronte  dello  czar.  Tutta  volta  sulle  spon- 
de del  Frulli  neh  7  1  r  riuscì  al  gran  visir 
di  accerchiare  i  russi,  e  per  più  giorni  eb- 
be nelle  mani  i  destini  della  Russia  e  di 
Pietro  I.  Questi  ridotto  agli  estremi  fu 
salvato  dalla  sagaci tà  della  moglie  Cate- 
rina I,  la  quale  l' indusse  a  guadagnarsi 
con  ricchi  doni  il  gran  visir  perchè  gli  ac- 
cordasse la  pace,  e  gli  riuscì  mediante  la 
restituzione  di  Azof,  e  la  promessa,  non 
mantenuta,  di  ritirar  le  sue  truppe  dalla 
Polonia  e  dalla  Pomerania,  coti  dispetto 
di  Carlo  XI I  che  vide  distrutte  le  sue  spe- 
ranze. Conosciutosi  dal  sultano  il  gravis- 
simo  pregiudizio  fatto  all'impero   dal 
gran  visir,  si  contentò  soltanto  di  allon- 
tanarlo; nondimeno  riuscì  alla  Russia  di 
porre  in  diffidenza  la  Porta  sulle  inten- 
zioni del  re  di  Svezia  ,  per  cui  questi  fu 
invitato  a  partire  a  Beuder  nel  febbraio 
1713.  Temendo  il  re  d'esser  dato  in  ma- 
no de'suoi  nemici  non  volle  partire  e  si 
oppose  armata  mano,  ond'ebbe  uri  con- 
flitto sanguinoso  co*  turchi  suoi    ospiti. 
Qui  noterò,  che  la  residenza  di  Carlo  XII 
non  fu  propriamente  in  Bender,  come  si 
vuole   generalmente,    ma    piuttosto   in 
Warniz  città  poco  distante»  11  re  i\\  pre- 
so e  condotto  in   Adrianopoli,  onore- 
volmente  accolto   da    Acmet   III,  indi 
fu  rilegato  a  Demir-Tocca,  donde  fuggì 
travestito  neli  7  1 4*  Contro  il  trattato  di 
Carlowitz,  il  sultano  mosse  guerra  a've- 
neziani  nel  1 7  1 5,  dando  il  comando  del- 
l'esercito al  nuovo  visir  Ali,  il  quale  in 
poco  più  di  3  mesi  riconquistò  il  regno  di 
Morea,  Corinto,  Napoli  di  Romania,  Mo- 


TUR  355 

done,  Patrasso  e  altri  luoghi;  i  tentativi 
fatti  contro  l'isola  di  Corfa  non  ebbero 
riuscita. Per  ta  te  guerra  i  turchi  nellostes- 
so  1  7  1 5  fecero  una  solenne  processione  iti 
Costantinopoli,  portandola  bara  di  Mao- 
metto, e  invocando  da  lui  vittoria  con- 
tro i  cristiani. Durò  24 ore,  e  ad  ogni  ora 
trucidavano  due  schiavi ,  uno  cristiano, 
l'altro  ebreo,  tagliati  a  pezzi  dagli  officia- 
li di  guerra.  Ne  fa  la  minuta  descrizione 
il  Sarnelli  nelle  Lettere  ecclesiastiche,  t. 
9,lett.  36  :  Delle  barbare  processioni  al- 
la maomettana.  Due  anni  dopo  i  vene- 
ziani co'generosi  aiuti  di  Papa  Clemente 
XI,  come  avea  fatto  per  difendere  Cor- 
fìi ,  poterono  ricuperare  diverse  piazze. 
Inorgoglito  Acmet  III  de'vantaggi  ripor- 
tati sui  veneziani,  senza  valutare  la  fede 
detrattati  ruppe  guerra  all'imperatore 
Carlo  VI,  che  si  collegò  con  Venezia,  e 
spedì  inUngheria  il  valoroso  principe  Eu- 
genio di  Savoia  con  80,000  uomini,  il 
quale  a  Petervaradino  attaccò  200,000 
turchi  e  completamente  ne  trionfò,  on- 
de il  Papa  tanto  benemerito  de' copiosi 
soccorsi  dati  e  procurati  anche  all'impe- 
ratore, inviò  all'eroe  vincitore  lo  Stocco 
e  il  berrettone  ducale  (V.)  benedetti. 
Questi  poi  avendo  assediato  Belgrado,  l'e- 
spugnò a'  17  agosto  1  7  [7.  Quanto  operò 
Clemente  XI  a  vantaggio  de' veneti  e  de- 
gl'imperiali, con  diffusione  lo  narrai  a  Co- 
stantinopoli. Non  solo  somministrò  rag- 
guardevoli somme,  ma  milizie  e  galere  le 
quali  portarono  lo  stendardo  di  s.  Chiesa, 
colla  flotta  confederata  che  percorse  l'Ar- 
cipelago. Osserva  il  Borgia  ,  che  dalla 
guerra  di  Candia  a  quella  di  Morea  e  di 
Corfù ,  la  s.  Sede  con  larga  profusione 
somministrò  alla  sola  repubblica  veneta 
cinque  milioni,  550,269  scudi  romani. 
Clemente  XI  approvò  il  celebre  concilio 
tenuto  in  Albania,  di  cui  riparlai  a  Suc- 
cia, il  quale  proibì  d'imporre  a 'bambini 
cristiani  nomi  maomettani:  prescrizione 
che  poi  rinnovòBenedettoXI  V. Già  gl'im- 
periali comandati  dai  conte  Palfy  avea- 
no  conquistato  Teuaeswar  a' 23  agosto 


35G  TUR 

1716.  Mentre  in  Roma  il  Papa  ringrazia- 
va il  Dio  tlegli  eserciti  e  la  13.  Vergine  (il 
citatoSarnelli  nel  t.  io,  lei  1. 100:  Del  pa- 
trocinio della  gran  Madri-  di  Dio  nel- 
le guerre  presenti  tra  cristiani  e  i  lur- 
chi\  fa  il  novero  di  quelle  vinte  da'eristia- 
11  i  per  la  sua  protezione,  inclusi  vomen- 
te a  quelle  in  discorso),  a  cui  consagrava 
le  bandiere  tolte  a'turchi,  pe'trionfi  de- 
gli eserciti  cristiani;  in  Costantinopoli  il 
corpo  degli  ulema  condannava  questa 
guerra,  che  gli  sembrava  altrettanto  più 
ingiusta,  quanto  ella  era  più  disgraziata, 
ed  il  muftì  malediceva  coloro  ebe  l'avea- 
uo  provocata. Perciò  Acmet  111  fu  costret- 
to domandar  la  pace,  che  fu  segnata  a 
PassarowitznellaServiaa'22luglior7  18, 
tra  il  sultano,  i  veneziani  e  l'imperatore 
Carlo  VI.  Per  questo  trattato  restarono 
all'imperatore  Petervaradino,  Belgrado, 
Temesware  altri  luoghi;  inoltre  i  turchi 
perderono  la  Servia  e  parte  della  "Valac- 
chia; ma  i  veneti  vennero  spogliali  della 
Moiea.  Vedasi  il  Brusoni ,  Istoria  del- 
l'ultima guerra  tra' veneziani  e  turcliì, 
Venezia  1775.  L'articolo  2.°di  questo  me- 
morabile trattato  rinnovò  le  disposizio- 
ni di  quello  di  Carlowitz,  relative  areli- 
giosi latini  de'Luoghi  Santi,  e  all'eserci- 
zio della  religione  cattolica,  senza  che  vi 
sia  fatta  alcuna  menzione  uè  di  greci,  né 
di  armeni.  Poco  dopo,  nel  trattalo  di  Co- 
stantinopoli de'5  uovembre  1 7  20,nell'ar- 
ticolo  12/ comparve  la  Russia  per  la  1/ 
volta  nella  questione  de'Luoghi  Santi,  e 
senza  parlare  di  diritti  o  di  concessioni 
precedenti ,  le  quali  non  esistevano  ,  la 
Russia  si  restrinse  a  stipular  colla  Porta: 
«Che  sarà  permesso  a'russi  di  far  pelle- 
grinaggi a  Gerusalemme  ed  altri  Luoghi 
Santi,  senza  essere  sottoposti  a  pagare  ve- 
rtin  tributo".  Ma  nello  stesso  anno  Acmet 
111, ad  istanza  dell'imperatore  Carlo  VI, 
emanò  quel  firmano  in  favore  de'religio- 
si  francescani  de'Luoghi  Santi, di  cui  par- 
lai nel  voi.  XXXIII,  p.  1 12.  Racconta  il 
Michaud  nella  Storia  delle Crociate,  che 
dopo  il  trattalo  di  Passa  io  witz  la  Porta 


T  U  R 

mandò  una  solenne  ambasciala  a  Luigi 
XV  re  di  Franti*, alla  cui  testa  era  Me- 
lieGiel-effendi  che  lo  avea  segnalo,  inca- 
ricalo di  pi  esentai  e  un  firmano,  che  ac- 
cordava acattolici  di  Gerusalemme  l'in- 
tero possedimento  del  s.  Sepolcro,  e  la 
libertà  di  riparare  le  loro  chiese.  1  tur- 
chi riponendo  ormai  le  loro  sperante  nel- 
la pace,  rinunciarono  fiu  da  questo  tem- 
po ad  ogni  disegno  di  conqu  ista  in  Eu- 
ropa; e  soddisfalli  d'aver  ricuperato  al- 
cune città  di  Morea,  non  pensarono  più 
che  a  difendere  il  loro  impero,  minaccia- 
to ora  da'tedeschi  e  ora  da'russi.Dal  mo- 
mento in  cui  non  s'ebbe  più  timori  dei 
turchi  per  la  cristianità,  la  Chiesa  non 
ebbe  più  da  predicar  crociate  contro  i 
turchi,  e  le  guerre  di  Levante  non  furo- 
no mosse  più  se  non  dall'ambizione  dei 
sovrani  e  dalle  ricordanze  dell'antica 
Grecia.  Lo  spirito  delle  crociate  del  seco- 
lo XI  era  stato  specialmente  suscitato  dal- 
le persecuzioni  iulraprese  contro  i  pelle- 
grini,e  dalla  condizione  misera  in  cui  ge- 
mevano i  cristiani  d'oriente.  Allorché  non 
furono  più  perseguitali  e  ch'ebbero  ma- 
li minori  a  soffrire,  la  cristianità  conteu- 
tossi  di  mandar  preghiere  a  Dio  per  la 
conservazione  della  pace  ne'luoghi  san- 
tificati da'miracoli  di  Gesù  Cristo.  Uno 
spirito  di  rassegnazione  prese  allora  il  pò  • 
sto  all'entusiasmo  delle  crociate;  gli  ora- 
tóri sagri  non  più  rivolsero  l'esortazione 
,al  valore  de'  guerrieri,  ma  soltanto  alla 
divozione  e  carità  de' fedeli.  I  pellegrini 
d'occidente  un  tempo  accolti  in  Gerusa- 
lemme e  ospitati,  da  secoli  lo  erano  e  so- 
no dal  guardiano  e  minori  osserva  nti  del 
s.  Sepolcro,  amorevoli  d'  ogui  soccorso. 
Nel  1722  vi  fu  qualche  idea  d'aggredire 
Malta,  ma  si  dissipò.  Peraltro  in  favo- 
re de'cavalieri  gerosolimitani  Papa  Inno- 
cenzo XIII  invitò  i  principi  cattolici  a  di- 
fenderli ,  e  mandò  a' cavalieri  più  di 
J  00,000  scudi,  comprese  le  oblazioni  del 
sagro  collegio.  Dipoi  la  Porta  non  solo 
si  mostrò  di  pacifiche  intenzioni  coli'or- 
diuegerosolimitano,  ma  eccitò  Luigi  XV, 


TUR 

re  di  Francia,  in  contraccambio  de'fir- 
mani  rilasciati  a  favore  de'Luoghi  San- 
ti, e  de'enstiani  abitanti  e  pellegrini,  per- 
chè le  navi  maltesi  rispettassero  la  mari- 
na ottomana;  e  dopo  quell'epoca  le  na- 
vi ottomane  furono  rispettate  da  quelle 
de'cavalieri  gerosolimitani  di  Malta.  Ac- 
inet  II!  credendo  di  compensarsi  in  Per- 
sia con  felici  successi,  le  dichiarò  guerra 
e  soggiacque  a  considerabili  sconfitte.  A- 
schraf  usurpatore  del  trono  persiano,  in 
più  incontri  uccise  i  5o,ooo  turchi  e  pre- 
se loro  molle  piazze.  Cominciando  a  sol- 
levarsi i  popoli  per  tante  guerre,  e  per 
essere  esausto  l'erario,  si  pacificò  con  A- 
schraf  in  Dagdad  nell'autunno  i  727,  con 
trattato  vantaggioso.  Per  tanti  disastri  e- 
sacerbati  gli  animi  contro  Acmet  III,  si 
commosseroi  turchi  inCostantinopolia'5 
ottobre  1780  con  orribile  sollevazione  e 
Io  detronizzarono.  Fu  proclamato  sultano 
Mahmoud  l  figlio  di  Mustafà  II,  e  il  de- 
posto zio  lo  andò  a  trarre  dalla  prigione, 
e  condotto  alla  sala  del  trono,  l'esortò  a 
profittare  del  suo  esempio,  di  non  aver 
lasciato  lungamente  igran  visir  incarica; 
gli  raccomandò  i  suoi  figli  e  la  propria 
persona,  e  andò  a  chiudersi  nella  stessa 
prigione,  ove  fini  oscuramente  i  suoi  gior- 
ni di  74  anni  nel  17 36.  Mahmoud  I  di- 
ventilo sultano  pel  favore  del  famoso  Pa- 
trona Rhalil,  le  prime  sue  cure  furono 
di  quietare  i  tumulti  e  castigane  la  fello- 
nia de'ribelli  principali  che  aveano  depo- 
sto lo  ziOj  facendone  strage.  Per  meglio 
pacificarsi  colla  Persia,  nel  1782  fece  un 
trattato  con  Sciah-Thamas;  ma  nel  1736 
usurpando  quel  trono  il  celebre  capitano 
Thamas-Kuli-Kan,disapprovòil  trattalo 
come  vergognoso  per  le  sue  condizioui,  e 
ricominciò  la  guerra  co'lurchi.  La  1 .  'vol- 
ta restò  vinto  dall'illustre  gran  visir  To- 
pal-Osmano  ,  ma  poi  in  due  battaglie 
trionfò de'turchi,  e  ricuperò  quanto  que- 
sti aveano  occupato  iuPersia,pe'qoali  suc- 
cessi fu  acclamato  Sciali  Nadir.  Questi  si 
pacificò  co'turchi,  venendo  da  loro  rico- 
nosciuto per  sciali,  e  cedendo  adesso  Eri- 


T  U  R  357 

van  e  Tauri»,  colla  Giorgia  e  l'Armenia 
persiana.  Indi  suscitatasi  la  guerra  in  Eu- 
ropa, il  governo  di  Mahmoud  I  la  dichia- 
rò all'imperatore  Carlo  VI,  aiutato  dai 
russi  comandati  dal  maresciallo  Manica: 
diedero  motivo  a  questa  guerra  le  mire  di 
Carlo  VI  e  della  Russia  pel  rovesciamen- 
to dell'impero  ottomano.  Questo  fu  sal- 
vato pel  valore  di  Rislar  agà  eunuco  ne- 
gro e  per  le  vittorie  riportate  nella  Bo- 
snia: ripresero  i  turchi  Belgrado,  e  Or- 
sova  colle  porzioni  della  Servia  e  della 
Valacchia  cedute  agl'imperiali  uella  pa- 
ce di  Passarowitz.  Indi  la  Porta  a'22  set- 
tembre 1739  si  pacificò  con  Carlo  VI  e 
colla  Russia,  a  condizione  di  smantellare 
le  nuove  fortificazioni  di  Belgrado,  il  che 
da'turclii  fu  eseguito  fedelmente.  Nell'ar- 
ticolo g.°  di  questo  trattalo  internaziona- 
le si  conferma  i  privilegi  concessi  in  au- 
lico areligiosi  cattoliche  in  quanto a'sud- 
dili  dell'imperatore  di  Russia,  non  si  fa 
che  conceder  loro  licenza  di  visitar  i  Luo- 
ghi Suiti.  Inoltre  Mahmoud  1  con  suo 
firmano,  esistente  negli  archivi  de' religio- 
si  francescani  di  Terra  Santa,  nel  1740 
confermò  i  precedenti,  con  l'elenco  par- 
licolareggiatodi  tutti  i  santuari  possedu- 
ti da'religiosi  franchi.  Mahmoud  I  non 
s'ingeriva  negli  affari,  fidando  a'suoi  mi- 
nistri la  cura  di  governare,  insieme  alla 
Valide  e  a  Ristar  agà,  così  la  scelta  dei 
gran  visir.  Non  si  occupava  che  di  diver- 
timenti e  di  piaceri  ,  amava  il  fasto  ,  le 
gioie,  le  porcellane,  il  denaro.  Insorte  do- 
glianze per  l'abuso  de'suoi  favoriti,  ces- 
sarono allorché  furono  sagrifica ti.  II  suo 
carattere  dolce  e  pacifico  lo  fece  amare; 
contribuì  colla  sua  mediazione  in  favo- 
re dell'imperatrice  M.a  Teresa,  pel  termi- 
ne della  lunga  guerra  accesa  contro  di 
essa.  Sebbene  amasse  il  popolo,  questo 
mostrò  malcontento  per  vederlo  privo  di 
successione,  ma  egli  lo  quietò  dispensan- 
do immense  somme.  Una  fistola  che  lo 
travagliava  impedendogli  d'andare  a  ca- 
vallo, lo  costrinse  a  rimanere  nel  serra- 
glio; il  popolo  nou  più  vedendolo  andare 


353 


TUR 


il  vetta  dì  alla  moschea,  secondo  l'uso  im- 
memorabile de'sultani,  cominciò  a  mor- 
morate, temendo  che  si  occultasse  la  Mia 
morte.  Mahmoud  1  fece  uno  sforzo  per 
mostrarsi,  e  fu  vittima  di  questa  condi- 
scendenza politico-religiosa,  spirando  sul 
cavallo  nel  rientrale  dentro  il  serraglio, 
u'i  3  dicembre  1754  di  49  auui, compiuti- 
to  universalmente.  Cavalo  dal  carcere, 
ov'era  chiuso  per  la  solita  gelosia  di  sta- 
to, il  fratello  Osiuano  o  Ottomano  o  Ot- 
man  HI,  tranquillamente  fu  proclamato 
sultano.  Osservo  anche  nelle  poche  noti* 
ziedi  queslosullano,  le  frequenti  ed  enor- 
mi contraddizioni  de'biografi  degl'impe- 
ratori ottomani,  vero  scoglio  per  un  com- 
pilatore, gli  uni  esaltando  un  sultano  co- 
me ornalo  di  belle  doti,  mentre  altri  Io 
dipingono  co'più  tetri  colori.  Valga  per 
lutti  per  saggio  l'esempio  che  produco  di 
Oliuan  111.  11  più  volle  ricordalo  Abbon- 
da uza,  uel  Dizionario  de' monarchi  otto- 
mani,  colla  solila  sua  parzialità  panegi- 
rica, rappresenta  Otman  111  nato  per  es- 
ser amato  e  subito  fece  spicca  re  la  genero- 
sità, con  distribuire  a'giannizzeri  20,000 
zecchini,  in  luogo  della  consueta  somma. 
Dichiarò  Valide  la  madre,  benché  avan- 
zala in  età.  Amante  della  pace,  la  coltivò 
con  tutto  l'impegno  e  specialmente  coi 
principi  cristiani.  Sotto  il  suo  regno  fio- 
rirono la  giustizia,  la  carità  e  la  disciplina 
militare.  E  siccome  era  nato  per  essere  da 
tulli  amato,  così  morì  per  essere  da  lutti 
compianto  u'29  ottobre  1  757.  A  questo  e- 
logio  dell'Abbondanza, che  veramente  fu 
abbondante  nelle  lodi, senta  pelò  lacere 
le  principali  delle  molte  crudeltà  di  cui 
è  lauto  insanguinata  la  storia  de' turchi, 
contrappongo  il  riferito  dalla  Biografia 
universale,  ricavato  da  De  Saliberry.  11 
regno  d'Osmano  111  fu  breve  e  contras- 
segnato dall'incapacità,  dall'indecisione  e 
dalle  crudeltà.  Cambiò  coutiuuameule  i 
grau  visir,  uè  discernè  mai  i  buoni  dai 
cattivi  consigli:  fedele,  per  un  istinto 
feroce,  alia  politica  sanguinaria  che  con- 
siglia i  sultani  a  liberarsi  di  que'prossi- 


TUR 
mi  parenti  cui  sembra  che  i  voli  del  popò 
lo  chiamino  a  salire  sul  trono,  fece  avve- 
lenare due  principi  (iglid'Acmet  111,  dei 
quali  la  vita  l'adombrava,  e  temeva  le 
qualità  eminenti.  Il  solo  evento  del  re- 
gno d'Osmano  III  fu  la  disfatta  e  il  sac- 
cheggio della  carovana  della  Mecca,  fat- 
to dagli  arabi  nel  1  757.  Dopo  aver  depo- 
sti o  fatti  morire  6  gran  visir  e  altrettan- 
ti carata  ka  ti,  l'imbecille  e  feroce  Osmauo 
111  morì  quasi  improvvisamente;  la  sua 
morte  procurò  il  trono  e  salvò  la  vita  a 
suo  cugino  ozio  Mustafà  IN,  e  conservò 
i  sigilli  al  celebre  gran  visir  Ragli  ih  Me- 
be  mei  pascià  >ch 'era  vicino  a  perde  ili.  Mu- 
stafà 111  dopo  la  deposizione  d'Acmet  III 
suo  padre,  era  sempre  vissuto  tra  la  noia 
e  l'iuquietitudine,  e  colpito  continuamen- 
te dal  timore  di  veder  terminare  i  gior- 
ni suoi  col  veleno.  1  grandi  dell'impero  il 
crederono  debole,  e  si  lusingarono  di  go- 
vernare in  suo  nome;  il  popolo  sperò  che 
fosse  prodigo;  ma  tanto  gli  uni  che  gli  al- 
tri s'ingannarono.  Disse  al  gran  visir  che 
lo  pose  sul  trono:  Conserverò  i  miei  mi- 
nistri finché  sarò  contento  de'loro  servi- 
gi. Rilegò  aLemnosil  protomedico  di  cor- 
lej  a  cui  attribuì  la  morte  del  predecesso- 
re. Dopo  aver  cinto  la  scimitarra  nella 
moschea  d'Eiub,  passando  innanzi  all'o- 
da o  caserma  de'giannizzeri,  nel  prende- 
re il  sorbetto  che  secondo  l'uso  gli  fu  pre- 
sentato, disse  a'  comandanti  nel  restitui- 
re la  coppa  :  Se  a  Dio  piace,  il  berremo 
insieme  nella  prossima  primavera  sotto 
le  mura  di  Beuder.  L'Abbondanza  uarra 
che  in  luogo  della  solita  distribuzione  ai 
giannizzeri,  regalò  un  milione  di  fiorini 
d'Olanda,  cioè  000,000  piastre  (quando 
valevano  8  paoli),  somma  che  niuno  dei 
predecessori  avea  donato.  Subilo  rinno- 
vò le  leggi  suntuarie  contro  il  lusso  dei 
greci  e  degli  armeni,  e  sul  modo  di  vesti- 
re degli  ebrei,  dalle  quali  erano  escuti  i 
franchi.  Diminuì  il  lusso  del  serraglio,  si 
applicòa  varie  riforme  economiche, e  sop- 
presse parecchi  inutili  impieghi.  Sedotto 
iuighib  pascià  dall'oro  de'greci  e  degli  ar- 


TUR 

ineni,ottenne  dui  sultano  un  fìrmano,che 
dava  loro  il  possesso  dell'ala  sinistra  del 
coro  della  gran  chiesa  di  Beltlemme,  il 
Sepolcro  e  la  eappella  sotterranea  della  B. 
Vergine  in  Getsemani,  la  piccola  cupola 
del  s.  Sepolcro  di  Gesù.  Cristo  ,  ed  una 
chiave  della  grolla  della  Natività.  Nel 
1760  essendosi  lagnato  di  questa  viola- 
zione de'palli  l'ambasciatore  di  Francia, 
il  gran  visir,  ad  onta  del  diritto  di  pro- 
prietà de'fraucescani, ad  onta  di  tanti fir- 
mani  e  articoli  di  trattati  internaziona- 
li fatti  colle  potenze  cattoliche  d'occiden- 
te, audacemente  rispose.  «  Questi  luoghi 
appartengono  al  Sultano  mio  signore,  il 
quale  li  dà  a  chi  meglio  gli  aggrada.  Può 
darsi  molto  bene  ch'essi  sieno  sempre  sla- 
ti in  mauode'franchi,ma  SnaAltezza  vuo- 
le ch'essi  sieno  ora  in  mano  de'greci".  Nel- 
lo .slesso  anno  fuggirono  78  schiavi  con 
un  vascello  di  Mehemet  pascià,  mentre  ri- 
scuoteva i  tributi  nell'isole  dell'Arcipela- 
go. Approdati  a  Malta  lo  douarono  a'ca- 
\alieri,i  quali  però  rifiutarono  il  carico. 
Irritato  il  pascià  preparò  un  terribile  ar- 
mamento contro  Malta  per  vendicarsi. 
11  redi  Francia  s'interpose, comprò  il  va- 
scello, lo  mandò  al  sultano  e  tutto  fu  fi- 
nito. IlcarattereguerrierodiMustafàllI, 
che  piaceva  a'soldati,  finché  visse  il  gran 
visirPiaghib  fu  modificato  ispirandogli  di- 
sposizioni pacifiche,  nella  sua  saggezza  ve- 
dendo che  la  guerra  non  conveniva  ne 
alla  gloria,  ne  all'interesse  dell'impero  ot- 
tomauo.Essendo  \aPolonia  in  guerra  col- 
la Russia,  lai. 'invocò  l'aiuto  di  Mustafà 
HI,  il  quale  rispose  nel  1768  a  mezzo  del 
gran  visir  Mehemet  Ernia,  che  l'avreb- 
be difesa.  Il  eh.  Coppi,  negli  Annali  d'I- 
talia, narra  che  la  Francia  gelosa  di  ve- 
der l'influenza  che  esercitava  sulla  Polo 
nia  Caterina  II  imperatrice  di  Russia,  po- 
tenza che  da  poco  più.  di  mezzo  secolo  a- 
vendo  cominciato  a  prender  parte  negli 
affari  d'Europa,  avea  già  acquistata  una 
imponente  considerazione,  intenta  la 
Fraucia  a  far  retrocedere  la  poteuza  di 
Russia,  indusse  laPorta  nel  1 768  a  dichia- 


TUR  359 

rarle  la  guerra,  poiché  avea  il  progetto 
di  fare  rivivere  le  repubbliche  d'Atene  e 
di  Spatta,  per  opporle  al  vecchio  impero 
degliOsmani.PiadunatosulDanubioun  e- 
sercito  di  circa  3oo,ooo  turchi,  sotto  fri- 
voli pretesti,  il  sultano  dichiarò  guerra  al- 
la Russia,  contro  il  parere  del  divano  e 
per  contentare  anche  il  popolo.  AlloraCa- 
lerina  II  sviluppando  le  forze  del  suo  va- 
sto impero,  mandò  verso  il  Danubio  e  la 
Crimea  armate  sufficienti  a  resistere  al 
nemico,  e  le  sue  truppe  ben  ordinate  fu- 
rono costantemente  vittoriose  siili'  indi- 
sciplinate masse  turche.  Intanto  in  Asia 
Caterina  lì  suscitò  i  principi  cristiani  della 
Giorgia  a  rendersi  indipendenti  dallaPor- 
la, promettendo  di  assisterli,  e  nello  stesso 
tempo  fece  uscir  dal  Baltico  una  flotta  con 
truppe  da  sbarco,  dirigendola  nel  Medi- 
terraneo ad  assalir  le  coste  della  Morea  e 
l'isole  dell'Arcipelago.  A  sì  vasti  proget- 
ti l'Europa  rimase  attonita,  e  l'Italia  che 
vide  ne'suoi  porti  quell'armata  navale,co- 
minciòa  considerare  che  la  lontana  Rus- 
sia poteva  influire  direttamente  ne'suoi 
interessi.  Nello  spedire  la  sua  flotta  nel 
Mediterraneo  per  combattere  i  turchi, 
Caterina  li  avea  avuto  particolar  atten- 
zione d'indurrei  cavalieri  di  Malta  a  coo- 
perare all'impresa,  per  cui  il  gran  mae- 
stro avea  allestito  la  flotta  dell'ordine  per 
unirla  alla  russa.  Ma  Luigi  XV  re  di 
Francia,  intento  come  i  suoi  predecesso- 
ri a  sostenere  la  Porta,  minacciò  i  cava- 
lieri d'impadronirsi  di  tutti  i  beni  che  pos- 
sedevano nel  suo  regno,  se  non  desiste- 
vano dalla  lega  co'  russi.  Non  potendo  i 
cavalieri  resistere  a  intimazione  cosi  for- 
te, per  onestare  la  cosa  il  gran  maestro 
partecipò  all'  ammiraglio  russo  Orlon0, 
d'essere  stati  richiesti  da  Luigi  XV  di  por- 
tar le  armi  contro  i  tripolini  ch'eransi  im- 
padroniti d'alcuni  bastimenti  con  bandie- 
ra francese.  Iufatti  spedì  la  squadra  Mal- 
tese a  bombardare  Tripoli,  contro  gli  a- 
bi lauti  del  quale3sempre  rapaci, uon  man- 
cavano mai  motivi  di  guerra.  Supremo 
generale  dell'armala  russa  fu  il  conte  Ro- 


36o  t  ti  R 

manzow  feldmaresciallo,  tenenti  genera- 
li Plemannikow  e  principe  Uepnin,quar- 
tier  mastro  il  general  Bever,  comandan- 
te della  flolta  il  generale  Elphinston.  I 
primi  combattimenti  de'turchi  contro  i 
russi  finirono  nel  i  769  con  impadronir- 
ti i  russi  nuovamente  eli  Khotin  o  Choc* 
zim,  die  aveano  occupalo  nel  1789  con 
battaglia  memorabile,  città  di  Bessara- 
bia  presso  la  riva  destra  del  Dniester;  del- 
la Moldavia,  per  l'intelligente  con  quel 
palatino  di  Nicola  Dhraco,  dragomanno 
del  gran  visir  Meliemet  Emiri,  il  quale 
pure  fu  colpevole  per  negligenza, ed  am- 
bedue perderono  poi  la  testa  ;  e  di  una 
parte  della  Valacchia. La  guerra  del  1770 
riuscì  pe'turchi  ancor  più  disastrosa,  e  fu 
resa  celebre  dalla  terribile  battaglia  na- 
vale di  Tcbesme  o  Tcbecbmeb  ,  golfo 
presso  l'isola  di  Scio  nell'Arcipelago,  dal- 
i'incendiodella  flotta  ollomuna  di  3o  11  a - 
vi,con  istrattageroma  la  noltede'5  luglio, 
e  con  orrenda  strage  di  12,000  turchi; 
dalla  disfatta  del  kan  di  Crimea  sul  Pruth, 
dalla  rotta  deli'  esercito  del  gran  visir 
presso  all'imbocca  tura  di  tal  fiume,il  qua- 
le era  slato  spellatole  dell'angustie  dello 
czar  Pietro  1  per  opera  di  quegli  stessi 
turchi  allora  vinti,  benché  in  numero  di 
i5o,ooo,  da  forze  assai  inferiori  alle  lo- 
ro, perdendo  circa  la  3."  parte  dell'eser- 
cito ei4o  pezzi  di  cannone;  e  dalla  per- 
dila di  Bender,  della  Bessarabia  e  di  pa- 
recchie isole  dell'Arcipelago,  con  immen- 
so bollino  e  munizioni  d'ogni  sorte.  Nel 
medesimo  tempo  l'Albania  e  laMoldavia, 
istigate  da'russi,  tentarono  di  sollevarsi; 
Ah  bey  s'impadronì  dell'Egitto,  e  lo  sot- 
trasse dal  dominio  del  sultano;  il  cheik 
Dhaber  cominciò  a  regnar  da  principe 
indipendente  su  d'una  parte  della  Siria; 
ed  a  stento  i  turchi  contesero  il  Danubio 
a'vineitori  russi.  Nel  1  77  1  la  Crimea  cad- 
de in  loro  potere,  e  nel  1772  colla  me- 
diazione dell'imperatore  e  del  redi  Prus- 
sia venne  convocato  e  tosto  sciolto  il  con- 
gresso di  Focziani  o  Fokchani,  e  le  con- 
ferenze di  Bukarest  non  riuscirono  me- 


X  E  R 

glio.  Caterina  li  dopo  il  i.°  spartimen'o 
della  Polonia,  eolle  provincie  della  (pia- 
le ingrandì  l'impero, dopo  la  sommissio- 
ne della  Crimea,  in  seguito  questa  volle 
vedere.  A  Chcrson  trovò  un  arco  coll'e- 
pigrafe:  Questa  e  la  vìa  di  Bisanzio!  La 
guerra  continuò,  e  la  campagna  del  1773 
procurò  alcuni  vantàggi  a'turchi.  Milita- 
la III  in  mezzo  a  tante  amarezze  e  umi- 
liazioni, lece  di  tutto  per  uscir  con  deco- 
ro da  sì  disastrosa  guerra,  per  la  quale 
spese  inutilmente  immensi  tesori,  spopo- 
lò le  provincie  dell'impero,  e  restò  del 
tutto  deluso nellesue  speranze.  Con  nuo- 
ve leve  sempre  rinforzòl'armata,  aumen- 
tando l'ingaggio  sino  a  i5  zecchini  vene- 
ti. Scelse  i  più  bravi  guerrieri  pel  coman- 
do di  sue  armate,  né  perdonò  a  spese  nel 
servirsi  de'più  rinomati  ingegneri.  Per  ul- 
timo fece  produrre  lo  stendardo  di  Mao- 
metto, ed  ancor  questo  senza  successo. 
Imperocché  i  generali  russi  che  aveano 
preso  ascendente  sui  turchi  sì  per  mare 
che  per  terra,  si  ridevano  degli  sforzi  del 
sultano.  Avvilito  e  confuso  M  usta  fa  HI 
dalle  triste  vicende  che  rapidamente  si 
succedevano,  si  propose  prima  di  rinun- 
zia!-l'impero  al  fratello  Dajazel,  poi  eli  di- 
viderselo con  esso,  cedendo  a  lui  gli  sta- 
ti d'Europa,  ri  lenendo  per  se  que'd'Asia, 
e  finalmente  di  porsi  alla  testa  dell'arma- 
ta ,  menlre  le  sue  forze  fisiche  non  cor- 
risposero al  vigore  del  suo  carattere.  Ma 
intanto  che  consultava,  i  russi  per  mare 
e  per  terra  trionfavano;  e  se  i  russi  non 
passarono  i  Dardanelli,  con  che  diveniva- 
no padroni  di  Costantinopoli,  si  deve  al- 
la bravura  del  celebre  ingegnere  france- 
se de  Tott,  che  seppe  costruire  e  dirige- 
re le  formidabili  batterie,  e  montate  da 
cannoni  fatti  fondere  da  lui.  Verso  la  fine 
del  1773  gli  si  debilitò  la  salute  visibil- 
mente; chiamato  a  se  il  fratello  AbduI- 
Hamed,  che  altri  chiamano  Acmet  IV, 
gli  raccomandò  suo  figlio  Selim,  e  morì 
a'21  gennaio  1774  di  58  anni.  Mattata 
IH  ebbe  sano  criterio,  cuore  retto,  costu- 


mi austeri. S'istruì  nel! 


api 


'ione  median- 


T  U  R 

!e  io  studio  della  storia  e  delle  leggi;  a- 
vea  lati  le  elocuzione,  ma  mediocre  inge- 
gno. L'incapacità  de'suoi  generali  fu  la 
principale  cagione  di  sue  sconfìtte.  In  cir- 
costanze meno  ardue,  col  suo  zelo  e  buo- 
ne intenzioni,  avrebbe  potuto  operaie  co- 
se grandi. Sotto  il  regno  di  Mustafa  III,  la 
Russia  inspirò  a'greci  quello  spirito  d'in- 
dipendenza, que'prineipii  di  libertà,  die 
a'giorni  nostri  operarono  il  gran  cambia- 
mento nel  sistema  politico  d'Europa. Ab- 
dul  Hamed  per  salire  sul  trono  fu  trat- 
to dalla  prigione,  ove  per  gelosia  di  sla- 
to visse  circa  44  anni,  ed  ove  fece  rin- 
cbiudere  il  nipote  Selim  di  7  anni,  trat- 
tandolo benignamente.  Confermò  i  mini- 
stri nelle  cariche,  e  li  regalò  magnifica  - 
mente.  D'animo  mansueto,  dolce,  nobi- 
le, liberale  e  spregiudicato,  per  l'età  gli 
mancò  quel  coraggio  e  quell'attività  die 
abbisognavano  all'impero  ottomano,  per 
evitare  quelle  umiliazioni  cui  tosto  sog- 
giacque. Zelante  per  l'educazione  de'suoi 
figli  Solimano,  Mustafà  e  Mabmud  (ab 
tri  affermano  cbe  non  ebbe  prole  erro- 
neainente)procurò  che  fossero  istituti  nei 
buoni  principii  e  nelle  belle  lettere.  Ami- 
co della  pace,  ma  geloso  dell'onore  del 
Irono»  spinse  con  tutta  forza  i  preparati- 
vi per  continuar  la  guerra  contro  la  Rus- 
sia, cominciati  dal  fratello.  I  suoi  eserci- 
ti, de'quali  era  capitano  il  gran  visir  Mus- 
sum-Oglou,  vennero  cresciuti  sino  al  nu- 
mero di  400.000  combattenti;  ma  la  di- 
sciplina e  il  valore  de'  russi  trionfarono 
ovunque  del  numeroe  dell'ignoranza  dei 
nemici.  I  torcili  già  sconfìtti  da 'genera- 
li Soltikow,  Kamensky  e  Suwarow,  fu- 
rono iu  Bulgaria  in  numero  di  40,000 
chiusi  nel  loro  campo  di  Scimmia,  dalle 
mosse  strategiche  e  ingegnose  del  feld- 
maresciallo Komanzow,  ed  il  visir  sepa- 
rato dalle  genti  slaccate  dal  grosso  del- 
l'esercito e  da'  magazzini,  im  possi  bili  lato 
a  ritirarsi  ed  a  combattere,  e  posto  fuo- 
ri del  caso  d'aver  soccorso,  fu  costretto 
di  domandar  la  pace,  di  cui  prima  il  di- 
vano non  voleva  sentirne  parlare;  già  a- 


TUR  36r 

vendo  assicurato  in  Adrianopoli  la  cassa 
militare,  la  cancelleria  di  guerra  e  lo  sten- 
dardo  di  Maometto.  I  plenipotenziari  del- 
la Porta  si  condussero  con  magnifiche  ten- 
ia 

de  in  vicinanza  al  corpo  d'armata  del  ge- 
neral Kamensky,  per  recarsi  ai  quartie- 
re generale  di  Romanzow  presso  Silistria, 
ma  si  fecero  fermare  a  Bujuck-Kaynardgi 
oRainardji.  Il  visir  si  finse  ammalato  pei* 
evitare  il  rossore  di  comparire  avanti  il 
vincitore  R.omanzow ,  che  vi  si  recò  col 
principe  Nicola  Piepnin,  il  quale  col  vi- 
ce-visir Nicha udiii  llesnè,  Achmet  effen- 
di,  e  Ibraim  Missembel  nuovo  reis-eflen- 
di,  a'2  r  luglioi  774-concluseroIu  pace  tra 
la  Russia  e  la  Turchia  e  sottoscrissero  il 
seguente  trattato,  cioè  nello  stesso  gior- 
no incili  i  turchi  sul  Penili  aveano accor- 
dato a  Pietro  I  la  sospirala  pace.  i.° In- 
dipendenza de'tartari,  che  le  due  poten- 
ze riconobbero  popolo  libero;  e  che  il  lo- 
ro kan  .non  dovesse  far  altri  ofiìzi  al  sul- 
tano di  quelli  che  impone  il  maometti- 
smo al  supremo  califfo.  2.0  Si  permise  la 
navigazione  reciproca  libera  in  tutti  i  ma- 
ri e  fiumi,  e  di  dar  fondo  in  lutti  i  por- 
ti e  l'ade  de'due  imperi.  3.°  Piena  liber- 
tà reciproca  di  costruire  dappertutto  nuo- 
ve fortezze  e  far  nuove  fortificazioni  al- 
l'antiche. 4-°  Che  la  Porta  dasseil  lito- 
Io  di  Pa disa eh  o  Imperatore  di  tutte  le 
Russie  a  sovrani  di  quell'impero.  5.°  La 
Porta  cede  per  sempre  alla  Russia  lepiaz- 
zed'Azow,  YenicalèjKertscheKinbouru 
co'loro  rispettivi  territori:,  e  una  lingua 
di  terra  fra'fiumi  Boug  e  Dnieper.  G.°  La 
Russia  restituì  tutte  le  conquiste  fatte  sul- 
l'impero ottomano,  stipulando  per  tutti 
gli  abitanti  delle  provinole  ed  isole  che 
-restituì  certe  prerogative  e  privilegi,  che 
le  misero  al  coperto  d'ogni  e  qualunque 
oppressione.  In  sostanza  per  questo  ver- 
gognoso trattato  la  Porta  fu  obbligata  a 
riconoscere  I'  indipendenza  della  picco- 
la Tarlarla  o  Crimea  e  del  suo  kan,  di 
Budjnk  e  Kuban;  cede  alla  Russia  le  for- 
tezze di  Azow,  Kilbonran  e  altre  sul  mar 
Nero,  e  permise  la  libera  navigazione  nel- 


3Ga 


T  U  R 


l'acque  della  Turchia  a  tutti  i  bastimen- 
ti mercantili  russi.  La  Giorgia  fu  libera- 
ta da'tribuli  che  pagava  a'iurchi.  La  Rus- 
sia ricevè  inoltre  una  somma  di  denaro 
in  rimborso  delle  spese  della  guerra.  La 
Russia  restituì  la  Moldavia  eia  Valacchia 
clie  avea  occupate.  Il  trattato  fu  poi  ra- 
tificato dal  feldmaresciallo  Romanzow, 
e  dal  gran  visir  Mnssum-Oglou,  il  quale 
morì  pochi  giorni  dopo.  Indi  l'imperato- 
re Giuseppe  II  reclamò  il  distretto  della 
Rokowina,  perchè  situato  tra  la  Gallizia 
e  la  Transilvania,  e  come  antica  dipen- 
denti! dell'  Ungheria,  e  allora  unita  alla 
Moldavia.  I  russi  nello  sgombrare  questa 
provincia  la  rimisero  agli  austriaci;  e  la 
Porta  credette  prudente  il  dissimulare  e 
cedei  la  dipoi  formalmente.  II  regno  d'Ab- 
dul-Hamed  fu  ancora  funestato  da  lagri- 
mevoli  incendi  che  desolarono  Costanti- 
nopoli, e  fatale  fu  quello  del  i  782,  in  cui 
il  sultano  di  persona  si  recò  per  impedir- 
ne la  dilatazione  e  con  profusione  soccor- 
se i  danneggiati;  quindi  intraprese  la  rie- 
dificazione del  dislrutto.il  sultano  (ecc.  poi 
pubblicare  un  editto  per  vietare  l'abuso 
dell'eccessivo  fumare  il  tabacco,  e  trave 
stilo  si  recava  ne'luoghi  per  vedere  se  si 
osservava  la  legge,  facendo  punire  i  tra- 
sgressori. 1  cattolici  sotto  di  lui  goderouo 
protezione,  massime  dalla  tirannia  del  pa 
Inarca  greco-scismatico  di  Costantinopo- 
li ,  che  perciò  severamente  castigò.  Nel 
1783  il  sultano  concluse  un  trattato  col 
redi  Spagna  Carlo  HI,  al  quale  poi  il  suc- 
cessore concesse  il  titolo  dr  protettore  dei 
sauluari  di  Palestina  e  de'francescani  che 
l'hanno  in  custodia.  1  vantaggi  consegui- 
ti dalla  Russia  non  la  distolsero  dal  fare 
pel  corso  di  più  anni  una  sorda  guerra  al 
disgraziato  Abdul-Hatned.  I  generali  rus- 
fci  invasero  la  Crimea;  il  divano  in  coster- 
nazione osò  appena  mormorare  contro 
tale  pubblica  aggressione,  a  cui  si  aggiun- 
se l'abdicazione  del  kan  costrettovi  dalla 
Russia.  11  sultano  volendo  con  questa  po- 
tenza ristabilirla  pace,  l'ottenne  VS  gen- 
naio! 784.  Non  pertanto  Cateriua  li  nou 


TUR 

nbbandonòla  Crimea,  continuando  a  mo- 
strarsi ostile,  e  sostenendo  le  pretensioui 
di  Giuseppe  II  sui  confini  de'due  imperi  e 
sopra  alcuni  privilegi.  Ambedue  le  poten- 
ze continuamente  minacciavano  l'impe- 
ro, dilanialo  da  interne  divisioni  intesti- 
ne noi  divano  e  Ira'ministri.  Per  una  sol- 
levazione il  sultano  fu  in  pericolo  di  per- 
dere trono  e  vita,  per  una  congiura  che 
costò  le  teste  a  più  pascià  e  ministri,  le 
(piali  ad  ter  romeni  furono  esposte  sulla  ci- 
ma delle  mura  del  serraglio;  e  diversi  di- 
gnitari furono  spogliati  de'loro  tesori.  Di 
frequente  si  cambiarono!  membri  del  di- 
vano, e  in  breve  spazio  5  muftì  furono 
privati  della  dignità,  spesso  si  elevarono  al 
visirato  persone  non  degne  dell'imperio- 
se circostanze  che  da  ogni  parte  minac- 
ciavano l'impero  sconcertato.  11  pascià  di 
Scutari  Mahmud  ribellatosi,  rovinò  l'Al- 
bania e  osò  marciare  su  Costantinopoli 
con  4O)O0O  uomini;  mentre  l'impostore 
Mausur,  spacciandosi  per  profeta,  teneva 
agitala  l'Asia.  Abdul-tlamed  vedeva  la 
decadenza  del  proprio  impero,  ne  deplo- 
rava la  sorte,  e  non  poteva  uè  prevenirla, 
uè  arrestarla.  Finalmente  neh  787,  mos- 
so da'consigli  e  dalle  promesse  dell'  In- 
ghilterra e  della  Prussia,  intimò  di  nuo- 
vo la  guerra  alla  Russia,  che  col  suo  con- 
tegno la  provocava,  anche  per  l'inadem- 
pimento d'alcuni  articoli  del  trattalo  di 
Kaynardgi.  lira  troppo  tardi,  poiché  or- 
mai la  Crimea  si  considerava  provincia 
russa,  avendola  Cateriua  li  riunita  all'ini  - 
pero.  Avendo  la  Porta  interpellato  Giu- 
seppe II,  per  sapere  qual  parte  avrebbe 
egli  preso  in  quella  guerra,  rispose  l'im- 
peratore, essere  obbligato  a  soccorrere  la 
Russia  con  3o,ooo  uomini,  offrire  non- 
dimeno la  sua  mediazione  per  ristabili- 
re la  pace.  Frattanto  radunò  truppe  nel- 
1'  Ungheria,  e  dopo  aver  tentato  inutil- 
mente di  sorprendere  Belgrado,  a'  9  feb- 
braio 1788  dichiarò  guerra  alla  Tur- 
chia. Ni  un  fatto  interessante  era  seguilo 
nella  1  .'campagna  tra'russi  e  i  turchi.  Nel 
1788  poi  il  principe  di  Poleuikiucoman- 


T  U  R 
dante  supremo  de'russi,a'  17  dicembre 
espugnò  Oczakow  o  OlchakofF  impor- 
tante  fortezza  sul  mar  Nero.  Gli  austria- 
ci comandali  da  Lacy  misero  il  campo 
principale  a  Semlino,  indi  s'impadroni- 
rono di  Choczim,  Dubitza  e  Novi.  11  gran 
visir  Youssouf  si  portò  colla  principale 
armata  contro  gii  austriaci,  e  nell'agosto 
invaseli  Cannato  e  la  Transilvania.  Vi 
accorse  Giuseppe  li  ,  ma  con  disastrosa 
ritirata  dovè  tornare  a  Semlino;  rinvigo- 
rito poscia  l'esercito,  cacciò  i  turchi  dal 
Cannato.  Gustavo  HI  re  di  Svezia  fece  a 
favore  de'lurchi  una  potente  diversione, 
sdegnato  contro  Caterina  11  per  l'influen- 
za che  voleva  esercitar  nel  suo  stato.  Pri- 
nia  impedì  colla  sua  flotta  che  uscisse  dal 
Baltico  la  russa  ,  preparata  a  Cronstadt 
per  recarsi  nel  Medi  terra  neo;econ36,ooo 
svedesi  che  riunì  in  Finlandia  gettò  la 
costernazione  nella  stessa  Pietroburgo, 
non  avendo  i  russi  che  1 4, 000  uomini  da 
opporgli.  L'insubordinazione  d'alcuni  of- 
ficiali e  la  guerra  dalla  Danimarca  dichia- 
rata alia  Svezia,  quale  alleata  di  Russia, 
impedirono  a  Gustavo  HI  di  riportare 
que'  vantaggi  che  sembravano  indicati 
dalla  sua  situazione.  Intanto  si  collega* 
rotio  l'Inghilterra  e  la  Prussia,  che  già  Io 
erano  coli' Olanda,  col  fine  di  pacificar 
l'oriente,  ch'era  minacciato  da  una  gran- 
de rivoluzione.  Abdul-liamed  in  mezzo 
a'pi eparativi  della  guerra  pel  1  789  mo- 
ri a'7  aprile,  lasciando  al  nipote  un  im- 
pero vacillante  per  irreparabili  perdite, 
ministri  vili  e  corrotti,  pascià  sollevati,  e- 
sercili  senza  disciplina,  e  generali  privi  di 
talento  e  di  sperienza.  Con  tali  infelici  au- 
spici! montò  sul  trono  Selim  III  tiglio  di 
Muslafà  lll,chevivea  liberissimo  nel  ser- 
raglio, e  1'  alletto  che  mostrò  per  lui  lo 
zio  Abdul-Hamed  il  rese  caro  a  tutti  i 
mussulmani.  Per  l'impotenza  di  questi  ad 
aver  prole  (il  che  non  è  vero  perchè  eb- 
be i  nominali  tigli,  due  de'quali  regnaro- 
no), si  offrirono  delie  donne  a  Selim  III 
nell'età  eli  1  z^  anni,  ma  egli  le  rifiutò  di- 
cendo; Che  non  voleva  che  figli  di  sovra- 


T  U  R  363 

no.  Risposta  imprudente,  ma  profonda- 
mente pensata.  Mal  sopportando  gli  af- 
fronti accumulali  sull'impero  che  dovea 
governare  un  giorno,  e  irritato  della  de- 
bolezza dello  zio  e  della  corruzione  dei 
ministri,  non  sognava  che  la  rigenerazio- 
ne del  suo  paese,  ed  i  bei  giorni  degli  A- 
murai  e  di  Maometto  li.  Non  avendo  let« 
lo  che  l'Alcorano  e  alcuni  annali  poco  ve- 
ridici, attinse  alcune  idee  elevale  io  una 
specie  di  testamento  politico  che  suo  pa- 
dre avea  scritto  per  sua  istruzione.  Pe- 
netrato di  rispetto  per  la  memoria  del  pa- 
dre, e  confidando  d'  esser  più  fortunato 
di  lui,  si  propose  prenderlo  a  modello.  A 
tale  divisamento  era  incoraggiato -da  sua 
madre  di  gran  senno,  e  dal  d.r  Lorenzo 
chirurgo  italiano  che  V  avea  curato  du- 
rante il  vaiuolo  e  che  avea  acquistata  la 
sua  confidenza.  La  sua  anima  ardente  si 
pasceva  di  continuo  de'suoi  progetti  di  ri- 
forma. S'irritava  di  sua  ignoranza,  e  mo- 
strava il  più  forte  desiderio  d'imparare. 
Tutte  le  sue  domande  scoprivano  urla- 
mmo agitato  da  grandi  disegni  e  da  vio- 
lenti desiderii.  Era  impaziente  di  vendi- 
car idi  oltraggi  ricevuti  dalla  sua  nazio- 
o  do 

ne  da'russi.  Preparandosi  a  saper  regna- 
le, segretamente  domandò  a  Luigi  XVI 
re  di  Francia  nozioni  sulle  diverse  parti 
dell' amministrazione  :  nelle  sue  lettere 
trattava  le  più  alte  questioni  della  politi- 
ca,e  mostrava  buone  e  grandi  vedute  per 
l'avvenire.  Negli  esercizi  cavallereschi  di- 
venne peritissimo,  e  prova  va  suglianima- 
ii  la  forza  del  suo  braccio.  Di  28  anni  sa- 
li sul  trono,  e  dichiarò  che  avrebbe  puni- 
to di  morte  chiunque  de'suoi  ministri 
accettasse  il  più  lieve  regalo.  La  sua  inau- 
gurazione segui  colla  massima  pompa  e 
il  più  vivo  entusiasmo  de' turchi,  che  si 
aumentò  per  diversi  atti  benefici  che  eser- 
citò. Cornei  più  illustri  de'suoi  predeces- 
sori, uscì  ogni  giorno  diversamente  tra- 
vestito,per  assicurarsi  .senei  governo  ur- 
bano s'invigilava  a  dovere;  volle  final- 
mente vedere  tutto  co'propri  occhi.  Per 
mettere  a  profitto  le  sue  osservazioni, prò- 


3(14 


TUR 


mulgò  diversi  editti  che  assicurarono  le 
provigioni  della  capitale,  e  determinaro- 
110  il  vestire  de'  mussulmani  e  di  quegli 
altri  sudditi  die  non  erano  settatori  di 
Maometto.  I  delinquenti  erano  puniti  di 
morte,  e  spesso  anzi  nelle  sue  esplorazio- 
ni il  sultano  faceva  togliere  al  suo  cospet- 
to la  vita  a'colpevoli,  o  li  puniva  di  pro- 
pria mano  per  minori  contravvenzioni. 
Tale  maniera  speditiva  d'amministrar  la 
giustizia  infuse  il  terrore  in  Costantino- 
poli, e  allorché  Solini  111  usciva,  tutta  la 
gente  fuggiva  al  suo  avvicinarsi.  Trovan- 
do l'impero  afflitto  da  grandi  avversità, 
e  sostenere  guerra  disastrosa  contro  la 
Russia  e  l'Austria  ,  il  sultano  ordinò  le- 
ve numerose  e  mostrò  intenzione  di  re- 
carsi al  campo  per  dirigere  in  persona  le 
sue  truppe.  Poteva  allontanarsi  senza  pe- 
ricolo dalia  capitale,  in  cui  lasciava  per 
eredi  del  trono  due  cugini  in  età  giova- 
nili, e  si  sa  l'avversione  de'turchi  pe'mi- 
nori.  A  llorchètaleinlenzione  fu  conosciu- 
ta, l'ardore  de'turchi,  che  le  sconfitte  a- 
veano  abbattuti,  si  rianimò  per  un  istan- 
te; ma  il  consiglio  di  stato  distolse  Solini 
HI  dal  suo  generoso  progetto,  sotto  lo  spe- 
cioso pretesto  che  la  guerra  era  stata  in- 
trapresa dal  suo  predecessore  con  auspi- 
co sfavorevoli.  Il  pubblico  attribuì  l'ina- 
zione del  sultano  all'indolenza  e  all'amo- 
re pe'piaceri,  ma  egli  si  mostrò  contra- 
rio alla  pace  per  voler  ad  ogni  costo  la 
cedola  Crimea.  Spinse  sino  alla  demen- 
za i  suoi  progetti  di  vendetta  e  di  con- 
quista, e  ricusò  d'ascoltare  i  savi  consigli 
della  Francia  per  darli  interamente  a 
quelli  dell'Inghilterra,  della  Prussia  e  del- 
la Svezia  che  l'indicevano  alla  guerra. 
La  diversione  di  quest'  ultima,  a  cui  la 
Turchia  e  l'Inghilterra  davano  sussidi!, 
mise  in  allarme  per  uu  momento  la  Rus- 
sia ,  nia  non  produsse  nessun  risultato. 
Mahmud  pascià  di  Scolari, da  lungo  tem- 
po in  aperta  ribellione,  era  tornato  al- 
l'ubbidienza,ed  appenaavea  unito  i  suoi 
albanesi  alle  truppe  rie!  pascià  di  Bosnia, 
allorché  il  bravo  Hassun,  capitan  pascià, 


TUR 

avendo  assalito  presso  Focziani  in  Mol- 
davia I'  armata  combinata  de'russi  e  au- 
striaci comandata  da  Suwarow  e  dal 
principe  di  Coburgo,  fu  sconfitto  intera- 
mente a'2  i  lugl:oi  789.  Il  gran  visir  vo- 
lendo ristabilir  l'onore  dall'armi  turche, 
marciò  alla  testa  di  100,000  uomini  con- 
tro gli  austriaci,  ma  i  russi  avendoli  rag- 
giunti presso  Martinistiasul  Pvimnick  nel 
momento  che  cominciava  il  conflitto  ,  i 
turchi  patirono  una  sconfitta  disastrosa, 
lasciando  sul  campo  22,000  uomini  e 
tutte  Ir  munizioni.  Il  principe  di  Cobur- 
go subito  entrò  in  Valacchia  e  s'impa- 
dronì di  Bukarest,  mentre  Laudon  sot- 
tometteva Belgrado  YS  ottobre.  In  bre- 
ve tutta  la  Servia  fu  in  potere  degli  au- 
striaci. Dalla  parte  del  Danubio  i  turchi 
furono  ancora  più  infelici,  e  videro  cader 
successivamente  in  potere  de'russi  Ben- 
der,  Akermann,  la  provincia  d'Oczakow, 
la  Moldavia,  la  Bessarabia,  ec.  Galatz  fu 
ridotta  in  cenere,  ed  Ismail,  fortezza  prin- 
cipale de  turchi  sul  Danubio,  si  vide  mi  - 
nacciata.  Dopo  la  sconfitta  sanguinosa  di 
Ivimnick,  sparsasi  l'agitazione  in  Costan- 
tinopoli, il  pubblico  malcontento  si  esal- 
tò con  mormorii  e  replicati  incendi  che 
fecero  sparire  diversi  quartieri  della  cit- 
tà. Benché  il  sultano  intimorito  non  uscì 
piti  dai  suo  palazzo,  non  si  lasco  abbat- 
tere e  ordinò  nuove  leve.  I  lieti  successi 
de'nemici  della  Porta  risvegliarono  la  ge- 
losia dell'Inghilterra  ,  e  inquietarono  la 
Prussia  e  la  Polonia.  Avea  la  triplice  al- 
leanza indotto  la  Danimarca  a  desistere 
dalle  ostilità  contro  la  Svezia,  laonde  Gu- 
stavo III  potè  rivolger  tutte  le  sue  for- 
ze contro  la  Puissia;  ma  questa  potenza 
essendosi  ben  munita  anche  da  quella 
parte,  continuossi  la  guerra  senza  falli  de- 
cisivi. Intanto  relativamente  a  questa 
guerra  erano  divisi  i  desiderii  degl'italia- 
ni. Osserva  il  Coppi,  che  alcuni  brama- 
vano la  distruzione  de'turchi  una  volta 
sì  formidabili  al  nome  cristiano.  Altri  al- 
l'opposto avrebbero  gradito  che  fossero 
rimasti  vittoriosi,  non  certamente  per  a- 


T  U  R 

mor  di  loro,  ma  per  avversione  a  Giu- 
seppe li  polente  in  Italia  e  riformatore 
deplorabile  delle  cose  religiose,  e  quindi 
per  doppio  titolo  odiato  da  molli.  Si  può 
aggiungere  che  ad  altri  riusciva  di  ram- 
marico l' ingrandimento  della  possente 
Russia  in  Europa.  Morto  neliygo  Giu- 
seppe II,  il  pacifico  fratello  e  successore 
Leopoldo  II  abbandonò  i  vasti  suoi  dise- 
gni e  pensò ^  pacificarsi  colla  Porla,  poi- 
ché l'Inghilterra  per  fare  una  diversione 
avea  ordinato  un  armamento  marittimo, 
e  la  Prussia  sempre  intenta  a  conserva- 
re l'equilibrio  politico  degli  stati  in  Eu- 
ropa, avea  a'3 1  gennaio  concluso  con  Se- 
llai III  alleanza  offensiva  e  difensiva,  im- 
pegnandosi di  dichiarar  nella  primavera 
la  guerra  all'Austria  e  alla  Russia,  e  di 
non  deporre  le  armi  finche  laTurchia  non 
avesse  ottenuto  una  pace  onorevole  ed 
una  sicurtà  pei  fetta  in  terra  e  in  mare. 
Pertanto  nel  congresso  di  Reichenbach 
Leopoldo  II  dichiarò  a' 27  luglio  alla 
Prussia  l'armistizio  e  di  acconsentire  a 
pacificarsi  colla  Porta,  restando  le  cose  co- 
in'  erano  prima  della  guerra,  pei-  il  che 
convenne  di  tenere  un  congresso  a  Sistow 
a  mediazione  della  triplice  alleanza,  ve- 
nendo esclusa  quella  di  Francia  divenu- 
ta repubblica  e  in  rivoluzione.  Però  la 
Bussia  altamente  protestò  di  voler  trat- 
tare separatamente  la  pace,  quindi  con- 
tinuò la  guerra  riportando  nuovi  vantag- 
gi. Nel  Baltico  poi  Gustavo  IH  entrò  nel 
golfo  di  Wiburg  ,  e  gettò  lo  spavento  a 
Pietroburgo,  sbarcando  truppe  aio  le- 
ghe distante;  ma  chiuso  nello  slesso  gol- 
fo dalla  flotta  russa,  non  potè  uscirne  the 
col  sagrifizio  d'un  3.°  di  sua  marina:  non- 
dimeno a'9  luglio  attaccali  gli  svedesi  a 
Svenekssuud,  riportarono  segnalata  vit- 
toria e  presero  a'russi  55  bastimenti.  Ta- 
li perdite  e  vantaggi  vicendevoli,  e  per- 
ciò inutili,  fecero  desiderare  alla  Russia  e 
alla  Svezia  la  pace,  che  seguì  nelle  pia- 
nure di  Verelà  a'i4  agosto,  rimanendo 
lecose  com'erano  innanzi  la  guerra.  Que- 
sta pace  imbarazzò  il  sultano, e  la  pcrdi- 


T  U  R  'Ò65 

ta  d'Ismail  a'22  dicembre, colla  morte  di 
33,000  turchi,  mise  il  colmo  a'suoi  terro- 
ri :  egli  si  credè  obbligato  per  calmare  il 
popolo,  di  sagrificare  I  intrepido  Hassan 
gran  visir.  11  principe  Repnin  avea  respin- 
to Yussuf  pascià,  richiamalo  al  visirato, 
e  la  piazza  di  Varna,  granaio  di  Costan- 
tinopoli e  dell'armate  ottomane,  era  nuo- 
vamente minacciala,  allorché  in  seguito 
de'timori  che  inspiravano  gli  eventi  che 
succedevano  per  1'  anarchia  in  Francia, 
l'Inghilterra,  I'  Olanda  e  la  Prussia  s'in- 
terposero per  pacificar  l'oriente,  onde  più 
libere  rivolgere  le  loro  cure  all'occiden- 
te, pervenendo  a  indurvi  l'Austria  in  Si- 
stow. Ivi  la  pace  fu  stipulata  a'4  agosto 

1791,  restituendo  Leopoldo  lì  alla  Por- 
ta Belgrado  e  tutte  le  piazze  conquista- 
te, tranne  Choczim,  cherestòin  deposilo 
fino  alla  pace  colla  Russia.  Solo  si  die  al- 
l'Ausi ria  una  vantaggiosa  fortezza  sulla 
sinistra  dell'Unii,  e  dalla  parte  della  Va- 
lacchia la  vecchia  Orsowa  :  la  riviera  di 
Czerna  fu  fatta  confine  tra' due  imperi. 
Raddoppiando  le  3  potenze  i  loro  sforzi, 
anche  la  Russia  cede  a  sì  possenti  media- 
tori, a'quali  si  unì  pure  la  Danimarca,  e 
limitandosi  a  conservare  Otchakoif,  l'i  1 
agosto  sottoscrisse  in  Galatzi  prelimina- 
ri di  pace,  ne'quali  promise  a'  turchi  di 
restituire  il  restante  dell'occupato.  La  pa- 
ce poi  si  concluse  a  Jassy  a'  g  gennaio 

1792,  confermandosi  il  trattalo  di  Rai- 
nardgi,  ritenendosi  la  Russia,  oltre  Ocza- 
kow  o  Olchakoff,  il  lenitorio  situalo  fra 
il  Bog  e  il  Dniester,  in  cui  si  vide  tosto 
erigere  la  città  d'Odessa.  La  Porta  ac- 
consentì ancora  a  lasciare  i  vaivodi  di 
Moldavia  e  Valacchia  esercitare  il  loro  uf- 
fizio per  7  anni,  senza  poterli  dimettere 
in  tal  tempo,  a  meno  che  la  Russia  non 
vi  adei  i»se. 

Tra  le  feste  brillanti  celebrale  in  Co- 
stantinopoli per  l'inatteso  pacifico  avve- 
nimento, giunsero  a  rattristarle  cattive 
notizie  dalle  provincie.  Tutta  la  Siria  e- 
rasi  ribellala,  l'Egilto  era  in  preda  a'eapi 
indipendenti  de'mammalucchi,  e  le  fron- 


366  TUR 

tiere  orientali  minacciate  da  una  parie 
da' persiani  e  dall'altra  dal  pascià  d' A- 
napn;  lilialmente  la  Porta  era  stata  co- 
stretta far  marciare  contro  a'tartari  della 
Ci  irai ia, malcontenti  della  cessione  del  lo- 
ro paese  alla  Russia,  per  sottometterli  al 
nuovo  sovrano.  Selim  III  risolse  d'osser- 
vare un'  esalta  neutralità  tra  la  repub- 
blioa  francese  e  i  potentati  collegali  con- 
tro di  essa.  Cedendo  però  alle  vive  istan- 
te delle  corti  di  Vienna,  Pietroburgo  e 
Berlino,  manifestò  dispiacere  pel  cambia- 
mento de'minislri,  ritìnto  l'ambasciatore 
e  poi  ammise  un  inviato  straordinario; 
ma  quindi  persistendo  nella  neutralità, 
rifiutò  l'alleanza  a  cui  era  sollecitato.  Le 
relazioni  fra  la  Porta  e  la  Russia  erano 
ben  lungi  dall'  essere  amichevoli,  per  le 
nuove  pretensioni  che  la  2.*  ogni  giorno 
metteva  fuori  ;  Selim  IH  sprezzando  le 
minacce  altere  del  ministro  russo,  finì  le 
discussioni  mediante  un  compenso  pecu- 
niario. Quantunque  il  governo  rivoluzio- 
nario di  Francia  inspirasse  poca  fiducia  al 
sultano,  siccome  era  con  vinto  che  Francia 
la  più  antica  e  più  fedele  alleata  dell'im- 
pero ottomano,  non  poteva  esser  sua  ne- 
'  mica,  manifestò  il  desiderio  d'aver  in  Co- 
stantinopoli degli  operai  francesi,  per  isca- 
vare  un  bacino  in  quel  porlo,  per  la  co- 
struzione di  vascelli,  degl'  istruttori,  dei 
laminatori,  de' fonditori  di  bombe,  degli 
utfìziali  di  lena  e  di  mare,  e  degli  artisti 
in  ogni  genere;  e  la  Francia  si  a  (frettò  a 
mandarglieli.  Nel  1794  u»ia  truppa  nu- 
merosa di  masnadieri  obbligò  Adriano- 
o 

poli  a  darle  3oo,ooo  piastre.  Gravi  tur- 
bolenze scoppiarono  sulle  rive  del  Danu- 
bio, ove  il  famoso  Passwan  Oglou  alzan- 
do lo  stendardo  della  ribellione,  s'impa- 
dronì d'  Orsowa  e  Tirlowa,  e  minacciò 
la  Servia  e  la  Valacchia;  indi  obbligò  la 
Porta  di  riconoscergli  un'autorità  quasi 
indipendente.  Napoleone  Bonaparte  vit- 
torioso comandante  supremo  dell'armata 
francese  in  Italia,  nel  1  797  volse  in  men- 
te disegni  vastissimi,  esponendo  al  diret- 
torio di  Parigi,  l'isola  di  M alta  essere  di 


t  U  R 

un  grande  interesse  per  la  Francia;  dopo 
essersi  posto  in  coni spon (lenza  co' pascià 
di  Jannina  e  di  Scutari,  gli  scrisse  poter 
forse  la  Grecia  risorgere  dalle  sue  cene- 
ri ;  l'isole  Jouie  essere  per  la  Francia  in- 
teressantissime, l'impero  do' turchi  gior- 
nalmente crollare;  col  possesso  di  tali  i« 
sole  poter  Francia  essere  in  caso  di  so- 
stenerlo finche  fosse  possibile,  o  di  pren- 
derne la  sua  porzione  ;  forse  non  esser 
lontano  il  tempo  in  coi  essa  avrebbe  com- 
preso che  per  distruggere  veramente  l'In- 
ghilterra dovea  impadronirsi  dell'  Egitto 
governato  da  un  pascià  e  dominato  da  24 
bey  intimamente  legati  agi'  inglesi.  La 
decadenza  dell'impero  ottomano  indurre 
alla  Francia  l'obbligo  di  pensare  per  tem- 
po ad  abbracciare  i  mezzi  per  conservare 
il  suo  commercio  in  Levante.  Avendo  il 
direttorio  gustate  tali  proposizioni,  nel  giu- 
gno 1798  una  flotta  francese  chiamata 
armala  d'oriente,  avendo  a  bordo  36,ooo 
uomini  comandali  da  Bonaparte,  s' im- 
padronì prima  a'  12  dell'  isola  di  Malta 
e  sue  dipendenze,  il  forte  baluardo  della 
cristianità  che  combattendo  contro  i  tur- 
chi e  i  barbareschi  era  l'ornamento  della 
nobiltà. Liberògli schiavi  maomettani, pre- 
venne subito  le  potenze  barbaresche  che 
l'ordine  Gerosolimitano  era  distrutto,  e 
colle  sue  truppe  e  vascelli  aumentò  la  flot- 
ta. A' 19  partì  alla  volta  dell'Africa,  ed  il 
i.°lugiio  Bonaparle  sbarcale  le  truppead 
,  Alessandria,  nel  dì  seguente  se  ne  impa- 
dronì per  assalto,  ed  invase  V  Egitto  [V^)> 
senz'aldina  provocazione  per  parte  della 
Turchia.  Allorché  la  notizia  dell'inattesa 
occupazione  di  tale  importatile  provincia, 
a  cui  i  turchi  danno  il  nome  d'  ombellico 
dell'  Islamismo)  a  causa  della  sua  vici- 
nanza colle  città  della  Mecca  e  di  Medina, 
che  ne  sono  la  testa  e  il  cuore,  pervenne 
in  Costantinopoli,  i  {tirchi  furono  viva- 
mente irritati  da  quella  violazione  del  di- 
ritto delle  genti.  Il  divano  nondimeno  ri- 
fiutò di  cedere  all'istigazioni  dell'Inghil- 
terra, che  Io  sollecita  va  a  dichiarare  guer- 
ra alla  Francia.  Soltanto  dopo  la  confer- 


TUR 

ma  cìelln  sconfitta  della  flotta  francese 
ad  Aboukir,  fece  palese  il  suo  risenti- 
mento. Ruffin  incaricato  d'affari  in  Fran- 
cia fu  rinchiuso  nelle  7  Torri  colla  lega- 
zione ;  tutli  i  francesi  che  trovavansi  nel- 
1'  impero  ottomano  vennero  arrestati  e 
le  loro  proprietà  confiscate.  Se  ne  adom- 
brò tanto  Selim  III,  che  nel  i.°  settembre 
dichiarò  guerra  alla  Francia,  e  si  collegò 
strettamente  colla  Russia,  alla  quale  era- 
no uniti  l'Austria,  l'Inghilterra  e  il  re 
delle  due  Sicilie.  Nel  principio  d'ottobre 
una  squadra  russa  comandata  da  Oucka- 
tow,  ed  altra  turca  sotto  gli  ordini  di  Ca- 
dir  bey  uscirono  da'Dardanelli  con  trup- 
pe da  sbarco  ed  assalirono  l' isole  Jonie,. 
S'impadronirono.di  Cerigo,  Zantee  altre 
isole,  assediando  Corfù.  ch'ebbero  per  ca- 
pitolazione nel  seguente  anno.  Nel  tempo 
stesso  Ali  pascià  di  Jannina  con  alcune 
migliaia  di  turchi  e  albanesi  assalì  e  dis- 
fece presso  Nicopoli  un  forte  distaccamen- 
to francese  comandato  da  Salcette.  Nel 
1799  una  scIuadra  di  russi,  napoletani  e 
turchi  approdò  in  Manfredonia,  per  ap- 
poggiare la  controrivoluzione  in  favore 
del  re,  e  cacciare  dal  regno  di  Napoli  gli 
invasori  francesi.  A'  1 8  maggio  i  russi  ca- 
pitanati da  Voinowich,  ed  i  turchi  con- 
dotti da  Patrona  bey  vice-ammiraglio, 
bersagliarono  Ancona  colle  loro  squadre 
e  poco  dopo  la  bloccarono  per  mare:  l'au- 
striaco general  Froelich  si  recò  a  raffor- 
zarli nell'assedio,  e  La  boi  la  circondò  per 
terra.  Formatosi  da  Froelich  più  regolare 
assedio,  con  esso  capitolò  il  francese  Mon- 
niea'i3  novembre,  dopo  diversi  combat- 
timenti. Così  ì  turchi  contribuirono  a  li- 
berare idominii  pontificii  dall'  invasione 
francese.  Intanto  Bonaparte  nel  princi- 
pio dell'anno  fece  una  correria  nella  Si- 
riaff.),  per  prevenire  i  turchi  radunati 
a'suoi  danni,  sollevare  i  loro  nemici  e  fa- 
cilitare la  strada  all'Indie;  prese  diverse 
piazze  e  poi  tornò  al  Cairo.  Dopo  essersi 
lagnato  col  divano,  per  essersi  i  turchi  col- 
legati eo'russi,  procurò  d'introdurre  ne- 
goziazioni di  pace;  lamentandosi  col  gran 


TUR  367 

visir,  perchè  la  Porta  amica  della  Fran- 
cia finche  questa  potenza  era  stata  cri- 
stiana, le  faceva  poi  la  guerra  dopo  che 
la  medesima  per  la  sua  religione  si  era  av- 
vicinata alla  credenza  mussulmana  nel- 
V Egitto.  Inoltre  e  previo  un  voto  del  imi- 
ftì,  in  cui  si  dichiarava,  poter  essere  mus- 
sulmano senza  la  circoncisione  e  bevendo 
vino,  Bonaparte  fece  credere  che  in  breve 
avrebbe  abbracciato  il  maomettismo  con 
tutta  1'  armata.  Scrisse  poi  al  direttorio, 
che  se  gl'iuviassero  altri  i5,ooo  uomini, 
sarebbe  andato  a  Costantinopoli.  Ma  il 
direttorio  gli  rispose,  le  circostanze  della 
guerra  esigere  che  la  repubblica  concen- 
trasse le  sue  forze,  richiamare  perciò  in 
Francia  l'armata  d'oriente.  Troppo  rin- 
crebbe a  Bonaparte  di  abbandonar  l'im- 
presa, tuttavia  lasciando  Kleber  nell'E- 
gitto coll'armata,  partì  segretamente,pro- 
fittando  d'un  momento  in  cui  la  crociera 
inglese  erasi  allontanata.  Giunto  a  Pari- 
gi, mediante  nuova  rivoluzione  e  nuo- 
va costituzione,  fu  eletto  1  .°console  della 
repubblica.  Selim  111  nell'ottobre  1799 
permise  agl'inglesi  di  navigar  liberamen- 
te nel  mar  Nero,  concessione  che  più  tar- 
di nel  1806  rese  comune  «'prussiani.  La 
conquista  iìeW'Isole  Joiiìc}  Corfù,  Zanle, 
Cefalonia,  s.  Maura,  Itaca,  Paxo  e  Ceri- 
go, fatta  sui  francesi  che  le  aveauo  tolte 
a' veneti,  essendo  stata  condotta  a  fine  il 
1 .°  marzo  1  799,  dalle  flotte  turche  e  rus- 
se, sorprese  di  vedere  le  loro  bandiere 
unite ,  laonde  per  equità  o  per  evitare 
possibilmente  la  gelosia  delle  grandi  po- 
tenze, la  Russia  in  Costantinopoli  fece 
colla  Porta  a'21  marzo  1800  una  con- 
venzione nella  quale  si  dichiarò.  Che  le 
7  isole  Jonie  avrebbero  formalo  la  re- 
pubblica delle  Sette  Isole  unite  sottomessa 
alla  supremazia  della  Porta  e  garantita 
dalla  Piussia,  governata  da'  principali  del 
paese,  con  costituzione  approvala  dalle 
due  corti  contraenti. Ogni  3  anni  la  repub- 
blica avrebbe  pagato  alla  Porla  75,000 
piastre  a  titolo  di  vassallaggio,  e  sarebbe 
stata  esente  da  qualunque  altro  tributo. 


3f>8  TUR/ 

Durante  la  guerra  le  due  polènte  ■  Treb- 
berò potuto  presidiarne  le  fortezze,  pre- 
vio reciproco  concerto  fra  loro  e  il  con- 
tento della  repubblica.  Pretesa,  Parga, 
A  onttta  e  Bui rinto,  stabilimenti  sul  pros- 
simo continente  dipendenti  dall'isole  me- 
desime, sarebbero  uniti  all'  impero  otto- 
mano, restando  però  vietalo  a'  mussul- 
mani d'abitare  in  que' luoghi  o  d'acqui- 
starvi beni  slabili.  Con  questo  trattato 
l'onore  della  sovranità  della  nuova  re- 
pubblica fu  della  Poi  la,  ma  la  fona  del 
potere  rimase  a'  russi  ;  imperocché  per 
somiglianza  ci ì  religione  erano  osi  gra- 
diti al  popolo,  e  d'altronde  col  pretesto 
della  guerra  vi  mantennero  presidii  for- 
littimi.  Intanto  nel  1800  gl'inglesi  tol- 
sero Malta  a 'francési,  e  con  questa  con- 
quista vennero  a  signoreggiare  il  Medi- 
terraneo. I  francesi  non  polendo  resistere 
agli  sforzi  de'lurchi,  sostenuti  dagl'ingle- 
si, evacuarono  l'Egitto,  per  convenzione 
de'3o  agosto  1801,  e  ne' preliminari  di 
pace  sottoscritti  a  Londra  il  i.°  ottobre, 
si  convenne  dalla  Francia  la  restituzio- 
ne dell'Egitto  alla  Porta,  ed  il  riconosci- 
mento della  repubblica  delle  Sette  Isole. 
Bonaparte  effettuò  la  riconciliazione  fra 
la  Turchia  e  la  Francia,  pe' preliminari 
della  pace  firmali  a  Parigi  a' 9  ottobre,  i 
quali  però  non  furono  ratificati  nò  dal 
divano,  ne  da  Selim  III.  Nondimeno  per 
rannodare  le  negoziazioui  fu  mandato  a 
Parigi  Esseid-Mohammed,  che  sottoscris- 
se a'  i5  giugno  1802  un  trattalo  defini- 
tivo, dopo  avere  la  Porta  acceduto  alla 
pace  generale  d'Amiens.  Questa  non  durò 
molto  per  l'ambizione  di  Francia  e  In- 
ghilterra, per  cui  tosto  ricominciò  la  guer- 
ra. Troppi  elementi  di  discordia  e  di  tur- 
bolenza affliggevano  la  Turchia,  perchè 
Selim  III  potesse  mischiarsi  nelle  contese 
de'suoi  alleati,  perciò  stette  neutrale.  Vo- 
leva inoltre  profittare  dello  stalo  di  pace 
in  cui  trovavasi  il  suo  impero,  per  con- 
tinuar le  riforme.  Gii  ufficiali  francesi  e- 
sislenti  in  Costantinopoli  lo  posero  in  gra- 
do d'istituire  fonderie  di  cannoni,  di  crea- 


T  U  R 

re  cannonieri  esercitali  all'  europea  con 
un'  artiglieria  leggera,  e  di  formare  mi 

piccolo  corpo  di  fanteria  armalo  ili  baio- 
nette. Ritolte  di  fare  di  quest'ultimo  cor- 
po, ch'eresi  distinto  nel  iy<)8  per  intre- 
pidezza e  docilità  nell'assedio  di  Tolemai- 
de  o  Acri,  il  nucleo  d'una  milizia  perop- 
porla  a'tui  Irnienti  giannizzeri.  Le  dispo- 
sizioni favorevoli  che  il  popolo  di  Costan- 
tinopoli avea  dimostralo  per  tali  soldati, 
quando  tornarono  dall'Egitto,  fece  cre- 
dere al  sultano  che  avrebbe  potuto  co- 
stituirne un  corpo  particolare,  con  paga 
regolare,  e  perfezionarne  l'organizzazio- 
ne. Tale  progetto  ardito  appoggiato  forte- 
mente dal  muftì  Veli-Zadeh  e  da  IIus- 
seim  pascià,  fu  messo  .in  esecuzione  nel 
1802;  ed  un  firmano  ordinò  di  formare 
un  corpo  composto  di  fanteria,  di  caval- 
leria ed  artiglieria  sul  piede  europeo,  ri- 
cevendo il  nome  di  Nizani  Dgcdid,  o 
Ni-zamì  Gcdid,  cioè  milizie  di  nuova  or- 
dinanza. Questi  nuovi  soldati  avendo  giu- 
stificate le  concepite  speranze,  Selim  III 
per  aumentarne  il  numero  fece  nel  marzo 
i8o5  un  halti-eheriff,  che  ordinava  di 
scegliere  nelle  città  e  ne'principali  villag- 
gi della  Turchia  europea  fra 'giannizzeri, 
i  più  forti  e  meglio  costrutti,  per  essere 
incorporali  nel  Nitara  Dgedid.  La  fer- 
mentazione ch'eccitò  tal  ordine  immatu- 
ro, obbligò  il  sultano  a  rimetterlo  a  tem- 
pi più  favorevoli.  Qualche  tempo  dopo 
il  rinnovamento  delle  ostilità  fra  l'Inghil- 
terra e  la  Francia,  un  insidio  falto  alla 
moglie  dell'ambasciatore  russo,  l'assas- 
sinio di  due  capitani  di  vascello  di  tal  na- 
zione,fecero  temere  una  rottura  :  il  diva- 
no ordinò  delle  scuse  ad  Alessandro  I  im- 
peratore di  Russia, il  quale  se  ne  contentò. 
Però  il  divano  si  trovò  imbarazzalo  al- 
lorché il  general  Brune  ambasciatore  di 
Francia,  a'  18  giugno  1804  gli  notificò, 
che  Bonaparte  avea  preso  il  nome  e  il  ti- 
tolo di  Napoleone  I  imperatore  de' france- 
si, e  domandare  che  fosse  riconosciuto.  La 
incertezza  della  Turchia  proveniva  dalle 
minacce  che  la  Russia  le  avea  fatte  a  mez- 


TUR 

zo  d'Italinski,  di  dichiararle  guerra  se  ce- 
deva a  tali  desiderii.  La  Porla  condusse 
in  lungo  le  negoziazioni  e  fece  nascere 
tante  difficoltà  che  Brune  partì,  lasciando 
un  incaricato  d' a  fila  ri  in  Costantinopoli. 
Soltanto  nel  gennaio  1806  Selim  HI,  a- 
•vendo  saputo  le  vittorie  de'  francesi,  ce- 
dette e  accordò  il  titolo  domandato  a  i- 
stanza  di  Ruffin.  Questi  avea  ottenuto  una 
tariffa  di  dogana  più  vantaggiosa  dell'altre 
nazioni,  ad  onta  del  malcontento  de* russi 
e  degl'inglesi. Indi  l'ambasciatore  di  Fran- 
cia Sebastiani,  nel  1806  fece  decretare, 
che  nessun  greco  o  armeno  si  potesse 
naturalizzare  russo  o  di  qualunque  altra 
nazione,  e  che  simili  atti  fatti  da  4  anni 
addietro  in  poi  si  dovessero  annullare. Tali 
provvedimenti  diretti  evidenlementecon- 
tro  la  Russia,  furono  seguiti  dalla  deposi- 
zione de'due  ospodari  di  Moldavia  e  Va- 
lacchia che  le  erano  ligii,  ed  i  quali  fu- 
rono surrogati  da  partigiani  di  Francia. 
L'ambasciatore  russo  aCostantinopoli  di- 
mostrò grave  malcontento  di  tale  viola- 
zione del  trattato  di  Jassy  e  dell'hatti-che- 
rin°,e  le  sue  minacce  equivalevano  a  quasi 
dichiarazione  di  guerra.  Arbuthnot  mini- 
stro inglese,  irritato  perchè  la  Porta  avea 
rifiutato  rinnovare  il  trattato  del  1  798  si 
unì  ad  Ilalinski,  ed  annunziò  che  una  flot- 
ta di  sua  nazione  avrebbe  sostenuto  le  di- 
chiarazioni della  Russia.  La  Porla,  cono- 
scendo la  sua  debolezza,  voleva  cedere; 
ma  nel  1807  Sebastiani  e  Ruffin  seppero 
dominare  talmente  lo  spirito  del  divano, 
che  non  ostante  la  presenza  delle  flotte 
inglese  e  russa,  la  Porta  decise  di  dichia- 
rare la  guerra  alla  Russia,  avendo  saputo 
che  essa  avea  invaso  la  Moldavia  eia  Va- 
lacchia, col  pretesto  di  sostenere  i  diritti 
degli  ospodari.  Per  la  guerra  che  si  faceva 
tra  la  Francia  e  la  Russia,  non  era  rima- 
sta indiffereute  laTurchia, perchè  l'impe- 
ratore Alessandro  I  erasi  ricusato  ratifi- 
care il  trattato  di  Parigi,  nel  quale  venne 
riconosciuta  l'integrità  e  V  indipendenza 
dell'  impero  ottomano,  per  cui  1'  amba- 
sciatore francese  ottenne  che  la  Porta 
vol.  ixxxi. 


TUR  3S9 

chiudesse  il  Bosforo  a'  vascelli  da  guerra 
russi  e  inglesi.  L'Inghilterra  prese  le  par- 
ti della  Russia,,  minacciò  colla  flotta  unita 
alla  russa  Costantinopoli  inutilmente,  pei 
preparativi  fatti  di  difesa  da'  turchi  e  di- 
retti da  Sebastiani,  per  cui  passò  in  Egit- 
to ad  occupare  Alessandria, poi  cacciata 
da  quel  pascià,  edi  russi  s'impadronirono 
dell'  isola  di  Tenedo  e  vi  stanziarono  la 
loro  flotta.  Frattanto  nel  1 807  stesso  tut- 
to sembrava  presagire  la  dissoluzione  del- 
l'impero ottomano:  l'autorità  del  sultano 
era  disconosciuta  dappertutto.  Delle  ban- 
de di  masnadieri  armali  desolavano  le 
Provincie  vicinealla  capitale.  Gli  abitanti 
d?  Adrianopoli,  eccitati  e  sostenuti  dai 
giannizzeri,  aveano  rifiutato  di  ricevere 
nelle  loro  mura  iNizam  Dgedid.  SelimlH 
per  calmare  l'irritazione  degli  animi,  fu 
obbligato  a  fare  rientrare  tali  nuove  trup- 
pe negli  anteriori  loro  quartieri  e  di  rin- 
novare quasi  tulio  il  suo  ministero.  Da 
un'altra  parte  Paswan  Oglouerain  piena 
ribellione.  Ali  pascià  si  conduceva  da  so- 
vrano indipendente  nel  suo  governo  di 
Jannina.  I  serviani  sotto  la  condotta  di 
Giorgio  Czerni  aveano  riprese  1'  armi,  e 
minacciavano  d'impadronirsi  di  Sabatz 
e  di  Belgrado.Djezzar,famoso  pascià  d'A- 
cri, non  avea  di  suddito  che  il  nome;  ed  i 
settari  vecabiti,  dopo  essere  stati  cacciati 
un  momento  dalla  Mecca  e  da  Medina  da 
loro  spogliate,  aveano  riconquistate  quel- 
le due  città,  impedivano  i  pellegriuaggi,  e 
dominavano  sull'Arabia.  Infine  l'autorità 
della  Porta  era  pure  disconosciuta  nell'E- 
gitto, straziato  dalle  guerre civili.Tale  era 
la  situazione  della  Turchia,  allorché  la 
squadra  combinata  inglese  e  russasi  pre- 
sentò innanzi  i  Dardanelli, come  narrai,  e 
9  vascelli  gli  aveano  passati  e  trovavansi 
dinanzi  alla  punta  del  serraglio,  la  coster- 
nazione della  città  essendo  al  colmo.  Gli 
ingegneri  e  gli  artiglieri  francesi,  Seba- 
stiani e  Ruffin,  salvarouo  allora  Costan- 
tinopoli, ed  obbligarono  la  squadra  a  ri- 
passare i  Dardanelli.  Selim  III  mostrò  un 
grande  carattere  in  quella  circostanza,  a- 


37o  TUR 

inaiando  i  lavoratori  delle  fortificazioni 
ne'liioghi  più  pericolosi:  ordinò  ad  ognu- 
no de' suoi  ministri  di  far  costruire  una 
batteria  e  di  combat  ter  vi,  e  fece  decapitar 
ijuello  delle  finanze  per  non  averlo  fatto 
e  per  aver  commesso  delle  dilapidazioni. 
Poco  dopo  che  il  sultano  si  liberò  dalla 
squadra  nemica,  una  disposizione  impru- 
dente e  mal  concertata  lo  precipitò  dal 
trono.  A  vea  mandalo  a  Scutari,ne'caslclli 
del  Bosforo  ed  in  quelli  de'  Dardanelli, 
degli  abiti  fatti  alla  norma  dell'ordinanza 
del  Nizam  Dgedid,con  l'ordine  di  vestir- 
ne i  giannizzeri.  Gli  yamacks,  avventu- 
rieri la  più  parte  albanesi,  eli 'erano  inca- 
ricati congiuntamente  co'  Nizam  della 
guardia  de'forti  del  Bosforo  e  del  servizio 
delle  batterie,  furono  i  primi  che  rifiuta- 
rono d'ubbidire.  Trucidarono  Mahmud 
effendi  portatore  dell'  ordine,  e  diversi 
uflìziaH  che  cercarono  di  calmarli.  Non 
ostante  una  viva  opposizione  i  Nizam  sog- 
giacquero dopo  una  lotta  vigorosa,  furo- 
no espulsi  da'castelli  e  obbligati  a  ritor- 
nare nelle  loro  stanze  di  Costantinopoli. 
La  ribellione  de'  yamacks  non  avrebbe 
avuto  conseguenze,  se  il  sultano  avesse 
fatto  sull'istante  i  provvedimenti  oppor- 
tuni per  sedarla;  ma  ingannato  dal  nuo- 
vo muftì  e  dal  caimakan  nemici  delle  ri- 
forme, restò  nell'inazione;  e  Cabacki  O- 
g!ou,  uomo  oscuro  che  gli  yamacks  avea- 
no  eletto  a  capo,  ebbe  il  tempo  di  concer- 
tarsi  co'giannizzeri  e  co'lopgi  o  artiglieri. 
Entrò  Cabacki  in  Costantinopoli  alla  te- 
sta di  tutte  le  truppe  ribellate,  e  si  pose  con 
esse  sulla  piazza  dell'  Atmeidam,  luogo 
ordinario  delle  riunioni  del  popolo.  Ec- 
citato dal  muftì  e  dal  caimakan,  Caba- 
cki si  arrogò  1'  autorità  di  sovrano,  e  do- 
mandò insolentemente  la  deposizione  di 
Selim  III.  11  muftì  consultò  il  Corano,  ed 
emanò  il  suo  terribile  fefta,  in  cui  diceva 
coll'aulorità  di  quel  libro  sagro,t  he  un  so- 
vrano cheavea  regnalo  7  anni,  senza  che 
il  cielo  gli  avesse  accordata  posterità,  era 
indegno  del  trono;  the  un  sultano,  sotto 
a  cui  il  pellegrinaggio  della  Mecca  trova- 


T  U  R 
vasi  interrotto,  era  un  uomo  sacrilego  ; 
in  fine,  che  ogni  innovazione  era  dichia- 
rata dalla  religione  un  delitto  irremissi- 
bile. Allora  i  ribelli  fatti  più  audaci,  u- 
nendosi  il  popolo,  domandarono  la  de- 
tronizzazione di  Selim  III.  Le  pignatte 
delle  truppe,  segno  venerato  da  esse,  fu- 
rono poi  tate  sulla  piazza  e  rovesciate,  per 
dimostrare  che  rifiutavano  il  cibo  che 
dava  loro  il  sovrano,  e  non  aveano  più 
nulla  di  comune  con  esso.  Ma  le  porte 
del  serraglio  non  s'aprivano,  ed  il  sulta- 
no eh'  erasi  tenuto  rinchiuso  ne'  muri  di 
esso  a  tutto  il  giorno  28  maggio,  avea 
tentato  senza  buon  successo  di  calmare 
il  furore  de' ribelli,  facendo  loro  gettare 
le  leste  de'favoriti  che  aveano  proscritti, 
e  sopprimendo  il  corpo  de'  Nizam  Dge- 
did;  ma  persisterono  nel  loro  empio  pro- 
getto. 11 29  era  un  venerdì,  giorno  in  cui 
il  sultano  deve  andare  pubblicamente  in 
una  moschea,  tal  costume  che  non  fu  mai 
violato,  rendeva  il  momento  decisivo.  Se- 
lim III,  non  osò  uscire,  ed  il  muftì  ac- 
compagnato da'  principali  ulema,  si  pre- 
sentò nel  vecchio  serraglio, dinanzi  a  Mu- 
slafà  figlio  del  defunto  sultano  Abdul- 
Hamed  e  cugino  del  successore  Selim  III, 
gli  annunziò  ch'era  scelto  dal  popolo  per 
occupare  il  trono,e  lo  condusse  prima  nel- 
la moschea,  e  poi  al  serraglio,  in  cui  ac- 
compagnato da  3oo  giannizzeri  lesse  a 
Selim  III  la  sentenza  di  sua  deposizione. 
Tale  principe  disgraziato  vedendo  che  la 
resistenza  era  inutile,  cede  il  soglio  a  suo 
cugino  o  nipote  Mustafà  IV,  fu  rilegato 
in  un  kiosk,  e  trattato  con  qualche  ri- 
guardo. La  morte  d'alcuni  ministri  e  dei 
capi  della  nuova  milizia  de' Nizam  Dge- 
did,  avendo  quietato  i  giannizzeri,  la  tran- 
quillità fu  presto  ristabilita  iu  Costanti- 
nopoli, ma  la  sedizione  si  sparse  per  le 
provincie.  Il  gran  visir  che  comandava 
l'esercito  di  Valacchia  contro  i  russi,  e 
che  avea  ottenuti  alcuni  vantaggi,  fu  tru- 
cidato da'  sediziosi.  Il  pascià  di  Bagdad 
venne  assassinato  dal  suokiaya  o  luogo- 
tenente, che  fu  fatto  successore  dal  sul- 


TUR 

lano.  I  pascià  di  Damasco  e  di  Tripoli  si 
fecero  guerra;  quello  d'Aleppo  fu  cacciato 
da'giannizzeri.  I  veeabiti  padroui  di  Mec- 
ca e  Medina,  profittando  dell'avvenimen- 
to, continuarono  i  loro  progressi  sulle 
frontiere  della  Siria  e  s'impadronironodi 
Anah  sull'Eufrate,  mentre  i  russi  batte- 
rono il  pascià  d' Erzerum.  Mustafà  IV 
appena  acclamato  sultano  pubblicò  un 
firmano  per  rinnovar  la  dichiarazione  di 
guerra  alla  Russia  ;  promise  di  ripristi- 
nar gli  usi  antichi  e  gli  antichi  limiti  del- 
l'impero, soppresse  le  nuove  imposizioni, 
abolì  tutte  le  istituzioni  di  Sellai  III,  e 
distrusse  anche  la  stamperia  di  Scutari. 
Alcuni  memorabili  eventi  resero  rino- 
mato il  breve  regno  di  Mustafà  IV.  Il  ca- 
pitan pascià  Seid  Ali,  il  i.°  luglio  1807 
combattè  con  vantaggio  la  flotta  russa 
dell'  ammiraglio  Siniawiu  presso  Tene- 
do  nell'acque  di  Lemno,  e  meritò  le  lodi 
e  gli  onori  di  Ghazy,  il  vittorioso  o  vin- 
citore degl'  infedeli,  che  gli  die  il  sulta- 
no in  un'  udienza  solenne.  Napoleone  I 
si  coni  piacque  della  rottura  tra  la  Porta 
e  la  Russia,  e  si  decise  sostenere  la  Tur- 
chia, pel  grave  riflesso:  »  Che  se  risorgesse 
e  trionfasse  il  diadema  greco  dal  Baltico 
al  Mediterraneo,  si  vedrebbe  a'noslri  gior- 
ni le  nostre  provincie  assalite  da  un  tur- 
bine di  fanatici  e  di  barbari.  E  se  in  que- 
sta lotta  l'Europa  incivilita  venisse  a  soc- 
combere, la  nostra  colpevole  indifferenza 
ecciterebbe  giustamente  le  querele  della 
posterità,  e  diverrebbe  nella  storia  uu  ti- 
tolo d'obbrobrio".  Ma  Alessandro  I  dis- 
gustalo coli'  Inghilterra  sua  alleata,  per 
la  negata  guarentigia  d'  un  prestito,  pro- 
pose a  Napoleone  1  un  armistizio  che  fu 
concluso  fin  da'21  giugno  1807,  indiai 
2  5  i  due  imperatori  si  abboccarono  pres- 
so Tilsit,  ove  trattarono  a'7  luglio  la  pa« 
ce  col  re  di  Prussia,  per  la  quale  fu  sta- 
tuito di  cessare  le  ostilità  tra  la  Russia  e 
la  Turchia,  ed  i  russi  promisero  sgom- 
brare i  principati  di  Moldavia  e  Valac- 
chia, accettando  la  mediazione  di  Napo- 
leone I  per  concludere  una  pace  onore- 


TUR  37i 

vole  colla  Porta.  I  due  imperatori  si  u- 
nirono  in  alleanza.  Con  articoli  segreti, 
la  Russia  rinunziò  in  favore  della  Fran 
eia  la  protezione  e  i  diritti  che  avea  sulle 
Isole  Jonie,  ritirandone  le  truppe;  e  Na 
poleone  I  dichiarò  che  non  si  sarebbe 
opposto,  con  altri  accordi,  perchè  Ales- 
sandro I  unisse  al  suo  impero  la  Moldavia 
e  la  Valacchia,  perciò  potere  protrarre  Io 
sgombrameuto  :  nou  essere  possibile  di 
soffrire  più  oltre  il  turco  in  Europa,  po- 
tersi forse  respingerlo  in  AsTia!  In  esecu- 
zione del  trattato  di  Tilsit  i  russi  sgom- 
brarono Tenedo,  e  consegnarono  a'frao- 
cesi  l'Isole  Jonie,  che  furono  dichiarate 
indipendenti  da  Napoleone  I;  ma  col  pre- 
testo d'alcune  correrie  de'  turchi,  riten- 
nero i  principati  Danubiani. Egualmente 
a  mediazione  di  Napoleone  I  a'24  agosto 
fra  la  Russia  e  la  Porta  fu  sottoscritta  una 
tregua,  ed  altra  si  concluse  da'  turchi  coi 
serviani.  GÌ' inglesi  che  sotto  Selim  HI 
aveano  superato  l'entrata  de'Dardanelli  e 
minacciate  le  mura  del  serraglio,  e  si  e- 
rano  impadroniti  d'Alessandria, fallirono 
pure  solloMustafà  IV  nel  reiterare  la  spe 
dizione.  Lord  Paget  loro  ambasciatore 
non  riuscì  meglio  nella  sua  negoziazione 
per  ottenere  che  l'Egitto  venisse  dato  agli 
inglesi  per  tutto  il  tempo  che  fòsse  durata 
la  guerra  fra  essi  e  la  Frauda.  Le  loro 
truppe,  tagliate  a  pezzi  da  quelle  del  cai- 
makan,  poi  celebre  viceré  d'  Egitto  Me 
liemet  Ali,  in  un  tentativo  che  fecero  so 
pra  Rosetta,  furono  bloccate  in  Alessan- 
dria dal  medesimo  pascià,  che  le  costrin- 
se a  capitolare,  ed  a  rendere  la  città, ove 
entrò  a'22  settembre.  Malgrado  tali  van- 
taggi, malgrado  la  severità  di  che  usò  per 
reprimere  le  insolenti  pretensioni  de'gian- 
nizzeri,  malgrado  le  disposizioni  cui  fece 
ai  fine  di  loro  opporre  un  nuovo  corpo  di 
truppe  disciplinate  all'europea,  ma  vestile 
lilla  foggia  turca,  Mustafà  1 V  soffrì  la  me- 
desima infelice  sorte  di  Selim  III.  Questo 
ultimo  avea  ancora  numerosi  partigiani, 
di  cui  era  segretamente  capo  Mustafà 
Rairakdur,  poi  celebre  gran  visir,  che  gli 


37*  TUR 

dovea  In  sua  elevazione.  Egli  era  pascià 
di  It  ustsciuk,  dotalo  di  talento  e  di  valore 
col  quale  si  distinse  in  militari  imprese. 
Allora  comandava  qunlseraschiere  l'eser- 
cito  d'osservazione  sul  Danubio,  quando 
volle  mandare  ad  effetto  il  ristabilimento 
di  Selim  III  sul  trono.  Moveva  contro  i 
russi  allorché  fu  fatta  l'accennata  tregua. 
Nel  1808  finse  di  marciare  contro  i  ser- 
viente avvicinandosi  a  pocoa  poco  ad  A- 
drianopoli  ed  al  campo  del  gran  visirTche- 
leby  Mustafà,  lo  costrinse  ad  unirsi  con 
lui,  movendo  ambedue  verso  Costantino- 
poli. Dopo  aver  accampalo  più  giorni  di- 
nanzi alla  capitale,  ad  onta  del  rispetto 
che  ostentava  per  Mustafà  IV,  fece  segre- 
tamente strangolare  i  comandanti  delle 
fortezze  delBosforo,e  loro  sostituì  degli  uo- 
mini chea  lui  erano  divoli.  Enlrato  a'28 
luglio  in  Costantinopoli,  depose  il  muftì, 
l'agà  de' giannizzeri,  tulli  gli  ulema  che 
aveano  preso  parie  nella  rivoluzione  con- 
tro Selim  HI,  e  marciato  verso  il  serra- 
glio richiese  di  quel  principe  per  procla- 
marlo di  nuovo  sultano,  dopo  aver  fatto 
deporre  Mustafà  IV  dal  muftì  e  dagli  u- 
lema  da  lui  eletti.  Ma  Mustafà  IV  ordinò 
che  si  strozzasse  il  cugino  o  zio  Selim  III; 
gli  assassini  a  ciò  incaricati, in  altro  strano 
modo  I'  uccisero.  Mentre  lo  sventurato 
principe  ne  impediva  1'  esecuzione  colla 
forza  e  col  coraggio,  che  spiegò  contro  i 
suoi  carnefici,  uno  di  questi  caduto  fra  le 
sue  gambe  lo  trasse  da'  sensi,  con  affer- 
rare e  stringere  impetuosamente  gli  or- 
gani della  propagazione,  e  morì  per  tal 
modo  il  misero.  Così  perì  questo  illumi- 
nato sultano,  per  aver  tentato  di  rigene- 
rare la  sua  nazione,  e  di  scuotere  il  giogo 
de'  giannizzeri  e  degli  ulema.  Dotato  di 
belle  qualità  e  di  buone  intenzioni,  egli 
non  riuscì  in  tale  impresa,  che  avrebbe 
posto  la  Turchia  nel  più  alto  grado  fra  i 
potentati,  pressoché  come  la  distruzione 
degli  strelitz  aveano  dato  a  Pietro  I,un  se- 
colo avanti,  i  mezzi  di  fondare  la  formida- 
bile potenza  russa.  Gli  mancò  l'energia 
di  carattere  e  la  perseveranza  che  niun 


TUR 

ostacolo  non  può  fermare.  Dopo  breve 
resistenza  fatta  a  Bairakdar,  si  aprono  le 
porte  del  serraglio,  ed  il  cadavere  dello 
sventurato  principe  è  gettato  a'suoi  pie- 
di. Bairakdar  tributa  lagrime  di  dolore  al 
suo  signore  ;  ma  presto  crescendo  in  lui 
il  fui  ore,  ordina  il  supplizio  de'consiglieri 
e  degli  esecutori  di  tanto  delitto,  rilega 
Muslafà  IV  nella  prigione  occupata  dal 
disgraziato  Selim  III,  e  nello  stesso  gior- 
no 28  luglio  proclama  sultano  e  fa  intro- 
nizzare Mahmud  Khan  II  figlio  del  sul- 
tano Abdul-Hamed  e  fratello  del  deposto. 
Il  nuovo  monarca  dichiarò  gran  visii  Bai- 
rakdar, il  quale  tenne  ubbidienti  i  pascià, 
ristabilì  il  ministero  della  polizia  e  delle 
provigioni,  e  fece  tulte  le  disposizioni  e- 
spedienti  a  mantener  la  tranquillità  nella 
capitale.  Nel  medesimo  tempo  intese  sen- 
za posa  ad  ordinare  e  aumentare  l'eserci- 
to ottomano,  ad  introdurvi  nuovamente 
la  disciplina  e  la  tattica  europea,  a  sop- 
primere il  corpo  formidabile  de'gianniz- 
zeri,  e  ad  assoldarli  in  quello  de'seymen 
da  lui  formato.  Tali  innovazioni,  che  a- 
veano  servilo  per  colore  alla  caduta  di  Se- 
lim III,  l' inflessibile  fermezza  del  gran 
visir,  e  la  soverchia  sua  severità,  irritaro- 
no i  di  lui  invidiosi,  ed  aumentarono  il 
numero  dei  malcontenti.  Delle  truppe  ar- 
rivate senz'ordine  da'  Dardanelli  e  dalla 
Romelia  fino  da'  io  novembre  1808, 
mettono  in  colmo  l'agitazione  di  Costan- 
tinopoli a'i  4  di  detto  mese.  Si  appiccano 
de'combattimenti  parziali  fra  essi  e  la  mi- 
lizia de'seymen  istituita  e  protetta  da  Mu- 
stafà Bairakdar.  Il  visir  scorre  le  vie  della 
capitale,  e  si  reca  dovunque  il  pericolo  è 
maggiore,  ordina  con  sangue  freddo,  ina- 
nima i  seymen  più  coli'  esempio  che  coi 
suoi  discorsi,  e  sbaraglia  più  d'una  volta  i 
giannizzeri;  ma  mentre  egli  vince  da  uà 
lato,  i  suoi  partigiani  sono  respinti  in  tutti 
gli  altri  punti.  Costretto  finalmente  a  ce- 
dere al  numero,  si  ritira  nel  serraglio.  Vi 
viene  assediato,  vi  si  dà  fuoco  e  se  ne  sca- 
lano le  mura  a' 1 5  novembre.  Bairakdar 
non  ha  che  il  tempo  di  far  strangolare 


TUR 

Mustafà  IV  colla  madre,  cui  i  ribelli  ri- 
domandavano per  sultano;  e  temendo  di 
cader  vivo  nelle  loro  mani,  incendia  la 
polveriera,  balza  in  aria,  e  seco  trae  una 
moltitudine  di  quelli  ch'erano  i  più  acca- 
niti a  ucciderlo.  Nel  dì  seguente  fu  tro- 
vato il  suo  corpo  sotto  le  macerie,  e  fu 
bersaglio  agli  oltraggi  della  plebe.  In  tal 
guisa  finì  il  famoso  visir,  di  cui  il  corag- 
gio e  i  talenti  elevati  avrebbero  potuto 
operare  dell'  utili  riforme  alla  sua  nazio- 
ne^ contribuii  e  ad  un  maggiore  sviluppo 
di  quelle  che  intraprese  poi  Mahmud  li, 
se  imprudentemente  affrettata  egli  non 
avesse  tale  tremenda  rivoluzione.  11  cor- 
po di  Mustafà  IV  a' 18  fu  deposto  nella 
tomba  del  padre  suo.  Mahmud  li  avea 
2  3  anni  quando  salì  al  trouo,  sul  quale 
portò  le  feconde  idee  di  riforma  e  d'inci- 
vilimento iniziale  dal  cugino  o  zio  Se- 
lim  111  e  proseguite  dal  visir  Bairakdar, 
le  quali  con  piti  fausti  auspicii  sviluppò 
in  Costantinopoli ,nel  quale  articolo  per- 
ciò lo  celebrale  nel  priucipio  di  questo  già 
ne  feci  cenno  ;  sebbene  le  sue  incessanti 
cure  e  l'essersi  mostrato  d'animo  costante 
ne'  prosperi  e  negli  avversi  casi,  lo  face- 
vano degno  di  sorte  migliore.  Quanto  ai 
grandi  avvenimenti  politici  del  suo  im- 
pero, dirò  che  poco  prima  di  sua  assun- 
zione ad  esso,  Napoleone  I  avendo  fondati 
sospetti  che  l'imperatore  d'Austria  Fran- 
cesco I  gli  muovesse  nuovamente  guerra, 
tentò  inutilmente  di  distrarne  la  politica 
verso  l'oriente,  col  proporgli  la  divisione 
deli'  impero  ottomano,  ammettendolo  a 
parte  delle  spoglie.  Nel  colloquio  poi  te- 
nuto dal  medesimo  Napoleone  I  in  Erfurt 
nell'autunno  con  Alessandro  I,  a  questi 
rinnovò  la  promessa ,  che  non  si  sarebbe 
opposto  all'unione  della  Valacchia  e  della 
Moldavia  all'impero  russo.  Nel  1809  A- 
lessandro  I  prorogò  colla  Porta  l'armisti- 
zio di  Slobosia,che  dovea  terminare  nel- 
l'aprile, e  trattò  in  Jassy  per  concludere 
una  pace  definitiva.  Chiese  però  per  base 
del  trattato  la  cessione  della  Valacchia  e 
della  Moldavia  ;  e  siccome  frattanto  sul 


TUR  373 

principio  di  detto  anno  la  Turchia  erasi 
pacificata  coll'Iughilterra,  vi  aggiunse  per 
altra  condizione  l'espulsione  da  Costan- 
tinopoli del  ministro  inglese.  Il  sultano 
non  volle  acconsentire  a  tali  patti,  e  si 
ruppero  le  conferenze.  Allora  i  russi  ri- 
presero le  offese;  s'impadronirono  total- 
mente delle  chieste  provincie,  e  portarono 
eziandio  la  guerra  sulla  riva  destra  del 
Danubio.  Intanto  nell'Egitto  il  pascià  Me 
hemet  Ali,  divenuto  viceré,  nel  i.°  mar- 
zo cominciò  ad  eseguir  la  strage  de'  tur- 
bolenti mammalucchi,  che  non  cessò  fin- 
che quasi  tutti  non  furono  sterminati. Con 
questa  terribile  misura  politica  1'  Egitto 
fu  pacificato.  Ad  onta  delle  convenzioni, 
delle  capitolazioni,  de' firma  ni,  detrattali 
internazionali  e  di  ogni  altro  diritto  dei 
francescani  latini  sui  Luoghi  Santi,  che 
sono  andato  riferendo,  i  greci  e  gli  arme- 
ni scismatici,  sempre  di  visi  nel  dogma,  ma 
sempre  d'  accordo  contro  i  Ialini,  salvo 
sempre  il  diritto  di  accapigliarsi  fra  loro 
nel  momento  di  dividere  la  preda,  pro- 
fittando astutamente  delle  brighe  chele 
guerre  e  le  rivoluzioni  davano  a'goverui 
d'occidente,  già  fino  dal  declinar  dei  pas- 
sato secolo  si  erano  impossessati  di  quasi 
tutti  i  santuari  di  Palestina.  1  legittimi 
possessori  latini  o  franchi,  cacciati  quasi 
da  ogni  luogo,  non  erano  né  anco  più  tol- 
lerati in  queir  oscuro  cantuccio  eh'  era 
loro  rimasto,  quando  il  funesto  caso,  che 
narrai  a  Gerusalemme  con  dettagliati  par- 
ticolari, ivi  venne  a  mettere  il  colmo  alla 
desolazione  e  alla  miseria  de' vessali  mi- 
nori osservanti,  ed  insieme  adarea'loro 
superbi,  prepotenti  e  crudi  rivali  un'  ap- 
parenza di  diritto,  tanto  piùassurdo,quau- 
to  che  fondato  sopra  una  nuova  e  più  a* 
ceiba  oppressione.  Nella  notte  dall'i  1  al 
12  ottobre  1808  il  fuoco  si  apprese  alla 
cappella  degli  armeni,  ed  in  breve  si  pro- 
pagò tanto  che  in  meno  di  due  ore  di- 
roccò la  gran  cupola  della  chiesa  del  s. 
Sepolcro,  in  volgendo  nella  sua  rovina  uua 
gran  parte  de' preziosi  doni  che  l' orna- 
vano. I  greci  e  gli  armeni  furono  or  gli 


>.;  TUR 

uni  or  gli  altri  accusali  d'aver  appiccato 
il  fatale  incendio;  essi  medesimi  se  ne  in- 
colparono a  vicenda,  e  gli  uni  e  gli  altri 
egualmente  ne  profittarono.  A  niunomai 
\enne  in  pensiero  d'incolparne  i  religiosi 
latini,  i  quali  non  potevano  che  perdere 
in  quell'incendio.  L'utile  che  a' greci  ed 
agli  armeni  provenne  da  questa  distru- 
zione sacrilega,  non  è  certamente  ragione 
sufficiente  per  imputar  loro  un  delitto  sì 
atroce;  ma  la  loro  condotta  susseguente, 
e  r  ora  ed  il  luogo  ove  l'incendio  si  ap- 
prese, oltre  il  modo  con  cui  si  propagò, 
dierono  pur  troppo  motivo  a  gravissimi 
sospetti.  Essi  sapevano  molto  bene  chela 
povertà  de'  francescani  latini  privati  da 
lungo  tempo  dell'  elemosine  di  Spagna, 
del  Portogallo  e  dell'altre  nazioni  occi- 
dentali, ponevali  nella  stretta  e  affliggen- 
te impossibilità  di  rifabbricare  la  chiesa 
del s. Sepolcro,  quando  una  volta  fossedi- 
strulta.  Sapevano  parimenti  che  in  tal 
caso  essi  avrebbero  facilmente  ottenuto 
a  forza  di  danaro  dal  governo  turco  la  li- 
cenza di  ricostruirla  a  loro  spese;  il  che, 
secondo  l'idee  del  paese,  avrebbe  loro  da- 
toli diritto  esclusivo  di  proprietà.  Questo 
in  fatto  i  greci  e  gli  armeni  ottennero  ed 
eseguirono,  non  ostante  l'opposizione  dei 
francescani  legittimi  possessori,  non  o- 
stante  i  loro  più  energici  richiami,  non  o- 
Mante  le  capitolazioni  e  i  trattati,  e  tutti 
qujinti  i  loro  diritti.  11  divano  di  Mah- 
mud II  die  facoltà  a' greci  e  agli  armeni 
di  rialzar  la  cupola  e  di  ricostruire  il  re- 
sto del  diroccalo  tempio,  il  che  essi  fece- 
ro senza  curarsi  troppo  del  rifabbricarla 
come  si  conveniva  e  con  ornati  poco  ra- 
gionati.D'allora  innanzi  èagevoleacom- 
prendere  quanto  sieuo  stati  più.  ardenti 
i  loro  tentativi  per  giungere  ad  un'inva- 
sione compiuta  del  santuario.  L' incari- 
cato d'affari  di  Napoleone  I  a  Costanti- 
nopoli, per  impedir  gli  effetti  di  questa 
costruzione,  protestò  ed  ottenne  nel  1 8 1 1 
un  firmano  di  Mahmud  II,  col  quale  si 
dichiara  esplicitamente,  che  l'opera  dei 
greci  e  degli  armeni  nella  rifabbricazione 


TUR 

della  chiesa  del  s.  Sepolcro,  non  doven 
nuocere  a'diritti  anteriori  de'latini.  Que- 
sto firmano  però  non  ebbe  altro  effetto 
che  di  porre  il  diritto  legalmente  in  si- 
curo. I  greci  e  gli  armeni  ottennero  anzi 
nel  seguente  1 8 1  2,  un  altro  firmano  dal- 
lo stesso  sultano,  il  quale  non  ostante  i 
diritti  de'latini  con  aperta  contraddizione 
aggiudicò  a' greci  e  agli  armeni  l'esclu- 
siva possessione  de'Luoghi  Santi.  Esso  si 
appoggia  a  due  falsi  firmani  attribuiti  a 
Selim  I,  il  quale,  secondo  quello,  avreb- 
be conceduto  i  medesimi  luoghi  alle  due 
nazioni;  ma  di  que'  due  prelesi  firmani 
non  erasi  udito  parlar  mai  prima  di  quel 
giorno  in  cui  il  sultano  emanò  un  ^fir- 
mano in  opposizione  al  r.°,  il  che  solo  pro- 
verebbe la  loro  falsificazione.  Quello  che 
ad  evidenza  prova  la  falsità  de'  firmarli 
attribuiti  a  Selim  I,  si  è  che  ambedue  por- 
tano la  medesima  data,  e  danno  nel  me- 
desimo tempo  i  medesimi  luoghi  a'greci 
ed  agli  armeni,  cioè  a  due  nazioni  rivali 
e  nemiche,  le  quali  non  sì  accordano  che 
per  danneggiare  i  latini.  Qui  aggiungerò, 
che  gli  armeni  ottennero  nel  1829  da 
detto  sultano  un  nuovo  firmano,  il  quale 
loro  concede  solamente  di  celebrar  la 
messa  e  d'accender  le  lampade  avanti  il 
s.  Sepolcro.  Dirò  pure,  che  Luigi  Filippo 
re  de'francesi,  per  l'ammiraglio  Roussin 
ottenne  da  Mahmud  II  il  permesso  a'  re- 
ligiosi latini  di  celebrar  la  messa  nella 
chiesa  dell'Ascensione  sul  monte  Oli  veto 
nel  dì  anniversario  della  festa,  benché  la 
chiesa  fu  convertita  in  moschea;  il  qual 
favore  Solimano  II  non  volle  accordare 
a  Francesco  I  re  di  Francia  per  la  chiesa 
del  monte  di  Sion,  nella  quale  i  mussul- 
mani aveano  fatta  la  loro  preghiera  ca- 
nonica. Riprendendo  il  filo  cronologico 
de'  maggiori  politici  avvenimenti  della 
Turchia,  noterò  che  nel  18 12  Napoleo- 
ne I  volendo  mandare  ad  effetto  l'inva- 
sione della  Russia, colla  quale  erasi  ini- 
micato, spedì  truppe  in  Polonia,  si  col- 
legò colla  Prussia  e  coll'Austria  median  - 
te  il  trattato  di  Parigi  de'i4  marzo,  in 


TUR 

cui  ancora  si  guarentì  l'integrità  del  ter- 
ritorio della  Porta  ottomana  in  Europa, 
la  qual  potenza  sarebbe  stata  invitata  ad 
accedere  all'alleanza.  Quest'invito  non 
ebbe  l'effetto  desiderato  dalle  parti  con- 
traenti; ma  intanto  le  circostanze  giova- 
rono a' turchi.  Imperocché  ne'due  prece- 
denti anni  avendo  essi  continuato  a  guer- 
reggiare co'iussi,  sulla  fine  del  18 1  i aven- 
do sofferto  a  Rustsciuk  in  Bulgaria  una 
totale  disfatta,costrinseMahmudII  a  do- 
mandare la  pace  ad  Alessandro  1.  Questa 
certamente  sarebbe  stata  pregiudizievo- 
lissima, senza  l'imminente  guerra  tra  la 
Russia  e  la  Francia.  In  fatti  nel  trattato 
roncluso  a  Biikarest  a'28  maggioi8i2, 
Alessnndro  1  potè  soltanto  estendere  i  suoi 
confini  sino  al  Pruth;con  che  unì  al  suo 
vastissimo  impero  la  Bessarabi?ì,ecl  un  3.° 
della  Moldavia,  regioni  interessanti,  ma 
non  corrispondenti  a'  vantaggi  riportati 
da'russi.  In  tal  modo  l'imperatore  di  Rus- 
sia rese  disponibile  l'armata  che  avea  sul 
Danubio,  e  si  tolse  un  nemico  confinan- 
te. Non  solo  la  Porta  restò  neutrale  nelle 
grandi  guerre  che  disfecero  il  possente  tro- 
no di  Napoleone  I  nel  18 14,  ma  mentre 
tutte  le  potenze  mandarono  i  loro  rap- 
presentanti al  celebre  congresso  di  Vien- 
na, per  regolare  i  destini  d'  Europa  e  il 
suo  equilibrio  politico,  essa  se  ne  astenne. 
Nel  18  16  l'Inghilterra  indusse  le  reggenze 
di  Barbarla,  cioè  d' Algeri,  Tunisi  e  Tri- 
polita  concludere  trattati  di  paceco're  di 
Sardegna  e  delle  due  Sicilie,  e  col  gran- 
duca di  Toscana,  e  le  costrinse  ad  abolire 
la  pirateria,  la  schiavitù  dei  cristiani,  ed 
a  liberar  gli  schiavi  che  aveano,  senza  che 
la  Porta  facesse  rimostranze.  Avendo  il 
viceré  d' Egitto  portato  in  Arabia  la  guer- 
ra contro  i  vecabiti,  li  vinse  e  vi  pose  fine 
nel  18 19. 

Dopoché  la  repubblica  dell'Isole  Jonie, 
sottratta  dalla  supremazia  della  Porta  e 
dal  protettorato  della  Russia,  fu  dichia- 
rata stato  libero  e  indipendente  con  go- 
verno rappresentativo,  sotto  il  protetto- 
rato perpetuo  dell' Inghilterra,  Rigas  coi 


TUR  375 

suoi  canti  pieni  d'ardenti  sensi  d'amorpa 
trio  e  dell'antiche  glorie,  poste  a  confrou- 
to  dello  stato  d'  abbiezione  in  cui  sog- 
giaceva la  nazione  greca  sotto  i  turchi , 
infiammò  la  gioventù,  a  riconquistare  la 
sua  libertà  e  indipendenza.  La  propen- 
sione alla  libertà,  diffusa  generalmente 
in  Europa,  era  penetrata  anche  fra'  gre- 
ci, poiché  molti  de'loro  giovani  negli  stu- 
di delle  università  d'Italia,  di  Francia  e  di 
Germania,  colle  cognizioni  letterarie  e 
scientifiche  aveano  acquistato  eziandio  lo 
spirito  liberale  che  negli  studenti  si  era 
molto  diffuso.  Riscaldati  gli  animi  colla 
coltura  per  le  antiche  celebri  memorie,e  il 
vedere  la  debolezza  a  cui  era  ridotto  il  de- 
crepito impero  ottomano,  inspirò  loro  la 
lusinga  di  emanciparsi  da  esso.  Già  fino 
dal  18  (4  formossi  la  società  secreta  degli 
Eteristit  o  amici  della  libertà,  il  cui  scopo 
era  di  liberar  la  Grecia.  Nel  182 1  si  sol- 
levarono i  greci  contro  i  turchi,  animati 
dalle  rivoluzioni  scoppiate  nella  Spagna 
e  nel  regno  delle  due  Sicilie.  Ne  furono 
principali  autori  Auogosti,  Teodoro  mo- 
naco, Alessandro  e  Demetrio  Ipsilandi, 
Germano  vescovo  greco  di  Patrasso,  Go- 
locotroni,  Odisseo  e  Niceta  detto  Turco- 
fago.  Dòpo  alcuni  brevi  e  infelici  movi- 
menti suscitati  da'greci  stabiliti  nella  Va- 
lacchia e  nella  Moldavia,  la  rivoluzione 
scoppiò  nel  Peloponneso,  e  quindi  cotau- 
nicossi  alla  Grecia  propriamente  detta,  e 
alle  vicineregioni  especialmente  nell'isole 
del  mar  Egeo.  Incominciossi  allora  quivi 
un'  aspra  e  sterminatrice  guerra.  Intanto 
i  turchi  infierivano  contro  i  cristiani  an- 
che ne'  paesi  non  sollevati,  e  vi  furono 
orribili  stragi  di  greci  in  Costantinopoli, 
a  Smirne  e  in  altri  vari  luoghi.  Indi  i  gre- 
ci nel  182 2  si  dichiararono  indipendenti 
e  promulgarono  una  costituzione  tem- 
poranea. Le  feroci  repressioni  e  la  guerra 
portata  inGrecia  da'turchijinasprirono  gli 
animi  e  li  rese  più  tenaci  in  sostenere  le 
loro  pretensioni.  Continuando  la  guerra 
de'turchi  coutroi  greci  insorti  con  alterna 
fortuna,  e  sempre  con  tutti  gli  orrori  e 


37G  TUR 

cornifìcine  delle  discordie  civili  e  del  fa- 
natismo irritalo;  il  1822  fu  funestato  spe- 
cialmente dall' esterminio  di  Scio.  Que- 
st'  isola  deliziosa,  opulenta  e  abitata  da 
circa  70,000  uomini, venne  in  gran  parte 
sollevala  dagli  altri  greci  a'22  marzo.!/ 1  1 
aprile  però  il  capitan  pascià  vi  sbarcò  un 
corpo  d'  ottomani  che  tutto  distrussero 
coll'eccidio  e  colla  schiavitù  della  maggior 
parte  degli  abitanti.  Narra  il  Coppi,  che 
la  persecuzione  de'  turchi  contro  i  greci 
stabiliti  nel  loro  impero,  eccitò  Io  sdegno 
di  tutti  i  cristiani,  e  specialmente  de'russi 
cheaveano  comuni  con  quelli  i  principii 
religiosi.  Quindi  essi  accolsero  e  soccor- 
sero generosamente  coloro  che  si  rifugia- 
rono ne'  loro  stati,  ed  invocarono  alta- 
mente la  guerra  per  vendicarla  religio- 
ne oltraggiata. L'imperatore  Alessandro!, 
sempre  fisso  ne'principii  della  legittimità, 
disapprovava  la  ribellione  de'  greci,  ma 
d' altronde,  secondando  lo  spirito  pub- 
blico, fece  forti  rimostranze  alla  Porta 
sugli  eccessivi  rigori  che  si  esercitavano 
da  essa,  contrari  all'umanità  ed  a'trattali 
vigenti.  Lagnossi  inolile  che  contro  i  trat- 
tati medesimi  si  fossero  mandate  e  stan- 
ziate truppe  turche  ne'  principati  di  Va- 
lacchia e  di  Moldavia.  All'opposto  la  Por- 
ta sosteneva,  che  gli  atti  di  rigore  eserci- 
tati dal  governo  erano  legittimi,  e  se  vi 
era  stato  qualche  eccesso  doversi  soltan- 
to attribuire  alla  feccia  del  popolo.  Anzi 
essa  chiese  la  consegna  de' suoi  sudditi 
ribelli  rifugiati  in  Russia,  e  lo  sgorubra- 
mento  d'alcune  sue  regioni  nell'Asia  oc- 
cupate da'russi.  Da  tultociò  nacquero  tra 
le  due  potenze  calde  questioni,  e  talvolta 
minacce  di  guerra.  I  greci  all'  annunzio 
che  nell'ottobre  1822  si  teneva  da  di- 
versi sovrani  e  diplomatici  di  altri  un 
congresso  iu  Verona,  vi  spedirono  alcuni 
deputati  a  rammentare.  »  Chedue  volte 
aveano  di  già  domandato  a' cristiani  di 
Europa  soccorsi,  o  almeno  una  stretta 
neutralità.  Allora  poi  dichiarare,  che  nel- 
lo stato  attuale  delle  cose  era  impossibile 
che  deponessero  le  armi  finché  uou  aves- 


T  U  R 

sero  ottenuto  un'esistenza  nazionale  e  in- 
dipendente, e  garanzie  sufficienti  per  so- 
stenerla. Se  1'  Europa  nel  trattare  colla 
Porta  voleva  comprendere  la  nazione  gre- 
ca, essi  dichiaravano  di  non  accettare  al- 
cun trattato  prima  che  i  loro  deputati 
non  fossero  ammessi  a  difendere  i  loro 
diritti.  Che  se  poi  ciò  fosse  a  loro  nega- 
to, allora  protestavano  all'Europa  intera 
ed  alla  grande  famiglia  della  cristianità, 
che  deboli  ed  abbandonali ,  avrebbero 
continuato  a  combattere  per  morire  libe- 
ri e  cristiani,  come  aveano  vinto  fino  al- 
lora colla  sola  forza  del  Redentore,  e  peit 
la  sola  possanza  divina  ".  Ma  le  grandi 
potenze  d'Europa  non  erano  ancora  di- 
sposte a  riconoscere  la  nazionalità  greca. 
D'altronde  l'Austria,  la  Francia.  l'Inghil- 
terra e  la  Prussia  temevano  che  la  Rus- 
sia s'  ingrandisse  ulteriormente  in  una 
nuova  guerra  colla  Turchia.  Quindi  li- 
mitaronsi  a  temperare  le  ire  ed  a  raddol- 
cire gli  animi.  Da  ciò  ne  venne  che  il  con- 
gresso di  Verona,  procurando  di  conci- 
liare i  diritti  della  legittimità  e  dell'uma- 
nità, si  limitò  a  dichiarare:  »  Chela  que- 
stione greca  apparteneva  agli  affari  in- 
terni della  Porta,  e  come  tale  dovea  es- 
sere definita  esclusivamente  dalla  mede- 
sima. Per  conseguenza  non  vi  dovea  in- 
tervenire alcun'  altra  potenza  ;  e  se  mai 
alcuna  di  esse  intervenisse,  tutte  Y  altre 
avrebbero  agito  secondo  i  principii  del  di- 
ritto delle  genti  ".  Intanto  disapprovan- 
do la  sollevazione,  stabilirono  d'inter- 
porre per  umanità  i  loro  uffici  in  favore 
delle  vittime  della  stessa.  Sino  a  questa 
epoca  la  casa  di  Savoia  non  a  vea  avuta  al- 
cuna relazione  diretta  colla  Porla,  ne  la 
sua  bandiera  era  riconosciuta  da'turchi; 
quindi  i  sardi  che  commerciavano  in  o- 
riente  erano  costretti  di  mettersi  sotto  la 
protezione  di  bandiere  straniere.  Dopo 
l'unione  del  Genovesato  al  regno  di  Sar- 
degna, il  re  Vittorio  Emanuele  I  erasi 
immediatamente  adoperato  per  stabilire 
direttamente  relazioni  diplomatiche  colla 
Porta,  ma  avea  incontralo  forte  opposi- 


TUR 
zione  per  parte  della  Francia,  gelosa  del 
commercio  genovese  in  Levante.  Final- 
mente colla  mediazione  dell'Inghilterra 
superò  ogni  ostacolo,  ea'25  ottobre  1823 
tu  sottoscritto  in  Costantinopoli  un  trat- 
tato d'amicizia  fra  la  Sardegna  e  la  Por- 
ta. Le  relazioni  commerciali  furono  sta- 
bilite sulla  base  in  cui  erano  fra  la  Porta 
e  T  Inghilterra.  Il  re  mandò  poi  un  mi- 
nistro plenipotenziario  a  risiedere  in  Co- 
stantinopoli.e  consoli  ue'principali  porti 
di  Turchia,  e  furono  presi  gli  opportuni 
provvedimenti  affinchè  i  sardi  potessero 
fare  un  più  libero  commercio  nell'  Arci- 
pelago, e  nel  mar  Nero  in  cui  già  i  geno- 
vesi erano  stati  possenti  per  la  loro  cele- 
bre colonia  di  Teodosia  o  Caffa.  Senza 
ritornare  sull'argomento,  qui  dirò  che  di 
poi  le  due  potenze  fecero  nel  1839  un 
nuovo  trattato  di  commercio  e  di  navi- 
gazione per  aumentare  il  commercio  fra' 
loro  rispettivi  domimi,  e  rendere  più  fa- 
cile il  cambio  de'prodotti  d'un  paese  con 
quelli  dell'altro;  a  seconda  di  quello  sti- 
pulato nel  precedente  anno  tra  la  Porta 
e  l'Inghilterra,  per  aver  dichiarato  la  i.a 
che  non  avrebbe  ricusato  all'altre  poten- 
ze altrettanto.  Mentre  i  greci  colla  loro 
indipendenza  disputavano  a'turchi  le  bel- 
le contrade  possedute  da'  loro  antenati, 
l'energico  Mahmud  II  non  solamente  con- 
tinua va  le  riforme  per  civilizzare  il  suo 
impero,  ma  con  ardito  disegno  effettuò 
nel  1826  quello  concepito  e  inutilmente 
tentato  dal  cugino  o  zio  Selim  III,  la  di- 
struzione de'turbolenti  e  imperiosi  gian- 
nizzeri in  Costantinopoli  e  in  altre  parti 
dell'impero.  In  quell'articolo,  dopo  ave- 
re ragionato  dell'istituzione  e  insubordi- 
nazione de'giannizzeri,  raccontai  cornas- 
si ribellatisi  Mahmud  II  seppe  farli  di- 
struggere co'caunoni  a  mitraglia  in  nu- 
mero di  20,000,  e  degli  altri  60,000  e- 
spulsi  in  Asia  ne  furono  messi  a  morte 
4o,ooo;  quindi  e  per  sempre  abolì  la  mi- 
lizia de'giannizzeri  e  ne  dichiarò  il  nome 
maledetto.  Continuando  i  greci  la  guerra 
d'indipendenza  nel  Peloponneso,  nell'At- 


TDR  377 

tica  e  in  alcune  prossime  provincie,come 
anche  in  varie  isole  dell'Arcipelago,  seb- 
bene sanguinosa  e  distruttiva,  non  eravi 
stato  risultamento  decisivo  sinoal  1827.! 
greci  non  aveano  forze  sufficienti  da  venir 
a  battaglie  campali,  ma  il  terrenofavori va 
per  loro  la  piccola  guerra;  da  questa  frat- 
tanto ne  derivò  una  molestissima  pirate- 
ria. Mehemet  Ali  viceré  d'Egitto  quasi  in- 
dipendente,  avea  unito  poderose  forze  di 
terra  e  di  mare  a  quelle  dellaPorta. Alcuni 
privati  da  varie  parti  d'Europa  si  erano 
recati  a  combattere  per  la  libertà  della 
celebratissima  Grecia;  e  molti  anche  dagli 
Stati  Uniti  d'America  inviarono  a' greci 
soccorsi  in  danaro.  I  sovrani  però,  e  preci- 
puamente l'imperatore  d'Austria,  riguar- 
dando sempre  i  greci  quali  ribelli,  si  a- 
stennero  dal  favorirli.Consideravanod'al- 
tronde  essere  cosa  pericolosa  Io  stabili- 
mento di  un  governo  repubblicano  in 
una  regione  dalla  quale  lo  spirito  di  li- 
bertà si  sarebbe  facilmente  potuto  comu- 
nicare ad  altri  paesi  e  specialmente  all'I- 
talia; ma  nello  stesso  tempo  rincresceva 
ad  alcuni  di  essi  che  la  pirateria  danneg- 
giasse il  commercio  de'  loro  sudditi,  e  li 
costringesse  a  mantenere  forze  navali  nei 
mari  di  Levante  per  proteggerlo.  Non  era 
poi  neppure  da  sprezzarsi  il  voto  che  lutti 
facevano  per  l'indipendenza  di  si  classica 
terra.  In  tali  circostanze  i  greci  dopo  es- 
sersi nel  182.5  posti  sotto  la  prolezione 
dell'Inghilterra,  questa  nel  1826  con- 
certò colla  Russia  d'interporsi  per  un  pa- 
cificamento sulla  base  di  formare  della 
Grecia  uno  stato  tributario  della  Porta, 
ma  governato  da  magistrati  nazionali. Sta- 
bilirono eziandio  le  due  potenze  d' invi- 
tare le  corti  di  Vienna,  di  Berlino  e  di  Pa- 
rigi a  garantire  tale  accordo.  L'Austria  e 
la  Prussia  non  vollero  prendervi  parte; 
vi  acconsenti  però  la  Francia,  ed  a'6  lu- 
glio 1827  le  3  potenze  sottoscrissero  in 
Londra  un  protocollosulle  mentovate  ba- 
si. Aggiunsero  d'intimare  alle  parti  com- 
battenti di  desistere  immediatamente  dal. 
l'ostilità.  Comunicato  quest'atto  alla  Por, 


378  T  D  R 

ta  nella  metà  d'agosto,  Mahmud  li  ricu- 
sò inflessibilmente  d'aderirvi,  risponden- 
do: Che  inolivi  religiosi,  politici  e  d'inter- 
na amministrazione  gli  vietavano  d'am- 
mettere qualunque  intervento  straniero. 
I  collegali  pei*  appoggiare  le  loro  propo- 
sizioni inviarono  in  Levante  poderose  for- 
ze navali.  Nella  metà  d'ottobre  unironsi 
con  flotta  combinata  sulle  coste  del  Pe- 
loponneso, una  squadra  inglese  coman- 
data da  Codrington,  una  francese  sotto 
gli  ordini  di  Rigny,  ed  una  russa  capita- 
nata da  Heyden.  Stabilirono  questi  co- 
mandanti d'entrar  nel  porto  di  Navarino 
in  Morea,  uno  de'  più  sicuri  e  più  vasti 
di  Grecia,  che  si  stima  capevole  di  2000 
vele,  dove  nel  182,5  erasi  impegnato  un 
sanguinoso  combattimento  fra'greci  e  le 
truppe  turco  egizie  comandate  dal  valo- 
roso Ibrahim  pascià  figlio  di  Mehemet 
Ali  viceré  d'  Egitto,  ed  allora  eravi  an- 
corata la  stessa  flotta  turco-egizia  a  dispo- 
sizione del  medesimo  Ibrahim,  il  quale 
con  un  esercito  di  egizi,  turchi  e  arabi 
devastava  le  vicine  regioni.  Era  loro  in- 
tenzione d'intimargli  di  desistere  da  quel- 
la guerra  sterminatrice.  La  slessa  armata 
turco-egizia  aveaa'io  aprile  1825  asse- 
diato Missolonghi  città  di  Grecia  sopra 
una  baia  del  mar  Jonio,  come  piazza  di 
guerra  ben  fortificata,  e  difesa  da  buona 
cittadella  e  da  molti  forti  circostanti,  e 
perchè  i  greci  se  n'erano  impadroniti  nei 
primordi  di  loro  insurrezione,  vi  avea- 
110  bene  ristaurate  le  fortificazioni,  e  sta- 
bilita la  sede  del  loro  nuovo  governo,  re- 
sistendo eroicamente  agli  assediami.  Ri- 
dotti in  fine  agli  estremi  e  dopo  aver  sof- 
ferto tutti  gli  orrori  della  fame,gli  assediati 
si  videro  costretti  ad  abbandonar  la  piaz- 
za a'26  marzo  o  23  aprile  1826,  all'ar- 
mata numerosa  d'  arabi  disciplinati  al- 
l' europea,  e  di  turchi  e  albanesi;  ma  la 
guarnigione,  sotto  gli  ordini  de!  prode 
Notis  Botzari, accompagnata  da  porzione 
degli  abitanti  più  risoluti,  racchiudendo 
nel  centro  le  donne  e  i  fanciulli,  si  fece 
strada  colla  spada  alla  mano  in  mezzo  al- 


TUR 

l'armata  nemica,  e  si  sarebbero  salvati 
senza  un  riprovevole  tradimento;  mentre 
un  distaccamento  di  5o  uomini  risoluti 
facendo  colle  mine  saltar  per  aria  il  ca- 
stello, si  seppellì  sotto  le  rovine  della  piaz- 
za, ravvolgendo  nel  terribile  eccidio  ara- 
bi, turchi  ed  egizi. 1  pochi  ed  estenuati  su- 
perstiti abitanti  perirono  quasi  tutti  pel 
ferro  nemico  o  pel  fuoco  ch'eglinostessi  ap- 
piccarono^ gli  altri  furono  tratti  in  ischia- 
vitù.  Questa  feroce  difesa  è  uno  de'  fatti 
più  eclatanti  della  greca  insurrezione; 
l'altro  essendo  il  disastroso  episodio  che 
vado  a  narrare.  Dopo  dunque  l'intima- 
zione dei  comandanti  alleati,  essi  a*20  ot- 
tobre entrarono  nel  porto  di  Navarino, 
cioè  1  1  bastimenti  inglesi,  8  russi  e  7  fran- 
cesi. I  turchi  ed  egizi  aveano  nel  porto  3 
vascelli,  ig  fregate,  26  corvette  e  altret- 
tanti legni  minori,  altri  dissero  2  1 4 legni 
d'ogni  dimensione.  Essi  considerarono  il 
movimento  de'collegati  quale  atto  ostile,e 
loro  spararono  contro  alcuni  colpi  di  fuo- 
co.Questi  vi  risposero  energicamente,  e  in 
4  ore  distrussero  quasi  tutti  que'  basti- 
menti, colla  morte  di  circa  6000  uomini. 
I  collegati  non  perderono  alcun  legno,so- 
lo  n'ebbero  alcuni  danneggiali,  con  po- 
checentinaia  di  morti  o  feriti,  ed  il  tuono 
tremendo  de'  loro  bronzi  micidiali  con- 
fermò la  greca  indipendenza  comprata 
con  6  anni  di  sangue  da  un  pugno  d'  in- 
trepidi contro  l'impero  ottomano.  Mah- 
mud II  adirato  per  tale  sterminio  e  per  la 
rovina  di  sua  marina  militare,  fatto  da  3 
potenze  che  viveano  in  piena  pace  e  ar- 
monia colla  Porta,  e  mostravano  di  farle 
parti  di  mediatrici, lo chiamòlfatto compiu- 
to e  obbrobrioso  alla  civiltà  europea;  ma 
impotente  a  vendicarsi,  domandò  debol- 
mente soddisfazione  e  poi  dovette  dissi- 
mulare. Il  sultano  restò  per  altro  ancora 
fermo  nel  proposito  di  non  voler  accet- 
tare l'offerta  mediazione  pel  pacificamen- 
to, ed  allora  i  rappresentanti  delle  poten- 
ze collegate  partirono  da  Costantinopoli. 
Ivi  4  giorni  prima  della  catastrofe  di  Na- 
varino erasi  sottoscritta  una  convenzione 


TUR 

fra  fa  Porta  e  il  regno  delle  due  Sicilie, 
nella  quale  si  stabilì:  Accordare  la  Porla 
che  i  bastimenti  del  regno  potessero  pas- 
sare con  reale  bandiera  dal  mar  Bianco 
nel  mar  Nero  con  carichi  di  produzioni 
del  regno  e  di  altri  stati,  e  che  indi  po- 
tessero tornare  dal  mar  Nero  nel  Bianco 
con  carichi  di  produzioni  russe.  Nel  i  82S 
Nicolò  I  imperatore  di  Russia,  dopo  aver 
con  un  trattato  costretto  la  Persia  a  ce- 
dergli due  provincie  con  punti  importan- 
tissimi di  difesa,  e  pagar  per  la  guerra  una 
indennizzazione  di  20  milioni  di  rubli  di 
argento, si  decise  di  rivolgere  le  sue  armi 
contro  la  Turchia.  La  Russia  era  sempre 
in  atto  minaccevole  verso  la  Porta,  colla 
quale  oltre  la  questione  greca  ne  avea  di- 
verse altre  dipendenti  dall'esecuzione  del 
trattato  di  Bukarestdel  1812. Queste  que- 
stioni tanto  crebbero  che  sul  fine  del  pre- 
cedente anno  il  sultano  non  dubitò  di 
pubblicare:Che  la  Russia  da  5oanni  ten- 
deva alla  distruzione  dell'  islamismo  e 
specialmente  dell'impero  ottomano,  quin- 
di se  le  3  potenze  collegate  non  desiste- 
vano a  intervenire  a  favore  de'greci,  do- 
veasi  intraprendere  una  guerra  religiosa 
e  nazionale.  A  tale  annunzio  Nicolò  T 
rispose  colla  dichiarazione  di  guerra.  I 
russi  varcarono  il  Pruth  a'  7  maggio,  il 
Danubio  1'  8  giugno,  e  nel  corso  della 
campagna  presero  Issaktcha,  Brailow  e 
Varila.  S'impadronirono  eziandio  d'  A- 
napa  e  di  Poti,  piazze  importanti  che  la 
Porta  conservava  ancora  sulla  spiaggia 
settentrionale  del  mar  Nero.  All'oriente 
poi  di  questo  mare  altro  esercito  russo  che 
era  capitanato  daPaskewitsch  ed  avea  po- 
c'anzi debellato  i  persiani,  entrò  nell'Ar- 
menia, prese  d'assalto  Rais  creduta  ine- 
spugnabile, e  si  avvicinò  a  Erzerum  ed  a 
Trebisonda.  Nel  tempo  stesso  una  squa- 
dra ch'era  nell'Arcipelago,  dichiarò  iDar- 
danelli  in  istato  di  blocco.  La  guerra  della 
Russia  fu  naturalmente  una  diversione 
favorevolissima  pe'greci.  D'altronde  le  3 
potenze  collegate  a'  1 9  luglio  1828  sotto- 
scrissero in  Loudra  un  protocollo  col  qua- 


TUR  373 

le  stabilirono:  Che  la  Francia  spedisse  ila 
corpo  di  truppe  per  cacciare  dal  Pelo- 
ponneso i  turchi  e  gli  egizi,  i  quali  in  par- 
te ancora  l'occupavano.  Di  fattii4,ooo 
francesi  capitanati  da  Maison  sbarcarono 
in  quella  penisola,  e  nel  settembre  co- 
strinsero facilmente  tutte  le  truppe  infe- 
deli a  sgombrarla.  Ciò  eseguito  i  medesi- 
mi collegati  a'  1 6  novembre  sottoscrissero 
in  Londra  altro  protocollo,  in  forza  del 
quale  dichiararono  alla  Porta,  che  pren- 
devano sotto  la  loro  temporanea  garanzia 
il  Peloponneso  e  l'isole  Cicladi.  Inoltre  i 
plenipotenziari  francesi,  inglesi  e  russi  di- 
moranti in  Londra, ivi  a'22  marzo  1829 
sottoscrissero  un  altro  protocollo,  col  qua- 
le determinarono  i  confini  della  Grecia. 
Furono  questi  indicati  dal  golfo  di  Volo 
a  quello  d'  Ambrakia,passando  per  la  som- 
mità del  monte  Othrix  presso  il  Pindo. 
Premesso  quest'atto  gli  ambasciatori  di 
Francia  e  d'Inghilterra  ch'erano  partiti 
da  Costantinopoli  sul  principio  dell'an- 
no precedente,  vi  ritornarono  nel  giugno 
1  829  per  indurre  la  Porta  ad  accettarlo. 
Ma  gli  sforzi  della  diplomazia  continua- 
rono ad  esser  vani,  finche  la  questione 
non  fu  decisa  dall'armi  della  Russia.  Ni- 
colò l  sul  principio  di  detto  1829  die  il 
comando  del  suo  esercito  sul  Danubio  al 
general  Diebitsch. Questi  nel  giugno  vinse 
la  battaglia  di  Rulewtscha  e  prese  Sili- 
stria.  Nel  luglio  passò  il  Balkan,  e  a' 20 
agosto  entrò  in  Adrianopoli,  antica  me- 
tropoli della  Tracia  e  dell' impero  otto- 
mano. Sul  principio  di  settembre  estese 
la  sua  sinistra  a  Viza  presso  il  mar  Nero 
e  la  destra  ad  Enos  sulla  spiaggia  dell'Ar- 
cipelago. In  tal  guisa  minacciava  Costan- 
tinopoli, già  in  preda  allo  spavento,  alla 
distanza  di  circa  100  miglia,  e  di  abbat- 
tere la  potenza  turca  in  Europa,  scuoten- 
do da' fondamenti  la  monarchia  ottoma- 
na. Intanto  Paskewitsch  coll'esercito  del 
Caucaso  a'9  luglio  avea  preso  Erzerum  e 
continuava  a  minacciarTrebisonda.  Tan- 
ti vantaggi  peròdella  Russia  dispiacevano 
a'grandi  sovrani  d'Europa;  essi  gli  aveano 


3So  TUR 

già  preveduti,  e  perciò  sin  dall'anno  pre- 
cedente aveano  cominciato  a  meditare 
sui  mezzi  d'impedir  che  quella  potenza 
di  già  formidabile,  aumentasse  ulterior- 
mente la  sua  colossale  grandezza  sulle  io- 
vine  dell'impero  ottomano.  Ed  in  ciò  a- 
doperavansi  specialmente  l'imperatore 
d'Austria,  il  quale  cercava  di  collegarsi 
co're  di  Francia  e  d'Inghilterra.  Il  re  di 
Prussia  spedì  a  Costantinopoli  il  general 
Aluffling  per  procurare  d'aprire  negoziati 
di  pace.  Le  premure  di  quest*  incaricato 
speciale,  unite  all'  istanze  de' rappresen- 
tanti di  Francia  e  d'Inghilterra,  ed  i  mi- 
naccevoli  progressi  de'russi  indussero  fi- 
nalmente Mahmud  Ila  spedir  nella  metà 
d'agosto  plenipotenziari  per  manifestare 
a  Diebitsch:  Essere  pronto  a  concludere 
la  pace  secondo  le  condizioni  bramate 
dall'imperatore  di  Russia.  Il  trattalo  ne 
fu  difetti  sottoscritto  in  Adrianopoli  a' 14 
settembre.  La  Porta  cede  alla  Russia  al- 
cune fortezze  e  punti  strategici  in  Asia. 
Abbandonò  varie  fortezze  che  ancora  a- 
vea  sulla  riva  sinistra  del  Danubio.  Ri- 
nunziò alla  maggior  parte  de'dirilti  che 
conservava  sui  principati  di  Valacchia  e 
di  Moldavia,  i  quali  passarono  sotto  la 
potente  influenza  della  Russia.  Accordò 
e  confermò  privilegi  particolari  alla  Ser- 
\ia, promise  di  non  mettei  ealcun  ostacolo 
al  libero  passaggio  pel  canale  di  Costanti- 
nopoli e  pe'  Dardanelli  a'bastimenli  mer- 
cantili delle  potenze  colle  quali  non  fosse 
in  guerra  dichiarata.  Promise  di  pagaie 
alla  Russia  un  milione  e  mezzo  di  zec- 
chini d'Olanda  pe'dauni  sofferti  da'  suoi 
negozianti,  e  di  più  una  somma  da  stabi- 
lirsi per  indennità  delle  spese  della  guer- 
ra. Dichiarò  d'aderire  interamente  a'pro- 
tocolli  sottoscritti  in  Londra  relativamen- 
te alla  Grecia  a'6  luglio  18276  a'22  mar- 
zo 1829.  L'indennità  della  guerra  fu  po- 
scia stabilita  in  dieci  milioni  di  zecchini 
d'Olanda,  colla  coudizione  che  la  Russia 
tenesse  in  suo  potere  Silistiia  sino  al  pa- 
gamento. Quella  esorbitante  somma  fu 
quindi  ribassata  in  vari  tempi,  e  la  for- 


TUR 

tezza  fu  restituita  a'turchi  nel  1 836.  In 
sostanza  la  Russia  restituì  la  Valacchia  e 
la  Moldavia,  e  il  Pruth  fu  determinato 
come  il  coufine  nord-est  della  Turchia; 
ma  la  sovranità  del  sultano  nella  Valac- 
chia, Moldavia  e  Servia  fu  limitata  al  di- 
ritto di  nominar  gli  ospodari,  che  dovea- 
no  pagargli  un  piccolo  tributo,  e  la  Rus- 
sia si  aggiunse  la  guarentigia  o  protetto- 
rato della  prosperità  delle  provincie.  Di 
più  per  compeuso  di  spese  della  guerra, 
il  sultano  cede  a'  russi  '  Anapa,  Poti,  A- 
khallzike,  Atzkour  e  Akhalkali.Neli83o 
i  plenipotenziari  di  Francia,  Inghilterra  e 
Russia  a'3  febbraio  sottoscrissero  in  Lon- 
dra un  altro  protocollo  relativo  alia  Gre- 
cia. Stabilirono  che  questa  formasse  uno 
stalo  indipendente;  che  i  confini  fossero 
ristretti  dall'  imboccatura  del  fiume  A- 
spropotamos  a  quella  dello  Sperchios  , 
passando  per  la  sommità  de'monti  Axos 
ed  Oela,  della  quale  restrizione  i  greci 
restarono  malcontenti,  poiché  tolse  loro 
circa  100,000  abitanti  e  vari  puuti  di  di- 
fesa. Pace  tra'  turchi  e  i  greci,  e  amnistia 
tra'due  popoli.  Nominarono  iure  Leopol- 
do di  Sassonia  Coburgot  il  quale  avendo 
inutilmente  desiderato  che  si  unissero  al 
nuovo  regno  di  Grecia  Samos  e  Candia, 
eh'  erano  in  parte  sollevate,  rinunziò  e 
poi  divenne  re  óeìBelgio,  ove  applaudito 
regna;  indi  gli  fu  sostituito  il  reguante  re 
Ottone  1  di  Baviera.  Quanto  qui  ho  nar- 
rato sulla  rivoluzione  de'greei  e  sull'ere- 
zione del  regno  di  Grecia,  V  ho  riferito 
principalmente  cogli  Annali  dell'  enco- 
mialo Coppi,  per  la  parte  che  riguarda 
alla  Turchia,  mentre  già  in  quell'artico- 
lo ne  trattai  con  altri  particolari,  inclu- 
si vamente  all'ordinamento  delle  cose  ec- 
clesiastiche, alla  foggia  della  chiesa  d\Rus- 
siat  e  con  nuova  descrizione  di  sua  ca- 
pitale Atene.  L'avv.  Castellano  descri- 
vendola Turchia Europeayo$sev\a:  Che 
sotto  Mahmud  II  raddoppiate  ferite  fu- 
rono portate  al  cuore  della  monarchia 
ottomana ,  cui  io  smembramento  delia 
Grecia  lascia  una  debole,  e  quasi  preca- 


TUR 

ria  esistenza  al  di  qua  del  Bosforo.  Si  pon- 
ilo leggere:  Eugenio  De  Genoude,  Con- 
sidérations  sur  les  Grecs  et  les  Turcs, 
suh'ies  de  mélanges  religieux,politiques 
et  littéraires,  Paris  1822.  Pouqueville, 
Storia  della  rigenerazione  della  Gre- 
cia, Italia  1825.  Negli  articoli  Costanti* 
nopoli  e  Patriarcato  Armeno,  con  dif- 
fusione raccontai  quanto  precedette,  ac- 
compagnò e  seguì  la  persecuzione  degli 
armeni  cattolici  nell'  impero  ottomano, 
massime  nel  1828  e  nel  1829;  che  il  sul- 
tano conosciuta  la  loro  innocenza  e  fal- 
se le  calunnie  degli  armeni  scismatici,  ac- 
cordando ad  essi  piena  libertà  religiosa, 
ed  emancipazione  dal  patriarca  scismati- 
co armeno,  volle  che  formassero  un  cor- 
po separato  governato  da  un  loro  capo 
civile  eletto  da  essi,  con  proprio  vescovo 
per  capo  spirituale;  per  cui  il  Papa  Pio 
"Vili  per  le  cure  indefesse,  ed  a  seconda 
dello  stabilito  dal  zelante  e  dotto  cardi- 
nal Mauro  Cappellai-i,  istituì  in  Costan- 
tinopoli nel  i83o  la  sede  metropolitana 
primaziale  pe'medesimi  armeni  cattolici, 
solo  dipendente  dalla  s.  Sede;  e  per  sif- 
fatta guisa  restò  felicemente  coronata  di 
premio  la  loro  costanza  nelle  vessazioni 
scismatiche  per  conservare  la  purità  del- 
la fede.  La  Francia  da  vari  anni  avea  que- 
stioni con  Husseyn  pascià  dey  d'Algeri, 
indi  questi  insultò  il  suo  console;  allora 
Carlo  X  fece  occupare  Algeri,  ed  obbli- 
gò i  bey  di  Tunisi  e  di  Tripoli  (V.)  a 
rinunziare  per  sempre  alla  pirateria,  e  al- 
l'abolizione  della  schiavitù  de' cristiani. 
Dipoi  la  Francia  eslese  le  conquiste  nel- 
l'Algeria, e  la  Turchia  perde  ogni  signo- 
ria su  quella  reggenza.  MahmudII  avea 
nel  1 808  istituito  un'insegna  d'onore,  es- 
sendo andata  in  disuso  quella  della  Luna 

0  Mezza  Luna,  mediante  il  Tura  o  ci- 
fra esprimente  il  suo  nome,  quindi  nel 

1  83o  formò  di  tale  insegna  il  già  ricorda- 
to ordine  cavalleresco  in  brillanti  ed  e- 
quivalente  alla  Legione  d'onore  de'fran- 
cesi,intitolandoloiV*.?citftt  Iflihar,\\  qua- 
le venne  riconosciuto  da  tutte  le  potenze 


TUR  38 1 

d'Europa,  per  averne  conferito  la  deco- 
razione anche  a'ioro  rappresentanti;  des- 
sa  porta  anche  il  titolo  di  bey  o  nobile, 
e  pende  al  collo  con  fittuccia  rossa.  11 1.° 
de'medici  cristiani  al  quale  Mahmud  II 
concesse  questa  distinzione  e  ricompen- 
sa, e  addetto  poi  anche  al  servigio  del  re- 
gnante suo  figlio,  fu  il  d.r  Carlo  Ceneri  di 
Bologna.  Siccome  il  sultano  che  regna 
confermò  questa  decorazione  equestre, 
unendo  alla  cifra  del  padre  la  propria,  on- 
de si  dice  gran  Tura  o  cifra  grande,  co- 
sì spedì  al  detto  medico  il  seguente  he- 
rat,  brevetto o  diploma.»' L'Altissimo  ha 
stabilito  l'ordine  negli  affari  del  mondo 
per  mezzo  dell'esistenza  de're,  e  ha  dato 
la  durata  a  quest'ordine  per  mezzo  del- 
l'unione de'sovrani.  Ora,  siccome  la  per- 
fetta armonia  che  regna  da  sì  lungo  tem- 
po fra  la  mia  Sublime  Porta  e  le  corti 
amiche,  è  inalterabile,  e  siccome  ogni  di- 
stinzione conceduta  a' funzionari  ed  ai 
sudditi  delle  due  corli,  si  riflette  sopra  di 
esse;  conoscendo  il  talento  e  l'abilità  in 
medicina  del  dottor  Ceneri  ,  suddito  di 
Sua  Maestà  il  Papa  ed  abitante  in  Bolo- 
gna, il  quale  è  stato  impiegato  per  qual- 
che tempo  presso  la  mia  Sublime  Porta, 
ho  voluto  dargli  un  contrassegno  di  be- 
nevolenza consegnandogli  il  presente  Be- 
rat  per  la  decorazione  del  Niscian  Ijti- 
fazr,cheil  fu  mio  glorioso  padre  Sua  Al- 
tez2a  sultano  Mahmud  gli  avea  concedu- 
ta". Mehemet  Ali  viceré  à' Egitto  essen- 
dosi disgustalo  col  sultano,  inviò  a  con- 
quistar la  Siria  il  suo  figlio  Ibrahim  pa- 
scià, occupando  Acri,  Jalfa,  Aleppo,  Ge- 
rusalemme e  le  altre  città, onde  Mahmud 
li  con  un  firmano  proscrisse  il  genitore. 
Ecco  come  narra  questo  fatto  l'annalista 
Coppi.  Fino  dal  1806  Mehemet  Ali  èra- 
si  reso  quasi  indipendente  dalla  Porta,  e 
per  aver  neli8i6  vinti  i  vecabiti,  nemi- 
ci molto  pericolosi  dell'impero  ottomano, 
Mahmud  II  gli  promise  il  governo  del- 
la Siria,  ma  poi  non  gli  mantenne  la  pa- 
rola, temendo  che  diventasse  troppo  po- 
lente. Da  ciò  ne  derivarono  dissapori,  ed 


382  T  U  R 

in  fine  il  pascià  tenlò  ù'  aver  culi'  armi 
quello  che  non  avea  potuto  avere  con  uti 
firmano.  Pertanto  nel  detto  1 83  i  Me- 
hemet  Ali  col  pretesto  d'alcune  questio- 
ni  col  pascià  d'Acri,  spedì  in  Siria  un  po- 
tici osoesercitosotto  gli  ordiui  d'Ibrahim 
suo  figlio,  il  quale  nel  i832  espugnò  quel- 
lo fortezza  clic  invano  avea  per  due  me- 
si assedialo  Dona  parie.  11  sultano  gli  spe- 
dì contro  un  esercito,  ma  Ibrahim  a'29 
luglio  lo  balte  ad  Adana,e  a'21  dicem- 
bre lo  disfece  a  Roniah  o  Iconio,  dove  fe- 
ce prigioniero  lo  stesso  gran  visir.  Sul 
principio  del  i833  Ibrahim  varcò  il  Tau- 
ro e  avanzossi  a  Magnesia,  a  Belikesser  e 
nd  Aidin  a  poche  miglia  da  Costantino- 
poli. Il  sultano  ridotto  all'impotenza  di 
sostenersi  colle  proprie  forze,  avrebbe  de- 
sideralo soccorsi  da're  di  Francia  ed'Iu- 
ghillerra  suoi  antichi  amici;  ina  questi  es- 
sendo troppo  distanti,  dovè  chiedere  o  ac- 
cettare quelli  della  Russia.  Partiti  1  o,ooo 
russi  nel  principio  d'aprile  dalle  coste  set- 
tentrionali del  mar  Nero,  in  pochi  giorni 
sbarcarono  in  Asia  presso  il  Bosforo,  al 
cospetto  di  Costantinopoli.  Intanto  l'in 
caricato  di  Francia  s'interpose  per  un  ac- 
comodamento, ed  in  quelle  urgenti  cir- 
costanze facilmente  vi  riuscì.  IN  ella  metà 
d'aprile  il  sultano  concesse  aMehemel  A  ili 
il  governo  della  Siria,  e  dipoi  ad  Ibrahim 
l'affitto  del  distretto  d'  Adaua  nella  Ca- 
ramauia.  INel  giugno  l'esercito  egizio  ri- 
passò il  Tauro,  ed  a'  1  o  luglio  i  russi  par- 
tirono per  tornare  nelle  loro  regioni.  La 
Piussia  per  altro  non  tralasciò  di  trarre 
profitto  da  quel  soccorso.  Due  giorni  pri- 
ma della  partenza  delle  truppe  i  suoi  a- 
genti  sottoscrissero  con  quelli  della  Por- 
ta il  trattato  d'Uukiar-Skelessi  di  allean- 
za fra  le  due  potenze.  E-sse  dichiararono: 
»  L' unico  scopo  della  lega  essere  la  co- 
mune difesa  de'loro  stati  contro  ogni  u- 
surpazione.  Promettere  perciò  di  concer- 
tarsi senza  riserva  su  tutti  i  punti  che  ri- 
sguardasseroalla  loìo rispettiva  tranquil- 
lità e  sicurezza,  e  di  porgersi  vicendevol- 
mente a  tal  fine  soccorsi  maialali  e  la 


TUR 

piìiefficace  assistenza". Con  articolo  sepa- 
rato inoltre  si  convenne.»  Che  la  Subli- 
me Porta,  invece  de' soccorsi  materiali 
che  dovea  somministrare  al  bisogno,  a- 
v rebbe  limitalo  la  sua  azione  in  favore 
della  Russia  a  chiudere  lo  stretto  de'Dar- 
danelli,  cioè  a  non  consentire  ad  alcuna 
nave  da  guerra  straniera,  sotto  qualun- 
que pretesto,  d'entrarvi". Rimarca  ilCop- 
pi:  In  tal  guisa  la  Russia  divenne  quasi 
protettrice  della  Turchia.  Ed  io  aggiun- 
gerò, che  questo  trattato  dovea  rimaner 
in  vigore  per  8  anni,  ed  essere  rinnova- 
lo perpetuamente.  Le  corti  di  Francia  e 
Inghilterra  protestarono  energicamente 
contro  di  esso,  quando  videro  che  alla 
Russia  bastava  dichiararsi  in  istato  di 
guerra  per  aver  il  dominio  di  tutte  l'ac- 
que della  Turchia.  Il  governo  inglese  di- 
resse una  nota  al  conte  di  Nesselrode,  mi- 
nistro degli  affari  esteri  di  Russia,  in  cui 
significava,  che  qualora  si  verificasse  la 
circostanza  contemplata,  cioè  una  dichia- 
razione di  guerra  della  Russia,  l'Inghil- 
terra agirebbe  come  se  il  trattato  non  fos- 
se stato  mai  sottoscritto.  Nesselrode  ri- 
spose freddamente,  che  in  tal  caso  egli  ri- 
terrebbe che  la  nota  inglese  non  fossesla- 
ta  scritta  mai.  Questo  trattato  non  fu  mai 
applicato,  né  rinnovato.  Il  cuore  pater- 
no e  maguauimodelPapa  Gregorio  XVI, 
ondegiovarea'suoi  figli  cattolici  dell'im- 
pero ottomano,  fu  assai  lieto  e  consolato 
di  f  ire  delle  personali  relazioni  col  sulta- 
no Mahmud  II.  Raccontai  uè* voi.  XVIII, 
p.  87  e  seg.,  XLV,  p.  247,  LI,  p.  32 1, 
quanto  in  breve  qui  indicherò  con  alcu- 
ne aggiunte.  Che  il  pascià  Ahmed  Fethi, 
superiormente  encomiato, genero  del  sul- 
tano, recandosi  ambasciatore  a  Londra, 
col  segretario  di  legazione  Sami  effendi  e 
un  interprete,  da  Napoli  giunse  iu  Ptoma 
l'8giugnoi838,fatto  onorare  fino  dal  con- 
fine diTerracina  dalPapa  co'riguardiche 
si  praticano  co'principi  reali  e  con  accom- 
pagno di  dragoui.  L'  1  1  fu  a  riverire  il 
cardinal  Lambruschini  segretario  di  sta- 
lo, e  nel  dì  seguente  venne  beuignaincn- 


T  U  R 

le  ammesso  all'udienza  di  Gregorio  XV I, 
il  quale  gli  fece  graziosa  accoglienza  e  i 
nobili  donativi  narrati  uè'  luoghi  citati 
(oltre  alcuni  de'pochi  esemplari  del  suo 
ritratto  inciso  a  Pietroburgo  dal  valente 
veneto  Veudramini,  a  aie  poi  legatalo  dal 
Papa,  che  il  pascià  ricevè  con  moltissi- 
mo piacere  e  pose  poi  nel  suo  gabinetto 
di  Costantinopoli,  della  sultana  sua  mo- 
glie e  diversa  dall'avito  che  perì  d'incen- 
dio, come  dirò),  egli  raccomandò  viva- 
mente i  cattolici  dell'  impero  ottomano. 
11  pascià  venne  accompagnato  dall'arme- 
no p.  ab.  d.  Arsenio  Angiarakiau  de'mo- 
naci  antoaiani  armeni,  che  fu  interprete 
tra  lui  e  il  Papa.  Siccome  il  pascià  reca- 
vasi due  volte  al  giorno  a  prendere  il  caf- 
fè nel  suo  monastero  di  s.  Gregorio  Il- 
luminatore, che  soleva  chiamar  suo  mo- 
nastero, e  già  palazzo  Cesi  dietro  le  co- 
lonne di  s.  Pietro  ,  precisamente  ov'era 
stato  alloggialo  nel  i492>  tome  dissi  di 
sopra,  l'ambasciatore  che  Bajazet  11  spe- 
dì a  Innocenzo  Vili, perchè  custodisse  ge- 
losamente il  fratello  Gem  o  Zizim,  co'sa- 
gri  e  altri  doni  che  enumerai,  così  i  mo- 
naci anloniani  gli  dierono  a'  i3  giugno 
un  pranzo  nel  medesimo.  A  questo  pu- 
re invitarono  il  poliglotlo  cardinal  Mez- 
zofanti, i  prelati  e  poi  cardinali  Cadoli- 
n i  segretario  di  propaganda  e  Massimo 
maestro  di  camera  del  Papa ,e  l'arme- 
no mg/  Papasian  arcivescovo  di  Taron. 
Verso  il  fine  della  tavola  furono  recita- 
ti diversi  sonetti  dagli  studenti  del  mo- 
nastero in  latino,  italiano,  francese  e  gre- 
co, dal  p.  Arsenio  spiegati  in  turco  al  pa- 
scià, che  ne  provò  singoiar  soddisfazio- 
ne e  ne  volle  copia,  lasciando  al  mona- 
stero uno  scritto  co'sensi  di  sua  ricono- 
scenza, secondo  l'uso  de'  turchi  ospitati 
bene.  .Nel  dì  seguente  il  pascià  dal  palaz- 
zo Accoramboni,  con  gran  commozione 
ammirò  la  solenne  processione  dei  Cor- 
pus Domini  fa  Ita  da  Gregorio  XVI.  Do- 
po aver  visitato  i  monumenti  antichi  e 
moderni  di  Roma,  e  dato  prove  di  rara 
iutelligeuza  e  di  non  comune  sopere,  an- 


TUR  383 

che  nelle  pili  recenti  scoperte  nelle  scieu- 
ze  fisiche  e  naturali  ,  come  rilevarono  i 
n.'  46  e  48  del  Diario  di  Roma,  e  il  n.° 
^4  delle  Notizie  del  giorno  deli 838;  il 
pascià  Ahiued  Fethi  partì  a'i5  da  Ro- 
ma alla  volta  di  Toscana,  restando  altac- 
Cittissimo  e  alfezionatissimo  al  Papa,  che 
uou  cessò  d'ossequiare  e  ringraziare  fin- 
che visse,  nel  carteggio  ch'ebbe  col  p.  Ar- 
senio. iNotò  la  Civiltà  cattolica,  a."  se- 
rie ,  1. 1  i ,  p.  244-  "  Ahmed  Fethi  fu  il  pri- 
mo gran  pascià,  che  nel  recarsi  come  am- 
bascia loie  ottomano  a  Parigi  passasse  per 
Roma  e  rendesse  omaggio  a  Gregorio 
XVI,  da  cui  ebbe  bellissima  accoglienza. 
Nella  quale  congiuntura  il  padre  comu- 
ne de'callolici  non  lasciò  di  raccomauda- 
re  caldauieule  al  di  lui  sovrano  i  suoi  fe- 
deli dell'oriente".  Avendo  il  pascià  noti- 
ficato a  Mahmud  11  il  trattamento  rice- 
vuto in  Roma  da  Gregorio  XVI,  il  sul- 
tano ne  reslò  così  penetrato, che  poco  do- 
po ordinò  a  Reschid  pascià  allora  reis  ef- 
fendi o  segretario  degli  all'ari  esteri  e  poi 
gran  visir  (come  e  nuovamente  lo  è  pe' 
suoi  vasti  lumi  di  presente),  che  in  prin- 
cipio di  quest'articolo  celebrai,  nel  re- 
carsi ambasciatore  straordinario  a  Pa- 
rigi, di  prolungare  il  viaggio  onde  espres- 
samente e  appositamente  portarsi  a  Ro- 
ma, e  nel  suo  sovrano  nome  esprimere 
a  Gregorio  XVI,  colla  sua  stima  la  gra- 
titudine pe'  favori  elargiti  ad  Ahmed 
Fethi  pascià.  Giunto  in  Roma  il  pascià 
a'26  settembre  dello  stesso  1 838  con  3 
figli,  il  suo  segretario  Aaalì  (ora  mini- 
stro senza  portafoglio  e  da  ultimo  gran 
visir),  l'interprete  cattolico  e  due  altri 
personaggi  ,  nel  dì  seguente  fu  ricevuto 
cortesemente  dal  Papa,  in  presenza  del 
cardinal  Mezzofauti,  facendo  da  interpre- 
te il  lodalo  p.  ab.  d.  Arsenio  Angiara- 
kiau ,  al  complimento  che  lesse  in  fran- 
cese (che  posseggo),  e  col  quale  il  pascià 
dichiarò  pure:  Di  sperare  che  questi  pri- 
mi rapporti,  creati  dalla  somma  cortesia 
e  dallo  spirito  d'amabile  compiacenza  di 
Gregorio  XVI,  sarebbero  seguili  da  al- 


384  TUR 

tre  relazioni  quanto  utili  altrettanto  ag- 
gradevoli  alla  s.  Sede  e  all'  impero  otto- 
mano. Il  Papa  corrispose  al  modo  che  de- 
scrissi ne'  ricordati  volumi,  ove  riportai 
il  discorso  del  pascià  in  italiano  (e  quale  lo 
pubblicò  il  n.°  80  del  Diario  di  Roma 
del  1 838,  e  in  diverse  lingue  i  fogli  stra- 
nieri ,  con  quanto  vado  qui  ripetendo, 
mentre  col  n.°  precedente  avea  il  Diario 
annunziato  il  suo  arrivo),  e  dissi  i  doni  fat- 
ti al  pascià,  a'figli,  al  segretario  Aaalì  e 
al  segui tojesprimendoGregorio  XVI  l'al- 
to suo  gradimento,  e  incaricandolo  di  si- 
gnificarlo al  sultano,  unitamente  alle  più 
affettuose  preghiere  in  vantaggio  de'cat- 
tolici  di  lui  sudditi.  Il  pascià  Reschid  cor- 
rispose nel  modo  il  più  degno,  e  quindi 
passò  a  visitare  il  cardinal  Lambruschi- 
m  segretario  di  stato.  L'illustre  personag- 
gio si  fece  ammirare  in  Roma  pel  suo  ac- 
corgimento e  coltura  di  spirito,  ed  erudi- 
zione nella  letteratura  orientale;  anche  i 
suoi  figli  inspirando  il  più  vivo  interesse 
per  l'educazione  raffinata,  e  per  la  loro 
"vivacità  contenuta  ne'giusti  limiti,  di  cui 
dierono  saggio.  Assistito  sempre  dal  p. 
Arsenio,  al  quale  il  pascià,  come  il  pre- 
cedente, accordò  la  più  estesa  e  meritata 
fiducia  (come  rimarcò  il  ricordato  Dia- 
rio)}  più  volte  ne  onorò  il  monastero  e  in 
iscritto  vi  lasciò  l'attestato  di  sua  soddi- 
sfazione. Vi  fu  trattalo  di  colazione  e  ri- 
petutamente di  caffè,  non  avendo  potu- 
to accettare  un  pranzo,  perchè  a'29  par-  . 
ti  alla  volta  dell'alta  Italia.  In  tal  modo 
la  divina  provvidenza  dispose  che  fosse 
riservato  a  Gregorio  XVI  la  gloria  di  ri- 
cevere pel  1  .°tra'Papi,  omaggi  d'ossequio 
da  due  eminenti  ambasciatori  ottomani, 
e  di  venirgli  dichiarato  che  il  loro  illu- 
minato sultano  desiderava  stringere  ami- 
chevoli relazioni  colla  s.  Sede,  dappoiché 
l'ambasciatore  di  Bajazet  II  ebbe  altro 
scopo,  oltre  l'attentato  contro  Innocenzo 
Vili  surriferito.  Questo  stupendo  avve- 
nimento forma  fausta  epoca  negli  anna- 
li della  Chiesa  romana,  che  non  mancai 
celebrare  ne'luoghi  rainuaeotati,  insieme 


TUR 

all'  intima  corrispondeuza  da  Gregorio 
XVI  contratta  col  viceré  d'  Egitto  (Fr.) 
Mehemet  Ali,  il  quale  gl'invio  in  dono  pel 
risorto  Tempio  (F.)  di  s.  Paolo  diver- 
si massi  dello  splendido  alabastro  egizia- 
no nel  seguente  anno;  anno  ancora  me- 
morabile per  la  preziosa  visita  che  rice- 
vè dal  regnante  imperatore  di  Russia  A- 
lessandro  II,  la  quale  agevolò  quella  del 
suo  augusto  genitore  Nicolò!  allo  slesso 
Gregorio  XVI.  Per  aver  questo  Papa  col- 
le grandi  sue  virtù  destato  particolare  ri- 
spetto ne'sovrani  d'Europa,  anco  acatto- 
lici e  infedeli,  non  solo  ne  ricevè  le  pub- 
bliche dimostrazioni ,  ne  trasse  profitto 
per  l'incremento  e  difesa  della  religione  e 
protezione  a'  cattolici,  ma  preparò  altri 
fecondi  trionfi  al  pontificatoci  cui  ne  fruì 
il  venerando  successore.  Il  sultano  Mali- 
mud  II  si  propose  d'inviare  al  Papa  ma- 
gnifici e  preziosissimi  donativi,  commet- 
tendo a  parecchi  valenti  orefici  V  effet- 
tuazione del  suo  generoso  divisamento, 
che  la  morte  a  lui  impedì  di  eseguire. 
Egli  finché  visse  attese  alacremente  a  ri- 
formare l'impero  ottomano,  introducen- 
dovi gli  usi  europei,  richiestivi  dalla  ci- 
viltà rinascente  nel  medesimo.  Nel  1839 
poi  tentò  di  sotlometlereil  ribelle  Mehe- 
met Ali  pascià  d'Egitto,  a  cui  avendo  pur 
dato  l'importante  isola  di  Candia,pertor- 
gliela  voleva  spedire  il  capitan  pascià  col- 
la flotta  che  stanziava  ne'Dardonelli;  ma 
il  suo  esercito  fu  disfatto  a'24  giugno  a 
Nizib  nella  Siria  dagli  egizi,  capitanati  da 
Ibrahim  pascià.  Forse  egli  non  conobbe 
questo  disastro,  essendo  allora  oppresso 
da  grave  malattia,  che  gli  tolse  la  vita, 
non  senza  fondato  sospetto  di  propinato 
veleno,  il  1  luglio  d'  anni  55  circa,  la- 
sciando tre  figli  i  sultani  Abdul  Medjid 
(che  significa  Servo  dell'  Adorato)  prin- 
cipe imperiale,  Adul  Aziz,  e  Nizamud 
Din,  e  5  figlie  sultane.  Così  fu  impedito 
al  potente  genio  civilizzatore  diMahoiud 
II,  di  effettuare  i  vasti  disegni  che  me- 
ditava a  vantaggio  della  Turchia. 
Abdul  Medjid  Khan  e  regnante  sulta- 


t  u  a 

no,  dii6  anni  successe  al  padre  nell'im- 
pero ottomano,  che  trovò  sconcertato,  ai 
2  luglio  1 83q:  principe  eli  carattere  dol- 
ce e  amorevole  verso  i  suoi  sudditi,  se- 
guace zelante  del  genitore  nella  civiliz- 
zazione e  nelle  utili  riforme  die  prosegui 
e  continua  a  introdurre  con  prospero  suc- 
cesso, come  rilevai  in  principio.  Della  ric- 
chissima sciabola  presa  solennemente  nel- 
l'elevazione all'impero, feci  parola  nel  voi. 
LXVIII,  p. io.  Pochi  giorni  dopo  la  sua 
assunzione  al  trono,  il  capitan  pascià  spa- 
rì colla  flotta  da'Dardanelli,e  vergogno- 
samente avendo  disertato,  si  recò  a  Rodi, 
e  passando  in  Alessandria  si  die  con  essa 
a  Mehecuel  Ali,  protestando  che  non  l'a- 
vrebbe restituita  alla  Porla,  se  non  quan- 
do essa  avesse  riconosciuto  in  Mehemet 
Ali  la  sovranità  ereditaria  dell'  Egitto  q 
ili  tutto  il  paese  che  governava,  ed  allon- 
tanato dagli  altari  il  gran  visir  Kosrevv. 
Quiudi  l'impero  ottomano  era  minaccia- 
to da  furiosa  guerra  intestina,  e  da  to- 
tale imminente  rovina.  Mala  sua  esisten- 
za interessando  all'odierna  politica  del- 
l'Europa, perciò  l'Austria  e  la  Russia  si- 
no dal  precedente  maggio  aveano  fatto 
promettere  a  Mehemet  Ali,  che  in  caso  di 
vittoria,  il  suo  esercito  non  avrebbe  oltre- 
passato Orfa  e  Diarbekir,  e  di  fatti  co- 
là fermossi  Ibrahim.  Nel  tempo  stesso  la 
Francia  e  l'Inghilterra  consultavano  sui 
mezzi  di  sostenere  la  Porta,  e  d'impedi- 
re che  i  russi,  col  pretesto  di  protezione, 
occupassero  Costantinopoli.  In  tale  stalo 
di  cose  i  rappresentanti  delle  5  grandi  po- 
tenze a'27  luglio  dichiararono  al  nuovo 
sultano,  che  i  loro  gabinetti  erano  d'ac- 
cordo relativamente  alla  questione  egi- 
ziana ;  consigliargli  di  ricorrere  alla  loro 
benevolenza,  ed  egli  vi  aderì.  Intanto  Ab- 
dul  Medjid,  per  cousiglio  di  Reschid  pa- 
scià sullodato  e  d'altri  personaggi  illumi- 
nati, a'3  novembre  promulgò  in  Giul  Ha- 
né  l'hatti-cheriff  seguente,  di  cui  feci  cen- 
no nel  voi.  XVIII,  p.  89  e  ricordai  di  so- 
pra, per  sostituire  la  legge  al  dispotismo. 
»  Ogui  membro  della  società  ottomana 

VOL.  LIIXI. 


TUR  385 

sia  tassato  d'una  quota  d'imposizione,de- 
terrninata  in  proporzione  delle  sue  pro- 
prietà e  sostanze.  Tutti  essere  obbligati 
con  determinate  leggi  al  servizio  milita- 
re per  quattro  o  ciuque  anui.  La  causa 
di  qualunque  prevenuto  sia  pubblica- 
mente giudicata  dopo  processo  ed  une- 
sa  me.  iNon  sia  permesso  ad  alcuno  di  at- 
tentare all'onore  di  chiunque  siasi.  Cia- 
scuno possieda  le  sue  sostanze  di  qualun- 
que natura  siano,  e  ne  disponga  colla  più 
intera  libertà.  I  beni  del  colpevole  non 
siano  più.  confiscati.  Queste  concessioni 
estendersi  a  tutti  i  sudditi  di  qualunque 
religione  o  setta,  e  ne  godano  senza  ecce- 
zione alcuna.  Una  perfetta  sicurezza  es- 
sere adunque  accordata  a  tutti  gli  abi- 
tanti dell'impero  per  la  loro  vita,  il  loro 
onore  e  le  loro  sostanze".  Il  sultano  sta- 
bili quindi  un  consiglio  di  giustizia  inca- 
ricato di  discutere  liberamente  tutte  le 
leggi  da  promulgarsi  per  rigenerare  l'im- 
pero. Frattanto  le  grandi  potenze  che  a- 
veano  assunto  a  se  la  questione  tra  la  Por- 
ta e  Mehemet  Ali  pascià  d'Egitto,  con- 
tinuarono a  trattare  per  accomodarla; 
ma  l'opera  era  ardua, essendovi  molti  in- 
teressi opposti.  La  Francia  specialmente 
sosteneva  il  pascià,  dopoché  nel  marzo 
1840  Thiers  era  divenuto  presidente  del 
consiglio  de'ministri  e  ministro  degli  af- 
fari esteri,  e  si  adoperava  per  fargli  ave- 
re il  dominio  utile  ed  ereditario  dell'E- 
gitto e  della  Siria,  e  di  più  il  governo  vi- 
talizio dell'isola  di  Candia.  L'Austria,  la 
quale  era  stala  lai.aa  proporre  l'Egitto 
ereditario,  e  con  essa  la  Prussia,  si  mo- 
strarono per  qualche  tempo  disposte  ad 
aderire,  almeno  in  parte,  a  tale  idea.  Al- 
l'opposto 1'  Inghilterra,  che  aspirava  ai 
comodi  passaggi  per  1'  India,  a  traverso 
dell'Egitto  e  della  Siria,  non  voleva  che 
quelle  regioni  fossero  in  potere  d'un  so- 
vrano forte  e  amico  della  Francia.  La 
Russia  aderiva  all'Inghi'terra;  del  resto 
mostrandosi  indifferente  alla  questione 
territoriale,  adopravasi  per  poter  agire  il 
più  che  fosse  possibile  nel  Bosforo.  In- 

25 


38f>  T  U  R 

tonto  nel  giugno  varie  regioni  della  Siria 
si  sollevarono  contro  il  dominio  del  pa- 
scià d'Egitto.  In  tale  stato  di  cose  l'Au- 
stria, l'Inghilterra,  la  Prussia  e  la  Russia 
da  una  parte,  e  la  Porta  ottomana  dal- 
l'altra, a'i5  luglio  sottoscrissero  in  Lon- 
dra uu  trattato,  nel  quale  in  sostanza  sta- 
bilirono. «  Che  il  sultano  promettesse  a 
Mehemet  Ali  e  suoi  discendenti  in  linea 
retta  l'amministrazione  dell'Egitto,  e  di 
più  sua  vita  durante  quella  della  fortez- 
7a  di  Tolemaideo  Acri  colla  Siria  meri- 
dionale. Si  sarebbe  determinato  il  tribu- 
to che  avrebbe  dovuto  pagare.  Le  leggi 
dell'impero  ottomano  fossero  applicabili 
all'Egitto.  Le  truppe  del  pascià  formas- 
sero parte  della  forza  dell'impero  otto- 
mano.Intanto  egli  restituisse  al  sultano  la 
flotta  che  nell'anno  precedente  era  pas- 
sata in  suo  potere".  Partecipato  alla  me- 
tà d'agosto  il  trattato  a  Mehemet  Ali,  e- 
gli  rispose:  Che  si  sottometteva  alla  vo- 
lontà del  sovrano.  Accettava  la  proposi- 
zione dell'  eredità  dell'Egitto,  e  per  gli 
altri  territori]  che  occupava  si  rimetteva 
interamente  alla  di  lui  discrezione.  Tale 
dichiarazione  non  fu  creduta  sufficiente. 
Abdul  Medjid  lo  dichiarò  decaduto  dal 
governo  dell'Egilto,ed  i  collegati  adopra- 
rono  l'armi.  Una  flotta  inglese  coman- 
data da  Stopford,  una  squadra  austria- 
ca capitanata  da  Bandiera,  ed  altra  squa- 
dra ottomana  avente  a  bordo  alcune  trup- 
pe di  sbarco,  nel  settembre  rovinarono  e 
occuparono  Berito  e  Sidone,  ed  a'4  no- 
vembre con  3  oie  di  cannoneggiamento 
ridussero  in  loro  potere  la  fortezza  d'A- 
cri. Nel  tempo  stesso  favorirono  la  sol- 
levazionedella  Siria  e  la  dispersione  del- 
le truppe  egizie  che  l'occupavano.  Jbra- 
him  pascià,  che  le  comandava,  ed  era  sta- 
to poc'anzi  formidabile  a'turchi,  diven- 
ne impotente  contro  la  tattica  europea  e 
l'oro  inglese.  I  collegati  s'impadronirono 
de' punti  principali  delle  coste  di  Siria, 
quindi  recaronsi  nella  rada  d'  Alessan- 
dria. Allora  Mehemet  Ali  conobbe  la  ne- 
cessità di  cedere  alle  circostanze,  ed  a'27 


TUR 

novembre  sottoscrisse,  col  comandante  in- 
glese avanti  Alessandria,  una  convenzio- 
ne, nella  quale  si  stabilì  che  restituisse 
alla  Porta  la  flotta,  sgombrasse  la  Siria, 
avendo  già  evacuato  Candia  e  l'Arabia, 
ed  avesse  il  governo  ereditario  dell'Egit- 
to, garantito  dalle  potenze  alleate.  La 
Francia  al  sentire  essersi  concertate  le 
cose  d'  Egitto  senza  il  suo  intervento,  si 
offese.  Thiers  propose  al  re  Luigi  Filip- 
po di  fortificar  Parigi,  armare  63g,ooa 
uomini  di  linea,  e  3oo,ooo  di  guardia  na- 
zionale, inviare  la  flotta  nella  rada  d'A- 
lessandria oa'Dardanelli,  e  negoziare  per 
far  modificare  il  trattato  de'  1 5  luglio  a 
maggior  vantaggio  del  pascià  d'Egitto.  11 
re  acconsentì  alle  fortificazioni  della  ca- 
pitale ed  a  qualche  aumento  dell'esercito; 
ma  non  volle  prendere  un'attitudine  che 
potesse  compromettere  la  pace  d'  Euro- 
pa. Laonde  nell'ottobre  Thiers  rinunziò 
al  ministero,  il  re  vi  surrogò  Guiaot,  e  la 
tranquillità  d'Europa  non  fu  turbata.  A- 
vendo  il  sultano  dichiarato  Mehemet  Ali 
decaduto  dal  governo  d'Egitto,  nell'anno 
seguente  1 84 1  tal  atto  sembrò  troppo  vio- 
lento alle  corti  di  Berlino,  Londra,  Pie- 
troburgo e  Vienna  ;  quindi  i  loro  pleni- 
potenziari a'  3o  gennaio  sottoscrissero  iti 
Londra  un  protocollo,col  quale  consiglia- 
rono ad  Abdul  Medjid  di  rivocarlo  e  di 
promettere  a  Mehemet  Ali  che  i  suoi  suc- 
cessori in  linea  retta  sarebbero  nominati 
pascià  d'  Egitto,  tutte  le  volte  che  quel 
posto  rimanesse  vacante  per  la  morte  del 
pascià  precedente.  Con  atti  posteriori, quei 
plenipotenziari  regolarono  il  modo  di  suc- 
cessione e  la  somma  del  tributo  fu  fissata 
in  80,000  borse, circa  un  milionee  600,000 
scudi.  Questi  consigli  di  4 grandi  potenze 
furono  accettati  dal  sultano  e  dal  pascià  : 
gli  articoli  li  riportai  a  Egitto.  Per  ulti- 
mare, o  piuttosto  per  sopire  la  questio- 
ne d'oriente,  rimaneva  di  dare  qualche 
soddisfazione  alla  Francia,  ancora  isola- 
ta. Per  quest'effetto  s'ideò  di  concertare 
un  atto  d'interesse  generale,  pel  consoli  - 
damento  della  pace  europea,  al  quale  in- 


T  UR 
lervenisse  anche  il  governo  francese,  co- 
me fece  dopo  l'invito.  Quindi  a'i  3  loglio 
le  5  grandi  potenze  sottoscrissero  colla  Por- 
ta una  convenzione,  nella  quale  stabili- 
rono. »  Il  Gran  Signore  da  una  parte,  di- 
chiarare d'  aver  la  ferma   risoluzione  di 
mantenere  in  avvenire  il  principio  inva- 
riabilmente stabilito  come  antica  regola 
del  suo  impero,  e  in  virtù  del  quale  fu  in 
ogni  tempo  proibito  a'bastimenti  di  guer- 
ra delle  potenze  straniere  d'entrare  negli 
stretti  de'Dardanelli  e  del  Bosforo,  e  fin- 
ché la  Porta  si  trovasse  in  pace,  il  sulta- 
no non  ammetterebbe  nessun  bastimento 
da  guerra  straniero  ne'dettistretti. L'im- 
peratore d'  Austria,  il  re  de'  francesi,  la 
regina  d*  Inghilterra,  il   re  di  Prussia  e 
l'imperatore  di  Russia  dall'altra  pàrte,im- 
pegno  iti  di  rispettare  questa  determina- 
zione del  sultano,  e  di  conformarsi  al  prin- 
cipio suddetto  ".   Venuto  in  cognizione 
Gregorio  XVI,  che  nel  gennaio 1 844  d°~ 
veva  passare  dal  porto  di  Civitavecchia 
Eeschid  pascià,  per  recarsi  a  Marsiglia  e 
Parigi, quale  ambasciatore  della  Sublime 
Porta,  per  tratto  di    speciale  considera- 
zione all'eminente  personaggio,  ordinò  al 
delegato  apostolico  mg.r  Stefano  Rossi  di 
usargli  quell'ospitalità  conveniente  all'al- 
to suo  rango.  Contemporaneamente  il  Pa* 
pa  mandò  da   Roma  a  Civitavecchia  il 
p.  abbate  d.  Arsenio  Angiarakian,  ch'era 
slato  suo  interprete  nella  visita  ricevuta 
da  lui,  per  complimentarlo  nel  pontifìcio 
nome,  e  nello  stesso  tempo  raccomanda- 
re gli  affari  de'cattolici  maroniti  del  Mon- 
te Libano,  A' r  3  approdò  nel  porto  il  va- 
pore che  conduceva  il  pascià,  accompa- 
gnato da  4  figli,  da  Nedim  effendi  suoi,0 
segretario,  dal  dragomanno  armeno  e  da 
33  persone  di  seguito.  Il  p.  abbate,  quale 
interprete  del   Papa,  previe  intelligenze 
prese  col  prelato  delegato,  accompagna* 
to  dal  capitano  del  portosi  recò  a  bordo 
del  vapore.  Incontrato  urbanamente  dal 
pascià  e  condotto  nella  sua  camera,  il  p. 
abbate  eseguì  la  sua  missione,con  compli- 
mentarlo da  parte  del  Papa,  co'sensi  di 


TUR  387 

particolare  stima  econsiderazioueche  nu- 
triva per  lui,  offrendogli  qualunque  cosa 
gli  fosse  abbisognato  ;  e  qual  padre  uni- 
versale di  tutti  i  cattolici,  dichiarargli  l'af- 
flizione in  cui  era  pe'  continui  disastri 
patiti  da' suoi  figli  cattolici  maroniti  del 
Monte  Libano,  e  quindi  raccomandarli 
alla  sua  autorevole  protezione.  Il  pascià 
sorpreso  e  penetrato  di  commozione  per 
la  benignità  di  Gregorio  XVI,  nobilmen- 
te espresse  la  sua  confusione  e  grato  ani- 
mo per  questo  ulterior  tratto  di  singoiar 
distinzione;  rammentò  le  squisite  genti- 
lezze ricevute  dai  Papa  quando  ebbe  l'o- 
nore di  presentarsi  alni  co'suoi figli, quel- 
le posteriormente  espresse  nelle  lettere 
che  riceveva  dal  p.  abbate  medesimo,  ed 
anco  da  altre  persone  colle  quali  il  Papa 
domandava  di  sue  notizie,  con  un  inte- 
resse veramente  clemente.  E  siccome  nul- 
la avea  fatto  per  meritarsi  tante  grazie, 
pregò  il  p.  abbate  d'umiliare  al  pontificio 
trono  l'indimenticabile  sua  riconoscenza, 
il  suo  cuore  iii  pegno  de' sentimenti  che 
avea  saputo  inspirargli,  in  uno  all'osse- 
quioso omaggio  della  più  profonda  ve- 
nerazione. Quanto  all'affare  de'maroniti, 
aggiunse  il  pascià,  veder  bene  la  necessi- 
tà d'  essere  ultimate  le  vertenze  ;  che  si 
reputerebbe  felice  di  poter  contribuire 
a  secondare  i  desiderii  di  Sua  Santità,  e 
che  avrebbe  profittato  dell'opportunità 
per  fare  ogni  sforzo  onde  finire  le  conte- 
stazioni co'maroniti,  e  così  dare  un  atte- 
stato del  suo  riverente  attaccamento  al 
Santo  Padre;  anzi  l'incaricò  pure,  nello 
scrivere  a  S.  A.  Ahmed  Fethi  pascià,  di 
dirgli  le  raccomandazioni  falle  pe' maro- 
niti, perchè  ancor  lui  vi  cooperasse.  Indi 
il  pascià  chiamati  i  figli  e  que'del  suo  se- 
guito, festeggia nte  narrò  loro  l'onore  che 
avea  ricevuto. Vedendo  il  p.  abbate  che  il 
pascià  per  mancanza  di  tempo  non  pen- 
sava scendere  a  terra,  gli  disse  che  ilPapa 
avendo  ordinatoa  mg.r  delegato  di  averlo 
ospite,  perciò  il  prelato  l'aspettava  ;  ma  il 
pascià  si  confermò  nel  non  discendere,  on- 
de non  essere  di  soverchio  incomodo.  Al- 


388  TUR 

loro  il  p.  abbate  ne  fece  avvisare  il  pretato, 
il  quale  immediatamente  con  cine  ufficiali 
di  piazza  si  condusse  al  vapore  ilei  pascià, 
e  questi  lo  ricevè  fregiato  delle  sue  deco- 
razioni, e  condusse  con  bei  modi  nella  sua 
stanza.  Mg.r  Rossi  in  francese  esternò  al 
pascià  gli  ordini  ricevuti  dal  Papa,  di  o- 
norare  e  complimentare  la  sua  degna  per- 
sona. Il  pascià  con  aumento  di  commo- 
zione rinnovò  i  sensi  esternali  al  p.abbate, 
pregaudo  il  prelato  ad  esserne  facondo  in- 
terprete, non  trovando  egli  sufficienti  e- 
spressioni  per  dichiarare  quanto  sentiva 
pel  Santo  Padre.  Dopo  lieta  conversazio- 
ne, nel  partire  il  delegato  volle  il  pascià 
seguirlo  sino  alle  scale  del  vapore;  e  po- 
scia coi  suo  accompagnamento  tutto  giu- 
bilante per  vedere  il  pascià  tanto  onorato 
dal  Papa  sovrano  di  Roma,  Reschid  scese 
a  terra  e  si  recò  a  restituir  la  visita  a  mg.r 
delegalo,  ripetendo  sempre  con  effusione 
la  sua  ammirazione  per  l' incomparabile 
bontà  di  Gregorio  XVI.  Licenziatosi  dal 
prelato,  fece  il  pascià  un  giro  per  la  città 
di  Civitavecchia,  e  pieno  di  soddisfazione 
si  congedò  dal  p.  ab.  Arsenio,  invitandolo 
a  presentare  i  suoi  rispetti  al  cardinaleMez. 
zofanli  ed  a  mg/ Garibaldi  che  avea  co- 
nosciuto a  Parigi.  Finalmente  asceso  il  va- 
pore, usci  dal  porto  e  partì. Dipoi  Reschid 
pascià  portò  tutto  a  cognizione  d'  Abdul 
Medjid,  e  questi  penetrato  della  benignità 
di  Gregorio  XVI,  bramoso  di  dimostrar- 
gli la  sua  estimazione  e  gradimento  per  le 
distinzioni  usate  al  cognato  e  a  Reschid,  ed 
inol\re  d'entrare  in  diretta  relazione  con 
esso,  pur  egli  ordinò  che  si  preparassero 
dei  ricchi  donativi  perinviarliaRoma;ma 
mentre  si  disponeva  la  spedizione,  il  Papa 
passòa  miglior  vita.  Allorquando  nel  1 833 
Ottone  I  ascese  sul  trono  di  Grecia,  vi  sta- 
bilì un  governo  dispotico,  e  istituì  l'ordine 
equestre  del  ss.  Salvatore  (Z7.).  Coloro 
però  che  aveano  combattuto  con  tanta  e» 
ìiergia  per  ricuperar  l' indipendenza,  a- 
Tiebbero  desiderato  eziandio  la  libertà  ; 
quindi  malcontento,  società  segrete  e  co- 
stante fermento.  Finalmente  uella  metà 


T  U  R 
di  settembre  1 843  alcuni  audaci  fattati 
sollevarono  parte  del  presidio  e  della  po- 
polazione d'Atene,  e  costrinsero  il  rea  pro- 
mettere una  costituzione.  Fu  poscia  radu- 
nata un'assemblea  generale,  la  quale  di- 
scusse una  costituzione,  che  venne   pro- 
mulgata a'  1 6  marzo  i  844-  Furono  in  essa 
stabiliti  i  principii  dell'eguaglianza  de'di- 
ritti  dinanzi  alla  legge,  e  della  libertà  del- 
la stampa.  Si  dichiarò  che  il  potere  legi- 
slativo si  componeva  del  re,  delle  camere, 
de'deputati  e  del  senato.  Il  diritto  di  pro- 
porre leggi  appartenere  al  re,  alla  came- 
ra e  al  senato.  Sebbene  la  Grecia  era  di- 
venuta libera  dal  giogo  mussulmano  per 
generosa   commiserazione  delle    potenze 
occidentali,  nondimeno  i  suoi  deputati  nel 
formular  la  costituzione  politica  del  regno 
furono  solleciti  di  sancire  che  esso  appar- 
tiene alla  religione  e  alla  chiesa  ortodossa 
(com'essi  pretendono)  orientale,  e  che  non 
è  permesso  di  sollecitare  alcun  greco  ad 
abbracciare  la  chiesa  ortodossa  occiden- 
tale. Il  che  significa  non  esser  permesso  il 
procurare  il  ritorno  d'un  greco  scismatico 
all'unità  della  chiesa  cattolica,  fuori  della 
quale  non  trovasi  l'eterna  salute.  Ecco  un 
altro  saggio  della  pretesa  tolleranza  van- 
tata dagli  scismatici.  Si  può  vedere  UE- 
glise  Orientale,  par  Jacques  G.  Pitzi- 
piosy Romei 855.  Ne  die  contezza  la  Ci- 
viltà  Cattolica ,serie  2.",  t.  2,  p.  557,  co~ 
me  di  libro  degnissimo  d'essere  conosciu- 
to dal  pubblico  per  l'importanza  dell'ar- 
gomento che  vi  si  tratta.  11  eh.  Pitzipios, 
greco  di  nascita  e  praticissimo  degli  affari 
d'oriente  poco  conosciuti,  riuscì  oltremo- 
do a  stenebrai  e  l'oscura  questione,  ch'egli 
considerò  sotto  un  aspetto  tale,  che  ne  ri- 
mase soddisfatto  ogni  cuore  sinceramente 
cattolico.  Giacché  egli  non  vede  altrove  il 
rimedio  alle  sventure,  che  da  tanti  secoli 
aggravano  {'Oriente, fuorché  nel  ristabi- 
lire la  comunione  tra  la  chiesa  0  rientale 
e  la  chiesa  romana,  prendendo  a  norma 
e  a  fondamento  i  decreti  del  concilio  ecu- 
menico di  Firenze.  Nella  3."  parte  intito- 
lata :  apostasia  del  clero  di  Costantino- 


TUR 

polii  il  eli.  Pitzipiosci  pone  sotl'occhio  la 
maniera    tirannesca  onde  i  patriarchi  di 
Costantinopoli  e  il  loro  sinodo  esercitano 
l'autorità  temporale  che  da'  sultani  fu  ad 
essi  delegata  sopra  i  seguaci  della  medesi- 
ma religione.  Osserva  inoltre,  che  i  tem- 
pi si  sono  ora  in  gran  modo  cambiati;  al- 
l'antipatia de'turchi  contro  gli  occidentali 
sottentrò  la  fiducia  e  la  benevolenza;  ed  il 
governo  ottomano  mostrò  più  volte  desi- 
derio d'  entrare  in  relazioni  amichevoli 
colla  s.  Sede.  Ora  sopra  questo  nuovo  sta- 
to di  cose  conviene  appoggiarsi  per  met- 
tere un  termine  alle  triste  condizioni  in 
cui  geme  l'oriente.  Il  clero  di  Costanti- 
nopoli, quanto  al  fatto,  rifiuta  l'autorità 
del  concilio, di  Firenze,  ma  quanto  al  di- 
ritto il  concilio  conserva  il  suo  pieno  vi- 
gore. **  Consigliati  dalle  potenze  cattoli- 
che d'occidente  i  sultani  ponno  spogliare 
il  clero  di  Costantinopoli  della  tempora- 
le autorità  di  cui  fa  si  enorme  abuso,  e 
potino  ancora  richiedere  a  chi  vien  pro- 
posto alla  sede  patriarcale  che  sottoscriva 
la  sua  adesione  al  concilio  di  Firenze.Non 
mancheranno  vescovi  in  oriente  che  ac» 
Cellino  tali    condizioni,  e  il  sultano  può 
d'ora  innanzi  non  riconoscer  per  patriar- 
ca se  non  chi  l'abbia  adempita.  Con  que- 
sto il  rito  gì  eco  è  conservato  intatto,  l'au- 
torità de' Pontefici  è  ristabilita  nella  chie- 
sa orientale,  la  riforma  del  clero  si  opera 
senza  ostacolo,  e  un'era  novella  incomin- 
cia per  quelle  vaste  e  belle  contrade  che 
da  tanti  secoli  gemono  sotto  il  peso  di  tan- 
te sventure.  JNrè  il  beneficio  di  questa  ri- 
storazione della  chiesa  d'oriente  rimarrà 
circoscritto  da' confini  dell'impero  otto- 
mano. Il  regno  di  Grecia  e  l'impero  di 
Russia  si  troveranno  condotti  e  da  inte- 
ressi politici  e  da  altre  cagioni  più  degne 
ad  entrare  nella  stessa  via  di  riconcilia- 
zione. L'oriente  intero  non  formerà  più 
che   una  chiesa  sola  coli'  occidente  sotto 
l'autorità  dello  stesso  supremo  Pastore. 
Allo  spettacolo  di  questa  unione,  i  Prote- 
stanti vedendosi  più  separali  e  di  visi,  tor- 
nei anno  più  facilmente  all'ovile:  inoltre  la 


TUR  3S9 

rivoluzione  che  minaccia  l'ordine  sociale 
in  Europa  per  la  disunione  de'popoli  cri- 
stiani e  il  disaccordo  de'governi  non  può 
trovare  efficace  riparo  fuorché  nell'azio- 
ne della  Chiesa  e  nell'autorità  del  sommo 
Pontefice  ".  Le  relazioni  particolari  cosi 
bene  cominciate  da  Gregorio  XVI,  de- 
funto il  i.° giugno  1846,  fra  la  s.  Sede  e 
la  Sublime  Porta,  mediante  due  suoi  pri- 
mari ministri  e  ambasciatori  ottomani, e 
con  due  sultani,  il  defunto  e  il  regnante, 
cominciarono  a  produrre  le  loro  felici  con- 
seguenze, amando  Abdul  Medjid  prose- 
guirle col  successore.  Pertanto  riporta  il 
n.°  1 6  del  Diario  di  Roma  del  1  847.  «Do- 
po aver  annunziato  nel  n.°  14  cu  questo 
Diario  l'arrivo  in  Roma  di  S.  E.  Cliekib 
effendi  (a'i  5  febbraio,  incontrato  a  Mon- 
terosi  dal  p.  ab.  d.  Arsenio  Angiarakian, 
dopo  averlo  inutilmente  atteso  inAncona, 
ove  dovea  approdare,  d'  ordine  pontifi- 
cio ),  parleremo  ora  dello  scopo  e  delle 
particolarità  della  sua  missione,  la  quale 
formerà  uno   de'  fasti    memorandi  nella 
sloria  ecclesiastica  de'tempi  nostri.  S.  A. 
I.  il  sultano  Abdul  iVIedjid  Khan,  com- 
preso pur  esso  da  quella  universale  esul- 
tanza,  suscitatasi   ovunque  all'annunzio 
del  faustissimo  avvenimento  al  trono  pon- 
tificio della  Santità  di  N.  S.  Papa  Pio  IX, 
si  avvisòdi  darne  al  mondo  intero  una  so- 
lenne luminosissima  prova.  Ordinò  quin- 
di a  S.  E.  Chekib  etfeudi,  designato  a  suo 
ambasciatore  presso  1'  I.  R.  corte  d'Au- 
stria, di  condursi  espressamente  in  Roma 
(nota  il  Diario:  La  storia  registrerà  cer- 
ta  mente  essere  questa  la  prima  voltacht 
il  sultano  ha  decretato  un'apposita  spedi- 
zione per  complimentare  il  Romano  Pon- 
tefice, lìiijazette  nel  1490  avea  inviato  un 
suo  ambasciatore  ad  Innocenzo  Vili;  ma 
per  sua  missione  speciale  relativa  alla  cu- 
stodia diZizim  suo  fratello,  fatto  prigionie- 
ro da'eavalieri  gerosolimitani  e  consegna- 
to al  Papa.Reyu.,//wi<2/.  eccles.  n.° i492« 
Osserverò  pel  riferito  di  sopra,  che  aven- 
do il  Diario  co'  citati  4  suoi  uumeri  e  con 
aitrogià  ricordato  deWeJYo  tizie  del  giorno 


39o  TUR 

deli 838,  lauto  parlato  de'due  ambascia- 
tori che  furono  a  visitare  Gregorio  XVI, 
ed  uuo  espressamente  in  nome  del  sultano, 
come  rilevasi  dal  tetto  del  discorso  dal 
medesimo  riprodotto,  poteva  qui  richia- 
mare con  una  parola  il  da  lui  pubblicalo, 
ad  onore  appunto  rie  fasti  memorandi 
della  storia  ecclesiastica  e  ch'ile  de' tem- 
pi nostri.  Quanto  poi  all'epoca  vera  della 
venuta  dell'ambasciatore  di  Bajazet  II,  e 
se  Zizim  fu  propriamente  fatto  prigione 
da' gerosolimitani,  può  vedersi  nel  nar- 
ralo a  suo  luogo  superiormente)  per  e- 
sprimeine  in  suo  nome  e  di  viva  voce  le 
più  estese  congratulazioni  al  Santo  Pa- 
dre, e  per  attestare  insieme  la  profonda 
stima  onde  S.  A.  sentivasi  penetrata  per 
un  sovrano,  che  nel  periodo  di  pochi  me- 
si avea  saputo  attirarsi  1' ammirazione  e 
il  plauso  di  ogni  eulta  nazione.  Sono  que-^ 
ste,  presso  a  poco,  le  espressioni  che  oc- 
corrono nelle  lettere  officiti]  dirette  da 
S.  A.Reschid  pascià,  gran  visir,  all'Em.0 
e  Rev.°  sig.r  cardinale  Gizzi  segretario  di 
stato,  in  virtù  delle  quali  veniva pre>celto 
il  nuovo  ambasciatore  ottomano  al  gran- 
de incarico.  Nella  mattina  pertanto  del 
giorno  16  corrente  (febbraio)  si  recò  S.E. 
a  consegnare  le  slesse  letlere  all'alto  loro 
iudirizzo  (accompagnalo  dal  p.  ab.  Arse- 
nio), pregando  l'Eni.'  Sua Rev.a  a  consul- 
tare V  oracolo  del  Santo  Padre  intorno 
al  giorno  ed  all'  ora,  in  cui  gli  piacesse 
di  ammetterlo  all'augusta  di  lui  presen- 
za. Essendosi  a  tal  uopo  stabilita  da  Sua 
Sanlità  la  mattina  del  sabato  p.  p.  (  20 
febbraio),  S.E.  si  avviò  con  nobile  treno 
al  palazzo  apostolico  Quirinale,  in  mezzo 
ad  una  immensa  moltitudine  indigena  e 
foi  esliei  a,  accorsa  ad  ammirare,  lungo  le 
strade  ch'ei  dovea  transilare,  lo  straordi- 
nario e  decoroso  avvenimento.  Entrò  fi- 
nalmente S.  E.  nel  grau  cortile  delQuiri- 
naie;  e  dopo  aver  percorso  le  ampie  sale 
del  pontificio  appartamento,  ove  trova- 
vasi  disposta  in  lutto  il  suo  nobile  e  digni- 
toso splendore  la  corte  del  supremo  Gè-. 
1  arca,  fu  introdotta  insieme  al  suo  segui- 


TU  R 

to,  innanzi  al  sagro  e  maestoso  di  lui  co- 
spetto. Assidevasi  il  Santo  Padre  nel  tro- 
no, con  quella  fronte  grave  in  un  tempo  o 
serena,  ove  riuvengonsi  come  elligiate  le 
preclare  vii  tu  ond'Esso  congiunge  in  mi- 
rabil  modo  lo  spirituale  col  temporale,  la 
Chiesa  e  lo  Stalo.  E  qui  S,  E.  Chekib  ef- 
fendi, appalesandosi  ben  degno  dell'  alta 
fiducia  in  lui  riposta  dall'imperatore  ot- 
tomano, soddisfece  ne'modi  e  coll'espres- 
sioni  le  più  adatte  alla  circostanza  al  gran- 
de oggetto  di  sua  missione:  e  perciò  n'eb- 
be dal  Santo  Padre  non  equivoche  dimo- 
strazioni di  gradimento.  Egli  imprese  a 
dire,  che  S.  A.  I.  il  Sultano  suo  augusto 
padrone,  avea  sentito  con  somiria  compia- 
cenza la  felice  esaltazione  delibanti  là  Sua 
al  trono  pontificio.  Aggiunse,  che  quan- 
tunque non  esistessero  fino  ad  ora  fra  la 
Sublime  Porta  ed  il  governo  della  s.  Seiìts 
particolari  relazioni,  pure  il  suo  Signore, 
associandosi  all'  universale  soddisfazione 
del  mondo  per  l'esaltamento  al  trono  del- 
la Santità  Sua,  gli  avea  dato  l'onorevole 
incarico  di  presentacene  nell'augusto  suo 
nome  le  più  sincere  e  vive  congratulazio- 
ni; che  S.  A.  coglieva  con  pieni  tira  que- 
sto fortunato  incontro  per  entrare  diret- 
tamente in  relazione  col  governo  di  Sua 
Santità,  esprimendo  in  fine  la  sua  ferma 
fiducia  che  i  sentimenti  di  benevolenza  del 
suo  augusto  Signore  verso  i  suoi  sudditi 
di  tutte  le  classi,  ch'esso  considerava  eguali 
"senza  dislinzionedi credenza,  come  un  pa- 
dre che  ama  indistintaménle  tutti  i  suoi 
figli,  sarebbero  apprezzati,  a  preferenza 
d'ogni  altro,  dalla  stessa  Santità  Sua, alla 
cui  stima  e  preziosa  amicizia  S.  A.  gran- 
demente aspirava.  Il  Santo  Padre  corri- 
spose a  questo  discorso  ne'  termini  i  più 
graziosi,  commettendo  al  signor  amba- 
sciatore di  far  conoscere  all'  imperatore 
ottomano  con  quale  riconoscenza  aves-,e 
accollo  e  contraccambiasse  i  sentimenti  di 
leale  benevolenza,  che  S. A.  perdi  lui  mez- 
zo gli  avea  espresso,e  come  si  aprisse  il  suo 
cuore  alla  lieta  speranza,  che  le  vicende- 
voli relazioni,  ch'Essa  bramava  di  atrio- 


TUR 

gere  col  governo  pontificio,  fossero  per 
tornare  a  somma  utilità  de'  cattolici  di- 
moranti in  quel  vasto  impero,  la  coi  re- 
ligiosa condizione  quanto  più  sarebbe* 
migliorata  mercè  della  continuazione  e 
dell'  aumento  del  potente  sovrano  patro- 
cinio inverso  loro,  tanto  più  preziosa  gli 
sarebbe  stata  la  sua  amicizia,  e  più  gra- 
dito 1'  effetto  delle  proposte  amichevoli 
relazioni  fra'due  governi.  L'Em.0  e  Rev.° 
sig.r  cardinal  Mezzofanti,  chiamatovi  dal 
Santo  Padre,  si  trovò  presente  a  questa  u- 
dienza;  e  ne  fu  fedele  interprete  il  B.m.°p, 
abbate  d.  ArsenioAngiarakian  precurato- 
re generale  de'monaci  armeni  anloniani. 
5.  E.  Chekib  effendi  presentò  al  santo  Pa- 
dre Arif  bey  suo  figlio  e  i.°  segretario, 
Aly  elfendi  2.°  segretario,  ed  il  sig.r  Ga- 
spare de  Manass  i.°  interprete  d'  amba- 
sciata, a'quali  Sua  Santità  si  degnò  di  di- 
rigere delle  cortesi  parole.  Quindi  il  sig.r 
ambasciatore  si  trattenne  alcun  poco  con 
Essa  in  privali  discorsi,  e  sen  partì  piena 
avendo  la  mente  e  penetrato  il  cuore  del- 
l'accoglienza, che  u'avea  ricevuto.  Il  sig.r 
ambasciatore  poi  nell'asci  re  dall'appar- 
tamento pontificio  si  diresse  alle  stanze 
dell'Eni,0  sig.1  cardinal  segretario  di  sta- 
to, col  quale  s'intrattenne  in  colloqui,  che 
furono  ad  entrambi  motivo  di  reciproca 
soddisfazione.  Questo  illustre  personag- 
gio si  reca  tutto  giorno  a  visitare,  accom- 
pagnato dal  eh.  sig.r  cav.  Luigi  Grifi,  i 
più  notevoli  monumenti  antichi  e  moder- 
ni, onde  va  tanto  superbo  il  nostro  classi- 
co suolo;  ed  in  ciò  fare  S.  E.  addimostra 
tale  accorgimento  e  coltura  da  riscuotere 
l'altrui  ammirazione".  Notificò  poi  ilo.  18 
del  Diario  di  Roma.»  La  Santità  di  N.S. 
Papa  PioIX  ricevette  ieri  mattina  (  1  ."mar- 
zo), in  visita  di  congedo,  S.  E.  Chekib  ef- 
fendi ambasciatore  straordinario,  inviato 
da  S.  A.  il  Sultano  a  complimentare  la 
Santità  Sua  per  l'auspicato  avvenimento 
al  trono  pontificio:  dopo  di  che  si  degnò 
d'  ammettere  alla  sua  augusta  presenza 
Arif  bey  figlio  del  lodato  ambasciatore  e 
i.°segretario,  Aly  effendi  2.0  segretario,  ed 


TUR  39i 

il  sig.r  Gaspare  de  Manass  1 .°  interprete 
d'ambasciala,  accomiatandoli  con  cortesi 
parole  e  con  dimostrazioni  di  sovrana  be- 
nignità. S.E.è  partita  questa  mattina  alle 
ore  7  i/2  dirigendosi  alla  volta  d'  Anco- 
na". Si  legge  inoltre  nel  n.°54  del  Diario 
di  Roma,  d'i  aver  il  Papa  donato  allorché 
si  congedava,  a  Chekib  effendi,  il  suo  ri- 
tratto inciso  in  pietra  dura  contornato  di 
brillanti,  che  l'ambasciatore  si  appese  sul 
petto  a  guisa  di  decorazione,  come  rilevai 
nel  vol.LUI,p.  1 91, dicendo  contornata  la 
pontificia  effigie  anche  con  rubini  e  sme- 
raldi; equi  aggiungo  d'un  valore  di  scudi 
i5oo,e  che  il  Papa  donò  all'ambascia- 
tore eziandio  diverse  bellissime  stampe  in- 
cise della  calcografia  camerale.  Notai  poi 
nel  voi.  LI,  p.  32  1,  che  Chekib  frequentò 
in  Roma  il  monastero  degli  armeni  anto- 
niani,  e  cornei  predecessori  si  servì  d'in- 
terprete col  Papa  del  p.  ab.  Arsenio,  la- 
sciando al  cenobio  testimonianze  in  iscrit- 
to di  gran  soddisfazione.  Aggiungerò  che 
l'ambasciatore  ottomano,  in  tutto  il  terìi- 
po  della  sua  dimora  in  Roma,  3  volle  fu 
ricevuto  in  udienza  dal  Papa,  cioè  dopo 
il  suo  arrivo  e  pel  congedo,  oltre  una  se- 
greta o  privata,  presente  solamente  il  p. 
ab.  Arsenio  come  destinalo  a  interprete  e 
suo  accompagnatore,  e  perciò  questi  l'ac- 
compagnò pure  nelle  altre  e  da  per  tutto. 
L'ambasciatore  fu  dal  cardinale  Gizzi  5 
volte,  visitò  2  volle  il  cardinal  Antonelli, 
allora  prelato  tesoriere,  e  volle  pure  visi- 
tare il  celebre  cardinal  Lambraschini,  già 
segretario  distato  di  Gregorio  XVI, in  ri- 
verente memoria  di  quest'ultimo.  Il  Pa- 
pa Pio  IX  per  memoria  dell'avvenimento 
fece  coniare  una  medaglia  coll'epigrafe  : 
Lcgatione  per  fune  tus  ad  Pi  uni  IX  P. 
M.  elecluni  nomine  Magni  Ture.  Domi- 
ni 1847.  Ne  donò  all'  ambasciatore  e  al 
suo  seguito  in  oro.  Qual  testimonianza  di 
progressivo  incivilimento,  anche  intro- 
dotto in  Egitto  da  Mehemet  Ali,  registrai 
nel  voi.  XLVI,p.g8,  che  nell'aprile  1  847 
in  quella  regione  con  solenne  festa  si  col- 
locò dal  viceré  la  1/  pietra  con  monete, 


39*  TUR 

«Ile  fondamenta  delle  chiuse  del  Nilo,COn 
cereuuonie  inni  (ino  allora  praticale  in 
Turchia  e  elìcivi  narrai.  Per  zelante  pio  v- 
Vu  lenza  ilPapaPiolXa'2  3  luglio  i  847  ri- 
pristinò il  patriarca  di  rito  latino  residen- 
ziale in  Gerusalemme,  ed  a'4  ottobre  pre- 
conizzò l'odierno  patriarca  mg/  Giusep- 
pe Valerga,  che  consagrò  e  gli  conferì  il 
pallio.  Era  6  secoli  dacché  Gerusalemme 
mancava  del  patriarca  residente  con  giu- 
risdizione, e  mg.1  Valerga  vi  fece  il  suo 
solenne  ingresso  a'  17  «lei  seguente  gcn- 
naio,preceduto(dalla  croce  patriarcale  in- 
alberata, e  salutalo  da  salve  d'artiglieria 
d'ordine  del  pascià.  Andò  a  ufficiare  nella 
chiesa  del  ss.Sal  valore  de'minori  osservan- 
ti, che  facendo  le  veci  di  cattedrale,  vi  l'or- 
mò poi  un  capitolo.  Il  Papa  a  mezzo  della 
congregazione  di  propaganda/»/*'  stabili  i 
limiti  e  le  prerogative  del  p.  guardiano  del 
s.  Sepolcro,  la  giurisdizione  del  patriarca, 
e  il  conferimento  dell'ordine  equestre  del 
s.  Sepolcro.D'i  quanto  ho  accennato, ne  ri- 
portai i  particolari  ne' voi.  XLV1,  p.  227, 
LI,  p.  22  e  298,  LUI,  p.  192,  LXIV,  p. 
83  eg3,  LXV1I,  p.  32.  Il  fervore  de' cri- 
stiani è  sempre  vivo  nell'intraprendere  i 
sagri  pellegrinaggi  della  Siria  per  visitare 
i  santuari  di  Terra  santa.  Dal  riferito 
superiormente  è  provato  che  in  ogni  tem- 
po i  cristiani,  massime  i  cattolici,  hanno 
guardato  con  singoiar  pietà  a  que'luoghi 
celebralis>imi  che  furono  santificati  in  tan- 
ti modi  e  principalmente  dalla  presenza 
dell'  Uomo-Dio  e  bagnali  dal  divin  suo 
sangue.  Alcuni,  è  vero,  nel  considerarli 
anche  dappresso  e  nel  visitarli  si  propo- 
sero soddisfare  alla  loro  erudita  curiosità 
o  intraprendere  scientifiche  ricerche,  che 
pubblicarono  colle  stampe  e  rami,  mol- 
te spiranti  poetico  entusiasmo,  mancante 
del  linguaggio  proprio  del  di  volo.  Ma  mol- 
ti fra  loro  meritarono  una  distinzione  per 
la  ffdee  la  divozione  con  cui  compirono  il 
santo  pellegrinaggio.  Alcuni  di  loro,  ri- 
tornali nella  propria  patria,  scrissero  le 
ricevute  impressioni,  e  da  queste  facil- 
mente si  puòdedurre  da  quale  spirilo  fos- 


t  u  n 

sero  animati  quando  si  accinsero  al  viag- 
gio, e  quale  fosse  il  loro  interno  quando 
si  trovavano  a  pie  di  que' santi  monu- 
menti. Da  ultimo  si  pubblicarono:  Gior- 
nale d un  pellegrinaggio  eseguito  in  Ter- 
ra Santa  nel\85i  dal  mese,  di  agosto 
al  mese  di  dicembre  dall'ai.  ìl'onner 
curato  di  Nólre-Dame  di  Metz,  Parigi 
1 853,  colle  piante  del  s.  Sepolcro  e  diCet- 
llemme. Morie  d'un  pellegrino  a  Geru- 
salemme nel  i852,  notizia  sugli  ultimi 
momenti  del  conte  Carlo  Coetloscptet, 
di  Emilio  Gentil  cavaliere  del  s.  Se- 
polcro, Parigi  1 854-  £>es  Saints  Lieux. 
Pélerinage  à  Jérusalcm  en  passoni  par 
V /Intriche,  la  Hongrie,  la  Slavonie,  Ics 
proyinces  Danubiennes,  Co ns tanti nople, 
V  Archipel,  le  Liban,  la  Syrie,  Alexan- 
dre, Malte,  la  Sicile  et  Mar  stille;  par 
mons.r  Mislìn  abbi  mitre  de  s.  Diarie 
de  Deg  en  Hongrie,  carnerier  secret  de 
S.  S.  Pie  TX* te.,  Paris  1  85 1 .  Storia  del- 
lo stato  attuale  di  Gerusalemme,  per 
Vab.  Mariti,  Parigi  1 853.  La  Siria,  la 
Palestina  e  la  Giudea,  Pellegrinaggio 
a  Gerusalemme  ed  a' Luoghi  Santi '.Pa- 
rigi 1  853.  Le  ultime  due  opere  sono  dette 
molto  importanti  per  avere  raccolto  le 
più  recenti  osservazioni  su  que' memora- 
bili luoghi,  resi  tanto  più  celebri  dalle  ul- 
time controversie,  che  sono  andato  svol- 
gendo, nelle  quali  tutta  1'  Europa  prese 
parte  cotanto  attiva  e  con  formidabile  e 
strepitosa  guerra,  che  in  breve  narrerò 
alla  sua  epoca.  Mehemet  Ali  nel  dicembre 
1847  volendo  dimostrare  a'  suoi  grandi 
la  compiacenza  pel  progressivo  aumento 
dell'  industria  nazionale,  e  nello  slesso 
tempo  confortarli  a  seguire  animosamen- 
te la  via  del  progresso  e  della  civiltà,  do- 
po averli  tutti  convitati  alla  tavola  reale, 
li  riunì  pochi  giorni  dopo  nel  divano  o 
gran  consiglio,  ed  ivi  per  l'organo  di  S.  A. 
Kiamil  pascià  suo  genero,  ed  uno  de'più 
illustri  letterati  nelle  lingue  orientali,  fece 
loro  pronunziare  un  discorso,  pieno  d'alti 
sentimenti  d'amor  patrio,  d'umanità  e  di 
civilizzazione,  degni  della  già  stabilita  fa- 


TUR 

ma  dell'egiziano  riformatore.  Dice  l'esor- 
dio. >#  Avendo  veduto  da  qualche  anno 
utili  testimonianze  del  vostro  coraggio  ci- 
vile e  della  vostra  libertà  negli  affari,  ed 
avendovi  conosciuti  finalmente  capaci  di 
comprendere  ed  apprezzare  i  miei  consi- 
gli, io  vi  ho  riuniti  perciò  presso  di  me,  e 
mi  affretta  di  farvi  scorgere  l'oggetto  prin- 
cipale di  questa  riunione  .  . .  Sappiatevi 
bene  che  io  ho  oltrepassato  l'età  di  80  an- 
ni, e  nulla  desidero  per  me;  ma  sappiate 
pure  che  io  non  ho  sonno  né  riposo,  e  che 
attendo  notte  e  giorno  solo  per  la  felicità 
vostra,  e  per  la  vostra   posizione  sociale. 
Come  io  vi  ho  educato  fanciulli,  e  vi  ho 
fatto  istruire  ne'collegi,  e  condottivi  al  gra- 
do in  cui  siete,  vi  ho  adottali  e  sono  vostro 
vero  padre;  così  siatemi  voi  figli  amoro- 
si e  ubbidienti.  Con  questi  suggerimenti, 
di  cui  attendo  grande  attenzione,  io  non 
ricerco  che  il  vostro  riposo  e  il  vostro  be- 
li' essere,  perchè  i  vostri  servigi  saranno 
per  voi  stessi  ..."  Termina   il  ragiona- 
mento con  queste  parole.  »  Se  il  cielo  mi 
darà  coraggio  di  spirito  ed  un  prolunga- 
mento di  vita  per  questa  gioia,  noi  fare- 
mo mollo  dietro  tal  norma;  ed  il  popolo 
saprà  che  tuttociò  che  fo  è  giusto  e  buo- 
no, e  lo  sapranno  i  miei  figli,  i  quali  an- 
cora per  avermi   prestalo  attenzione  ed 
essere  convinti  della  mia  giustizia,  otten- 
nero le  proprietà  che  hanno,  e  prende- 
ranno esempio  da  me.Avrete  dunque  l\<ì\ 
la  mia  famiglia  onori,  elevazioni  e  digni- 
tà ;  e  (ino  che  durerà  la  nostra  stirpe,  e 
voi  seguirete  le  imprese  tracce,  i  miei  fi- 
gli e  nipoti  conosceranno  la  vostra  virtù, 
\'  innalzeranno  in  ogni  tempo,  e  ripete- 
ranno che  voi  fedelmente  serviste  il  loro 
padre  ed  avo".  Con  tali  elevati  sentimen- 
ti non  è  a  meravigliare  se  Mehemet  Ali 
pervenne  a  quel  grado  di  possanza,  che 
più.  d'una  volta  fece  impallidire  la  Porta 
sua  suprema  signora,  e  portò  1'  Egitto  a 
tanta  prosperità  e  ricchezza,   che  desiò 
fammi  razione  delle  nazioni  incivilite.  E- 
gli  però  era  ormai  un  lume  che  stava  per 
spegnersi,  un  astro  vicino  al  suo  tramon- 


T  U  R  3  9  3 

to,  ma  clie  ancora  tramandava  raggi  e 
lampi  della  più  splendida  luce.  Ora  passo 
a  narrare  l'ambasceria  inviata  a  Costan- 
tinopoli al  sultano  Abdul  Medjid,  dal  Pa- 
pa Pio  IX,  memorabile  avvenimento  che 
mi  proposi  qui  riportare,  come  promisi 
ne'vol.  XLV1II,  p.  168,  LUI,  p.  i93,  ed 
altrove.  Per  questa  metamorfosi  di  rap- 
porti, in  confronto  de'  precedenti  secoli, 
che  di  sopra  cronologicamente  tratteg- 
giai, non  potrò  essere  tanto  breve  nel  de- 
scriverla, a  motivo  de'particolari  di  signi- 
ficante importanza,  chea  gloria  del  pon- 
tificato non  posso  om mettere  per  la  sin- 
golarità d'un  complesso  di  circostanze  in- 
teressanti il  cattolicismo  sì  della  Turchia 
che  del  resto  del  mondo,  ch'è  quanto  di- 
re di  200  milioni  di  persone.ll  n.°  io3  del 
Diario  di  Roma  del  1 847  notificò,  che  ai 
2  1  dicembre  era  partito  da  Civitavecchia, 
sul  vapore  da  guerra  il  Tripoli t  messo  ge- 
nerosamente a  disposizione  del  Papa  dal 
re  di  Sardegna,  mg. 'Innocenzo  Ferrie- 
ri  (di  Fano  già  incaricato  d'affari  t\e  Pae- 
si Bassi,  dal  Papa  consagrato)  arcivesco- 
vo di  Sida  in  par  ti  bus  y  ambasciatore  o 
nunzio  pontificio  a  S.  A.  il  Sultano,  per 
ringraziarlo  dell'atto  gentile,  che  la  me- 
desima A.  S.  ebbe  la  cortesia  di  compiere 
per  mezzo  del  suo  ambasciatore  presso  la 
corte  di  Vienna  Chekib  effendi,  incarican- 
dolo di  rallegrarsi  col  Pontefice  Pio  IX 
per  la  sua  elevazione  al  pontificato.  11 
quale  Papa  inoltre  incaricò  il  prelato  di 
offrire  in  suo  nome  al  sultano  alcuni  do- 
nativi. Indi  l'officiale  Gazzetta  di  Roma 
del  1  848  a  p.  j5  riprodusse  la  relazione 
pubblicata  dal  Journal  ihConstantinople 
sull'arrivo  e  ricevimento  in  quella  città 
di  mg.r  Ferrieri,  incaricato  dal  Santo  Pa- 
dre d'  una  missione  straordinaria  presso 
il  sultano.  Ivi  si  dice,  che  giunse  a  Costan- 
tinopoli cogli  addetti  alla  nunziatura, a' 1 6i 
gennaio  sul  detto  battello,  il  quale  nel 
trapassare  la  punta  del  serraglio  alzò  la 
bandiera  ottomana  e  die  il  saluto  di  2  [ 
colpi  di  cannone,  a  cui  con  altrettanti  ri- 
spose la  nave  di  guerra  ottomana,  anco- 


%4  T  UI* 

rata  alla  bocca  del  porto.  Diversi  legni 
stranieri,  e  specialmente  il  brick  di  stazio- 
ne della  milione  di  Russia,  ed  alcuni  na- 
vigli di  commercio  sardi,  che  si  erano  ar- 
mali di  cannone,  si  coprirono  ili  pavesato, 
alzarono  la  baudiera  della  s.  Sede,  e  fece- 
ro le  solite  salve.  Appena  il  Tripoli  era 
Malo  scorto, che  l'incaricalo  d'affari  della 
Sardegna,  il  barone  Tecco,  si  recò  a  bordo 
per  salutare  l'inviato  di  Sua  Santità,  e  ral- 
legrarsi del  suo  arrivo.  11  vekil  o  sostituto 
del  capo  civile  degli  armeni  cattolici  d\ 
Stefano  Pehlivanian  (e  non  patriarca  co- 
me dice  la  GtfS3e/taJ,el'ufiìzialedelIaPorr 
ta  Serafino  Manasse  (Mi  li  mandar,  cioè 
complimentario  e  ospitaliere),  andarono 
a  bordo  del  Tripoli  per  accogliere  la  mis- 
sione pontificia  (imperocché  tali  due  cat- 
tolici furono  destinati  dalla  Porta  come 
complimentari  e  conduttori  per  assistere 
l'ambasciatore  in  tulio  quello  volesseser- 
virsi  di  loro  per  mandare  ambasciate,  e 
per  precederlo  a  cavallo  nelle  gite  diplo- 
matiche). Un  battello  a  5  ordini  di  remi 
era  stalo  messo  a  sua  disposizione  dal  go- 
verno. Adempite  le  formalità  della  qua- 
rantena, mg/  Ferrieri  vi  entrò  col  suo  ac- 
compagnamento, e  sbarcò  alla  scala  di 
Top-Hauè.  Appena  sceso  fu  salutato  da 
2  i  colpi  di  cannone  delle  batterie  di  terra 
di  Top-Hanè.Tre  carrozze  di  corte  e  mol- 
ti cavalli,  messi  dalla  sublime  Porta  a  di- 
sposizione dell'ambasciatore  pontificio  e 
degli  addetti  alla  nunziatura,  per  tutto 
il  tempo  della  sua  missione,  ve  P  aspet- 
tavano. Mg/  Ferrieri,  accompagnato  da 
d.  Stefano  e  dal  Mihmandar  Manasse,  en- 
trò nella ì /carrozza;  ed  il  corteggio  s'in- 
camminò lentamente,  traversando  il  sob- 
borgo di  Galata  e  quello  di  l'era  per  ivi 
andare  al  palazzo  che  il  governo  turco 
uvea  preso  in  affitto  e  destinalo  al  prelato 
e  suoi  compagni,  disponendo  il  sultano 
che  11  nunzio  e  il  suo  seguito  fossero  spe- 
sati di  lutto  (  abitazione,  villo  e  tratta- 
mento, cavalli,  carrozzze  e  barca  del  sul- 
tano). La  notizia  dell'ari  ivo  di  mg/Fei> 
rieri  rapidamente  si  sparse;  a  malgrado 


TUR 

del  freddo  e  della  pioggia,  numerosissime 
turbe  trassero  a  vederlo,  frammischiando 
le  grida  di  viva  il  Sultano  a  quelle  di  viva 
Pio  IX.  Nello  stesso  giorno  tutti  i  rappre- 
sentanti stranieri  inviarono  uno  de'  prin- 
cipali impiegati  a  complimentare  il  nun- 
zio apostolico,  il  quale  ricevè  inoltre  la 
visita  de'  più  ragguardevoli  cattolici.  Il 
giorno  seguente  il  complimentario  degli 
ambasciatori  Riami I  bey,  si  condusse  dal 
nunzio  per  felicitarlo  da  parte  del  sultano 
e  della  Porta;  e  la  maggior  parte  de'iap- 
presenlanti  stranieri,  che  trova vausi  iu 
Pera, specialmente  l'ambasciator  diFran- 
cia, l'internunzio  d'  Austria  e  il  ministro 
di  Russia,  andarono  a  fargli  visita  ne'gi or- 
ni di  lunedì  e  martedì,  La  visita  di  mg/ 
Ferrieri  alla  Porta  venne  fissata  pel  mei*-» 
coledì,  Nel  mattino  il  baron  Tecco  prece- 
de il  nunzio,  e  presentò  successivamente 
al  gran  visir  Reschid  pascià,  al  ministro 
degli  affari  esteri  e  al  presidente  superiore 
del  consiglio  di  giustizia,  il  conte  di  Lu- 
cerna d'Angrogna,  il  principe  di  Podenas, 
il  marchese  di  Negro,  insieme  allo  stato 
maggiore  del  Tripoli;  i  quali  tutti  atte- 
sero alla  Porta  il  nunzio  per  unirsi  al  suo 
seguito.  11  prelato  in  manlellctta  e  roc- 
chetto, accompagnato  da  tutte  le  persone 
di  sua  nunziatura,  vestite  parimenti  iu 
abiti  di  ceremonia,  seguito  da  12  servitori 
m  divisa,  si  recò  in  carrozza  alla  Porta 
a' 19  sul  mezzodì  ;  egli  era  preceduto  dal 
Mihmandar  Manasse  in  uniforme  con  de- 
corazione^ dal  suddetto  vekil  del  capo  ci  vir 
le  degli  armeni  cattolici d.  Stefano.  Dodici 
cavass  della  Porta  (cioè  gendarmi  o  ullizia- 
li  di  polizia),  e  3  ordinanze  a  cavallo  aspet- 
tavano il  corteggio  alla  testa  del  nuovo 
ponte,e  l'accompagnarono  fino  alla  Porta, 
Al  suo  arrivo, il  nunzio  e  tutte  le  persone 
del  suo  seguito  furono  immediatamente 
fatti  entrare  nelle  camere  del  gran  visir 
Reschid. Questo  dignitario  si  levò  per  rice- 
verli, li  accolse  con  tutta  la  gentilezza,  fe- 
ce sedere  il  nunzio  accanto  a  se  sul  ^vaa 
sofà,  fece  servire  a  tutti  la  pipa,  il  calle  ed 
il  sorbetto,  come  si  costuma  uegli  altri  ri- 


T  U  K 
cevituenti  degli  ambasciatori  stranieri. La 
conversazione  ebbe  luogo  continuamente 
io  lingua  francese. Dono  essersi  accommia- 
tato dal  gran  visir  (che  per  distinzione  sin- 
golare l'accompagnò  fino  alla  porta  del- 
ie sue  camere),  il  nunzio  si  recò  presso 
A\y  pascià  ministro  degli  affari  esteri,  che 
se  gli  fece  innanzi  per  riceverlo  sino  alla 
porta  d'ingresso  di  sue  camere.  Questa 
visita  si  prolungò  quanto  la  precedente, 
e  fu  piena  della  stessa  gentilezza,  degli 
stessi  riguardi,  delle  stesse  testimonianze 
vicendevoli  di  benevolenza  e  d'alfabilità 
(  nel  partire  mg.1  Ferrieri,  per  onorarlo, 
Aly  pascià  l'accompagnò  fino  a  capo  delle 
scale  del  palazzo).  Nelle  strade  di  Costali- 
tiuopoli,come  ne'corridoi  dcllaPorta,ruen- 
tre  il  corteggio  passava,  si  osservava  con 
graude  curiosità  e  meraviglia  fra'spelta- 
tori,  senza  alcun  segno  o  indizio  di  mal 
animo.  Sembrava  anzi  che  la  popolazione 
maomettana  si  associasse  con  piacere  agli 
onori,  ch'erano  fatti  al  nunzio  del  Papa. 
Dopo  essersi  licenziato  da  detto  ministro, 
il  nunzio  partì  dalla  Porta.  Gli  furono 
fatte  nella  sua  dipartita  le  stesse  onorifi- 
cenze ch'ebbe  nell'  arrivo,  e  le  3  guardie 
a  cavallo  che  I'  accompagnarono,  non  si 
separarono  che  alla  testa  del  poute.  Nella 
sera  mg,r  Ferrieri  rese  la  visita  all'amba- 
sciato!* di  Francia,all'inleinunzio  austria- 
co e  all'incaricato  d'affari  di  Sardegna. Nel 
dì  seguente  il  ministro  della  marina,  go- 
vernatore di  Pera,  inviò  il  iManasse  suo 
i.°  interprete,  a  presentare  i  suoi  conve- 
nevoli al  nunzio.  Continuando  mg.r  Feiv 
ìieri  ad  esser  l'oggetto  delie  cortesie  del 
governo  turco, ricevè  le  visite  di  vari  mem- 
bri del  corpo  diplomatico,  e  particolar- 
mente quella  dell'  incaricato  d'  all'ari  di 
Penìa  Memehet  Khan,  L'arrivo  dell'am- 
basciatore della  s.  Sede  a  Costantinopoli 
fu  consideralo  da  tutti  come  un  pegno  di 
fraternità,  edi  molti  dissidenti  stessi  vol- 
lero manifestare  quanto  si  rallegrassero 
d'un  avvenimento  nuovissimo  ne' fasti 
dell'impero  ottomano.  11  patriarca  degli 
armeni  scismatici  inviò  uua  deputazione 


T  U  R  J95 

all'inviato  della  s.  Sede  per  complimen- 
tarlo. 11  prelato  ricevè  pure  una  nume- 
rosa deputazione  di  persone  ragguarde- 
voli d'armeni  cattolici.  II  patriarca  de'gre- 
ci  scismatici  di  Costantinopoli  anch'  egli 
mandò  messi  a  visitare  in  suo  nome  il 
rappresentante  del  Santo  Padre. Mg1  Fer- 
rieri si  mostrò  ben  lieto  di  tale  visita,  ac» 
colse  tutti  i  membri  della  deputazione  con 
modi  cordiali  ed  affabili,  e  li  pregò  di  no- 
tificare al  capo  della  loro  comunione  gre- 
ca il  contento  provato  dal  suo  cuore,  per 
testimonio  sì  spontaneo  di  premura  e  di 
benevolenza.  Indi  il  prelato  fece  molte  vi- 
site al  corpo  diplomatico,  e  tornò  ad  ab- 
boccarsi col  ministro  degli  affari  esteri  ri- 
petutamente, Nel  n.°24  della  Gazzella  di 
Romani  dice  chele  notizie  pubblicate  dal 
Giornale  di  Costantinopoli^  sull'inviato 
straordinario  del  Papa  a  complimentare 
il  sultano,  furono  esattissime,  nondimeno 
reputò  pubblicar  le  seguenti,  pervenute 
da  lettere  autorevoli,  oou  particolari  da 
indurre  una  soddisfacente  consolazione 
nell'  animo  non  solo  de' romani,  ma  di 
quanti  altri  si  pregiano  d'esser  figli  della 
s.  Sedtì,  e  sono  del  seguente  tenore. 11  gran 
Signore  non  aveaa'27  gennaio  potuto  an- 
cora ricevere  l'arcivescovo  di  Sida,  per- 
chè non  era  compiuta  la  traduzione,  da 
farsi  in  caratteri  d'oro  e  su  pergamena, 
delle  lettere  del  Papa  a  Sua  Maestà.  Ma 
siccome  quanto  prima  dovea  esserlo,  così 
monsignore  era  convenuto  col  gran  visir 
sul  discorso  che  dovea  fare  al  sultano  il 
giorno  di  sua  presentazione.  Si  dichiarò 
incredibile  1'  urbanità  e  gentilezza  di  tal 
pascià  Reschid,  verso  il  rappresentante  di 
Nostro  Signore  Pio  IX  (  di  che  già  diedi 
saggio  di  sopra,  accennando  le  sue  rela- 
zioni con  Gregorio  XVI,  felici  e  fertili  ini- 
ziatrici di  queste),  e  con  quali  parole  d'os- 
sequio e  d'ammirazione  egli  parlava  diSua 
Santità, facendo  l'elogio  di  sue  preclarissi- 
me  virtù  e  azioni.  Inoltre  fu  da'diploma- 
lici  considerata  come  una  testimonianza  di 
straordinario  onore  l'essersi,  contro  il  con- 
sueto costume,  queli.°ed  altissimo  digut- 


3tjG 


TUR 


tario  dell'impero  levato  dn  sedere,  quan- 
do mg.r  Fon  ieri  prese  da  lui  commiato,  e 
l'averlo  preceduto  per  lungo  tratto  fino 
al  limitare  del  proprio  appartamento,  do- 
ve fermatosi  oliti  la  mano  al  prelato  e  a 
tutto  il  seguito  con  singolare  dimostra- 
zione d'alletto.  Mg.'  inviato,  nell'andare 
e  nel  tornare  dall'udienza,  Cu  servito  dal- 
Ja  carrozza  stessa  del  gran  visir,  oltre  al- 
l'accompagno di  4 di  gala, di  12  cavalli  da 
sella  e  di  un  numeroso  stuolo  di  guardie 
di  palazzo  a  cavallo  che  facea  ala  al  treno 
e  corteggio.  Nobilissimo  fu  altresì  il  con- 
tegno tenuto  dal  ministro  delle  relazioni 
estere  Ali  pascià,  delle  cui  cortesie  il  pre- 
lato non  sapeva  abbastanza  lodarsi. »  Quel- 
lo però  che  dee  veramente  empiere  il  cuo- 
re di  allegrezza  è  il  modo  pieno  di  osse- 
quio, onde  anche  que'  cristiani,  i   quali 
sono  ancor  dissidenti  e  separali  dal  grem- 
bo cattolico,  hanno  veduto, e  diremoqua- 
si  festeggialo  l'arrivo  dell'inviato  aposto- 
lico romano.  Primi  furono  gli  armeni  a 
dar  segno  di  partecipare  della  comune  le- 
tizia: ognuno  sapendo  quali  buone  dispo- 
sizioni siano  in  loro  da  qualche  tempo  di 
riunirsi  alias.  Sede  romana.  Il  patriarca 
scismatico  di  quella  nazione  avendo  fatto 
chiedereal  governo  ottomano  il  permesso 
d'inviare  una  deputazione  al  rappresen- 
tante del  sommo  Pontefice,  incontanente 
l'ottenne  ;  e  mandò  subito  a  prevenirne 
monsignore  per  mezzo  del  sig.  Agop,  ar- 
meno anch'esso  scismatico  e  interprete 
della  SublimePorta.La  mattina  infatti  del 
giornea  t  la  deputazione  si  presentò  a  mg. r 
Fei  rieri  in  numero  di  q  indi  vicini, fra'qua- 
li  erano  gli  arcivescovi  d'Egitto  e  di  Diar- 
hekir,  i  vicari  de'patriarchidi  Costantino- 
poli e  di  Gerusalemme,  il  curato  di  Pera, 
ed  esso  sig.'  Agop  interprete.  Il  contegno 
de'deputati  fu  rispettosissimo,  quanto  mai 
dir  si  possa,  ed  uno  degli  arcivescovi  ed  il 
vicario  patriarcale  di  Costantinopoli  vol- 
lero baciar  la  mano  a  mg.'  inviato,  il  qua- 
le benché  modestissimo  lo  permise,  ben 
vedendoche  un  atto  di  tale  rispetto  riferì-? 
vasi  alla  diguilà  e  persona  del  Santo  Padre 


TUR 

Pio  IX.  Grandi  furono  le  Iodi  che  lutti 
diedero  a  Sua  Santità,  pregando  monsi- 
gnore, in  nome  non  pur  loro, ma  anche  del 
patriarca,  di  porre  a' suoi  piedi  i  senti- 
menti della  comune  venerazione,  e  d'as- 
sicurarlo insieme  che  ne  ammiravano  le 
virlùe  le  opere, e  speravano  essere, quan- 
do che  sia,  in  un  solo  ovile  riuniti.  Degnu- 
inenle,come  si  conveniva,  corrispose  (non- 
signore a  siffatte  dimostrazioni  di  all'etto 
e  di  ossequio,  assicurando  i  deputati  che 
non  mancherebbe  di  far  tutto  sapere  e 
gradire  alSanto  Padre.  Intanto,  aggiunse, 
far  voti,  perchè  la  grazia  dello  Spirito  San- 
to scenda  su  loro,  e  faccia  in  fine  risolverli 
alla  desideralissima  unione,  avendo  il  san- 
to Gerarca  aperte  sempre  amorosamente 
le  braccia  per  tutti  riceverli  con  vera  pa- 
terna   consolazione.  Nel  giorno  1 1  mg.r 
Ferrieri  ricevette  pure  una  deputazione 
diesi  presentòa  complimentarlo  in  nome 
del  patriarca  greco  scismatico.  Era  questa 
composta  degli  arcivescovi  di  Smirne  e  di 
Nicomedia,del  vicario  del  patriarca  e  d'un 
secolare  interprete.  Non  meno  rispettosa 
verso  la  s.  Sede  fu  questa  missione:  per- 
ciocché i  deputati,  compresi  i  due  arcive- 
scovi, vollero  baciar  la  mano  all'  inviato 
del  sommo  Pontefice,  pregandolo  anch'es- 
si, in  nome  pure  del  patriarca,  d'umiliare 
a  pie  del  trono  di  Pio  IX  i  sensi  della  loro 
divozione  ed  ammirazione.  Squisita  inol- 
tre fu  in  essi  la  gentilezza  di  manifestare  a 
monsignore  la  grandissima  ansietà  in  cui 
erano  stati  per  alcun  giorno  sul  suo  arri- 
vo, e  il  dispiacere  che  aveano  provato  di 
vederlo  protratto,  temendo  non  gli  fòsse 
accaduto  qualche  sinistro....  Possa  N.  S. 
Pio  IX  alle  tante  sue  glorie  unire  pur  que- 
sta, di  estinguere  cioè  nella  Chiesa  di  Dio 
quante  v'ha  dissensioni  di  fede,  e  di  riu- 
nire tutti  i  cristiani  nella  pace  di  un  solo 
ovile,  dove  i  fedeli  insieme  all'  universale 
Pastore  innalzino  inni  di  benedizione  al- 
l'Eterno 1  "  Indi  il  Journal  de  Constali- 
tinople  pubblicò,  e  la  Gazzetta  di  Roma 
riprodusse  a  p.  io 3.  L'ambasciatore  pon- 
tifìcio alla  Sublime  Porta  veune  accolto  il 


TUR 

i.°  febbraio  1848  in  udienza  particolare 
ilal  sultano,  nel  palazzo  imperiale  di  Tchè- 
ragan,  affinchè  potesse  presentar  le  sue 
credenziali.  Questa  udienza,  alla  quale  as- 
sistevano il  ministro  degli  affari  esteri  Ali 
pascià,  e  l'introduttore  degli  ambasciatori 
Kiamil  bey, ebbe  luogocon  tutta  la  solen- 
nità solita  a  usarsi  in  somiglianti  congiun- 
ture. Tosto  che  T  inviato  fu  condotto  in- 
nanzi al  sultano,  il  battello  a  vapore  sar- 
do il  Tripoli,  ancorato  rim  petto  al  pa- 
lazzo, fece  sventolar  la  bandiera  ottomana 
insieme  alla  pontificia,  e  fece  una  salva  di 
22  colpi  di  cannone,  a  cui  risposero  le  bat- 
terie di  Tchèragan  e  quelle  di  Top-Hané. 
Presentando  lesue  lettere  credenziali,mg.r 
Ferrieri  indirizzò  al  sultanoAbdulMedjid, 
in  nome  del  Papa  Pio  IX,  parole  piene  di 
affetto.  Dopo  aver  egli  mostrato  tutto  il 
piacere  che  provò  il  Santo  Padre,  per  gli 
incarichi  dati  a  Chekib effendi,  e  rinnova* 
linei  ringraziamenti,  l'inviato  soggiunse, 
che  le  relazioni  di  amicizia,  sì  felicemen- 
te stabilite  fra' due  sovrani,  ridonderanno 
alla  loro  gloria  reciproca,  e  all'utile  dei 
loro  popoli;  che  Sua  Santità  ben  cono- 
sceva il  bene  operalo  dal  sultano  per  tut- 
te le  classi  de'suoi  sudditi,  e  questi  beni 
essere  di  tal  natura,  che  senza  (allo  indur- 
rebbero   ne'  cattolici,  messi  sotto  la  sua 
protezione  sovrana  e  uniti  a  Roma  pei 
vincoli  spirituali,  1'  affetto  eia  fedeltà  al 
trono  imperiale,  e  quell'ammirazione  che 
tutti  i  popoli  sentono  per  l'allequalilà  del 
sultano.  La  risposta  del  sultano  fu   tra- 
dotta dal  détto  Ali  pascià.  Il  sultano  do- 
po aver  detto  che  sentiva  anch'egli  la  gio- 
ia generale  cagionata  dall'  elevazione  di 
Sua  Santità  Pio  IX  al  trono  pontifìcio,  e 
che  la  spedizione  di  Chekib  effendi  avea 
periscopodi  dichiarare  al  medesimo  quc 
sti    sentimenti  dell'animo  suo,  soggiunse 
che  gli     sforzi  fatti  da' due  sovrani,  per 
migliorare  la  sorte  de'loro  sudditi  rispet- 
tivi,    doveano  naturalmente  stabilire  fra 
loro  vincoli  d'  amicizia  e  di  simpatia,  e 
ch'egli  era  lieto  che  queste   relazioni  si 
fossero  stabilite  nel  tempo  del  suo  regno. 


TUR 


397 


Il  sultano  significò  altresì  la  sua  ioddisfa- 
zione,  che  tale  rilevante  ufficio  fosse  stato 
commesso  ad  un  uomo  di  tanta  capacità 
di  quanta  è  mg.r  Ferrieri.  Il  sultano  inol- 
tre, dopo  l'ambasciatore  pontifìcio,  accol- 
se le  persone  della  legazione,  il  coman- 
dante e  lo  stato  maggiore  del  Tripoli,  e  i 
due  altri  personaggi  piemontesi  conteLu- 
cerna  e  principe  Podenas,  ch'eransi  con- 
giunti a  monsignore,  con  una  somma  be- 
nevolenza e  gentilezza;  e  al  termine  del- 
l'udienza il  sultano  pregò  i  suoi  segretari 
e  il  suoi ^ciambellano  Hamid  bey,  di  far 
vedere  il  palazzo  a  mg.r  Ferrieri  e  alle 
persone  che  l'accompagnavano.  Quindi  il 
u.°3o  della  Gazzetta  dì  Roma,  alle  di- 
scorse notizie  sull'  udienza  data  dal  sul- 
tano all'ambasciatore  straordinario  cliSua 
Sani  ita, aggi  unte  le  seguenti  particolarità, 
desunte  da  lettere  autorevoli.  Quanti  ri- 
guardi potevansi  mai  usare dallaSublime 
Porta,  tutti  furono  cortesemente  praticali 
in  onore  dell'inviato  pontifìcio.  Fino  dal 
giorno  precedente  all'  udienza,  egli  era 
stato  prevenuto  di  poter  scender  dalla  car- 
rozza con  tutto  il  suo  seguito,  a  pie  della 
principal  porta  d'ingresso  del  palazzo  im- 
periale, benché  un'antica  legge,  fino  allo- 
ra rigorosamente  osservata,  imponesse  a 
ogni  pei  sona,  senza  distinzione  alcuna  di 
grado,  di  fare  a  piedi  tutto  quel  gran  trat- 
to della  pubblica  via  che  corre  esterior- 
mente lungo  le  mura  del  palazzo  diTchè- 
ragan.  Soldati  di  varie  armi  e  di  nobile 
apparenza  stavano  schierati  in  doppia  fila 
così  in  una  parte  del  giardino,  eh'  è  rin- 
chiuso fra  le  mura  e  il  palazzo,  come  pu- 
re in  un  atrio  assai  vasto  fra  la  porla  di 
ingrèsso  e  l'interna  sala  maggiore;  e  sì  gli 
uni  e  m  gli  allri  resero  i  militari  onori  a 
monsignore  e  al  suo  seguito.  Sulla  soglia 
della  delta  porta  trovossi  Ramil  bey,  in- 
troduttore degli  ambasciatori,  il  quale  ri- 
cevette con  ossequio  monsignore,  accom- 
pagnandolo fino  al  limitare  della  grande 
scala,  dov'era  Ali  pascià  ministro'  degli 
affari  esteri,  a  cui  si  appartiene  l'incarico 
di  presentare  ofiìcialmente  gl'inviati  delle 


398  TUR 

potenze  a!  gran  Signore.  Entrò  il  prelato 
con  tale  accompagno  e  col  suo  seguito 
appresso,  nell'imperial  resilienza,  dove  in 
una  sala  fu  invitato  a  trattenersi  in  mezzo 
u  vari  dignitari!  dell'impero  e  grandi  della 
corte,  (ìnchè  non  giunse  l'avviso  che  il 
sultano  era  pronto  a  riceverlo.  Ivi  Ali  pa- 
scià si  piacque  presentare  ad  uno  ad  uno 
all'ambasciatore  pontificio  i  prefitti  digni- 
tari e  grandi,  in  tutti  i  quali  fu  questi  lie- 
tissimo di  scorgere  una  rara  amabilità  e 
gentilezza.  All'annunzio  che  Sua  Maestà 
slava  attendendo,  monsignore  si  mosse 
verso  le  camere  imperiali,  e  nelle  saledon- 
de  passò,  fu  veramente  preso  d'ammira- 
zione all'aspetto  d'una  scelta  guardia  d'o- 
nore, vestita  alla  foggia  del  greco  impero, 
così  splendida  ed  elegante,  che  noti  po- 
trebbe forse  con  alcun'allra  paragonarsi. 
Stava  il  sultano  seduto  in  un  divano,  solo 
e  in  quell'attitudine  d'orientai  dignità  che 
in  modo  solenne  è  prescritta  dagli  ordini 
ceremoniali  della  corte  di  Costantinopo- 
li. Presentatosi  a  lui,  monsignore  espose, 
colla  nobiltà  e  facondia  che  gli  sono  pro- 
prie, le  cagioni  di  sua  ambasciata,  facen- 
do del  suo  discorso  la  traduzione,  ad  ogni 
periodo,  Ali  pascià,con  visibilissima  com- 
piacenza e  qunsi  commozione  del  giovane 
monarca.  Taciutosi  monsignore,  il  sul- 
tano prese  subito  a  rispondergli  dicen- 
do. «  L'avvenimento  del  Santo  Padre 
Pio  IX  al  trono  de'romani  Pontefici  esse- 
re slato  oggetto  d'universale  allegrezza  : 
avervi  perciò  voluto  prendere  anch' egli 
una  parte,  incaricando  Chekib  effendi  di 
porgergli  le  sue  congratulazioni.  Delle  pa- 
role amichevoli,  dette  in  tal  occasione  da 
Sua  Santità,  aver  avuto  inestimabile  pia- 
cere. Cerio  il  vivo  desiderio  di  migliorare 
la  condizione  de'  propri  sudditi  ,  essere 
slato  naturalmente  un  legame  d'amicizia 
fra  il  sommo  Pontefice  e  lui.  Dover  reca- 
re quest'amicizia  a' due  stati  un  grande 
utile.  Esser  ben  lieto  di  vedere  strette  nel 
suo  regno  le  prime  correlazioni  fra  le  due 
potenze:  essere  anche  lieto  che  la  Santità 
Sua  abbia  scelto  per  raffermarle  una  tale 


TUR 

persona  qual  è  mg.r  Ferrieri".  Alle  quali 
parole,  che  il  sultano  pronunciò  volgen- 
do sovente  gli  occhi  al  cielo,  quasi  chia- 
mandolo testimonio  di  sua  sincerità,  re- 
plicò monsignore  co'dovuli  sensi  di  grazie 
in  nome  del  Santo  Padre]  aggiungendo  i 
particolari  suoi  per  la  degnazione  che  avea 
avuto  Sua  Maestà  d'inviare  il  giorno  in- 
nanzi a  prender  notizie  della  sua  sanità 
lievemente  indisposta.  Dopo  di  che  pregò 
di  poterle  presentare  gli  addetti  alla  pon- 
tificia ambasciata;  e  la  Maestà  Sua  a  ciò 
corrispose  con  singoiar  bontà  e  deferenza. 
Ne  a  queste  sole  attenzioni  stette  contento 
il  sultano;  ma  derogando  ad  ogni  antichis- 
simo uso,  volle  ricevere  la  lettera  di  Sua 
Santità,  non  dalle  mani  d'alcun  dignitario 
della  corte,  ma  da  quelle  stesse  del  prela- 
to; e  bramò  che  da  lui  pure  gli  venisse 
offerto  il  dono  inviatogli  dal  Papa,  ed  e- 
sposto  con  rara  testimonianza  di  gradi- 
mento nella  sala  d'udienza,  piacendosi  nel 
riceverlo  di  dire  all'ambasciatore:  »  Con- 
siderare egli  quel  dono  per  due  cagioni 
prezioso:  la  i."  perchè  proviene  da  Sua 
Santità;  la  2.a  perchè  ciascuno  degli  og- 
getti donali  è  unico  nel  suo  genere.  Pregò 
perciò  mg.1  ambasciatore,  di  partecipare 
al  Santo  Padre,  ch'egli  come  un  ricordo 
d'amicizia  lo  accetta,  e  lo  conserverà  ge- 
losissimamente". Dirò  io  in  che  consiste- 
rono i  pontificii  donativi  al  sultano,  inco- 
lonna di  bronzo  dorato,  alta  i  3  palmi  com- 
preso il  piede,  esprimente  la  ColonnaTra- 
iana.  i.°  Dejeuné  con  tavola  di  musaico. 
3.°  Collezione  d' incisioni  e  stampe  della 
calcografia  camerale.  4-°  Tre  astucci  cia- 
scuno con  7  medaglie  d'oro,  d'  argento  e 
di  bronzo.  Aggiungerò  colla  Gazzetta  ci- 
tata. «  Il  sultano,  per  quanto  affermasi, 
non  sa  lodare  abbastanza  la  Colonna  Tra- 
iana,  di  cui  Sua  Santità  gli  ha  inviato  un 
superbo  modello  in  bronzo  dorato.  Anche 
il  gran  visir  ha  mostrato  di  sommamen- 
te gradire  il  prezioso  gioiello  (  eguale  a 
quello  dal  Papa  donato  all'ambasciatore 
Chekib),  che  mg.r  Ferrieri  gli  ha  preseu» 
tato  in  nome  del  Santo  Padre;  ed  Ali  pa- 


T  U  R 
sciTi,  oltremodo  soddisfatto  del  dono  della 
scatola  (d'oro)  brillantata,  ha  supplicalo 
monsignore  di  metterlo  a? piedi  di  Sua 
Beatitudine  e  di  esprimerle  i  sentimenti 
della  profonda  sua  venerazione.  "  Terni i- 
ììata  l'udienza  sovrana,e  congedatosi  mon- 
signore anche  da  Ali  pascià,  si  condusse 
tegli,  in  mezzo  a  nobile  comitiva,  a  visitar 
la  sala  del  trono  del  sultano,  veramente 
mirabile  per  vastità,  architettura  ed  ele- 
ganza d'ornamenti;  indi  l'armeria,  ove 
fra  l'oro,  gli  smeraldi  e  i  brillanti,  rifulgo- 
no le  famose  lame  di  Damasco  e  di  Per- 
sia ;  poi  la  sala  degli  ambasciatori,  tutta 
bella  di  preziosi  tessuti,  di  tappeti  finis- 
simi e  di  cristalli  ;  in  fine  la  camera  ov'  è 
il  ritratto  del  sultano.  Noterò  che  il  Papa 
consegnò  a  mg. r  Ferrieri  anche  sagri  do- 
nativi per  alcune  chiese  d'oriente.  Lo  stes- 
so n.°3o  della  Gazzetta  di  Roma  ripor- 
ta il  discorso  letto  dall'  interprete  della 
deputazione  degli  ebrei  della  comunità 
israelitica  di  Costantinopoli,  sudditi  della 
Porta  ottomana,  composta  del  gran  rab- 
bino dell'impero  e  di  due  personaggi  del- 
la nazione,  nella  visita  fatta  a  mg.1  Fer- 
rieri. Ed  il  n."  34  della  Gazzetta  riferisce 
la  visita  fatta  al  prelato  da  Emin  effendi 
i.°  interprete  del  divano;  il  gran  banchet- 
to imbandito  al  medesimo  ed  a  tutti  gli 
addetti  all'ambasciala  pontifìcia,  dall'in- 
ternunzio  austriaco,  con  l'intervento  del- 
l'arcivescovo primate  degli  armeni  catto- 
lici di  Costantinopoli,  d'Ali  pascià,  e  del 
corpo  diplomatico;  non  che  l'altro  ban- 
chetto apprestato  pure  in  onore  dell'am- 
basciatore straordinario  pontificio  e  degli 
addetti  eli  sua  nunziatura,  dal  ministro 
degli  all'ari  esteri  della  Porta  Ali,  e  v'in- 
tervennero tutti  i  membri  del  corpo  di- 
plomatico, alcuni  dignitari  dell'  impero, 
il  capo  civile  degli  armeni  cattolici  e  altri 
cospicui  personaggi.  Si  legge  a  p.  4^4  del- 
la stessa  Gazzetta  il  novero  dei  doni  dal 
sultano  inviati  al  Papa  per  mezzo  di  mg/ 
Ferrieri.  che  sono  i  seguenti.  Tabacchie- 
ra  d'  oro  col  proprio  ritratto  ornato  di 
brillai) ti;  altro  suo  ritratto  contornato  di 


T  U  R 


399 


brillanti  legati  a  giorno  (pel  i.°  ministro 
di  Sua  Santità,  che  poi  il  Papa  donò  al 
cardinal  Antonelli)  ;2o  pezze  di  lana  di 
capra  tessute  in  bianco  nella  fabbrica  di 
Ancira;6oo  braccia  di  tappeti  turchi;  6oo 
braccia  di  stoffa  tessuta  in  oro  e  velluto; 
6  cavalli  arabi  (portati  sino  alle  stalle  del 
Quirinale  da'servi  del  sultano  e  a  sue  spe- 
se); una  sella  di  vellullo  rosso  con  istaffe 
auree,  ossia  d'argento  dorato;  gualdrap- 
pa di  panno  rosso  ricamata  in  oro,  e  or- 
nata di  4002  brillanti,  4  de'quali  di  gran- 
dezza e  bellezza  particolare  ;  una  testiera 
di  pelle  nera  ornata  di  4007  brillanti,  con 
fibbie  auree  ossia  d'  argento  dorato  (  la 
gualdrappa  e  la  testiera  si  valutarono  cir- 
ca 80,000  scudi);  due  drappi  di  seta  nera 
ricamali  in  oro  per  coperture  di  canapè. 
Inoltre  il  sultano  regalò  a  mg.1  Ferrieri 
una  tabacchiera  ornata  di  brillanti,  e  lo 
decorò  dell'ordine  di  Niscian  di  1.*  classe 
in  brillanti,  come  i  pascià  (  che  ja  Gaz- 
zetta, a  p.  4^8  disse  del  valore  di  5o,ooo 
piastre  turche,  5o,ooo  valutando  la  ta- 
bacchiera). Di  più  il  sultano  conferì  le 
decorazioni  di  tale  ordine  in  brillanti  a' 
seguenti  nubili  addetti  all'ambasceria 
pontificia  :  a  monsignor  Filippo  Vespa- 
siani cameriere  d'onore  del  Papa  e  mi- 
nutante di  propaganda  fide  (ed  ora  cli- 
chiarate  vescovo  di  Fano),  di  2.a  clas- 
se; al  canonico  Giovanni  Capri  Galanti 
(ora  prelato  domestico  ec),  di  2."  classe; 
al  p.ab.  d.  Arsenio  Angiarakian  interprete 
dell'ambasceria, della  classe  che  suol  con- 
ferirsi a'metropoliti  sudditi  ottomani  (con 
facoltà  di  donarlo  in  morte  a  chi  voles- 
se, non  però  quale  decorazione,  come  no- 
tai nel  voi.  LI,  p.  32  1 ,  insieme  al  proprio 
ritratto  e  allo  stendardo  di  cui  feci  più 
sopra  menzione,  e  dalla  sultana  ricevè  il 
dono  d'  un  porta  caffè,  0  sotto-tazza  bril- 
lantata :  questo  p.  abbate  fu  benemerentis- 
simo di  quanto  precede,  accompagnò  ese- 
gui questa  memorabile  ambasceria,  per 
la  grande  stima  che  gode  presso  la  Porta, 
essendo  armeno  nativo  di  Costantinopo- 
li) ;  al  conte  Giuseppe  Ferretti  (patrizio 


4oo  TUR 

d'Ancona,  il  cui  vescovato  essendo  uni- 
to ad  l  iiidiui,  in  quest'articolo  ripar- 
lando dell'ambasciatore  ottomano  invia- 
to a  Innocenzo  Vili,  dissi  che  in  Anco- 
na fu  alloggiato  nel  palazzo  de'suoi  an- 
tenati :  egli  è  inoltre  commendatore  pro- 
fesso dell'ordine  di  Malta  e  cadetto  del- 
le guardie  nobili  pontificie),  di  3."  clas- 
se; ed  al  conte  Augusto  Marchetti  (ni- 
pote del  ministro  pontificio  degli  affari  e- 
steri),  della  slessa  classe.  Noterò,  che  nel 
tempo  in  cui  l'ambasceria  rimase  in  Co- 
stantinopoli i  turchi  non  dimenticarono 
Giegorio  XVI.  I  pascià  ed  altri  grandi 
più  volte  e  in  più  incontri  e  conversazioni 
fecero  onorevolissima  menzione  di  Grego- 
rio XVI,  richiamando  essi  alla  memoria 
il  maestoso,  paterno  e  amorevole  conte- 
gno del  venerando  \egIiardo,come  lochia- 
inavano;eciòesprimevanocon  una  espan- 
sione di  cuore,  che  manifestava  il  dolore 
da  loro  provato  nella  sua  morte.  Mg/Fer- 
rieri  ambasciatole  straordinario  presso  la 
Sublime  Porta>  dopo  ie  visite  di  congedo, 
partì  da  Costantinopoli  cogli  addetti  alla 
nunziatura  a' 17  maggio,  sul  battello  a 
vapore  francese  delle  poste  il  Ramscsì  che 
dopo  aver  approdalo  a  Malta,  a  Napoli, 
ed  a  Civitavecchia  a'g giugno,  nel  dì  se- 
guente giunse  in  Roma.  Riferisce  il  n.°  i  33 
della  Gazzetta  di  Roma,  e  già  lo  notai  ai 
loro  luoghi,  che  il  Papa  destinò  alle  ba- 
siliche Lateranense,  Vaticana  e  di  s.  Ma- 
ria Maggiore  (ove  altra  volta  si  offrirono 
i  trofei  riportati  da'eristiani  sui  turchi,  e 
ne  esistono  le  memorie),  parte  de'prezio- 
si  tappeti  ricevuti  in  dono  dal  sultano;  ed 
inviò  alla  basilica  Ostiense  una  porzione 
della  magnifica  stoffa  di  egual  provenien- 
za, ad  efìelto  d'ornarvi  la  cappella  del  ss. 
Crocefisso.  Riferisce  ancora,  che  il  Papa 
nell'idea  di  disporre  di  alcuni  de'ricevuti 
cavalli  arabi,  onde  propagarne  la  specie  e 
renderla  indigena,  stabilì  una  commissio- 
ne di  vari  fra'  socii  dell'  istituto  agrario 
pontificio  per  averne  un  progetto  relativo. 
L'Album  dìRoma  nel  n.°  1 9  del  1. 1 5, pub- 
blicò delineata  e  incisa  la  sorprendente 


TUR 

gualdrappa  e  magnifica  sella,  il  cui  lavoro 
lo  dice  eo*ì  perfetto  e  d'un  gusto  e  squi- 
sitezza tale  che  invailo  tentarlo  non  che 
emularlo  potrebbero  i  nostri  artefici  mi- 
gliori. La  bardatura,  qualificata  straor- 
dinaria, fu  reputata  d*  un  incalcolabile 
valore,  sia  per  le  dovizie  e  preziosità  delle 
stoffe,  delle  gemme,  de'  velluti  e  dell'oro, 
che  per  la  rarità  e  bellezza  di  tutta  l'im- 
mensa quantità  di  brillanti.  Questo  inu- 
sitato e  non  mai  più  visto  donativo,  unita- 
mente a  lutti  gli  altri,  fu  per  vari  giorni 
nel  palazzo  apostolico  Quirinale  esposto 
alla  pubblica  curiosità;  ed  il  concorso  del- 
la moltitudine  per  contemplare  così  stra- 
ordinarie magnificenze  e  rarità,  fu  tanto 
e  in  tal  numero  che  invano  si  potrebbe 
colle  parole  riportarlo.  Indi  il  Papa  pro- 
mosse mg.r  Ferrieri  a  nunzio  apostolico 
di  Napoli,  ed  ora  I'  ha  traslalo  alla  nun- 
ziatura di  Lisbona  che  porta  al  cardina- 
lato. 

Mehemet  Ali  per  l'età  e  malsana  salu- 
te, divenuto  impotente  a  reggere  le  redi- 
ni dello  slato,  il  sultano  Abdul  Medjid  il 
1. "settembre  1  848  nominò  suo  successo- 
re e  viceré  d'Egitto,  il  di  lui  figlio  Ibra- 
him  pascià,  anch'esso  rovinato  nella  salu- 
te, per  cui  godè  la  dignità  appena  due 
mesi  eio  giorni,  morendo  nel  novembre 
di  5g  anni:  il  giorno  del  suo  decesso  fu 
seguilo  da!  l'imbecilli  mente  di  detto  suo 
padre,  che  non  molto  gli  sopravvisse.  Per 
la  morte  d'ibrahim  fu  chiamato  al  go- 
verno dell'Egitto  il  suo  nipote  Abbas  pa- 
scià, nato  nell'Arabia  nel  181  3,  come  il 
rampollo  più  attempato  della  famiglia  di 
Mehemet  Ali  e  nato  dal  figlio  di  questi 
Jussuf.  Abbas  trovavasi  alla  Mecca, ov'e* 
rasi  in  apparenza  recato  in  pellegrinag- 
gio, ma  in  realtà  erasi  allontanato  dallo 
zio  Ibrahim  per  timore;  laonde  tempora- 
neamente assunse  la  direzione  del  gover- 
no Said  pascià,  sino  al  suo  ritorno.  Abbas 
versato  nella  letteratura  orientale,  cono- 
sceva le  lingue  turca,  persiana  e  araba. 
Non  essendo  egli  attaccato  a  vermi  par- 
tito europeo,  africano  o  americano,  si 


tur 

disse  noncìisposto  a  lusingare  l'Inghilter- 
ra, l'Austria,  la  Francia  e  la  Russia;  al- 
tri dissero  che  avrebbe  favorito  gl'ingle- 
si di  preferenza,  perchè  aveano  avuto  per 
lui  ogni  sorta  di  riguardi.  Al  viceré  Ab- 
bas  si  debbono  lodi  per  aver  sommini- 
stralo,appenu  pregato,deH'alabastro d'E- 
gitto pel  monumento  sepolcrale  di  Papa 
Gregorio  XVI,oude  accrescere  gli  splen- 
didi ornamenti  di  cui  è  doviziosissima  la 
sontuosa  basilica  Vaticana.  Abbas  aven- 
do presente  la  buona  corrispondenza  pas- 
sata tra  il  Pontefice  e  l'avo,  ed  i  magni- 
fici doni  inviati  nell'Egitto  al  medesimo 
e  allo  zio ,  con  piacere  mandò  in  Roma 
diversi  blocchi  del  prezioso  marino.  Con 
essi  fu  disposto  di  formare  al  monumen- 
to l'urna  ,  gli  specchi  de'  piedistalli  delle 
due  statue  laterali  a  quella  del  Papa,  e 
gli  stipiti  della  porticella  rispondente  alla 
cappella  del  ss,  Sagrameli  lo,  sopra  la  qua- 
le apertura  elevasi  il  magnifico  mauso- 
leo. Ma  dipoi  considerandosi  che  l'avel- 
lo diveniva  di  5  ordini  e  troppe  cose  vi 
si  ammassavano,  contro  le  leggi  dell'ar- 
monia artistica,  fu  deposto  il  pensiero  di 
fare  l'urna  d'alabastro,  e  invece  si  ridus- 
se il  bassorilievo  a  farne  le  veci.  Adun- 
que si  misero  soltanto  in  opera  gli  stipi- 
ti d'alabastro  e  due  lastre  di  esso  pe'det- 
ti  specchi  ;  questi  ultimi  però  figurando 
i  piedistalli  delle  statue,  e  non  più  essen- 
dovi il  richiamo  dell'urna,  forse  saranno 
rimossi,  nel  qual  caso  di  tutto  l'alabastro 
egiziano,  mandalo  espressamente  da  un 
principe  maomettano  per  decorare  nel 
Vaticano  il  sepolcro  d'un  illustre  roma- 
no Pontefice,  che  per  mirabile  disposi- 
zione della  divina  provvidenza,  peli. Dui- 
lio le  relazioui  amichevoli  tra  la  s.  Sede, 
la  Porta  ottomana  e  l'Egitto,  con  quei 
prosperi  successi  che  ho  celebrato,  non 
resterebbe  che  quello  degli  stipiti,  lan- 
guida memoria  del  singolare  e  portento- 
so avvenimento.  Mi  gode  quindi  l'animo 
supplirvi  qui  con  poche  parole,  le  quali 
resteranno  imperiture  pe'secoli  ammira- 
tori di  Gregorio  XVI,  ed  in  quest'arti  - 

VOL.   LXXXl. 


TUR  4«i 

colo  ove  si  può  fare  il  confronto  colle  pre- 
cedenti condizioni  politiche  tra  la  Tur- 
chia e  i  Papi  e  le  attuali;  ed  è  perciò  che 
brillerà  d'  immortai  gloria  la  memoria 
del  gran  Pontefice  pergli  omaggi  ricevuti 
da'mussulmaui  in  vita  e  dopo  morto!  Nel 
voi.  LXIV,  p.  i  1 5,  descrivendo  il  monu- 
mento sepolcrale  e  lo  stato  in  cui  trova - 
vasi  a' io  novembre 1 853,  dissiche  una 
delle  due  statue  del  medesimo  esprimeva 
il  Tempo;  ora  noterò  che  due  mesi  dopo 
la  stampa  dell'articolo  a  tale  statua  fu 
sostituita  quella  della  Sapienza,  la  quale 
fu  collocata  alla  destra  della  grandiosa 
figura  del  Papa  ,  alla  sinistra  essendovi 
stata  posta  la  statua  della  Prudenza,  av- 
vertenza eh'  era  necessaria  nel  riparlare 
del  nobilissimo  deposito  eretto  dalla  ve- 
nerazione e  dalla  munificenza  de'cardi- 
nali  creati  da  Gregorio  XVI.  Desso  or- 
inai è  del  tutto  compito;  non  manca  che 
d'alcuni  ritocchi  di  scalpello,  e  di  mette- 
re sul  timpano  l'arme  marmorea  di  Gre- 
gorio XVI  sovrastala  dalle  chiavi  e  dal 
triregno  di  metalloue  dorato,  il  che  cer- 
tamente avrà  luogo  verso  la  fine  del  cor- 
rente 1 856.  Egli  è  sempre  difficile  descri- 
vere monumenti  pubblici  che  si  stanno 
fabbricando,  essendo  soggetti  a  variazio- 
ni; ed  alcune  di  queste  ne  furono  fatte  an- 
cora a  quello  che  si  sta  lavorando  per  Pio 
Vili ,  il  quale  pure  descrissi  nel  citato 
luogo,  dopoaver  veduto  nello  studio  del- 
l'esimio scultore  l'approvato  modello.  Ai 
19  aprilei849  fu  sottoscritto  il  trattato 
di  Balta  Limali  sui  principati  Danubia- 
ni, tra  la  Porta  e  la  Russia,  riguardan- 
te l'elezione  degli  ospodari  della  Molda- 
via e  Valacchia,  spettante  alla  Porta,  ma 
con  nuovo  metodo,  e  della  temporanea 
occupazione  de'due  principati  da  due  cor- 
pi di  turchi  e  russi,  a  motivo  delle  tur- 
bolenze che  gli  aveano  profondamente  a- 
gilati.  Ne' voi. XLII, p.  1 39,XLIII,p.  1 09, 
XLV1II,  p.149,  LXXII,  p.  245,  parlai 
del  valoroso,  colto  e  celebre  emiro  arabo 
Abd-el-Kader,  il  cui  interessante  ritrat- 
to si  vede  nel  u.°i  4  del  citato  Album,  ed 
26 


4o2  TUR 

abbiamo  ili  La-Croix:  Storia  privata  a 

politica  diJbd-el-Kadcrfio\ogui\  »  8  \Cì. 
Figlio  ili  Mahhi-Eddin  marabulo  vene- 
latissimo,  questi  dopoché  i  francesi  occu- 
parono Algeri  fece  credere  alle  popola- 
zioni arabe,  che  un  giorno  A  bil-el -Rader 
sarebbe  sultano,  e  che  l'impero  de'turchi 
dovea  cessare  nel  suo  regno.  Quindi  ap- 
pena i  francesi  presei  oOrauo,Mahhi-Ed- 
diu  predicò  la  guerra  santa  contro  i  cri- 
stiani, ed  Abd-el-Rader  si  pose  alla  te- 
sta degli  arabi  insorti  delle  tribù  d'Afri» 
ca,  le  quali  lo  proclamarono  sultano.  Da 
quel  giorno  la  sua  vita  fu  una  lunga  e 
formidabile  lotta  contro  i  francesi,  scam- 
pando sempre  i  più  gravi  pericoli,  onde 
i  suoi  lo  crederono  invulnerabile,  para- 
gonato aMassinissa  e  Giugurtare  di  Nu- 
midia.  ludi  aiutato  dall'imperatore  di 
Marocco,  a  questi  i  francesi  imposero  di 
desistere  a  soccorrere  il  loro  invincibile 
nemico.  Finalmente  si  vide  costretto  nel 
1847  (^  sottomettersi  alla  Francia,  e  in 
essa  fu  trasportato  colla  sua  madre,  fa- 
miglia e  compagni  arabi  d'ambo  i  sessi, 
circa  100  individui  fra  tutti,  trattati  ge- 
nerosamente. Però  nel  1848  l'eroe  guer- 
riero del  deserto  con  suo  dispiacere  i\\  ri 
legalo  nel  castello  di  Pau,  antica  capila 
le  della  Navarra  francese  e  ora  capoluo- 
go de'BassiPirenei,  laonde  per  molto  tem- 
po non  volle  uscire  dalla  sua  camera. 
L'imperatore  Napoleone  111  nel  dicembre 
1  852  gli  restituì  la  libertà  e  la  spada  in 
segno  di  pace,  e  lo  conseguo  alla  Porta 
ottomana  perchè  lo  custodisse,  facendo- 
lo imbarcare  co*  suoi  sul  piroscafo  fran- 
cese il  Labrador^  che  lo  condusse  a  Co- 
stantinopoli. Il  sultano  l'onorò  e  trattò 
con  ogni  riguardo,  e  poi  a*  16  gennaio 
1  853  collo  stesso  piroscafo,  accompagna- 
to da  Nicolasdragomanno  dell'ambascia- 
ta  francese,  lo  mandò  a  Prosa  o  Brussa 
da  lui  sceltasi  per  luogo  di  sua  dimora: 
città  antichissima  con  vescovo  armeno 
cattolico,  centro  d'una  provincia  ricchis- 
sima e  floridissima  per  l' industria,  so- 
prattutto nella  seta  grezza. Pel  Terremo- 


TUR 

to(J\)  che  nel  18  55  le  recò  immensi  dan- 
ni, Abd-el  Radei  alzò  le  sue  tende  nei 
campi.  La  vicina  gran  montagna  Chescis- 
dahi,  in  cui  si  suppone  sepolto  Anniba- 
le, in  parte  si  staccò  e  precipitò  nella  pia- 
nura di  Prusa.  Ed  eccoci  alla  sanguino- 
sa e  gigantesca  guerra  per  la  questione 
d'oriente,  sostenuta  dalla  possente  Russia 
contro  la  Turchia,  la  quale  però  ebbe  a 
formidabili  alleate  la  Francia.,  l' Inghil- 
terra e  la  Sardegna.  Guerra  che  minac- 
ciò tutta  l'Europa  a  trasformarsi  in  un 
vasto  campo  di  battaglia,  per  la  compli- 
cazione politica  che  insorse  di  difficile  svi- 
luppo, ferace  di  gravi  pericoli.  Guerra  che 
alimentò  d'illusioni  e  di  prave  speranze  i 
nemici  dell'ordinerà  demagogia  d'utopi- 
stici sogni  politico-democratici,  per  ab- 
battere cioè  la  religione  e  i  troni;  ma  col- 
la pace  andarono  interamente  in  fumo  le 
loro  lusinghe  e  ordite  mene,  e  voglia  Id- 
dio che  abbia  lunga  durata  pel  riposo 
d'Europa  e  per  la  diffusione  del  cattoli- 
cismo  anche  nella  Turchia.  Non  posso, 
né  oserei  pretendere  di  farne  la  storia 
tanto  conosciuta,  pieni  essendone  i  perio- 
dici politici,  letterari  e  religiosi,  come  a 
cagiou  d'onore  nominerò  la  Civiltà  cat- 
tolica. Con  questa,  cioè  colle  sue  Crona- 
che contemporanee,  e  col  Giornale  di 
Roma,  ed  evitando  possibilmente  lo  sco- 
glio delle  molte  notizie  poi  non  verifica- 
te, ed  il  laberinto  del  distingue  tempo- 
ra, qui  riunirò  le  nozioni  più  essenziali, 
colla  possibile  brevità,  a  questa  potendo- 
vi copiosamente  supplire  l'encomiala  Ci- 
viltà, auche  co'  suoi  gravi  articoli  :  La 
guerra  d'  Oriente.  Nella  2.a  serie,  t.  6, 
si  contengono  gli  articoli:  i.°  Lo  spirito 
che  guerreggia.  i.°  1 Diritti.  3.°L,e  Spe- 
ranze. Nel  t.  7  gli  articoli.  4-  Pronosti- 
ci e  Profezie.  5.°  Risposta  ad  alcune  cen- 
sure. In  prima  farò  osservare,  che  ad  on- 
ta degli  sforzi  del  governo  ottomano  per 
introdurre  l'incivilimento  nell*  impero, 
ad  onta  del  dichiarato  principio  di  rico- 
noscere per  suoi  sudditi  e  cogli  stessi  di- 
ritti lutti  i  professanti  qualunque  religio* 


T  U  R 

ne  diversa  dall'islamismo,  nondimeno  a 
quest'epoca  grandi  erano  le  sofferenze  dei 
cristiani  in  molte  parti  della  monarchia 
mussulmana,  per  l'inveterato  odio  delle 
popolazioni  contro  i  cristiani,  pel  fanali- 
co  maomettismo  e  per  1'iutolleranza  re- 
ligiosa. I  maltrattamenti  de' cristiani  da 
parte  de'ruussulmani,  e  le  arbitrarie  op 
pressioni  che  gli  organi  della  pubblica 
amministrazione  in  grande  numero  si 
permettevano  contro  i  medesimi,  recla- 
marono uu  pronto  rimedio,  siccome  un 
imperioso  dovere  d'umanità.  Uno  dei 
punti  principali  pe' quali  già  da  lungo 
tempo  l'Austria  mosse  gravami  contro  la 
Turchia,  e  con  ispecial  vigore  uel  1 853, 
era  quello  delle  sofferenze  de'cristiani  nel- 
l'impero ottomano.  In  seguito  della  mis- 
sione del  conte  di  Leiningeu,  fu  dal  go- 
verno turco  promesso  rimedio.  Era  pe- 
rò ovvio  il  timore  che  la  promessa  rima- 
nesse promessa  e  null'altro.  Finalmente 
eccitato  il  nuovo  ministero  di  Costantino- 
poli a  seriamente  occuparsi  a  soddisfare 
co'falti  alle  sue  promesse,  tornò  più  po- 
sitivamente a  promelterlo,scosso  dalle  ul- 
time violenze  coni messe,sino  a  pretender- 
si colla  forza  che  i  cristiani  abbracciasse- 
ro l'islamismo!  La  Turchia  per  compia- 
cere la  Russia  e  la  Francia  concesse  ai 
greci  scismatici  e  acattolici  facoltà  cou- 
traddittorie,come  sono  andato  rilevando, 
e  col  cominciar  del  1 853  si  trovò  vieppiù 
nell'imbarazzo  di  soddisfare  insieme  e  da- 
re ragione  a  due  poderosi  litiganti. L'im- 
portante questione  de'Luoghi  Santi  di  Si- 
ria e  di  Gerusalemme  riprese  nuovo  vi- 
gore, e  di  giorno  in  giorno  divenne  più 
grave  e  inestricabile.  Eragià  stalo  rico- 
nosciuto il  diritto  de' cattolici  di  fare  le 
loro  sagre  cercmonie  nella  chiesa  del  se- 
polcro della  ss.  Vergine,  quando  un  com- 
missario della  Porla,  in  certa  conferenza 
ch'ebbe  luogo  nella  valle  di  Giosafat,  e- 
spose  gli  ordini  del  governo,  a  non  cele- 
brarle senza  la  facoltà  de'greci  !  Il  che  ol- 
tre al  ferire  antichi  diritti  incontestabili, 
come  andai  dimostrando,  sarebbe  stato 


T  U  R 


4o3 


di  gran  noia  degli  oppressi,  come  costret- 
ti a  portarsi  ogni  volta  gli  utensili  sagri, 
celebraresull'altare  degli  scismatiche  non 
potervi  sospendere  uè  una  lampada,  uè 
una  tabella  votiva  1  Veduto  adunque  di 
esser  fatti  zimbello  della  prepotenza  al- 
trui, i  cattolici  col  loro  patriarca  mg.1  Va 
lerga  rifiutarono  di  più  assistere  alle  con- 
ferenze intimate  dalla  Porta,  ed  il  conso 
le  francese  protestò  contro  l'usurpazione, 
con  nota  precisa  di  quanto  loro  spettava 
e  che  volevano  senza  restrizioni.  Pertan- 
to domandarono  1'  esclusivo  diritto  d'of- 
ficiare presso  la  tomba  del  Redentore,  la 
chiesa  del  s.  Sepolcro  colla  facoltà  di  fab- 
bricarvi la  cupola,  il  Battistero,  i  7  archi 
della  ss.  Vergine  che  fauuo  parte  della 
chiesa  dello  stesso  s.  Sepolcro ,  la  chiesa 
di  Bettlemme,  e  quella  de'sepolcri  de'.ss. 
Gioacchino,  Anna, Giuseppe  e  Simone,  la 
Grotta  de'pastori,  e  la  Stella  della  Nati- 
vità. In  pari  tempo  la  Turchia  era  minac- 
ciata da  troppi  altri  guai  interni  edesler 
ni  a  segno,  che  si  dubitava  se  avesse  pò 
tuto  superarli.  Turbe  cittadine  messe  su 
e  fomentale  da  diversi  protettori  del  vec 
chio  e  del  nuovo  sistema  governativo  in- 
grossavano ogni  giorno  più,  cercando  di 
soverchiarsi  eminacciando  guerra  civile. 
La  successione  al  trono  di  Grecia  ,  per 
mancanza  di  prole  a  Ottone  I,  era  nuo- 
vamente determinata  a  suo  danno.  Per  la 
morte  non  lontana  d'Ahmed  bey  di  Tu 
nisi,  mentre  essa  intendeva  di  riprender- 
si il  pascialatico,  la  Francia  voleva  un'e- 
rede della  stessa  famiglia  del  bey,  di  cui 
era  amica.  Gli  effetti  minacciosi  d'aver 
interdetta  ne'suoi  stati  la  moneta  stranie- 
ra, non  dovendo  essere  iti  corso  che  quel- 
la del  sultano  regnante,  proibito  di  na- 
vigare il  Bosforo  e  toccare i  suoi  porti,  ri- 
fiutato l'imprestilo  concluso  già  dal  suo 
deputato  co'banchieri  inglesi  e  francesi, 
vessato  i  cristiani  della  Bosnia  ,  stabiliti 
certi  limiti  territoriali  non  abbastanza 
provali, erelle  fortificazioni  ue'confini  au 
siriaci.  Aggiungasi  di  più  la  guerra  della 
Siriache  poteva  estendersi  anche  a'iatini 


404  TUR 

clelLibano  ed a'LuoghiSanti,  complican- 
do vieppiù  la  collisione  de'diritti,  e  quella 
di  Montenegro,  che  tutelato  dalla  Ilussia 
la  sosteneva  contro  il  pascià  di  Sentiri. 
I  montanari  dell'Erzegovina  turca  ricu- 
savano alla  Porta  le  contribuzioni  ordi- 
narie, e  i  cristiani  dell'Albania  superiore 
anelavano  di  scuotere  il  giogo  che  gli  op- 
prime. Sebbene  io  mi  sia  proposto  di  spi- 
golare (non  mietere  e  molto  meno  spie- 
tatamente come  fanno  taluni, senza  man- 
co ricordare  il  campo  benefico  che  li  nu- 
trì pinguamente  e  la  copiosa  fonte  che  li 
dissetò,  senza  faticatosi  vestendosi  qua- 
si interamente  dell'altrui  penne,  ma  col 
marchio  del  plagio  che  ben  ravvisano  gli 
oculati  Arghi)  soltanto  le  Cronache  con- 
temporanee della  Civiltà  cattolica^  tut- 
ta volta  mi  pare  opportuno  che  almeno  io 
qui  riproduca  il  così  detto  Testamento  po- 
litico di  Pietro  I  il  Grande ,  o  disegno  gi- 
gantesco di  dominio  europeo  da  lui  ar- 
ditamente concepito,  che  ricavo  dal  3.° 
suoarticolo:  La  guerra  d' Oriente^  ed  ai 
miei  cenni  di  questa  lo  premetta,  senza 
ì  commenti  importanti  che  nella  Civiltà 
si  ponno  leggere,  bensì  qualche  osserva- 
zione premessavi  da  Gaillardet.  Copia 
del  piano  di  dominio  europeo  lasciato 
da  Pietro  IH  Grande  a' suoi  successo- 
ri  al  trono  di  Russia  e  depositato  negli 
archivi  del  palazzo  di  Peterhoffa  Pie- 
troburgo.» In  nome  della  ss.  e  indivisibi- 
le Trinità,  noi  Pietro  imperatore  ed  auto- 
crate di  tutte  le  Russie  ec,  a  tutti  i  no- 
stri discendenti  e  successori  al  trono  e  go- 
verno della  nazione  russa.  Il  gran  Dio  da 
cui  abbiamo  avuto  la  nostra  esistenza  e 
la  nostra  corona  avendoci  costantemen- 
te illuminato  de'suoi  lumi  e  sostenuti  del 
suo  divino  appoggio  ec.  Qui  Pietro  I  sta- 
bilisce che,  secondo  le  sue  mire,  ch'egli 
crede  quelle  della  Provvidenza,  riguarda 
il  popolo  russo  destinato  nell'avvenire  al 
dominio  generale  dell'  Europa.  Fonda 
questo  pensiero  su  ciò  che,  per  opinione 
sua,  le  nazioni  europee  sono  giunte  nel- 
la maggior  parte  ad  uno  stato  di  vecchiez- 


TUR 

za  vicino  alla  caducità,  e  vi  camminano 
n  gran  passi.  Donde  conseguita  che  deb- 
bono essere  facilmente  ed  indohilatameu- 
te  conquistate   da  un  popolo  giova  ne  e 
nuovo,  quando  quest'ultimo  sarà  venu- 
to in  tutta  la  sua  forza  ed  accrescimen- 
to. Il  monarca  russo  riguardi  quest'in- 
vasione futura  de' paesi  dell'Occidente  e 
dell'Oriente,per  parte  del  Nord  ,come  un 
movimento  periodico  decretato  ne'dise- 
gni  della  Provvidenza,  che  rigenerò  per 
tal  modo,  egli  dice,  il  popolo  romano  col- 
l'invasione  de'barbari. Paragona  quest'e- 
migrazioni degli  uomini  polari  al  (lusso 
del  Nilo,  chea  certe  stagioni  ingrassa  del 
suo  limo  le  terre  isterilite  dell'Egitto.  Ag- 
giunge che  la  Russia,  ch'egli  ha  trovato 
piccolo  canale  e  lascierà  gran  fiume,  di- 
verrà sotto  i  successori  suoi  un  gran  ma- 
re destinato  a  fecondar  l'Europa  impove- 
rita ,  e  che  le  sue  onde  traboccheranno, 
malgrado  di  tutte  le  dighe  che  deboli 
braccia  potranno  oppor  loro, se  i  suoi  di- 
scendenti sapranno  dirigerne  il  corso.  Per 
la  qual  cosa  lascia  loro  gl'insegnamenti 
del  seguente  tenore,  e  li  raccomanda  al- 
la loro  attenzione  ed  osservazione  costan- 
te, nel  modo  stesso  che  Mosè  avea  racco- 
mandate le  tavole  della  legge  al  popolo 
israelita. i,°  Mantenere  la  nazione  russa 
in  uno  stato  di  guerra  continuo  per  te- 
nere il  soldato  agguerrito  e  sempre  in  e- 
sercizio;  non  lasciarlo  riposare  che  per  mi- 
gliorare le  finanze  dello  stato  ;  rifare  le 
armate  e  sceglierei  momenti  opportuni 
per  l'attacco;  fare  così  servire  la  pace  al- 
la guerra  e  la  guerra  alla  pace,  nell'in- 
teresse dell'ingrandimento  e  della  cre- 
scente prosperità  della  Russia.  i.°  Chia- 
mare con  tutti  i  mezzi  possibili  da  tutti 
i  popoli  istruiti  dell'Europa,  capitani  du- 
rante la  guerra,  sapienti  durante  la  pa- 
ce, per  far  profittare  la  nazione  russa  dei 
vantaggi  degli  altri  paesi,  senza  farle  per- 
dere cosa  alcuna  de'suoi  propri.  3.°  Pren- 
der parte  in  ogni  occasione  agli  affari  o 
dissi dii  quali  che  sien  dell'Europa,  e  se- 
gnatamente a  quelli  della  Germania,  la 


TUR 
quale  più  vicina  interessa  più  diretta- 
mente. 4-°  Dividere  la  Polonia  fomentar!  • 
dovi  le  turbolenze  e  le  gelosie  continue; 
guadagnare  i  potenti  a  prezzo  d'oro;  in- 
fluire sopra  le  diete,  corromperle,  alliue 
d'  aver  parte  attiva  sull'elezione  de'  re; 
farvi  nominare  i  propri  partigiani,  pro- 
teggerli, farvi  entrare  le  truppe  russe  e 


soggiornarvi  fino  all'occasione  di  restar- 


vi  totalmente.  Se  le  potenze  vicine  op- 
pongono dillìcoltà ,  calmarle  momenta- 
neamente dividendo  il  paese  finche  si  pos- 
sa riprendere  ciò  che  sarà  stato  dato.  5.° 
Prendere  più  che  si  potrà  alla  Svezia  e 
sapersi  fare  attacca  re  da  essa  per  aver  pre- 
testo a  soggiogarla. Però  isolarla  dallaDa- 
ni marca  e  la  Danimarca  dalla  Svezia,  e 
colti  vare  con  cura  le  loro  rivalità.  6.  "Pren- 
dere sempre  le  spose  de'principi  russi  tra 
le  principesse  d'Alemagna  per  moltipli- 
care 1'  alleanze  di  famiglia  ,  ravvicinare 
gl'interessi  ed  unire  da  se  stessa  la  Ger- 
mania alla  nostra  causa,  moltiplicando- 
vi la  nostra  iufluenza.  7.0  Cercare  di  pre- 
ferenza l'alleanza  dell'Inghilterra  pel 
commercio ,  come  della  potenza  che  ha 
maggior  bisogno  di  noi  per  la  sua  mari- 
na, e  che  può  essere  la  più  utile  ali'iucre- 
mento  della  nostra.  Cambiare  i  nostri  le- 
gni ed  altri  prodotti  contro  il  suo  oro,  e 
stabilire  tra'suoi  mercanti,  tra'suoi  mari- 
nari ed  i  nostrijConlinue  relazioni  che  for- 
meranno alla  navigazione  e  al  commer- 
cio il  paese  nostro.  8.°  Estendersi  senza 
posa  verso  il  Nord,  lunghesso  il  Baltico, 
come  pure  verso  il  Sud  lunghesso  il  mar 
Nero.  9.0  Avvicinarsi  il  più  che  si  possa 
aCostanlinopoli  e  alle  Indie.  Quegli  che 
vi  regnerà  sarà  il  vero  sovrano  del  mon- 
do. In  conseguenza  suscitare  continue 
guerre  ora  al  Turco,  ora  alla  Persia;  sta- 
bilire cantieri  sul  mar  Nero;  impadronir- 
si a  poco  a  poco  di  quel  mare,  come  del 
Baltico,  ciò  ch'è  un  doppio  punto  neces- 
sario alla  riuscita  del  disegno;  affrettar 
la  decadenza  della  Persia;  penetrare  fino 
nel  golfo  Persico;  ristabilire,  s'è  possibi- 
le, colla  Siria  l'antico  commercio,  del  Le* 


T  0  li  4o5 

vanle,  ed  avanzarsi  fino  all'Indie  che  so- 
no il  magazzino  del  mondo.Ottenuto  quei 
posto,  si  potrà  far  senza  dell'  oro  dell'In- 
ghilterra. io.°  Cercare  e  mantenere  con 
cura  l'alleanza  coli' Austria;  appoggiare 
in  apparenza  le  sue  idee  di  futuro  domi- 
nio sulla  Germania,  ed  eccitare  contro  di 
essa  di  sottomano  la  gelosia  de'principi. 
Dar  opera  di  far  domandare  soccorsi  al- 
la Prussia  per  gli  uni  e  per  gli  altri,  ed  e- 
sercitare  sul  paese  una  specie  di  protezio- 
ne che  prepari  la  dominazione  futura. 
1 1.°  Interessare  la  casa  d'Austria  a  cac- 
ciar il  Turco  d'Europa  e  neutralizzare  le 
sue  gelosie  al  tempo  della  conquista  di 
Costantinopoli,  sia  suscitando  una  guer- 
ra co' vecchi  stati  d'Europa,  sia  dandole 
una  porzione  delle  conquiste  che  le  si  ri- 
prenderà più  lardi.  1 2.0  Lavorare  ad  u- 
ni  re  attorno  a  se  tutti  i  greci  disuniti  o 
scismatici  che  sono  sparsi  sia  nell'Unghe- 
ria, sia  nel  mezzogiorno  della  Polonia;  far- 
si il  loro  centro,  il  loro  appoggio,  e  sta> 
bilire  antecedentemente  un  predominio 
universale  per  mezzo  d'  una.  specie  di 
reggimento  o  supremazia  sacerdotale j 
saranno  tanti  amici  che  si  avranno  in  ca- 
sa de'nemici.i  3.°  Smembrata  la  Persia, 
vinta  laSvezia, soggiogata  la  Polonia,con- 
quistata  la  Turchia,  le  nostre  armate  riu- 
nite, il  mar  Nero  e  il  mar  Baltico  custo- 
diti da'nostri  vascelli, bisogna  allora  pro- 
porre separatamente  e  segretissimamen- 
te prima  alla  corte  di  Versailles  ,  poi  a 
quella  di  Vienna  di  dividerecouesse  l'im- 
pero dell'  universo.  Se  l'ima  d'esse  accet- 
ta, ciò  che  non  può  fallire  lusingando  la 
loro  ambizione  e  amor  proprio,  servirsi 
d'essa  per  ischiacciare  l'altra,  poi  schiac- 
ciare alia  sua  volta  l'altra  che  rimarrà, 
impegnando  con  essa  una  lotta  che  non 
potrebbe  esser  dubbia  perchè  la  Russia 
possederebbe  già  in  proprio  tutto  l'Orien  - 
te  ed  una  parte  d'Europa.  i4-°Se,ciò  ch'è 
improbabile,  ognuna  d'esse  ricusasse  l'of- 
ferte della  Russia,  bisognerebbe  saper  su- 
scitar loro  querele  e  farle  rifinire  l'  una 
coll'altra.  Allora,  profittando  d'  un  mo« 


4o6  T  LT  | 

mento  decisivo,  la  Russia  farebbe  piom- 
bare le  sue  truppe  raccolte  in  anteceilen- 
7a  sulla  Germania,  nel  tempo  stesso  che 
due  flotte  considerevoli  partirebbero  l'u- 
ni dal  mare  d'Azof  e  l'altra  del  porto 
d'  Arcangelo  ,  cariche  di  orde  asiatiche, 
sotto  il  convoglio  delle  flotte  annate  del 
mar  Nero  e  del  mar  Baltico.  Avanzando- 
si pel  Mediterraneo  e  per  l'Oceano,  inon- 
derebbero la  Francia  da  nn  lato  ,  men- 
ticene la  Germania  sarebbe  inondala 
dall'altro,  e  vinte  queste  due  conti  ade,  il 
resto  d'Europa  passerebbe  facilmente  e 
senza  colpo  ferire  sotto  il  giogo.  Così  può 
e  dev'esser  soggiogata  l'Europa'".  Osser- 
va la  Civiltà  cattolica:  Si  paragonino  i 
precetti  con  tutta  la  serie  de'falti  succes- 
sivi negl'incrementi  della Russia(V.)l  che 
enumera,  e  si  vedrà  come  ogni  suo  passo 
batte  appunto  quelle  vie  che  il  fondato- 
re dell'impero  le  avea  segnale.  Nel  i  829 
avendo  la  Russia  superato  il  Balkan,  pa- 
drona di  correre  a  Costantinopoli,  par- 
ve arrestarsi  per  generosità;  e  col  con- 
venire al  trattato  d'Àdrianopoli.  fece  so- 
pravvivere la  Turchia  alla  sua  sconfitta, 
perchè  si  credeva  ridotta  a  non  esistere 
che  sotto  la  protezione  della  Russia  e  a 
non  ascoltare  che  i  suoi  desideri*!.  Ma  do- 
po il  1848  gli  affari  presero  un  tult'allro 
aspetto,  benché  gli  sconvolgimenti  di  tal 
epoca  avea  no  lasciato  l'Europa  occiden- 
tale peste  le  membra  pe'conflitti  e  disan- 
guale  per  debiti  e  gravezze.  Il  momento 
non  poteva  essere  più  opportuno  per  la 
Russia,  che  oltre  il  protettorato  di  Molda- 
via, Valacchia,  Servii  e  Grecia,  nel  1  849 
avea  contribuito  alla  salvezza  dell'impe- 
ro Austriaco  e  impostogli  il  nobile  vinco- 
Io  di  gratitudine,  che  tanta  parte  poteva 
averenella  soluzione  della  questione  d'O- 
riente; ma  l'Austria,  vera  salvaguardia  e 
palladio  d'Europa,  colla  riacquistata  sua 
possanza  e  colla  saviezza  del  sagace  suo 
contegno,  divenne  l'antemurale  d'Euro- 
pa in  Costantinopoli  ,  mentre  contro  la 
Russia  combatterono  apertamente  Fran- 
cia, Inghilterra  e  Sardegna. Per  tutto  (pie- 


T  U  R 

sto,  ìa  Turchia  sottrattasi  alla  tutela  del 
russo,  accettò. come  meno  pericolone  le 
protezioni  occidentali,  le  quali  non  han- 
no sugli  stati  ottomani  ne  il  vantaggio 
della  vicinanza,  uè  l'influenze  delle  uni- 
tà dello  scisma,  uè  l'interesse  di  sbocca- 
re pe'Dardanelli  sul  Mediterraneo.  Que- 
ste potenze  consigliando  alla  Turchia  le 
riforme  europee  ,  accennano  di  volerla 
rialzare  ad  una  morale  indipendenza, per 
cui  potrebbe  a  suo  tempo  rivaleggiare  col- 
la Russia  in  civiltà,  in  industria,  in  ric- 
chezza. Dopoil  buon  esilo  degli  uffizi  pre- 
sentati dal  conte  di  Leiningen,  in  nome 
dell'imperatore  d'Ausilia  Francesco  Giu- 
seppe I,  al  sultano  Abdul  Medjid  a  prò 
de'montenegrini  e  de'cristiani  tiranneg- 
giati da' turchi  ,  la  pieghevolezza  della 
Porta  sembrò  aver  mosso  Nicolò  I  im- 
peratore di  Russia  a  pretendere  anch'es- 
so un  simile  diritto  relativamenle  a'suoi 
correligiosi  greci  scismatici  dellaTurchia. 
Inviò  dunque  a  Costantinopoli  nel  mar- 
zo del  1  853  per  suo  legato  a  trattare  il 
general  Menzikoff,  chiedendo  in  sostan- 
za al  governo  ottomano.  i.°  Che  I'  auto- 
crate imperatore  russo  fosse  riconosciu- 
to protettore  della  religione  greca  in 
Turchia.  2.°Ched'ora  innanzi  l'elezione 
del  patriarca  greco  di  Costantinopoli  fat  - 
ta  da'maggiorenti  della  chiesa,  abbisogni 
per  la  validità  della  conferma  dell'impe- 
ratore di  Russia.  3.°  Che  si  definisse  l'in- 
.terminabile  questione  de'  Luoghi  Santi, 
secondo  le  tracce  da  lunga  pezza  inviale 
alla  Porta.  4«°  Che  si  dichiarasse  non  po- 
ter l'imperatore  russo  veder  più  a  lun- 
go con  indifferenza  la  situazione  de' popo- 
li del  Montenegro,  dellaBosnia,dellaMoI- 
davia,  della  Valacchia  e  della  Bulgaria, 
che  per  vincoli  di  stirpe  e  di  religione  ap- 
partengono alla  Russia.  Questi  4.  artico- 
li riportati  dalla  Civiltà  cattolica,  e  da  al- 
cuni periodici,  secondo  gli  atti  poi  pub- 
blicati, non  sembra  certo  che  tutti  for- 
massero le  domande  del  Menzikoff,  come 
il  i.°  e  il  4-°  nel  modo  qui  esposti.  Il  ge- 
neral Menzikoll  avea  a!  seguito  due  gc- 


TU  R 
pernii  e  due  ammiragli,  e  lo  slato  mag- 
giore di  5  vapori  da  guerra  in  porlo;  e 
giunto  a  Costantinopoli  era  vi  slato  accol- 
to dalla  legazione  e  da  più  di  6000  sud- 
diti russi  e  correligiosi  greci.  Nell'udien- 
za però  avuta  dal  sultano  a'i3  rimetten- 
do le  sue  credenziali,  solo  avengli  detto: 
Il  mio  sovrano  onde  provare  alla  Maestà 
Vos'ra  ìa  sua  sincera  amicizia,  m'invia 
a  contrattare  alleanza  offensiva  e  difen- 
siva colla  Turchia.  A  ciò  il  sultano  rispo- 
se: Che  era  assai  sensibile  alle  cortesie  del 
monarca  russo,  e  che  per  la  missione  di 
cui  era  incaricato  il  principe,  spettava  al 
divano  il  disbrigo.  Due  giorni  dopo  reca- 
tosi a  far  visita  a  Reschid  pascià  gran  vi- 
sir, contro  l'uso  diplomatico  vi  andò  ve- 
stito familiarmente  in  abito  borghese,per- 
chè  avverso  alla  Russia.  A.  questa  scorte- 
sia successe  la  2.a,  ommettendo  la  visita 
di  ceremonia  al  ministro  degli  affari  este- 
ri Fuad  effendi,  che  ne  rimase  perciò  vi- 
tuperato; anzi  sapendo  che  il  russo  avea 
tenuto  tale  contegno  per  essere  il  suo  go- 
verno corrucciato  con  lui  qual  reo  di  ma- 
la fede,  indispettito  si  ritirò  dalla  carica, 
e  gli  successe  Rjfaat  pascià  favorevole  e 
ligio  alla  Russia.  Per  quesl'incidentee  per 
esser  pronta  nel  porlo  di  Sebastopoli  la 
flotta  russa  formidabilissima  di  27  legni 
da  guerra  ,  con  quasi  2000  cannoni  e 
3o,ooo  soldati,  si  recarono  la  flotta  in- 
glese di  Malta  nell'Arcipelago,  e  la  fran- 
cese di  Tolone  verso  I'  acque  di  Grecia; 
indi  ebbero  ordine  di  unirsi  e  di  muove- 
re pe'Dardanelli  in  atto  di  osservazione. 
Intanto  per  le  ferme  rimostranze  del  pa 
triarca  latino  mg.r  Val  erga,  e  per  l'au- 
torevole intervento  di  Napoleone  III  im- 
peratore de'francesi,  ne'Luoghi  Santi  e- 
rasi  ottenuta  qualche  tregua  all'antiche 
vessazioni;  rimessa  a  suo  luogo  la  Stella 
della  Natività  dal  sultano,  e  consegnata 
acattolici  una  nuova  chiave  della  Grot- 
ta, con  quant'altro  narrai  di  sopra,  il  pre- 
lato essendo  tornato  a  solennemente  ce- 
lebrare nella  chiesa  di  Beltlemme.Le qua- 
li concessioni  ri  uscite  accettissime  a'Iati- 


T  U  R  407 

ni,  inasprirono  tanto  i  greci,cheil  patriar- 
ca corse  a  Costantinopoli  per  querelarse- 
ne col  sultano.  Questi  restò  sorpreso  e  in- 
timidito dall'orgoglio  di  Menzikoff,  e  do- 
po aver  sacrificato  il  più  accorto  de'suoi 
ministri,  perchè  mal  veduto  dalla  Prussia, 
chiese  soccorso  alla  Francia  e  all'Inghil- 
terra. Continuando  Menzikoff  le  sue  trat- 
tazioni, domandò  per  i5  anni  poter  la 
Russia  sorvegliare  i  bastimenti  che  appro- 
dano al  porto  ottomano  di  Butunès,  nel 
sospetto  che  fornissero  armi  a'eircassi  coi 
quali  sosteneva  guerra,  al  che  si  oppose 
il  ministro  inglese.  Indi  esagerò  l'avvili- 
mento de'fajà  greci  e  armeni,  sia  riguar- 
do al  culto  religioso  che  non  potevano  li- 
beramente esercitare,  sia  riguardo  a'di- 
ritti  cittadini,  ond' erano  in  gran  parte 
frodati.  E  che  se  la  Francia  e  l' Inghil- 
terra erano  naturali  proteltrici  desulto- 
ri di  loro  religione,  perchè  non  essere  dei 
suoi  laRussia?Ma  il  sultano  adunati  il  pa- 
triaca,  i  vescovi  e  i  notabili  greci,  essi  di- 
chiararono godere  libertà  di  culto;  per  cui 
fece  dire  all'inviato  russo,  essere  stato  e- 
saudito.  Chiese  Menzikoff  nuovi  privile- 
gi pe'Luoghi  Santi  a  favore  de'greci,aver 
il  suo  gabiuetto  assicurato  quello  di  Pa- 
rigi, non  trattarsi  di  ledere  gli  accordi  del- 
la Francia  colla  Turchia.  Il  sultano  per 
contentarlo  emanò  due  firmarli,  in  con- 
traddizione delle  concessioni  fatte  a  diLa 
Vallette  ministro  francese,  a'quali  noti  si 
oppose  l'inviato  di  Francia  in  Costantino- 
poli. Coli. "ordinò  il  restauro  della  cupo- 
la del  s.  Sepolcro  a  spese  della  Porta,  ma 
dover  il  patriarca  greco  presiedere  alla 
fabbrica,  acciò  nulla  si  muti  nel  disegno 
prestabilito.  Col  2.°si  dice,  che  la  chiave 
della  chiesa  di  Beltlemme  fu  bensì  data  a' 
latini,  ma  per  servirsene  soltanto  come  ab 
antico,  senza  diritto  d'officiarvi  o  di  pos- 
sedere quel  tempio  in  comune  co'greci; 
perciò  non  potervi  alterar  nulla.  Dichia  - 
l*ò  poi,  che  la  Stella,  ristabilita  come  so- 
lenne ricordo  che  offre  il  sultano  in  segno 
di  benevolenza  alla  nazione  cristiana,  non 
conferisce  peculiardiritloa  nessun  culto; 


4o8  TUR. 

e  che  le  nazioni  cristiane  cui  è  data  facol- 
tà di  visitar  la  tomba  della  B.  Vergine, 
vi  oflìcierannoogni  giorno,  prima  i  greci, 
poi  gli  armeni,  infine  i  latini.  Cos'i  il  prin- 
cipe Menzikoff  riportò  una  specie  di  vit- 
toria a  danno  de'lntini  del  concesso  già  a 
Francia.  Di  più  il  sultano  concedeva  l'e- 
iezione a  Gerusalemme  della  chiesa,  del 
convento  e  dell'ospedale  che  Nicolò  1  vo- 
leva fondarvi  pe'russi,  purché  per  altro 
ahbia  luogo  in  guisa  da  mantenere  intat- 
ti i  suoi  diritti  d'amministrazione  inter- 
na e  dopo  inaline  trattative  tra'due  go- 
verni. Con  venendo  che  tali  fondazioni  fos- 
sero sotto  la  sorveglianza  del  console  ge- 
nerale di  Russia  nella  Siria  e  in  Palesti- 
na. Non  contento  il  principe  russo  di  tut- 
to questo,  fece  altre  inchieste  perento- 
rie, cioè  per  garantire  la  conservazione 
de*  privilegi,  franchigie  e  immunità  di 
cui  godono  i  greci  in  virtù  de'  firmani 
e  delle  lettere  visiriali  ad  essi  successi- 
vamente accordati,  dovesse  la  Porta  fir- 
mar colla  Russia  una  convenzione  o  trat- 
tato internazionale,  che  rendesse  irrevo- 
cabili tali  concessioni  e  le  mettesse  al  co- 
perto dal  capriccio  o  dalla  cattiva  vo- 
lontà futura  del  governo  turco.  Insom- 
ma bramare  la  Russia,  che  le  preroga  ti  ve 
che  godeva  da  80  anni,  insieme  al  recen- 
temente concessoda'fìrmani,  fossero  cor- 
roborate d'un  atto  autentico  a  riparazione 
del  passato  contradittorio  e  a  guarentigia 
dell'avvenire,  onde  non  essere  inferiore 
alla  Francia  e  all'Austria,  colle  quali  la 
Porta  avea  stipulato  somiglianti  trattati. 
E  perchè  a'  1  o  maggio  gli  fu  risposto  ne- 
gativamente, temendo  il  divano  che  i  rus- 
si sotto  specie  di  protezione  religiosa  non 
acquistino  diritto  di  metter  mano  negli 
affari  ottomani, MenzikolT  sdegnato  mon- 
tò sopra  la  nave  Bessarabia  quasi  pron- 
ta alla  partenza,  e  di  là  fece  .sapere  alla 
Porta:  pesasse  le  conseguenze  di  quel  ri- 
fiuto, e  pel  suo  meglio  rifacesse  l'acerbo 
dispaccio.  A'  1  3  il  sultano  rinnovato  il  mi- 
nistero, gli  rimandòla  risposta  di  prima. 
Compose  il  gabinetto  ottomano  eoa  Mu- 


T  U  R 
itafk  gran  visir,  Meherued  Ali  perla  guer- 
ra, Retchid  già  gran  visir  pegli  alluri  e- 
sterni  (il  che  fu  conferma  di  non  volersi 
cedere  alle  pretensioni  russe,  e  sorprese 
l'ambasciatore  russo,  per  vedere  un  mi- 
nistero tutto  ostile  alla  Russia),  Puifaat 
presidente  del  consiglio  di  stalo,  Mehe- 
met  Ruchi  generalissimo  dell'  esercito, 
Ahmet  Fethi  cognato  del  sultano  mini- 
stro della  marina.  Menzikolf  partì  il  gior- 
no dopo,  annunziando  che  in  Bujukdiéré 
fino  a'20  avrebbe  atteso  l'ultima  deci- 
sione della  Porla.  Il  sultano  fu  più  volte 
inclinato  a  cedere,  ma  il  suo  gabinetto  vi 
si  oppose  risolutamente.  Nell'ultima  ri- 
sposta fu  detto:  Non  pensare  il  sultano 
a  restringere  gli  accordati  privilegi  a'eri- 
stianijSpecialmente  greci, anzi  la  loro  con- 
servazione sarebbe  1'  oggetto  di  sua  co- 
stante sollecitudine.  Ma  però  non  poter 
concludere  trattato  con  alcuna  potenza 
estera,  sopra  una  questione  che  dipende 
esclusivamente  dall'amministrazione  in- 
terna dell'impero.  Ciò  sarebbe  un  sagri- 
ficare  i  suoi  diritti  di  sovranità  e  la  sua  in- 
dipendenza. Ciò  sarebbe  pure  contrario 
al  diritto  internazionale,  e  a  quelli  d'o- 
gni stato  libero  e  indipendente.  11  sulta- 
no dichiarare  formalmente  in  faccia  del- 
l'universo che  manterrà  in  tutta  la  loro 
estensione  i  privilegi,  le  franchigie  e  im- 
munità, onde  da  si  gran  tempo  godono 
ne'suoi  stati  le  chiese  cristiane,  e  partico- 
larmente la  chiesa  greca.  Questa  dichia- 
razione dovere  bastare,  poiché  non  sareb- 
be più  un  sovrano  indipendente,  se  po- 
tesse consentire  a  legarsi  su  tal  questio- 
ne con  un  trattato  o  con  una  convenzio- 
ne qualunque  con  una  potenza  estera.  In- 
vano i  consoli  di  varie  potenze  pregaro- 
no Menzikotfa  modificare  alquanto  lesue 
domande;  ei  tenne  fermo:  o  tutto  o  nien- 
te; e  partì  a'22  per  Odessa,  con  tutta  la 
legazione, dopo  aver  fatto  abbassar  l'in- 
segne imperiali,  e  affidando  la  tutela  dei 
sudditi  russi  all'ambasceria  d'Austria.  Il 
Giornale  dìRomat\e\  1 853  riporta:  a  p. 
4g  1  la  risposta  della  Porta  ;  a  p.  563  la. 


TUR 

sua  nota  officiale  sulla  questione  de'Luo- 
ghi  Santi  «'rappresentanti  d'Inghilterra, 
Francia,  Austria  e  Prussia  ;  a  p.  57  i  la 
lettera  del  cancelliere  russo  conte  di  Nes- 
selrode,a  Reschid  pascià;  a  p.  582  la  cir- 
colare del  medesimo  conte  sull'avventi- 
to,  a'  ministri  e  agenti  diplomatici  del- 
l'imperatore di  Russia,  per  giustifica  reta 
condotta  del  governo,e  menò  gran  rumo- 
re per  tutta  Europa.  In  questo  tempo  la 
sultana  Valide  Ali  me,  dui  figlio  sultano 
amatissima,  mentre  i  suoi  consigli  erano 
più  che  pi  ima  necessari,  mori  d'idropisia 
di  cuore.  Secondo  l'uso  e  per  accertarsi 
di  non  seppellirla  con  qualche  fiato  di  vi- 
ta,  ne  fu  lavato  il  cadavere  con  acqua  bol- 
lente, indi  cucito  in  grossa  tela  e  poi  ri- 
coperto del  velo  della  Kaaba  che  ogni  an- 
no si  porta  dalla  Mecca.  Il  giorno  dopo, 
posto  il  feretro  sopra  un  battello  dorato 
e  circondato  da'  suoi  paggi  con  turiboli 
alla  mano,  venne  tradotto  dal  serraglio 
a!  mausoleo  dell'augusto  suo  sposo  Mah- 
mud  li  ,  intanto  che  gittavansi  a  piene 
mani  dalle  finestre  del  palazzo   monete 
d'oro  e  d'argento.  Nel  partire  Menzikoff 
avea  fatto  saper  al  sultano,  si  guardasse 
di  fare  concessioni  di  diritti  meramente 
spirituali,  le  quali  infermassero  in  qual- 
che modo  gli  altri  antichi  privilegi  del- 
la sedicente  chiesa  ortodossa  russa.  Il  ga- 
binetto turco  s'avvide  della  malizia  che 
sotto  vi  si  ascondeva  e  vi  prese  riparo.  Ai 
6  giugno  Abdul  Medjid  emanò  un   fir- 
mano di  proprio  pugno  detto  Cifra  Im- 
periale, diretto  a  ciascun  patriarca  del- 
le comunità  cristiane  esistenti  nella  Tur- 
chia,e  persino  al  gran  rabbino  degli  ebrei, 
in  cui  s'intitola  Sultano,  Imperatore eCa- 
liffo.  In  esso  si  dice,  aver  egli  sempre  ve- 
gliato perchè  tutte  le  classi  de'suoi  sud- 
diti godessero  d'una  perfetta  protezione, 
tranquillità  nell'esercizio  del  culto  e  nei 
loro  affari  spirituali.  «   Pertanto  voglio 
che  sieno  sempre  conservati  in  tutto  i  pri- 
vilegi spirituali  particolari  delle  chiese  e 
de'con venti  che  esistono  ne'miei stati  ioj- 
Deviali)  non  clie  delle  terre,  delle  proprie- 


TUR  409 

tà  immobili  ed  altre  località  religiose  che 
dipendono  da  queste  chiese  e  conventi,  le 
immunità  ed  i  diritti  propria  simili  sta- 
bilimenti di  preghiere  ed  agli  ecclesiasti- 
ci, i  privilegi  e  le  concessioni  simili  scrit- 
te e  contenute  neberat  che  racchiudo- 
no le  condizioni  antiche  de'  patriarchi  e 
de'loro  poteri,  privilegi,  immunità  e  con- 
cessioni accordati  agli  ecclesiastici  de'sud- 
diti  fedeli  del  mio  impero  che  si  trovano 
nella  nazione  (qui  il  nome  della  comuni- 
tà), de'miei  illustri  e  magnanimi  antena- 
ti, e  riconosciuti  ed  ammessi  da  me.  Nel 
confermare  di  nuovo  e  Dell'  annunziare 
la  mia  alta  volontà  imperiale,  questo  ira- 
de  decisivo  e  pieno  di  giustizia  ,  è  stato 
emanato  perchè  ciascuno  ad  esso  si  con- 
formi e  perchè  si  sappia  che  coloro  i  qua- 
li agiranno  contrariamente  saranno  espo- 
sti alla  mia  collera  imperiale.  Gl'impie- 
gati rispettivi  ne  vennero  informati  per- 
chè non  vi  abbia  luogo  a  scuse  nel  caso 
ch'essi  commettessero  qualche  negligen- 
za. L'esecuzione  completa  ed  esatta  es- 
sendo il  mio  alto  scopo  sovrano,  aflin  di 
confermarlo  ed  annunziarlo,  il  mio  su- 
periore firmano  venne  emanato  dal  mio 
divano  imperia  le.  E  tu,  che  sei  questo  pa- 
triarca, quando  ne  avrai  preso  cognizio- 
ne, agirai  e  ti  condurrai  sempre  secondo 
il  mio  ordine  superiore,  e  li  asterrai  dal- 
l'agirecontrariamente.Se  sopraggiunges- 
se alcuna  cosa  contraria  a  questo  decre- 
to decisivo,  ti  solleciterai  di  partecipar- 
ne immediatamente  la  nostra  Sublime 
Porta.  Abbiatelo  per  inteso,  prestando  fe- 
de alla  mia  cifra  imperiale,  scritto  verso 
la  fine  del  mese  di  sciaban  1  296  (dell'E- 
gira) in  questa  capitale  di  Costantinopo- 
li". Questo  decreto  imperiale  fu  letto  ai 
capi  delle  3  nazioni  greca  scismatica,  ar- 
mena eretica,  ed  armena  cattolica  in  ca- 
sa di  Reschid  pascià,  a  Balta  Lituana  nel 
Bosforo,  ov'erano  stati  invitati  i  patriar- 
chi, ed  a  ciascun  di  loro  ne  fu  data  co- 
pia per  farne  lettura  a'rispettivi  sudditi. 
Nel  di  seguente  Y  ambasciatore   inglese 
fece  visita  a'due  patriarchi  greco  e  arme- 


4«o  tur 

no  non  uniti,  dichiarando  loro  che  1  n  prò 
le/ione  russagli  avrebbe  tolta  ogni  liber- 
iti nell'esercizio  della  propria  giurisdizio- 
ne, specialmente  nell'elezione  de'capi  spi- 
rituali. L'ambasciatore  assicuro  i  due  pa- 
triarchi della  sincerità  e  inviolabilità  del- 
le promesse  del  firmano.  A'  i4  g'ngl,(> 
pubblicò  il  Journal  de  Constanti noplc, 
parlando  del  2.0  ultimatum  russo  della 
nota  del  conte  di  Nesselrode.«»Del  resto 
tutto  quello  che  domanda  la  Russia,  ed 
stili  più  ,  essere  già  stato  accordato  col 
lirmano  emanato  il  6  corrente,  e  dover- 
si sperare  che  S.  M.  l'imperatore  di  Rus- 
sia ne  abbia  od  essere  rimasto  soddisfat- 
to. Il  firmano  apparire  in  particolare  suf- 
ficiente perchè  il  sultano  assunse  con  es- 
.<o,  pubblicamente  ed  innanzi  a  tutte  le 
potenze  del  mondo  ,  I'  obbligazione  di 
mantenere  intatti  i  privilegi  e  le  immu- 
niià  accordati  a'  diverbi  culti".  La  regi- 
na di  .Spagna  Isabella  II,  con  decreto  dei 
24  giugno,  creò  un  consolato  spagnno- 
Joa  Gerusnlemrae,incaricato  specialmen- 
te d' intendersi  co'  religiosi  francescani 
spagnuoli  in  Palestina,  onde  sostenere 
attivamente  gl'interessi  della  religione  e 
dello  stato,e  i  diritti  e  le  prerogative  del  - 
la  corona  di  Spagna  ne' Luoghi  Santi  e 
suo  protettorato.  Intanto  la  Russia  mise 
io  movimento  i  suoi  eserciti  e  le  sue  flot- 
te, cosi  la  Turchia  ove  i  mussulmani  non 
conoscono  difficoltà  allorché  trattasi  di 
difendere  la  terra  natale,  ed  ivi  la  divo- 
zione verso  il  sultano  crebbe  infinitamen- 
te. I)  viceré  d'Egitto,  ed  i  bey  di  Tuni- 
si e  di  Tripoli  offrirono  bastimenti  ila 
guerra,  armate  e  somme  di  danaro.  An- 
che i  più  ricchi  turchi  offrirono  al  sulta- 
no immense  somme  di  denaro,  perchè  se 
ne  servisse  alla  difesa  del  minacciato  im- 
pero. Uno  de'ministri  esibì  4°  milioni  di 
piastre  turche,  pari  aio  milioni  di  fran 
chi,  per  assoldar  milizie.  Si  disse  che  i  mi- 
nistri del  culto  offrirono  200  milioni  di 
piastreossin  45  milioni  di  franchi, abban- 
donando il  loro  stipendio  in  favore  dell'e- 
sercito; ma  veramente  il  gran  muftì  ze- 


T  D  R 

latore  della  guerra,  facollizzò  il  sultano 
di  servirsi  per  essa  de'beni  sagri,  e  gli  o- 
lemi  convennero  nella  detta  splendida  of- 
ferta. Si  disse  pure  che  lo  sceriffo  della 
Mecca  offrì  3o,ooo  cavalieri  interamen- 
te armati.  Anche  i  cristiani  eterodossi  e 
perfino  molti  de' cattolici  inviarono  of- 
ferte di  sostanze  e  di  persone  per  soste- 
ner la  lotta  contro  la  Russia.  Inoltre  gli 
ebrei  avendo  inteso  la  vampa  del  fuoco 
marziale,  costituirono  un  corpo  di  solda- 
ti israelitici,  ei  più  doviziosi  largheggia- 
rono di  pecunia  per  la  causa  mussulma- 
na. Eziandio  il  clero  cattolico  della  capi  - 
tale  e  altri  luoghi  esibì  larghi  soccorsi  di 
denaro  per  la  guerra.  Chi  s'incaricò,  du- 
rante la  guerra,  di  mantener  uno,  chi  più 
reggimenti;  chi  si  assunse  di  formar  le- 
gioni di  forestieri  attirandoli  a  combatte- 
re per  l'integrità  della  Turchia  con  gra- 
vissime spese.  Allorché  giunse  a  Costan- 
tinopoli il  contingente  tunisino,  fu  invita- 
to jl  famoso  emiro  Abtl-el-Rader  d'  as- 
sumerne il  comando,  ovvero  di  capitana- 
re, se  più  gli  piacesse,  qualche  altro  cor- 
po d'esercito.  Rispose  l'emiro,  che  volon- 
tieri  si  sarebbe  prestato  per  la  comune 
ili  fesa  ,  purché  lo  permettesse  Francia. 
Perciò  furono  tosto  iniziate  trattative  col  - 
l'ambasciatore,  ma  convien  dire  che  fos- 
sero negative,  poiché  egli  non  figurò  nel- 
la guerra.  L'antico  eroe  de'beduini  a' 1  3 
ottobre  si  recò  con  600  giovani  della  sua 
nuova  patria  Proso  o  Brussa  alle  falde 
dell'Olimpo,  ov'è  il  gran  mausoleo  d'Ot- 
man  I  o  Osmano  fondatore  dell'impero 
islamitico. L'i tuano  recitò  un'arringa  bel- 
licosa, dopo  la  quale  Abd-el  Rader  ap- 
pese al  mausoleo  la  sua  scimitarra,  e  giu- 
rò di  non  riprenderla  che  per  tutela  del  - 
la  religione,  siccome  anelante  la  guerra. 
Oltre  i  nuovi  privilegi  a 'cristiani,  la  Por- 
ta fece  pubblicare  in  tutte  le  moschee  che 
si  avessero  in  istima  di  veri  amici  i  fran- 
cesi, e  se  ne  rispettassero  religiosamente 
le  persone  e  le  sostanze.  Nell'impero  ot- 
tomano la  chiesa  greca  per  Taddietro  vi 
godeva  molli  poteri  civili  e  giudiziari;  ora 


TUR 

la  Porlo  volle  resti  inger'i,largheggiando 
nel  concedere  invece  la  massima  libertà 
del  culto  religioso;  quindi  si  affievolì  nel- 
l'impero l'influenza  della  Russia,  la  qua- 
le ne  fu  sdegnata.  Nel  siioultimatum  die 
8  giorni  di  tempo  per  sottoscrivere  il  trat- 
tato sopra  la  guarentigia  de'diritti  e  pri- 
vilegi della  chiesa  greca:  scorso  il  qual 
ten'po  le  ostilità  sarebbero  cominciate 
dall'occupazione  delle  provincie  Danu- 
biane diMoldavia  e  Valacchia.  Ma  la  Por- 
ta si  ost'nò  nel  rifiuto.  Voleva  Nicolò  I  che 
il  sultano  facesse  con  lui  un  trattato,  con 
cui  promettesse  di  rispettare  i  diritti  del- 
la chiesa  greca,  come  quelli  diesi  pone- 
vano sotto  la  tutela  del  governo  russo.  E 
chiaro  che  conseguenza  di  questo  trat- 
tato sarebbe  stato  l'essere  la  nozione 
greca,  cioè  oltre  a  g  milioni  di  sudditi 
dell'impero  ottomano, sotto  la  protezio- 
ne degl'  imperatori  russi,  che  perciò  a- 
vrebbero  esercitato  nella  Turchia  un'im- 
mensa influenza.il  che  non  potendosi  con- 
ciliare né  colla  politica  della  Turchia,  né 
con  quella  delle  corti  dell'Europa,  che 
volevano  sostenere  l'integrità  dell'impe- 
ro ottomano,  il  sultano  persistette  nella 
negativa  alle  pretensioni  russe:  i  nobili 
sentimenti  sopra  la  dignità  dello  stato 
prevalseronell'animode'turchi  all'impe- 
riose minacce  della  Russia  d'invadere  le 
loro  frontiere.  Ma  Francia  e  Inghilterra, 
Austria  e  Prussia  aveano  assicurato  il  go- 
verno ottomano  del  sincero  e  perfetto  ac- 
cordo di  preservare  i  suoi  diritti  da  ogni 
assalto,  l'indipendenza  e  integrità  dello 
sfato  di  Turchia.  Il  governo  energica  men- 
te guidato  dal  gran  visir  Mustafà  e  dal 
ministro  dell'estero  Pieschid  ,  pose  in  o- 
pera  tutti  i  mezzi  di  difesa,  ecol  consiglio 
de'ministri  di  dette  4  grandi  potenze, do- 
po aver  concentrato  la  flotta  al  nord  del 
Bosforo,  formò  3  corpi  d'esercito  di  ter- 
ra composti  ciascuno  di  5o,ooo  uomini, 
e  per  generalissimo  Omer  pascià  (il  rine- 
gato slavo  Michele  Attas,  nobile  austria- 
co di  Croazia,  già  sotto-ispettore  de'pon- 
ti  e  strade  di  Carlstadt  e  Zara,  che  corri  - 


TUR  4.i 

promesso  per  affare  politico  esulò  in  Tur- 
chia, ove  assunto  l'odierno  nome,  dovè 
»,  l'inizi  di  sua  fortuna  alla  bellezza  della 
persona  e  ad  un  paio  di  guanti  donati  ad 
Hussein  pascià  comandante  di  Viddino, 
a  seconda  del  riferito  nel  t.  2  1,  p.  261 
àeW  Album  di  Roma),  oltre  il  4-°  corpo 
di  45>ooo  uomini  d'  Erzerum  capitale 
dell'Armenia  maggiore,  sotto  il  comando 
di  Abdì  pascià  generalissimo  dell'armata 
d'Anatolia,  destinato  dalla  Porta  alla  di- 
fesa delle  frontiere  dell'Asia, temendone 
l'invasione  de'  russi  come  nel  1828.  Le 
due  squadre  francese  e  inglese,  composta 
ciascuna  di  20  legni,  si  tennero  pronte  a 
qualunque  cenno.  I  russi  capitanati  dal 
general  Danneberg  passarono  il  Pruth  ai 
2  luglio  1 853,  presso  Skuleny  e  Leowna, 
e  nel  dì  seguente  cominciarono  a  inva- 
dere per  la  Moldavia  i  principati  Danu- 
biani, sotto  il  comando  supremo  del  prin- 
cipe Gortschakoff,  il  quale  con  proclama 
dichiarò  lo  scopo  dell'occupazione ,  e  il 
mantenimento  dell'istituzioni  e  dell'am- 
ministrazione provinciale  come  la  trovò, 
invitandogli  abitanti  a  proseguire  tran- 
quillamente i  loro  affari  e  all'ubbidien- 
za verso  le  autorità  costituite.  A  secon- 
da de' trattati,  l'invasione  de'principati 
Danubiani  la  Turchia  la  qualificò  usur- 
pazione, e  doversi  respingere  coli'armi,  e 
il  partito  di  tale  opinione  vinse  quello  che 
voleva  procedere  con  maneggi  diploma- 
tici. Intanto  la  Porta,  frenando  l'impeto 
guerresco  de' mussulmani  e  fidente  nel- 
l'intervento diplomatico  delle  grandi  po- 
tenze, inviò  alla  Russia  un  manifesto  o  no- 
ta ,  dichiarando  il  suo  stupore  per  aver 
udito  l'occupazione  de'principati.  Espo- 
ste le  ragioni  per  le  quali  non  poteva  con- 
sentire alle  sue  domande,  terminò  col  di- 
re. Questo  procedere  aggressivo  della 
Russia  dovrebb' essere  considerato  come 
una  dichiarazione  di  guerra  ...  Ma  la  Por- 
ta è  lungi  dal  volere  spingere  i  suoi  di- 
ritti all'estremo.  E  così  per  ora  si  conten- 
ta di  protestare  contro  l'aggressione.  Os- 
serva la  Civiltà  cattolica)  2.a  serie,  t.  3, 


4.2  TUR 

p.  ^80:  TI  Prolettorato  Russo^heW  ma- 
nifesto pubblicalo  nel  momento  che  le 
truppe  imperiali  valicarono  il  Pruth,  por 
se  in  chiaro  con  franca  alterezza  l'inten- 
zioni dell'autocrate  nell'incertissima  que- 
stioned'oriente,  sotto  lo  specioso  zelo  per 
la  sua  fede  che  chiama  ortodossa;  in  so- 
stanza esprimere  che  U  Russia  arrogan- 
dosi un  protettorato  ufficiale  sopra  a  più 
di  cj  milioni  di  greci  scismatici  sudditi  del- 
la Porta  ottomana ,  verrebbe  ad  acqui- 
stare un'influenza  su  lutto  l'impero  tur- 
co, da  averne  per  ora  quasi  tutti  i  van- 
taggi, senza  l'invidia  e  le  gelosie  che  in- 
contrerebbe nel  farlo  interamente  suo. 
Frattanto  la  condizione  del  protettorato 
identificando  a  poco  a  poco  gl'interessi, 
assimilandole  popolazioni  eterogenee,  a- 
bituandola  Porta  ad  una  dipendenza  co- 
me d'infeudata,  apparecchierebbe  quel 
congiungimento  politico  del  Bosforo  col- 
la Neva,  al  quale  gli  czar,  da  Pietro  I  fi- 
no al  presente,  stanno  mirando  con  lon- 
ganime e  poco  dissimulata  perseveranza. 
Fra' svariali  commenti  di  cui  fu  argo- 
mento il  manifesto  russo,  per  le  sue  con- 
seguenze, vi  fu  quello  pure  sul  preteso 
protettorato' della  grande  questione  dei 
Luoghi  Santi  di  Palestina,  ed  il  quale  po- 
se in  tanta  luce  i  diritli  de'latiui  per  que- 
sto capo.  La  Civiltà  cattolica  poi  consi- 
derò filosoficamente  nel  manifesto  russo, 
lasciando  ad  altri  giornali  la  questione 
strettamente  politica  e  d'interessi  nazio- 
nali, gli  elementi  d'una  guerra  di  religio- 
ne e  di  proselitismo  scismatico!  A'i4a- 
gosto  approdò  a  Costantinopoli  la  squa- 
dra egiziana  inviata  da  Abbas  pascià  vi- 
ceré d'Egitto.  La  Servia  si  dichiarò  neu- 
trale, con  piacere  de'turchi,  e  di  volere 
respingere  colle  armi  ogni  invasione  stra- 
niera. Al  cotninciamento  dell'ostilità  mol- 
ti della  Moldavia  e  della  Valacchia,  vo- 
lendo conservarsi  fedeli  al  sultano,ne  par- 
tirono: il  simile  fecero  i  dueospodari  Ghi- 
kada  Jassye  Stirbey  da  Bukarest.  In  una 
confetenza  diplomatica,  a  cui  assistette- 
ro i  delegati  delle  4  g'audi  potenze  occi- 


TUR 

dentali  Austria  e  Prussia,  Francia  e  In- 
ghilterra, fu  elaborata  una  proposta  o  no- 
ta collettiva  compilata  a  Vienna  di  cou- 
ciliazioue  da  presentarsi  a'  due  impera- 
tori dissidenti.  Come  favorevole  alla  Rus- 
sia,subitoNicolò  l  l'accellò,purchè  la  Por- 
ta vi  si  acconciasse  senza  mutar  sillaba. 
Àbdul  Medjid  aderì  alle  pacifiche  condi- 
zioni, e  v'indusse  la  maggiorità  del  diva- 
no che  le  rigettava,  ma  con  alcune  mo- 
dificazioni, senza  alterarne  la  sostanza, 
nondimeno  significanti  e  quali  si  leggo- 
no a  p.  807  del  Giornale  di  Roma.  Di- 
chiarò proteggere  le  chiese  greche  e  le  loro 
immunità,  e  di  far  loro  godere  quelle  che 
di  sua  piena  e  spontanea  volontà  in  av- 
venire potesse  accordare  alle  altre  comu- 
nità suddite  ottomane;  respingere  qua- 
lunque ingerenza  diretta  dello  czar,  e  ciò 
per  non  creare  uno  speciale  controllo  re- 
ligioso della  Russia  in  oriente.  Rimise  la 
nota  modificata  eosìa'rappresentaoti  del- 
le 4  potenze,  dicendo  che  l'avrebbe  man- 
data per  un  ambasciatore  formalmente  a 
Pietroburgo  appena  la  Russia  se  ne  fosse 
dichiarata  soddisfatta,  bea  inteso  che  do- 
vessero i  russi  evacuare  i  principati  nel 
punto  che  il  suo  ambasciatore  partisse  da 
Costantinopoli.  Ma  mentre  la  Russia  esi- 
geva intera  accettazione  della  proposta 
nota  viennese, intanloaumenlava  immen- 
si armamenti;  e  mentre  la  Turchia  per- 
suasa di  non  poterla  finire  all'amichevo- 
le ,  sebbene  esausto  l'erario,  proseguiva 
strepitosi  preparativi  militari  e  faceva  gli 
ultimi  conati  per  sorreggere  in  piedi  il 
suo  trono  pericolante,  il  sultano  pubbli- 
cò un  manifesto  alla  nazione,  atliggevalo 
all'  uso  europeo  in  tutti  gli  angoli  della 
capitale,  cosa  mai  più  veduta  in  Costan- 
tinopoli, e  ne  mandò  copia  a'governato- 
ri  di  tutto  l'impero.  In  quello  informò  il 
popolo  del  finora  operato  riguardo  alle 
pretensioni  della  Russia;  die  conto  delle 
forze  straordinarie  dovute  armare  per 
necessità  a  tutela  dell'autonomia  ottoma- 
na, per  conservare  la  libertà  da  ogni  do- 
liamo straniero;  si  lagnò  delle  domande 


T  U  R 
russe,  chiamò  violenza  e  atto  misleale  il 
passaggio  del  Pruth;  esortò  caldamente 
ogni  mussulmano  a  guardare  quasi  fra* 
telili  cristiani  dello  stato,  perchè  questi 
non  solo  si  mostrano  contenti  de'fìrma- 
ni,  ma  si  offrono  anch'essi  alla  difesa  del 
minacciato  paese.  Invitò  adunque  lutti, 
di  qualunque  culto, all'imperiai  vessillo, 
unico  simbolo  di  comune  interesse.  Que- 
sto editto,  firmato  da  Abdnl  Mecljid  e  da 
62  membri  del  divano,  fu  come  un  tiz- 
zone gittato  tra  materie  assai  combusti- 
bili, e  levò  tal  fiamma  di  patrio  entusia- 
smo che  non  è  dato  descrivere  con  po- 
che paiole,  essendo  già  i  turchi  animatis- 
simi sino  al  furore  per  la  guerra.  Nicolò 
I  rifiutò  d'accettare  la  nota  colle  modifi- 
cazioni fatte  dalla  Porta,  ed  inutilmen- 
te tentarono  i  rappresentanti  delle  poten- 
ze di  persuadere  il  divano  a  riceverla  sen- 
za mutazioni ,  partecipandogli  le  ultime 
minacce  d'un  dispaccio  diNesselrode.  Se 
non  che  quanto  era  facile  di  muovere  il 
sultano  già  proclive  alla  pace,  eziandio  a 
costo  di  qualche  grave  sagrifìzio,  altret- 
tanto riusciva  impossibile  di  far  rinsavi- 
re un  esercito  di  forse  3oo, 000  soldati  e 
un  popolo  di  molti  milioni  richiedenti  la 
guerra  con  bollente  fanatismo.  L'immen- 
sa maggioranza  voleva  che  si  corresse  la 
sorte  dell'armi,  e  sì  risolutamente  che  il 
sultano  ne  temeva  malgrado  la  sua  auto- 
crazia proverbiale,  ed  ormai  non  fu  più. 
capace  di  comandare  liberamente,  anche 
costernato  dall'ultime  vicende  e  per  la  sua 
malferma  salute.  Del  che  accortisi  i  fau- 
tori della  guerra,  e  in  ispecie  gli  ulemi  in- 
terpreti della  legge,  più.  volte  infesti  e  ar- 
roganti col  trono,  crebbero  in  baldanza 
senza  misura,  eccitarono  i  deboli  e  gl'ir- 
resoluti con  parole  e  con  iscritti  incendia- 
ri attaccati  per  le  mura,  ei8  di  essi  giun- 
sero pei  fino,  coll'antica  impudenza,  a  in- 
vitare il  sultano  a  cedere  la  sovranità  ad 
altri  più  degni  (il  fratello  Abdul  Aziz  di- 
cesi bellicoso,  e  il  principe  imperiale  Me- 
hemet  Amurataveai3  anni),  se  fosse  sta- 
to debole  ad  annuire  alle  richieste  del 


TUR  4.3 

russo;  alti  imente  imbrandisse  la  sciabola 
e  li  guidasse  alla  battaglia.  Però  il  gran 
muffi  colla  sua  moderazione  disapprovò 
le  disorbitanze  degli  ulemi,  e  rimprove- 
rati gli  audaci  che  si  presentarono  a  ram- 
pognale i!  sultano,  mostrandosene  pen- 
titi furono  perdonati.  In  questo  stato  di 
cose,  e  perchè  secondo  i  discorsi  trattati  la 
barriera  de'Dardanelli  era  rotta  alle  po- 
tenze estere,  ad  onta  che  la  Russia  avesse 
dichiarato  casus  belli  l'ammettervi  i  lo- 
ro vascelli,  gli  ambasciatori  francese  e  in- 
glese,LaCoureStraffordCanningdeRed- 
cl inchiesero  e  ottennero  un  firmano  per 
introdurre  nel  mare  di  Marinara  alcune 
navi  da  guerra  di  loro  flotte;  sia  per  di- 
fendere il  sultano  da'nemici  interni  ed  e- 
sterni,  sia  perchè  avesse  la  libertà  del  co- 
mando e  cessasse  dalle  sue  angoscie,  sia 
per  tutelare  i  diritti  de'connazionali  mi- 
nacciati nelle  sostanze  e  nelle  persone,  se 
scoppiava  una  rivoluzione  ch'erasi  a  te- 
mere. Passate  le  navi  i  Dardanelli,  fece- 
ro vela  per  Costantinopoli  e  ivi  si  anco- 
rarono ,  e  fu  saggio  provvedimento.  La 
polizia  turca  mostrò  un'insolita  energia, 
ei  turbolenti  che  tramavano  un  ammu- 
tinamento, ne  furono  abbastanza  infrena- 
ti :  in  una  parola  voleasi  e  chiedeasi  mi- 
nacciosamente la  guerra  contro  il  comu- 
ne nemico,  ed  in  questa  sentenza  conven- 
nero i  due  parlili  delle  autorità  turche, 
che  prima  erano  divisi  d'opinione,  oude 
il  sultano  non  più  potè  impedirla. 

A'23  settembre  i853  i  ministri  reca- 
ronsi  d'Abdul  Medjid  per  annunciargli  so- 
lennemente, aver  Nicolò  I  respinte  le  mo- 
dificazioni della  Porta  alla  nota  viennese: 
il  sultano  contrario  alle  ostilità,  manifestò 
il  doloieche  gli  recava  la  prospettiva  del- 
la guerra.  Allora  si  avanzò  Io  sceìk-ul- 
islam  o  gran  muffi,  capo  della  religione 
maomettana  e  luogotenente  del  sultano, 
e  additando  il  Corano  dichiarò,  a  nome 
eziandio  de' compagni  ulema,  che  rica- 
drebbe sopra  il  suo  e  loro  capo  il  sangue 
versato  in  una  guerra  intrapresa  per  la 
giustizia,  per  l'onore  e  l'integrità  dell'ini- 


4  ij  TUR 

jiero  ottomano  e  per  la  fede  dell'  Islam 
inesca  a  repentaglio,  eolie  Sua  Maestà  pò 
lea  considerarsi  sicura  da  ogni  responsa- 
bilità. Allora  il  sultano  interrogò  Reschid 
pascià  ministro  degli  aliali  esteri,  se  gli 
bastava  l'animo  di  sollosCi  ivere  la  nota 
qual  eia  venula  da  Vienna;  al  clic  a  ven- 
do rispostole  ed  i  colleglli  essere  concor- 
di in  preferirà  di  lasciarsi  piuttosto  tron- 
car la  mano  destra,  anzi  il  capo,  che  ap- 
porti il  loro  nome;  soggiunse  il  sultano, 
approvare  la  risoluzione  del  suo  gabinet- 
to, onde  si  convocasse  il  gran  consiglio 
nazionale  per  intenderne  il  parere.  Qne 
sto  fu  adunalo  a'25  e  v'intervennero  lut- 
ti i  ministri,  gran  numero  di  visiri,  di  u 
lenii, di  capi  militari  e  altissimi  magistrali 
della  nazione.  Vi  si  discussero  3  punti  :  i.° 
Se  si  dovea  accettar  la  nota  viennese  sen- 
za commenti.  2.°  Se  chiedere,  accettando- 
la, alle  potenze  una  qualche. mallevarla 
contro  gli  abusi  che  uè  potrebbe  far  l'au- 
tocrate. 3.° Se  la  nota  viennese  fosse  da  ri- 
pudiare, come  contraria  alla  dignità  del 
Irono.  Fu  risposto:  ali. "quesito  con  vo 
ce  unanime  negativamente;  al  i.°  per  le 
osservazioni  d'un  ulema  che  i  sovrani  non 
sono  mallevadori  sicuri  perchè  intangibi- 
li, fu  respinto  il  quesito;  al  3." 'egualmen- 
te si  rispose  con  negativa.  Quindi  di  co- 
mune accordo,  ad  eccezione  di  3  votanti, 
fu  deciso  si  chiedesse  al  sultano  la  dichia- 
razione di  guerra.  Il  consiglio  venne  con- 
vocalo per  due  giorni  consecutivi,  e  la  se- 
duta in  ciascuno  non  durò  meno  di  6  ore. 
Reschid  pascià  riportò  vanto  sopra  gli  al- 
tri d'eloqueulissimo  dicitore  e  n'ebbe  po- 
scia infinite  congratulazioni,  specialmen- 
te per  lo  spirito  marziale  onde  si  mostrò 
ardente  e  dal  quale  era  prima  reputato  a- 
heno.  Decisa  la  guerra  alla  Russia,  quan- 
te volte  le  sue  truppe  non  si  ritirassero 
al  di  là  del  Prulh,  il  gran  muftì  colla  sa- 
gra e  irrevocabile  fefta  legalizzò  la  deli- 
berazione dell'assemblea,  e  l' irati  ossia 
manifesto  di  guerra.  La  decisioue  si  spar- 
se come  l'elettrica  favilla  tra  il  popolo 
the  l'accolse  con  frenetico  entusiasmo,  co- 


I  U  R 
me  già  briaco  di  furor  bellicoso  per  mol 
ti  e  recentissimi  manifesti,  in  unode'qua- 
li  enumerate  le  perdite  della  Giorgia,  del- 
la Grecia,  dell'Algeria,  della  Bevsarabia 
e  d'  altre  provincie  ,  si  diceva  l' impero 
struggersi  quasi  neve  al  sole.  Recato  al 
Sultano  il  voto  del  consiglio, l'approvòcon 
Haiti  -clienti  da  lui  sottoscritto  a'4  otto- 
bre, ordinandone  due  copie,  una  per  in- 
viai si  al  generale  GorlscliakolF,  l'altra  pel 
popolo  turco,  il  quale  lo  vide  pubblicalo 
e  affisso  a  tutte  le  moschee  a'5  ottobre. 
S'intimò  a  tal  principe  l'8  ottobre  da  O- 
mer  pascià,  con  dispaccio  riportato  dal 
Giornale  di  Buina  a  p.  963,  di  sgom- 
brare entro  i5  giorni  dopo  ricevutone 
l'avviso, dalle  provincie  Danubiane;  l'ul- 
terior  permanenza  aversi  in  conto  d'usur- 
pazione, quindi  cominciarsi  tosto  le  osti- 
lità. 11  manifesto  fu  partecipalo  a  tutto  il 
corpo  diplomatico.  Dal  giorno  25  settem- 
bre sul  comignolo  del  già  maggior  tem- 
pio di  s.  Sofia  ,  ora  principale  moschea, 
cominciò  a  sventolare  lo  stendardo  rosso 
di  Maometto, detto  Cagiarac  e  santo  ves- 
sillo, per  chiamate  i  mussulmani  alla 
guerra.  Siccome  altre  volle  con  tale  ban- 
diera si  convocava  il  popolo  a  distrugge- 
re indistintamente  i  giaur  o  infedeli,  cioè 
i  cristiani  di  qualunque  rito  o  setta  ,  in 
tulle  le  moschee  fu  dichiarato  da'muez- 
zim  e  dagli  ulemi,  che  per  infedeli  non 
si  dovea  intendere  in  questa  circostanza 
che  i  soli  russi.  11  governo  turco  ordinò 
una  nuova  leva  di  1  5o,ooo  uomini,  e  per 
la  gran  lolla  alacremente  dispose  prepa- 
rativi formidabili  d'  artiglierie  e  d'ogni 
specie  di  munizioni.  1  rappresentanti  del- 
le grandi  potenze  fecero  di  versi  inutili  leu- 
lutivi  per  calmare  alquanto  l'esaspera- 
zione degli  animi.  Accolli  amorevolmen- 
te dal  sultano,  questi  ringraziò  i  loro  so- 
vrani della  parte  presa  a  suo  favore,  e  af- 
finchè ogni  litigio  si  componesse  con  o- 
nore  della  Turchia,  e  soggiuuse  loro:»  S'è 
destino  che  questa  città  muti  signore,  noi 
l'abbandoneremo  coli' armi  alla  mano, 
perchè  dessa  è  sede  della  uoslra  religio- 


T  U  R 
ne,  tomba  de'nostri  antenati;  pel  culto  e 
per  la  patria  o  vinceremo  o  morremo  co- 
me si  addice  a  valorosi  soldati".  Quasi  a 
crescere  il  malumore  del  russo,  ne'giorui 
appunto  in  cui  decretava*»  la  guerra,  av- 
venne la  morte  di  Germano  patriarca 
greco  scismatico  di  Costantinopoli. Costui 
ebbe  gran  parte  ne'narrati  scompigli;  e 
poiché  avea  lottalo  contro  l'esigenze  rus- 
se, corsero  malfondate  voci  d'avvelena- 
mento. Temendosi  che  l'autocrate  disco- 
noscesse la  nomina  del  successore  Auti- 
uo,  votala  dal  sinodo  bizantino  con  tut- 
ta fretta  e  senza  il  consenso  dello  czar,  il 
sultano  non  indugiò  ad  approvarla,  poi- 
ché il  permettere  in  quell'  elezione  una 
qualche  ingerenza  dell'autocrate  sarebbe 
stato  lo  stesso  che  concedergli  quello  stes- 
so diritto,  per  negargli  il  quale  erasi  ve- 
nuti alla  dichiarazione  di  guerra.  Quan- 
to ad  Antimo  qui  dirò,  che  avendo  il  Pa- 
pa Pio  IX  con  lettera  che  ricordai  nel  voi. 
LUI,  p.ig4  e  altrove,  invitatogli  orien- 
tali scismatici  alla  riunione  culla  Chiesa 
cattolica  ,  e  quelli  che  vi  appartenevano 
all'osservanza  delle  loro  liturgie,  l'Anti- 
mo osò  contrapporre  una  irriverente  en- 
ciclica, nella  quale  ribadiva  lo  scisma,  e 
imitando  la  folle  temerità  di  Dioseoro 
prelese  scomunicare  lo  stesso  sommoPon 
lefice  con  tutta  la  Chiesa  latina.  Quindi 
il  Papa  Pio  IX  con  l'allocuzione  In  Apo- 
slolìcae  Scdis.  pronunziata  nel  coueislo 
io  de*  19  dicembre  1 853,  e  riportata  nel 
n.°296  del  Giornale  di  Roma,  colla  qua- 
le aununziò  d'aver  effettuato  lo  stabilito 
da  GregorioXVI  perla  nazione  de'valae- 
chi,  di  rito  greco  cattolico,  che  abitano 
la  Transilvanici-,  mediante  la  nuova  prò- 
\  incia  ecclesiastica  di  Fogaras,che  descris- 
si nel  ricordalo  articolo,  celebrandole  pa- 
terne e  incessanti  cure  de'  predecessori 
per  la  Chiesa  orientale,  soggiunse.»  E  uoi 
emulando  questi  esempi  illustri  di  pater- 
na sollecitudine,  fin  dall'anno  2.°del  no- 
stro pontificato  (cioè  dopo  l'invio  dell'am- 
basciatore pontifìcio  a  Costantinopoli) 
mandammo  lettere  apostoliche  a  tintigli 


TUR  4i5 

orientali,  colle  quali  cou  impegno  e  amo- 
revolezza gli  esortammo  a  ritornare  nella 
comunione  di  questa  s.  Sede,  ed  a  strin- 
gersi ad  essa  fermamente:  e  la  necessità 
di  tale  unione  dimostrammo  con  molti  e 
gravissimi  argomenti,  i  quali  sono  per  la 
verità  incontraslabili,  checche  in  contra- 
rio abbiano  osato  dire  io  un  loro  scritto 
(di  Antimo)  diversi  vescovi  scismatici,  iu- 
tenti  a  vomitare  contro  la  Sede  aposto- 
lica V  antico  loro  veleno.  Questo  scritto 
faremo  in  modo  che  sia  confutato,  per  ri- 
battere gli  errori  e  curare  la  pertinacia 
degli  scismatici:  intanto  non  tralasceremo 
di  pregare  e  scongiurare  il  Padre  celeste 
de'ìumi  per  la  salute  loro,  non  rispar- 
miando per  nulla  quella  cristiana  cari- 
tà, ch'è  paziente  e  benigna:  dallo  spirilo 
della  quale  al  pari  eccitati  i  nostri  prede- 
cessori non  solo  non  disapprovarono  i  sa- 
gri riti  che  usa  la  Chiesa  orientale,  e  che 
videro  non  opporsi  affatto  alla  iede  orto- 
dossa; ma  giudicarono  di  più  doversi  os- 
servare e  mantenere, come  raccomanda- 
ti da  un'antica  origine,  e  in  non  piccola 
parte  stabili  ti  da'Padri:  che  anzi  con  prò  v- 
videntissime  costituzioni  ordinarono  che 
a  nessuno  fosse  lecito  abbandonare  i  riti 
orientali  ,  senza  averne  avuta  la  facoltà 
dal  sommo  Pontefice.  Sapevano  che  la 
sposa  immacolata  di  Cristo  si  contraddi- 
stingue per  quella  meravigliosa  varietà, 
che  non  lede  la  unità,  che  la  Chiesa  di 
Cristo  cioè  ciiconscrilta  da  nessun  con- 
fine di  paese,  abbraccia  tutti  i  popoli,  tut- 
te le  nazioni  e  le  genti,  che  concordano 
nell'unità  della  fede,  quantunque  diver- 
se per  costumi,  per  lingua,  e  pe'rili  ap- 
provati dalla  Chiesa  Romana,  madre  e 
maestra  di  tutte".  La  volontà  di  Pio  I X. 
fu  eseguita  col  dotto  libro:  Confutazio- 
ne d /intimo  patriarca  scismatico  Co- 
stanti 'no poli 7<7./?o,  Roma  i854,  tipogra- 
fìa della  Civiltà  cattolica.  Questa  ne  die 
egregiamente  contezza  nella  2.a  serie,  t. 
6,  p.  4^2.  Avendo  Antimo  nella  sua  ir- 
riverente enciclica  preteso  far  due  cose: 
l'ima  di  scagliare  una  sentenza  d'anale- 


4i6  TUR 

ma  contro  il  Vicario  di  Cristo  e  la  Chie- 
sa latina;  l'altra  di  ribattere  ciò  che  Pio 
IXavea  detto  nella  sua  lettera  agli  orien- 
tali per  indurli  a  ritornar  nel  seno  della 
\era  Chiesa  di  Cristo.  Ora  l'autore  del- 
la confutazione  stabilisce  di  dimostrare 
che  Antimo,  come  facilmente  interviene 
a  chi  difende  una  mala  causa,  è  riuscito 
colla  sua  enciclica  ad  un  termine  tutto  op- 
posto a  quello  verso  cui  voleva  cammi- 
nare; imperocché  egli  ha  invece  fulmina- 
to l'anatema  contro  se  stesso  e  il  suo  sci- 
sma, ed  in  cambio  di  atterrare  ha  confer- 
mato anzi  tullociò  che  il  Pontefice  Pio 
IX  diceva  nella  sua  lettera.  In  tal  modo 
l'enciclica  d'  Antimo  viene  a  confutarsi 
per  se  medesima.  E  perchè  il  laico  Gior- 
gio Marcorau  ,  ardito  greco  separato  di 
Corfù,  poco  versato  nelle  scienze  sagre, 
con  infelice  successo  volle  dettare  viru- 
lenti osservazioni  con  Fopuscolelto:  So- 
pra alcuni  passi  deW  Allocuzione  di  Pio 
IX,  ec.  Osservazioni  di  G*  Marcoran, 
Corfù  1 854 1  C0S1  la  Civiltà  cattolica  le 
confutò  sapientemente,  in  uno  alle  sue 
calunnie  madornali,  consigliandolo  a  più 
maturità  di  giudizio  e  di  buona  fede,  per 
nou  iscrivere  così  all'avventala  cose  lau- 
to contrarie  non  pure  all'ortodossia  dei 
dogmi,  ma  all'evidenza  stessa  de'falti.  Il 
patriarca  Antimo  nella  riprovata  encicli- 
ca conferma  senza  volerlo  che  i  principii 
protestanti  sono  ora  l'unica  regola  della 
chiesa  greca  scismatica.  1  n  fatti  egli  riget- 
ta ogni  autorità  vivente  della  Chiesa  e  si 
rimette  alla  sola  Bibbia  e  a'Canoui  anti- 
chi interpretati  dal  privato  senso  de'fe* 
deli  per  definire  le  controversie  in  mate- 
ria di  fede.  Questo  è  il  principio  prote- 
slantico  nella  sua  schietta  semplicità.  Al- 
tri indizi  di  protestantesimo  nel  patriar- 
ca scismatico  si  ponno  vedere  nell'  enco- 
miata Confutazione.  Arrivato  uel  campo 
russo  il  messaggio  turco  apportatore  del 
riferito  dilemma,  o  sgombero  odostililà, 
il  general  Gortschakofflo  accolse  ini  per- 
turbato, nel  quartiere  generale  di  Buka- 
rest,  e  come  chi  da  parecchi  mesi  lattea- 


TUR 

deva,  rispondendo  a'  i  o  col  rifiuto;  laon* 
de  procedendo  i  russi,  secondo  l'uso,  al- 
la benedizione  delle  bandiere  e  dell'eser- 
cito, partirono  i  singoli  al  posto  loro  de- 
stinalo, pronti  alla  difesa  e  fermi  di  non 
attaccar  il  nemico,  ad  orila  che  nelle  mi- 
lizie russe  faceva  strage  il  cholera  e  le  feb- 
bri tifoidee.  Dalla  risposta  russa,  tenuta 
per  certa  la  guerra,  si  festeggiò  nel  cam- 
po turco  e  quartiere  generale  di  Chouin  - 
la  o  Sciumla  con  indicibile  allegrezza.  O- 
mer  pascià,  convocate  le  milizie,  fece  giu- 
rare sulle   bandiere  obbedienza  e  fedeltà 
all'imperatore  Abdul  Mecljid,  cosa  inso- 
lita nell'esercito  mussulmano^  e  fece  cor- 
rere pel  campo  un'arringa  militare  che 
destò  in  lutti  accrescimento  d'ardore  per 
impugnar  l'armi.  Gli  ambasciatori  fran- 
cese e   inglese  chiesero  e  ottennero  dal 
sultano  a'  i  o  ottobre,  di  far  entrare  le  lo- 
ro flotte  comandate  da  Hamelin  e  Duu- 
das,  nel  mar  di  Mannara  a  difesa  della 
Turchia,  con  moltissimo  piacere  de'tur- 
chi.  Questi  fecero  il  i.°movimeuto  in  a- 
\anti,  prendendo  a'  i  7  ottobre  l'isola  po- 
sta fra  Viddiuoe  Kalafat.  A'23  due  bat- 
tellia  vapore  e  8  scialuppe  cannonieredei 
russi  sforzarono  il  passo  del  Danubio, re- 
sistendo al  vivissimo  fuoco  della  fortezza 
turca  d'isaktcha  o  Jassaktchi  sulla  riva 
destra  del  fiume  fra  Reni  e  Ismail;  il  trat- 
tato d'Adrianopoli  vietava  a'russi  di  mon- 
tare il  Danubio  con  navi  guerresche  ol- 
tre la  foce  del  Pruth.  A'27  i  turchi  en- 
trali nella  piccola  Valacchia  presero  Ka- 
lafat. Questi  furono  gì'  inizi  delle  ostilità 
per  cominciare  la  disastrosa  e  memoran- 
da guerra  ,  della  quale  nell'  angustie  di 
queste  pagine  appena  con  fugaci  cenni  mi 
limiterò  a  ricordarne  le  fasi  e  le  azioni  più 
principali  notissime,  come  di  volo  ram- 
menterò alcuna  delle  continue  conferen- 
ze diplomatiche  per  conservare  la  paceal 
inondo  con  estinguere  il  vasto  acceso  in- 
cendio, e  il  prudente  contegno  dell'Austria 
poderosamente  armata,  la  quale  seppe 
conservare  libertà  d'azione  a  grande  e  pa- 
cifico impero  necessaria.  Mentre  da  non 


TUR 

pochi  si  credeva  la  Turchia  in  sul  finir  di 
sua  carriera,  essa  invece  die  lì  no  da  tali 
principi]  mauifesti  segni  di  energica  e  va- 
lorosa vitalità,  incoraggiata  dalla  simpa- 
tia delle  due  potenze  d'occidente,  le  più 
potenti  in  mare.  Sebbene  il  guanto  fosse 
gitlato  e  venisse  raccolto,  non  per  que- 
sto cessarono  i  4  ambasciatori  residenti  a 
Costantinopoli)  d'  adoprarsi  per  la  pace, 
ma  inutilmente.  Ili.°di  novembre  Nico- 
lò I  pubblicò  un  terrìbile  manifesto  di 
guerra,  nel  quale  chiama  bugiarde  accu- 
se verso  la  Russia,  quelle  contenute  nel- 
la sfida  di  guerra  dell'  ostinato  governo 
ottomano,  rimproverandolo  d'aver  assol- 
dato nelle  sue  file  i  ribelli  d'ogni  paese, 
e  d'aver  pel  r  ."cominciate  l'ostilità  sulDa- 
nubiò»  Combattere  per  costringere  la  Por- 
ta ad  osservare  i  trattati,  a  far  ammen- 
da dell'ingiurie  colle  quali  rispose  alle  sue 
moderate  inchieste,  e  alla  sua  legittima 
sollecitudine  per  la  tutela  della  fede  or^- 
todossa  in  oriente;  invocando  Dio  alla  be- 
nedizione di  sue  armi,  impugnate  per  cau- 
sa santa  e  giusta.  Indi  e  secondo  l'usanza 
fece  leggere  la  dichiarazione  di  guerra  in 
tutte  le  chiese  dell'impero.  I  rappresen- 
tanti di  Francia  ,  Inghilterra,  Austria  e 
Prussia  a'9  dicembre  firmarono  in  Vien- 
na un  protocollo,  nel  doppio  scopo  di 
pacificar  fra  loro  la  Russia  e  la  Porla  ad 
onorevoli  condizioni,  e  serbare  intero  il 
territorio  dell'ultima,  la  cui  indipenden- 
za, ne'limili  conclusi  ne'trattati,  è  coudi- 
zione essenziale  dell'equilibrio  d'Europa; 
avendo  Nicolò  I  protestato  non  aspirare 
ad  ingrandimento  a  danno  dell'autono- 
mia turca.  La  corrispondente  nota  per  le 
negoziazioni  da  intavolarsi,  diretta  dal- 
l'ambasciatore inglese  alla  Porta,  si  legge 
a  p.  29  del  Giornale  di  Roma  del  1 854« 
E  siccome  nell'esordire  la  lotta  d'oriente, 
si  ridestarono  le  società  segrete,  ad  estin- 
guerne le  prime  fa  ville,  perchè  non  erom- 
pano in  incendio  inestinguibile,  le  poten- 
ze presero  unite  opportune  misure.  Però 
intanto  in  oriente  accadevano  inopinati 
avvenimenti,  capaci  di  mutar  affatto  io 

VOL.  LXXXI. 


TUR  4i7 

stato  delle  cose.   Imperocché  recandosi 
una  divisione navaledella  flotta  turca, ca- 
pitanata  da' vice-ammiragli  Osinan  pascià 
e  Hussein  pascià,  con  soldatesche  e  dena- 
ri in  soccorso  dell'esercito  di  Battimi,  si 
ricoverò  temporaneamente  nella  rada  di 
Si/iojjc,  senza  usar  precauzioni,  special- 
mente a  lasciar  libero  il  trarre  alla  bat- 
teria di  terra.  Comparve  due  giorni  do- 
po la  squadra  russa  comandata  dal  vice- 
ammiraglio Nakhimoffe  le  intimò  la  re- 
sa a'3o  novembre  1 853.  La  lotta  fu  mi- 
cidiale e  spaventosissima,  avendo  i  russi 
distrutta  la  divisione  turca,  con  que'par- 
ticolari  che  narrai  al  ricordato  articolo. 
Osman  cadde  prigione,  Hussein  perì  nel- 
l'onde, Aly  bey  volle  saltar  in  aria  col  suo 
vascello,  non  volendo  sopravvivere  a  tan- 
ta sventura.  Non  è  a  dire  la  costernazio- 
ne di  Costantinopoli  per  sì  desolante  ca- 
tastrofe; il  sultano  pianse,  i  cittadini  ne 
fecero  disperate  lagnanze,  e  gli  ulemi  mi- 
nacciarono di  vendetta  i  cristiani,  perchè 
le  due  flotte  francese  e  inglese  stavano 
ancorate  nel  Bosforo  senza  recare  soccor- 
so. Dipoi  Nakhimoff  morì  di  ferite  pe'com- 
battimenti  di  Sebastopoli.  Nel  cominciar 
l'anno  1 854  Inciviltà  Cattolica  compen- 
diò l'esito de'primi  3  mesi  ottenuto  d'am- 
bo i  guerreggianti.  Principiò  la  Turchia 
con  prospero  evento,  sì  in  Europa  e  sì  in 
Asia;  indietreggiò  poi  trovandosi  nell'an- 
terior  condizione,  solo  occupante  una  por- 
zioncella  della  piccola  Valacchia  ,  e  col- 
l'immenso  disastro  per  la  perdita  di  buo- 
na parte  del  suo  naviglio.  Rotto  il  quale, 
restò  il  russo  di  fatto  dominatore  dell' Eu- 
sino, e  sotto  quest'aspetto  non  solo  la  Tur- 
chia, ma  tutte  le  potenze  straniere  che  a- 
veano  interesse  a  difendere  il  mar  Nero 
sentirono  i  colpi  dellostrepitoso  bombar- 
damento di  Sinope.  Il  perchè  venne  or- 
dinato alle  navi  anglo-francesi,  composte 
di  circa  60  legni,  di  recarsi  in  guardia  dei 
porti  turchi ,  ed  a' 3  gennaio  entrarono 
nelPEusino,  grave  passo  equivalente  a  di- 
chiarazione di  guerra.  Sgomentato  il  sul- 
tano, sembrò  inclinare  pienamente  alla 
27 


(,8  TUR 

rigettata  pmposta  delle  4  potenze,  r  fi- 
nire una  lolla  suo  malgrado  cominciata. 
Ma  appena  riusi  conobbe,  i  softas  univer- 
sitari o  giovani  studenti  nelle  moschee, 
andarono  sulle  furie  e  fu  giorno  di  spa- 
vento per  la  pubblica  quiete:  vinti  dalla 
forza,  un  4oo  de'rivoltosi  furono  esiliati 
a  Candia  e  Creta.  Cos'i  la  questione  d'o- 
riente gigaiileggiò  fuor  di  misura,  e  si  rin- 
novò il  gran  problema:  l'Asia  sarà  ella  in- 
glese o  russa?  Sempre  cercando  i  russi  di 
accostarsi  »\Y  fndie  orienta  li  (/  .),  gl'in- 
glesi sono  lutti  intenti  a  tenerveli  lontani 
per  conservarsi  queir  immenso  impero  : 
ciascuno  incessantemente  procura  gua- 
dagnarsi il  favore  della  Persia,  che  in  que- 
sta guerra  tenne  condotta  ambigua  e  ar- 
mata. Non  lungi  da  Calafat,  nella  piccola 
Valacchia,  avvennero  nelle  vicinanze  del 
villaggio  di  Cselate,  perciò  divenuto  fa- 
moso, parecchi  scontri  terribili  tra  russi  e 
turchi,  con  grave  perdita  d'ambedue  le 
parti,  continuando  la  lotta  più  che  mai 
accanila.  E  ciò  ad  onta  de'rigori  dell'in- 
verno,tra  burrasche  di  mare  e  nevi,  ghiac- 
ci e  pantani  di  terra:  Calafat  divenne  la 
Troia  della  presente  contesa,  i  combattenti 
ciascuno  magnificando  la  propria  vitto- 
ria. Pare  che  il  guasto  più  terribile  sia  toc- 
cato a'russi.  sebbene  i  turchi  ne  rimase- 
ro assai  danneggiati.  Ne'  primi  mesi  della 
guerra  i  cristiani  della  Turchia  furono  la- 
sciati respirare,  e  sembrò  spegnersi  a  po- 
co a  poco  gli  antichi  odii  della  superstizio- 
ne mussulmana  conti  odi  essi;  ma  dipoi  i 
cristiani  tornarono  a  patir  angustie  nelle 
Provincie  e  nella  slessa  capitale.  A  Da- 
masco insorsero  furibondi  a  loro  danno 
anche  gli  ebrei,  gridando  sterminio  agl'in- 
fedeli. Se  il  governo  avesse  patito  un  ro- 
vescio, da  divenir  impotente  a  reprimere 
sì  rabbiose  vessazioni,  era  a  temersi  una 
sanguinosa  rivolta  di  turchi  contro  i  cri- 
stiani. Frattanto  con  sorpresa  e  malumo- 
re de' costantinopolitani ,  ignorandone  il 
ragionevole  motivo,  le  flotte  rientrarono 
nella  baia  di  Beicos,  tra  la  generale  inde- 
gnazione per  le  deluse  speranze ,  e  poco 


TUR 

mancò  che  non  si  facesse  tumulto.  L'in- 
gresso delle  flotte  nelP  Eusino  f  avendo 
mosso  Nicolò  1  a  domandai  e  con  note  di- 
plomata he  spiegazioni  alle  alleate  Fran- 
cia ed  Inghilterra,  ne  fu  conseguenza  la 
celebre  e  grave  lettera  che  gli  scrisse  INa- 
poleone  III  a'29  gennaio,  riprodotta  a  p. 
173  del  Giornale  di  Roma.  Ricapitola- 
ta la  storia  de'fattiche  inasprirono  la  que- 
stione e  cominciarono  la  guerra,  l'itupe- 
ratore  de' francesi  dichiarò  sembrargli  giu- 
sta la  causa  della  Turchia  ,  che  avendo 
domandato  il  suo  aiuto,  con  l'Inghilter- 
ra fece  gettar  l'ancora  alle  flotte  nel  Bo- 
sforo, atteggiandoti  a  protettori  passivi,  e 
consiglieri  di  moderazione  e  di  pace.  A. 
malgrado  della  vicinanza  di  tale  naviglio 
delle  due  prime  potenze  marittime,  noi» 
potendo  esse  tollerare  che  la  Turchia  fos- 
se guerreggiata  per  mare,  il  doloroso  av- 
venimento della  battaglia  di  Sinope  scon- 
fisse il  loro  onore  militare,  e  rimbombò 
nel  cuore  di  quanti  francesi  e  inglesi  sen- 
tono la  dignità  nazionale;  perciò  furono 
spedite  le  flotte  nell'Eusino  ad  impedire 
somigliante  disastro,  e  tutto  per  facilitare 
la  pace.  Ormai  i  fatti  dover  condurre  o 
ad  accordo  definitivo  o  a  decisa  rottura; 
se  desiderare  la  pace,  com'egli  la  brama- 
va, segnasse  tosto  un  armistizio  e  abban- 
donasse i  principati  Danubiani,  come  le 
flotte  alleate  il  mar  Nero,  onde  negozia» 
re  un  concordato  colla  Turchia,  da  sotto- 
porsi al  consiglio  delle  4  potenze,  per  ri- 
stabilirla pace  e  soddisfare  il  mondo,  sen- 
za che  nulla  potesse  ledere  il  suo  onore. 
»Che  se  poi,  per  qualche  motivo  diffici- 
le a  comprendere,  Ella  vi  si  opponesse, 
la  Francia  e  l'Inghilterra  sarebbero  co- 
strette ad  abbandonare  alla  sorte  dell'ar- 
mi e  alle  vicende  della  guerra  un  litigio 
che  or  potrebbesi  decidere  dalla  ragione 
e  dalla  giustizia".  Fatalmente  il  senno  di 
Nicolò  I  disdegnò  le  lodevoli  condizioni 
offertegli  da  Napoleone  III.  Gli  ambascia- 
tori russi  abbandonarono  Parigi  e  Lon- 
dra, l'inglese  e  il  francese  Pietroburgo. La 
Svezia  e  la  Danimarca  adottarono  la  più 


TUR 
stretta  neutralità  annata. Tn  Costantino- 
poli l'avvenimento  più  importante  fu  la 
remo/ione  del  seraschiere  e  capitano  ge- 
neralissimo di  tutte  le  milizie  ottomane, 
Mehcmet  Ali,  egoista  che  pretendeva  do- 
verla Turchia  unicamente  confidare  sul- 
le sue  forze,  disgustando  gli  alleati  e  re- 
spingendo i  cousigli  pacifici  delle  potenze, 
riuscendo  di  grave  ostacolo  alle  delibera- 
zioni del  divano:  gli  fu  sostituito  Riza  pa- 
sci;» popolare  e  all'esercito  carissimo.  In 
cjueslo  tempo  il  Papa  Pio  lXemanò  l'en- 
ciclica Iirt&r grtìvissimàst4\ttl\à  all'epi- 
scopato e  a' fedeli  dell'  Armenia  cattoli- 
ca della  provincia  di  Costantinopoli, on- 
de por  termine  a  parecchie  controversie 
levatesi  tra'cattolici.  Se  ne  legge  un  sun- 
to nella  Civiltà  Cattolica,  2.a  serie,».  5, 
p.  687.  La  risposta  di  Nicolò  I,  de'9  feb- 
braio e  riportala  dal  n.°58  del  Giorna- 
le di  Roma,  non  lasciando  più  veruna  pro- 
babilità di  pacifico  aggiustamento,  non 
più  efficaci  le  pratiche  della  diplomazia, 
e  dovendo  la  spada  recidere  l'indissolu- 
bile nodo  della  questione  d'oriente,  Na- 
poleone III  nella  sessione  legislativa  dei 
1  marzo,  ragionando  sulla  stessa  questio- 
ne d'oriente,  dichiarò  che  dopo  gli  sfor- 
zi fatti  pel  mantenimento  della  pace  e  per 
evitare  una  lotta,  si  trovava  costretta  la 
Francia  a  trai*  fuori  la  spada  per  resiste- 
re a  straniere  usurpazioni;  però  non  aver 
voglia  d'iugrandimeuto,  essendoli  tempo 
delle  conquiste  passato.  « Non  ci  si  venga 
dunque  più  a  dire:  che  cosa  andate  voi  a 
Fare  a  Costantinopoli?  Vi  andiamo  insie- 
me coll'Inghilterra  che  difenile  la  causa 
del  sultano,  e  per  proteggere  nello  stes- 
so tempo  i  diritti  de'ci  istiani:  vi  andiamo 
per  difender  la  libertà  de'  mari  e  la  no- 
stra giusta  influenza  nel  Mediterraneo  ; 
vi  andiamo  colla  Germania  per  aiutarla 
è  conservare  il  grado  da  cui  sembra  si  vo- 
glia farla  discendere,  e  .per  assicurare  le 
sue  frontiere  contro  la  preponderanza  di 
un  vicino  troppo  potente.  Andiamo  fi- 
nalmente con  tutti  quelli  che  vogliono  il 
trionfo  del  buon  diritto,  della  giustizia  e 


TUR  419 

della  civiltà  ".  Indi  l'ardor  di  guerra  non 
si  appigliò  così  veemente  in  Francia  come 
in  Inghilterra,  sebbene  ogni  cosa  alacre- 
mente anch'ivi  si  apprestò  per  accorrere 
in  aiuto  del  mussulmano.  A  capo  supre- 
mo del  suo  esercito  l'Inghilterra  nominò 
lord  Raglan  feld-inaresciallo.  L'Austria 
inviando  a 'confini  valacchi  un  considera- 
bile corpo  di  milizie,  a  tutela  del  suo  im- 
pero, avea  prima  assicurato  il  sultano, 
dichiarando  che  se  1*  intervento  armato 
divenisse  necessarioal  mantenimento  del- 
l' odierno  territorio  strettamente  legale 
dell'  impero  ottomano,  essa  nou  ricuse- 
rebbe di  pigliarvi  parte.  La  Russia  si  pre- 
parò sempre  più  alla  tinta  e  formidabile 
tenzone,  producendo  tutti  i  giganteschi 
mezzi  più  opportuni  di  cui  può  abbon- 
dantemente disporre,  per  possibilmente 
uscirne  vittoriosa.  Non  solo  al  materiale, 
ma  si  ebbe  cura  anche  al  morale,  il  quale 
spesse  volte  è  più  elKcace,  sia  colle  pre- 
ghiere ordinate  ne'principati  Danubiani, 
sia  con  pastorali  allocuzioni  dell'  episco- 
pato, all'esercito,  nelle  quali  si  diceva,  ri- 
cordarsi di  combattere  pel  piissimo  dei 
czar,  per  la  cara  patria,  per  la  cristiani- 
tà, contro  gli  oppressori  di  popoli  che 
hanno  comune  con  noi  la  stirpe  e  la  reli- 
gione, contro  i  profanatori  de*  Luoghi 
Santi*  Nuovo  periodo  dell'infaustissima 
lotta  fu  l'insurrezione  della  Grecia  turca, 
cioè  degli  albanesi,  epiroti,  macedoni  e 
altri,  de'quali  corsero  molti  dal  regno  di 
Grecia, forse  colla  mira  di  ristabilir  l'an- 
tico impero  bizantino,  cacciandone  il  tur- 
co, benché  non  si  mancò  d'attribuirla  al- 
l'oro e  alle  promesse  russe.  Mentre  buo- 
na parte  d'Europa  si  preparava  alia  guer- 
ra e  fervevano  al  lavoro  le  più  famose  fu- 
cine e  i  precipui  arsenali  elei  mondo,  in 
Costantinopoli  era  vi  quiete  e  si  pensava  a 
pubbliche  letizie.  Il  sultano  fece  celebra  re 
il  matrimonio  della  sua  primogenita  Fa- 
timè sultana  con  Ali  Ghalib  pascià,  3.°d^i 
figli  di  Reschid  pascià,  e  promise  e  fidan- 
zò tre  altre  sue  minori  figlie,  cioè  la  sul- 
tana Refigè  a  Eth.em  pascià  figlio  di  Me- 


4^o  TUR 

hrmet  Ali  suo  cognato  e  già  ministro  del* 
Ja  guerra,  la  sultana  Djemilèa  iMahmud- 
Gelal-Eddin  pascià  figlio  ili  Ah  mei  IV 
Ibi  pascià  suo  cognato  gran  maestro  del- 
l'artiglieria, e  la  sultana  Alunne  ad  liba- 
mi pascià  figlio  d'Abbas  viceré  d'Egitto, 
e  ciò  per  ricompensare  ne' figli  i  servigi 
prestati  da'loro  genitori  al  trono  e  all'im- 
pero. Nel  t.  6,  p.  2 16  della  2."  serie  la  (  7- 
viltà  Cattolica  riprodusse  i  famosi  docu- 
menti confidenziali  russo-inglesi,  pubbli- 
cati in  Inghilterra, da'quali  rilevasi  come 
Nicolò  I  tentò  disunir  questa  fin  da  quan- 
do contrasse  l'alleanza  di  Francia,  per  di- 
vidersi la  cadente  Turchia,  senza  recarlo 
a  cognizione  dell'altre  potenze,  cedendo 
il  russo  agl'inglesi  l'Egitto,  Candia  ec.  1 
Finalmente a'27  marzo  la  Francia  e  l'In- 
ghilterra dichiararono  guerra  alla  Rus- 
sia, per  prestare  assistenza  attiva  al  sul- 
tano loro  alleato,  a  vendo  già  tra  loro  con- 
venuto per  ristabilir  la  pace  tra  la  Russia 
e  la  Porta,  per  sgombrare  interamente  il 
territorio  turco,  e  per  impedire  il  rinno- 
vamento di  simili  complicazioni:  promi- 
sero di  non  trattar  colla  Russia  se  non  in 
comune,  rinunziando  ad  ogni  utilità  spe- 
ciale che  loro  potesse  derivare  dagli  even- 
ti, e  dichiarando  di  ricevere  con  piacere 
nella  loro  lega  le  altre  potenze  che  vo- 
lessero entrarvi.  La  Turchia,  la  Francia 
e  T  Inghilterra  a' 12  marzo  e  a' io  aprile 
stipularono  un  concordato  di  confedera- 
zione, col  quale  le  due  potenze  occiden- 
tali promisero  al  sultano  d'aiutarlo  gra- 
tuitamente fino  al  termine  della  guerra, 
e  dopo  di  essa  di  sgombrare  colle  loro 
truppe  dalle  terre  ottomane.  La  Turchia 
die  autorità  alle  due  potenze  di  dirigere 
le  loro  forze  su  tutti  i  punti  dell'impero 
ottomano,  si  obbligò  di  non  far  la  pace 
col  russo  senza  il  consenso  de'due  alleati, 
ed  a  concedere  a  tutti  i  suoi  sudditi  di 
qualsiasi  religione  piena  eguaglianza  di- 
nanzi alla  legge  e  capacità  a  tutti  gl'im- 
pieghi dello  stato.  Al  nuovo  patto  furono 
aggiunti  diversi  protocolli  assai/>pporlu- 
ni,  che  riporta  il  n.°  70  Ad  Giornale  di 


TUR 

/ionia,  e  si  riferiscono  a' tribunali  misti, 
all'ordinamento  dell'  imposte  e  alla  sop- 
pressione dell'  Jlaradscli,  ossia  testatico, 
il  quale  considera  vasi  per  l'addietro  co- 
me un  riscatto  de'  rafà  o  cristiani  e  altri 
non  mussulmani,  dal  servigio  militare. 
Tanta  liberalità  d' Abdtll  Medjid  in  fa- 
vore de'crisliani  per  l'eguaglianza  de'di- 
ritti  civili,  produsse  mal  umore  nel  vec- 
chio partito  di  Costantinopoli.  Le  nuove 
provvidenze  aprono  uu  era  novella  al 
cristianesimo  di  Turchia,  quindi  non  più 
necessario  il  protettorato  russo  pe'  suoi 
scismatici.  Opponendosi  il  gran  mufù  al- 
l'eguaglianza de'sudditi  che  doveasi  pro- 
clamare, riferisce  il  Giornale  di  Roina> 
a  p.  339,  che  il  sultano  lo  destituì  :  que- 
sta deposizione  del  capo  della  religione 
fece  gran  sensazione  tra'  mussulmani,  i 
quali  non  potevano  conoscere  il  vero  mo- 
tivo per  cui  il  muffì  era  sì  inaspettata- 
mente caduto  in  disgrazia  presso  il  so- 
vrano. A'2  1  marzo  gli  successe  ArifefFen- 
di.  Indi  fu  emanato  il  firmano  per  l'am- 
missione de'crisliani  a  deporre  in  giudizio 
sopra  un  piede  di  eguaglianza  co'  mus- 
sulmani in  tulio  l'impero;  grande  allo 
di  giustizia  sempre  finora  rifiutato.  Già 
a'2 3  marzo  il  general  Gorlschakoff  spic- 
candosi da  Ibraila,  con  una  forte  spedi- 
zione di  navi  prolette  da  alcuni  cannoni 
che  avea  posto  in  un'isola,  varcò  in  fine 
il  fiume  Danubio  e  die  l'attacco  alle  bat- 
terie turche,  le  quali  gli  risposero  dispe- 
ratamente; mentre  da'suoi  russi  si  ope- 
rava il  passaggio,  fece  altrettanto  col  suo 
corpo  il  general  Luders  di  fronte  a  Galatz 
senza  ostacoli.  Così  i  russi  passando  ilDa- 
nubioaMalschin,  IsaklchaeTulcha,  com- 
battendosi da  amba  le  parti  valorosamen- 
te, posero  il  piede  nella  Bulgaria  e  nella 
paludosa  Dobruscka.  La  rivoluzione  viep- 
più si  estese  nel  regno  di  Grecia,  per  u- 
uirsi  a'  connazionali  insorti,  per  cui  gli 
ambasciatori  francese  e  inglese  fecero  al 
gabinetto  d'  Atene  le  più  solenni  rimo- 
stranze e  minacce,  ed  alcuni  de'loro  legni 
incrociarono  in  tutte  le  direzioni  del  mar 


tu  r 

Ellenico,  mostrandosi  a  tulli  i  polli.  Tra 
la  Porta  e  la  Grecia  aperta  divenne  la 
scissura,  ei  loro  rappresentanti  partirono, 
onde  il  sultano  cacciò  i  greci  regnicoli  e 
nativi  da  Costantinopoli,  tranne  certa  clas- 
se di  persone,  massime  tulli  i  greci  cat- 
tolici, per  le  premure  di  mg.r  Hillerau 
vicario  apostolico  e  provicario  patriarcale 
palatini  di  Costantinopoli,  e  degli  amba- 
sciatori di  Francia  e  d'  Inghilterra.  In- 
sorta questione  col  ministero,  fu  risoluto 
che  mediante  alcune  condizioni,  restas- 
sero nella  città  oltre  i  greci  cattolici,  an- 
che gli  scismatici. I  greci  latini  egli  scisma- 
tici lodarono  immensamente  lo  zelo  del 
vicario  apostolico  e  la  fermezza  dell'ani* 
fasciatore  straordinario  francese  Bara- 
guay  d'Hilliers.  Il  principe  Danilo  eccitò  i 
montenegrini  alla  guerra  contro  la  Tur- 
chia, indi  insorseanche  l'Erzegovina. L'O- 
landa si  dichiarò  neutrale;  il  Belgio  mo- 
strò s'uiì patia  alla  Russia;  le  potenze  Ger- 
maniche ammisero  l'inviolabile  integrità 
della  Turchia,  lo  sgombro  de'priucipati 
e  il  ritorno  delle  cose  allo  stato  di  prima; 
1'  America  si  dichiarò  interamente  neu- 
trale; 1'  Austria  temporeggiò  dal  dichia- 
rarsi, vedendo  la  Prussia,  sempre  gelosa 
del  suo  primeggiare,  tentennante  e  pro- 
pensa più  alla  Russia  che  all'  occidente, 
essendo  il  re  cognato  di  Nicolò  I.  Molti  ve- 
scovi di  Francia  e  1'  arcivescovo  ordina- 
rono pubbliche  preghiere  per  la  vittoria 
dell'anni  unite,  per  l'onore  della  patria,  la 
quiete  d'Europa  e  l'incremento  della  cat- 
tolica religione. Anche  la  regina  d'Inghil- 
terra Vittoria  stabili  il  26  aprile  per  gior- 
no di  pubblica  umiliazione  e  di  preghiere 
per  tutto  il  regno.  Napoleone  III  rinnovò  i 
cappellani  dell'armala  navale, oltre  quelli 
dell'  esercito  il  cui  comando  si  ailidò  al 
general  Saint-Arnaud  maresciallo  diFrau- 
eia;  ed  alle  navi  capitane  delle  flotte  del 
marcerò  e  del  Baltico  mandò  un  bei  qua- 
dro della  B.  Vergine,  perchè  si  ponesse 
sotto  la  sua  valida  prolezione.  Se  ne  fece 
l'inaugurazione  con  di  voti  e  edificanti  fe- 
steggiamenti, sui  lidi  luterani  e  scismatici, 


TUR  421 

e  a'  fianchi  d*  un  alleato  anglicano.  Nel 
voi.  LXXVII,  p.  5j  e  58,  celebrando  il 
trionfante  spirito  religioso  che  regna  nel- 
la floridissima  Francia  (ed  ulteriormente 
anche  a  Uffizio  divino),  feci  pure  eco  di 
ammirazione  a  quello  dell'armata  che  e- 
voicamente  combattè  la  guerra  d'oriente, 
che  vado  accennando  brevemente.  1  buo- 
ni esempi  delle  truppe  francesi,  lo  zelo 
de'cappellani  militari  e  dell'eroiche  suo- 
re della  Carità,  operarono  parecchie  con- 
versioni al  cattolicismotra'proteUanti  in- 
glesi. Le  particolari  notizie  sulla  religio- 
ne di  cui  fece  bella  mostra  il  prode  eser- 
cito francese  in  Crimea, e  sull'incredulità 
che  regnava  neh'  inglese,  si  leggono  nelle 
commoventi  lettere  pubblicale  dal  Pre- 
di historiques,  savio  e  cattolico  periodi- 
co di  Brusselles.  Mentre  in  Costantinopoli 
erasi  in  qualche  seria  apprensione  sull'av- 
vicinamento de'  russi,  i  quali  vi  tendeva- 
no di  buon  passo,  finalmente  ivi  e  a  Gal- 
lipoli giunsero  e  sbarcarono  i  desiderati 
inglesi  e  francesi,  oltre  gli  egiziani.  Noti 
solo  la  Civiltà  Cattolica  andò  descriven- 
do cronologicamente  la  guerra  d'oriente, 
ma  quella  pure  de'fogli  officiali,  massime 
delle  parti  belligeranti,  che  guerreggiaro- 
no con  non  minore  accanimento  median- 
te articoli  e  dichiarazioni.  Eletto  coman- 
dante supremo  di  tutte  le  truppe  russe 
sul  Danubio  il  vecchio  principe  Paske- 
witch,  fece  evacuar  la  piccola  Valacchia, 
poiché  cambiando  i  piani  politici  e  stra- 
tegici, volle  concentrarle  forze  tra  Rust- 
sciuk  e  Silistria.  OlFesi  gli  ammiragli  an- 
glo-francese pel  trattamento  fatto  da  O- 
dessa  a  un  vapore  parlamentario,  a'  22 
aprile  la  fecero  bombardare  per  12  ore, 
che  molto  la  danneggiò.  Avendo  l'Inghil- 
terra inviato  altra  flotta  nel  Baltico,  co- 
mandata da  Carlo  Napier,  recò  gravi  dan- 
ni al  commercio  russo,  e  recatosi  dal  re 
di  Svezia  Oscar  gli  svedesi  l'accolsero  con 

arande  entusiasmo.  Una  divisione  di  va- 

o 

pori  inglesi  capitanata  dal  contrammira- 
glio E.  Lyons  si  recò  nel  mar  Nero  a  di- 
struggere sul'  lido  della  Crimea,  e  della 


4?2 


TU  R 


Circassia  gli  stabilimenti  e  le  navi  i  us>c, 
e  ad  aprire  inoltre  comunicazione  co'cir- 
cassi,  e  specialmente  col  famoso  loro  capo 
Sciamvl  acerrimo  nemico  de*  russi.  Così 
mentre  i  russi  eccitavano  i  greci  contro  il 
sultano,  l'occidente  trovò  ne'  circassi  un 
nuovo  e  potente  alleato,  i  quali  occupa- 
rono la  costa  da  Battum  ad  Anapa  ab- 
bandonata da'russi.Nel  mar  Baltico  i  rus- 
si fecero  terribili  preparativi  e  fortifica- 
zioni, le  flotte  a nglo  francese  presero  po- 
sizioni e  catturarono  i  legni  mercantili,  e 
Napier  bombardò  le  batterie  della  for- 
tezza di  Gustafswern.  Ma  mentre  gli  al- 
leali andavano  in  caccia  delle  flotte  rat- 
te, queste  ebbero  ordine  d'  evitare  uuo 
scontro  ne'due  mari,  restringendosi  a  di 
fendere  i porli  militari  sotto  le  batterie  di 
ti  ira,  avendo  i  russi  sempre  gelosa  cura 
di  conservare  i  loro  legni.  I  russi  intanto 
sulla  riva  del  Danubio  continuavano  ad 
esser  superiori  di  molto;  le  loro  forze  e 
quelle  inferiori  d'Omer  pascià  sono  enu- 
merate nel  n,°  1 08  del Giorna le  di  Roma. 
Il  1.* maggio  giunse  in  Costantinopoli  il 
principe  Napoleone  cugino  dell'  impera- 
tore, comandante  la  riserva  de' fraucesi, 
in  mezzo  alle  salve  dell'  artiglierie  tur- 
che, e  poco  dopo  si  recò  a  render  omaggio 
al  sultano,  il  quale  lo  ricevè  con  istraor- 
dinaria  benevolenza.  Questo  fu  un  trat- 
to di  speciale  distinzione,  poiché  (inora 
nessun  principe  e  benché  ereditario  avea 
potuto  vedere  il  sultano  nel  giorno  me- 
desimo del  suo  arrivo;  onore  che  fu  ne- 
gato al  granduca  Michele  figlio  di  Nico- 
lò 1, alcuni  anni  addietro.  A'7 maggio  poi 
il  sultano  si  degnò  in  persona  di  render 
visita  al  principe  francese,  cosa  inaudita 
fin  qui  nell'impero  turco.  Intanto  la  for- 
tezza di  Si  1  ist iia  in  Bulgaria,  che  i  russi 
aveano  espugnato  a'3o  giugno  1  Sagdopo 
33  giorni  d'assedio,  ora  volendosene  im- 
padronì re  ad  ogni  co^lo  con  un  escici  lo 
di  circa  (jo,ooo  uomini,  con  ripetuti  fieri 
assalti  e  bombardamenti  terribili,  strin- 
gendola d'assedio  per  terra  e  per  aequa 
il  Paskevr  iteli  e  il  Luders,  con  gravi  per- 


TU  R 

dite  venivano  respinti  dal  valore  de'tur- 
chi  e  dall'  intrepido  comandante  Mussa 
pascià.  Per  una  contusione  ricevuta  da 
Paskewitch  in  un  fianco  si  ritirò  a  Jassy  ; 
accorrendo  al  comando  dell'assedio  anche 
il  granduca  Costantino  figlio  bellicoso  di 
Nicolò  I  e  capo  della  marina  imperiale.  A' 
18  maggio  il  maresciallo  francese  Saint- 
Arnaud,  lord  Raglan,  co*  ministri  della 
guerra  e  della  marina  Riza  eMehemet,  in 
uno  al  contrammiraglio  Roxer,da  Costan- 
tinopoli si  recarono  aVarna  (poi  divenuta 
quartiere  generale  de'comandanti  inglesi 
efrancese,e  stazione  principale  della  guer 
ra  del  mar  Nero),  per  un  convegno  con 
Omer  pascià  generalissimo  de'  turchi:  vi 
si  trovarono  pure  gli  ammiragli  IJame- 
liu  francese  e  Dundas  inglese.  Stabilirono 
d'assalire  i  russi  in  ogni  punto  del  mar 
Neroe  sul  Danubio  nel  medesimo  tempo, 
concertando  il  piaoQ  di  guerra.  Incolpa- 
to il  governo  greco,  con  promesse  d' iu- 
grandimento  con  provineie  turche,  d'es- 
sersi fatto  l'ausiliario  stipendialo  di  Ni- 
colò 1  ;  ed  essendosi  chiuse  le  camere  in 
Atene  e  domata  l'insurrezione  de' greci 
sudditi  della  Porta,  gl'interessi  politici  e 
militari  degli  alleali  richiesero  che  laG  re- 
eia  fosse  da  loro  occupata,  per  so  tirarla 
dall'influenza  russa  e  possibilmente  sal- 
varla dalla  sua  rovina.  Ottone  I  dovè 
sottoscrivere  alle  domande  fattegli  dal- 
l'Inghilterra e  dalla  Francia,  e  di  osser- 
vare stretta  neutralità,  dopo  aver  colle 
loro  armi  enelluata  l'occupazione  del  re- 
gno. Segui  fin  da'20  aprile  l'alleanza  of- 
fensiva e  difensiva  dell'Austria  e  della 
Prussia,  per  tutto  il  tempo  che  durasse 
la  guerra  d'oriente,  guarentendosi  i  loro 
stati  eterrilorii,  tedeschi  e  non  tedeschi, 
e  obbligandosi  a  proteggere  i  diritti  e  gli 
interessi  della  Germania,  non  che  di  coo- 
perare al  ristabilimento  della  pace.  Inol- 
tre convennero  di  non  procedere  ad  azio- 
ni otfensi  ve  contro  la  Russia,  se  non  nel 
caso  dell'incorporazione  de'priucipali,  o 
di  un  attacco  o  d'un  passaggio  delia  linea 
de'Balkaui.  Questo  trattato  strinse  vieui- 


TUR 

meglio  l'unione  delle  potenze  occidenta- 
li. A' 29  inaggio  ebbe  luogo  il  cambia- 
mento del  ministero  turco:  al  gran  visir 
Mustafà  successe  Mehemet  KJpreslì  pa- 
scià, già  ministro  della  marina,  a  cui  fu 
sostituito  Ilalil  pascià  eh'  era  ministro 
senza  portafoglio.  11 1.° giugno  recatosi  il 
sultano  a  veder  l'accampamento  inglese, 
nel  partire  l'ambasciatore  gli  presela  ma- 
no e  aiutò  a  scender  nel  battello.  Di  chi 
un  sofia,  non  potendo  ralfrenar  la  colle- 
la,  si  mise  a  gridare  a  tutta  possa,  dicendo 
esser  stata  profanata  la  persona  del  suc- 
cessore di  Maometto  pel  tocco  d'un  cri- 
stiano !  Dopoché  sul  Danubio  si  agglo- 
merò impotente  esercito  auglo  francese, 
l'Austria  comineiò  a  minacciar  la  Russia 
insistendo  sullo  sgombero  de'  princi- 
pati, per  non  voler  tollerare  sommos- 
se a'  suoi  confini,  e  per  essere  liberata 
dalle  penose  conseguenze  che  il  rifiuto 
farebbe  pesare  sopra  i  suoi  alleati  ger- 
manici, x\nche  la  Prussia  impose  tal  com 
dizione  a'rtissi  per  noti  dichiarar  loro  la 
guerra.  Gli  altri  governi  tedeschi  della 
confederazione  Germanica  colle  discus- 
sioni di  Bamberga  e  di  Fraucfort  si  mo- 
strarono irresoluti  sul  partito  da  pren- 
dere e  temporeggianti,  propensi  alla  più 
stretta  neutralità  tinche  le  loro  terre  non 
venissero  invase.  E  ciò  non  senza  ragio- 
ne, perchè  i!  mettersi  in  campo  della  Ger- 
mania equivaleva  ad  una  guerra  gene- 
rale fra  tutte  le  maggioii  potenze  d'Eu- 
ropa, aila  rottura  degli  antichi  trattati 
che  regolano  i  loro  reciproci  diritti,  alla 
creazione  d'un  nuovo  giure  intemazio- 
nale e  ad  uno  spartiuieulo  de'  popoli  di- 
verso dal  presente!  Soltanto  aV^^o''0 
la  dieta  acconsenti  finalmente  al  trattato 
austro-prussiano  e  all'articolo  addiziona- 
le, tranne  i  due  granduchi  di  Meklem- 
burgo,  che  poi  apertamente  si  mostraro- 
no molto  favorevoli  alla  Russia.  Per  to- 
gliere all'  autocrate  russo  il  pretesto  di 
voler  proteggere  la  da  lui  denominata 
fede  ortodossa  della  chiesa  greca,  fu  pre- 
sentata ad  Antimo  patriarca  scismatico 


TUR  4^3 

dalla  Sublime  Porta  una  lettera  enciclica 
da  pubblicarsi  alla  sua  nazione,  a'  suoi 
metropoliti  e  vescovi.  In  essa  si  dichiarò 
esser  la  chiesa  greca  di  Costantinopoli  di- 
versa da  quella  de'russi  in  molti  riti  e  an- 
co in  qualche  dogma,  senza  parlare  del 
governo  ecclesiastico,  adduceudosi  d'ogni 
cosa  le  prove  e  i  fatti.  Il  patriarca  sapen- 
do che  vi  avea  contribuito  alla  compda- 
zione  1'  ambasciatore  inglese,  non  volle 
pubblicarla  e  rinunziò  la  dignità  a  Re- 
schid,  il  quale  non  accettò  e  lo  esorlò  a 
ubbidire  al  sultano,  che  volea  così  sot- 
trarre la  chiesa  greca  dalle  pretensioni 
russe.  Tuttavolta  il  patriarca  si  ostinò  nel 
rifiuto,  e  de' 1  2  metropolitani  del  suo  si- 
nodo u'mno  volle  succedergli  e  pubblicar 
la  circolare.  Questo  altare  non  ebbe  con- 
seguenze e  restò  sopito.  Nel  giugno,  per 
hulisposizione  di  salute  di  Reschid  pa- 
scià, il  sultano  affidò  per  interini  gli  alfa- 
ri  esteri  a  Chekib  pascià  ch'era  presiden- 
te del  consiglio  di  stato,  quello  che  si  recò 
in  Roma  a  complimentare  il  Papa  Pio 
IX.  Nella  provincia  di  Rais  nell'Arme- 
nia Maggiore  ebbe  luogo  un  rilevante  fat- 
to d'armi  col  vantaggio  de'russi,  i  quali 
sconfìssero  la  truppa  irregolare  turca  dei 
bascibozueh,  soldati  di  ventura  come  gli 
italiani  del  medio  evo,  che  profittando 
dell'occasione  spogliavano  e  scannavano 
i  cristiani  de'  luoghi  remoti  da  Costanti- 
nopoli. Le  flotte  alleate  ridussero  in  ce- 
nere il  porto  d'Odessa,  indi  riparato  proli 
lamenti1;  inutilmente  sfidarono  la  squa- 
dra russa  a  uscir  da  quello  di  Sebastopoli, 
porto  assai  forte,  magnifico  e  importante, 
giacente  formidabilmente  nella  punta  me- 
ridionale della  Criaiea,che  sporge  sul  mar 
Nero,  come  posto  avanzalo  presso  il  capo 
Chersoueso.  Di  più  catturarono  i  basti- 
menti mercantili  russi  iti  mare  o  iu  rade 
aperte,  rovmarouo  i  1  5 forti  eretti  sul  li- 
torale di  Circassia  abbandonati  da'russi, 
oltre  altri  e  anche  di  Giorgia,  cacciando 
la  loro  bandiera  dal  marNero  che  preten- 
devano signoreggiare,  restando  così  sco- 
perto il  fianco  dell'esci  cito  russo  in  Asia. 


; i4  tu  r 

i\è  anche  la  flotta  di  Cronstadt  volle  ti- 
*,cùe,  alla  vista  di  quelle  di  Napier  e  dei 
francesi,  pei*  cui  si  osservò  clic  senza  im- 
mensi sforzi  la  Russia  non  poteva  lunga- 
mente lottare  colPEuropa,  sebbene  essa 
più  volle  dichiarò  che  avrebbe  resistito 
fino  all'ultimo  uomo  e  (ino  all'ultimo 
rublo.  Di  latto  si  può  dire  che  quasi  tut- 
ta la  Russia  divenne  un  campo  di  esercizi 
e  movimenti  militari,  tra  l'entusiasmo 
delle  truppe  e  la  fedeltà  de'popoli.  Anche 
essa  ricevè  copiosissime  offerte  dalla  no- 
biltà e  altri  ricchi  sudditi  per  sostener  la 
guerra,  e  si  alleò  con  alcuni  kan  dell'  A- 
sia,  come  con  quello  di  Khiva,  promet- 
tendo di  non  intromettersi  mai  ne'domi- 
itii  e  nelle  leggi  del  kan  sino  alla  fine  del 
inondo.  1  turchi  perdettero  l'  eroico  co- 
mandante di  Silislria  Mussa  pascià,  uc- 
ciso da  una  palla  quando  rendeva  grazie 
a  Maometto  della  vittoria  riportata;  ed 
Hussein  pascià  gli  successe.  Dopo  enormi 
perdite  fatte  sotto  i  muri  diSilistria  di  cir- 
ca 24,000  morti,  fra' quali  più  generali, 
i  russi  a' 1  4  giugno  l'abbandonarono,  ed 
il  principe  Paskewitch  ritirandosi,  ripie- 
ne il  comando  come  generalissimo  Gort- 
schakofl.  1  russi  battuti  sul  Dauubio  vin- 
cevano in  Armenia  contro  Selim  pascià 
■vicino  a  Guriel,  pel  valore  del  generale 
Andronikolf:  essi  in  Asia  aveano  mag- 
giori forze  ed  esperti  generali.  Nel  luglio 
Nicolò  I  ordinò,  che  per  breve  tempo  le 
truppe  si  ritirassero  dalle  posizioni  insa-  „ 
lubri  del  Danubio  verso  le  più  salubri 
de'mooti,  inquieto  per  l'incredibile  resi- 
stenza fatta  da'  turchi  nell'improvvisata 
fortezza  di  Calafat.  I  turchi  se  non  furo- 
no sempre  vincitori,  furono  però  sempre 
buoni  soldati,  e  lungi  da  lasciar  in  pace 
il  nemico  lo  tormentarono  con  frequen- 
tissimi assalti,  riducendolo  alla  difensiva 
ed  a  fortificarsi  perciò  in  Bukarest  e  in 
Gioì gevo, dalla qual  ultima  posizione  riu- 
scirono di  cacciarlo  a'7  luglio  con  un  fat- 
to d'arme  onorevolissimo.  Nel  declinar 
di  tal  mese  alla  linei  russi,  per-tlifende- 
re  l.e  coste  del  maj-  Nero  e  la  Crimea,  e 


T  U  R 

col  prelesto  di  molivi  strategici,  comin-r 
ciarono  a  ritirarsi  da'principati  Danubia^ 
ni,  immediatamente  occupali  nell'agosto 
prima  da'  turchi  e  poi  dall'  Austria,  in 
conseguenza  delle  sue  rimostranze  e  dei 
precedenti  accordi  colla  Porta,  e  di  que- 
sta ne  ristabilì  l'autorità,  nominando  ca- 
pitano generale  delle  truppe  d'  occupa- 
zione il  luogotenente  feld- maresciallo  con* 
le  Gio.  Coronini  con  residenza  a  Bukarest, 
la  quale  per  aver  festeggiato  i  turchi  e  O- 
mer  pascià  nel  loro  ingresso,  la  Russia  si 
propose  punirla  a  suo  tempo.  11  barone 
Bach  fu  eletto  commissario  civile  ue'prin- 
cipati,  per  ristabilirvi  l'ordine  e  la  fidu- 
cia, impedire  e  sopire  qualunque  contro- 
versia. Così  l'Austria  assicurò  le  foci  del 
suo  Danubio,e  francò  il  commercio  degli 
stali  Germanici  sopra  il  mar  Nero. Men- 
tre Napier  danneggiava  in  più  modi  la 
Prussia  nel  Baltico,  le  coste  Bolniche  e 
Finniche  erano  desolate  dall'ammira- 
glio Plumridge,  perchè  secondo  l'istru- 
zioni del  suo  governo  inglese,  di  pren- 
dere, bruciare  e  distruggere,  colla  sua 
squadra  a  vapore  piombò  sui  legnelti  di 
poveri  pescatori  e  mercanti,  li  disperse, 
arse  e  spogliò;  egualmente  incendiò  e  di- 
strusse molti  magazzini  e  depositi  di  mer- 
ci, con  parecchi  cantieri,  e  le  navi  anco- 
rate ne'  porti.  Non  avendo  [ancora  nel 
Baltico  la  flotta  francese  catturato  verun 
bastimento,  l'odiosità  cadde  tutta  sugli 
inglesi.  Intanto  la  Francia  nel  luglio  spe- 
dì una  nuova  divisione  nel  Baltico,  sotlo 
gli  ordini  del  general  Baraguay  d' Hil- 
liers.  A'i41ug'i°  improvvisamente  morì 
d'apoplessia  al  Cairo  il  viceré  d'  Egitto 
Abbas,  di  biasimevole  vita,  alieno  dagli 
europei  e  nemico  del  progressivo  incivi- 
limento. Gli  successe  lo  zio  Mohammed 
Said  pascià  figlio  del  celebre  Mehemet 
Ali  di  32  anni,  che  siccome  educato  in 
Europa  si  sperò  fondatamente  dalle  sue 
tendenze  e  ingegno  grandi  benefizi  e  l'iu- 
troduzione  di  que'  miglioramenti  di  go- 
verno di  cui  abbisogna  l'Egitto;  perciò  la 
popolazioue  solennizzò  la  sua  assunzione 


TUR 

al  potere  con  illuminazione  e  feste.  Said 
scelse  a  sua  ordinaria  residenza  Alessan- 
dria. Dopo  la  visita  fatta  da  Napier  alle 
formidabilissime  fortificazioni  di  Cron- 
stadt,  esse  crebbero  molto  di  fama,  e  sem- 
pre più  si  dissero  impossibili  a  superarsi; 
laonde  si  perde  allora  la  speranza  di  bom- 
bardare il  propugnacolo  di  Pietroburgo. 
Bensì  Napier  nel  Baltico  bombardò  Bo- 
niarsund,  che  lo  era  stata  altre  volte,  e 
quindi  ue'pi  imi  d'agosto  l'espugnò  e  poi 
distrusse  Baraguay  d'Hilliers  dichiaran- 
do le  isole  d' A  land  libere  dal  giogo  russo, 
e  pochi  giorni  dopo  fu  egli  promosso  a 
maresciallo  di  Francia,  ove  ritornò  colla 
flotta  comandata  dall'ammiraglio  Par- 
se vai.  Anche  Napier  si  restituì  in  Inghil- 
terra, ma  tra  il  malcontento  de'suoi  con- 
nazionali, che  pretendevano    che  avesse 
dovuto  attaccare  Gronstadt  e  Sveaborg, 
biasimandolo  per  aver  fatto  poco  nel  Bal- 
tico. Ne!  mar  Bianco  fu  bombardata  Rola 
die  andò   in  fiamme,  ma  il  bombarda- 
mento del  monastero  di  Scholovez  non 
produsse  guasti.  Nel  mar  Pacifico  poi  le 
squadre  inglesi  e  francesi  danneggiarono 
il  forte  e  la  città  di  Pelropolowski.  Re- 
gnando nelT  estate  le   febbri   perniciose 
nelle  vicinanze  del  Danubio,  i  malati  fran- 
cesi portati  (Ja  Verna  negli  spedali  presso 
Costantinopoli,  molti  morirono,  e  sulle 
loro  tombe  furono  innalzate  grandi  croci 
co' nomi  scritti  de'  defunti,  cosa  insolita 
fino  a  questo  tempo  in  Turchia.  Il  cho- 
lera  scoppiato  in   Gallipoli  e  Vania  fa- 
cendo deplorabile  strage  ne' campi,  dila- 
zionò la  partenza  degli  alleati  per  la  Cri- 
mea o  altro  punto  del  territorio  russo, 
colla   loro  famosa  spedizione.  Con  noia 
de'22  luglio  di  Drouyn  de  Lhuys  mini- 
stro degli  affari  esteri  della  Francia  si  fe- 
cero nuove  pratiche  diplomatiche  per  la 
pace,  colle  seguenti  domande  inchiuse 
nel  protocollo  de'g  aprile,  soltanto  ten- 
denti a  salvare  l'integritàe  l'indipenden- 
za  della  Turchia.  i.°  Che  cessi  il  [  elet- 
torato russo  sui  principati  di  Moldavia, 
Valacchia  eServia;  ponendo  però  sotto 


TUR  425 

la  guarentigia  comune  delle  potenze  quei 
privilegi  che  il  sultano  concesse  a  quelle 
provincia.  o.°  Che  la  navigazione  alle  foci 
del  Danubio  sia  libera,  e  regolata  secon- 
dogli  atti  del  congresso  di  Vienna.  3.°Che 
il  trattato  de'  1  3  luglio  1 84 1  sia  riveduto 
in  guisa  che  venga  sminuita  la    potenza 
russa  nel  mar  Nero.  4«°  Che   ninna   po- 
tenza eserciti  una  prolezione  officiale  so- 
pra una  parte  de' sudditi   turchi,  come 
finora  fece  la  Russia;  ma  che  la  Francia, 
I'  Inghilterra,  1'  Austria,  la  Prussia  e  la 
Russia  s'accordino  insieme  nel  chiedere 
alla  Porta  i  privilegi  religiosi  pe'suoi  sud- 
diti cristiani,  salva  sempre  la  sua  indi- 
pendenza. L'Austria  approvò  tali  arti- 
coli e  le  guarentigie  che  la  Francia  e  l'In- 
ghilterra chiedevano  alla  Russia,  e  pro- 
mise di  non  trattar  con  questa  senza  ot- 
tenerle. La  Russia  rispose  con  un  rifiuto 
molto  chiaro,  benché  in  termini  mode- 
ratissimi, e  d'aver  richiamato  le  truppe 
da'  principati   Danubiani   pegli  interessi 
austriaci  e  tedeschi,  secondandone  i  voli, 
abbandonando  il  solo  punto  militare  che 
potesse  ristabilire  in  suo  favore  l'equili- 
brio delle  posizioni  dell'immenso  teatro 
dell'operazioni  di  guerra.  Avendo  fatto 
tale  sacrifizio  e  concessione  per  amor  del- 
la pace  inutilmente,  inoltre  dichiarò  la 
Russia,  di  vedersi  nella  necessità  di  rien- 
trare ne'  principati,  di  prender  davvero 
Silistria,  di  sconfiggere  Orner  pascià  e  di 
volare  a  Costantinopoli!  L'accettazione 
de'4  articoli  presentati  dall'Austria  aNt- 
colò  I,l'avea  raccomandata  anche  la  Prus- 
sia, come  base  d'  ulteriori  pratiche.  Le 
flotte  alleate  fecero  una  nuova    visita  a 
Sebastopoli,  ma  i  vascelli  russi  rimasero 
nella  loro  difesa  inespugnabile. 

Verso  la  Crimea  e  specialmente  verso 
Sebastopoli,  l'orgoglio  della  Russia  nel 
mar  Nero,  si  rivolse  l'attenzione  dell'Eu- 
ropa, aspettando  con  impazienza  l'esito 
d'  una  gigantesca  spedizione  intrapresa 
con  tanti  gravi  dispendii,  e  da  cui  sem- 
brava dipendere  le  sorti  della  clamorosa 
guerra,  sotto  il  supremo  comando  del 


fri  x  u  a 

maresciallo  Saint- A  maini.  A'5  settembre 
i854  si  mosse  la  flotta  francese  ila  Vania 
e  il  7  da  Baltcick  1'  inglese  :  fbrtnotti  di 
1  5o  legni  di  guerra,  de'quali  80  a  vapo- 
re, ed  un  convoglio  di  600  legni  da  cari- 
co. L'  esercito  era  composto  d»  70,000 
uomini,di  cui  35,ooo  francesi, 2 5, 000  in- 
glesi e  10,000  turclii  scelli.  1  mai  inai  e- 
inno  25, 000,  di  cui  5ooo  potevano  al- 
l'uopo prestar  aiuto  all'esercito  di  terra. 
Sui  legni  di  carico  si  contavano  5ooo  ca- 
valli,80  cannoni  ila  campagna,colle  provi- 
sioni  di  1  000  colpi  per  ogni  cannone,  e  vi- 
veri per  due  mesi. Si  stabili  bloccar  cou  1  5 
vascelli  il  porto  diSebastopoli  per  impedir 
che  la  flotta  russa  u'esca  per  inquietar  lo 
sbarco. Una  riserva  di  4o,ooo  uomini  e  di 
6000  cavalli  restò  per  allora  a  Vania  :  e  si 
dispose,  che  quando  il  grosso  dell'eserci- 
to sarebbe  a  lena,  vi  si  recherà  tal  riser- 
va e  così  sommeranno  160,000  uomini  i 
pronti  ad  assalir  la  fortissima  Sebasto- 
poli. Sebbene  si  previdero  le  difficoltà 
della  stagione  avanzata,  la  necessità  di 
prevenire  V  arrivo  de'  soccorsi  russi  for 
zò  gli  alleali  di  precipitare  i  preparativi 
d'  impresa  tanto  pericolosa  ;  ma  la  spe- 
ranza di  finire  con  un  sol  colpo  la  guer- 
ra prevalse,  ad  ogni  altra  considerazione. 
La  spedizione  fu  delle  più  arrischiate,  do- 
vendosi assalire  forse  a  numero  eguale 
un  nemico  difeso  da  fortezze  che  molti 
reputa  vano  inespugnabili.  Conquistar  Se- 
bastopoli e  laCrimea  a  qualunque  costo  od 
abbandonar  allallussia  l'oriente, ecco  l'al- 
ternativa in  cui  INicolò  I  pose  le  potenze 
d'occidente.  Dopo  esplorata  la  costa  dal 
CapoChersoueso  fino adEupaloriae  alCa- 
poLukul,  a' 1  £  settembre  francesi,  inglesi 
e  turchi,  deludendo  la  vigilanza  de'russi, 
presero  terra  a  Eupatoria,  città  forte  po- 
sta a  20  leghe  circa  da  Sebastopoli,  con 
porto  sicuro  e  rada  difesa  da'  venti  del 
nord,  e  luogo  opportuno  alla  sicurezza 
delle  truppe. Pare  che  non  vi  sia  stata  op- 
posizione alcuna,  e  senza  ferir  colpo  s'im- 
padronirono della  città  che  si  rese  a  di- 
screzione. Già  iu  Costantinopoli  era  slato 


TUR 

obbligato  lo  scismatico  patriarca  Antimo 
a  pubblicare  col  suo  nome  da'  enciclica 
composta  dall'ambasciatore  inglese  pro- 
testante e  destinata  a'  greci  scismatici, 
per  eccitarli  contro  la  Russia  e  a  favore 
degli  alleati,  ed  intesa  a  far  maledire  ila 
un  greco  patriarca  il  greco  sovrano  del- 
la religione  greca.  In  essa  si  esorta  i  greci 
scismatici  a  non  offender  gli  alleali  venuti 
a  sostenere  i  diritti  dell'impero  ottomano 
contro  P  esigenze  della  corte  di  Russia, 
che  sotto  pretesto  di  difender  l'ortodos- 
sia nasconde  disegni  furbi  e  politici,  co- 
me  già  lo  mostrò  in  varie  occasioni.  Es- 
sa, mentre  intende  a  cose  noci  ve  e  funeste, 
non  fa  che  manifestare  pubblicamente 
altre  intenzioni,  e  si  sforza  il'  attirare  i 
semplici  alle  sue  promesse  fallaci...  Dun- 
que voi  conoscendo  ora  la  menzogna  del- 
la Russia,  non  badate  alle  sue  chiacchie- 
re indegne  dell'attenzione  de'savi.  Qua- 
si contemporaneamente  in  Atene  G.  A, 
Maurocordato  pubblicava  :  V  Ultra- 
moiitanisnie  tUmasqué  par  lui  mane. 
Dice  la  Civiltà  Cattolica,  2 .a  serie,  t.  8, 
p,226,  nel  darne  contezza  riprovandolo, 
che  il  contenuto  del  libro,  il  cui  titolo 
sembra  promettere  tutt'altra  trattazione, 
si  riduce  ad  essere  un'apologia  dell'im- 
peratore delle  Russie  nella  corrente  que- 
stione orientale,  e  un'invettiva  contro  la 
Chiesa  cattolica.  L'autore  pretese  dimo- 
strare che  lo  czar  avea  diritto  a  tutte  ie 
sue  pretensioni  sulla  Turchia,  come  pro- 
tettore nato  della  Chiesa  orientale,  e  che 
queste  pretensioni  erano  legate  co'più  vi- 
vi interessi  della  Grecia.  Che  se  lo  czar 
avea  prima  protestalo  all'  ambasciatore 
inglese  che  *non  avrebbe  giammai  per- 
messa la  restaurazione  dell'impero  di  Bi- 
zanzio  o  l'ingrandimento  territoriale  del 
regno  ellenico  di  Grecia,  ciò  non  fa  da 
lui  detto  ex  animo,  ma  fu,  come  a  dire, 
una  bugia  officiosa,  o,  se  meglio  pi  a  ce,  uri 
dola*  bonus,  adoperato  per  ispiare  in  tal 
materia  i  sentimenti  dell'Inghilterra.  Del 
resto  i  greci  dover  stare  tranquilli;  che  le 
intenzioni  del  russo  cratio  diiinteressate, 


TUR 
e  mirare  unicamente  al  bene  della  nazio- 
nalità greca  e,sua  chiesa  ortodossa.  Esse- 
re il  gran  principio  filosofico  e  sociale  del 
dolus  bonus t  vero  inganno,  sempre  stato 
la  nonna  pe'greci  iti  tutte  le  loro  relazio- 
ni co'  crociali,  co'  turchi,  co' cappuccini 
e  gesuiti  allorché  questi  volevano  con-? 
vertii  li  al  callolieisnio,  e  perciò  da  loro 
tenuti  per  nemici.  Sui  rinnovellati  capi 
d'accusa  di  Maurocordato  e  suoi  correli- 
gionari contro  la  Chiesa  romana,  la  Ci- 
viltà richiama  le  sue  confutazioni  già 
fatte  e  ricordate  disopra,  nella  Coi  {filia- 
zione (V 'Antimo ,  nella  Risposta  alla  pa- 
rola ortodossa  (Vini  greco  russo,  e  nel- 
la Risposta  a  Mareorau.  Dimostrò  iu 
fine  che  la  prediletta  teorica  di  Mauro- 
cordato,  sopra  la  distinzione  del  dolus 
bonus  dal  dolus  mal u s  in  occidente  non 
suona  bene,  credendo  lecito  d  equivoca- 
le nelle  parole.  Anche  il  dotto  mg. "Mas- 
simo Mazlum  patriarca  greco-melchila 
d'Antiochia,  Gerusalemme  e  Alessandria, 
dulia  sua  residenza  di  Damasco  emanò 
a'suoi  connazionali  una  circolare,  savis- 
sima e  conveuienlissima  e  degna  d'un  di- 
gnitario cattolico.  In  essa  celebro  la  vit- 
toria riportata  dal  proprio  sovrano  il  sul- 
tano, nella  sconfìtta  de't  ussi,  che  forti  di 
80,000  uomini  assediavano  Silistria,  ri- 
cacciali oltre  iiPanubioe  resi  inabili  alla 
pugna  25,ooo  ;  acciò  si  raddoppiassero  Je 
pi  eghiere  a  Dio  affinchè  proteggesse  i  pre- 
ziosi giorni  del  sultano,  facesse  prospera- 
re il  suo  impero,  e  concedesse  la  vittoria 
finale  alle  sue  truppe,  come  a'suoi  eccel- 
si alleati  cristiani,!  quali  in  modo  si  no- 
bile l'aiutavano  a  difendere  i  propri  di- 
ritti, non  che  impedisse  un  ulteriore  spar- 
gimento di  sangue.  Così  e  mediante  soli- 
da pace,  sia  il  glorioso  risullamenlo  della 
guerra  impresa  dall'amato  sultano,  l'in- 
tegrità dell'impero,  onde  pocsa  il  monar- 
ca assicurare  il  ben  essere  de'suoi  popoli, 
la  libertà  di  coscienza  e  1'  indipendenza 
della  patria.  A' 20  settembre  gli  alleali 
incontrarono  per  lai.'  voltai  russi  iu  nu- 
mero di  enea  5o,ooo  sulla  riviera  d'Al- 


T  U  \\  427 

ma  formidabilmente  trincerati,  per  im- 
pedirgliene il  passaggio;  li  cacciarono  e 
sconfissero  dopo  4  ore  d'  accanito  e  san- 
guinoso combattimento,  e  la  mancanza 
di  cavalleria  impedì  di  perseguitarli  nella 
ritirata  e  mutare  la  1." vittoria  degli  al- 
leati iu  piena  sconfitta  del  nemico  coman- 
dalo in  persona  dal  principe  M enzikoff.  Si 
distinsero  tra' francesi,  che  pe'primi  va- 
lorosamente assalirono,  i  generali  Cauro- 
beri  e  lìousquel;  tutte  le  posizioni  furono 
prese  colla  baionetta  in  canna  al  grido  di 
/  iva  l'Imperatore,  l'Alma  fu  traversa- 
ta a  passo  di  carica.  GF  inglesi  ebbero 
1  5oo  uomini  fra  morti  e  feriti,  i  francesi 
lamentarono  la  perdita  di  i3oó  uomini 
circa  e  io33  feriti  ;  i  russi  peiderono 
5ooo  ovvero  8000  uomini.  L'artiglieria 
russa  danneggiò  assai,  ma  migliore  fu  re- 
putata la  francete;  gli  zuavi  si  fecero  am- 
mirare da' due  eserciti,  chiamali  i  primi 
soldati  del  mondo  dalla  relazione  di  Saint- 
Arnaud,  che  defluì  la  battaglia  dell'Al- 
ma, piena  vittoria  e  bella  giornata  da  ag- 
giungere a*  fasti  militari  della  Frauda. 
Napoleone  111  la  celebrò  a  Parigi  con  21 
colpi  di  cannone;  altrettanto  fece  in  Co- 
stantinopoli Abdul- Medjid.  I  russi  scora- 
ti per  l'audacia  degli  alleali,  senza  arre- 
starsi nelle  posizioni  formidabili  di  Rat- 
eila e  di  Delbeck,  entrarono  iu  Sebasto- 
poli, di  cui  con  determinazione  disperata 
colmarono  V  ingresso  calandovi  a  fondo 
5  vascelli  e  2  fregate;  non  conservando 
così  nell'interno  del  porto  che 9  vascelli, 
per  affondarli  se  Sebastopoli  venisse  pre- 
sa. La  chiusura  del  porlo  mutando  pie- 
namente l'aspetto  alla  condizione  di  Se- 
bastopoli, fece  cambiare  agli  alleati  il  pia- 
llo d'attacco,  dileguarsi  la  speranza  della 
prossima  espuguazione  di  Sebastopoli  e 
prepararsi  a  lungo  e  regolare  assedio,  ne- 
cessariamente modificando  lutto  il  dise- 
gno delia  campagna,  con  dolore  de' co- 
mandanti per  tale  deplorabile  operazione 
de'russi,  senza  che  la  tenibile  flotta  del 
Baltico  potesse  riscuotere  gli  onori  della 
campagna.  11 2  3  gli  alleali  erano  iu  mar- 


4i3  TUR 

era  per  prendere  posizione  dinanzi  alla 
città.  L'importante  Balaklava  con  porto 
ampio  e  sicuro,  distante  8  miglia  e  al  sud 
di  Sebastopoli,  con  via  postale  e  comodis- 
sima, fu  presa  a'25  dagl'inglesi  superan- 
done le  difficoltà  ;  e  cosi  l'esercito  fu  in 
piena  e  sicura  comunicazione  colle  flotte, 
die  ivi  felicemente  sbarcarono  l'artiglie- 
ria per  l'assedio  di  Sebastopoli,  la  cui  2.* 
linea  di  difesa  fu  egualmente  espugnato. 
Tentò  una  divisione  navale  russa  d'uscir 
dal  porlo,  dalla  piccola  apertura  lascia- 
tavi in  vista  della  batteria  del  nord,  ma 
fu  respinta  dal  francese  ammiraglioBruat 
com4  "ascdli.  L'  esercito  allealo  si  col- 
locò stabilmente  in  Crimea.  Per  quanto  in 
mezzo  iillo  strepito  dell'armi  poco  si  badi 
alle pratichediplomalicbe, nondimeno  gli 
storici  contemporanei  le  riferirono, come 
quelle  tra  l'Austria,  e  la  Prussia  e  la  dieta 
Germanica,  per  prevenire  gli  attacchi  del- 
la Russia,  mostrandosi  la  Prussia  appro- 
vare l'unione  di  Germania  in  favore  d' Au- 
stria, quando  la  Russia  volesse  assalirla 
per  l'occupazione  de'principati  Danubia- 
ni, nel  qual  caso  farà  essa  altrettanto,  pe- 
rò confidare  che  la  Russia  sarà  fedele 
alla  promessa  di  non  aggredirla.  LaRus- 
sia  dipoi  non  cessò  di  minacciar  le  fron- 
tiere tedesche,  con  eserciti  che  inondaro- 
no la  Polonia  e  marciarono  a 'confini.  Se- 
guirono ancora  varie  altre  note  e  dichia- 
razioni tra  Austria  e  Prussia,  la  quale  in 
alcuni  punti  non  si  mostrò  d'accordo;  vo- 
lere restare  alleata  dell'  Austria,  ma  non 
veder  ancora  giunto  il  tempo  di  mobiliz- 
zar l'esercito  per  assalir  quindi  la  Russia. 
Le  potenze  alleate  inviarono  alla  Prussia 
note  premurose,  invitandola  a  uscire  dal- 
la sua  politica  dubbia  nella  questione  o- 
rientale.  E  siccome  anche  l'Austria  con- 
centrò truppe  a'  confini,  così  ebbero  luo- 
go tra  essa  e  la  Russia  molte  note  per  do- 
mandar spiegazione  de'  loro  movimenti 
reciproci.  Entrali  gli  alleati  in  Balaklava 
si  trovarouo  sicuri  da'  russi,  possessori 
d'un  bel  porto  e  vicini  a  Sebastopoli;  ma 
i v»  perderono  il  maresciallo   Sainl-Ar- 


TUR 
nauti,  il  quale  tormentato  già  da  lungo 
tempo  da  crudèle  malattia,  non  potè  re- 
siviere  all'ultime  fatiche,  e  specialmente 
per  le  [2  ore  passate  sul  cavallo  Della  gior- 
nata dell'Alma.  CedèduiKjue  il  comando 
al  general  Canrobert,  ferito  in  detta  bat- 
taglia, come  avea  destinalo  l' imperato- 
re, e  s' imbarcò  per  Costantinopoli,  ma 
morì  prima  di  giungervi  a'  29  settembre 
sul  vapore  che  lo  conduceva,  e  da  buon 
cristiano,  dopo  avere  ricevuti  tutti  i  sa- 
gra menti  e  con  piena  rassegnazione  al  vo- 
lere di  Dio,  che  gli  toglieva  la  vita  nel 
più  bello  forse  di  sue  speranze,  e  nell'au- 
ge della  sua  gloria  militare.  Mentre  gli 
alleati  strenuamente  allestivano  ogni  co- 
sa per  stringere  al  più  presto  la  piazza,  e 
mulatodiseguo  d'attacco  dal  nord  al  mez- 
zogiorno per  l'ardita  mossa  di  Menzikolf, 
spedirono  a  difesa  d'Eupatoria  8000  tur- 
chi, protetti  dalla  flotta  turco-egizia;  ed 
il  principe  Menzikolf  affidò  il  comando 
di  Sebastopoli  al  geueral  Sciooiutoff,  che 
da  Perekop  avea  condotto  il  soccorso  di 
1 5.000  russi.  La  guerra  d'oriente  si  com- 
batteva intanto  sotto  le  sole  mura  di  Se- 
bastopoli^ la  questione  d'oriente  si  agi- 
tava pressoché  esclusivamente  tra  l'Au- 
stria e  la  Prussia  al  modo  accennato. Pre- 
sero posizione  al  mezzodì  di  Sebastopo- 
li, gl'inglesi  alla  dritta  e  i  francesi  alla  si- 
nistra, e  si  dierono  a  fare  opere  fortifica- 
torie, ad  aprir  le  trincee  e  ad  eseguire 
gli  altri  apparecchi  necessari  per  comin- 
ciare il  bombardamento  della  città  e  dei 
torli,  sturbati  continuamente  da'  canno- 
ni, dalle  bombe  e  dalle  sortile  de'  russi. 
A '9  ottobre  gli  alleati  aprirono  la  trincea 
a  700  metri  dalla  piazza,  ed  a'i  7  comin- 
ciarono a  cannoneggiare  la  città  da  terra 
e  da  mare,  cui  risposero  gli  assediati  colle 
loro  batterie  molteplici:  le  perdite  e  i  dan- 
ni non  furono  piccoli  né  dall'una  uè  dal- 
l'altra parte.  Dinanzi  al  porto  della  Qua- 
rantena, all'entrata  di  Sebastopoli,  7  va- 
scelli francesi  cominciarono  a  bombar- 
dare i  forti  della  Quarantena,  d'Alessan- 
dro e  di  Nicolò:  le  due  squadre  inglese  e 


TUR 
turca  presero  a  battere  il  forte  di  Comari* 
tino  ed  al  tre  batterie,  ridncendo  il  i  ."for- 
te a  non  poter  più  rispondere,  al  fuoco 
loro.  Il  comandante  del  forte  Costantino 
l'ammiraglio  RornilolF  vi  restò  Ucciso, e 
gli  successe  il  sunnominato  ammiraglio 
JNakhimoiFche  alla  sua  volta  vi  perì. L'e- 
sercito francese  diviso  in  due  parli,  l'una 
attendeva  all'assedio  sotto  il  general  Can- 
robert,raltra  capitanata  dal  generalbous- 
quet  era  opposta  all'esercito  di  MenzikofF 
e  a' rinforzi  condottigli  dal  general  Li- 
prandi,  il  quale,comedirò, sforzò  un  cana- 
po degl'inglesi  e  ne  disfece  la  cavalleria. 
Il  bombardamento  di  Sebastopoli  e  il  con- 
seguente avanzarsi  lentamente  si  e  mici- 
diale, ma  pure  costante  degli  alleali  sotto 
le  mura  nemiche,  comincialo  il  17  otto- 
bre,andò  continuando  fino  a'25,  nel  qual 
giorno  assaliti  daLiprandi  dovettero  pen- 
sare piti  che  all'assedio  a  difendersi. Gli 
attacchi  furono  respinti,  mai  lavori  d'as- 
sedio restarono  assai  danneggiali,  ed  al- 
lontanato da'  russi  il  pericolo  d'un  pros- 
simo assalto  generale,  destinato  pel  5  no- 
vembre. Gl'inglesi  patirono  a  Balaklava 
la  delta  strage  per  imprudente  ardore, 
nel  difendere  i  turchi  costretti  alla  fuga: 
di  700  cavalieri  usseri  tornarono  appena 
i8oal  campo  inglese.  Lord  Raglan  sospe- 
se il  loro  comandante  lord  Caidigan,  eia 
Porta  fece  giudicare  da  un  tribunal  di 
guerra  Selim  pascià  incolpato  di  negli- 
genza e  imprevidenza.  Per  questo  rove- 
scio gli  alleati  si  videro  piantalo  dietro  di 
loro  il  general  Liprandiben  afforzato  in 
una  posizione  che  prima  serviva  loro  di 
difesa.  Procedendo  però  a'iavori  d'asse- 
dio a'  5  novembre  aveano  avanzato  la 
trincea  sino  a  200  metri  dalle  fortezze. 
Nel  qual  giorno  temendo  il  divisalo  assal- 
to, di  buou  mattino  animati  dalla  presen- 
za de'  granduchi  Michele  e  Nicolò,  figli 
dell'imperatore,  guidati  da'generali  Men- 
zikofF  e  Dannenberg,  e  favoriti  dalle  te- 
nebre e  dalla  nebbia,  con  grande  appara- 
lo di  Iruppe  attaccarono  la  destra  della 
posizione  inglese,  mentre  la  guarnigione 


T  U  II  429 

lieve  una  sortita  al  fianco  sinistro  contro 
la  linea  francese.  Si  combattè  per  1  2  ore 
con  indicibile  accanimento  e  con  danni 
gravissimi  d'  ambo  le  parti,  e  maggiori 
assai  quelli  de'russi  per  9000  feri  li  circa, 
oltre  i  generali  e  5ooo  morti.  Restarono 
feriti  più  di  5generali  inglesi,  oltre  Smor- 
ti, e  le  altre  perdite  per  metà  alle  nemi- 
che. Però  i  russi  fallirono  il  loro  scopo 
principale  di  liberar  Ja  piazza  dall'asse- 
dio, rovinandone  bensì  le  operazioni  on- 
de procrastinare  l'assalto  generale.  Que- 
sta terribilebattaglia,detta  dlnkermann, 
si  qualificò  la  maggiore  dopo  le  famose 
combattute  da  Napoleone  1,  poiché  Ni- 
colò I  avea  fermamente  risoluto,  col  pia- 
no che  si  disse  immaginato  da  lui,  che  il 
giorno  5  novembre  dovea  esser  l'ultimo 
dell'assedio  di  Sebastopoli, e  perciò  vi  avea. 
mandato  i  figli  per  l'esatta  esecuzione  e 
per  eccitare  V  ardore  delle  truppe  com- 
poste da  circa  60,000  uomini.  Sorpresi 
8000  inglesi  dall'improvviso  impeto  del- 
le masse  lusse  e  da  \i  pezzi  d'artiglieria 
che  vomitavano  fuoco  e  morte  dalla  gua- 
dagnala altura  adiacente  al  campo,  me- 
ravigliosamente tennero  fronte  per  2  ore, 
finché  corsi  i  7000  francesi  condotti  dal 
Rousquel  li  salvarono. Allora  i  russi  retro- 
cederono, perderono  l'altura  che  ripiglia- 
rono per  ben  3  volte  i  francesi  e  inglesi, 
a 'quali  riuscì  di  manlenervisi.  e  fuggendo 
furono  vittime  della  strage  che  facevano 
i  cannoni  francesi  posti  sull'altura  che 
domina  il  ponte  della  Chernaia.  Mentre 
si  combatteva  a  corpo  a  corpo  così  alla 
diritta,  la  guarnigione  di  Sebastopoli  fe- 
ce alla  sinistra  una  sortita  contro  le  trin- 
cee fi  ai! cesi,  la  quale  con  istento  fu  re- 
pressa e  non  senza  la  morte  del  general 
Lourmel  che  comandava  3ooo  uomini. 
In  tal  modo  soli  18,000  alleati  presero 
parte  alla  battaglia, sostenuta  o  vinta  con- 
tro almeno  5o,ooo  russi;  il  qual  numero 
tanto  sproporzionato  segnalò  il  trionfo 
degli  alleati  e  rese  famosa  la  vittoria  di 
Inkermann,  vocabolo  turco  che  significa 
città  da  basso,  nelle  cui  vicinanze  si  com- 


43o  T  u  a 

battè.  Tultavolla  fu  questa  una  ili  quel- 
le vittorie  che  indeboliscono  così  il  vinci- 
tore come  il  vinto.  1  russi  restarono  per 
qualche  tempo  d'assalir  gli  alleati,  e  que- 
sti non  attesero  che  a  fortificare  il  cam- 
po. 1  granduchi  Nicolò  e  Michele  parti- 
rono per  la  Bessarabia.  Gli  alleali  cessa- 
rono dal  bombardare  per  la  sproporzio- 
ne che  passava  tra  la  loro  artiglieria  e 
quella  de'russi,  i  quali  armarono  la  piaz- 
za co'cannoni  de'disarmati  legni  da  guer- 
ra ili  lunghissima  portata,  maneggiati  con 
grandissima  giustezza  di  tiro  da'loro  bra- 
vi artiglieri.  Ormai  non  si  trattò  più  di 
assalir  la  città,  quanto  di  sostenere  una 
vera  campagna  d'invernocombatluta  tra 
due  eserciti  potentissimi  ,  e  le  procelle 
grandi  del  mar  Nero,  massime  de'  «4  no~ 
vembre  la  quale  infranse  circa  32  legni 
da  carico,  indebolendo  vieppiù  gli  alleati. 
L'uragano  fu  spaventoso,  e  il  danno  de- 
plorabile e  gravissimo.  Durante  tal  for- 
tuna di  mare  i  russi  invano  tentarono  di 
ricuperare  Enpatoria.  In  Francia  quindi 
e  in  Inghilterra  non  si  pensò  che  a  man- 
dar poderosi  rinforzi  in  Crimea,  ove  le 
truppe  doveano  combattervi  indefessa- 
mente una  penosa  guerra  d*  inverno  e 
lottando  ancora  con  l'asprezza  del  clima. 
Frattanto  Mohammed  .Said  pascià  viceré 
d'Egitto,  die  saggio  di  elevala  mente,  pel 
suo  celebre  firmano  de'  3o  novembre 
i854,  col  quale  e  con  diverse  condizioni 
concesse  al  francese  Ferdinando  Lesseps 
(forse  quello  stesso  di  cui  feci  parola  nel 
voi.  LUI,  p.  21  1),  già  console  francese  in 
Egitto,  l'autorizzazione  esclusiva  di  for- 
mare e  dirigere  una  Società  0  compagnia 
universale  del  canale  marittimo  di  Suez, 
composta  di  azionisti  6  capitalisti  di  tut- 
te le  nazioni,  ed  a  tutte  sue  spese  esclu- 
sivamente, l'impresa  gigantesca  e  d'altis- 
sima importanza  del  taglio  dell'  Istmo 
di  Suez,  disegno  aulico  e  in  questi  ullimi 
anni  con  incredibili  sludi  maturato  pei 
sommi  vantaggi  che  ne  doveano  deriva- 
re all'Egitto,  per  l'unione  cioè  del  mar 
Mediterraneo  col  mar  Rosso,  mediante 


TUR 

l' escavazione  d'un  gran  canale  marini 
1110  navigabile  da  glandi  navigli  tra'due 
mari;  non  che  per  costruire  o  acquistare 
due  mfficenti  ingressi,  uno  sul  mar  Rosso, 
l'altro  sul  Mediterraneo,  e  per  stabilire 
ilue  porti.  La  durala  della  concessione 
la  stabili  a  99  anni  dal  giorno  dell'aper- 
tura del  canale  in  poi;  indi  dovendo  su- 
bentrare in  tutti  i  diritti  della  società  il 
governo  egiziano,  insieme  al  pieno  pos- 
sesso degli  stabilimenti.  vSi  dichiara  inol- 
tre nel  firmano,  che  (salvo  le  condizioni 
della  ratifica  del  sultano)  l'Egitto  lascerà 
per  sempre  aperto  il  canale  a  tutti  i  ba- 
stimenti di  commercio  che  tragittano  da 
Pelusio  a  Suez  senza  veruna  distinzione 
o  preferenza  di  persone  o  di  nazione,  a 
patio  solo  diesi  paghino  le  lasse  e  si  a- 
dempiano  i  regolamenti  stabiliti  dalla 
compagnia  universale.  1  capitali  per  sì 
grande  e  utile  impresa  vennero  tosto  of- 
ferti da  varie  parti  al  Lesseps;  ma  egli 
non  volle  stringere  le  pratiche  e  avven- 
turare l'  esecuzione  prima  che  la  parte 
teorica  della  questione  non  fosse  recala 
a  chiarissima  e  universale  evidenza  dalla 
Commissione  scientifica  internazionale) 
che  pronunziò  la  sua  sentenza.  L'Istmo 
di  Suez  unisce  l'Africa  all'Asia,  ed  è  ser- 
rato tra  il  Mediterraneo  e  il  golfo  diSuez 

0  golfo  d'  lleroopolis  il  più  occidentale 
de' due  bracci  che  il  mar  Rosso  o  golfo 
Arabico  forma  nella  sua  parte  settentrio- 
nale, golfo  posto  all'estremiti  nord-ovest 
del  mar  Rosso.  L'Istmo  di  Suez  ha  2  5  le- 
ghe d'estensione.  L'  Osservatore  Trie- 
stino intorno  al  taglio  dell'Istmo  di  Suez 
pubblicò  le  seguenti  nozioni  storiche,  che 
omplierò  colle  posteriori  pubblicate  dal- 
la Civiltà  Cattolica  nella  3. a  serie.  Que- 
sta nel  t.  2,p.  378,  dicendo  del  firmano 
concesso  per  l'apertura  e  fora  mento  del- 
l' Istmo  di  Suez,  lo  chiamò  nuovo  por- 
tento dell'arditezza  umana  che  meravi- 
glierà il  mondo.  Indi  nel  t.  4j  P«  34,  ci 
diede  il  dotto  articolo:  //  canale  di  Suez. 

1  vi  lo  dice  gran  disegno,  che  originato  3o 
secoli  fa,  sembra  finalmente  avvicinarsi 


T  U  R 
fella  sua  compiuta  esecuzione.  Dichiara 
pure  che  non  deve  far  meraviglia  il  tanto 
e  universale  ardore  destato  per  !a  sua 
costruzione,  poiché  non  è  solo  un  gigan- 
tesco lavoro  idraulico  e  una  queslioue  di 
commercio  d' altissimo  valere  pe'  t indi- 
canti, ma  la  conseguenza  dell'aprimento 
dell'Istmo  egiziano  ha  relazioni  cosi  stret- 
te colla  politica  e  colla  civiltà  universale, 
che  vincono  di  gran  lunga  la  sua  mate- 
riale importanza.  Il  perchè  ne  die  bella 
contezza  storica  e  descrittiva  dell'  intra- 
presa, con  alcune  riflessioni  intorno  a'ri- 
sultati  grandiosi  che  nel  mondo  traffi- 
cante e  civile  ne  seguirebbero,  conside- 
randolo sotto  i  precipui  aspetti  eh'  esso 
presenta.  Nel  declinar  del  secolo  passalo 
il  problema  di  congiungere  i  due  mari 
Mediterraneo  e  Rosso  fu  rimesso  in  cam- 
po dalla  gran  mente  di  Bonaparte  Na- 
poleone, e  durante  la  narrata  spedizione 
sua  nell'Egitto  lo  diènei  1799 a  studiare 
e  a  risolvere  a  que'dotti,  di  cui  avea  con- 
dotta seco  un'eletta  schiera.Tuttavia  non 
si  potè  spinger  oltre  la  grand' opera,  la 
quale  e  pel  ritorno  di  Bonaparte  in  Fran- 
cia ,  e  per  l'immatura  morte  del  genera- 
le Rleber  s'arenò  in  sul  bel  principio.  Ma 
Enfantin,  dopo  avere  acceso  in  Europa 
nuovo  ardore  per  la  questione,  radunò 
in  Egitto  fino  dagli  ultimi  del  1847  un 
corpo  d'ingegneri  francesi  e  di  varie  na- 
zioni insigni,  tra' quali  De  Bruck  attua- 
le ministro  delle  finanze  dell'impero  au- 
striaco, Negrelli  celeberrimo  ingegnere 
del  medesimo,  Roberto  Stephenson  no- 
tissimo per  le  sue  imprese  gigantesche  di 
architettura  idi  aulica,  e  Paolino  Talabot 
autore  della  ferrovia  da  Lione  al  Medi- 
terraneo. Si  recarono  sul!'  Istmo  per  far- 
vi colla  maggior  diligenza  gli  studi  op- 
portuni alla  scavazione  d'  un  canale  ma- 
rittimo che  unisse  idue  mari.  Riuscirono 
a  chiarire  e  correggere  gli  eri  ori  del  se- 
colo scorso  de'  geometri  francesi,  sebbe- 
ne valenti,  trovando  principalmente,  che 
i  due  mari  a  bassa  marea  hanno  livello 
eguale,  salvo  le  maree.  Quindi  sui  nuo- 


T  U  R  43 1 

vi  e  profondi  studi  e  misure  prese,  si  for- 
marono i  nuovi  disegni  proposti  e  di- 
scussi in  tutta  Europa  intorno  al  fura- 
mento  dell'Istmo.  E  siccome  la  Francia 
non  desistè  mai  dal  suo  progetto,  poi  vi 
inviò  il  Lesseps  a  recarlo  in  atto,  con  ri- 
prendere l'opera  della  società  europea 
concepita  da  Enfantin.  L'  Istmo  che  si 
trattò  di  tagliare  ha  circa  120,000  metri 
di  larghezza  tra  Suez  e  la  riva  al  nord  di 
Vai  amali  presso  l'antico  Pelusio  :  ora  le 
terre  di  alluvione  estendendosi  a  un  5ooo 
metri,  ne  consegue  che  il  minimo  della 
distanza  tra'due  punti  estremi  è  di  circa 
1  1  5,ooo  metri.  Non  è  moderna  1'  idea 
della  formazione  d'  un  canale  che  met- 
tesse in  comunicazione  i  due  mari:  vuoisi 
che  Sesostri  la  intraprendesse  pel  i.°,inca- 
nalandoil  braccio  Pelusiaco  del  Nilo  e  re- 
candolo in  comunicazione  col  mareRosso. 
Altri  con  Erodoto  più  probabilmente  as- 
serisconOjChe  ciò  avvenisse  sotto  Necao  fi- 
glio di  Psammetico,ina  che  da  Necao  fosse 
interrotta  per  ubbidienza  a  un  oracolo. 
PeròDario  figlio  d'Istaspe,  impadronito- 
si dell'Egitto,  ne  ripigliò  i  lavori  ed  aprì 
nuovamente  il  canale.  Secondo  Erodoto 
eStrabone  esso  fu  ristorato,eompito  e  reso 
navigabile  da  Tolomeo  II  Filadelfo,  con- 
ducendo il  canale  fino  ad  Arsinoe  sull'E- 
ritreo. All' opera  de'Faraoni,  de're  per- 
siani e  de'greci  s'aggiunse  più  tardi  quel- 
la degl'imperatori  romani.  Ne' primi  an- 
ni del  regno  d'Antonino  era  in  piena  at- 
tività, o  meglio  apiì  un  altro  canale  da 
lui  chiamalo  in  onore  di  suo  padre  adot- 
tivo, Hamnis  Traianus,  che  partendo 
da  Babilonia  d'Egitto  (il  Cairo)  correva 
fino  a  Pharbaclis  o  Bnlheis,  e  qui  s'allac- 
ciava all'antico.  E  vi  ha  luogo  a  credere 
che  continuasse  ad  esserlo  durante  il  sèco- 
lo degli  Antonini.  S'ignora  in  qual  epoca 
precisa  questo  canale  fosse  lascialo  ostrui- 
re dalle  sabbie;  si  sa  però  che  ri  ma  se  eli  in* 
so  fino  alla  conquista  dell'Egitto  fatta 
dagli  arabi,  cioè  dal  principio  del  III  se- 
colo dell'era  corrente  fino  quasi  alla  me- 
tà del  VII.  Fu  ristabilito  dal  calilfo  d'O- 


43a  TUR 

mar,  e  ne  continuò  la  navigazione  fino  al 
califfo  Abu-Giafar-Almanzor.  che  il  fì;ce 
ch'iutiere  verso  gli  anni  762-767  per  im- 
pedire il  ti  asporto  di  viveri  al  ribelle  Mo- 
li.untt-Ben-Abdullà.  Da  quell'  epoca  in 
poi  il  canale  non  fu  più  ricostruito,  ma  se 
ne  vedono  le  vestigia.  Il  celebre  calilTo 
lIurum-al-Rascid  del  786  lo  voleva  ri- 
storare, ma  ne  fu  stornato  per  timore  che 
ì  mussulmani  non  venissero  distolti  dal 
recarsi  in  pellegrinaggio  alla  Mecca.  Nel 
1 5 1  7  il  sultano  Selim  I  insignoritosi  del- 
l'Egitto  s'avvisò  anch' egli  di  riaprire  il 
canale,  ma  la  morte  ne  troncò  il  disegno, 
Solimano  II  suo  figlio  riprese  il  concetto 
ereditato  dal  padre,  e  v'impiegò  di  molti 
denari  e  operai,  senza  però  riuscire  nel- 
l'intento. E  a  vuoto  parimenti  riuscirono 
le  speranze  de' suoi  successori  fino  a  Mu- 
stela III  del  17  57,  frastornate  sempre  dal- 
la morte  oda  ostacoli  che  sarebbe  lungo 
a  ridire.  Né  miglior  esito  incontrarono  le 
istanze  che  presso  i  sultani  d'Egitto  mos- 
sero i  veneziani,  quando  si  videro  rapire 
la  suddetta  signoria  de'  mari  da'  porto- 
ghesi scopritori  del  Capo  di  Buona  Spe- 
rante le  premure  di  Luigi  XIV,  il  quale 
consigliatovi  da  Leibnitzio,  ne  fece  tener 
vive  pratiche  alla  Porta  dall'  ambascia- 
tore Nointel.  Trovasi  l'Istmo  di  Suez  al- 
l'oriente del  Delta  o  triangolo  della  pia- 
nura del  Basso  Egitto,  in  forma  di  breve 
lingua  di  terra,  che  correndo  da  Suez  a 
Pelusiodivideilmare  Rosso  dal  Mediter- 
raneo; e  forse  negli  antichissimi  tempi  in 
cui  il  Delta  era  una  gran  baia,  l'Istmo  non 
era  che  un  Bosforo,  ossia  stretto  di  mare. 
Tenendola  via  più  breve,  cioè  la  dritta 
che  fila  da  mezzodì  a  tramontana,  s'in- 
contrano lande  montuose  e  difficili; men- 
tre facendo  un  po'  di  curva  si  trova  una 
strada  agevolissima  e  lunga  più  di  120 
chilometri,  che  la  natura  sembra  avere 
preparata  appunto  per  ricevervi  un  ca- 
nale, ed  alimentato  con  l'acqua  dei. due 
mari,  per  quindi  sboccare  sul  Mediterra- 
neo nella  baia  di  Tineh  pel  porto  Said. 
Aperto  il  canale,  le  spiaggie  vicine  del 


T  LI  R 

mar  Rosso  e  del  Mediterraneo  sa  ranno  il- 
luminate con  fari  di  1 /'ordine,  per  indi- 
carne a'vascelli  l'entrata.  Le  conclusioni 
da  ultimo  recate  dalla  commissione  scien- 
ti fica  internazionale  sembrano  avere  pie- 
namente risoluta  ormai  la  questione  del 
taglia  mento  dell'Istmo  egiziano,per(j uà  il- 
io riguarda  il  suo  lato  scientifico.  Resta 
ora,  che  ella  venga  decisa  anche  dal  lato 
politico,  mediante  il  consenso  delle  na- 
zioni europee,  delle  quali  siccome  comuni 
sarebbero i  grandissimi  vantaggi  che  l'in- 
trapresa promette,  cosi  vuole  anch'essere 
comune  il  concorso  e  la  cooperazioue  ad 
eseguirla.  Tra  esse  la  sola  Inghilterra  si 
è  mostrala  avversa  (sebbene  ottenne  da 
Abbas  pascià  di  costruire  tra  Suez  ed  A- 
lessaudria  la  strada  ferrata  che  ora  serve 
per  la  loro  posta  dell'Indie),  non  già  per- 
chè non  abbia  a  sperarne  anch' ella  ric- 
chissimi profitti  pel  suo  commercio  del- 
l'Indie; ma  perchè  dovendo  l'apertura 
dell'  Istmo  tornare  più.  vantaggiosa  alle 
nazioni  che  siedono  sul  Mediterraneo, che 
nona  lei  rilegata  nell'Oceano,  l'accresciu- 
ta prosperità  di  queste  ridonderebbe  in 
suo  danno  e  le  scemerebbe  forse  quella 
signoria  de'  mari  di  cui  è  sommamente 
gelosa.  Ella  teme  ehe  non  incontri  a  lei 
per  1'tipri  mento  dell'Istmo  quel  che  av- 
venne a  Venezia  per  lo  scoprimento  del 
Capo  di  Buona  Speranza.  Secondo  i  cal- 
coli de'perili,  6  anni  basterebbero  a  com- 
piere un'  opera  che  farà  succedere  nel 
mondo  una  rivoluzione  meravigliosa  e  u- 
niversale,  qual  non  si  vide  più  dal  secolo 
di  Colombo  in  qua.  E  chi  mai  ne  potrà 
presagire  tutte  le  conseguenze  ed  enume- 
rare le  intricale  e  lontanissime  serie  d'ef- 
fetti che  ne  risulterebbero  non  solo  nel- 
l'ordine materiale  del  commercio  e  delle 
ricchezze,  ma  eziandio  nel  più  elevato  del 
politico  e  morale  incivilimento.  Aprendo 
l'Istmo  di  Suez,  la  via  dell'Indie  orientali 
viene  accorciata  a'navigli  europei  di  circa 
3700  leghe,  cioè  di  più  della  metà.  Ora 
questo  semplice  fatto  non  è  a  diredi  quan- 
ti nuovi  e  importantissimi  risultamcnti 


TUR 

possa  essere  fecondo.  Le  ricchezze  del- 
l'Indie e  della  Cina  affluirebbero  in  Eu- 
ropa con  profusione,  ed  a  buonissime  der- 
rate. La  spesa  necessaria  a  quest'impre- 
sa fu  già  calcolata  da  alcuno  4°,  da  altri 
070  milioni  di  franchi.  Pel  taglio  dell'I- 
stmo di  Suez  i  due  mari  Mediterraneo  e 
Rosso  venendo  congiunti,  il  commercio 
dell'oriente  riprenderà  le  antiche  strade 
per  l'Italia,  abbandonate  dopo  lo  scopri- 
mento della  via  marittima  intorno  all'A- 
frica. A  questo  lauto  banchetto  tutte  le 
nazioni  d'Europa  sono  convitate,  benché 
non  tutte  certamente  vi  godrebbero  egual 
parte.  Quelle  cui  bagnai!  Mediterraneo  o 
che  vi  hanno  porti  e  stazioni  marine  sa- 
rebbero sema  dubbio  le  più  avvantag- 
giate. Le  piazze  mercantili  maritlimesul- 
l'Adriatico  e  sul  Mediterraneo  attireran- 
no di  bel  nuovo  in  gran  parte  a  se  quel 
commercio.  Ciò  viene  mostrato  dalla  Òro- 
nacaò\  Milano,  del  eh.  cav.  Ignazio  Can- 
tù  anno  I,  p.  1 19  e  seg.,  col  testo  del  fir- 
mano di  concessione  ecogl'imporlanti  ar- 
ticoli: i.°ll  Mediterraneo.  1. °L'Italia  lito- 
rale. 3.°  L'Italia  insulare.  4-°  Conclusione. 
In  questa  si  dice:  »  Cosi  la  patria  che  Dio 
ci  diede,  privilegiata  per  clima,  per  ab- 
bondanza, per  suolo,  grande  nella  storia 
del  passato,  decaduta  nelle  rovine  succes- 
sive al  medio  evo,  ebbe  dalla  natura  doni 
che  ninno  le  può  negare.  I  suoi  porti  di 
Savona,  Nizza,  Genova  (la  quale  si  vuole 
giacere  nella  situazione  migliore  in  faccia 
all'Europa),  Spezia,  Livorno,  Civitavec- 
chia, Terracina,  Gaeta,  Palermo,  Messi- 
na, Brindisi,  Manfredonia,  Fermo,  Anco- 
na, Ravenna,  Venezia,  sono  altrettante 
località  in  aspettativa  di  miglior  fortuna. 
La  società  de'battelli  che  percorrono  l'A- 
driatico, 1' .Tonico,  l'Arcipelago,  e  vanno 
a  toccare  la  capitale  del  mondo  mussul- 
mano, o(fre  un  sempre  più  soddisfacente 
prospetto  delle  sue  operazioni. Tutto  dun- 
que fa  credere  che  tra  poco  il  commercio 
dell'Europa  coll'lndia  aumenterà  l'atti- 
cità de'porti  italiani;  non  foss'allro  alme- 
no come  stazione  de'  vapori  passeggeri. 

VOI.   LXXXI. 


TUR 


433 


L'esperienza  dimostrò  che  se  nel  seco- 
lo XV  si  preferì  l' interminabile  via  del 
Capo  di  Buona  Speranza  (V.)  alla  molto 
più  breve  strada  di  terra,  perchè  i  disagi 
di  chi  cammina  per  le  vie  terrestri  sono 
ben  altri  da  quelli  che  scivolano  sulle  on- 
de, l'esperienza  provò  altresì  ch'è  quasi 
impossibile  stabilire  una  linea  regolare  di 
bastimenti  a  vapore  dall'  Europa  a  Cal- 
cutta lungo  quella  via,  per  motivo  del- 
l'immensa distanza  che  separa  le  stazio- 
ni, e  per  l'impossibilità  d'approvvigiona- 
re sullìcientementei  navigli  del  necessario 
combustibile,  mentre  già  sono  sovrab- 
bondanti di  mercanzie.  Ma  quando  la 
strada  dell'Istmo  di  Suez  sarà  compinta, 
i  battelli  del  Mediterraneo  faranno  il  viag- 
gio da  Venezia  o  da  Genova  a  Bombay 
in  cinque  o  sei  settimane  al  più,  in  vece 
del  triplo  di  tempo  ch'è  indispensabile 
ossidi.  La  medesima  encomiata  Crona- 
cadì  Milano,  in  aggiunta  al  riferito  sul 
taglio  dell'Istmo  di  Suez  e  grandioso  sca- 
vo del  canale  fra  il  Mediterraneo  e  il  mar 
Rosso,  a  p.  277  e  seg.  pubblicò  diversi  pe- 
riodi storici  interessanti  d'un  relativo  ar- 
ticolo, i  quali  terminano  con  queste  pa- 
role. »  Trieste  e  Venezia,  le  quali  dalla 
congiunzione  de'  due  mari  si  ripromet- 
tono incremento  a'ioro  commerci,  hanno 
fin  dal  principio  accompagnata  quest'im- 
presa co'Ioro  voti,  e  seguono  ora  con  in- 
teresse i  passi  ch'essa  fa  verso  il  suo  com- 
pimento... Dopo  la  scoperta  del  passaggio 
del  Capo  di  Buona  Speranza,  Venezia  ri- 
cevè de'  colpi  mortali,  per  cui  il  suo  com- 
mercio si  diresse  da  quel  punto  in  mano 
de'portoghesi,  poi  in  quelledella  Spagna, 
indi  dell'01anda,e  finalmente  degl'inglesi, 
i  quali  seppero  eludere  sempre  i  progetti 
di  canalizzare  l'Istmo...  La  Rivista  Fene- 
ta  scrisse  4  lunghi  e  ragionati  articoli  su 
tale  proposito,  che  poi  raccolti  insieme 
col  titolo  complessivo,  Il  commercio  del- 
l'India e  V  Istmo  di  Suez,  memoria  del 
d.r  Girolamo  Errerà,  Venezia  1 856,  co- 
stituiscono una  dotta  monografia  di  tale 
argomento  ...  È  bello  il  leggere  il  Bolle  t» 


434  TUR 

tino  <Ir IT  Istmo  di  Suez,  che  il  eli.  Ugo 
Cilindri  pubblici  a  Tei  ino  ogni  1 5  gior- 
ni ".  Ne  trotta  V Enciclopedia  contempo- 
ranca  di  Fono.  Dice  la  Civiltà  Cattoli* 
ca,  che  non  meno  grandiosi  saranno  i 
risultamenli,  clic  spettano  al  solo  ordine 
materiale  della  ricchezza, degK effetti  mo- 
rali, politici  e  religiosi  che  tutti  enumera. 
In  tal  modo  l'umana  stirpe,  benché  dila- 
tata per  lutto  il  mondo,  si  andrebbe  rav- 
vicinando a  gran  passi  verso  quell'unità 
che  già  ebbe  in  Oriente  i  suoi  primordi!, 
e  che  secondo  l'oracolo  divino  deve  avere 
uè'  tempi  novissimi  il  suo  compimento. 
Abbreviandosi  di  tanto  il  viaggio  dell'In- 
die, immenso  sarà  il  vantaggio  che  ne 
trarrà  l'apostolato  cattolico,  per  la  con- 
versione dell'  Oriente.  Lo  zelo  de*  mis- 
sionari riacceso  di  nuovo  ardore  si  slan- 
cierà  per  la  novella  carriera  e  coglierà 
in  campi  vastissimi  feracissima  messe  e 
conquiste.  Quando  le  parti  estreme  del 
mondo  saranno  men  lontane  da  Roma, 
centro  e  capo  dell'  Orbe  cristiano,  anche 
per  l'apertura  dell'Istmo  di  Panama)  di 
cui  feci  parola  altrove,  e  potranno  ascol- 
tare quasi  presenti  la  voce  del  Pastore  su- 
premo; allora  che  più  mancherà  perchè 
la  grazia  dell'Evangelo  trovi  spianata  la 
via  a  far  di  tutto  il  mondo  un  solo  ovile? 
La  religione  dunque  non  meno  che  la  ci- 
viltà devono  rallegrarsi  sull'incremento 
rapido  del  commercio  e  sull'impresa  del- 
l' Istmo  egiziano.  L'Istmo  di  Panama  è 
oggi  la  strada  la  più  battuta  da' viaggia- 
tori di  tulle  le  nazioni,  i  quali  vanno  nel 
l'Oceano  Pacifico  o  che  ne  fanuo  ritorno. 
Vi  si  è  costruita  una  Strada  ferrata,  e 
presto  o  tardi  vi  si  scaverà  il  canale.  Quel 
popolo  che  giungesse  a  farsi  padrone  di 
queste  due  vie  di  comunicazione  diverreb- 
be l'arbitro  della  navigazione  e  del  com- 
mercio di  tutto  il  mondo.  Gl'inglesi,  me- 
no di  qualsiasi  altri,  potrebbero  sostene- 
re una  tale  sovranità,  come  dice  il  Con- 
stilliti onne l.  L'Istmo  di  Panama  ha  co- 
mune la  sorte  col  resto  dell'America  cen- 
trale. E  stalo  a  principio  compreso  ne'li- 


T  U  II 
miti  della  Nuova  Granata;  ma  in  seguito 
delle  turbolenze  di  quella  repubblica, 
l'Istmo  è  stalo  elevalo  al  grado  di  stato 
libero  e  indipendente,  vale  a  dire  è  stato 
investito  del  diritto  di  darsi  una  costitu- 
zione. Nondimeno  la  Nuova  Granata  ha 
ritenuto  il  privilegio  di  regolare  gli  affari 
esterni  dello  stato  e  di  mantenerci  forze 
militari  per  momenti;  ma  in  tal  modo  lo 
ha  fatto  chegli  americani  degli  Stati  Uniti 
sono  divenuti  i  veri  e  soli  padroni  del  ter- 
ritorio. Essi  hanno  stabilito  una  ferrovia 
e  fondata  sul  suo  principio  nell'Atlantico 
la  città  d'Aspinwal,di  più  vi  hanno  sta- 
bilito una  stazione  navale  fra  le  due  estre- 
mità della  strada.  Il  Giornale  di  Roma 
ancora  riferì  diverti  articoli  sull'  Istmo 
di  Suez,  il  firmano  di  Mohammed  Said  a 
p.  87  del  i855,e  il  firmano  dello  stesso 
viceré  de'  20  luglio  1  856,  a  p.  840  di  tale 
anno.  Quest'ultimo  firmano  riguarda  la 
esecuzione  de' lavori  del  canale  maritti- 
mo di  Suez,  onde  provvedere  al  buon 
trattamento  degli  operai  egiziani  che  vi 
saranno  impiegati,  e  vegliare  nello  slesso 
tempo  agi'  interessi  de'  coltivatori,  dei 
proprietarie  intra  prenditori  del  paese,  il 
tutto  stabilito  di  concerto  di  Lesscps  pre- 
sidente fondatore  della  compagnia  uni- 
versale dei  detto  canale.  Fu  annunziata  la 
formazione  della  compagnia  egiziana  di 
cabottaggio  a  vapore  nel  mare  Rosso,  la 
quale  si  connette  colla  canalizzazione  del- 
l'Istmo di  Suez.  Allorché  le  merci  saran- 
no giunte  a  Suez  per  mare,  esse  non  han- 
no più  da  subire  il  trasporto  a  cammello 
sino  al  Cairo.  Inoltre  Suez  avrà  quanto 
prima  l'immenso  vantaggio  della  ferro- 
via che  lo  porrà  a  poche  ore  da  tolto  il 
resto  dell'Egitto  e  dal  Medi  Ieri  aneo,poi- 
chè  la  via  ferrala  va  di  già  dal  Cairo  ad 
Alessandria,  e  Suez  non  è  più  d'8o  leghe 
da  questa.  L'ingegnere  inglese  Gisborne 
ottenne  dal  viceré  d'Egitto  la  concessio- 
ne d'  un  telegrafo  elettrico  da  stabilire 
fra  Alessandria  e  Suez,  sulla  linea  della 
ferrovia  egiziana,  pei*  la  comunicazione 
fra  l'È uropa  e  le  1  udie.Nel  dicembre  1 856 


T  U  R 

^rnvi  ostacoli  incontro  a  Costantinopoli 
il  grandioso  progetto  del  taglio  dell'Istmo 
di  Suez,  favoreggiato  con  gran  calore 
dalla  Francia.  Onesti  ostacoli  proveni- 
vano principalmente  dall'Inghilterra,  la 
quale  si  è  falla  promotrice  d'un  altro  pro- 
getto non  meno  gigantesco  e  tendente  al- 
l'istesso  scopo  d'unire  l'Europa  coll'Indie 
Orientali.  Onesto  consiste  nella  ferrovia 
dell'Eufrate,  intrapresa  che  tentarono  di 
screditare  i  fogli  francesi.  Adonta  di  que- 
sti due  progetti  rivali  per  congiungere 
l'Europa  gli' Asia,  pare  che  prevalere  il 
taglio  dell'Istmo  di  Suez;  intanto  si  voi 
le  deliberare  l'eseguimento  d'un  piccolo 
canale,  che  parte  dal  Nilo. E  indispensa- 
bile che  io  termini  queste  generiche  no- 
zioni sull'Istmo  di  Suez,  con  riportare 
quanto  la  lodata  Cronaca  di  Milano  ri- 
ferisce a  p.  53  i  dell'anno  2.°  »  Anche  il 
i  856  entra  nella  storica  serie  del  passa- 
to e  confida  al  suo  successore  una  quan- 
tità di  lavori  incompiuti,  a  cui  esso  o 
diede  l'iniziativa,  o  che  raccolse  già  ini- 
ziati del  suo  antecessore.  Basterebbe  an- 
che la  sola  questione  de' due  tagli  degli 
Istmi  di  Suez  e  di  Panamà,destinati  a  fon- 
dere tra  loro  le  sinora  disunite  acque  del 
Mediterraneo  e  dell'Eritreo,  e  quello  del 
Golfo  Messicano  e  del  Pacifico,  per  atte- 
stare quali  sono  le  immense  questioni 
che  stanno  sul  tappeto  dell'Umanità.  Ef- 
fettuati che  sieno  questi  due  tagli,  la  cui 
esecuzione  non  può  esser  mollo  lontana, 
un  viaggiatore  partirà  supponiamo  il  di 
di  Pasqua  da  Gibilterra,  e  alle  feste  di 
Pentecoste  ritornerà  a  Gibilterra.  E  se  gli 
domanderete  dove  sia  stato  ?  potrà  nien- 
te meno  che  dirvi  :  ho  percorso  3cj,ooo 
kilometri,  ho  visitato  il  Messico,  la  Nuo- 
va Guinea,  flndostan,  P  Arabia,  l'Egit- 
to, insomma  ho  veduto  P  Europa,  P  A- 
inerica,  l'Oceania,  l'Asia  e  l'Africa,  ho 
provato  in  questi  38  giorni  le  modifica- 
zioni di  tutte  le  4  stagioni;  ebbi  la  pri- 
mavera in  Europa,  Pinvernoin  Ameri- 
ca, l'autunno  all'Australia,  Pesiate  inA- 
sia; ho  veduto  tutte  le  razze  umane  dal- 


TUR  435 

le  più  colte  alle  più  ignoranti,  dalla  più 
bianca  alla  più  nera,  ho  ripetuto  i  famo- 
si viaggi  dell' intrepido  Cook.  Così  sarà 
ridotto  a  questione  di  giorni  il  più  lungo 
de'possibili  giri  mondiali;  quel  piroscafo 
viaggiatore  avrà  fatto  scorrere  la  sua 
chiglia  nell'acque  dell'Atlantico,  del  Pa- 
cifico, del  mar  Indiano,  del  mar  Rosso  e 
del  Mediterraneo,  avrà  veduto  gli  splen- 
didi Arcipelaghi  dell'Azzorre,  delle  An- 
tille,  dell'Oceania,  della  Sonda;  avrà  su- 
perato gli  stretti  di  Torres,  di  Sumatra, 
di  Babel-Mandel,  di  Gibilterra;  avrà  ve- 
duto i  capi  di  Comorino  e  di  Guardami, 
che  formano  i  punti  geografici  eminenti 
del  globo  e  che  statino  a  migliaia  di  ki- 
lometri disuniti  fra  loro". 

Tornando  alla  guerra  di  Crimea,  do- 
po la  battaglia  d'Inkermann,  gli  alleati 
munirono  i  loro  campi  con  formidabili 
difese,  e  persino  provvidero  alle  pioggie, 
alle  tempeste  e  a'  geli  per  la  sicurezza 
dell'armata;  imperocché  le  pioggie  con- 
tinuate, il  freddo  e  i  venti  toi  ritentarono 
P  esercito  più  che  non  avrebbero  forse 
fatto  micidiali  combattimenti.  Oltre  le 
truppe  che  mandava  Francia  e  Inghilter- 
ra in  Crimea,  la  Turchia  inviò  gran  parte 
dell'esercitod'Oiner  divenuto  inutile  alla 
difesa  de'  principati  di  Moldavia  e  Va- 
lacchia, dopo  che  P  Austria  col  trattato 
de'  i  dicembre,  concluso  con  Francia  e 
Inghilterra  e  riportato  a  p.  i  2o3  del G/'or- 
nale  di  Roma  deli 854,  se  ne  incaricò; 
laonde  presto  l'armata  sotto  Sebastopoli 
dovea  giungere  a  i5o,ooo  uomini. Impor- 
tantissimo fu  il  detto  trattato,  poiché  ri- 
ferendosi alle  dichiarazioni  d'anteriori 
protocolli,  si  obbligarono  le  alte  parti  con- 
traenti a  non  entrare  in  nessun  accomo- 
damento collaRussia,  prima  d'aver  collet- 
tivamente deliberato  in  proposito.  L'im- 
peratore d'Austra  avendo  occupato  col- 
le sue  truppe  i  due  principati,  in  virtù 
del  trattato  stipulato  a'  i4  giugno  colla 
Porta,  si  obbligò  difenderne  i  confini  dai 
russi,  e  per  l'autorità  delegata  dalla  Por- 
ta a  Francia  e  Inghilterra,  non  recava  pre- 


436  TUR 

giudizio  a'movimenti  di  loro  truppe  (ale 
occupazione.  Che  in  Vienna  le  dette  4 
potenze  formeranno  ima  commissione  per 
regolarne  le  questioni,  sia  stillo  stato  ec- 
cezionale de* principati, sia  pel  libero  pas- 
saggio dell'armate.  Qualora  scoppiassero 
ostilità  fra  l'Austria  e  la  Russia,  l'impe- 
ratore d'Austria,  quello  de'francesi,  e  la 
regina  d'  Inghilterra,  si  promisero  mu- 
tuamente alleanza  offensiva  e  difensiva 
nella  guerra  presente;  e  di  non  accogliere 
dalla  Russia  veruna  proposizione,  senza 
essersi  intesi  fra  di  loro.  Qualora  il  rista- 
bilimento della  pace  generale  non  fosse 
assicurato  nel  corso  del  presente  anno 
i854,  le  3  potenze  delibereranno  senza 
ritardo  sui  mezzi  efficaci  per  raggiungere 
lo  scopo  di  loro  alleanza.  Le  3  corti  sta- 
bilirono comunicare  il  trattato  al   re  di 


Prus 


issia,  e  ne  riceveranno  con  premura  la 
sua  adesione,  se  volesse  obbligarsi  alla 
cooperazione  nello  adempiere  l'opera  co- 
mune. La  Prussia  non  aderì  a  questo 
trattato,  Densi  sottoscrisse  un  articolo  ad- 
dizionale a  quello  concluso  coli*  Austria 
a'2oaprile,  obbligandosi  assisterla  se  fosse 
assalila  da'russi,  con  100,000  uomini,  e 
sperare  che  anco  gli  altri  confederati  te- 
deschi accetteranno  quest'  articolo  ;  ma 
poi  si  negò  di  porre  in  istato  di  guerra 
le  sue  truppe.  Pretese  di  stringere  par- 
ticolari e  separati  trattati  con  Francia  e 
Inghilterra,  e  d'esser  ammessa  confiden- 
zialmente alle  conferenze  che  si  tenevano 
a  Vienna  per  la  pace,  ma  le  fu  negato  ; 
quindi  interminabili  furono  le  moltepli- 
ci pratiche  diplomatiche  fra  Y  Austria  e 
la  Prussia,  tra  esse  e  le  altre  potenze  dì 
Germania.  La  discordia  tra  l'Austria  e  la 
Prussia  sopra  il  punto  del  porre  in  moto 
le  truppe  federali,  finì  coll'accettare  che 
fecero  entrambe  il  mezzo  termine  propo- 
sto dalla  Baviera  :  fu  cioè  definito  che  i 
governi  tedeschi  sieno  invitali  a  ordinar 
le  loro  truppe  in  guisa  che,  comandan- 
dolo la  dieta,  possano  essere  poste  in  mo- 
to nel  tempo  di  i5giorni.  Così  la  dieta 
concesse  all'Austria  una  parte  del  da  lei 


TUR 

chiesto,  e  salvo  insieme  l'onor  della  Prus- 
sia. Questa  potenza  sempre  sostenne  che 
non  si  togliesse  alla  Russia  veruna  parie 
di  territorio,  che  si  tenesse  lontano  quan- 
to poteva  sapere  di  rivoluzione,  che  non 
si  chiedesse  più  di  quello  che  importa- 
vano le  4  condizioni,  e  che  in  ogni  caso 
non  s'imponessero  alla  Russia  condizioni 
troppo  dure  e  umilianti.  Le  potenze  al- 
leate si  andavano  lagnando,  che  in  Ber- 
lino trionfava  la  parte  russa,  e  che  il  ga- 
binetto tratteneva  la  Germania  dall'en- 
trare in  aperta  guerra  colla  Russia,  per 
essere  con  questa  legata  con  reciproche 
promesse.  A' 28  dicembre  P  Austria,  la 
Francia  e  1'  Inghilterra  segnarono  i\n 
nuovo  protocollo,  quale  articolo  addizio- 
nale al  trattalo  de'2  dicembre,  nel  quale 
concordarono  unanimemente  l'interpre- 
tazione de'4  articoli  surriferiti,  della  nota 
francese  de'  22  luglio,  per  stabilirne  il 
senso.  Cominciò  l'annoi 855  con  un  bar- 
lume di  pace  sul  fosco  orizzonte,  pel  ma- 
nifesto di  Nicolò  I  disposto  a  condizioni 
eque  di  pace,  e  per  trattarsi  questa  seria- 
mente a  Vienna.  L'imperatore  non  ve- 
deva che  con  turbamento  P  unione  del- 
l'Austria colle  formidabili  potenze  occi- 
dentali, alle  quali  stava  per  unirsi  la  Sar- 
degna; e  siccome  la  lega  contro  di  lui  o- 
gni  dì  si  faceva  più  universale  in  Euro- 
pa, pensava  d'uscir  con  onore  da  un  con- 
flitto che  ormai  sembrava  superare  le  sue 
colossali  forze.  Dall'altro  lato  non  desi- 
deravano troppo  la  continuazione  della 
guerra  gli  alleati,  tranne  1'  Inghilterra 
che  sembrava  temere  che  si  concludesse 
la  pace,  ad  onta  che  vedeva  Io  stato  de- 
plorabile del  suo  esercito  in  Crimea  e 
decimato:  pare  che  amasse  di  veder  on- 
ninamente prima  distrutta  la  flotta  rus- 
sa. L'esercito  inglese  sotto  Sebastopoli  si 
trovò  sprovvisto  di  molte  cose  necessa- 
rie, senza  tende,  senza  fuoco,  accampato 
in  un  mare  di  fango,  coraggioso  peròsem- 
pre  e  immobile,  non  solo  avanti  il  nemi- 
co, ma  ancora  alle  prove  forse  più  dine 
che  l' intemperie  degli  elementi,  per  le 


TUR 

privazioni  pressoché  d'ogni  cosa  ;  le  nuo- 
ve reclute  inesperte  e  non  avvezzate  alia 
fatica,  appeua  giunte  in  Crimea  amma- 
lavano, e  non  servivano  che  a  ritardar 
le  mosse  e  ad  empiere  gli  ospedali,  men- 
ile erano  privi  di  medici  e  infermieri; 
laonde  il  governo  venne  nella  determi- 
nazione di  arrotare  alcune  migliaia  di 
forestieri  agguerriti,  ad  onta  dell'  oppo- 
sizione delle  camere,  che  biasimarono  la 
sua  poca  previdenza  nel  fornire  l'eserci- 
to dell'occorrente,  il  che  produsse  la  ca- 
duta del  ministero  Àberdeen-Russel.  Al 
nuovo  si  pose  alla  testa  lord  Palmerston 
e  nuovamente  Russe!.  Cosi  ad  un  parti- 
giano della  pace  successe  l'acerrimo  so- 
stenitore di  calda  guerra,  ed  un  ministe- 
ro ardente  per  continuarla.  In  vece  nel 
campo  francese,  oltre  l'essere  provvedu- 
to senza  paragone  meglio  del  suo  allea- 
to, seppe  trovar  maniera  di  difendersi  dal- 
l'umidità sì  fatale  alla  salute  de'  soldati; 
e  per  le  condizioni  infelici  dell'esercito  in- 
glese, rimasero  iti  certo  modo  i  soli  fran- 
cesi incaricati  dell'assedio  e  della  guardia 
delle  trincee.  Oiner  pascià  a'  5  gennaio 
era  nel  campo  allealo  sotto  Sebastopoli, 
per  porsi  d'  accordo  cogli  altri  generali 
sopra  i  movimenti  de'  3  eserciti,  ed  a'  6 
partì  per  Vania,  per  poi  ritornare  in  Cri- 
mea, dopo  aver  sopra v vegliato  all'  im- 
barco de'  turchi,  de'  quali  si  recarono  a 
Eupatoria  circa  i6,ooocon  aumento  di 
fortificazioui,  perchè  i  russi  1'  andavano 
circondando.  A*  26  gennaio  il  redi  Sar- 
degna Vittorio  Emanuele  li  entrò  nel 
trattato  della  lega  di  confederazione,  sti- 
pulato a?  1  2  marzo  e  a'  1  o  aprile  del  pre- 
cedente anno  tra  la  Turchia,  la  Francia 
e  1'  Inghilterra,  sottoscritto  dal  conte  di 
Cavour,  successo  nel  ministero  degli  af- 
fari esteri  al  general  Dabormidache  non 
volle  firmarlo.  Il  re  si  obbligò  di  som- 
ministrare 1 5,ooo  uomini  e  uua  brigata 
di  riserva,  di  fanteria,  cavalleria  e  arti- 
glieria in  proporzione;  esercito  che  dovrà 
conservarsi  sempre  in  detta  cifra  con  suc- 
cessivi rinforzi,  e  venne  allidato  al  coruau- 


T  U  R 


437 


do  del  generale  Alfonso  La  Marmora.Le 
alleate  Francia  e  Inghilterra  guarentiro- 
no il  territorio  sardo  durante  la  guerra, 
promisero  d'aprire  i  loro  magazzini  per 
le  provviste,  e  il  governo  inglese  impre- 
stò al  re  di  Sardegna  perallestire  le  trup- 
pe un  milione  di  lire  sterline.  Nella  di- 
scussione delle  camere  di  Torino,  il  trat- 
tato ebbe  propugnatori  e  impugnatori. 
Indi  a' 1  5  marzo  seguì  l'alleanza  tra  il  re 
e  la  Porta  ottomana. Nel  febbraio  i  25,ooo 
russi  comandati  da  Osten-Sacken  fecero 
uua  ricognizione  contro  i  turchi  d'Eupa- 
toria,  e  ve  ne  trovarono  4o,ooo,  onde  de- 
posero il  pensiero  di  espugnarla,  essen- 
done stati  respinti  a'  1  7.  Tal  generale  poi 
successe  nel  comando  in  Crimea  a  Men- 
zikoff  richiamato  a  Pietroburgo.  Dopo  la 
battaglia  d'Alma,  il  combattimento  diBa- 
laklava,  la  giornata  d'Iukermanu  e  il  re- 
spinto assalto  d'Eupatoria,  il  fatto  d'ar- 
mi più  segnalato  ch'ebbe4  luogo  in  questa 
guerra  fu  il  combattimento  alla  torre  di 
Malakoff  innanzi  a  Sebastopoli,  dal  destro 
lato  de'  lavori  d'assedio,  succeduto  nella 
notte  tra  il  23  e  il  24  febbraio.  Aveano  i 
russi  innalzati  alcuni  lavori  di  difesa  tra 
le  mura  di  Sebastopoli,  divenuta  più  forte 
e  sicura  di  quello  che  non  fosse  al  primo 
giungere  in  Crimea  degli  alleati, e  le  trin- 
cee uemiche;  co'quali,  oltre  all'impedire 
il  proseguimento  dell'opere  d'assedio,  po- 
tevano anche  facilmente  danneggiar  le 
fitte.  Di  che,  avendo  il  Canrobert  inca- 
ricala una  parte  del  suo  esercito  di  di- 
struggere que'lavori  di  contrapproccio,  il 
tentativo  fu   eseguilo  nella  delta  notte. 
L'assalto  fu  respinto  da'russi,  dopoché  i 
francesi  visi  erano  stabiliti  con  gravi  lo- 
ro perdite.  Mentre  l'imperatore  Nicolò  I 
avea  accettato  i  famosi  4  articoli  per  trat- 
tare la  pace  e  le  successive  interpretazioni 
di  tali  guarentigie,  convenendo  alla  con- 
ferenza da  teuersi  a  Vienna  per  discuter- 
le; mentre  in  pari  tempo  faceva  nuovi  e 
formidabili  preparativi  perla  guerra,  au- 
mentando i  mezzi  di  difesa  e  ordinando 
la  leva  della  milizia  generale  dell' itupe- 


438  TUR 

NI,  mori  nella  mattina  de'2  inalzo  1  855, 
dopo  breve  e  grave  malattia,  ed  il  princi- 
pe ereditario  Alessandro  li  fu  proclamato 
solennemente  imperatore  nel  corso  della 
stessa  giornata,  e  gli  i\\  prestato  il  giura- 
mento d'ubbidienza.  Non  ostante  l'inten- 
sità del  freddo,  Nicolò  I  avea  continuato 
ad  attendere  a'suoi  soliti  esercizi  ;  tutto 
volea  veder  da  se  e  ben  paratamente;  visi- 
tava i  soldati  nelle  loro  caserme;  passava 
lunghe  e  frequenti  riviste,  dimenticando 
le  precauzioni  e  i  riguardi  che  la  sua  età 
di  circa  60  anni  (e  ne  regnò  3o)  richiede- 
vasoltoun  tal  clima  ein  una  stagione  rigi- 
da.Tullavolla  per  le  osservazioni  de'suoi, 
da  un  anno  curava  la  propria  salute,  ma 
in  un  modo  tutto  suo  e  per  evitar  la  pin- 
guedine che  assai  temeva.  Si  ammalò  di 
grip  e  si  pose  a  letto  a'28  febbraio,  e  au- 
mentandosi rapidamente  il  male,  con  pa- 
ralisi nel  polmone,  prese  congedo  da'suoi 
1'  ultima  nofle  di  sua  vita  nel  modo  più 
commovente,  dirigendo  ad  ognuno  paro- 
le di  conforto  e  dando  la  sua  estrema  be- 
nedizione. Nicolò  1  di  vasta  mente  e  di 
ingegno  singolare,  dotato  di  molte  qua- 
lità degne  d'  un  possente  sovrano,  ebbe 
naturale  attitudine  per  le  scienze  militari 
e  soprattutto  per  l'arte  delle  fortificazio- 
ni ;  coltivò  eziandio  le  arti  amene  e  in 
ispecie  la  musica  nella  quale  compose  va- 
rie marcie  militari.  Si  disse,  che  1'  esito 
della  strepitosa  guerra  gli  abbreviò  il  suo 
vivere.  Si  disse  ancora  che  il  disegno  da 
Nicolò  1  fatto  su  Costantinopoli  non  era 
per  aggiungerla  a'  suoi  stati,  e  che  nep- 
pure mirava  di  formare  delle  sue  beile 
e  ricche  contrade  uno  stato  indipendente 
pel  2.0  de'suoi  figli  granduca  Costanti- 
no. Usuo  disegno  era  molto  più  accorto  e 
più  vasto.  Egli  voleva  fare  della  grande 
Costantinopoli  e  de'  suoi  dintorni  un  do- 
minio temporale  pel  patriarca  greco  sci- 
smalico  della  medesima,  cui  voleva  in- 
nalzare al  grado  di  Pontefice  della  Chiesa 
orientale.  Le  milizie  russe  avrebbono  a- 
vuto  loro  stanza  nella  città  residenza  del 
patriarca,  e  così  fatta  all'imperatore  si- 


TUR 
curia  di  quel  porto,  di  que'golfi  e  di  quel 
mare  ;  mentre  un  ambasciatore  russo  gli 
avrebbe  assicuratola  piena  aderenti  a 
docilità  del  patriarca,  e  per  essa  tutto  il 
prestigio  dell'autorità  esercitata  da  tal 
patriarca  sopra  1'  oriente  scismatico  sa- 
rebbesi  rivolta  a  vantaggio  dell'impera- 
tore delle  Piussie.  Quest'inaspettata  mor- 
te accrebbe  alquanto  quelle  speranze  di 
pace,  che  la  prudente  politica  dell'  Au- 
stria, le  pressoché  eguali  forze  delle  parti 
combattenti  e  la  prossima  apertura  delle 
conferenze  di  Vienna  aveano  già  ingene- 
rato negli  animi  di  molti.  E  vero  che  il 
nuovo  imperatore  Alessandro  II  nel  suoi.0 
manifesto  o  proclamazione  dello  stesso  2 
marzo,  che  si  legge  a  p.  2  53  del  Giornale 
dì  Roma,  pregò  fra  l'altre  cose  la  Prov- 
videnza a  voler  fare  in  modo  ch'egli  >»  po- 
tesse compiere  i  disegni  e  i  desideri i  di 
Pietro  I,  di  Caterina  li,  di  Alessandro  I 
e  di  Nicolò  d'eterna  memoria";  il  che  in- 
dusse di  per  se  1'  opinione  eh'  egli  fosse 
propenso  alla  guerra  come  suo  padre. 
Ma  il  ben  nolo  carattere  d'Alessandro  II, 
che  potè  ammirare  anche  Roma,  lodalo 
da  tutti  come  dolce  e  pacifico,  e  il  sapersi, 
o  almeno  Udirsi  che  si  era  fatto,  ch'egli 
avesse  altamente  disapprovate  le  spaval- 
derie del  Menzikoff  a  Costantinopoli,  e 
l' invasione  de'  principati,  produssero  e 
crebbero  in  molti  la  lusinghiera  creden- 
za che  la  pace  dovesse  uscire  dalle  con- 
ferenze viennesi  più  facilmente  che  non 
una  lega  più  stretta  di  vincolo,  o  più  am- 
pia d'  alleati  contro  la  Russia.  Tali  lieti 
speranze  aumentarono  per  un  dispaccio 
circolare  russo  de'  io  marzo,  in  cui  fu 
detto:  «Le  intenzioni  dell'imperatore  Ni- 
colò i  saranno  religiosamente  osservate. 
Esse  ebbero  per  iscopo  di  ridonare  alla 
Russia  e  all'Europa  il  benefizio  della  pa- 
ce: di  assicurare  la  libertà  del  culto  e  la 
prosperità  de'cristiani  nell'oriente  senza 
distinzione  di  riti;  di  porre  le  immunità 
de'  principati  Danubiani  sotto  una  gua- 
rentigia collettiva;  di  assicurare  la  libera 
navigazione  del  Danubio  in  favore  del 


T  U  R 

commercio  di  tolte  le  nazioni;  di  far  ces- 
sare nel  Levante  la  rivalità  delle  grandi 
potenze  per  prevenire  novelle  discordie: 
da  ultimo  di  porsi  d'accordo  colle  mede- 
sime sopra  la  revisione  detrattali  coi  qua- 
li esse  sancirono  la  chiusura  degli  stretti 
del  Bosforo  e  de'  Dardanelli,  giungendo 
così  ad  una  sanzione  onorevole  per  tutti. 
Una  pace  fondata  sopra  questi  principii, 
ponendo  fme  alle  calamità  della  guerra, 
richiamerà  sul  nuovo  regno  le  benedizio- 
ni di  tutte  le  nazioni.  Ma  la  speranza  di 
pace  sarebbe  vana  se  le  condizioni  varcas- 
sero i  limili  seguati  dalla  dignità  della  co- 
rona di  Russia.  L'imperatore  attende  la 
manifestazione  de'  pareri  de*  vari  gabi- 
netti con  un  sincero  desiderio  di  concor- 
dia ". 

Sotto  i  favorevoli  auspicii  della  seria 
volontà  che  aveano  i  potentati  di  porre  un 
termine  alla  guerra  d'oriente, salvato  l'o- 
nore militare  d'  ambo  le  parti,  si  apriro- 
no in  Vienna  a'7  marzo  le  conferenze,  co- 
minciale a'i  5  da'loro  ambasciatori,  cele- 
bri e  segnalati  uomini  di  stato,  in  base  dei 
4  articoli  e  loro  interpretazione  accettati 
dalla  Russia.  I  plenipotenziari  chiamati 
alla  grand'opera  del  ristabilimenlo  della 
pace  furono:  per  la  Porta  Aridelfeudi  e 
Riza  bey  ambasciatore  ordinario  del  sul- 
tano a  Vienna,  con  quelle  speciali  istru- 
zioni riferite  dal  Giornale  di  Roma,  a 
p.  3 io,  dovendo  limitarti  a  prendere  le 
questioni  che  vi  si  tratterebbero  solamen- 
te ad  referendum  j  poiché  le  questioni 
concernenti  la  futura  pace,essere  d'un'im- 
portanza  troppo  capitale  per  l'impero  ot- 
tomano, perchè  si  debbano  decidere  col* 
la  più  grande  circospezione  e  le  più  ma- 
ture riflessioni.  Indi  vi  prese  parte  auche 
Aali  pascià  ministro  senza  portafoglio.  Per 
la  Prussia  il  principe  AlessandroGortscha- 
kolfambasciatore  ordinario  a  Vienna, di- 
verso dal  generale  supremo  di  tal  cogno- 
me, col  Titofì già  ambasciatore  a  Costan- 
tinopoli. Per  l'Inghilterra  il  suddetto  lord 
John  Russel  ministro  delle  colonie,  col 
conte  Westmoreiand  ambasciatore  ordi- 


T  U  R  439 

nario  a  Vienna.  Per  la  Francia  l'amba- 
sciatore residenziale  barone  di  Bourque- 
ney,  istruitissimo  degli  altari  d'oriente, 
al  quale  poscia  si  aggiunse  il  ministro  de- 
gli esteri  Drouyn  de  Lhuys.  Per  l'Austria 
il  ministro  imperiale  degli  affari  esteri  il 
conte  Buoi  Schauenstein,  che  regolò  le 
conferenze  nella  sua  qualità  di  r.° pleni- 
potenziario dell'Austria,  ed  il  presidente 
della  dieta  di  Francfort  barone  di  Pro- 
ckesch,  molto  esperto  negli  alfari  d'orieu- 
le.  La  Prussia  di  fatto  non  vi  fu  ammes- 
sa dagli  alleati,  ad  onta  delle  perorazio- 
ni de'rappresentauti  russi,  bramando  che 
prima  si  obbiigasse  a  qualche  cosa  nel- 
l'ipotesi che  leconferenze  tornassero  vaue. 
Intanto  i  lavori  di  contrapproccio  de'  rus- 
si avanzavano,  procurandogli  alleati  per 
quatito  più  potevano  d'impedirli.  Alcuni 
di  questi  assalti  alle  nuove  difese  russe 
furono  sanguinosi  assai  dall'una  e  dal- 
l'altra parte;  tra' quali  una  sortita  fatta 
forse  dai 5, ooo  russi,  per  un  assalto  ge- 
nerale contro  i  lavori  d'  assedio  degli  al- 
leati intorno  alla  torre  di  MalakoiF,  fu 
respinta  nella  notte  del  2  3  al  2/\.  marzo, 
dagl'inglesi  e  francesi,  restando  di  questi 
sul  campo  3oo  e  de'russi  1000.  ludi  que- 
sti calarono  a  fondo  sulla  bocca  del  porto 
altri  4  legni  da  guerra  per  impedire  viep 
più  l'assalto  di  Sebastopoli,  sebbene  l'im- 
padrunirseue  in  tal  modo  e  senza  rego- 
lare assedio  si  riconosceva  impossibile, 
per  l'ini meuse  sue  forze  di  natura  ed  ar- 
te, unite  alia  bravura  incontrastabile  dei 
suoi  prodi  difensori.  La  flotta  del  Baltico 
partì  dall'  Inghilterra  alla  volta  del  de- 
cantato inespugnabile  Croustadt,  con  me- 
no entusiasmo  dell'anno  passato,  ma  pro- 
babilmente con  maggiori  speranze,  come 
più  forte  per  esser  tutta  a  vapore  e  pel 
nuovo  genere  di  barche  cannoniere  onde 
penetrare  in  tutti  i  bassi  fondi,  capitana- 
ta dall'ammiraglio  Dundas,  diverso  da 
quello  che  avea  comandato  la  flotta  del 
mar  Nero.   Dopo  la  12.*  conferenza  di 
Vienna  se  ne  sospese  la  continuazione, 
avendo  la  Russia  dichiarato  non  poter 


440  TUR 

accettar  l' aliti  nativa,  o  la  diminuzione 
tli  sua  flotta  nel  mar  Nero,  né  riguardar 
questo  come  mare  comune  e  neutrale. 
Taki  proroga  esentò  l'Austria  dall'espo- 
sizione di  esser  spinta  a  una  convenzio- 
ne militare,  perchè  restando  un'  ombra 
di  negoziati  pacifici  non  era  vi  necessità 
d'unir  le  sue  all'armi  alleate. Drouyn  de 
Lhuys  avcmlo  dato  ascolto  a  qualche  pro- 
pósta di  pace  non  pienamente  conforme 
alle  sue  istruzioni,  si  licenziò  dal  mini- 
stero e  gli  successe  il  conte  Colonna  Wa- 
IcAvski  ambasciatore  in  Londra.  Per  lo 
stesso  motivo  venendo  biasimato  Russel, 
die  la  sua  dimissione  al  ministero.  Un 
compendio  delle  conferenze  di  Vienna, 
la  Civiltà  Cattolica  riporta  nella  2."  se- 
rie,!, i  o,  p.  7o3,  e  parla  delle  note  circo- 
lari del  conte  di  Nesselrode  per  difender 
la  Russia  in  faccia  all'Europa  dall'accu- 
sa di  non  voler  in  realtà  quella  pace  che 
tante  volte  avea  desiderato;  e  del  conte 
Walewski  che  combattè  e  rettificò  l'as- 
serzioni di  parecchi  principii  sostenuti 
dal  Nesselrode.  A'g  aprile  cominciò  il  2.° 
bombardamento  di  Sebastopoli  o  alme- 
no d'una  parte  principale  di  sue  fortifica- 
zioni di  contrapproccio  tra  le  mura  e  il 
campo  allealo;  la  sua  durata  di  ^gior- 
ni, meno  la  presa  d'alcuni  di  que' lavori 
folta  nella  notte  venendo  il  2  maggio,  non 
fruttò  quasi  nulla  agli  alleati,  in  vece 
sempre  minacciati  dall'esercito  esteriore 
di  osservazione  del  Liprandi  situato  in 
posizione  vantaggiosa,  e  perciò  più  che 
mai  si  conobbe  doversi  prima  disfare  tale 
esercito  e  poi  procedere  all'  espugnazione 
di  Sebastopoli.  Intanto  non  cessavano  gli 
arrivi  di  nuove  truppe  io  Crimea  che 
sommarono  a  1 66, 000,  per  cui  gli  alleati 
ne  inviarono  colla  flotta  1 5,ooo  a  Rertch 
o  Celerei  che  fu  bombardato,  e  occupato 
porlo  e  città:  tosto  tali  forze  superarono 
200,000  uomini.  Non  per  questo  si  po- 
teva conquistare  Sebastopoli,  dovendosi 
procedere  nell'assedio  secondo  le  regole 
della  tattica  militare,  le  quali  richiedono 
giau  tempo;  oltre  l'aver  gli  assediati  au- 


T  U  R 
cor  libero  il  passo  verso  Sinferopoli  e  di 
là  aperta  la  via  di  l'erekop,  comunicante 
col  resto  del  vastissimo  impero,  il  che  gli 
affrancava  dal  timore  di  mancare  d'uo- 
mini e  d'ogni  genere  di  provvigioni.  Dal- 
l'altra parte  i  russi  stessi  confessavano  che 
i  lavori  de^h  assediatiti  erano  di  così  gi- 
gantesca intrapresa,  che  forse  non  si  co- 
nosceva esempio  d'altrettanta  operosità 
nelle  storie  de'  militari  assedii.  Il  ricor- 
dato ultimo  bombardamento  vomitò  da 
4oo  bocche  fuoco  infernale,  come  lo 
chiamò  GortsehakofF  ne'suoi  dispacci,  e 
per  9 giorni  continui  tanta  strage  che  si 
credeva  giunti  alla  vigilia  del  sospirato 
assalto;  tultavolta  la  piazza  assediata  po- 
co ne  risentì,  dovendosi  le  artiglierieav- 
vicinar  di  più  onde  producessero  il  loro 
terribile  effetto.  Il  generale  del  genio 
Totlleben,  ingegnere  capo  della  direzio- 
ne de'  lavori  di  difesa  generale  di  Seba- 
stopoli, munì  questa  col  suo  straordina- 
rio ingegno  e  con  regole  del  tutto  nuove, 
d'  inespugnabili  fortificazioni,  che  reca- 
rono immensi  danni  agli  alleati.  Mentre 
gli  slessi  russi  confessarono,  che  se  il  ne- 
mico appena  sbarcato  in  Crimea  l'avesse 
assalita  da  vicino  sarebbe  certamente  ca- 
duta in  suo  potere,  ala  ora  essere  assai 
dillìcile,  considerali  i  175,000  accorsi  a 
difendere  la  città  e  le  incredibili  opere  di 
difesa  che  poi  vi  furono  innalzate.  Can- 
robert  comandante  supremo  de'francesi 
chiese  e  ottenne  la  dimissione,  per  motivi 
di  salute.  Educato  sui  campi  d'Africa,era 
nel  fiore  dell'  età,  nella  pienezza  del  vi- 
gore, ed  amatissimo  da'soldati.  Ne'6  mesi 
del  suo  penoso  comando,  tra  la  pioggia, 
la  neve  e  il  fango,  non  solo  couservò  le 
posizioni  e  respinse  valorosamente  gli  at- 
tacchi del  nemico,  ma  si  avvicinò  sempre 
più  alla  piazza,  superando  tutte  le  diflicol- 
là,e  vinse  la  battaglia  d'inkermann.  Non- 
dimeno l'impazienza  con  che  attendevasi 
la  rovina  di  Sebastopoli,  infastidita  la  fer- 
vida soldatesca  del  lungo  indugio,  lo  fece 
giudicare  lento  e  irresoluto.  Avendo  egli 
stesso  proposto  per  suo  successore  il  gè- 


TUR 

neral  Pelissier,  questi  gli  surrogò  l' im- 
peratore, e  Canrobert  con  rara  generosità 
e  mirabile  abnegazione,  rimase  al  campo 
qual  comandante  del  corpo  capitanato 
prima  dal  suo  successore.il  nuovo  coman- 
dante generale  de' francesi  in  Crimea  di 
circa  60  anni,  ma  pieno  d'ardore  mar- 
ziale, godeva  fuma  d'attivissimo,  arditis- 
simo e  d'immenso  coraggio,  perito  assai 
Dell'arte  della  guerra,  singolare  ne'ripie- 
gbi  subitanei  e  uegli  slanci  decisivi. Nell'e- 
strema punta  orientale  della  Crimea />ve 
il  mar  JNero  comunica  con  tpiel  d'Azoff, 
sorgono  due  città,  Kertch  e  Jeuikaleb,  la 
I. 'famosa  per  esservisi  avvelenato  Mitri- 
date VII  re  di  Ponto  per  non  cader  nelle 
mani  di  Pompeo;  la  1. "edificata  nel  1703 
da'lurchi  per  chiudere  a'  russi  V  entrata 
nell'Emilio.  Per  queste  due  città  passa- 
vano le  munizioni  di  guerra  e  di  viveri 
dall'interno  dell'  impero  a' combattenti 
russi  della  Crimea.  Avvedutisi  gli  alleati 
dell'importanza  vitalissima  di  talicomu- 
nicazioni,  troncarono  quest'arteria  della 
Crimea  con  insignorirsene  a'22  maggio,  e 
cou  e>se  il  mare  d'AzolF  passò  nelle  loro 
mani,  distruggendo  le  flotte  di  Lyons  e 
Bruat  tutti  i  legni,  ed  impadronendosi  di 
unaenoroiequanlilàdi  provvisioni  e  mu- 
nizioni de*  russi  :  porli  e  città  furono  vi- 
sitati dal  cannone  distruggitore,  ed  im- 
mensa quantità  di  viveri  fu  data  alle 
fiamme.  Così  furono  spietatamente  dan- 
neggiate e  rovinate  le  sostauze  russe  nel 
mate  d'Azoff,  già  impenetrabile.  La  città 
di  Cherci  fu  orribilmente  saccheggiata 
dagl'  inglesi  e  da'  turchi,  distruggendone 
il  prezioso  museo,  e  vessando  gli  abitanti 
crudelmente,  il  che  mosse  l'indegnazione 
generale.  Contemporaneamente  Pelissier 
colse  anch'esso  un  bell'alloro  sotto  le 
mura  di  Sebastopoli,  con  gettarsi  furio- 
samente la  notte  del  11  al  2:3  maggio  sul 
gran  campo  d'  armi  che  i  russi  aveauo 
latto  al  lato  del  mezzodì,  nel  luogo  detto 
il  Cimitero,  per  impedir  ulteriori  approc- 
ci e  per  distruggere  le  parallele  del  ne- 
mico, n uscenti 0  la  mischia  assai  micidiale; 


TUR  44< 

nella  notte  seguente  si  rinnovò  l'attacco 
dagli  alleati,  i  quali  rimasero  padroni  del 
campo.  Si  calcolarono  le  perdite  russe  a 
5ooo  uomini,  enormi  quelle  degli  alleati, 
ma  assai  meno  numerose  di  quelle  nemi- 
che. Imbaldanziti  di  questa  vittoria, mos- 
sero gli  alleali  verso  la  Chernaia,  fiume  e 
valle  che  piegano  d'oriente  in  occidente 
fino  a  perdersi  nel  golfo  di  Sebastopoli;  si 
impadronirono  dell'alture  che  ne  forma- 
no la  sponda  sinistra,  vi  piantarono  uu 
campo  e  cominciarono  fortificazioni.  Uà 
altro  fatto  d'armi  presso  Sebastopoli,  av- 
venuto a'7gi ugno, meritò  parimente  gran- 
de onore  agli  alleati,  sebbene  lo  pagarono 
a  largo  prezzo  di  sangue.  Fu  esso  l'assal- 
to e  la  presa  del  poggio  Mamelon  Vert, 
straordinariamente  fortificato  perchè  ser- 
visse di  difesa  alla  terribile  torre  di  Ma- 
lakolf  presso  cui  giace  verso  levante,che 
da  quel  lato  Malakoff  è  la  chiave  maestra 
delle  fortezze  di  Sebastopoli. Tale  impor- 
tantissima posizione  dominando  parte  del- 
la strada  di  Sinferopoli  e  l'estrema  baia, 
onde  si  poteva  nuocere  alla  flotta  russa  ivi 
ricovratasi,  GortschakolF  dovè  trarla  dal 
porto  militare.  Si  disse  periti  5ooo  russi  e 
degli  alleali  metà  circa.  Col  poggio  cadde- 
ro in  mano  di  Pelissier  5oo  prigionieri, 70 
cannoni  e  diversi  ridotti  circostanti.  Ma 
l'assalto  sanguinosissimo  al  GranRedan,a 
Malakolfe  alle  batterie  che  ne  dipendono, 
costò  a'  1 8  agli  alleali  più  di  3200  uomini, 
morti,  feriti,  prigionieri  o  in  altra  guisa 
scomparsi.  L'  esercito  sardo  ben  accolto 
dagli  alleati  in  Crimea,  i  cui  lidi  ancora 
risuonano  delle  prodezze  de' reali  di  Sa- 
voia e  della  possanza  della  marina  geno- 
vese, fin  qui  non  avea  avuto  parte  a  qual- 
che grave  scontro,  ed  invece  furono  fla- 
gellali dal  cholera,  che  vi  faceva  stragi 
nel  loro  campo  di  Kamara  ed  a  Balakla- 
va,  morendone  il  fratello  del  comandan- 
te, il  bravo  generale  Alessandro  La  Mar- 
mora  istitutore  del  corpo  de'  bersaglieri, 
non  meno  rinomali  e  intrepidi  de'  famosi 
cacciatori  di  Vincennes  e  de'zuavi  france* 
si.  CusUuliuopoli  olire  Y  essere  il  conli- 


4'p  TUR 

mio  deposito  de'ferili  e  maiali  ili  Crimea, 
pali  anch'essa  ripetutamente  il  funesto 
morbo  ed  aliti  giavi  infortuni!.  A' f)  giu- 
gno un  incendio  ridusse  in  cenere  il  vasto 
e  magnifico  palazzo  imperiale  di  Alimed 
Fethi  pascià  gran  maestro  d'artiglieria  e 
cognato  del  sultano,  che  fu  il  I .°  degli  am- 
basciatori ottomani  a  rendere  omaggio  a 
Gregorio  XVI  in  Roma,  siccome  già  nar- 
rai :  il  danno  si  valutò  a  più  di  1  o  milioni 
di  piastre  turche.  L'incendio  però  ch'eb- 
be luogo  a'  24  Tu  più  assai  pernicioso  e 
deplorabile,  in  8  ore  riducendo  in  cenere 
5ooo  case  e  botteghe  turche  e  parecchi  pa- 
lazzi, oltre  5  moschee,  1 6  scuole  e  una  bi- 
blioteca. 11  danuo  fu  incalcolabile.  Gioii- 
stadt  sempre  era  vagheggiata  dalla  flotta 
nemica  a  rispettosa  distanza,  e  sembrava 
che  dal  suo  durissimo  scoglio  intimasse 
al  Duudas  ciò  che  l'anno  scorso  avea  in- 
timalo a  Napier  :  Guardami  finche  vuoi, 
purché  non  mi  tocchi.  Il  generale  russo 
INI  ura  wielfo  per  combattere  Sciamyl,o  le- 
mendu  qualche  bombardamento  diLyons 
oBruat,  abbandonò  la  fortezza  d'Auapa, 
la  piazza  de'  russi  più  valida  sulla  costa 
asiatica  del  mar  Nero,  e  la  chiave  de'loro 
possedimenti  nel  Caucaso.  L'ambasciato- 
re inglese  in  Costantinopoli  fece  a  nome 
del  suo  governo  una  convenzione  col  sul- 
tano, per  prendere  20,000  turchi  asoldo 
inglese  per  l'esercito.  Indi  gl'inglesi  for- 
marono delle  legioni  straniere  d'avven- 
turieri svizzeri,  italiani  e  tedeschi.  Presero 
al  soldo  un  corpo  d'irregolari  turchi  det- 
ti basci-bozuch,i  quali  non  furono  potuti 
domare  ne  da  Omer  pascià,  né  dal  gene- 
ral Yussuf,  per  cui  riuscirono  veri  brigan- 
ti. Benché  Francia  ricordasse  all'Austria 
le  sue  promesse,  di  mutar  il  trattato  in 
alleanza  offensiva  e  difensiva,  se  le  confe- 
renze mancavano,  a  dimostrare  l'Austria 
che  per  allora  non  intendeva  sguainarla 
spada,  diminuì  notabilmente  il  suo  eser- 
cito. Restò  all'Austria  il  favorire  la  pace 
sui  punti  convenuti  nelle  conferenze,  an- 
co coli'  armi  occorrendo,  di  mantenersi 
armata  ne'piincipati  Danubiani,  ed  allea- 


TUR 

ta  della  Porta  per  conservare  l'integrità  e 
l'indipendenza  de'suoi  stati.  A'3o  giugno 
si  fondò  canonicamente  in  Colonia  V  As- 
sociazione del  s.  Sepolcro,  pev  la  conser- 
vazione e  l'avanzamento  del  cattolicismo 
in  Terra  Santa,  colle  norme  riferite  dalla 
Civiltà  Cattolica)  serie  3.1, 1. 1,  p.  2^4- 
L'Opera  de' pellegrinaggi  in  TerraSan- 
ta  fu  istituita  anche  in  Francia,  più  volte 
ne  ragionò  la  stessa  Civiltà,  celebrandone 
il  fervore  tanto  delle  carovane  de'  pelle- 
grini francesi  che  tedeschi,  noncheilGVor- 
nale  di  Roma,  cornea  p.  862  del  i856, 
ove  si  dice  de'  nuovi  viaggi  organizzali 
dal  comitato  dell'  opera,  oltre  quelli  per 
la  settimana  santa  e  altre  epoche,  anche 
per  le  feste  del  s.  Natale,  ed  avverte.  «  La 
partenza  sarà  da  Marsiglia  il  giovedì  27 
novembre.  Le  persone  che  desiderasse- 
ro farne  parte,  dovranno  dirigerne  la  do- 
manda alla  segreteria  del  comitato,  via 
Furslemberg  n.°  6,al  più  presto  possibile. 
La  durata  del  viaggio  è  di  due  mesi  (an- 
data e  ritorno), de'quali  36  giorni  in  Pa- 
lestina. I  prezzi  restano  fissi  ai2DO  fran- 
chi, 1.*  classe,  e  1000  franchi,  2/  classe, 
prezzo  totale  del  viaggio".  Il  28  gingilo 
1 855  fu  l'ultimo  di  vita  pel  capo  gene- 
rale inglese  in  Crimea,  lord  Raglan,  mor- 
to di  malattia  in  età  di  67  anni.  Gli  suc- 
cesse il  generai  Simpson,  allora  capo  dello 
stato  maggiore  in  Crimea,  vecchio  esperi- 
meulato.  Nel  Baltico  avendo  gl'inglesi 
patito  altri  gravi  danni  dallo  scoppio  del- 
le macchine  infernali  de'russi,  ne  pesca- 
rono da  5o  e  impararono  a  disarmarle  ; 
eco'francesi  bombardarono  Sweaborg  la 
rocca  marittima  o  la  Gibilterra  del  Bal- 
tico, ed  oltre  altri  piccoli  bombardamenti 
distrussero  moltissime  navi  di  commercio 
e  barche  pescarecce,  onde  vendicarsi  di 
non  poter  guerreggiar  le  navi  chiuse  nei 
porti.  Volendo  i  russi  occupare  le  linee 
della  riva  sinistra  della  Chernaia,  la  qua- 
le si  teneva  dagli  alleati,  nella  mattina  dei 
1 6  agosto  in  numero  di  quasi  60,000  pas- 
sarono il  fiume  o  torrente  sopra  vari  pon- 
ti fabbricati  all'improvviso,  esi gettarono 


TUR 

sopra  il  campo  piemontese  principalmen- 
te, che  in  sulle  prime  dovette  sopportare 
quasi  solo  l'urto  del  potente  nemico.  So- 
praggiunsero poi  i  francesi  con  Pelissier, 
e  in  4  ore  circa  40,000  tra  francesi  e  sar- 
di poterono  fare  ripassare  la  Chernaia  ai 
russi,  i  quali  nella  precipitosa  fuga  abban- 
donarono tutti  gli  attrezzi  da  fabbricar 
ponti; e  si  ritirarono  sopra  Makenzie,  do- 
po aver  fililo  il  maggior  sforzo  sul  ponte 
di  Traktir,  per  cui  si  chiamò  la  battaglia 
della  Chernaia  e  di  Traktir.  Gì'  inglesi 
giunsero  dopo  il  ritiro  de' russi.  I  morti 
dalla  parte  de' russi  si  disse  più  di  3ooo, 
i  feriti  5ooo,e  fra  gli  uni  e  gli  altri  7  ge- 
nerali^ de'prigioni  circa  800:  dalla  parte 
degli  alleati  caderonoi  81, e  feriti  poco  più 
di  1000.  Tra' sardi  restò  ferito  il  general 
conte  Rodolfo  Moutevecchio  di  Fano  e 
poi  morì  a'  1 2  ottobre  religiosamente,  con 
quella  edificazione  che  rilevò  la  Civiltà 
Cattolica,  dicendo  benissimo  che  si  può 
essere  prode  soldato  e  fervido  credente. 
Inoltre  il  general  Moutevecchio  partico- 
larmente fu  encomialo  pel  valore,  e  de- 
plorato anco  dall'  Enciclopedia  contem- 
poranea di  Fano  sua  patria.  Napoleo- 
ne 111  scrisse  congratulazioni  a  Pelissier, 
dicendogli:  Questa  è  la  3/  volta  che  i  russi 
mostrarono,  che  in  campagna  aperta  noti 
ponuo  stare  a  fronte  degli  alleali.  Sog- 
giunse, Sebastopoli  cadrà  presto,  e  ma- 
nifestò il  rammarico  di  noti  poter  rag* 
giungere  l'esercito  in  Crimea,  com' erasi 
proposto.  11  bombardamento  di  Sebasto- 
poli ricominciò  a'  1 8  agosto,  ed  il  principe 
Gortschakolf  essendo  costretto  per  l' in- 
cessante tiro  degli  assediami  a  rallentare 
l'esecuzione  de'  lavori  di  difesa,  mentre 
prima  nottetempo  i  russi  riparavano  i  dan- 
ni del  giorno,  e  vedeudo  che  le  gallerie 
nemiche  guadagnavano  terreno,ela  torre 
di  Malakofl  bersagliata  a  soli  io  metri, 
temendo  sulla  sorte  di  Sebastopoli,  pensò 
di  preparare  uno  scampo  al  suo  esercito 
in  caso  di  grave  disastro.  Perciò  verso  il 
fine  d'agosto  fece  gettare  attraverso  della 
gran  rada  un  ponte  di  barche  che  potesse 


T  U  R  443 

tragittare  sicuramente  da  Sebastopoli  ai 
forti  del  nord  i  suoi  guerrieri,  e  fu  capo- 
lavoro d'arte  militare.  Gli  alleati  creden- 
do che  i  russi  volessero  tentare  una  sor- 
tita si  tennero  pronti  ad  accoglierli,  sen- 
za lasciar  il  bombardamento  e  il  pensiero 
dell'assalto  della  città.  Ne' giorni  6,  7  e  8 
settembre  raddoppiarono  con  insolito  ar- 
dore la  tremenda  opera  di  distruzione, 
vomitando  spavento  e  morte  sull'infelice 
Sebastopoli  da  ben  700  bocche  di  canno- 
ne, mentre  la  flotta  alleata  comandata  da 
Lyons  e  Bruat  facea  grandinare  senza  po- 
sa le  sue  bombe  specialmente  sul  forte 
della  Quarantena,  onde  de*  russi  ne'20 
giorni  che  precedettero  il  5  settembre 
morivano  non  meno  da  5ooaiooo  uo- 
mini al  giorno  pel  bombardamento,  e  ne- 
gli ultimi  3  giorni  25oo  al  giorno!  Giunti 
i  lavori  francesi  del  genio  a^So/Jo  me- 
tri dall'opere  principali  della  piazza,  ter- 
minato l'allogamento  di  100  batteria  con 
35o  bocche  da  fuoco  pegli  attacchi  di  si- 
nistra e  200  per  que'  della  destra,  e  ap- 
postati gl'inglesi  a  220  metri  dal  gran  Re- 
datl  alla  Ivarabelnaia  con  200  cannoni, 
fu  deciso  da  Pelissier  e  Simpson,  d'accor- 
do co'generali  del  genio  a  dell'artiglieria, 
di  procedere  all'assalto  finale  della  città 
assediata.  Venne  quindi  affidato  al  gene- 
ral de  Salles  e  al  suo  i .°  corpo  francese, 
rinforzato  all'  uopo  d'una  brigata  sarda, 
l'attacco  del  bastione  centrale.  Agl'inglesi 
il  gran  Redan,  al  generale  lìousquet  la 
torre  di  Malakoiì'e  il  piccolo  Redan  sulla 
baia  del  Carenaggio.  Quest'ultimo  assa- 
liremo come  il  piti  difficile  e  decisivo  fu 
cosi  disegnato  :  il  general  Mac  Mahon  a 
sinistra  dovea  impadronirsi  di  Malakolì; 
il  general  Dulaca  destra  soggiogare  il  pic- 
colo Redan,  e  il  general  Mollerouge  do- 
minar nel  centro  la  cortina  che  legava  le 
due  opere  anzidette.  Pochi  tratti  storici 
sono  paragonabili  alla  strage  che  vado  ad 
accennare,  poiché  a  migliaia  i  valorosi  si 
lanciarono  a  morte  pressoché  inevitabile. 
Avvicinale  adunque  di  nascosto  le  colon- 
ne; disposte  le  milizie  del  genio  con  ap- 


4  i  ì  '*  u  R 

parecchi  per  gittar  ponti;  forniti  gli  ar- 
tiglieri d'attrezzi  per  inchiodar  e  schiodar 
cannoni  e  volgerli  a  danno  del  nemico; 
muniti  altri  d'utensili  per  aprir  passaggi, 
colmar  fossi  e  creare  impedimenti  ;  assi- 
curatosi infine  tutto  l'esercito  dalle  spal- 
le e  dal  lato  più  esposto,  dopo  aver  can- 
noneggiato spaventosamente  pe'  detti  3 
giorni  le  fortificazioni,  venne  il  momento 
dell'assalto  cioè  il  meriggio  dell'8  settem- 
bre. Appositamente  erasi  scelta  tale  ora 
affinché  rimanesse  tempo  agli  assalitori 
d'eseguir  il  colpo,  e  non  vi  fosse  pericolo 
che  l'esercito  russo  campato  fuor  di  città 
potesse  prima  della  notte  accorrere  in  soc- 
corso. Giunto  il  momento  prestabilito, 
uscirono  dalle  trincee  i  generali  Mac  Ma- 
hon,  Dulac  e  Motterouge  ;  e  i  tamburi 
e  le  trombe  battendo  e  suonando  il  passo 
di  carica,  alle  grida  di  Viva  V  Impera* 
(ore  mille  volte  ripetuto,  si  precipitarono 
contro  le  fortezze  le  loro  truppe.  La  di- 
visione Mac  Mahon  si  lanciò  contro  Ma- 
lakolf:  ivi  la  larghezza  e  la  profondità  del 
fosso,  l'altezza  e  Io  scoscendimento  del- 
l'erta ne  resero  difficilissima  la  salita;  ma 
ogni  dillìcoltà  svanì  davanti  a'fervidi  guer- 
rieri; infiammati  di  valore,  pervenuti  al 
parapetto  piombarono  addosso  a'  russi 
che  prodi  si  fecero  piuttosto  uccidere  che 
indietreggiare,  e  perduti  i  fucili  si  difesero 
colle  zappe,colle  pietre  e  con  quanto  loro 
venne  alle  mani.  Quivi  s'ingaggiò  terri- 
bile tenzone  a  coi  pò  a  cor  pò;  in  tanto  i  fran- 
cesi guadagnato  terreno,  saltarono  entro 
Je  opere,  e  pochi  momenti  dopo  la  loro 
aquila  sventolò  vincitrice  stilla  torre.  Già 
a  destra  e  al  centro  le  divisioni  Dulac  e 
jMollerouge  si  erano  impadronite  del  pic- 
colo Redan  e  della  Cortina  spingendosi  fi- 
no alla  2. "cinta  ancora  in  costruzione, 
quando  ogni  cosa  pericolò  per  la  disgra- 
zia avvenuta  all'intrepido  general  I3ous- 
quet,  il  quale  colpito  da  grossa  scheggia 
di  bomba  dovè  abbandonar  il  campo.  Gli 
successe  nel  comando  il  general  Dulac. 
Intanto  il  genio  colmava  le  fosse,  apriva 
passaggi  gittava  pouli,  Allora  fu  dato  il 


TUR 

segno  dell'  attacco  agl'inglesi  e  più  tardi 
al  general  de  Salles.  Gl'inglesi  aveanoaoo 
metri  a  varcare  sotto  una  terribile  pioggia 
di  mitraglia;  in  un  momento  tutta  l'area 
restò  coperta  de'loro  cadaveri.  Nondime- 
no le  colonne  non  si  arrestarono  e  giun- 
sero imperterrite  nella  direzione  del  pun- 
to culminante.  Discese  nel  fosso  scalaro- 
no, malgrado  gli  sforzi  de'russi,  la  scarpa, 
ed  espugnarono  il  saliente  del  Redan; 
ma  colà  giunti,  dopo  una  prima  zuifa  che 
costò  assai  cara  a'russi,  non  trovando  di- 
nanzi a  se  che  uno  spazio  libero  e  fulmi- 
nato senza  posa  dalle  palle  del  nemico  che 
sfavasi  ritirato  nascosto  ne' suoi  riposti- 
li, e  nou  bastando  i  nuovi  arrivanti  a  sur- 
rogare i  caduti,  dopo  due  ore  d'inegual 
combattimento  indietreggiarono  con  tal 
intrepidocontegnoche  i  russi  non  furono 
arditi  d'inseguirli.  Dal  canto  suo  il  gene- 
ral de  Salles  moveva  i  suoi  all'attacco  del 
bastione  centrale.  Auch'  ivi  fu  spostalo 
sulle  prime  il  russo;  ma  questi  mercè  al- 
cuni cannoni  già  nascosti,  della  grandine 
di  palle  che  i  suoi  moschetti  vomitavano 
da  ogni  parte,  di  alcuni  fornelli  fatti  scop- 
piar opportunamente,  e  soprattutto  d'una 
carica  impetuosa  e  numerosissima,  rigua- 
dagnarono il  perduto  terreno  e  costrin- 
sero anche  i  fraucesi  a  cessarsi  dopo  aver- 
vi tollerali  gravissimi  danni.  Si  volle  ri- 
tentare il  fatto,  sperandone  miglior  for- 
tuna; ma  il  general  Pelissier  lo  credè  inu- 
tile, e  perciò  ne  mandò  a  tempo  il  divie- 
to. Parimente  l'assalto  del  piccolo  Redan 
e  della  Cortina,  sebbene  sostenuto  lungo 
tempo  con  incredibile  valore,  riuscì  qua- 
si interamente  a  vuoto.  Imperocché  alla 
difesa  di  questo  punto  cooperarono  assai 
le  batterie  de'forli  del  nord,  i  cannoni  dei 
vascelli  nemici,  e  lo  scoppio  fortuito  di 
una  gran  polveriera  de'russi.  Tre  volte  le 
divisioni  Dulac  e  Motterouge  s'impadro- 
nirono del  piccolo  Redan  e  della  Cor- 
tina, e  3  volte  ne  furono  respinti.  Indar- 
no i  russi  tentarono  più  volte  di  ricacciare 
i  francesi  da  MalakolF:  questa  torre  era 
presaecou  questa  fu  presa  Sebastopoli, 


TUR 

come  quella  eh'  era  la  chiave  delle  for- 
tezze meridionali  della  città,  e  formida- 
bilissima sopra  tutte  giganteggiava.  Pian- 
tate colassù  le  artiglierie  degli  alleatala 
guarnigione  di  Sebastopoli  sostenne  un 
fuoco  infernale,  respinse  6  assalti,  ma  le 
fu  impossibile  sloggiare  il  nemico  dal  ba- 
stione Kornilofi  di  Mulakoff:  indi  fu  faci- 
le a'francesi  il  far  tacere  la  a.*  linea  di  for- 
tificazione, il  che  vedendo  i  russi  sgom- 
brarono con  fuga  così  rapida  che  a  molti 
costò  la  vita  e  non  lasciò  agio  di  prov- 
vedere bastevolmente  al  trasporlo  dei 
mortiede'ferili.  Anche  i  tìedan  vennero 
abbandonati,  e  col  favore  delle  tenebre  i 
russi  lasciarono  la  città  varcando  sopra 
il  ponte  anzidetto  alle  fortificazioni  del 
nord,  onde  a'g  settembre  gli  alleati  furo- 
no padroni  della  sospirata  Sebastopoli, 
baluardo  della  potenza  russa  nel  mar  Ne- 
ro e  regina  di  questo.  Intanto  che  i  russi 
si  ritiravano,  l'esercito  alleato  salì  sugli 
spaldi  della  città,  ma  dell'  entrarvi  era 
nulla  f  perchè  Gortschakoff,  fosse  per  pro- 
teggere la  sua  ritirata  dalla  dolorosissima 
pei  dita,  o  più  probabilmente  perseguire 
l'uso  antico  di  sua  nazione  di  distruggere 
ciò  che  non  si  può  salvare,  avea  prima  Ge- 
mmate le  vie  di  gran  quantità  di  bombe 
e  appiccato  il  fuoco  alla  città,  e  fra  le  pro- 
prie fumanti  rovine  scomparve  la  sua 
grandezza.  Fortezze,  arsenali,  pubblici  e 
privati  edifìzi,  tranne  alcune  eccezioni  , 
tutto  saltò  in  aria  con  tale  spavento  che 
sembrò  un  finimondo.  Anche  la  flotta 
disparve  affondata  e  distrutta  per  opera 
de'  russi  medesimi,  che  non  patirono  di 
lasciar  in  mano  altrui  sì  ricco  bottino. 
All'  arrivo  degli  alleati  nel  porto  di  Se- 
bastopoli erano  in  tutto  1 08  bastimenti  di 
ogni  dimensione  e  armati  da  2200  can- 
noni 1  Si  combattè  valorosamente  da  am- 
bo le  parti,  e  la  vittoria  U\  da'iussi  con- 
trastata eroicamente,  e  fatta  pagare  a 
caio  prezzo  di  sangue.  Nel  numero  totale 
de' rimasti  sul  campo,  gli  alleali  conta- 
rono 8000  morti,  de' quali  6000  fran- 
cesi compresi  5  loro  generali,  oltre  4  fé- 


tur  44$ 

riti  e  6  contusi.  La  perdila  de'  russi,  per 
la  crudezza  della  mischia,  fu  assai  mag- 
giore. Se  è  vero  che  il  principe  Gortscha- 
koffinterpellasse  Pelissier,  se  ritirandosi 
i  russi  da'  forti  del  nord  esso  s'incaricasse 
di   i  5,ooo  feriti  e  malati,  si  può  ben  ar- 
gomentare che  quasi  tutti  quegl'  infelici 
cadessero  nelP  ultime   giornate  ;  poiché 
prima  gl'infermi  s'inviarono  a  Sinfero- 
poli.  Sono  incredibili  le. fatiche  sostenute 
da'guerrieri  assalitori,  la  loro  costanza  e 
rassegnazione;  e  nel  dì  solenne  del  memo- 
rando e  terribile  assalto,  quell'ardore  cui 
non  arrestava  né  il  fuoco  delle  batterie 
nemiche,  né  i  fulminanti  cannoni,  né  la 
grandine  di  mitraglia  che  continuamente 
li  decimava,  né  gli  sforzi  della  flotta  riu- 
niti a  quelli  dell'  armata  di  terra,  né  la 
natura  sconvolta  e  gli  elementi  infuriati, 
che  pareano  congiurati  a  difendere  que- 
sta meravigliosa  e  grande  Sebastopoli, ne 
l'aspetto  della  superba  città, che  loro  pre- 
sentava fieramente  le  alte  sue  torri  ed  i 
suoi  formidabili  baluardi,  né  1'  eroica  e 
disperata  resistenza  degli  assediali. Fu  co- 
mune opinione, che  l'ultima  difesa  di  Se* 
bastopoli  costò  tra  morti  e  feriti  3o,ooo 
guerrieri  a'  russi,  pel  micidiale  bombar- 
damento. Dall'apertura  della  trincea,  fat- 
ta a'g  ottobre  i  854,  a'9  settembre  1 855, 
passarono  33o  giorni  di  lavori  d'  assedio 
eseguiti  quasi  tutti  nel  vivo  sasso  sotto  il 
fuoco  della  piazza  e  malgrado  le  sortite 
degli  assediati.  In  vari  punti  furono  fatte 
fino  a  7  parallele.  Dall'apertura  poi  del 
fuoco,  1  7  ottobre  1  854,  corsero  332  gior- 
ni di  bombardamento  e  di  cannoneggia- 
mento. Cessate  alquanto  le  fìammediSe- 
bastopoli,  per  l'incendio  appiccatovi  nel 
partile  da'iussi,  l'i  1  settembre  Pelissier 
percorse  la  terribile  e  domata  città, e  in- 
di scrissi  a  Paiigi.  ••  Il  pensiero  non  può 
formarsi  un  quadro  esatto  della    nostra 
vittoria.  La  molteplicità  di  difesa  e  i  mezzi 
materiali  che  sono  stati   posti   in   opera 
superano  di  gran  lunga  quanto  si  legge 
nella  storia  delle  guerre". Caddero  in  pre- 
da de'conquistatori  4°oo  bocche  dafuo- 


446  T  U  R 

<o,  i  5o,ooo  pnllc  da  cannone  e  propor- 
7Ìonnta  quantità  di  mitraglia,  di  polvere 
e  di  rame,  e  tutte  quelle  altre  copiose 
provvista  e  numerose  munizioni  di  ricco 
bottino,  riportate  dalla  Civiltà  Cattolica, 
a/  serie,  t.  12,  p.  6o5.  Il  danno  sofferto 
da'  russi  si  fece  ascendere  a  80  milioni  di 
rubli.  Oltre  la  cattedrale  di  Sebastopoli, 
restala  quasi  intatta,  e  dedicata  tosto  dai 
francesi  al  culto  cattolico,  l'ammiraglio 
Lyons  nelle  sua  relazione  al  governo  in- 
glese, fece  il  novero  dell'opere  pubbliche 
poco  o  nulla  danneggiate  venule  nelle 
mani  degli  alleati.  Trovò  che  il  forte  del- 
la -Quarantena  non  avea  sofferto  molto 
dall'esplosione  della  polvere,  così  le  fiam- 
me poco  nocquero  al  forte  .Nicolò;  rima- 
sero pine  in  perfetto  stato  i  5  docks  e  i 
magnifici  bacini  colle  macchine  a  vapo- 
re e  destinate  a  riempirli  dell'acqua  del- 
la Chernaia,  ma  poi  si  fecero  saltare  in 
aria.  La  notizia  della  strepitosa  e  cele- 
berrima vittoria  venne  accolla  con  im- 
menso stupore  e  contrari  affetti  da  tut- 
ta Europa,  la  quale  attendeva  da  un  an- 
no allo  scioglimento  del  gran  dramma 
sanguinolento  di  carnificina  umana.  In 
sulle  prime  v'  ebbe  di  molti  che  non  ci 
presta  van  feóe,  e  non  è  poco  vanto  del  ge- 
neral Pelissier  1'  aver  eseguito  un  colpo 
a  lor  giudizio  incredibile:  fu  colmato  d'e- 
logi e  di  decorazioni  (  lo  fu  pure  il  ge- 
neral Simpson  dalla  sua  regina,  dall'im- 
peratore de'francesi  e  dal  re  di  Sardegna, 
con  singolari  lodi),  e  da  Napoleone  III 
fatto  maresciallo  di  Francia,  duca  di  Ma* 
lakoff  con  pensione  annua  di  100,000 
franchi.  Ma  dopo  qualche  giorno  dove- 
rono anch'  essi  chinar  il  capo  e  tributar 
lode  alla  possente  nazione,  che  condusse 
a  termine  un  assedio  per  innumerevoli 
circostanze  difficilissimo  e  non  secondo  a 
verun'altra  impresa  di  simil  fatta.  Nella 
Francia  e  in  Parigi  specialmente  le  dimo- 
strazioni di  gioia  furono  stragrandi,  per 
festeggiar  il  glorioso  avvenimento.  Fu 
cantato  nella  metropolitana  di  Parigi  il 
Te  Deum  al  Dio  degli  eserciti  colla  mas- 


T  U  R 

sima  solennità  e  intervento  dell'  impera- 
tore e  de'corpi  diplomatici  e  militari;  alla 
(piai  pia  ceremonia  assisterono  pure,  per 
la  potenza  della  vittoria,  l'ambasciatore 
del  sultano  Vely  Edilio  Rifaat  pascià  e 
l'emiro  Abd-el  -Rader  che  trova  vasi  in 
quella  gran  empitale!  Anche  in  Inghilter- 
ra si  tripudiò  senza  fine,  sebbene  la  glo- 
ria dell'  impresa  propriamente  militare 
non  sia  divisibile  in  egual  parte  alle  due 
potenze  alleale  (e  lo  confessarono  diversi 
fogli  inglesi,  dicendo  la  nazione  umiliata 
del  non  aver  avuto  la  parte  ch'ebbero  i 
francesi,  sia  nella  guerra,  sia  nel  trionfo), 
nonché  a  Torino,  in  Costantinopoli  e  nel- 
l'impero ottomano.  L'esultanza  de' tur- 
chi per  la  caduta  di  Sebastopoli  fu  oltre 
ogni  dire  grandissima,  e  rese  tra  essi  più 
lemuto  e  rispettato  il  nome  de'  francesi. 
L'alta  provvidenza  di  Dio  mena  sempre 
la  sua  Chiesa  ad  inaspettati  trionfi.  1  cat- 
tolici nell'  impero  ottomano  gemevano 
sotto  il  peso  di  doppia  oppressione  :  dal- 
l' una  parte  i  turchi  vietavano  il  libero 
esercizio  di  loro  religione,  tranne  alcune 
eccezioni,e  tenevanli  in  a  obiezione  presso- 
ché di  schiavi;  dall'altra  gli  scismatici  ne 
invadevano  il  patrimonio  cte'Luoghi  San- 
ti, da'quali  all'ombra  della  potenza  rus- 
sa s'argomentavano  di  cacciarli  del  tutto 
a  poco  a  poco.  Quando  Dio  colle  vittorie 
delle  potenze  cristiane,  procurava  l'intera 
emancipazione de'crisliani  e  fiaccava  l'ol- 
tracotanza  scismatica  in  Palestina.  In  que- 
sta regione  non  solo  i  greci  scismatici  de- 
posero l'usata  baldanza,  ma  diverse  co- 
munità si  posero  sotto  la  prolezione  del 
patriarca  latino  di  Gerusalemme,  nella 
qual  città  alzarono  la  bandiera  nazionale 
i  consolidi  Francia,  Inghilterra,  Austria 
e  Spagna,  mentre  prima  non  vi  sventola- 
va che  la  sola  turca!  Il  Giornale  di  Ro- 
ma a  p.  58  e  62  riporta  un  erudito  ar- 
ticolo della  Patrie  sopra  i  3  più  grandi  as- 
sedi fatti  sotto  il  grande  impero  di  Na- 
poleone I,  cioè  di  Gaeta,  Danzica  e  Sa- 
ragozza, provando  che  ni  uno  può  para- 
gonarsi a  quellodi  Sebastopoli,  operazio- 


TUR 

no  di  guerra  ilei  tutto  eccezionale  ne'fa- 
sli  degli  attacchi  delle  piazze.  Le  partico- 
lari difficoltà,  che  si  presentarono  in  ta- 
li assedi, esigerono  senza  dubbio  per  parie 
degli  assediatiti  un  gran  valore,  una  gran- 
de abilità  e  una  ferma  volontà  di  vince- 
re; ma  ninno  di  essi  ebbe  per  se  solo  riti- 
n'iti  cotanti  ostacoli,  quanti  convenne  su- 
perare per  piantar  la  bandiera  di  Fran- 
cia sulle  mina  di  Sebastopoli,  perchè  ces- 
si di  minacciar  il  Rosforo  e  Costantinopo- 
li. 1  fogli  francesi  fecero  voti  per  la  pace, 
intanto  che  gl'inglesi  e  altri  si  mostraro- 
no più  di  prima  furibondi  per  la  guerra! 
1  pochissimi  periodici  che  aveano  abbrac- 
ciato la  causa  russa  tentarono  di  possi- 
bilmente attenuare  il  valore  del  riporta- 
to trionfo,  e  volevano  far  credere  che  il 
russo  era  tuttavia  poco  men  fòrte  di  pri- 
ma per  rimanergli  la  Sebastopoli  setten- 
trionale eie  fortezze  del  nord  piti  formi- 
dabili delle  conquislatedel  sud. Ma  la  Pa- 
trie tra  gli  altri  rispondendo  a  tali  esage- 
razioni osservò  saviamente,  che  fino  a'9 
settembre  non  vi  fu  che  una  sola  Seba- 
stopoli, cioè  quella  delsu(l,ch'è  la  perdu- 
ta; in  questa  esservi  gli  arsenali,  i  cantie- 
ri, le  provvigioni  d'ogni  fatta:  al  di  là  del- 
la baia  avervi  bensì  alcune  fortezze,  ma 
meno  formidabili  delle  già  espugnate.  Ed 
il  Moniteur  rimarcò,  ch'esse  non  supera- 
no le  fortificazioni  che  circondano  Pari- 
gi. Lasciali  circa  3ooo  uomini  alla  guar- 
dia della  città  conquistata  ,  Pelissier  di- 
spose le  truppe  per  stringere  sempre  i  più 
forti  del  nord  e  interrompere  la  comuni- 
cazione che  restava  aperta  tra  quelli  e 
Sinferopoli.  Seguirono  scambievoli  scara- 
m uccie,  ed  esplorazioni  di  terreno  per  par- 
te degli  alleali,  i  quali  a'ig  settembre  dai 
castelli  e  dalla  rada  cominciarono  ener- 
gicamente il  bombardamento  de'  forti 
del  nord;  mentre  ad  Eupatoria  sbarcati 
25,ooo  uomini  trasportativi  da  Ramie- 
sch,checo'3o,ooo  turchi  ivi  stanziati  for- 
marono un  corpo  assai  forte,  ed  il  general 
Allooville  con  parie  di  essi,  co'suoi  fran- 
cesi e  gH  egiziani  a' 29  settembre  slesso 


T  U  R  4Ì7 

sperperò  la  cavalleria  russa  del  general 
K.ot'Ìf,e  le  tolse6cannoni,i2  cassoni, 230 
cavalli  e r  69  prigionieri.  Nello  stesso  gior- 
no le  milizie  turche  e  inglesi  chiuse  den- 
tro Kars,  che  con  Erzerum  sono  le  città 
pi  ti  i  ra  portatili  della  Turchi  a  Asia  lica  ,co  • 
mandate  dal  prode  general  Williams,  fu- 
rono circondate  d'ogni  verso  dall'eserci- 
to russo  capitanato  dal  valoroso  e  con- 
dottiero vittorioso  di  molte  fazioni  guer- 
resche general  Mttrawieff,  ed  Omer  pa- 
scià inviato  a  soccorrere  la  piazza  che  tro- 
vavasi  in  pericolose  condizioni  per  lungo 
assedio,  non  potè  pervenirvi.  Il  combatti- 
mento fu  accanilo  e  micidiale  nel  nuovo 
assalto  dato  da  MurawiefF,  ma  gli  asse- 
diati benché  ridolli  a  pochi  per  mancan- 
za di  viveri,  tale  resistenza  fecero  e  con 
tanta  valentia  respinsero  il  nemico  ,  che 
questi  dovè  ritirarsi  con  grandissima  per- 
dita. Ma  questa  splendida  vittoria  non 
cambiò  la  (torte  de'turchi  assediati,  per  it 
loro  stato  lagtimevole.  Intanto  la  Russia 
a  mano  a  mano  che  Sebastopoli  pericola- 
va, andò  aumentando  le  fortificazioni  di 
Nicolaiew,  nuovo  e  ricchissimo  arsenale 
marittimo,  situata  a  egual  distanza  tra  O- 
dessa  e  Perekop,  per  ridurla  a  piazza  di 
1  ."ordine  e  formidabile  per  molestar  gli 
alleati  con  flotte,  mirabilmente  prestan- 
dosi la  giacitura  del  luogo  internato  i\en- 
Irò  terra  un  i5  leghe  e  di  tante  discosta 
dalle  bocche  del  Dnieper,  precipua  arte- 
ria dell'immenso  impero,  e  così  farla  di- 
venire una  »."  Sebastopoli,  per  cui  vi  si 
recò  Alessandro  11  ad  affrettare  i  lavori 
de'35,ooo  operai  diretti  dal  celebre  ge- 
nerale del  genio  Totlleben.  La  pace  di- 
ventava più  difficile,  sebbene  si  bramava 
dalle  (\ue  parti  guerreggiatiti,  poiché  A- 
lessandro  II  annunziandola  caduta  di  Se- 
bastopoli allo  zio  redi  Prussia,  soggiun- 
se, come  fu  detto:  La  Russia  non  indie 
treggia  giammai  dopo  un  disastro.  Ed  al 
governatore  di  Mosca  dichiarò:  Il  popolo 
russo  è  pronto  a  versar  tutlo  il  suo  san- 
gue per  conservar  l'integrità  dell'impero, 
del  (piale  uon  soffrirà  mai  che  si  stacchi 


448 


TUR 


la  minima  parte.  Da  molti  piccoli  fatti  fu 
osservato,  la  Russia  essere  irreconciliabi- 
le coll'lnghilterra,  poiché  a  questa  piut- 
tosto che  alla  Francia  cercò  eli  nuocere 
nella  campagna  di  Crimea;  e  ciò  forse  o 
per  antipatia  o  per  malumore  cagionato 
dalla  pubblicazione  de'segreti  documen- 
ti relativi  alle  mire  di  Nicolò  I  sulla  Tur- 
chia ,  onde  gì'  inglesi  furono  particolar- 
mcnte  presidi  mira.  Osservò  la  Bilancia 
di  Milano,  che  i  francesi  si  mostrarono  in 
questa  guerra  generosi  e  soldati  d'onore, 
secondo  l'indole  della  nazione  e  per  la  be- 
nefica influenza  cattolica  dell'illustre  cle- 
ro; laddove  gl'inglesi  dierono  prove  tal- 
volta di  cupidigia,  di  rapacità  e  d'animo 
crudele. 

Negli  ultimi  del  memorabile  settembre 
1 855  fu  raccolto  in  Costantinopoli  il  sino- 
do greco  scismaticOjConsigliere del  patriar- 
ca in  tutti  gli  affari  rilevanti  e  che  veglia 
con  lui  alla  prosperità  della  chiesa,  all'am- 
ministrazione de'suoi  beni  e  alla  conser- 
vazione de'suoi  privilegi.  Sebbene  tutti  i 
vescovi  e  arcivescovi  metropolitani  han- 
no diritto  d'intervenirvi,  pochi  Io  fanno, 
ora  ascendendo  le  sedi  vescovili  a  circa 
i3o  e  le  arcivescovili  a  80.  Per  l'elezio- 
ne del  patriarca  intervengono  pure  con 
voto  il  presidente  de'  diversi  mercanti  e 
de'di  versi  corpi  delle  classi  d'operai.  Scel- 
to il  nuovo  patriarca,  spetta  l'approvazio- 
ne al  sultano.  Ora  in  detto  sinodo  fu  e- 
sautorato  il  famoso  patriarca  Antimo  pei* 
gravi  lagnanze  della  nazione,  di  cui  non 
seppe  discolparsi,  e  in  suo  luogo  fu  flet- 
to patriarca  Cirillo  arci  vescovo  d'Amasia. 
Il  gran  visir  a  uome  del  sultano  lo  rico- 
nobbe e  confermò, ordinando  ad  Antimo 
d'abbandonare  il  trono  patriarcale. Con- 
siderandogli alleati  chele  città  di  Taman 
e  Fanagoria,  poste  sul  pendio  de'  monti 
che  formano  il  lato  orientale  dello  stret- 
toci*! Kertcih,  già  Bosforo  Cimmerio,sem- 
bravano  opportune  a  servir  di  base  d'o- 
perazioni militari  in  una  campagna  d'in- 
verno, le  fecero  occupare  ambedue.  A*  17 
ottobre  le  squadre  alleate  espuguarouo  e 


TUR 
s'impadronirono  dell'importante  città  di 
Kinburn  posta  all'  estrema  punta  che 
chiude  quasi  lo  sbocco  del  Dnieper  e  del 
"Bug  nel  mar  di  Odessa,  e  domina  così  dal 
lato  del  mar  Nero  la  famosa  Nicolaiew, 
occupandola  il  generalBazainecon  1  2,000 
uomini.  La  vittoria  fu  rilevante  anche  per 
avere  i  russi  fatto  saltare  in  aria  le  cele- 
bri fortificazioni  d'OlschakofF di  fronte  a 
Kinburn.  I  navigli  alleati  quindi  getta- 
rono l'ancora  sull'imboccatura  del  Dnie- 
per, impedendo  così  qualunque  comuni- 
cazione marittima  tra  Nicolaiew  e  Chcr- 
8011  (altra  volta  centro  del  comando  del- 
la flotta  russa  nel  mar  Nero,  e  tuttora  bel- 
la città  malgrado  la  vicinanza  delle  due 
felici  rivali,  Nicolaiew  e  Odessa,  che  si  di- 
visero le  sue  spoglie,  lai.3  togliendole  la 
marina  militare,  l'altra  la  commerciale) 
da  un  lato,  e  dall'altro  tra  Nicolaiew  e 
Odessa,  aspirando  pure  a  rompere  le  co- 
municazioni della  Russia  occidentale  col- 
la Crimea  eziandio  per  terra  da  quella 
parte  e  da  Perekop,  onde  obbligare  i  rus- 
si o  a  una  decisiva  battaglia  o  ad  eva- 
cuar la  Crimea,  per  mancanza  di  riceve- 
re munizioni  e  vettovaglie.  Ma  Gortscha- 
koff  non  si  mostrò  affatto  disposto  a  la- 
sciar la  Crimea,  sperando  che  il  prossimo 
inverno  avrebbe  impedito  agli  alleati  di 
dargli  grave  molestia,  e  che  in  tale  stagio- 
ne si  potesse  iniziar  qualche  trattato  di  pa- 
ce.Ricevè  la  visita  d'Alessandro  li,  il  qua- 
le ispezionò  tutti  i  luoghi  dal  campo  di 
Perekop  fino  alle  fortezze  nordiche  di  Se- 
bastopoli, incoraggiando  le  milizie  ci  co- 
mandanti. Inutilmente  a'2  7  ottobre  il  ge- 
neral d'Allonville  mosse  daEupatoria, per 
provocare  a  battaglia  i  russi  a  Tchobatar 
sulla  via  di  Sinferopoli.  In  questo  tempo 
nell'  oriente  stavano  a  fronte  de'  russi 
276,000  alleati,  de 'quali  più  della  metà 
truppe  scelte  francesi;  e  nelle  darsene  e 
officine  d'Inghilterra, Francia  eTurchia  a- 
lacrementesi  lavorava  un'immane  quan- 
tità di  apparecchi  di  distruzione,  di  mor- 
te e  di  spavento.  Il  perchè  la  Russia  si  ar- 
mò sempre  piti  poderosamente,  molti  ar- 


TUR 

derido  di  continuar  In  guerra  pei  rifarsi 
ad  ogni  costo  delle  palile  sconfitte.  Ala  in- 
sieme il  partito  della  pace  guadagnava  o- 
gni  giorno  aderenti  ,  caldeggialo  dalle 
principesse  imperiali,  ed  il  popolo  minu- 
to ossia  l'immensa  maggioranza  della  na- 
zione, non  vedeva  la  necessità  di  conti- 
nuar la  lotta  cotanto  disastrosa.  Perciò  il 
sinodo  russo  con  nuova  insistenza  volle 
darle  colore  di  religione,  con  islimolare 
i  pastori  a  persuadere  i  soggetti  loro  che: 
«Lo  czar  fa  la  guerra  in  qualità  di  capo 
della  chiesa  orieutale;  che  come  nel  i  828 
la  Russia  snudò  la  spada  per  liberare  i 
greci  suoi  fratelli  in  religione,  così  ora  non 
può  patire  che  si  attenti  alla  libertà  di 
coscienza  gloriosamente  acquistata  :  che 
Infine  il  solo  protettore  della  chiesa  or- 
todossa è  lo  czar,  e  chi  ne  dubita  diven- 
ta perciò  apostata".  A'6  novembre  Omer 
pascià  forzò  il  passo  lugur  combattendo 
co'suoi  immersi  nell'acqua  sinoallespalle, 
contro  16,000  russi  che  sbaragliò.  Indi 
continuò  il  suo  viaggio  alla  volta  di  K.u- 
tais  per  avvicinarsi  a  Kars  ;  ma  le  tribù 
caucasee,a  cui  avea  inviato  legazioni  e  do- 
ni, non  si  mostrarono  propense  ad  abbrac- 
ciar le  parti  de'turchi.  Esse  avversano  e- 
gualmente  i  russi  per  amore  d' indipen- 
denza, e  i  turchi  per  timore  che  loro  im- 
pongano la  propria  religione  che  abbor- 
rono,  seguendo  varie  riforme  del  mao- 
mettismo. Riuscito  fallilo  a  Murawieif, 
anzi  fatai issimo,  l'attacco  di  Kars,  che  as- 
sediava dalla  metà  di  giugno,  risolvette 
d'espugnarla  per  fame.  Omer  pascià  non 
giunse  in  tempo  a  soccorrerla,  ed  il  pro- 
de Williams  colla  valorosa  guarnigione 
anglo-ottomana,  a'28  uovembre  furono 
costretti  a  capitolare,  ad  onta  della  formi- 
dabile posizione  naturale  della  piazza. 
Caduta  Rais,  s'accorse  Omer  pascià  del 
inai  passo  che  avea  fatto  nel  tentare  la 
campagna  di  Mingrelia  elmerezia  per  di- 
vertire il  nemico  dalla  sua  impresa.  Do- 
vette perciò  retrocedere  e  recarsi  a  Tre- 
bisonda  per  proteggere,  se  pur  era  anco- 
ra tempo,  la  fortezza  d'Erzeruui.  oiinac- 

VOL.  LXXXl. 


X  0  II  449 

ciata  da'russi  è  da  MurawieiTche  vi  si  re- 
cò sollecitamente.  Indi  fu  chiamato  a  Co- 
stantinopoli a  render  conto  di  sua  con- 
dotta. Nel  decimar  del  1 855  osservò  il  Ti- 
mes. »  La  rigenerazione  dell'impero  otto- 
mano è  una  parte  legittima  delia  politi- 
ca degli  alleati.  Benché  si  conoscano  as- 
sai male  i  dettagli  del  governo  turco,  non- 
dimeno se  ne  sa  per  convincere  il  pub- 
blico che  l'impero  ottomano  traversa  una 
fase  di  sua  storia,  che  deciderà  di  sua  po- 
sizione ne'  secoli  avveuire.  La  preseuza 
delle  grandi  armate  sul  suo  territorio  ha 
già  fatto  rientrarci  turchi  in  se  stessi:  il 
sultano  benché  d'ora  in  poi  meno  espo- 
sto alle  intraprese  de' diplomatici,  è  di- 
venuto più  seriamente  responsabile  in 
faccia  agli  stati  d'Europa  e  alla  grande 
famiglia  de'sovrani,  a  mezzo  cui  tiene  un 
posto.  Il  turco  stesso,  non  ostante  il  suo 
coraggio  e  la  sua  nativa  dignità,  discen- 
de ogni  giorno  dall'antica  sua  posizione 
in  conseguenza  della  sua  mancanza  di  col- 
tura intellettuale  e  morale.  Le  popola- 
zioni cristiane  crescono  in  numero  e  po- 
tenza ".  Caurobert  non  si  trovò  presen- 
te all'  espugnazione  di  Sebastopoli ,  ma 
poi  con  Bousquet  fu  fatto  maresciallo  di 
Francia:  richiamato  a  Parigi,  vi  giunse 
a' 16  agosto,  indi  fu  spedito  in  ambasce- 
ria straordinaria  al  re  di  Svezia  e  Nor- 
vegia. Di  tal  missione  fu  conseguenza  il 
trattato  concluso  tra  la  Francia,  l'Inghil- 
terra, la  Svezia  e  Norvegia  a'2  i  novem- 
bre e  ratificato  a  Slocolma  a' 17  dicem- 
bre. Ne  fu  il  precipuo  scopo,  spirito  e  va- 
lore, il  prevenire  ogni  complicazione  di 
natura  da  turbare  l'equilibro  europeo, 
nello  scopo  d'assicurare  l'integrità  de're- 
gni  uniti  di  Svezia  e  Norvegia;  come  l'op- 
porre ima  barriera  insormontabile  all'in- 
vasioni della  Russia  sul  Baltico  e  ue'ma- 
ri  del  Nord,  ottenere  una  garanzia  con- 
tro il  progetto,  che  quella  potenza  nutri- 
va e  seguitava  con  ogni  mezzo,  di  crear- 
si stazioni  navali  sulle  coste  della  Norve- 
gia. Tale  si  è  il  1  ."risultato  positivo  e  ma- 
teriale, che  le  potenze  marittime  occiden- 
29 


45o  TUR 

tali  vollero  assicurare  e  conseguire  col 
li  aitato.  Le  garanzie  in  esso  stipulate  con- 
tro il  pericolo  eventuale,  di  cui  la  Russia 
minacciava  le  3  potenze  contraenti, sono 
vicendevoli.  Da  una  parte  il  re  de'regni 
uniti  di  Svezia  e  Norvegia  s'  impegnò  a 
non  cedere  alla  Russia,  ne  cambiare  al- 
cuna  porzione  o  diritti  del  suo  territorio; 
dall'altra  le  potenze  occidentali  garanti- 
rono alla  Svezia  e  Norvegia  l'integrità  dei 
suoi  possedimenti  attuali,  pronte  a  som- 
ministrare forze  navali  e  militari  per  re- 
sistere alle  pretese  della  Russia.  Così  la 
Russia  venne  confinata  nel  suo  territorio 
continentale;  il  Baltico  e  il  mare  del  Nord 
sono  perciò  chiusi  a'disegni  della  Russia. 
In  questo  senso  il  trattato  in  discorso  si 
può  dire  che  costituisce  fra  le  3  potenze 
contraenti  un  vero  trattato  d'alleanza  di- 
fensiva, il  cui  testo  leggesi  nel  n.°295  del 
Giornale  di  Romaj  mentre  poi  la  Sve- 
zia nel  precedente  anno  erasi  accorda- 
ta colla  Danimarca  di  restar  neutra  in 
questa  lolla,  ora  promise  d'  opporsi  a 
qualunque  invasione  russa,  e  accettò  il 
soccorso  delle  due  potenze.  In  una  paro- 
I»,  questo  trattato  fu  giudicato  un'arma 
preparata  di  difesa  de'dirilti  pure  anco- 
ra non  bene  chiariti.  Non  essendovi  esem- 
pio che  il  sultano  accettasse  mai  decora- 
zioni equestri  da  altri  sovrani,  Abdul  Me- 
djid  ricevè  con  piacere  il  gran  cordone 
della  Legione  d'onore,  che  il  ministro  di 
Francia  Thouvenel  gli  presentò  in  nome  , 
di  Napoleone  III,  al  cui  discorso  rispose 
colle  seguenti  significanti  parole.»  Io  con- 
sidero queste  preziose  insegne  d'  onore 
non  solo  come  un  particolare  attestato 
dell'  amicizia  di  S.  M.  1'  imperatore  dei 
francesi,  mio  augusto  alleato,  ma  ezian- 
dio come  una  delle  grandi  conseguenze 
della  memorabile  alleanza,  ch'è  destina- 
ta a  consolidare  per  sempre  le  relazioni 
amichevoli  de'due  imperi.  Io  sono  tanto 
maggiormente  commosso  da  questo  con- 
trassegno di  attenzione,  ch'esso  è  la  i  ."de- 
corazione ch'io  ricevo,  e  nello  sfesso  tem- 
po mi  gode  l'animo  di  averla  dalle  ma- 


TUR 

ni  d'un  inviato  sì  distinto.  Nutro  ferma 
speranza  che  la  mia  incessante  premura 
perla  felicità  de'miei  sudditi  sarà  accom- 
pagnata  dal  desiderato  successo,  e  che  il 
mio  iinpero}orrnai  divenuto  unode'mem- 
bri  della  famiglia  europea  ,  mostrerà  a 
tutto  il  mondo  ch'esso  è  degno  d'assume- 
re un  posto  tanto  importante  nel  concer- 
todelle  nazioni  incivilite.  La  Turchia  non 
dimenticherà  mai  i  magnanimi  sngrifizi 
che  i  suoi  alleati  s'imposero  per  conse- 
guire questo  grande  e  felice  risul  lamento. 
Scriverò  direttamente  a  S.  M.  l'impera- 
tore per  ringraziarlo;  ma  prego  in  antici- 
pazione il  sig. 'ambasciatore  di  partecipar- 
gli i  miei  sentimenti  di  gratitudine".Dipoi 
la  regina  d'Inghilterra  Vittoria  conferì  al 
sultano  l'ordine  della  Giarrettiera ,e  in- 
viò a  Costantinopoli  il  re  d'armi  o  gran 
maestro  di  ceremonie  dell'  ordine  Carlo 
Young,  per  eseguire  la  ceremonia  dell'in- 
vestitura. Questa  seguì  con  gran  pompa, 
e  lord  Stratford  de  RedclifFe  rimise  al  sul- 
tano l'insegne  dell'ordine,  previo  un  di- 
scorso a  cui  con  altro  rispose  il  sultano: 
ambedue  si  leggono  a  p.  io64del  Gior- 
nale di  Roma.  Ero  no  presenti  sirE.Bul- 
wer  commissario  britannico  ne'pnncipa- 
ti,  e  l'ammiraglio  Lyons  a  cui  il  sultano 
avea  donato  una  bellissima  spada  con 
brillanti  di  straordinario  valore.  Anche 
l'imperatore  d'AustriaFrancesco  Giusep- 
pe I  rimise  al  sultano  l'insegne  in  bril- 
lanti del  gran  cordone  dell'ordine  di  s. 
Stefano  /,  a  mezzo  del  barone  di  Roller, 
commissario  austriaco  ne' principati,  con 
tutta  formalità. La  nobile  ceremonia  seguì 
nel  palazzo  imperiale  diDolma-Bagsci, e  vi 
assisterono i  principali  ministri. Decorazio- 
ni equestri  da  sovrani  cristiani  già  ne  a  vea- 
no  ricevute  parecchi  ambasciatori  della 
Porta  a  loro  in  via  ti, anzi  la  legioned'onore 
fu  conferita  dal  reLnigi  Filippo  al  defunto 
bey  di  Tunisi,  e  nel  settembre  dell'asino 
decorso  il  regnante  imperatore  d'Austria 
inviò  l'insegne  dell'ordine  di  Francesco 
Giuseppe  all'attuale  viceré  d'  Egitto,  e 
Soid  poscia  nel  riceverle  dal  console  gè- 


TUR 

nerale,  mostrò  d'apprezzare  molto  bene 
la  dignità  della  decorazione  di  cui  fu  o- 
nornto.  Incominciò  ili 856  co'parlari  di 
probabilità  di  vicina  pace,  pel  gran  de- 
siderio che  ne  aveano  i  popoli,  mentre  e- 
l'ansi  pure  rannodate  le  relazioni  tra  !a 
Porta  e  la  Grecia.  L'Austria  ne  prese  l'i- 
niziativa avventurosa,  alquanto  diversa 
nelle  condizioni,  pe'successi  della  campa- 
gna del  precedente  anno,  dalle  due  prò* 
posizioni  da  essa  esibite  nel  maggio  e  ri- 
ferite dal  Giornale  di  Roma  del  1 856  a 
p.  70.  Pertanto  dopo  aver  comunicato 
agli  alleati  le  sue  proposte,  a  Pietrobur- 
go le  inviò  pel  conte  Estei  hazy  con  nuo- 
ve basi  di  pace,  onde  venire  alle  tratta- 
tive de' suoi  preliminari.  La  Russia  pu- 
ramente e  semplicemente  a'  16  gennaio 
accetta  rido  c\ues\.' ultimatum >(>  meglio  at- 
to officioso  e  consiglio  amicbevole,fece  un 
atto  di  saggia  politica  e  un  immenso  pas- 
so verso  la  pace.  Siccome  l'indole  pacifi- 
ca di  Alessandro  II  è  compresa  intima- 
mente dell'obbligo  ingente  che  ad  un  so- 
vrano assoluto  di  65  milioni  di  uomini 
corre  di  procurarne  il  ben  essere,  perciò 
con  pena  vedeva  prolungar  la  guerra,  ver- 
sare tanto  sangue,  e  tanti  rovesci  conse- 
guenza di  lotta  cos'i  micidiale.  In  un  di- 
scorso che  avea  fatto  Bright  membro  del- 
la società  della  pace  a  Manchester,  rile- 
vò che  già  1' Inghilterra  avea  perduto 
5o,ooo  uomini,  la  Francia  100,000,  la 
Russia  i5o. 000:  l'Inghilterra  avere  spe- 
so 100  milioni  di  lire  sterline,  la  Francia 
altrettanto,  la  Russia  5o  milioni.  Al  gran- 
de annunzio,  piacque  generalmente  ai 
buoni  l'accellazionede'preliminaridi  pa- 
ce, e  che  la  peripezia  del  terribile  dram- 
ma volgesse  a  tanta  gloria  de'  tre  primi 
imperi  del  mondo,  restando  alla  Francia 
l'onor  della  bravura  militare,  all'Austria 
il  merito  della  combinata  pace,  e  allaRus- 
sia  il  vanto  di  generosità  e  di  sincero  amo- 
re de'suoi  popoli;  trionfo  morale  che  con 
espansione  d'animo  celebrai  nel  volu- 
me LXXVII,  p.  58;  solendo  dire  il  ven.  e 
dottissimo  cardinal  Bellarmino,  che  va- 


TUR  45i 

leva  pia  un'  oncia  di  pace,  che  una  lib- 
bra di  vittoria.  In  seguito  della  gene- 
rale accettazione  del  progetto  austriaco 
de'  preliminari  di  pace,  i  rappresentanti 
d'Inghilterra,  Francia,  dellaSublime Por- 
ta e  dellaRus^ia  si  riunirono  il  i.°febbraio 
in  Vienna  (nel  qual  giorno  morì  a  Varsa- 
via  il  principe  Paskeswitcb  luogotenente 
imperiale  nel  regno  di  Polonia,  dignità 
conferita  al  principe Gorlschakoff  coman- 
dante supremo  della  guerra,  che  condus- 
se con  tanta  valentìa  e  nobiltà  d'animo,  e 
caldo  favoreggiatore  della  pace)  per  sot- 
toscrivere, in  unione  al  conte  Buol-Scha- 
uenstein  rappresentante  dell'Austria,  un 
protocollo  a  mezzo  del  quale  tali  prelimi- 
nari ebbero  una  forza  obbligatoria. Con- 
temporaneamente fu  fissata  in  massima 
la  conclusione  da  farsi  d'  una  tregua  o 
armistizio,  e  disposto  inoltre  che  i  pleni- 
potenziari delle  5  corti  si  l'accogliessero  a 
Parigi  per  concludere  il  definitivo  trat- 
tato di  generale  pacificazione.  La  Gaz- 
zetta ufficiale  di  Vienna  divulgò  le  5 
proposte  austriache  e  patti  fondamentali, 
li  quali  riprodusse  la  Civiltà  Cattolica \ 
nella  3.*  serie,  1. 1 ,  pt  5 1  o.  Ormai  la  que- 
stione d'oriente  non  si  agitò  più  a  colpi 
di  cannone  nella  Crimea,  ma  abbando- 
nata con  ottimi  auspicii  alle  amichevoli 
trattazioni  della  conferenza  di  Parigi  av- 
vicina vasi  di  suo  scioglimento.  Il  Giorna- 
le di  Roma,  dal  n.°3y  nell'  appendice  co- 
minciò a  pubblicare  diversi  articoli  per 
chiarirla,  e  intitolali:  Parte  diplomatica 
della  questione  d'  Oriente.  Essi  conten- 
gono un  epilogo  de'falti  ch'ebbero  luogo 


per 


per 


servire  di  guida  alla  storia. 


La  novella  dell'accettazione  della  pace 
fatta  dall'imperatore  delie  Russie,  ven- 
ne accolta  ancora  a  Mosca  con  segni  di 
grande  allegrezza;  l'entusiasmo  si  propa- 
gò per  tutto  l'impero,  e  si  aumentò  quan- 
do l'imperatore  emanò  1'  emancipazione 
de'servi.  Le  manifestazioni  in  favore  della 
pace  furono  quindi  universali  e  apertissi- 
me, ed  in  Russia  perciò  vi  fu  cambiamen- 
to di  pubblici  ufiìziali.   I   cattolici  dalla 


45*  TUR 

giustizia  di  Alessandro  li  furono  sottratti 
eli) I  giogo  ilei  loro  nemico  Skripitzyne,  eil 
aprirono  il  loro  cuore  a  dolci  t perente; 
massime  i  greci  ruteni,  la  cui  illustrechie- 
sa  dal  1 839  cessi)  d'avere  un'esistenza  le- 
gale per  l'apostasia  de'3  vescovi  greci  u- 
liiti  che  allora  la  reggevano.  Tutti  gli  am- 
miratori dell'equità,  della  mansuetudine 
di  Alessandro  11. della  nobiltà  de'suoi  sen- 
si co'quali  ama  di  lasciare  il  suo  nome  in 
benedizione,  ritengono  che  riparerà  un 
male  da  lui  non  commesso,  rendendo  agli 
infelici  ruteni  cattolici  i  propri  sacerdoti 
dalla  violenza  dispersi,  i  quali  veraci  con  • 
fessoli  della  fede  seppero  conciliarsi  la  sti- 
ma e  la  venerazione  del  clero  non  unito, 
in  mezzo  al  quale  furono  collocati.  E  col 
sospirato  loro  ritorno  tra  le  fedeli  popo- 
lazioni rutene,  sieno  a  queste  dati  i  prò 
pri  vescovi,  onde  impedire  il  fine  d*  una 
chiesa  tanto  rispettabile.  Avendo  l'augu- 
sto monarca  dichiarato  di  sua  voceaGre- 
gorio  XVI,  che  l' impressioni  giovanili 
sempre  restano  scolpite  nell'animo,  nel 
ripetergli  la  venerazione  affettuosa  che 
avea  saputo  inspirargli  nella  sua  fausta 
venuta  in  Roma;  voglia  Iddio  che  il  suo 
bel  cuore  benignamente  rammenti  an- 
cora le  vivissime  preghiere  fattegli  dallo 
zelo  e  amore  paterno  di  quel  Papa,  a  fa- 
vore de' cattolici  latini  e  ruteni  del  russo 
impero,  e  sia  il  loro  consolatore;  sia  colla 
perfetta  esecuzione  del  concordato  stipu- 
lato colla  s.  Sede,  sia  col  far  cessare  la  ve- , 
dovanza  delle  chiese  rutene,  come  ha  fatto 
colle  primarie  earcivescovili  di  Mohilowe 
di  Varsavia,  e  colle  vescovili  d'  Uladisla- 
via  e  Podlachia.  Per  le  benevole  inten- 
zioni d'Alessandro  11  a  favore  de'caltolici, 
cessò  il  sistema  di  persecuzione  del  regno 
precedente,  il  quale  con  astuto  accorgi- 
mento maliziosamente  dava  opera  a  di- 
struggere la  chiesa  cattolica  in  Russia  , 
ed  uno  de'principali  sistemi  era  di  lasciar 
lungamente  le  sedi  vescovili  vacanti,  o  di 
non  farle  occupare  che  da  pastori  vili  o 
infedeli,  mentre  non  mancano  ecclesiasti- 
ci egregi,  Tutto  induce  a  fare  sperure  pei 


TUR 

cattolici  un  avvenire  molto  migliore  del 
passato  lagrinievole.  Avendo  Alessandro 
Il  nel  principio  del  suo  impero  donato 
alla  comunità  cattolica  di  Pietroburgo  un 
terreno,  per  fare  un  cimiterio  riserbato 
alle  persone  che  professano  il  cai tolicismo; 
indi  si  raccolsero  fondi  per  edificarvi  li- 
na cappella  cattolica.  Quanto  alla  Polo- 
nia, dice  la  Civiltà  Cattolica  :  Un  sag- 
gio della  presente  letteratura  polaeea. 
»  Ora  se  egli  é  vero  che  la  letteratura  è 
lo  specchio  vivente  del  secolo  e  della  na- 
zione in  cui  fiorisce...  oggi  in  Polonia  col 
rifiorir  delle  lettere  s'è  ravvivato  non  so- 
lo l'amore  e  lo  studio  delle  cose  patrie  e 
delle  tradizioni  nazionali,scuotendo  il  ser- 
vaggio dell'imitazioni  straniere;  ma  si  è 
altresì  felicemente  rinfocolato  quell'ardo- 
re religioso  e  sinceramente  cattolico,  per 
cui  la  Polonia  dacché  nel  secolo  X  sotto 
il  regno  di  Micislao  1  si  convertì  al  ci  istia- 
nesimo,fu  sempre  insigne,  e  per  cui,  ben- 
ché stretta  da  ogni  parte  e  fieramente 
assediata  dall'eresia  e  dallo  scisma,si  man- 
tenne fedele  alla  cattedra  di  Pietro.  Il 
catolicismo  è  la  gloria  più  pura  del  no- 
me polacco,  e  tutte  le  sue  glorie  sono  a 
questa  intimamente  associate.  La  fede  e 
il  valore  de'polacchi  salvò  più  d'una  vol- 
ta l'Europa  dalle  invasioni  degl'infedeli 
tartari  e  turchi;  e  quando  sopra  il  setten- 
trione si  addensò  così  folta  e  così  vasta  la 
notte  dell'  errore,  la  Polonia  serbò  viva 
la  face  della  verità  cattolica,  quasi  faro  di 
salute  e  di  speranza.  Egli  ha  quindi  ben 
ragione  quel  popolo  magnanimo  di  ser- 
bare inviolata  e  cara  l'eredità  di  questa 
sua  gloria,  e  di  stringersi  oggidì  con  amo- 
re e  con  fede  sempre  più  salda  al  vessillo 
del  cattolicismo".  A'21  febbraio  i856  il 
sultano  Abdul  Medjid  pubblicò  il  celebre 
Halti-Humayoun, sull'emancipazione  dei 
cristiani,  equiparandoli  a'turchi  ne'diritti 
civili,  che  interamente  riportai  quasi  nel 
principio  di  quest'articolo,  discusso  in 
molte  conferenze  col  divano,  e  coll'inter- 
vento degli  ambasciatori  d'Austria, Fi  an- 
ela e  Inghilterra,  che  segna  un'era  novel- 


t  u  a 

la  alle  cose  religiose  d'  oriente;  e  le  po- 
tenze ehe  hanno  provocato  il  firmano 
saranno  sollecite  dell'esecuzione  e  veglie- 
ranno  percliè  non  resti  come  altri  una 
lettera  morta.  L'atto  destò  in  tutti  gran- 
de meraviglia,  i  mussulmani  di  antica 
stampa  ne  restarono  inviperiti,  dicendo 
che  il  maomettismo  avea  ricevuto  un 
colpo  mortale,  i  greci  scismatici  malcon- 
tenti, e  lieti  generalmente  i  cattolici;  pe- 
rò molli  di  quelli  dell'impero  ottomano 
dubitarono  forte  se  si  porrà  in  pratica, 
auzi  trepidando  sul  riseutimento  e  irri- 
tazione de'  turchi  fanatici  ne'  pregiudizi 
antichi.  I  pubblici  fogli  celebrarono  il 
firmano  come  uno  degli  atti  più  onore- 
voli e  de'  più  fecondi  del  sultano  regnan- 
te. Questo  sovrano  e  gl'illuminati  mini- 
stri, organi  del  suo  pensiero,  in  questa 
memorabile  occasione  non  potevano  me- 
glio rispondere  a'voti  delle  potenze  occi- 
dentali ed  a'  disinteressati  sacrifizi  fatti 
da  esse  per  la  causa  dell'indipendenza 
della  TurcbiA  e  del  diritto  europeo, en- 
trando con  lealtà  e  risolutezza  nelle  vie 
dell'  interne  riforme.  L'  eroica  difesa  di 
Silistria  ,  I'  ammirabile  resistenza  della 
guarnigione  di  Kars,  i  combattimenti  nei 
principati  Danubiani,  nella  Bulgaria  e 
altrove,  hanno  provato  al  mondo,  che  la 
Turchia  avea  conservalo  quello  spirito 
militare,  abnegazione  e  valore  tanto  ne- 
cessari alla  salvezza  degl'imperi.  Il  cele- 
brato firmano,  dettalo  da  saggia  politica 
e  da  pensiero  d'umanità,  attesta  che  l'at- 
tuale governo  ottomano  conosce,  che  non 
vi  ha  miglior  mezzo  per  compiere  e  sta- 
bilire l'opera  della  guerra  se  non  quello 
di  risolutamente  agire  per  introdurre  nel- 
l'impero ottomano  le  riforme,  che  devo- 
no assicurare  la  sua  rigenerazione,e  strin- 
gere alla  sua  causa  le  simpatie  dell'Eu- 
ropa e  quelle  di  sue  popolazioni.  Quanto 
si  temeva  si  verificò.  Il  firmano  in  gene- 
rale inasprì  gli  animi.  Nelle  moschee  fu 
letto,  benché  la  redazione  ne  venisse  ap- 
positamente modificata  ed  attenuala  in 
parecchi  punti  :  ma  iuveee  nelle  ciùe*i 


T  U  li  453 

greche  e  armene  scismatiche,  e  nelle  sina- 
goghe degli  ebrei,  il  governo  non  potè 
ottenere  altro  se  non  che  ne  venisse  data 
al  popolo  la  notizia  sommaria  senza  let- 
tura, e  que'che  n'ebbero  l'incarico  lo  fe- 
cero in  guisa  che,  in  luogo  di  notificar 
la  sentenza  della  cosa,  lasciarono  questa 
da  parte  e  si  distesero  con  sottile  artifi- 
cio nelle  lodi  de'seutimeuti  di  benevolen- 
za e  paternità  del  sultano  e  del  suo  go- 
verno verso  i  propri  sudditi.  In  somma 
ali'u>cir  di  chiesa  e  della  sinagoga  non  si 
conosceva  qual  fosse  la  legge  più  che  al- 
l'entrare. In  quanto  poi  alle  popolazioni 
turche,  non  è  a  ridirsi  il  rancore  de'  mus- 
sulmani, ed  agli  stessi  rajà  o  cristiani  i 
nuovi  provvedimenti  riuscirono  di  terro- 
re, paventando  l'esasperamento de'turchi, 
e  in  diversi  luoghi  scoppiò  a  loro  grave 
danno  coti  ispargimeuto  di  sangue;  deplo- 
rabili conseguenze  d'  una  rabbiosa  e  bol- 
lente intolleranza, per  vedere  i  turchi  coin- 
pletameule  eguagliati  a  loro  i  cristiani. 
Fra' pochi  luoghi  in  cui  il  firmano  fu  beu 
accolto,contribuendovi  i  magistrali,  me- 
ritano ricordo  speciale  Gerusalemme  e  l'i- 
sola di  Creta.  In  Gerusalemme  fu  pub- 
blicato a'  7  aprile  con  grande  solenuilà, 
per  la  prudenza  e  l'energia  di  Kiamil  pa- 
scià. Vestito  questi  splendidamente,por- 
tava  sul  petto  le  due  croci  di  commenda- 
tore conferitegli  dall'Austria  e  dal  Belgio, 
per  le  attenzioni  falle  a'ioro  principi  nel- 
la visita  de'Looglti  Santi.  I  turchi  e  spe- 
cialmente gli  elfeudi,  guardavano  mera- 
vigliati la  novità,  come  un  riuegameuto 
d'ogni  costume  ancor  più  aulico  e  più  ra- 
dicato. Alla  sua  destra  il  pascià  avea  il  pa- 
triarca mg.r  Valerga,  segno  anche  questo 
inaspettato  della  stima  del  governo  ver- 
so i  prelati  ialini.  Molti  colpi  di  cannone 
annunziarono  la  promulgazione  del  fir- 
mano, e  da'  mussulmani  fu  accollo  con 
calma.  Nell'isola  di  Greta  o  Candia  si  con- 
verti rono  varie  persone  dall'  islamismo 
al  cristianesimo,  ed  è  il  i.°  esempio  che 
l'apostasia  de'turchi  uou  fu  punita.  Per 
la  saggia anaittiuUU azione  di  Vcly  pascià, 


454  TUR 

già  ambobciatore  a  Parigi  in  tempo  della 
guerra,  nobile  e  umano,  Cu  permesso  alla 
popolazione  greca  d'edificare  un  tempio, 
ed  il  sultano  a  istanza  del  pascià  donò  per 
le  prime  spese  100,000  piastre  turche. 
Fece  pur  dono  agli  europei  d'un  sito  per 
fabbricare  un  ospedale  civile,  e  introdusse 
molti  costumi  europei,  la  polizia,  l' illu- 
minazione Dottorila, stabilii  tribunali  prò 
vincigli  per  la  campagna,  aprì  strade  e 
prete  cura  del  pubblico  insegnamento. 
IN  un  è  dubbio  clic  il  lirmano  sarà  esegui- 
to con  minor  fervore  e  precipitazione  ili 
quello  che  si  adoperò  a  proclamarlo.  Bi- 
sogna in  esso  distinguere  due  parti:  quel- 
la che  si  riferisce  alle  riforme  pratiche  e 
possibili;  e  l'altra  delle  riforme  destinate 
a  soddisfar  l'opinione  pubblica  dell'Eu- 
ropa. Sarebbe  certamente  a  temere  che 
questa  seconda  parte,  irritando  gli  ani- 
mi, potesse  recare  qualche  grave  ostaco- 
lo alla  prima.  Ma  la  Porla  Ottomana  ha 
date  soddisfacenti  assicurazioni  alle  po- 
tenze alleate  sull'  attuazione  del  firmano 
in  favore  de'  cristiani.  Il  viceré  d'Egitto 
emanò  un'ordinanza  in  virtù  della  quale 
i  soldati  cristiani  al  suo  servizio  ora  pou* 
no  praticare  il  loro  cullo  in  piena  liber- 
tà, ma  uella  Civiltà  Cattolica^  serie  3.", 
t.  2,  p.  252, si  dimostra  e  deplora  quanto 
è  dannoso  in  Turchia, alla  fede  de'eristia- 
ni  il  servizio  militare,  di  cui  furono  liberi 
ab  antico.  11  viceré  di  più  ha  permesso  e 
favorisce  l'impresa,  vagheggiala  anche 
dal  padre,  la  spedizione  per  trovare  le 
sorgenti  misteriose  del  Nilo,,  il  maggiore 
fecondatore  e  insieme  il  maggiore  di  tut- 
ti i  fiumi,  onde  conoscerne  la  tanto  bra- 
mata origine  nell'ignoto  centro  dell'Afri- 
ca. La  spedizione  novera  italiani,  france- 
si, inglesi,  tedeschi, americani  ec.;i2  scien- 
ziati o  militari,  24  artigiani,  4°°  solda- 
ti egiziani,  e  molti  conduttori  di  cammel- 
li,  battellieri  e  domestici:  in  tutti  5oo  per- 
sone.Quest'impresa  darà  bella  fama  anche 
al  vicerè,il  quale  presea  suo  carico  le  spese 
della  spedizione  ,  fornita  di  strumenti  e 
mezzi  straordinari,  non  che  di  viveri  e  mu- 


T  0  11 
nitiopi  da  guerra  per  due  anni.  I  plenipo- 
tenziari destinali  a  concludere  d trattato  di 
pace  furono  i  seguenti,  l'er  la  Francia  il 
conte  Alessandro  Colonna  Walewsky  mi- 
nistro degli  all'ari  esteri ,e  il  barone  Fra  nce- 
sco Adolfo  di  Bourqueney  ambasciatore  a 
Vienna.  Per  l'Austria  il  conte  di  Buoi* 
Schauenstein  ministro  degli  alfari  erteli, 
e  il  barone  Hùbner  ambasciatore  a  Pari- 
gi. Per  l'Inghilterra  Giorgio  Guglielmo 
Federico  conte  di  Clarendon  segretario 
degli  alfari  esteri, e  lord  Enrico  Riccardo 
Carlo  Cowley  ambasciatore  a  Parigi. Per 
la  Russia  il  conte  Alessio  Orlolf  membro 
del  consiglio  imperiale,  e  il  barone  Filip- 
po di  Bruno  vv  inviato  straordinario  pres- 
so la  confederazione  Germànica.  Per  la 
Sardegna  il  conle  di  Cavour  presidente 
de'ministri,  e  il  marchese  di  Villauun  ina 
ainbascialore  a  Parigi. Per  laTurebja  Mo- 
hainmed  Einiu  Aaaii  pascià  gran  visir,  e 
Melicene  t-Djem  il  bey  ambasciatore  a  Pa- 
rigi. Fino  allora  venne  negato  alla  Prua» 
sia  di  far  parte  alle  conferenze  diploma- 
tiche. A'  25  febbraio  si  adunarono  i  ple- 
nipotenziari in  Parigi  nella  vasta  sala 
detta  degli  ambasciatori  nel  palazzo  del 
ministro  degli  alfari  esteri,  riccamente 
addobbata  con  in  mezzo  la  tavola  roton- 
da coni  2  sedie  in  giro,  ed  una  2.a  tavola 
pe' plenipotenziari  che  volessero  scrivere 
a  parte  ;  altra  tavola  servi  pe'  segretari, 
venendo  incaricato  stendere  il  protocollo 
delle  conferenze  Benedetti  capo  ilei  di- 
partimento politico  al  ministero  degli  af- 
fari esteri.  Per  voti  unanimi  fu  eletto  a 
presidente  il  conte  Walewaki,  che  fece  il 
discoi  so  d'apertura.  1  pieni  potenziali  pre- 
sero posto  alla  destra  e  a  sinistra  del  pre- 
sidente, secondo  1'  ordine  alfabetico  sta- 
bilito da'  regolamenti  del  congresso  di 
Vienna.  Nella  2/  seduta  a'27  febbraio  fu 
conclusa,  riguardo  solo  agli  eserciti  di 
terra,  la  pi  estabilita  nella  I.*  Conferenza; 
tregua  e  armistizio,  conservando  le  trup- 
pe le  rispetti  ve  posizioni,  fino  al  terminar 
di  marzo,  spirato  il  qual  mese,  se  non  si 
firmava  la  pace  doveausi  riprendere  le  o* 


T  U  R 

etililà:  il  telegrafo  annunziò  dappertutto 
l'armistizio,  conservandosi  il  blocco  dei 
porti.  Ignorandosi  in  Crimea  che  le  con- 
ferenze si  doveano  subito  cominciare,  i 
Cannoni  e  le  bombe  delle  due  parti  tuona- 
rono con  esplosioni  più  di  prima  frequenti 
eclamorose. I  russi  maudaronoda'fortidel 
nord  ima  salva  di  proiettili  sopra  i  miseri 
avanzi  di  Sebastopoli,  e  tentarono  di  sfor- 
zare un  passo  dellaCheruaia, donde  venne- 
ro non  senza  danno  respinti. Gli  alleati  poi 
oltre  al  rimandare  al  nemico  abbondanti 
le  bombe  e  le  mitraglie,  distrussero  com- 
piutamente quanto  rimanea  de' forti  e 
degli  arsenali  meridiani  della  vinta  città. 
Indi  la  proclamazione  della  tregua  e  del 
l'armistizio  fu  accolta  in  Crimea  da'belli- 
gerauti  come  una  notizia  di  famiglia. Bus- 
si e  francesi  particolarmente,  per  le  loro 
scambievoli  simpatie,  già  ripetutamente 
manifestate  nell'ardore  stesso  della  guer- 
ra, >i  abbracciarono  e  felicitarono  nelle 
future  gioie  della  pace,  trattandosi  con 
reciproci  rinfreschi  e  altre  aifettuose  di- 
mostrazioni. Tosto  anche  le  armate  di 
mare  ebbero  l'ordine  di  sospendere  le  o- 
stilità,  senza  venire  sciolto  il  blocco  dei 
porti  russi,  beusi  quello  del  Baltico.  Uu 
fausto  avvenimento  rallegrò  a'  16  marzo 
Napoleone  III,  Parigi  e  la  Francia,  men- 
tre le  conferenze  della  pace  proseguiva- 
no alacremente.  L'  imperatrice  Eugenia 
nel  lieto  giorno  delia  domenica  delle  Pal- 
me die  alla  luce  il  principe  imperiacene 
sembrò  esser  comparso  con  in  mano  il 
ramo  del  pacifico  olivo  e  in  fronte  il  tito- 
lo d'apportatore  di  pace.  Essendo  pa- 
drino Pio  IX  e  madrina  Giuseppina  regi- 
na di  Svezia  e  Norvegia,  fu  battezzato  col 
nome  di  Napoleone  Eugeuio;  dipoi  le  ce- 
remonie  solenni  si  fecero  invece  del  Papa 
dal  cardinal  Patrizi  legato  a  Intere,  con 
quella  pompa  e  circostanze  che  narrai  nel 
voi.  LXXIX,p.  280  e  seg.  A'buoni  augu- 
ro de'pleuipotenziari  delle  potenze  rispo- 
se Napoleone  111  :  »  Son  lieto  chela  Prov 
viden za  m'abbia  inviato  un  figliuolo  in 
uu  momento  in  cui  s'auuuuzia  pei TEu- 


TUR  455 

ropa  un'era  di  riconciliazioue  generale. 
Io  l'educherò  con  questo  sentimento:  che 
i  popoli  non  debbono  essere  egoisti,  e  che 
la  tranquillità  d'  Europa  dipende  dalla 
prosperità  delle  sue  singole  nazioni  ". 
Nella  seduta  de'  12  marzo  la  conferenza 
de'  diplomatici  invitò  la  Prussia  a  man- 
dare suoi  plenipotenziari  al  congresso,  co- 
me segnataria  del  trattato  de'  i3  luglio 
i84-i>eper  ragioni  d'interesse  europeo 
partecipare  alle  trattazioni  del  cougresso; 
ed  il  re  Federico  Guglielmo  IV  v'  inviò 
il  presidente  del  consiglio  de'ministri  ba- 
rone O.  Tommaso  de  JYIanteuffel,  oltre 
il  conte  Massimiliano  d'Hatzfeld  amba- 
sciatole a  Parigi.  A'3o  marzo  1 856,  gior- 
no memorando  e  domenica  in  A  Ibis  t  fu 
sottoscritta  la  pace,  eia  grande  e  fausta 
notizia  guizzò  sulle  ali  dell'elettricità  dal- 
l'uno all'altro  capo  d'Europa,apportatri- 
ce  in  ogni  luogo  di  vivissima  esultanza. 
Siccome  la  Pace  è  conseguenza  della  Tre- 
gua, così  a  quest'articolo  solennemente 
la  celebrai  e  ne  magnificai  lo  spirito  e  i 
vantaggi, perchè  regolando  la  famosa  que- 
stione d'  oriente,  con  nobili  modi  e  mo- 
derazione pose  fine  alla  sanguinosa  guer- 
ra d'oriente,  e  stabilì  il  riposo  d'Europa. 
Riportai  pure  alcuni  particolari  che  ac- 
compagnarono la  sua  sottoscrizione,  eco- 
ine  dall'  universale  fu  ricevuto  il   lietis- 
simo annunzio  j  ne  tacqui  le  deluse  fal- 
laci illusioni  de'  tristi  nemici  dell'ordine 
pubblico,  ne  gì'  inutili  sforzi  e  tentativi 
fatti  con  alcune  biasimevoli  rimostranze 
contro  alcuni  potentati  d'Italia  inclusiva- 
mente  al  governo  pontificio.  Ma  il  nar- 
rare gli  ultimi  avvenimenti  percorrispon- 
dere  al  titolo  di  questa  mia  opera,  fino 
a   nostri  giorni,  è  uno  scoglio  pericolo- 
so. Quindi  trovo  giustissima  la  sentenza 
dichiarata  dal  cav.  Ignazio  Cantò, Crona- 
ca diMilano,anuo  2.°,«>emestre2.0,p.  2o5. 
«I  fatti  appena  compiuti  entrano  subito  è 
vero  ne'dominii  della  storia...  ma  la  storia 
ha  bisogno  del  suggello  del  tempo  ". 

Quasi  tulli  i  periodici  riferirono  il  te- 
sta dei  trattalo,  fra' quali  il  Giornale  di 


t56  TUR 

iiornn  nel  n.°  i  o  i ,  e  la  Civiltà  Cattolica 
lidia  serie  3/,  t.  2,  p.  4^3.  Ommesse  le 
solite  furinole  e  i  titoli  e  qualità  de'singo- 
li  plenipotenziari,  eccone  il  contenuto. 
**  Art.°i.  Vi  sarìi  a  dotare  dallo  scambio 
delle  ratifiche  del  presente  trattato,  pace 
ed  amicizia  tra  S.M.  f  Imperatore  de'fran- 
cesi,  S.M.  la  Regina  dellaGran  Brettagna 
ed  Irlanda,  S.  M.  il  Re  di  Sardegna,  S.M. 
I.  il  Sultano  da  una  parte, e  S.  M.  l'Impe- 
ratore di  tutte  le  Russie  daH'altra,delpnri 
che  tra'  loro  eredi  e  successori,  loro  stati 
e  sudditi  rispettivi  in  perpetuo,  i.  Esten- 
do felicemente  stabilita  la  pace  tra  ledet- 
te LL.MM.  i  territorii  conquistali  o  occu- 
pati dalle  loro  armate  durante  la  guerra 
.saranno  reciprocamente  sgombrati. Spe- 
ciali accomodamenti  regoleranno  il  modo 
dello  sgombramene,  che  dovrà  effettuar- 
si al  più  presto  che  sia  possibile.  3.  S.  M. 
l'Imperatore  di  tutte  le  Russie  s'impegna 
a  restituire  a  S.  M.  i!  Sultano  la  •  iltadella 
di  Kars,  come  pure  le  altre  parti  del  ter- 
ritorio ottomano,  di  cui  le  truppe  russe  si 
trovano  in  possesso.  4-  Le  LL.  MM.  l'Im- 
peratore de'francesi  eia  Regina  del  regno 
unito  di  Gran  Brettagna  e  d'Irlanda,  il 
Re  diSardegna  ed  il  Sultano  s'impegnano 
a  restituire  a  S.M.  l' Imperatore  di  tutte 
le  Russie  la  città  ed  i  porti  di  Sebastopoli, 
Ralaklava,  Kamiesch,Eupatoria,Kerlch, 
Jenikaleh,  Kiuburn,  come  lutti  gli  altri 
territorii  occupati  dalle  truppe  alleate. 
5.  Le  LL.  MM.  l'Imperatore  de'francesi, 
la  Regina  del  regno  unito  della  GranBret- 
tagna  e  d'Irlanda,  l' Imperatore  di  tutte 
le  Russie,  il  Re  di  Sardegna  ed  il  Sultano 
accordano  un'amnistia  piena  ed  intera  a 
quelli  fra'  loro  sudditi   che  fossero  stati 
compromessi  con  una  partecipazione  qua- 
lunque agli  avvenimenti  della  guerra  in 
favore  della  causa  nemica.  Egli  è  espres- 
samente inteso  che  quest'  amnistia  si  e- 
stenderà  a'sudditi  di  ciascuna  delle  parti 
belligeranti,  i  quali  avessero  continuato, 
durante  la  guerra,  ad  essere  al  servizio 
di  uno  degli  altri  belligeranti.  6. 1  prigio- 
nieri di  guerra  saranno  immediatamente 


t  u  n 

restituiti  da  una  parte  e  dall'altra.  7.S. 
M.  l'Imperatore  d'Austria,  S.  M.  l'Impe- 
ratore de'  francesi,  S.  M.  la  Regimi    del 
regno  unito  di  Gran  Brettagna  ed  Irlan- 
da^. M.  il  Re  di  Prussia,  S.  M.  l'Impera- 
toredi  tutte  le  Russie  e  S.  M.  il  Re  diSar- 
degna, dichiarano  la  Sublime  Porta  am- 
messa a  partecipare  de' vantaggi  del  di- 
ritto pubblico  e  del  concerto  Europeo. Le 
LL.  MM.  s'impegnano,  ciascuna  dal  *uo 
canto,  a  rispettare  l'indipendenza  e  l'in- 
tegrità territoriale  dell'Impero  Ottoma- 
no, garantiscono  in  comune  la    stretta 
osservanza  di  quest'impegno,  e  conside- 
reranno, in  conseguenza,  ogni  atto  che 
potesse  recargli  offesa,  siccome  una  que- 
stione d'interesse  generale.  8.  Se  soprav- 
venisse fra  la  Sublime  Porta  el'una  o  più 
delle  altre  Potenze  segnatane  un  dissenso 
che  minacciasse  il   mantenimento  delle 
loro  relazioni,  la  Sublime  Porta  e  ciascu- 
na di  queste  Potenze,  prima  di  ricorrere 
all'impiego  della  forza,  porranno  le  altre 
parli  contraenti  in  misura  di  prevenire 
una  tale  estremità  col  mezzo  della  loro 
azione  mediatrice.  9.  S.  M.  I.  il  Sultano, 
nella  sua  costante  sollecitudine  per  il  be- 
nessere de' suoi  sudditi,  avendo  concesso 
un  firmano,  che,  migliorando  la  loro  con- 
dizione, senza  distinzione  di  religione  ne 
di  razza,  consagra  le  sue  generose  inten- 
zioni verso  le  popolazioni  cristiane  del 
suo  impero;  e  volendo  dare  una  novella 
testimonianza  de'suoi  sentimenti  a  questo 
riguardo,  ha  risoluto  di  comunicare  alle 
Potenze  contraenti  ildettofirtnano,  spon- 
taneamente emanato  dalla   sua    volontà 
sovrana.  Le  Potenze  contraenti  constata- 
no l'alto  valore  di  questa  comunicazione. 
E  ben  inteso  che  non  saprebbe,  in  nessun 
casolare  il  diritto  alle  Potenze  d'ingerir- 
si, sia  collettivamente, sia  separatamente, 
nelle  relazioni  tra  S.  M.  il  Sultano  e  i  suoi 
sudditi,  né  tampoco  nell'amministrazione 
interna  del  suo  impero,  io.  La  convenzio- 
ne de'/  5  luglio  1  84i,  che  mantiene  l'an- 
tica regola  dell'impero  ottomano  relati- 
va alla  chiusura  degli  stretti  del  Bu&foio 


T  U  I 
e  de'Dardanelliè  stata  riveduta  di  comu- 
ne accordo.  L'atto  conchiuso  a  tale  og- 
getto, e  conformemente  a  questo  princi- 
pio, tra  le  alte  parti  contraenti,  è,  e  rima- 
ne annesso  al  presente  trattato,  ed  avrà 
anche  forza  e  valore  come  se  ne  facesse 
parte  integrante,  i  i.  Il  mar  Nero  è  neu- 
tralizzato: aperto  alla  marina  mercantile 
di  tutte  le  nazioni.  Le  sue  acque  e  i  suoi 
porti  sono,  formalmente  e  in  perpetuo, 
interdetti  alle  bandiere  di  guerra,  sia  del- 
le potenze  finitime,  sia  di  tutt' altra  po- 
tenza, salvo  le  eccezioni  menzionale  negli 
articoli  1 4  e  1 9  del  presente  trattalo.  I*. Li- 
bero da  qualunque  intoppo,  il  commer- 
cio ne'  porli  e  nell'acque  del  mar  Nero, 
non  sarà  soggetto  che  a  de'  regolamenti 
di  sanila,  di  dogana,  di  polizia,  concepiti 
in  un  senso  favorevole  «dio  sviluppo  del- 
le transazioni  commerciali.  Per  dare  agli 
interessi  commerciali  e  marittimi  di  tutte 
le  nazioni   la   sicurezza  desiderabile,  la 
Russia  e  la  Sublime  Porta  ammetteranno 
de'consoli  ne' loro  porti  situati  sul  litora- 
le del  mar  Nero,  in  conformità  de'princi- 
pii  del  diritto  internazionale.  1  3.  11  mar 
Nero  essendo  neutralizzalo,  a  termini  del- 
l'art.! 1,  il  mantenimento  o  lo  stabilimen- 
to sul  suo  litorale  di  arsenali  militari  ma- 
rittimi diventa  senza  necessità  comeseu- 
za  oggetto.  In  conseguenza  S.  M.  l'Im- 
peratore di  tutte  le  Russie  e  S.  M.  il  Sul- 
tano si  obbligano  a  non  costruire  ne  con- 
servare, su  questo  litorale,  alcun  arsenale 
marittimo.  1  4.  Le  LL.  MM.  l'Imperatore 
di  tutte    le  Russie  ed  il  Sultano,  avendo 
couchiusa  una  convenzione  all'oggetto  di 
determinare  la  forza  ed  il  numero  de*  ba- 
stimenti leggeri,  necessari  al  servizio  del- 
le loro  coste,  che  si  riservano   d'  intrat- 
tenere nel  mar  Nero,  questa  convenzio- 
ne viene  annessa  al  presente  trattato, ed 
avrà  la  stessa  forza  e  valore  come  se  ne 
facesse  parte  integrante.  Essa  non  potrà 
essere  né  annullata, né  modificata,  senza 
il  consenso  delle  Potenze  segnatane  del 
presente  trattato,  1  5.  L'atto  del  congres- 
so di  Yicuua  avendo  stabilito  i  princinii 


T  U  B  4)7 

destinati  a  regolare  la  navigazione  de'fiu- 
mi  che  «eparano  e  traversano  più  stali,  le 
Potenze  contraenti  stipularono  tra  loro 
che  per  l'avvenire  questi  principii  salati- 
no egualmente  applicati  al  Danubio  ed 
alle  sue  imboccature.  Esse  dichiarano  che 
questa  disposizione  fa  d'ora  in  poi  parte 
ilei  diritto  pubblico  dell'Europa, e  la  pren- 
dono sotto  la  loro  guarentigia.  La  navi- 
gazione del  Danubio  non  potrà  essere 
soggetta  ad  alcun  intoppo  uè  imposizio- 
ne che  non  fosse  espressamente  previsti 
dalle  stipulazioni   contenute  negli   arti- 
coli seguenti.  In  conseguenza,  non  sarà 
percepito  alcun  pedaggio    basato   unica- 
mente sull'atto  della  navigazionedel  fiu- 
me, né  alcun  diritto  sulle  mercanzieche 
si  trovano  a  bordo  de'  navigli.  I  regola- 
menti di  polizia  e  di  quarantena  da  stabi- 
lire, per  la  sicurezza  degli  stati  separati  o 
traversati  dal  fiume,  saranno  concepiti  in 
modo  da  favorire,  per  quanto  sarà  possi- 
bile, la  circolazione  de'na  vigli. Salvo  que- 
sti regolamenti,  non  sarà  frapposto  alcun 
ostacolo,  qualunque  ei  sia,  alla  libera  na- 
vigazione. 16.  Nello  scopo  di  realizzare  le 
disposizioni  dell'articolo  precedente,  una 
commissione,  nella  quale  la  Francia, l'Au- 
stria, la  Gran   Brettagna,  la   Prussia,  la 
Russia,  la  Sardegna  e  la  Turchia  saranno, 
ciascuna,  rappresentate  da  un  delegato, 
sarà  incaricata  di  designare  e  far  esegui- 
re i  lavori  necessari, al  di  là  d'Isatcha,  per 
sgombrare  i'  imboccature  del  Danubio, 
non  che  le  vicine  parti  del  mare  dalle 
sabbie  e  altri  intoppi  che  l'ostruiscono, 
affine  di  mettere  questa  parte  del  fiume  e 
le  dette  parti  del  mare  nella  miglior  con- 
dizione possibile  di  navigabilità.  Per  co- 
prir le  spese  di  questi   lavori,   non  che 


luelle  desìi  stabilimenti  che  hanno 


per 


oggetto  di  assicurare  e  facilitare  la  navi- 
gazione alle  bocche  del  Danubio,  potran- 
no essere  prelevali  de'  diritti  fissi  d'  una 
misura  conveniente  stabiliti  dalla  com- 
missione a  maggioranza  di  voti,  solto  la 
condizione  espi  essa,  che,  sotto  questo  rap- 
porto, come  sotto  tutti  gli  altri,  le  bun- 


4)8 


x  u  n 


diere  di  tutte  le  nazioni  saranno  trattate 
kul  piade  il'  una  perfetta  eguagliatila. 
17.  Sarà  stabilita  una  commissione  e  si 
comporrà  dì  delegati  dell'Austria,  della 
Baviera,  delta  Sublime  Porla  e  del  Wiir- 
temberg  (uno  per  ciascuno  di  queste  po- 
tenze), a'  quali  si  uniranno  i  commissari 
de'4 principali  Danubiani,  la  cui  nomina 
sarà  approvata  dalla  Porta.  Questa  aom- 
ii)issione,clie  sarà  permanente:  1  ^elabore- 
rà i  regolamenti  ili  navigazione  e  di  poli- 
zia fluviale;  2.0  farà  scomparire  gl'imba- 
razzi di  qualunque  natura  potessero  esse- 
re, che  si  oppongono  tuttavia  all'applica- 
zione al  Danubio  delle  disposizioni  del 
trattato  di  Vienna;  3.°  ordinerà  e  farà 
eseguire  i  lavori  necessari  su  tutto  il  cor- 
so del  fiume;  4«P  veglierà,  dopo  lo  seio- 
gJimento  della  commissione  europea,  al 
mantenimento  delia  navigabilità  dell'im- 
boccature del  Danubio  e  delle  vicine  par- 
ti del  mare.  18.  È  ben  inteso  che  la  com- 
missione europea  avrà  fornito  il  suo  com- 
pilo, e  che  la  commissione  fluviale  avrà 
terminato  i  lavori  designati  nell'articolo 
precedente  sotto  i  numeri  i.°e  2.0  nello 
spazio  di  due  auni. Le  Potenze  segnatane 
riunite  in  conferenza,  informate  di  questo 
fatto,  pronunceranno,  dopo  averne  pre- 
so atto,  lo  scioglimento  della  commissio- 
ne europea;  e  da  quel  punto  la  commis- 
sione fluviale  permaueule  sarà  investita 
degli  stessi  poteri  di  cui  la  commissione 
europea  era  stata  fino  allora,  ig.  All'og- 
getto di  assicurare  l'esecuzione  de'  rego- 
lamenti che  saranno  stati  stabiliti  di  co- 
mmi accordo,  dietro  i  principii  sopra  e- 
nunciati,  ciascuna  delle  Potenze  contra- 
enti avrà  il  diritto  di  far  stazionare  in  o- 
gni  tempo  due  bastimenti  leggieri  all'im- 
boccatura del  Danubio.  20.  In  cambio 
delle  città,  porti  e  territori*  enumerati  nel- 
l'ari. 4  del  presente  trattato,  e  per  viem- 
meglio assicurare  la  libertà  della  naviga- 
zione del  Danubio,  S.  M.  l'Imperatore  di 
tutte  le  Russie  acconseute  alla  rettifica- 
zione della  sua  frontiera  di  Dessarabia. 
La  novella  frontiera  partirà  dal  marcerò, 


TUR 

ad  un  chilometro  all'est  del  lago  Bourna* 
Sola,  raggiungerà  perpendicolarmente  la 
Strada  di  Akermann, seguirà  quella  stra- 
da sino  al  Vallo  Traiano,  passerà  al  sud 
di  Bolgrad,  risalirà  lungo  la  riviera  dì 
Jalpuck  sino  all'altura  di  Saralsika,  e  an- 
drà a  terminare  a  Katamori  sul  Pruth. 
Àll'insù  di  questo  punto,  l'antica  frontie- 
ra tra'due  imperi  non  subirà  alcuna  mo- 
dificazione. De'  delegati  delie  Potenze 
contraenti  fisseranno  ne'  dettagli  la  de- 
marcazione della  nuova  frontiera.  21.  Il 
territorio  ceduto  dallaRussia  sarà  annes- 
so alla  Moldavia  Sotto  la  sovranità  della 
Sublime  Porta,  Gli  abitanti  di  questo  ter* 
ritorio  godranno  de' difilli  e  privilegi  as- 
sicurati «'principati,  e  durante  lo  spazio 
di  3  anni  sarà  loro  permesso  ili  traspor- 
tare altrove  il  proprio  domicilio,  dispo- 
nendo liberamente  delle  loro  proprietà, 
22. 1  principati  di  Valacchia  e  di  Molda- 
via continueranno  a  godere  sotto  la  sopra* 
sovranità  della  Sublime  Porta,  e  sotto  la 
guarentigia  delle  Potenze  contraenti,  i 
privilegi  e  l'immunità  di  cui  sono  in  pos- 
sesso. Verun  protettorato  esclusivo  non 
sarà  esercitato  su  di  essi  da  una  sola  delle 
Potenze  garanti.  Non  vi  sarà  alcun  dirit- 
to particolare  d' ingerenza  ne'  loro  affari 
interni.  23.  La  Sublime  Porta  s'impegna 
a  conservare  a'suddetti  principati  un'am- 
ministrazione indipendente  nazionale,non 
che  la  piena  libertà  di  culto,  di  legislazio* 
ne,  di  commercio  e  di  navigazione,  Lo 
leggi  e  statuti  oggidì  in  vigore  saranno  ri- 
veduti. Per  stabilire  un  completo  accor- 
do sopra  questa  revisione,  uua  commis- 
sione speciale,  intorno  alla  composizioue 
della  quale  s'intenderanno  l'altre  Poten- 
ze, si  riunirà  senz'indugio  a  Bukarest  con 
un  commissario  della  SublimePorta. Que- 
sta commissione  avrà  per  incarico  d'in- 
formarsi dello  slato  attuale  de' principa- 
ti e  di  preparare  le  basi  della  loro  futura 
organizzazione.  24-  S.  M.  il  Sultano  pro- 
mette di  convocare  immediatamente  uu 
Divano  ad  hoc,  in  ognuna  delle  duepro- 
viucie,  composto  iu  Uiodp  da  formare  ia 


t  u  a 

rappresentanza  più  esatta  dcgl'  interessi 
di  tutte  le  classi  della  società.  Questi  Di- 
vaoo  saranno  chiamali  ad  esprimere  i  voli 
delle  popolazioni  relativamente  all'  or- 
ganizzazione de'principati.  Una  istituzio- 
ne del  Congresso  regolerai  rapporti  della 
commissione  col  Divano.25.  Pigliando  in 
considerazioue  l'opinione  espressa  da'due 
Di  vani,  la  commissione  trasmetterà  senza 
indugio  alla  sede  attuale  delle  conferenze 
i  risultamenti  del  proprio  lavoro.  L' ac^- 
cordo  finale  colla  potenza  sovrana  sarà 
consagralo  da  una  convenzione  couehiusa 
a  Parigi  tra  le  alte  parti  contraenti,  e  un 
Halticheriff  conforme  alla  stipulazione 
della  convenzione  costituirà  definitiva- 
mente l'organizzazione  di  queste  provin- 
cie,  poste  da  qui  innanzi  sotto  la  garan- 
zia collettiva  (li  tutte  le  Potenze  segnata- 
ne. 26.  Rimane  convenuto  che  vi  sarà,  nei 
principati  una  forza  armata  nazionale, 
ordinata  allo  scopo  di  mantenere  la  si- 
curezza e  d'assicurare  quella  della  fron- 
tiera. Non  si  potrà  opporre  alcun  ostacolo 
a'  provvedimenti  straottima rii  di  difesa, 
che  d'accordo  colla  Sublime  Porta,  i  prin- 
cipati fossero  coslrelti  a  pigliare  per  re- 
spingere qualsivoglia  aggressione  stranie- 
ra. 27.  Se  la  quiete  interna  de'  principali 
si  trovasse  minacciata  o  compromessa,  la 
Sublime  Porta  s'intenderà  colle  altre  Po- 
tenze contraenti  sulle  misure  a  prendersi 
per  mantenere  o  ripristinare  l'ordine  le- 
gale; e  un  intervento  armato  non  "potrà 
aver  luogo  senza  un  precedente  accordo 
tra  coteste  potenze.  28.  Il  principato  di 
Servia  continuerà  a  rimanere  in  dipen- 
denza della  Sublime  Porta,  conforme- 
mente agli  Hats  imperiali,  che  fissano  e 
determinano  i  suoi  diritti  e  immunità,  po- 
sti quind'innauzi  sotto  la  guarentigia  col- 
lettiva delle  Potenze  contraenti.  Per  con- 
seguenza il  detto  principato  conserverà  la 
propria  amministrazione  indipendente  e 
nazionale,  come  benanco  piena  libertà  dì 
culto,  di  legislazione,  di  commercio  e  di 
navigazione.  29. li  diritto  di  presidio  della 
Sublime  Porta,  come  trovasi  stipulato 


X  U  R  4% 

da' regolamenti  interni,  è  mantenuto: 
ninno  intervento  armato  potrà  aver  luo- 
go in  Servia,  senza  previo  accordo  tra  le 
altre  Potenze  contraenti.  3o.  S.  M. l'Im- 
peratore di  tutte  le  Russie  e  S.  M.  il  Sul- 
tano mantengono  nella  sua  integrità  lo 
stato  de'  loro  possessi  in  Asia,  come  esi- 
steva legalmente  avanti  la  rottura.  Per 
antivenire  qualsivoglia  contestazione  lo- 
cale, la  demarcazione  della  frontiera  ver- 
rà rettificala,  se  farà  mestieri,  senza  che 
possa  risultare  un  danno  territoriale  per 
l'un*  o  l'altra  delle  due  parti.  A  questo 
effetto  una  commissione  mista  e  coiti  po- 
eta di  due  commissari  russi,  di  due  com- 
missari turchi,  d'  un  commissario  fran- 
cese, d'un  commissario  inglese,  sarà  man- 
data sul  luogo  immediatamente  dopo  il 
ripristinamento  delle  relazioni  diploma- 
tiche ti  a  la  corte  di  Russia  e  la  Sublime 
Porta.  Il  suo  lavoro  dovrà  essere  termi- 
nato in  fra  8  mesi,  a  datare  dallo  scambio 
delle  ratifiche  del  presente  trattato. 3  1. 1 
territorii  occupati  durante  la  guerra  dalle 
truppe  delle  LL.  Mi\l.  l'Imperatore  dei 
francesi,  l'Imperatore  d'  Austria,  la  Re- 
gina del  regno  unito  della  Gran  Bretta- 
gna e  d'Irlanda,  e  del  Re  di  Sardegna,  a 
termini  delle  convenzioni  sottoscritte  a 
Costantinopoli  il  12  marzo  18  ~4  tra  'a 
Francia,  la  Gran  Brettagna  e  la  Sublime 
Porla,  il  Sghigno  dello  stesso  anno  ira 
l'Austria  e  la  Sublime  Porta,  e  il  1  5mar- 
zoi855  tra  la  Sardegna  e  laSublimePor- 
ta,  saranno  sgomberati  dopo  lo  scambio 
delle  rattifìche  del  presente  trattalo,  to- 
sto che  sarà  fattibile.  Lo  spazio  di  tempo 
e  i  mezzi  d'esecuzione  formeranno  1'  og- 
getto d'accomodamento  tra  la  Sublime 
Porla  e  le  Potenze  le  cui  truppe  occupa- 
no il  suo  territorio.  82.  Fintantoché  i 
trattati  o  le  convenzioni  esistenti  prima 
della  guerra  tra  le  Potenze  belligeranti 
sieuo  stati  o  rinnovati  o  surrogati  da  atti 
nuovi,  il  commercio  d'importazione  e  di 
esportazione  avrà  luogo  reciprocamente 
iu  basede'regolamenti  vigenti  prima  del- 
la guerra ;e  i  loro  sudditi  iu  qualsiasi  al- 


46o 


TUR 


tr;i  materia  saranno  trattati  sul  piede  del- 
le nazioni  più  favorite.  33.  La  conven- 
zione conclusa  in  questo  giorno  tra  le 
LL.  M  \1.  T  Imperatore  de'  francesi  e  la 
Regina  del  regno  unito  della  Gran  Bret- 
tagua  e  d'Irlanda  da  una  parte,  e  S.  M. 
l'Imperatore  di  tutte  le  Russie  dall'altra, 
relativamente  all'  isole  d'  Alami,  è,  e  ri- 
mane annessa  al  presente  trattato,  ed  avrà 
la  lituo  forza  e  valore  come  se  ne  facesse 
parte.  34-  Il  presente  trattato  sarà  ratifi- 
cato e  le  ratifiche  saranno  scambiate  a 
Parigi  nello  spazio  di  4  settimane,  o  pri- 
ma, se  è  possibile,  lu  fede  di  che,  i  pieni- 
poteuziani  rispettivi  lo  hanno  sottoscritto, 
e  vi  hanno  apposto  il  suggello  delle  loro 
armi.  Fatto  a  Parigi,  il  3o  marzo  1 856". 
Seguono  le  firme  de'plenipoteuziarii.  Ar- 
ticolo aggiunto  e  transitorio.  Le  con- 
venzioni che  riguardano  gli  stretti  dei 
Dardanelli  noti  saranno  applicabili  a'ba- 
stimeuli  da  guerra,  ne  cominceranno  ad 
aver  effetto  prima  che  le  Potenze  abbiano 
ritirato  da'lerritorii  occupati  le  loro  ar- 
mi. Annessi.  Nel  i .°  il  Sultano  iu  tempo 
di  pace  si  obbliga  a  tener  chiusi  alle  navi 
di  guerra  gli  stretti  de'Dardanelli  e  il  Bo- 
sforo, tranne  il  caso  di  bastimenti  legge- 
ri destinati  al  servizio  delle  legazioni  di 
potenze  amiche,  per  la  cou venuta  stazio- 
ne alle  bocche  del  Danubio,  o  all'uso  di 
che  si  parla  nel  secondo  annesso;  le  Po- 
tenzesegnatariesi  obbligarono  rispettare 
tale  determinazione.  Nel  2.°  la  Russia  e 
la  Turchia  si  obbligano  di  non  mantene- 
re ciascuna  nel  mar  Nero  neutralizzato 
altri  legni  da  guerra  se  non  sei  bastimen- 
ti a  vapore  di  5o  metri  di  lunghezza  a  fior 
d'acqua  e  della  capacità  d'  8oo  tonnel- 
late al  più;  e  altri  quattro  bastimenti  leg- 
geri a  vapore  od  a  vela  di  200  tonnellate 
al  sommo.  Nel  3.°  L'Ino  pera  tore  delle  Rus- 
sie promette  di  non  fortificare  l'isole  di 
Aland,nè  vi  sarà  mantenuto  alcun  stabi- 
limento militare  o  navale.  XXXI F Pro- 
tocolli. Sono  questi  i  lunghi  dibattimen- 
ti delle  diverse  sessioni  nelle  (piali  si  di- 
scussero i  putiti  poscia  stabiliti  nel  Uat- 


TUR 

lato  generale  di  pace.  I  men/.ionati  atti 
si  poDilo  leggere  distesamente  nel  Gior- 
nale di  Roma  n.°  1 02  e  seg.  Ne 'protocolli 
vi  è  pure  il  discorso  inaugurale  e  di  rin- 
graziamento del  conte  Walevvski  per  la 
presidenza  affidatagli  dalla  conferenza.  In 
alcune  tornate  e  segualamente  in  quella 
dell'8  aprile  credettero  i  plenipotenziari 
di  dover  toccare  di  altre  questioni  più  o 
meno  connesse  coll'argomento  cheavea- 
110  tra  mano.  Disse  la  Civiltà  Cattoli- 
ca. »  La  demagogia  menò  gran  trionfo 
del  protocollo  32,  nel  quale  si  discorse  di 
alcuni  stati  d'  Italia,  segnatamente  del 
Pontifìcio  e  del  Napoletano;  e  s'affrettò 
di  pubblicarlo  prima  d'averlo  ben  letto 
e  meditato.  Ora  che  il  bollore  è  dato  giù, 
sembra  avvilita  della  sua  troppo  faede 
esaltazione".  Le  dicerie  si  misero  in  cam- 
po e  si  esagerarono  per  alimentare  il  fuo- 
co della  rivoluzione,  a  cui  sempre  sono 
intenti  i  nemici  della  pubblica  tranquil- 
lità. Mentre  essi  confidavano  nel  gabi- 
neltodi  Londra, questo  giudicò  per  allora 
gettar  acqua  sul  fuoco  acceso  nel  congres- 
so di  Parigi  dalla  nota  verbale  del  conte 
Cavour;  altrettanto  fece  quello  di  Fran- 
cia, e  cos'i  le  illusioni  sembrarono  dile- 
guarsi. Utinamì  Pare  che  vi  contribuis- 
se l'energica  «  grave  circolare  del  princi- 
peGortschakolfjchesi  legge  nel  Giornale 
di  Roma  a  p.  9  1 6,  e  nella  CiviltàCattoli- 
ca,  serie  3.a,  t.  4,  p.  ^43.  A'3i  marzo  in 
PietroburgoAlessandroll  pubblicò  il  ma- 
nifesto imperiale,  che  si  legge  a  p.  34^  del 
Giornale diRoma,[>ev  annunziare  all'im- 
pero la  soscrizione della  pace,dell'accan  ita 
e  sanguinosa  lotta  che  per  tre  anni  avea 
scompigliato  l'Europa.  Giustifica  l'augu- 
sto genitore  per  averla  intrapresa  ;  loda  i 
fedeli  popoli  e  i  bravi  soldati,  per  essersi 
mostrati  degni  della  foro  alta  vocazione, 
non  risparmiando  uè  sostanze,  ne  vita 
per  la  difesa  della  patria,  rivaleggiando 
tutti  di  abnegazione,  e  di  nuove  e  glorio- 
se gesta.  Esalta  come  fu  combattuto  il 
nemico,  e  l'eroica  difesa  per  lo  spazio  d'i  1 
toeti  delle  fortificazioni  dalla  parte  sud  di 


TUR 

Sebastopoli,  rizzate  sotto  gli  ocelli  e  sotto 
il  ftioco degli  assalitori.che  vivrà  nella  me- 
moria della  più  lontana  posterità.»  Frat- 
tanto, da' decreti  impenetrabili  e  salutari 
della  Provvidenza  si  preparava  un  fatto 
conforme  a' voti  dell'amatissimo  fu  au- 
gusto nostro  padre,  a*  nostri,  a  quelli  del- 
la Russia  intera,  e  che  compieva  lo  scopo 
della  guerra.  La  sorte  futura  e  il  diritto 
di  tutti  i  cristiani  del  Levante  oramai  so- 
no garantiti.  Il  Sultano  solennemente  li 
riconosce,  e  in  conseguenza  di  quest'atto 
di  giustizia  l'impero  ottomano  entra  nel 
concerto  degli  stati  europei  !. ..  Onde  ac- 
celerare la  conchiusione  del  trattato  di 
pace,  ed  allontanare  anche  per  l'avve- 
nire sino  il  pensiero  di  mire  ambiziose  o 
di  progetti  di  conquiste  che  potrebbero 
esserci  attribuiti,  noi  abbiamo  acconsen- 
tilo di  adottare  certe  misure  di  precau- 
zione, destinate  a  prevenire  una  collisio- 
ne de*  nostri  bastimenti  da  guerra  con 
quelli  della  Turchia  nel  mar  Nero,  come 
anche  di  stabilire  una  linea  di  limitazio- 
ne nella  parte  meridionale  della  Bessa- 
labia  la  più.  vicina  al  Danubio.  Le  con- 
cessioni non  sono  gravi,  se  si  pongano  in 
bilancio  co'  pesi  d'una  guerra  prolunga- 
ta e  i  vantaggi  che  ci  promette  la  tran- 
quillità dell'impero  di  cui  Dio  ci  ha  af- 
fidati i  destini  ".  Della  vastità  dell'impe- 
ro russo,  il  Giornale  di  Roma  a  p.  665 
ci  die  parte  dell'introduzione  dell'opera 
del  eh.  J.  H.  Schn  itzer:  V  Impero  degli 
Czari)  un  settimo  del  globo  secondo  lo 
stato  presente  della  scienza.  Oltre  al 
patto  di  pace  firmato  dalle  7  Potenze,  la 
Francia,  l'Austria  e  I'  Inghilterra  sotto- 
scrissero a' i5  e  ratificarono  a'  ig  aprile 
un  trattato  particolare  del  seguente  te- 
nore. I.  Le  alte  parti  contraenti  assicura- 
no unitamente  e  separatamente  l'indi- 
pendenza e  l'integrità  dell'Impero  Otto- 
mano fissate  nel  trattalo  de'  3o  marzo. 
II.  Ogni  infrazione  alla  stipulazione  di 
detlo  trattato  sarà  considerata  dalle  po- 
tenze sottoscritte  qual  caso  di  guerra. 
Esse  andranno  d'accordo  eolla  Sublime 


t  u  a  46 1 

Porta  pe' provvedimenti  elicne  divenis- 
sero necessari  ,  e  regoleranno  fra  loro 
l'impiego  delle  forze  militari  e  navali.  A- 
vendone  il  conte  Orlolldomnndoto  spie- 
gazione, ebbe  dalle  3  potenze  soddisfacen- 
terogione  dell'operato.  Alessandro  li  vo- 
lendo riconoscere  i  segnalati  e  memoran- 
di servigi  resi  alla  patria  dal  conte  Or- 
ioli, coronati  coll'opera  salutare  della  pa- 
ce tra  la  Russia  e  le  poterne  europee  ar- 
male contro  di  essa,  l'innalzò  a  presiden- 
te del  consiglio  dell'  impero  e  alla  di- 
gnità ereditaria  di  principe  del  medesi- 
mo trasmissibile  a  tutta  la  suadiscenden- 
?a.  Egli  viene  chiamato  il  Paciere,  per 
la  gran  parte  eh'  ebbe  al  congresso  di 
Parigi  nel  concludersi  la  sospirata  pace. 
La  guerra  di  oriente  è  durata  in  tut- 
to, due  anni  meno  due  giorni.  La  notizia 
della  pace  riuscì  gratissima  anche  agli 
eserciti  della  Crimea,  che  per  la  malsa- 
nia  della  campagna  furono  negli  ultimi 
mesi  travagliali  da  diversi  morbi  che  me- 
narono orribili  strage,  ne'russi  eziandio. 
Festeggiarono  il  ben  augurato  giorno  del 
ritorno  della  pace  con  grandissima  esul- 
tanza, con  visite  reciproche,  banchetti  e 
festeggiamenti.  Sventuratamente  i  detti 
parecchi  morbi  che  dominavano,  tempe- 
rarono e  funestarono  alquanto  la  gioia 
comune.  Riferisce  la  Civiltà  Cattolica. 
»  L'esercito  francese  d'oriente  ebbe  a  lot- 
tare colle  malattie  e  col  nemico,  in  con- 
dizioni tenibili  per  tutto  un  rigidi}  imo 
inverno  e  una  estate  niente  meno  mici- 
diale ;  e  ognuno  presumeva  che  le  per- 
dite ne  fossero  state  enormi.  Il  Moni- 
teur  de  V  Armée  per  togliere  sopra  ciò 
ogni  incertezza  e  cessare  ogni  esagerazio- 
ne, pubblicò  il  quadro  de'  morti  di  cia- 
scuna categoria, e  sono:  Uffiziali  d'ogni 
grado,  compresi  12  cappellani,  1284; sot- 
to-uffiziali,  caporali  o  brigadieri  44°3  ; 
soldati  56,8o5;  in  tutto  62,492  uomini, 
periti  di  ferro,  di  fuoco  e  di  malattia,dal 
i.°sbarco  delle  truppe  in  Turchia,  fino 
al  trattato  di  Parigi.  Sono  ancora  sco- 
nosciute le  vere  perdite  fatte  dall'esercito 


46a  TUR 

inglese,  ma  furono  gravissime  ;  e  basti 
dire  qui  che  del  reggimento  delle  guar- 
die reali,  composto  di  3200  uomini, me- 
no d'6oo  rividero  l'Inghilterra.  Il  corpo 
di  spedizione  sardo,  compresi  i  rinforzi 
mandatigli  aoocèsaivamenle, giunse  al  nu- 
mero di  i  7, 584  uomini,  de'quali  fino  ai 
3  1  ottobre  1  855  erano  periti  i632;  cioè 
I2i  idi  cholera,  170  dal  tifo,  25 idi  ferite 
od  altre  cagioni.  In  questo  numero  sono 
compresi  56  uffizioli,  1  563  sotto  ulìiziaìi 
e  soldati,  e  1 3 impiegati  d'amministra- 
zione. Dal  3i  ottobre  fino  allo  sgombro 
il  corpo  di  spedizione  ha  ancora  perdu- 
to sottosopra  900  uomini.  In  tutto  2  532. 
Non  può  negarsi  che  la  presa  di  Sebasto- 
poli e  il  trattato  di  Parigi  costano  caro! 
Per  altra  parte i  russi,  secondo  un  calcolo 
che  pare  ben  fondato,  quantunque  non 
sia  officiale  ,  perdei  teio  per  la  guerra 
nientemeno  che  277,000  uomini  dal  mo- 
mento che  passarono  il  Proti)  fino  ali.0 
maggio  1  856. Inoltre  poco  meno  di  2  3,ooo 
uomini  appartenenti  all'armata  del  mar 
Nero,  e  che  parteciparono  alla  difesa  di 
Sebastopoli,  vi  trovarono  la  tomba. Laon- 
de in  tutto  sono  un  3oo,ooo  vittime  1 
Queste  perdite  sono  per  certo  assai  mi- 
nori di  quanto  presumevasi,  massime  se 
si  tien  conto  dell'immensa  estensione  del- 
la loro  linea  di  difesa,  delle  distanze  enor- 
mi che  doveano  percorrere  a  marce  for- 
zale pel  gelo  e  per  le  steppe  del  deserto,  e 
a  tante  altre  cagioni,  aggiuntesi  a  quella 
de'combattimenti  militari.  Tuttavia  ba- 
stano a  far  capire  quanto  urgente  debba 
essere  la  necessità  che  spinge  alla  guerra 
affinchè  si  possa  giustamente  imprende- 
re ".  Nel  seguire  lo  sgombero  della  Cri- 
mea, il  general  supremo  dell'esercito  rus- 
so fece  sapere  a'generali  francesi,  inglesi 
ec,  essere  volere  d'  Alessandro  II  che  si 
rispettino  in  ogni  tempo  le  tombe  deca- 
duti sotto  le  mura  di  Sebastopoli.  Al  dire 
d'  un  giornale  russo  gli  assediali  a  Seba- 
stopoli tirarono  1  38:6o8  colpi  di  canno- 
ne, il  totale  delle  cariche  de'quali  sommò 
a  56  milioni  di  libbre.  Visi  consumarono 


TUR 

più  d'8  mi'ioni  di  libbre  di  polvere  e  mr- 
glio  di  a 5  milioni  di  cartucce.  In  questi 
calcoli  non  si  compresero  i  tiri  de'  pez/.i 
di  campagna.  Indi  la  Civiltà  Cattolica 
osservò,  doversi  aggiungere  a  tali  cifre  il 
di  più  che  i  russi  consumarono  in  tante 
oltre  parti  sì  d'oriente  e  sì  di  settentrione, 
e  poi  se  ne  raddoppi  almeno  il  mimerà 
per  unirvi  il  fatto  dagli  alleati,  e  si  avrà 
una  qualche  idea  del  quanto  sia  costata 
sotto  questo  riguardo  la  guerra  orientale. 
Il  generale  maggiore  bagdanowitsch  pub- 
blicò un  opuscolo  sull'assedio  di  Sebasto- 
poli, nel  quale  dice,  che  le  trincee  degli 
alleati  misuravano  1  1  0,000  passi,  mentre 
la  massima  estensione  de'  precedenti  la- 
vori d'assedio  non  importò  oltre  20,000 
passi.  Nell'assedio  di  Sebastopoli  furono 
impiegali  80,000  cestoni,  60,000  fascine 
e  circa  un  milione  di  sacchi  di  terra.  Ne- 
gli assedi  ordinari  non  vengono  impiegati 
cheio  ai  5,ooo  cestoni,  altrettanti  sacchi 
di  lerra  e  100,000  fascine.  Neil'  ultimo 
tempogli  alleati  contavano  nelle  loro  bat- 
terie 800  pezzi,  eia  loro  artiglieria  tirò  in 
tutto  un  milione  e  600,000  colpi.  1  pezzi 
collocali  contro  Sebastopoli  erano  d'  un 
calibro  impareggiabilmente  maggiore  de- 
gl'  impiegati  in  tutti  i  precedenti  assedi. 
Il  capitano  dello  stato  maggiore  genera- 
le Anitskolf  in  rosso  rese  di  pubblica  ra- 
gione un  libro  intitolato:  Schizzi  storici 
della  spedizione  di  Crimea.  L'  autore 
profittò  di  tutte  le  notizie  russe  ed  este- 
re, e  parlando  del  valore  russo  egli  rese 
giustizia  anche  a  quello  del  nemico.  Ta- 
le sua  opera,  scritta  con  chiarezza,  pre- 
senta in  ogni  riguardo  a  tulli  i  russi  una 
lettura  piacevolissima.  Contiene  pure  la 
descrizione  dell'assedio  di  Sebastopoli,  e 
la  carta  de'suoi  dintorni  coll'indicazione 
delle  linee  nemiche  di  circonvallazione, 
oltre  quella  dell'assedio  e  difesa.  Nel  de- 
clinar d'agosto  1  856  pubblicò  il  Moni' 
teur  de  la  Flotte.  Sei  mesi  fa,  i  prelimi- 
nari della  pace  erano  stati  sottoscritti,  ed 
i  francesi  aveanoda  ricondurre  in  Fran- 
cia e  in  Algeri  un  esercito  di  100,000  110- 


TU  Ì 
mini,  !  5oo  a  2000  catelli  e  più  di  ao,ooo 
tonnellate  di  materiale.  Con  8  1  legni  e  in 
4  mesi  fu  condotto  a  buon  fine  Jo  sgom- 
bro dell'esercito  d'Oriente,  ardua  e  com- 
plicata impresa  per  le  circostanze  epide- 
miche e  per  altri  ostacoli.  Dall'  ammira- 
glio al  marinaro,  tutti  hanno  diritto  di 
rivendicare  a  se  l'onore  di  questa  ulte- 
riore campagna,  poiché  tutti  vi  concor- 
sero nella  misura  della  loro  buona  volon- 
tà. Dal  cominciar  della  guerra  sino  al  suo 
fine,  la  flotta  francese  pagò  largamente  il 
suo  debito;  ne  vide  soccombere  meno  di 
34i6  uffiziali  o  marini  sui  campi  di  bat- 
taglia di  terra  e  di  mare.  Dipoi  il  Moni* 
teur  de'23  ottobre  ci  diede  la  relazione 
indirizzata  dal  maresciallo  Vaillant  mi- 
nistro della  guerra  a  Napoleone  III,  che 
presenta  in  qnadro»particolarizzato  l'or- 
ganizzazione completa  delle  forze  e  elei 
mezzi  militali, co'quali  la  Francia  ha  com- 
piuto la  guerra  d'oriente;  relazione  che 
comprende  3  parti,  il  personale  dell'ar- 
mata, la  sua  organizzazione  materiale, 
l'insieme  de'mezzi  marittimi  impiegati  pei 
trasporti.  Questo  importantissimo  docu- 
mento, che  descrive  quali  sforzi,  quali  stu- 
di e  quali  spese  costasse  alla  sola  Fran- 
cia il  trattato  di  Parigi  e  la  distruzione 
della  flotta  russa,  lo  riprodussero  ancora 
il  Giornale  di  Roma  a  p.  996,  io4o  e 
io43,  e  la  Civiltà  Cattolica,  serie  3.*, 
1.  4  j  P-  4^6.  Lo  stesso  Giornale  a  p. 
io45  riportò  il  quadro  del  materiale  e 
delle  munizioni  fornite  dall' impero  ot- 
tomano durante  la  guerra  alle  varie  ar- 
mi dalla  direzione  dell'  artiglieria  tur- 
ca, per  le  cognizioni  e  attivi  là  di  Ahmet 
Fethi  pascià  gran  mastro  dell'artiglie- 
ria e  cognato  del  sultano.  Potentemente 
contribuirono  alla  guerra  sostenuta  dal- 
le potenze  occidentali  contro  la  Rùssia,  le 
ferrovie  e  la  navigazione  a  vapore,  non 
che  le  comunicazioni  telegrafiche  fra  la 
Crimea,  Londra  e  Parigi.  Il  AJorning 
Post  ci  disse,  che  le  spese  della  guerra  per 
1'  Inghilterra  sono  ascese  a  80  milioni  di 
lire  sterline.  Ma  trovo  nella  Civiltà  Cat- 


TUR  463 

tolica,  che  il  Times  parlando  delle  spese 
confessò  che  l'Inghilterra  non  le  farà  mai 
conoscere  separatamente.  Ad  ogni  modo, 
considerando  l'ultimo  rendiconto  officiale 
ne  ricava  che  l'anno  scorso  la  guerra  in- 
goiò circa  un  bilione  di  lire  allaGranBret- 
tagna.  La  qual  somma  immensa  profusa 
ne'soli  12  mesi  del  1855  fa  esclamare  al 
giornalista  :  La  guerra  è  il  più  costoso  di 
tutti  i  piaceri,  e  senza  fallo  la  Provviden- 
za volle  cosi  perchè  vi  sono  popoli  che 
sterminerebbero  volonlieri  tutta  la  terra, 
se  ciò  potessero  fare  a  buon  mercato  !  Poi 


soggi 


unge.  Una  parte  della  nazione  ingle- 
se è  proclive  allaguerra,  perchè  le  perdile 
che  ne  derivano  si  sentono  da  poche  fa- 
miglie! Una  corrispondenza  parigina  del- 
l' Indépendanee  Belge  calcolò  le  spese 
della  sterminatricee gigantesca  guerra  nel 
modo  seguente.  La  Francia  ha  speso  un 
miliardo  e  mezzo,  oltre  al  suo  bilancio 
straordinario  per  la  guerra  di  circa  mez- 
zo miliardo.  L'  Inghilterra  due  miliardi 
e  mezzo,  oltre  al  bilancio  straordinario. 
La  Turchia  120  milioni,  i  quali  però  sono 
una  piccola  parte  delle  sue  perdite.  La 
Russia  ha  chiesto  in  imprestito  1  54  milio- 
ni e  vuotati  i  fondi  delle  sue  finanze. L'Au- 
stria solo  per  tener  l'esercito  sul  pie  di 
guerra,  ad  onta  che  buona  parie  ne  licen- 
ziò, ha  speso  un  miliardo  e  i4o  milioni. 
La  Prussia  avea  destinato  97  milioni  per 
esser  pronta  all'  esigenze  della  guerra  e 
ne  spese  la  metà.  Il  Piemonteo  Sardegna 
consumò  80  milioni.  In  tutto  sette  mi- 
liardi di  lire  1!  Anche  la  Turchia  coniò 
medaglie  militari  destinale  a  tutti  gli  uf- 
fiziali di  terra  e  di  mare  degli  eserciti  al- 
leati che  assistettero  all'assedio  di  Seba- 
stopoli, cioè  d'oro  pe'generali  e  d'argento 
pegli  uffiziali  d'ogni  grado.  La  medaglia 
rappresenta  da  un  lato  le  4  bandiere  del- 
le potenze  alleate,  con  un  cannone  e  la 
caria  della  Crimea  svolta  per  metà,  po- 
sala sopra  un'aquila  russa  abbattuta,  e  al 
di  sopra  è  inciso  il  nome  di  Sebastopoli  in 
lingua  francese.  Dall'altro  Iato  è  il  nome 
del  sultano  e  la  parola  Sebastopoli  in 


TUR 
idioma  (ureo.  La  Civiltà  Cattolica,  serie 
3.',t.  3,p.  585,  parlando  della  Germania 
nella  questione  d'oriente,  osserva  la  sua 
coi  rispondenza,  die  tal  questione  fu  sciol- 
ta senza  die  la  confederazione  Germanica 
abbia  fatto,  come  propriamente  tale,  il 
più  lieve  sforzo  odine  di  conseguirne  lo 
scioglimento  favorevole  il  più  die  li  po- 
tesse a'  propri  interessi  ;  il  die  qualifica 
segno  non  dubbio  di  politica  debolezza. 
Poiché  la  sua  postura  geografica,  la  sua 
popolazione,  le  sue  forze  le  davano  natu- 
ralmente il  potere  far  pendere  la  bilancia 
«la  quel  lato  che  avesse  voluto.  Mancò  l'e- 
nergia necessaria  per  dir  la  parola  deci- 
siva, perchè  i  suoi  membri  non  erano  con- 
giunti da  mire  e  da  tendenze  uniformi, 
seguendo  una  politica  di  espeltazione,mol- 
ti  stati  vagheggiando  il  protettorato  rut- 
to. Chi  guardava  oltre  il  Reno,  chi  oltre 
Ja  Neva;  chi  ingelosivasi  della  prevalenza 
d'uno  stalo  alemanno,  chi  temeva  1'  in- 
fluenza di  qualche  stalo  forasliero.  I  più 
guardavano  pieni  di  sospetto  verso  le  po- 
tenze occidentali,  e  speravano  il  tutto  dal- 
la Russia,  e  queste  inclinazioni  furono  il 
principal  ritardo  d'ogni  partito  decisivo. 
Se  ciò  non  ostante  la  pace  di  Parigi  ha 
cagionato  dell'utile  e  non  leggero  all'  A- 
lemagna,  devesi  un  tal  successo  all'  Au- 
striaca quale  colla  sua  condotta  seppe  pre- 
pararlo ed  ottenerlo.  Quando  essa  vide  la 
Prussia  che  sai  ebbe  uscita  dalla  sua  pre- 
tesa neutralità,  determinò  d'operare  da, 
se  sola,  e  allora  s'  avvicinò  alle  potenze 
occidentali.  L'etfetto  di  tal  politica  fu  V ul- 
timatum spedito  a  Pietroburgo,  1'  accet- 
tazione della  Russia,  e  la  conclusionedel- 
la  pace.  L'Austria  rimase  fedele  alla  sua 
politica  veracemente  alemanna  e  nazio- 
nale, fin  anche  nel  congresso  di  Parigi. 
Essa  dimandò  ed  ottenne  che  fosse  la 
Prussia  invitata  ad  inviare  suoi  rappre- 
sentanti al  congresso;  essa  propose  e  con- 
seguì che  la  Prussia  avesse  parte  all'ordi- 
namento de'  principati  Danubiani;  essa 
riuscì  a  render  il  Danubio  fiume  aleman- 
no, aprendo  per  le  sue  acque  alla  Germa- 


T  U  R 
nia  il  cammino  dell'  oriente,  e  lo  sgorgo 
naturale  e  vastissimo  delle  patrie  derrate 
e  manifatture  ;  essa  ottenne  quegli  altri 
non  pici-oli  vantaggi  morali  e  materiali 
che  dal  trattato  di  Parigi  derivano  a  tut- 
ta l'Alemagna.  Abbiamo,  La  Crocee  la 
Spada.  Racconti  della  guerra,  aV 'Orini* 
te,  campagne  deliSS^.  ei  855,  versione 
dal  francese  cC  Aurelio  Casini  capita- 
no in  riposo  del  redi  corpo  d 'artiglie- 
ria toscana,  Firenze  i  856.  Nel  declinar 
d'agosto  1 856  Costantinopoli  tornò  nel- 
lo stato  normale,  non  essendovi  più  uè  le- 
gni da  guerra,  né  soldati  francesi,  ingle- 
si e  sardi.  Dopo  la  pace  1'  impero  otto- 
mano provò  il  disastro  di  Tessalonica  o 
Saloniehi  ,  le  catastrofi  dell'  Egitto  ,  di 
Caudia  e  di  Rodi,  dell'  insurrezione  del- 
la Mecca  e  de'gravi  movimenti  del  Mon- 
te Negro,  cominciati  durante  la  guerra  coi 
russi. L' i  i  luglio  uno  spaventoso  incendio, 
di  cui  s'incolpò  uno  Schilizzi,  avvalorato 
dall'impeto  del  vento,  distrusse  più  della 
metà  di  Tessalonica,  con  immensi  danni 
e  diverse  vittime  umane.  In  Egitto  la  not- 
te de'  12  ottobre  fu  desolante  pel  terre- 
moto ondulatorio  con  alquanto  sussulto: 
dessa  è  la  più  forte  scossa  udita  a  memo- 
ria d'uomo  nell'Egitto.  Crollarono  diver- 
se moschee  e  case  ,  né  mancarono  delle 
vittime.  Quasi  simultaneamente  in  Cau- 
dia il  terremoto  la  ridusse  un  mucchio 
di  rovine,  e  ne' dintorni  cagionò  orribili 
guasti.  Nella  città  e  provincia  furono  di- 
strutte 5686  case,  23  moschee,  68  chie- 
se greche;  i  morti  si  dissero  5 17,  i  feriti 
6o5.  Pure  in  tale  giorno  anche  l'isola  e 
la  città  di  Rodi  fu  devastata  per  simile 
flagello.  Prolungato  e  funesto  terremoto 
ondulatorio  fece  crollare  moltissimi  fab- 
bricati, e  gli  altri  restarono  più  o  meno 
rovinati ,  annientando  le  illustri  memo- 
rie del  benemerito  ordine  Gerosolimita- 
no, oltre  la  sua  torre  degli  Angeli  situa- 
ta nell'imboccatura  del  porto.  Tutti  i  44 
villaggi  dell'isola  soffrirono  gravemente, 
ed  alcuni  furono  pressoché  adequati  al 
suolo;e  si  compiansero  numerose  vittime. 


T  U  R 

II  tei  remoto  si  estese  altresì  a  tutte  l'iso- 
le dell'Arcipelago,  le  quali  però  non  tut- 
te egualmente  soffrirono,  ed  a  gran  par- 
te delle  coste  d'Asia;  sentendone  pure  l'in- 
flusso del  triste  fenomeno  il  mare  e  con 
violenza.  Mentre  Rodi  deplorava  la  sua 
sciagura,  a'6  novembre  il  fulmine  fece  sal- 
tare tremendameute  in  aria  la  polveriera, 
situala  nella  sommità  della  città  presso  il 
campanile  della  già  celebre  chiesa  di  s. 
Giovanni  de'cavalieri  gerosolimitani,  ri- 
dotta a  moschea.  La  terribile  esplosione 
inandò  in  aria  un  3.°  della  derelitta  cit- 
tà, con  oltre  3oo  vittime  sepolte  nelle  ma- 
cerie, e  gran  numero  di  malconci.  Fuo- 
ri della  città  9  monumenti,  tutti  dell'an- 
tica Rodi ,  andarouo  perduti.  La  detta 
chiesa  di  s.  Giovanni  eretta  nel  declinar 
del  XV  secolo,  rimase  completamente  di- 
strutta; e  quel  che  più  devesi  deplorare 
nell'interesse  della  scienza,  restarono  di- 
strutti gli  archivi  de'cavalieri  gerosolimi- 
tani, murati,  come  porta  la  tradizione,  in 
un  angolo  della  stessa.  La  maggior  par- 
te del  famoso  palazzo,  già  del  gran  mae- 
stro di  detto  ordine,  venne  del  tutto  rovi- 
nalo; lo  stesso  dicasi  delle  torri  e  delle  for- 
tificazioni. Quanto  alla  rivoluzione  della 
Mecca  si  deve  sa  pere,  che  fin  da  tempi  im- 
memorabili è  io  uso  un  commercio  fre- 
quentissimo di  schiavi  traMassua  oMasso- 
va  dell' Abissinia,e  Gedda  d'Arabia  distan- 
te 3o  miglia  dallaMecca  nel  dominio  otto- 
mano. In  Massua,  borgata  di  circa  4ooo 
abitanti,  si  aduna  la  sventurata  merce,  la 
quale  giunta  a  formare  circa  un  migliaio 
di  vittime  tragittasi  al  di  là  del  mar  Ros- 
so fino  a  Gedda  che  sorge  sull'  opposta 
sponda.  Dicesi  che  durante  il  breve  tra- 
gitto una  4«"  parte  del  carico  venga  me- 
no di  morbo  o  di  suicidio.  Gli  schiavi  si 
prendono  d'ordinario  dal  popolo  di  Gal- 
las,  nell'Africa  centrale  e  dagli  abissini,  e 
la  metà  di  essi  è  cristiana.  Ultimamente 
il  sultano,  che  prima  era  gran  protettore 
della  schiavitù,  soppresse  uelia  Turchia 
l'infame  commercio  degli  Schiavi  (al  qua- 
le articolo  avea  fatto  voti  perchè  dessa  e 

VOJL.  LXXXI. 


TUR  465 

T  Egitto  imitassero  i  nobili  esempi  delle 
altre  nazioni,  anche  mussulmane  cornea 
Tunisi)  per  l'abolizione  dell'infame  com- 
mercio, che  mosse  1'  eroica  carità  del  sa- 
cerdote Olivieri,  a  cui  orasi  sono  associa- 
ti i  Trinitari  scalzi^  istituire  la  santa 
opera  del  riscatto  degli  schiavi,  portando- 
si a  comprarli  nell'  Egitto,  massime  di 
morette),  e  mandò  ordini  alle  autorità  di 
Gedda  e  della  Mecca  perchè  fosse  esegui- 
ta la  sua  legge.  Magli  ulemi  di  quest'ul- 
tima città,  ove  è  concentrato  il  fanatismo 
mussulmano,  negarono  di  assoggetlarvi- 
si,  adducendo  ch'esso  si  oppone  al  Cora- 
uo.  Iudarno  il  kaumukuu  cercò  di  far 
intendere  la  ragione  a'forsennati;  questi 
in  vece  si  ammulinarono  e  vennero  alle 
mani.  Allora  le  milizie  dierono  addosso 
al  popolo  e  uccisero  l'ulema  che  andava 
alla  preghiera,  il  che  mise  lo  scompiglio 
al  colmo;  neli.°  scontro  un  centinaio  di 
abitanti  rimasero  morti  sul  campo,quin- 
di  la  sollevazione  fu  universale  e  le  poche 
soldatesche  costrette  a  chiudersi  nel  for- 
te. In  questo  istante  giunse  alla  Mecca  il 
potente  capo  de'  malcontenti,  lo  sceriffo 
Abu  Talib  che  altri  chiamano  Abdel-el- 
Montalib,  e  poco  dopo  arrivò  pure  Re- 
schid  pascià,  uno  de'  generali  dell'  Ara- 
bistan,  diverso  dal  celebre,  con  istruzione 
di  farlo  arrestare  e  spedirlo  a  Costanti- 
nopoli. Fu  intanto  nominato  a  governa- 
re provvisoriamente  la  Mecca  lo  scerif- 
fo Nazir  fino  all'  arrivo  del  governatore 
definitivo  Mahomedbin  Aun.  A  Gedda 
successero  eguali   disordini,  ed  ambe  le 
piazze  furono  poste  in  istato  d'  assedio. 
Siccome  gì'  insorti  attribuirono  l'aboli- 
zione della  schiavitù  all'  influenza  ingle- 
se e  francese,  perchè  il  sultano  era  sta- 
to sempre  promotore  e  ardente  difeosore 
della  medesima,  vollero  che  i  consoli  del- 
le due  nazioni  abbassassero  le  bandiere 
e  fossero  espulsi.  Ne  prese  la  protezione 
Mahmud  pascià  di  Gedda,  e  iutanto  da 
Bombay  giunse  un  vapore  inglese  per 
sostenere  i  consoli  e  i  cristiani,  e  tentare 
una  couciliazioue  tra  il  governo  e  il  pò- 
3o 


4<;r>  t  u  r 

polo  commosso  da'furiosi  ulema.  Questa 
i»<nrrczinnc  era  promossa  dallo  sceri  ilo 
Abn  Talil),  poiché  gli  sceri/li  della  Mec- 
ca, come  narrai  più  sopra,  considerarono 
sempre  ilYemen  come  un  litro  appannag- 
gio. Dopo  però  la  sua  ribellione,  a  di  Ini 
provocazione  uscì  in  campo  lo  sceik  I!  is- 
sai! col  suo  nipote  sceik  Galib,  figlio  del 
proprio  fratello  Hussein  defluito  sceriffo, 
alla  testa  di  numerose  masnade  d'avven- 
turieri. Hassau  pretendeva  aneli*  egli  es 
sere  lo  sceriffo  della  Mecca,  e  perciò  d'a- 
ver diritto  al  governo  dell'Arabia  Felice. 
Nullità  antico   rancore  contro  la  Porta 
per  essere  stalo  nel   i85i    disfallo  dalle 
truppe  ottomane  sotto  le  nudi  di  Lidie- 
ja,  onde  s'impadronì  di  vari  luoghi.   La 
Porta  destituì  il  pascià   Mahmud  come 
inetto,  egli   surrogò   il   famoso  knrdo 
Ahmed  pascià.  Il  sultano  inviò  una  bel- 
lissima spada  a  Said  vicerèd'Egitlo,  invi- 
tandolo a  mandile  due  reggimenti  al  nuo- 
vo governatore  del  Yemen  per  reprimere 
i  ribelli.  In  fatti  questi  vennero  disfatti,  e 
in  pari  tempo  morì  Aitl-Bin  Osman  fa- 
moso capo.de'vecabiti,  clieavea  preso  una 
parie  attiva  a'  torbidi  della  Mecca.  Abu 
Talibfu  destituito  dallo  sceriffato,  e  gli 
fu   sui  rogato  Ben  A  un  già  sceriffo,  che 
partì  da  Costantinopoli  per  recarsi  al  suo 
posto,  e  giunto  alla  Mecca  vi  fu  ricevuto 
colla  più  viva  gioia.  Quindi  radunato  un 
esercito,  assalì  Abu  Talib,  disfece  i  suoi 
4o,ooo  uomini,  lo  fece  prigione  e  lo  man- 
dò a  Costantinopoli  per  essere  esilialo  a 
Tessalonica.  In  tal  modo  ebbe  fine  una 
sollevazione  che  avea   preso  un  aspetto 
grave  e  minaccioso.  Circa  al  Monte  Ne- 
gro, ilVIadika  principe  Danilo  profittan- 
do della  guerra  prelese  di  far  fissare  i  con- 
fini del  suo  territorio  e  anche  di  estender- 
li fino  al  Tar  e  Lima,  chiedendo  quelli  di 
Baniun,  Piva  e  Drobniac,  pomo  eterno  di 
discordia  fra'  suoi  sudditi  e  quelli  della 
Turchia  :  domandò  inoltre  il  porto  d'Au- 
liva ri,  e  che  alle  coste  fossero  riconosciuti 
di  nuovo  gli  antichi  confini  della  Ivanbe- 
govina,  la  quale  comprende  pure  Seuta- 


T  U  II 
n\  Alessio  o  Lisso,  Podgoritza  ce.  A  tale 
e  ilei  lo  non  solo  invocò  la  mediazione  del- 
l'Austria, ma  anche  quella  della  Kussia  e 
di  Napoleone  111.  Intanto  ricusandola  tri- 
bù di  Kuci  o  Kuli  di  ubbidire  Danilo, in- 
viò colle  truppe  a  punirli  il  suo  fratello 
vaivoda  Mirko  Petrovich,  che  vi  porlo  il 
ferro  e  il  fuoco,  restando  il  paese  nel  lutto 
e  nella  desolazione.  La  tribù  di  Kuti  abi- 
ta la  parte  orientale  del  Monte  Negro  o 
de'Berda  e  sui  confini  dell'Albania,  il  cui 
distretto  si  chiamaRutschka  egli  abitanti 
anche  kutschkieni,  e  pe'doni  de'pascià  di 
Scolari  erasi  sottratta  dal  principato  dì 
Monte  Negro,  e  60  anni  addietro  a  questi 
eia  stala  nuovamente  riunita.  Ma  parteg- 
giando pe'liuchi  i  Kuti, qtìando  volevano 
comballerei  connazionali  montenegrini, a 
questi  poi  si  univano  per  opporsi  a'turchi 
e  Iure  scorrerie  in  Albania  a  loro  danno. 
Quindi  tradimenti  e  violazione  di  patti  e 
di  tregue, cambiamenti  continui  compro- 
mettevano ilMonteNegiOjOnde il  principe 
Danilo  volle  castigarli  severamente. Tut- 
tavia l'eccidio  di  Kuci  provocò  Y  univer- 
sale indignazione  del  mondo  incivilito,  e 
fece  considerare  la  nazione  bellicosa  della 
Cernagora,  per  le  sue  orde  montenegrine, 
seno-selvaggia.  I  consoli  inglese  e  france- 
se di  Scutari  s'intromisero  per  pacificare 
gli  albanesi  co'  montenegrini,  ch'erano 
accorsi  in  aiuto  di  Kuci.  1  consoli  austria 
co,  francese,  inglese  e  russo  s'  interpose- 
ro per  pacificare  il  distretto  di  Kutsehka 
e  il  principe  Danilo.  E  siccome  i  mon- 
tenegrini invasero  poi  Berda,  territorio 
ottomano  presso  Podgoritza,  parve  che  la 
Porta  prendesse  misure  energiche  per  far- 
la finita  cogl'irrequieti  montenegrini.  Pe- 
rò la  comunanza  di  religione  colla  Russia 
e  la  prolezione  di  questa,  non  che  la  me- 
diazione d'altre  potenze  modificò  la  col- 
lera de'turchi.  Il  1  omaggio  il  Vladika  Da- 
nilo, qual  principe  del  Monte  Negro  e  del- 
la Berda,  presentò  alle  potenze  segnala- 
rle del  traltatode'3o  del  precedente  mar- 
zo il  Memorandum,  che  si  legge  nel  n.° 
228  del  Giornale  di ' Hotna 9co\  qualein- 


t  u  a 

tese  provare,  i  ."Esseri;  necessaria  l'indi- 
pendenza del  Monte  Negro  per  via  diplo- 
matica, essendolo  di  fililo  da  oltre  i5o  an- 
ni, giacché  dal  i  ro3  non  diede  mai  nò  un 
obolo,  uè  un  soldato  al  sultano;  il  quale 
sebbene  ottenesse  a  quando  a  quandoal- 
cuna  vittoria,  non  potè  più  introdurvi  la 
propria  amministrazione,  né  mantenervi 
presidio.  9..°  Doversene  aggrandire  il  ter- 
ritorio colla  giunta  d'una  parte  delle  pia- 
nure vici  ne  dell'Erzegovina  e  in  Albania, 
essendo  impossibile  che  i  i  20,000  abitan- 
ti delle  rupi  della  Cernagora  e  della  Berda 
possano  vivere  co'prodotti  del  suolo  per 
essi  finora  posseduto,  e  finché  non  abbia- 
no altro  mezzo  di  procacciarsi  alimenti, 
saranno  costretti  di  adoperare  le  scorre- 
rie armale  soprai  doviziosi  vicini.  Laste- 
r  iti  là  del  suolo,  di  cui  appena  una  5o.»ia 
parte  è  capace  di  collina,  vi  cagiona  spes- 
so la  desolazione  della  fame,  laonde  non 
di  rodo  da  5  a  600  famiglie,  sopra  i 
1  20,000  abitanti,  sono  costrette  ad  emi- 
grare. 3  °Delineazione definitiva  del  con- 
fine verso  la  Turchia,  quale  esiste  pe'con- 
fini  austriaci.  4-°  Annessione  del  porlo 
d'  Antivari  al  principato,  con  un  tratto 
di  marina  adiacente.  Danilo  basò  le  sue 
domande  principalmente  pef seguenti  ri- 
flessi. Il  popolo  montenegrino  per  lo  spa- 
zio di  466  anni  ha  ricusato  sottometter- 
si ad  alcuna  potenza  e  di  riconoscere  la 
sovranità  di  chicchessia;  sempre  avendo 
colle  armi  combattuto  per  la  sua  indi- 
pendenza, sostenendo  per  tutta  la  detta 
epoca  una  continua  lolla  coll'itnpero  tur- 
co, una  volta  il  più.  potente  d'Europa,  a 
cui  dinanzi  tremavano  gli  slati  europei,  e 
perciò  avere  reso  segnalali  servigi  al  cri- 
stianesimo e  fatto  per  essi  continui  sagri- 
fizi,  difendendosi  fieramente  fra  lesueste 
rili  e  alte  montagne,  di  cui  ogni  sasso  è 
baguato  del  sangue  de'suoi  eroi,  in  mez- 
zo a  regni  tulli  caduti  sotto  le  scosse  dei 
turchi.  Il  Monte  .Negro  non  rivendica  i 
lerrilorii,che  possedeva  ad  un'epoca  assai 
rimota;  ma  richiama  i  territori!,  per  cui 
ha  combattuto  ne'tempi  i  più  critici,  coti 


T  U  R  467 

ardore  simile  a  quello  di  sua  indipenden- 
za, per  la  quale  in  ogni  tempo  ebbe  il  di- 
ritto di  far  pace  e  guerra  colla  Turchia. 
In  tempo  delle  guerre  delle  nazioni  cri- 
stiane contro  l'islamismo ,  i  governi  eu- 
ropei hanno  chiesto  il  concorso  de'mon- 
tenegrini,  i  quali  sempre  sono  accorsi, 
e  ponno  farne  fede  l'Austria  e  la  già  re- 
pubblica di  Venezia  ;  ed  i  francesi  e  gl'in- 
glesi nel  1806  e  ueh8i4-  I  montenegri- 
ni acquistarono  a  prezzo  di  sangue  tutta 
la  costa  di  Cattaro,  da  loro  posseduta  fi- 
no al  1  8  1  4>  che  Alessandro  I  imperatore 
di  Russia  invilo  il  metropolita  e  il  popo- 
lo montenegrino  a  cedere  il  litorale  di 
Cattaro  all'Austria,  a  cui  l'attribuì  il  con- 
gresso di  Vienna.  I  montenegrini  ubbi- 
dirono, si  ritirarono  ne'Ioro  monti,  ma  fu 
una  grande  ingiustizia  allontanarli  affatto 
dal  mare  e  non  lasciar  loro  un  solo  por- 
to. Senza  la  libertà  del  commercio  pel 
Monte  Negro  e  pel  suo  popolo  non  vi  può 
essere  sviluppo  interno,  ne  base  propria 
a  stabilire  una  politica  organizzazione  re- 
golare, né  rapporti  convenienti  co'popo- 
ii  vicini.  AH'incominciardel  secolo  XVIII 
il  Vladika  tentò  restituire  al  territorio 
montenegrino  il  distretto  d'Auti vari, che 
per  lungo  tempo  ne  avea  fallo  parte;  ten- 
tativo che  costò  torrenti  di  sangue.  Con- 
cluse Danilo,  col  domandare  alle  grandi 
potenze  europee  di  proteggere  ii  debole 
contro  il  forte,  garantire  a'monlenegrini 
1'  integrità  del  loro  territorio,  ed  accor- 
dare ciò  che  può  conservare  la  nazionali- 
tà de'montenegrini  e  garantire  il  loro  di- 
ritto. Il  Memorandum  da  alcuni  si  trovò 
strano  e  in  contraddizione  alla  garantita 
integrila  dell'impero  ottomano;  mentre 
la  Cernagora  è  un'anomalìa  in  mezzo  al- 
la civiltà  europea,  abitata  da  un  popolo 
primitivo  mezzo-barbaro,  perciò  diversi 
opinarono  doversi  lasciar  così,  poiché  non 
si  può  pensare  a  riformarlo,  ma  non  fa- 
vorirne T accrescimento.  Si  parlò  quindi 
vagamente  d'indurre  Danilo  ad  un  trat- 
tato colla  Turchia,  alla  quale  si  dovea  di- 
chiarare appartenere  il  Monte  Negro  e  la 


4G8  T  U  R 

Dei  da,  innalzandoli  a  ducato,  aunientan- 
clone  il  territorio,  senz'obbligo  di  tribu- 
to, posto  sotto  la  sovrunità  della  dinastia 
diPeti  ovich, riservandosi  il  sultano  la  con- 
iii  ma  del  principe.  Si  disse  pure,che  Da- 
nilo soltanto  avrebbe  riconosciuto  il  sul- 
tano non  più  come  suo  signore,  ma  come 
uua  potenza  europea  ammessa  alla  con- 
ferenza di  Parigi,  assumendo  in  tal  mo- 
do uua  posizione  al  pari  delle  altre  poten- 
ze. Certo  è,  ebe  la  Porta  sospese  gli  ap- 
prestamenti militari  per  marciare  contro 
il  Monte  Negro;  ma  definitivo  accomo- 
damento ancora  non  si  conosce.  Queste 
nozioni  ponno  servire  di  giunta  alle  no- 
tizie storielle  ebe  riportai  sul  Monte  Ne- 
gro e  sulla  Leida  all'articolo  ScuTAiu;ed 
uno  brano  slot  icosu'montenegrini  si  può 
leggere  a  p.  996  del  Giornale  di  Roma. 
Abbiamo  la  Bibliografia  della  Dal/ua- 
zia  e  del  Monte  Negro.  Saggio  di  Giu- 
seppe Falentinelli.  membro  della  socie- 
là  slavo-meridionale,  Zagabria  1 855. 

La  guerra  d'oriente  lia  aperto  questo 
vastissimo  paese  alla  civiltà  europea,  e  il 
sultano  slesso  col  rendere  la  libertà  civile  e 
religiosa  a'eristiani  de'suoi  domimi  met- 
te i  popoli  alleati  in  condizione  di  dar  com- 
pimento all'opera  e  di  aiutarlo  a  rigene- 
rare 1'  impero  da  essi  salvato.  A  questo 
scopo  si  è  stabilita  una  società  francese, 
la  quale  vuol  partecipare  alla  gì  aud'im- 
presa  con  mezzi  i  pili  elementari,  quali 
sono  le  fondazioni  di  scuole  popolari. L'o- 
pera è  già  cominciata  da'fratelli  della  dot- 
trina cristiana,  e  dalle  suore  della  Carità, 
ebe  nella  guerra  provocarono  l'ammira- 
zione e  la  riconoscenza  anche  de'  turchi. 
Quindi  furono  aperte  scuole  a  Costanti- 
nopoli, a  Tessalonica,  Smirne,  Monte  Li- 
bano ec.  ;  aperte  non  solo  acattolici,  ma 
a'greci,  a'  giudei  ed  agli  stessi  turchi.  Di 
questa  benefica  e  pia  istituzione,  col  lito- 
Io  d'  Opere  delle  scuole  d' Oriente  ^  ra- 
giona la  Civiltà  Cattolica , serie  3.a,t.  2, 
p.  470.  La  guerra  finalmente  ci  ha  dato 
il  singolare  .spettacolo,  di  vedere  armate 
e  impegnate  le  potenze  cristiane  in  disa- 


TUR 

strosa  lotta,  per  sostenere  e  difendere  la 
esistenza  dell'impero  della  Turchia,  the 
ne'  passati  secoli  aveauo  combattuto  per 
frenarne  le  conquiste  e  ricacciarlo  nell'A- 
sia !  Ripristinatele  antiche  relazioni  tra  la 
Turchia  e  la  Russia,quesla  nell'agosto  in- 
viò aCostanlinopoli  il  sig.DeBoutentil  per 
ambasciatore,  e  il  sultano  spedì  a  Pietro- 
burgo per  ambasciatore  Mehemet  Kipri- 
sli  pascià  per  congratularsi  coli'  impera- 
tore Alessandro  11   per   Y  assunzione  al 
trono,  ed  assistere  alla  coronazione. Que- 
sta fu  effettuata  in  Mosca,  dopo  il  trion- 
fale ingresso  d'  Alessandro  11  nella  gran 
metropoli, soleunementee  colla  più  splen- 
dida pompa  in  mezzo  all'indiale  giubilo 
universale  a'  7  settembre.  La  maestosa  e 
imponente  ceremouia  della  coronazione 
dell'imperatore  Alessandro  li  e  dell'im- 
peratrice Maria  d'Assia, e  della  loto  pro- 
clamazione di  czar  e  czarina  incoronali 
di  tutte  le  Russie,  fu  celebrata  col  massi- 
mo entusiasmo  e  strepitose  commoventi 
acclamazioni,  fra  il  magnifico  fasto  d'una 
moltitudine  di  principi  sovrani,  di  tanti 
grandi  e  di  tante  distinte  dame.  Disogna 
aver  veduto  questo  sontuosissimo  spet- 
tacolo per  comprenderlo:  per  descriver- 
lo neppur  basta  d'averlo  veduto.  L'im- 
peratore ricevè  moltissime  manifestazio- 
ni d'affetto,  e  ricchissimi  e  preziosi  dona- 
tivi da'suoi  sudditi  d'ogni  condizione;  ma 
niente  meno  egli  si  mostrò  generoso  col 
suo  popolo,  con  onorificenze,  largizioni  e 
amnistie,  approvando  eziandio  3  colos- 
sali società  per  la  navigione  a  vapore,  ol- 
tre quella  per  1'  aumento  notabile  delle 
ferrovie  russe.  Alessandro  11  si  fa  rende- 
re conto  periodicamente  delle  produzio- 
ni letterarie, e  fa  quindi  esprimere  la  sua 
benevolenza  e  premia  vari  dotti.  Non  tar- 
derà la  Pi  ossi  a  a  sentirei  benefìci  effetti 
del  novello  avviamento  dato  dal  senno 
e  dal  cuore  di  Alessandro  11  a  tutti  gli  or- 
dini dell'impero.  L'imperatore  sostituì  a* 
Roma  all'encomiato  ambasciatore  ii  sig.r 
Nicola  de  Risseleff,  dalla  cui  moderazio- 
ne, equità  e  lealtà  i  cattolici  s'impro- 


TUR 

mettono  bene  dello  spirito  onà"«sso  ma- 
neggerà gli  affari  che  dovrà  trattare,  co- 
me rilevò  la  Civiltà  Catto  lica^evìe  3/, 
t.i,p.  49^-  Ed  il  Papa  mandò  per  am- 
basciatore straordinario  della  santa  Sede 
mg.r  Flavio  de'principi  Chigi,  dopo  aver- 
lo consagrato  arcivescovo  di  Mira,  il  qua- 
le giunse  a  Mosca  l'8  settembre  riceven- 
do molte  distinzioni.  Fu  ricevuto  a' io  in 
formale  udienza  dall'  imperatore  e  dalla 
sua  augusta  consorte,  cui  facevano  corona 
gl'imperiali  figli,  con  tutti  i  riguardi cor- 
rispondeuti  all'alta  sua  rappresentanza  ; 
indi  passò  a  complimentare  l'imperatri- 
ce vedova.  Nel  giorno  seguente,  onoma- 
stico dell'imperatore  Alessandro  II,  mg/ 
Chigi  ebbe  pur  l'onore  di  presentargli, 
alla  testa  del  corpo  diplomatico,  le  sue 
felicitazioni  per  sì  fausta  ricorrenza.  La 
presenza  di  mg.r  Chigi  fu  una  gran  con- 
solazione pe'cattolici  della  Russia.  Nel  ve- 
dere l'accoglienza  che  gli  veniva  fatta,  i 
felici  successi  ch'egli  otteneva  dappertut- 
to dovechè  si  mostrasse,  i  cattolici  senti- 
rono più  vivo  il  desiderio  di  vederne  fis- 
sato il  soggiorno  in  Russia  in  modo  sta- 
bile ;  ma  egli  era  destinato  nunzio  apo- 
stolico di  baviera,  ed  ora  risiede  a  Mo- 
naco. A  Mosca  mg.r  Chigi  ebbe  un  lun- 
go colloquio  con  mg.r  Philaroti  metropo- 
litano russo  non  unito  di  Mosca.  Voglia 
Iddio,  che  la  celebrala  operetta:  La  Rus- 
sie sera-t-elle  Catholique?  At\  p. Gagà  ri  n 
russo  convertito  e  presentemente  mem- 
bro della  compagnia  di  Gesù,  possa  otte- 
nere il  santo  scopo  propostosi  dall'illu- 
stre autore.  Questi  volle  provare,  che  se 
non  fossero  i  pregiudizi,  l'ignoranza  e  le 
passioni,  tanto  i  veri  interessi  del  clero 
russo,  quanto  quelli  del  governo  dovreb- 
bero certamente  indurre  l'uno  e  l'altro  a 
procurare  l'unione  colla  s.  Sede.  Nel  pas- 
saggio di  mg.1  Chigi  per  Varsavia,  i  cat- 
tolici fecero  una  vera  ovazione  al  rappre- 
sentante del  Papa  Pio  IX.  Frattanto  il 
seminario  istituito  dal  patriarca  di  Ge- 
rusalemme va  di  bene  in  meglio  e  conta 
26  alunni.  Nella  medesima  città  si  è  a- 


TUR  469 

perta  una  missione  armeno-cattolica,  per 
avere  il  Begh  armeno-cattolico  Antonio 
Misirlian  con  pia  generosità  dato  1  70,000 
piastre.  Con  questa  somma  si  comprò  il 
suolo  da  erigervi  chiesa  e  casa,  ed  è  il  luo- 
go sul  quale  Gesù  cadde  lai.avolta  sotto 
la  croce,  presso  cioè  a  quello  dove  seguì 
1'  incontro  di  Gesù  colla  B.  Vergine  sua 
Madre.  Anche  altri  cattolici ,  ora  che  lo 
possono,  fabbricano  case  e  cappelle,  pro- 
fittando dell'ultime  concessioni  pure  gli 
scismatici  ,  non  meno  che  gli  ebrei,  con 
fare  altrettanto.  Mediante  firmano  otte- 
nuto dalla  Francia,  i  cattolici  con  loro  im- 
mensa consolazione  in  Gerusalemme  rice- 
verono e  presero  possesso  il  1 .°  novembre 
dell'  area  contenente  il  santuario,  di  cui 
erano  possessori  dal  ri  87,  e  antica  chie- 
sa di  s.  Anna  ossia  della  Concezione  del- 
la B.  Vergine ,  cioè  la  casa  di  s.  Gioac- 
chino e  di  s.  Anna  genitori  della  Madon- 
na ,  posta  presso  la  porta  di  s.  Stefano, 
perciò  detta  Bah-Siti-IVf  ariamo  porta  del- 
la Vergine  Maria.  Essa  mette  alla  valle 
di  Giosafat,  e  resta  vicino  alla  probatica 
piscina;  luogo  da  s.  Giovanni  Damasce- 
no distinto  col  nome  di  Domus  pr  oh  ali- 
ene piscinae.  Allorché  Saladino  conqui- 
stò Gerusalemme,  il  monastero  delle  mo- 
nache diesi  trovava  in  quel  sito  fu  di- 
strutto; la  chiesa  convertita  in  moschea 
e  scuola  mussulmana,  e  parte  in  istalla, 
precisamente  il  luogo  ove  seguì  l'Imma- 
colato Concepimento  e  la  nascita  della  Ma- 
dre di  Dio.  Il  santuario  formasi  di  due 
fabbricati,  uno  sopra  l'altro;  l'uno  la  chie- 
sa superiore,  di  stile  bizantino  con  3  na- 
vate e  rimonta  al  tempo  delle  crociate; 
l'altro,  l'interno  del  santuario,  che  secon- 
do la  costante  tradizione  non  è  altro  che 
l'interna  abitazione  di  s.  Gioacchino  e  di 
s.  Anna.  Ora  esso  consiste  in  una  grotta 
sotterranea,  divisa  in  due  parti  da  un  mu- 
ro di  giudaica  costruzione.  Nella  più  gran- 
de vedonsi  gli  avanzi  del  primitivo  alta- 
re, collocato  nel  luogo  medesimo  ove  la 
stessa  tradizione  stabilisce  il  fausto  nasci- 
mento della  ss.  Vergine:  sopra  questo  ai- 


.;-,,  T  U  R 

lare,  sulla  volta,  scorgonsi  gli  avauzi  di 
antiche  pitture.  Tutta  questa  parte  ilei 
sotterraneo  è  d'una  limola  antichità.  Fu 
considerato  come  una  miracolosa  dispo- 
sizione della  divina  provvidenza, che  quel 
santo  luogo,  il  quale  ha  una  relazione  co- 
sì intima  col  mistero  dell'Immacolata 
Concezione,  fosse  da'ttirchi,  che  l'ebbero 
in  possesso  per  quasi  700  anni,  restitui- 
to a'  cattolici  latini  poco  dopo  che  Pio 
I  \  aspo  della  chiesa  latina  decise  che  la 
Madonna  fu  concepita  senza  macchia,  nel 
modo  che  narrai  nel  vol.LXXIH,  p.  65, 
avendo  nella  precedente  p.  55  detto  pa- 
role sui  luoghi  abitati  da'  santi  suoi  ge- 
nitori. Di  tale  reintegrazione  del  santua- 
rio, ne  restarono  soddisfatti  gli  stessi  tur- 
chi, ne' quali  il  nome  della  ss.  Vergine  è 
in  grande  rispetto,  e  la  chiesa  di  s.  Anna 
tengono  in  venerazione  ,  considerandola 
quale  argomento  di  gratitudine  del  sul- 
tano pe'grandi  servigi  recentemente  resi 
dalla  Francia  alla  loro  amata  patria.  Fi- 
no alla  nuova  consagrazione  della  chie- 
da di  s.  Anna,  seeondo  il  rito  latino,  in  es- 
sa non  si  celebrano  che  messe  lette  su  al- 
tari portatili,  e  le  prime  due  si  celehraro- 
no  secondo  l'intenzione  dell'imperatorie  e 
dell'imperali  icede'francesi,l'8  dicembre 
fèsta  dell' Immacolata  Concezione  nella 
grotta  sotterranea,  da  fr.  Leone  d'Aven- 
ches  cappuccino,  e  dal  p.  Badour  gesui- 
ta missionario  nella  Siria,  il  quale  con 
paiole  piene  d'unzione  e  d' insegnamen- 
to, si  fece  eloquente  interprete  de'senti- 
menti  del  rispettabile  uditorio.  Giorno 
memorabile  per  singolar  coincidenza  poi- 
ché in  Napoli  succedeva  il  manifesto  pro- 
digio operato  dalla  stessa  Immacolata 
Concezione,  mentre  se  ne  celebrava  la  so- 
lennità, liberando  dalla  morte  il  religioso 
Ferdinando  II  re  delle  due  Sicilie,  a  cui 
empiamente  attentò  un  pessimo  soldato 
per  mandalo  de'libertini, onde  sommove- 
te il  popolo,  per  il  quale  invece  fu  novel- 
la occasione  di  entusiasticamente  mani- 
festare il  suo  amore  pel  degno  e  provvi- 
do suo  re  e  per  l'oidine  pubblico.  Tutti 


T  U  R 

i  buoni  con  Tremito  d' indigna/ione  ap- 
presero l'iniquo  attentalo,  l'esercito  regio 
subito  decretò  di  erigere  sul  luogo  del 
misfatto  e  del  miracolo  un  tempio  all'Im- 
macolata Concezione,  e  la  città  di  Napo- 
li un  benefico  stabilimento  adiacente. Era 
da  poco  che  l'encomiato  e  pio  Ferdinando 
II  avea  mandato  in  dono  alla  chiesa  del 
ss.  Salvatore  di  Gerusalemme,  ed  a  quel- 
la di  s.  Caterina  di  Bettlemrae,  due  ma- 
gnifiche campane  di  bronzo  fuse  in  Na- 
poli. Nel  corso  deh  856  in  Palestina  si  a- 
prirono  3  nuove  missioni,  ed  il  numero 
de'convertiti  alla  chiesa  cattolica  non  fu 
mai  così  considerevole,  contandosene  piii 
dii5o.  L'avvenire  pertanto  sorride  alle 
glorie  della  chiesa  cattolica  in  oriente,  e 
possano  le  preghiere  de' fedeli  niìrettar- 
ne  il  pieno  trionfo,  poiché  ormai  pare  cine 
il  fanatismo  ridesto  ne'  turchi  dall'I  Iatli- 
houmayoum  fu  esagerato  soverchiamen- 
te dalle  notizie  sparse  da'novelliei  i,  e  Dio 
sa  con  qual  fine.  Circa  alle  condizioni  po- 
litiche e  conseguenza  del  trattato  di  pa- 
ce, narrerò  per  ultimo.  II 1  .°novembre  se- 
guì in  Costantinopoli  una  crisi  ministe- 
riale,con  modificazioni  del  ministero.  Ne 
furono  cagioni,  lo  sgombro  de'principati 
Danubiani  dalle  truppe  austriache,  seb- 
bene poi  si  decise  sulla  prolungazione,  fi- 
no alla  soluzione  completa  delle  questio- 
ni insorte  di  litigio  colla  Russia  per  Tese* 
dizione  del  trattato,  la  Porta  sempre  av- 
versando l'unione  de'medesimi  principa- 
li. II  prolungato  soggiorno  della  flotta  in- 
glese nel  Bosforo  e  nel  mar  Nero,  volen- 
dovi restare  l'ammiraglio  Lyons,  finche 
le  questioni  sull'isola  de'Serpenli  e  di  Bol- 
grad,  volute  dalla  Russia,  siano  compiuta- 
mente definite.  E  che  la  Porta  non  avea 
ancora  chiuso  gli  stretti  de'Dardanelli  e 
del  Bosforo.  Il  nuovo  ministero  si  com- 
pose de'seguenti  pascià;  Reschid,  gran  vi- 
sir; Ahmet-Fethi,gran  maestro  d'artiglie- 
ria ;  Mebemed  Ali,  grande  ammiraglio  e 
ministro  della  marina;  Ethem,  ministro 
degli  affari  esteri;  Mehemed  Riprisli,  pre- 
sidente del  consiglio  delTanzimat;  She- 


T  L  II 
sik,  presidènte  del  gran  consiglio  ili  giu- 
stizia; Mouktar  ,  ministro  delle  finanze; 
Moussa  Saffelti,  ministro  del  commercio; 
Tz/et,  ministro  di  polizia;  Aalì  ,  Fuad, 
Riami!,  Pieouf,  Muslafà ,  ministri  senza 
portafoglio.  Cosi  per  la  moltiplicità  del- 
l'importanti questioni  pendenti  e  la  neces- 
sità d'una  buona  amministrazione,  il  sul- 
tano richiamò  al  visirato,  in  surrogazio- 
ne d'Aalì,  il  pascià  Heschid.  Ne'rnomen- 
ti  i  più  difficili  il  sultano  chiama  alla  dire- 
zione degli  affari  la  capacità  straordina- 
ria, l'abilità  sovente  provala,  d'esperien- 
za consumata  di  tale  illustre  uomo  di  sta- 
to. Ad  onta  del  convenuto,  spirata  a'28 
ottobre  l'epoca  stabilita  dalle  potenze  al- 
leate,per  l'evacuazione  dal  terrritorio  tur- 
co, alcune  navi  inglesi  restarono  nel  l5o- 
sforo  e  nel  mar  Nero;  più  l'ammiraglio 
Lyons  formò  una  squadra  per  le  diver- 
genze e  difficoltà  insorte  nell'  esecuzione 
del  trattato  di  pace,  per  la  rettifica  dei 
confini  della  Bessarabia,  pretendendo  la 
Russia,  Rolgrad  e  l'isola  de'  Serpenti;  il 
pur  detto  mantenimento  dell'occupazio- 
ne austriaca  de'  principati  Danubiani,  e 
circa  l'unione  de'medesimi.  Queste  nuo- 
vecomplicazioni  fecero  dire  al  marescial- 
lo Vaillaut,  ministro  della  guerra  in  Fran- 
cia, all'imperatore,  nel  sunnominato  rap- 
porto sull'ordinamento  dell'armata  d'o- 
riente. »  Riandare  i  conti  delle  perdile  e- 
nonni  d'umane  vite,e  del  colossale  dispen- 
dio di  denaro  e  di  materiale  d'ogni  lat- 
ta, cui  die  luogo  una  guerra  che  non  pro- 
dusse risul  lamenti  stabili  ne  precisi  (!),  e 
che  oggidì,  fra  tante  nuove  complicazio- 
ni, mal  saprebbesi  se  sia  finita  o  se  sor- 
damente duri  tuttavia  ;  dev'  essere  cosa 
istruttiva  ed  atta  a  spiegare  le  ripugnan- 
ze odierne  de'popoli  verso  le  guerre,  che 
nello  stalo  economico  de'  tempi  nostri  e 
colle  risorse  delle  scienze  presentano  co- 
sì ambiguo  e  difficile  esito  ".  Adunque  le 
numerose  complicazioni  minacciando  di 
turbare  di  nuovo  la  pace  d'Europa,  in  Ro- 
ma il  cardinal  Patrizi  vicario,  nell'invito 
per  la  noveua  dell'immacolata  Coucezio- 


T  U  R  47  1 

ne,  rammentò  d'ordine  del  Papa.  »  Che 
le  attuali  grandi  vicende  che  commovo- 
no il  mondo ,  le  quali  presentano  tante 
speranze  e  tanti  timori,  esigono  ora  più 
che  mai  dal  popolo  cristiano  straordina- 
rie preghiere,  affinchè  le  bilance  poste  nel- 
le mani  di  Dio  pieghino  non  a  giustizia, 
ma  bensì  a  misericordia  ".  Soffiarono  uel 
fuoco  della  discordia  diversi  giornalisti, 
massime  inglesi,  gettando  con  quanto  vi 
ha  di  più  infiammabile,  scintille  nelle  ce- 
neri de'  pregiudizi,  per  ridestare  le  me- 
morie d'una  rivalità  con  Francia  di  più 
secoli. Tutlavolta  dopo  diverse  trattative 
diplomatiche  delle  potenze  ,  e  il  Memo- 
randum con  nota  della  Russia,  che  poti- 
no leggersi  nel  n.°  292  del  Giornale  di 
Roma,  si  convenne  alla  riunione  d'uu'al- 
tra  conferenza  a  Parigi  per  spianare  scio- 
gliere le  dispute  insorte  sull'  accennate 
controversie,  in  base  dell'anteriore  trat- 
tato ivi  concluso,  il  cui  eseguimento  fece 
sorgere  le  nominate  difficoltà,  chiarite  an- 
co dalla  Civiltà  Cattolica,  serie  3.*,  t.  4> 
p.  707,  708,  7 1 1  e  seg.,  t.  5,  p.  1 1 6.  Le 
conferenze  si  aprirono  in  Parigi  il  3i  di- 
cembrei856,  con  ispirilo  di  conciliazio- 
ne, rimossi  gli  ostacoli  che  si  frappone- 
vano all'esecuzione  del  trattato  di  pace 
de'3o  marzo. Si  composero  de'secondi  ple- 
nipotenziari di  detto  congresso  e  nomina- 
ti di  sopra,  tranne  quello  di  Francia  per- 
chè il  conte  Walewski  presiedè  le  confe- 
renze, e  la  Piussia  al  suo  plenipotenziario 
aggiunse  il  conte  di  Risseleff  suo  amba- 
sciatore in  Parigi.  A'7  gennaio  1  8  T7  fu 
firmalo  il  seguente  protocollo  per  la  con- 
clusione del  congresso,  secondo  il  dispac- 
cio telegrafico  e  altre  notizie  pubblicate 
a  p.  26  e  34  del  Giornale  di  Roma  del 
i857,  e  che  mi  piace  qui  aggiungere  su- 
gli stamponi  a  compimento  del  gravissi- 
mo argomento.  «  La  nuova  frontiera  se- 
guirà il  vailo  di  Traiano  fino  al  fiume 
Yalpouk,  lasciando  Colgrad  e  Tocbak 
alla  Moldavia.  La  Russia  riterrà  la  ci  Uà 
di  Komrat  con  un  territorio  di  circa  33o 
werste  quadrate.  L'isola  de'Serpenti  sarà 


472  T  0  R 

considerata  come  unn  dipendenza  delle 
boccÉM  tlel  Danubio.  I  territorii  all'ovest 
tifila  nuova  delimitazione  saranno  aggre- 
gati alla  Moldavia,  fuori  del  delta  del  Da- 
nubio clie  tornerà  in  possesso  della  Tur- 
chia. A'  3o  marzo  la  delimitazione  sarà 
compita,  e  gli  austriaci  e  gl'inglesi  avran- 
no rispettivamente  evacuato  i  principati 
Danubiani  e  il  mar  Nero". 

TURCHINE.  V.  Torchine. 

TURD1TA,  Turili  tam,  Tisdra.  Sede 
vescovile  dell'Africa  nella  provincia  Bi- 
7;i<ena,  sotto  la  metropoli  d'Hadrainito. 
Ebbe  a  vescovi  Elpidio,  che  celebrò  coi 
donatisti  il  concilio  o  conciliabolo  di  Ca- 
bnrsnssa  nel  3g3;  Navigio,che  assistè  coi 
vescovi  cattolici  alla  conferenza  di  Car- 
tagine nel  4'  i  ;  Benerio,  che  sottoscrisse 
nel  64 1  Ja  lettera  mandata  dal  concilio 
Bi/aceno  all'imperatore  Eraclio  Costan- 
tino. Morcelli,  Afr.  cìir.  t.  i. 

TUREJO  o  THLjREY  o  TURUSO 
Pietro,  Cardinale.  Vedi  il  voi.  HI,  p. 
1 1 4,  e  i?>i  e  seg. 

TURI  AVO  (s.),  vescovo.  Nacque  nella 
diocesi  di  Vannes,  nelle  vicinanze  del- 
l'abbazia di  Ballon.  Recatosi  a  Dol  in  età 
giovauile,  vi  fu  allevato  nella  pietà  e  nel  le 
scienze  da  s.  Tiarmailo,  ch'era  contem- 
poraneamente abbate  di  s.  Sansone  e  ve- 
scovo di  Dol.  Questi,  dopo  avergli  con- 
ferito gli  ordini,  lo  fece  suo  vicario  e  Co- 
r-episcopo (Z7.),  e  dopo  la  sua  morte,  av- 
venuta verso  il  733,  l'ebbe  a  successore, 
S.  Turiavo  si  rese  commendevole  per  la 
sua  vita  penitente,  pel  suo  zelo,  carità  e 
fervore,  non  che  per  la  sua  fermezza  nel 
sostenere  la  disciplina,  di  che  diede  lumi- 
nosa prova  all'occasione,  che  un  signore 
chiamato  Rivallone  avea  commesso  molti 
atti  di  violenza.  Il  santo  vescovo  gli  fece 
con  energia  conoscere  l'enormità  de'suoi 
delitti,  e  gl'impose  una  penitenza  cano- 
nica, cui  Rivallone  si  sottomise,  assog- 
gettandosi a  varie  soddisfazioni  che  si  e- 
sigetlero  da  lui,  e  riparando  le  sue  ingiu- 
stizie. S. Turiavo  morì  a'  1 3  luglio,  secon- 
do la  più  comuneopinione  nell'anno  749. 


TUR 

Nelle  scorrerie  de'normanni  le  sue  reli- 
quie, ch'erano  a  s.  Leufredo  nella  diocesi 
d'Evreux,  furono  trasportate  all'abbazia 
dis.  Germano  de' Prati,  ove  tuttora  sono 
in  venerazione.  La  sua  festa  è  segnata  il 
i3di  luglio,  e  leggesi  nel  Breviario  di  l*a- 
rigi,  che  iu  virtù  delle  sue  reliquie  fu- 
ronoalcune  volte  miracolosamente  spen- 
ti degl'incendi. 

TURIBIO  (s.).  V.  Toribio  (s.). 

TURIBOLO,  TURIBILE  o  TURRl- 
BULO.  V.  Incensiere,  Turiferario. 

TURIFERARIO,  Tliurificator,  Thu- 
riferarius.  Accolito  o  altro  ecclesiastico 
che  nelle  sagre  funzioni  porta  il  Turi- 
bolo (J^-Jj  chierico  che  porta  l'incensie- 
re, ed  è  incaricato  d'incensare  nel  Coro 
agli  ecclesiastici  seduti  negli  stalli,  se  non 
lo  fa  il  diacono.  Veste  di  cotta,  sostiene 
il  turibolo  colla  destra,  e  apposto  il  pol- 
lice all'anello  maggiore,  e  il  dito  anulare 
della  stessa  mano  all'anello  minore  della 
catenella  che  solleva  il  coperchio,  lo  sor- 
regge e  porta  la  navicella  0  navetta,  Na- 
vicula,  Navetta  deW  Incensiere  (/^.),nel 
qual  vaso  d'argento  o  di  rame  inargen- 
tato si  tiene  l' Incenso  (V.)  da  bruciare 
ne^luribolo,  apponendo  la  sinistra  al  di 
lui  piede.  Porgendo  il  turibolo  al  cele- 
brante, perchè  vi  ponga  l'incenso,  il  tu- 
riferario porta  colla  destra  la  navicella 
e  colla  sinistra  il  turibolo;  dovendo  av- 
vertile, che  la  parte  della  navicella  che 
deve  aprire  riguardi  sempre  il  suo  petto. 
In  questo  modo  poi  sostiene  il  turibolo 
innanzi  al  celebrante.  Alza  l'anello  raa£- 
gioie  colla  sinistra,  e  solleva  l'altro  anel- 
lo del  coperchio  colla  destra,  e  colla  stessa 
mano  unisce  le  catenelle  alla  di  loro  me- 
tà, le  sostiene  quasi  genuflesso,  purché 
non  si  noli  altrimenti.  Indi  datasi  dal  ce- 
lebrante la  benedizione  sul  turibolo  an- 
cora aperto,  e  ricevuta  la  navicella  colla 
sinistra,  il  turiferario  lo  porge  chiuso  al 
Diacono  (?y.)o  all'assistente,  il  quale  Io 
presenta  al  celebrante,  che  deve  incensar 
V Altare.  Se  il  turiferario  tiene  la  navi- 
cella nella  sinistra,  deve  porgere  il  turiba- 


TUR 

lo  colla  destra.  Ma  se  egli  sfesso  dovrà 
porgerlo  iniuiediatamente  nelle  mani  del 
celebrante,  odi  altro  che  dovrà  incensa- 
re, lo  consegna  allo  stesso  modo  del  dia- 
cono, cioè  con  ambo  le  mani,  tenendo 
colla  destra  la  sommità  delle  catenelle, 
e  colla  sinistra  la  di  loro  estremità,  pur- 
ché non  tenga  la  navicella  :  bacia  poi  il 
turibolo  quando  lo  porge  al  celebrante 
e  non  ad  altri.  Non  si  deve  genuflettere 
assolutaménte  quando  il  celebrante  im- 
pone l'incenso  nell'incensiere  o  turibolo, 
ma  sia  quasi  genuflesso,  sempre  che  non 
amministri  al  vescovo,  al  cardinale,  alPa- 
pa,  perchè  in  allora  dovrà  genuflettere. 
Così  pure  deve  avvertire  non  chiudere  il 
turibolo,  se  prima  il  celebrante  non  abbia 
benedetto  l'incenso.  Come  si  deve  porta- 
re il  turiferario  nell'ecclesiastiche  funzio- 
ni, lo  descrissi  ne' relativi  articoli.  Avver- 
te il  Magri  nella  Notizia  de  vocaboli  ec- 
clesiastici, essere  abuso  contro  i  riti  eccle- 
siastici e  i  sagri  canoni,  il  mettere  nell'in- 
censiere molti  aromati  odoriferi  con  po- 
co incenso.  Dice  inoltre  che  il  turibolo, 
Turibulum,  non  fu  detto  Incensorium, 
ma  con  questo  vocabolo  si  volle  significar 
la  navetta,  nelie  due  aperturedella  qua- 
le si  ripone  l'incenso.  In  fatti  nella  Cro- 
naca cassinese  facendosi  menzione  d'  al- 
cuni donativi  offerti  al  monastero  diMon- 
te  Cassino,  dopo  aver  nominati  due  turi- 
boli, soggiunge,  Incensorium  de  argento 
unum.  Parlando  il  cardinal  Bona,  Rerum 
liturg.  lib. i,c.  i5, §  9,  dell'antichità  del 
rito  dell'incensazione  ne' sagri  misteri,  e 
dell'  Incensazione,  che  si  dà  pure  come 
la  Pace  (I7  •),  spiega  il  significato  di  que- 
sto rito.  Quod  vero  Minislris  Altari.?, 
ac  postea  circumstantibus  etiam  laicis 
Tliuris  suffìtus  praeberi  solcai,  non  ad 
dignità  ti  s  praerogativam  pertinet,  ut 
per  abusimi  irrepsit,  sed  ad  religionem 
pertinet;  ut.  nimirum  excitet  adoratio- 
ncm  et  effectum  divinae  gratiae  reprae- 
sentct.  Unde  ApocaL  8  :  Incensus  sunt 
orali ones  Sanctorum,  et  in  psalmo  ca- 
nimus.  Dirigatur,  Domine,  oratio  meo., 


TUR  47  3 

sicutinccnsum  in  cospectu  tuo.  Nelle  Per- 
secuzioni della  Chiesa,  si  dissero  caduti 

0  Lassi  (V.)  quelli  che  per  timore  ab- 
bandonarono la  cattolica  religione,  fra  i 
quali  vi  furono  i  Turificati,  così  chia- 
mati per  aver  offerto  incenso  agi'  Idoli 
ne'  Sagrifizi  idolatri. 

TURINGIA,  Thuringia,  Thuringen. 
Antico  paese  di  Germania,  in  oggi  com- 
preso ne'  ducati  di  Sassonia-Coburgo- 
Gotha,  Sassonia-  Meiningen ,  e  Sasso- 
nia- TVeimar  (P\).  Nel  1  1  o5  vi  fu  tenu- 
to un  concilio  da  Enrico  IV  re  de'roma- 
ni,  che  pentito  delle  sue  fiere  persecuzio- 
ni contro  la  chiesa  romana,  alla  comu- 
nione di  questa  vi  volle  riunire  tutta  la 
Sassonia,  per  consiglio  di  Rotario  arci- 
vescovo di  Magonza,  e  di  Gebeardo  ve- 
scovo di  Costanza  e  legato  apostolico  di 
Papa  Pasquale  II.  Questo  concilio  fu  te- 
nuto nella  casa  reale  di  Northus.Fnrono 
rinnovati  i  decreti  de'concilii  precedenti. 
Si  condannò  la  simonia,  e  l'eresia  de'ni- 
colaiti,  cioè  il  concubinato  de'preti,  e  fu 
confermata  la  tregua  di  D'io.  Conci  l.t.  io. 

TORIO  o  TURRIO,  Tkurium,  Thw 
rii.  Città  vescovile  antica  d'  Italia  nella 
Magna  Grecia,  sul  golfo  di  Taranto,  già 
abitata  da'  famosi  sibariti,  da'  tessali  e 
da'peloponnesiaci.  Turio  ripete  l'origine 
dalla  famosa  Sibari,  i  cui  abitanti  si  re- 
sero rinomati  pel  raffinato  loro  gusto  ai 
piaceri  e  per  gli  eccessi  della  loro  mollez- 
za, per  cui  si  resero  i  più  spregevoli  fra  i 
popoli  conosciuti.  Si  vantavano  di  non  a- 
ver  mai  vedutone  il  levare  ne  il  tramon- 
tar del  sole,  ed  affinchè  i  loro  sonni  non 
fossero  interrotti,  bandirono  tutte  le  arti 
ches'esercitanocon  qualche  strepito  e  pro- 
scrissero persino  i  galli.  Proponevano  dei 
premii  a'cucinieri,  i  quali  avessero  inven- 
tate le  migliori  e  più.  squisite  vivande,  ed 
accordavano  all'  inventore  un  privilegio 
esclusivo  d'un  anno  onde  arricchirlo  e  nel 
tempo  stesso  animare  l'industria  degli  al- 
tri colla  speranza  di  non  minor  fortuna. 

1  pescatori,  i  tappezzieri,  i  coltivatori  di 
fiori, i  profumieri  erano  esenti  da  qualuu- 


i-i  TUR 

que  pubblica  imposta.  I  sibariti  nvcnno 
delle  s.ile  sotterranee  pe'loro  pasti,  onde 
guarentirsi  dall'estivo  calore,  e  dal  fred- 
do dell'inverno.  Decretavano  delle  coro- 
jie  d'oro  a  qua' cittadini  che  aveano  da- 
to i  più  sontuosi  e  più  delicati  banchetti. 
Su  terreno  oggi  divenuto  palustre  e  Insa- 
lubre tra  le  foci  del  Crali  e  del  Coscile, 
che  Sibari  amicamente  chiamatasi,  edi- 
ficarono gli  achei  ed  i  trezeni  del  Pelo- 
ponneso, d'eolica  stirpe,  8  secoli  innanzi 
l'era  nostra,  la  colonia  di  Sibari,  che  tosto 
conquistò  rinomanza  per  la  sua  possanza 
e  corruzione,  e  poi  per  la  sua  caduta.  Po- 
sta a  profitto  e  aumentata  con  regolari 
irrigazioni  1'  libertà  del  suolo,  trassero  i 
sibariti  il  centuplo  dalle  loro  semente,  e 
colla  navigazione  del  Crati  diretta  da  ar- 
tificiali canali,  recavano  per  acqua  le  der- 
rate ne'  magazzini  urbani.  Quindi  dalla 
progressiva  opulenza  si  fecero  scala  alle 
più  ardite  commerciali  imprese,  veleg- 
giando per  la  Grecia,  sull'Egeoe  nell'Asia 
Minore.  Ci  ebbe  in  breve  siifattamenfe  la 
loro  potenza,  che  sulla  rifa  del  Tirreno 
fondarono  le  colonie  di  Pesto  e  di  Scidro, 
l'area  delle  quali  è  del  tutto  ignota,  e  di 
Laino  presso  l'imboccatura  del  Lao,  e  di- 
venne la  più  florida  tra  le  repubbliche 
degl'  Italioti,  nome  che  i  greci  davano  ai 
loro  compalriolli  stabiliti  nella  parte  me- 
ridionale d'Italia,  i  quali  occupavano  tut- 
to quel  tratto  che  da  Locri  stendesi  fino  al 
promontorio  Japigeo  lungo  il  mare  Sicu- 
lo. Era  colonia  divisa  iuro  tribù  di  io  di- 
verse nazioni,  intitolate  dalla  varia  loro 
origine.Nefu  legislatore  il  celebreCaron- 
da  di  Catania,  che  poi  si  uccise  per  aver 
violato  le  ptoprie  leggi.  Avendo  egli  proi- 
bito sotto  pena  di  morte  di  trovarsi  ar- 
mato nelle  assemblee  del  popolo,  ed  es- 
sendovi un  giorno  andato  egli  stesso  fret- 
tolosamente, reduce  della  campagna, per- 
chè il  popolo  era   raccolto  in  assemblea 
piena  di  turbolenze,  senza  badare  che  a- 
vea  la  sua  spada,  appena  gli  ebbero  ac- 
cennalo lo  sbaglio,  e  di  violar  pel  primo  la 
sua  legge,  se  la  piantò  nel  seno,  verso  l'an- 


TUR 
no44oav*nti  l'era  corrente.  Altro  legis- 
latore fu  Za  letico  di  Locri,  il  quale  aven- 
do ordinato  che  agli  adulteri  fossero  ca- 
vali gli  occhi,  a  suo  figlio  che  ne  fu  con- 
vinto, il  popolo  volea  fin*  grazia  a  di  lui 
riguardo,  ma  il  padre  se  ne  fece  cavar  uno 
perchè  al  figlio  toccasse  la  metà  della  pe- 
na incorsa.  La  sua  popolazione  sommò 
nel  più  grande  auge  a  3oo,ooo  cittadini, e 
»5  città  ubbidivano  alle  sue  leggi,  che  di 
rado  si  derogavano.  Ma  dalle  città  Jonie 
ben  presto  ereditarono  l'asiatica  mollezza 
e  il  lusso,  per  cui  in  un  baleno  ne  rimase 
oscurata  la  gloria.  Si  cominciò  dal  par- 
teggiare tra  le  due-razze  de'fondatori,  ed 
i  discendenti  da'  trezeni,  cacciati  in  ban- 
do dagli  achei,  ripararono  a  Crotone,  da 
que'  popoli  impetrando  vendetta.  Teli, 
fatto  tiranno  di  Sibari,  osò  provocare  i 
crotoniati  col  domandar  la  consegna  de- 
gli esuli,  ed  il  rifiuto  accese  la  guerra. Co- 
mechè  minori  di  numero  nella  giornata 
del  Trionto,  i  crotoniati  condotti  dal  fa- 
moso allelaMilone  riportarono  una  com- 
piuta vittoria,  indi  saccheggiarono  e  di- 
strussero Sibari, dopo  due  secoli  di  prospe- 
rità, ad  allagarla  essendovisi  volle  l'acque 
delCrati.Tultavolta  i  sibarili,dopo 58  an- 
ni aiutati  da  diversi  tessali  avventurieri, 
impresero  a  riedificar  la  patria,  ma  gì'  i- 
nesorabili  crotoniati  li  cacciarono  di  nuo- 
vo. Chiesero  allora  i  profughi  aiuto  alle 
repubbliche  greche  e  trovarono  in  Pericle 
un  sostenitore  che  inviò  in  soccorso  co- 
loni ateniesi,edin  amena  pianura  alquan- 
to più  internata  nelle  terre  fabbricarono 
Turio,  nobilissima  città,  di  cui  era  l'eu- 
ritmia sorprendente  per  le  4  rettilinee  vie 
principali  denominate  da  Ercole, Venere, 
Olimpia  e  Bacco,  che  dalle  tre,  dell'Eroe, 
di  Turio  e  di  Turino  venivano  interse- 
cate, e  per  la  comodità  dell'ampio  porto 
Roseiano.  Gli  abitanti  delle  io  tribù  per 
l'arroganza  degli  antichi  sibariti  eccitaro- 
no gravi  discordie,  sicché  dopo  larga  elfu- 
sione  di  sangue,  gli  autori  della  sedizio- 
ne furono  cacciali  in  bando  e  miseramen- 
te perirono  in  odio  alle  circostanti  nazio- 


TUR 

ni,  cessando  così  il  nome  sibaritico,  ri- 
masto a'  Seguaci  della  voluttà  licenziosa, 
della  mollezza,  della  crapula  e  dell'  ec- 
cessivo lusso.  I  turii  condotti  dal  generale 
spartano  Gilippo,  guerreggiarono  vantag- 
giosamente contro  i  tarantini,  obbligan- 
doli a  divider  con  essi  il  dominio  di  Siri, 
ove  immisero  nuovi  coloni,  che  poi  passa- 
rono co' vecchi  tarentini  a  popolare  Era- 
clea. Le  severe  leggi  di  Torio  tratte  dai 
codici  di  Caronda  e  di  Zalcuco  caddero 
a  poco  a  poco  in  obblivione,  e  il  gover- 
no degenerò  in  oligarchia  militare;  quin- 
di notabilmente  decadde,  e  dopo  il  con- 
quisto de'romani  fu  distrutta  in  progres- 
so da'barbari.  DiTuriose  ne  vedono  le 
rovine  presso  al  mare  vicino  a  quelle  di 
Sibari,  nella  Calabria.  Fra'  suoi  illustri 
ricorderò  Papa  s.  Tclesforo  deh^.  Di 
Turio  e  de'turiani  fanno  menzione  Pli- 
nio, Tito  Livio  e  Tolomeo.  Già  città  flo- 
ridissima, quando  i  romani  vi  condusse- 
ro dopo  il  conquisto  la  colonia,  le  die- 
roiio  il  nome  di  Copine  ;  nondimeno  pre- 
valse l'antico  e  continuossi  a  chiamare 
Turio.  Distrutta  interamente,  si  vuole 
che  ne*  tempi  posteriori  riedificata,  poi 
avesse  a  patire  altre  diverse  distruzioni, 
finche  dalle  sue  rovine  stirpe  Terranova, 
borgo  del  regno  di  Napoli,  provincia  del- 
la Calabria  Citeriore,  presso  la  sponda  si- 
nistra del  Crati,  in  una  pianura.  Contie- 
ne 2  chiese  parrocchiali,  4  conventi  e  cir- 
ca 2000  abitanti,  tra'quali  alcuno  si  fe- 
ce distinguere  nelle  buone  lettere.  Fu  det- 
ta prima  Turio  Novo  e  poi  Terranova. 
Dell'antico  Turio  e  di  sua  sede  vescovile 
parla  eruditamente  ilColeti  nell'aggiunte 
airUghelli,/bz//a  sacraA.  io,p.i  72: T/iu- 
rinusEpiscopalus. ..  Thuriis  quoque  He- 
rodotus,  graecae  historiae  parenst  hi- 
storias  scripsit,  ac  sepultus  est;  et  O- 
ctavianus  Angus tushinc genus  duxittsi 
quidemM.  Antonius  eiproavum  expro- 
b  r  ab  at  proveniente  in  ex  agro  Thurino. 
Ncc  impar  thurinorwn  gloria,  ex  quo 
vis  vera  ìlluxit  Christiana Jides ;  ex  il- 
liscnini prodii t  Telesphorus  ì/fe,  qui  A- 


T  U  11  475 

poslolica  sedit  in  cathedra  Jesu  Christi 
Vicarius ,  prò  cujus  etiam  nomine  sub 
Antonino  Pio  illustre  mar ty riunì  per- 
pessusesl:  iisdcmquc  accessit  episcopa- 
lis  di gnitatis  fulgor,  linde  sequentes  re- 
periuntur  lliurinorum  sacris  praefuisse 
Jìitis-tites.  Giovanni,  che  fu  il  i.°vescovo 
che  si  conosca  ,  intervenne  a' concilii  di 
Roma  del  5o  1  e  del  5o4«  N.  essendo  mor- 
to nel  600,  Papa  s.  Gregorio  I  affidò  la 
cura  della  diocesi  a  Giovanni  vescovo  di 
Squillate {V '.).  Il  vescovo  Valentino  fu 
presente  al  sinodo  romano  del  649-  Teo- 
fane si  portò  al  concilio  di  Roma  tenuto 
nel  680. Giovanni  vivea  nelio3i.G. tro- 
vossi  al  celebre  concilio  di  Laterano  adu- 
nato da  Papa  Pasquale  II  nel  1 1 1 1.  Indi 
la  diocesi  di  Turio  fu  unita  a  quella  di 
Rossano  (V\  e  pare  parte  anche  a  quel- 
la di  Squii lace. 

TURLUPINI.  Setta  di  eretici  o  piut- 
tosto d'infami  libertini,  i  quali  audace- 
mente e  con  aperta  sfrontatezza  faceva- 
no pubblica  professione  d'impudenza,  so- 
stenendo che  non  si  dovea  avere  rossore 
di  tuttociò  ch'è  naturale,  poiché  è  opera 
di  Dio.  Si  pretende  che  il  nome  di  Tur- 
lupini loro  fosse  dato  da  Turris,  torre, 
e  da  Lupus,  lupo,  perchè  si  ritiravano  in 
torri  abbandonate  o  negli  antri  e  nelle  fo- 
reste tra'lupi, e  sembravano  come  selvag- 
gi. Questi  settari  presero  per  titolo,  Con^ 
fraternità  de  Poveri.  Andavano  nudi,  e 
si  mischiavano  colle  donne  in  pubblico 
mercato  all'usanza  dell'impudicizie  che  si 
rinfacciano  a'einici.  Erano  una  setta  dei 
F reroti  o  Beguardi[F.)}  ed  ebbero  ori- 
gine ne'secoli  XIII  e  XIV  nelle  monta- 
gne del  Delfinato  e  della  Savoia,  da  do- 
ve si  sparsero  in  Francia  e  in  Germania, 
specialmente  ne'Paesi  Bassi.  Sotto  il  ve- 
lo d'una  falsa  spiritualità,  sedussero  un 
grandissimo  numero  di  persone  dell'uno 
e  dell'altro  sesso,  sprezzarono  le  censu- 
re e  le  condanne  scagliate  da  molti  con- 
cilii contro  di  essi,  e  quelle  pure  fulmi- 
nate da  Papa  Clemente  V  nel  concilio  ge- 
nerale di  Vienna  neli3i  i,  ed  ebbero  l'ar- 


(J76  T  U  R 

diredi  dogmatizzare  a  Parigi.  Nell'anno 
precedente  era  stata  bruciata  viva  Mar- 
gherita Correità,  con  Dnlcino  caposetta 
di  DìiUinisti  (/  .)  e  suo  preteso  marito 
in  tal  città.  Neh  372  Papa  Gregorio  XI 
lornò  a  scomunicare  i  turlupini,  e  Car- 
lo V  re  di  Francia  ne!i3y3  fece  brucia- 
re pure  a  Parigi  vivi  Giovanni  d'Aban- 
tona  loro  predicante  e  altri  loro  capi,  ed 
nitri  principi  seguirono  il  suo  esempio, 
facendo  bruciare  pubblicamente  i  turlu- 
pini co'loro  riprovevoli  libri.  Insegnava- 
no questi  eretici,  che  le  donne  aveano  ri- 
cevuto da  Dio  il  potere  di  predicare  co- 
me gli  uomini;  che  per  conformarsi  al- 
la vita  degli  Apostoli  bisognava  che  il  cri- 
stiano fosse  povero,  scalzo  e  quasi  tulio 
nudo;  che  quando  l'uomo  è  giunto  al  più 
alto  grado  di  perfezione,  può  senza  ti- 
more soddisfare  tutte  le  sue  passioni,  e 
che  non  eranvi  che  gl'imperfetti  che  po- 
tessero sgomentarsi  e  averne  vergogna. 
Tra  questi  settari  fanatici  e  odiosi,  che  co- 
minciarono colla  falsa  spiritualità  e  ter- 
minaronocol  libei  tinaggio,vi  fu  laPorret- 
ta,  che  per  la  scandalosa  sua  condotta  pe- 
rì del  narrato  supplizio,  la  quale  in  un  li- 
bro si  sforzò  empiamente  di  provare,  che 
J' anima  quando  è  assorta  nell'amor  di 
Dio,  non  è  più  soggetta  a  veruna  legge, 
e  che  può  senza  rendersi  rea  d'alcun  de- 
litto soddisfare  a  tutti  gli  appetiti  natu- 
rali. Insomma  tutti  i  turlupini  riguarda- 
vano il  pudore  e  la  modestia  come  segui 
di  corruzione  interna,  come  il  caratte- 
re d'un'anima  soggetta  al  dominio  dello 
spirito  sensuale  ed  animale,  ^turlupini 
tutta  volta  trovarono  in  diversi  Prote- 
stanti de'sedicenti  difensori,  i  quali  nella 
loro  innocente  semplicità  non  fecero  rei 
i  turlupini  d'altro  delitto, se  non  di  aver 
scosso  il  giogo  delle  leggi  tiranniche  e 
delle  superstizioni  della  chiesa  cattolica, 
che  noi  chiamiamo  morali  e  veneriamo 
santissime. 

TUROVIA  o  TUUOW.  Città  vesco- 
vile di  Lituania  nell'impero  di  Russia, 
governo  di  Minsk,  a  23  leghe  da  Piti' 


TUR 

srn  (Tr.)o  Pinsk,  in  mezzo  a  vaste  paludi, 
sulla  sponda  destra  del  Pripef,  presso  il 
confluente  della  Slucia.  Fu  già  capoluo- 
go d'un  piccolo  principato  d'appannag- 
gio del  suo  nome,  e  sede  d'  un  vescovo 
sullìaganeo  di  Kiovia.  Il  vescovato  fon- 
dato nel  secolo  XII,  ebbe  a  vescovi  Leon- 
zio Peluzicski  cbe  lo  fu  pure  di  Turovia, 
il  quale  sottoscrisse  al  concilio  di  Miche- 
le metropolitano  di  Kiovia,  ed  alla  cele- 
bre lettera  di  quel  prelato  al  Papa  Cle- 
mente Vili,  relativamente  all'unione  col- 
la santa  Sede.  Giona  Hobel  sottoscrisse  lo 
stesso  concilio  e  la  medesima  lettera,  co- 
me designato  successore  di  Leonzio.  A- 
lessio  Dubovisch,  che  avea  fatto  i  suoi 
studi  a  Roma.  Oriens  christianus  t.  r, 
p.  1285.  In  seguito  le  sede  di  Turovia  col- 
la diocesi  fu  unita  a  quella  di  Pinsco,  di 
rito  ambedue  greco  ruteno  unito. 

TURQUESTAN  oTOCARISTAN, 
Turquestania.Vfizse  dell'Asia  della 7V?.r- 
taria  (F.),(\ìì\  quale  alcuni  crederono 
derivati  i  Turchi  (F.)y  XXIX.a  provin- 
cia de  Caldei,  che  abbracciò  la  fede  cri- 
stiana nel  IX  secolo,  di  cui  fu  metropoli- 
tana Casgara  (Jr.)  o  Rasgar,  soggetta  al 
cattolico  di  Seleucia  che  rappresentava 
il  suo  vescovo  quando  era  vacante  la  se- 
de. Il  Turquestan  ebbe  i  suoi  particolari 
vescovi,  de'  quali  ci  restano  i  nomi  dei 
seguenti.  Giovanni  nominato  dal  cattoli- 
co Elia  III,  il  quale  eresse  in  metropoli- 
tana Casgara  con  3  vescovi  sulhaganei. 
Gli  successe  dopo  ili  176  Serba  jeso.  Il  ve- 
scovo Deuha  sedeta  al  tempo  d'Uncham 
o  Giovanni  re  de'turchi.  Malassia  o  Ab- 
delmessia  conferì  il  battesimo  al  kan  de' 
tartari  Rincai  o  Hyocay,  e  a  1 8  provincie 
di  sua  nazione.  Oriens  cìiristianus  t.  2, 
p.  1297. 

TURRECREMATA.  V.  Torrecre- 

MATA. 

TURKIOZZl  Fabrizio,  Cardinale. 
Nacque  nobilmente  in  Toscanella  delega- 
zione di  Viterbo,  a' 16  novembre  ij55t 
da'conti  del  suo  nome  e  patrizio  di  det- 
ta città,  e  di  quella  di  Anagni  in  uno  alla 


TUR 

sua  famiglia.  Sorti  dalla  natura  pronto 
e  perspicace  ingegno,  che  successivamen- 
te ornò  cogli  studi,  a  cui  diligentemeute  si 
dedicò  uel  seminario  di  Monte  Fiascone 
ed  in  Roma,  massime  nella  giurispruden- 
za e  nella  teologia,  in  cui  ebbe  reputazio- 
ne non  comune.  Il  Papa  Pio  VI  scorgen- 
do in  lui  altitudine  agli  affari  e  prontezza 
nel  concepire  le  cose  difficili,  lo  credè  at- 
to alla  diplomazia  de'  negozi  ecclesiasti- 
ci, e  reputò  degno  d'inviarlo  per  incari- 
cato della  s.  Sede  a  Torino  presso  il  re 
Carlo  Emanuele  IV.  Restando  il  Papa 
soddisfatto  di  sua  condotta  e  capacità,  uel 
i  797  trovò  opportuno  di  spedirlo  a  Ra- 
sladt  nel  granducato  di  Baden,  con  mis- 
sione diplomatica,  onde  assistere  al  con- 
gresso e  conferenze  per  la  pace  dell'  im- 
pero Germanico,  che  secondo  il  tra  Ita  lo 
di  Campo  Formio  sarebbesi  dovuto  te- 
nere a  Berna.  V'intervennero  pure  i  ple- 
nipotenziari dell'impera  loreFraneescoII, 
e  della  repubblica  francese,  insieme  aNa* 
poleoue  Bonaparte  allora  generale  in  ca- 
po dell'armata  d'Italia.  JNel  segueute  an- 
no invaso  da'  francesi  e  democratizzalo 
lo  stalo  papale,  detronizzalo  Pio  VI  e  tra- 
dotto in  Francia  ove  morì,  eletto  per  suc- 
cessore Pio  VII,  questi  nel  i  802  a'2  apri- 
le lo  ammise  tra 'referendari  delle  segnatu- 
re di  grazia  e  di  giustizia,  e  poscia  io  di- 
chiarò prelato  domestico,  e  governatore 
di  Jesi  ;  ma  nel  1809  gl'imperiali  francesi 
avendo  occupato  i  dominii  della  s.  Siide3 
il  prelato  fu  dal  general  Miollis  governa- 
tore generale  di  Roma  rilegato  a  Tosca- 
nella. Ricomposte  le  cose  pubbliche  d'Eu- 
ropa neli8i4,  e  tornato  Pio  VII  aPioma, 
gli  afiidò  nuovamente  il  governo  di  Jesi, 
poi  lo  fece  delegato  apostolico  di  Fresi- 
none, non  che  prolonotario  apostolico  so- 
prannumerario ;  quindi  P8  marzo  18  16 
avendo  promosso  alla  sagra  porporaMal* 
vasia  assessore  del  s.  Offìzio,  conferì  que- 
sta cospicua  carica  a  Fabi  izio,  che  inol- 
tre fece  canonico  della  basilica  Vatica- 
na. JNel  18  1  7  il  Papa  gli  conferì  il  benefi- 
cio semplice,  ossia  cappellata  di  s.  Fi* 


TUR  477 

lippo,  eretto  nell'altare  di  quel  santo  nel- 
la chiesa  parrocchiale  di  Civitanova  arci- 
diocesi  di  Fermo.  Avendo  egregiamente 
esercitalo  nella  sagra  romana  e  universale 
inquisizione  tale  grave  e  delicato  uffiziolo 
stesso  Pio  VII  nel  concistoro  de'io  mar- 
zo 18 23  tra' 12  cardinali  che  creò  e  pub- 
blicò, vi  comprese  nell'ordine  de'  preti  il 
prelato.  Nell'allocuzione  che  il  Papa  pro- 
nunziò, disse  che  avea  protratto  la  pro- 
mozione sino  a  quel  giorno,  perchè  era 
per  entrare  Bell'anno  24.°  del  suo  ponti- 
ficalo. In  globo  di  tulli  fece  quest'elogio. 
«Uomini  egregi, de'quali  abbiamo  speri- 
mentata la  fedeltà,  la  probità,  la  dottri- 
na, la  diligenza  eia  sagacità  nell'adempi- 
mento degl'incarichi  loro  afì';dati,e  dall'o- 
pera de'quali  abbiamo  certa  fiducia  di  es- 
ser coadiuvati  nel  supremo  governo  del- 
la Chiesa".  Tanto  riportasi  ueln.°20  dei 
Diario  di  Roma.  Pio  VII  quindi  gli  as- 
segnò per  titolo  cardinalizio  la  chiesa  di 
s.  Maria  d'  Araceli,  e  le  congregazioni 
de'vescovi  e  regolari,  del  concilio,  della 
rev.  fabbrica  di  s.  Pietro,  e  di  consulla. 
Morto  Pio  VII  nell'agosto  dello  stesso  an- 
no, il  cardinale  entrò  in  conclave,che  du- 
rato 26giorni,ebbe  in  ciascuno  degli  scru- 
timi del  mattino  e  del  pomeriggio,  meno 
6,  sempre  de'voti  al  pontificalo,  ma  non 
superarono  il  numero  di  4> '1  che  dimo- 
stra l'estimazione  che  godeva, e  lo  ricavo 
dal  quadro  de'voti  del  conclave  pubbli- 
calo dall'  Arlaud  nella  Storia  di  Leo- 
ne  XII,  che  fu  l'eletto.  Questo  Papa  l'eb- 
be in  particolare  estimazione,  per  cui  gli 
affidò  il  carico  di  presiedere  alla  riforma 
del  codice  civile,  e  lo  nominò  legato  di 
Bologna,  ma  per  motivi  di  salute  rinun- 
ziò a  quell'onore.  Leggo  nel  n.°  90  del 
Diario  di  Roma  del  1826  annunziala 
con  vivo  dispiacere  la  morte  del  cardi- 
nale seguita  in  R.oma  nell'età  di  72  anni 
meno  7  giorni,  la  sera  de'  9  novembre. 
Tormentato  spesso  da  podagra  e  minac- 
ciato da  idropisia,  in  fine  una  violenta 
complicazione  di  mali  gli  tolse  la  vita. 
NeH'emiueute  diluita  a  cui  era  stato  e- 


À>8  T  0  R 

levalo,  fu  spesso  atloprato  in  affari  gra- 
vissimi, lasciando  viva  memoria  ili  se 
presso  quelli  che  ne  aveano  conosciute 
le  qualità  dell' animo  e  della  mente,  la 
vasti  dottrina,  la  probità,  Io  zelo  e  le  al- 
ile viriti  che  lo  fregiavano.  Il  tk'gi  dello 
slesso  J  Ha  rio  descrive  hi  pompa  fu  nel  ne 
colla  (piale  fu  portato  il  cadavere  nella 
sua  chiesa  litolare  d'  Araceli,  ornata  a 
lutto,  ed  ove  esposto  in  mezzo  su  magni- 
fico letto  vestito  pontificalmeuse  e  cir- 
condalo da  100  cerei,  dopo  il  canto  del 
r uffizio  de'  defunti,  e  la  celebra/ione  co- 
piosa di  messe,  seguì  quella  di  requie 
pontificata  dal  cardinal  Pedieini,  coll'iu- 
ti  rvento  del  sagro  collegio,  della  prela- 
tura e  degli  altri  che  sogliono  assistere 
alle  cappelle  papali.  Terminata  l'esequie 
colle  consuete  assoluzioni,  dipoi  il  cada- 
vere fu  tumulalo  nella  steste  chieda,  in- 
nanzi t'aitare  maggiore  nel  suo  mezzo,ove 
il  fratello  eonta  Giuseppe  gli  pose  prolis- 
sa, dipinta  e  onorifica  lapide  di  marmo 
(questi  morì  neh 836,  e  nel  n."  5o  delle 
Notizie  del  giorno  di  Roma  di  tale  an- 
no si  legge  il  suo  elogio,  rimarcandosi  la 
sua  prodigalità  co'poveri  in  tutte  le  oc- 
correnze). Il  cardinale  amò  assai  la  sua 
patria  Toscanella,  e  specialmente  al  suo 
alleilo  e  al  celebralissimo  cardinal  Con- 
salvi, di  famiglia  pur  toscanese,  devesi  la 
totale  restaurazione  dell'aulico  e  insigne 
tempio  di  s.  Pietro, che  per  colpa  de'tem- 
pi  era  ridotto  a  pessimo  stato  di  rovina,. 
e  forma  oggi  l'ammirazione  di  lutti  i  fo- 
rastieri  che  si  recano  a  goderne  le  molte 
bellezze,  come  di  lutto  tenni  proposito  a 
Toscanella.  Inoltre  il  cardinal Turriozzi 
prese  cura  della  patria  gioventù,  ed  al- 
l'uopo istituì  e  protesse  un  istituto  poli- 
tecnico neli'allora  ex-convento  del  Ripo- 
so, il  quale  però  disgraziatamente  termi- 
nò con  lui. 

TURSI  (Tur sieri).  Città  con  residen- 
za vescovile  deU'anticaLucania,nella  pro- 
vincia di  Basilicata  del  regno  delle  due 
Sicilie,  posta  su  d'  un  colle  che  guarda 
il  golfo  di  Taranto,  e  la  pianura  ove  sboc- 


X  U  I 

inno  i  (lumi  Acri  e  Sinno,  fra' quali  tro- 
vasi il  lag»)  dell'Olino.  Poco  lungi  e  o  i  3 
leghe  al  nord-est  sono  le  vestigia  dalla 
celeberrima  Angiomi  (?*),  già  chiamata 
Àquilonia,  ePandosia  perchè  da  evsn  cre- 
deei  originata,  di  cui  tratta  I'  Ughelli, 
Italia  sacra  t.  7,p.  68  :  Anfkmenses  et 
Tursienses  Episcopi,  Tursi  è  soggetta 
eoi  suo  distretto  al  circondario  di  Rolou- 
della,  e  vantò  un  tempo  il  titolo  di  ducea 
cu  propri  duelli  particolari,  e  per  ultimo 
ne  furono  duchi  i  Daria- Pampliilj  (V .). 
Credasi  fondata  da'saraceni,  quae  iti  suo 
duorum  circiter  nulli ariwn  ambitu  i  ooo 
(ìomos  et  4.000  ci  rei  ter  eo/nplectitur  in* 
co las, secondo  l'ultima  proposizione  con- 
cistoriale. In  latino  si  chiama  Tursiu/n, 
Tur  sìa,  Tursi.  Contiene  diversi  palazzi 
di  mediocre  architettura  ,  ed  ogni  anno 
vi  si  Itene  una  fiera  a'26  luglio.  La  cat- 
tedrale basilica,  mediocre  edilìzio,  è  sot- 
to l'invocazione  dell'Aimunziazione  del- 
la B.  Vergine,  con  ballislerio  e  cura  d'a- 
nime affidata  all'arciprete  2. a dignità  del 
capitolo,  coadiuvato  dal  prete  economo. 
Il  capitolo  si  compone  di  3  dignità,  cioè 
l'arcidiacono,  ch'è  la  1  ,a,  l'arciprete  e  il 
decano,  d'  1  1  canonici  comprese  le  due 
prebende  del  teologo  e  del  penitenziere, 
dì  1  o  preti  ebdomadari  partecipanti,  e  di 
altri  chierici  inservienti  al  divino  servi- 
gio. L'episcopio  trovandosi  in  cattiva  con- 
dizione, il  vescovo  nell'inverno  abita  nel- 
la casa  della  congregazione  de'filippini,  e 
nell'estate  nel  decente  suo  palazzo  del  vi- 
cino borgo  di  Chiaratuonte,  il  quale  è  po- 
sto sul  pendio  orientale  dell'elevato  mon- 
te della  Noce,  donde  scaturisce  il  Coglian- 
drino  influente  nel  Sinno,  in  aria  saluber- 
rima. Ivi  sono  due  vaglie  chiese,  una  del- 
le quali  collegiata  erelta  da  Margherita 
contessa  di  Chiaramonte  moglie  di  Gia- 
como Sanseverino  conte  di  Tricarico;di 
più  vi  è  una  certosa  fuori  del  suo  recin- 
to. Conserva  le  vestigia  di  Gruuientum, 
antichissima  e  celebre  città  di  Lucania, 
onde  poi  fu  della  Agrimonie  e  Chiara- 
munte:  conia  quasi  2  5oo  abitanti.  In  Tur« 


T  D  11 

si  tra  le  allre  chiese  vi  sono  due  altre  par- 
rocchie umilile  de!  *.  ionie,  e  quella  di 
s.  Maria  de  Icona  è  collegiata.  Ha  pu- 
re una  casa  religiosa,  ilconsei  valoiiodel- 
le  donzelle  ed  alcuni  sodalizi.  Un  tem- 
po ebbe  l'ospedale  e  l'ospizio  pe'pellegri- 
ìii.  Prima  di  pai  lare  della  sede  vescovile 
trasferita  in  Tursi  da  Anglona,  dirò  dei 
vescovi  greci  e  del  rito  greco  che  un  tem- 
po vi  lìoiì,  col  Rodotà,  Dell'origine  del 
rito  greco  in  Italia.  1  patriarchi  di  Co- 
stantinopoli tentarono  d'imprimere,  par- 
ticolarmente nell'animo  de'pugliesi  e  dei 
calabresi,  av\ersione  al  rito  della  chiesa 
romana,  ondesottrarli  all'ubbidienza  del 
Papa,,  censurandone  l'azioni  per  render- 
lo odioso.  Pertanto  nel  968  fu  pubblica- 
to un  editto  imperiale  di  Nieeforo  Foca, 
col  quale  s'impose  a'vescovi  di  Puglia  (la 
quale  comprendeva  le  due  proviucie  d'O- 
tranto e  di  Basilicata)  e  di  Calabria  ,  re- 
gioni dipendenti  dal  greco  impero,  che 
bandito  dalle  loro  chiese  l'esercizio  del 
rito  latino,  introducessero  le  ceremonie 
ilei  rito  orientale,  e  che  in  avvenire  non 
si  valessero  ne'sagriiìzi  del  pane  azzimo, 
ma  del  fermentato. Inoltre  fu  ordinato  che 
l'autorità  di  consagrare  i  vescovidi  Tursi 
e  altri  fosse  tolta  al  Papa  e  se  ne  trasfe- 
risse l'esercizio  all'arcivescovo  d'Otranto, 
cui  dovessero  essere  sulìraganei  e  ubbidi- 
re i  vescovidi  5  vescovati,  compreso  quel- 
lo di  Tursi.  Per  cui  l'ambizioso  patriar- 
ca Polyeucto  ordinò  l'esecuzione  del  de- 
cretatOjCOsì  al  vescovo  di  Tursi,  commet- 
tendolo a  Pietro  arcivescovo  d'Otranto. 
Ma  appena  questi  pubblicò  l'odiosa  dispo- 
sizione, generale  fu  l'indignazione,  tran- 
ne pochi  spiriti  incostanti  e  leggeri.  Os- 
serva il  Rodotà,  che  i  delti  vescovati,  in 
uno  a  Tursi,  non  furono  istituiti  per  l'e- 
ditto del  968,  ma  già  ne  godevano  la  pre- 
rogativa, e  che  solamente  allora  ricevero- 
no una  nuova  forma  di  polizia  con  sot- 
tomettersi al  nuovo  arcivescovo  d'Otran- 
to. Nondimeno  crede  lo  stesso  Rodotà, 
che  la  chiesa  di  Tursi  per  la  prima  volta 
fu  onorata  della  sede  vesGoviieper  l'au- 


T  u  1  479 

turila  dell'editto  imperiale,  e  che  il  pa- 
triarca Polyeucto  nel  medesimo  968  l'e- 
rigesse in  cattedrale  in  grazia  dell'arcive- 
scovo d'Olrauto  a  cui  fu  resa  soggetta.  Il 
rito  greco  fu  introdotto  poi  nelle  chiese 
inferiori,  ed  i  canonici  assunsero  per  in- 
segne corali  le  mezzette  uere,  adottando- 
si T  uso  di  cantare  I'  epistola  e  1'  evange- 
lo  in  lingua  greca.  L'esempio  de'sacerdo- 
li  greci  ammogliati  mosse  i  preti  latini 
della  Puglia  e  d'  altre  provincie  di  fare 
altrettanto;  pernicioso  disordine  che  per 
sradicarlo  esercitò  l'indefesso  zelo  de'Pa- 
pi,  principiando  da  Nicolò  II  pe' canoni 
falli  nel  concilio  di  Melfi,  celebralo  da  lui 
nel  1059.  Perciò  in  questo  furono  de- 
posti il  vescovo  greco  di  Tricarico  e  il 
vescovo  di  Monte  Peloso.  Che  il  vescovo 
di  Tursi  erasi  immerso  ne'  medesimi  e 
altri  disordini,  lo  scrisse  san  Pier  Da- 
miani conlemporaueo.  Quindi  Nicolò  II 
destinò  Godano  in  arcivescovo  d'Aceren- 
za,  e  costituì  suo  legato  Arnolfo  a  rei  ve - 
scovo  di  Cosenza,  per  prendere  gli  op- 
portuni provvedimenti.  Godanoadunò  in 
Tursi,  città  di  sua  provincia,  unitamen- 
te col  legato  apostolico,  un  sinodo.  In  es- 
so vi  fu  elello  il  1  .°vescovo  Ialino  di  Tri- 
carico  Arnaldo,  a  cui  neh  060  indirizzò 
un  diploma.  Nel  medesimo  concilio  di 
Tursi  si  fecero  canoni  contro  i  vizi  de- 
gli ecclesiaslici  latini,  eia  riforma  de'lo- 
10  scandalosi  costumi,  tollerandosi  però 
il  matrimonio  ne'sacerdoti  greci;  anzi  di- 
poi dichiarò  Innocenzo  III, che  non  erano 
ostacolo  a  conseguire  il  vescovato  d'Anglo- 
na  i  natali  che  traeva  l'eletto  a  quella 
sede  da  un  sacerdote  di  rito  greco.  Il  Ro- 
dotà non  dice  altro  del  vescovo  greco  di 
Tursi  ,  la  cui  sede  probabilmente  cessò 
quando  fu  conquistata  colla  provincia  dai 
normanni,  i  quali  reintegrarono  i  Papi 
de'loro  diritti  e  ripristinarono  nelle  chie- 
se il  rito  latino.  Crede  l'Ughelli,  che  la 
fei\e  cristiana  fu  predicata  in  Anglona  dai 
discepoli  degli  apostoli.  Episcopatus  An- 
glonensis  vetustiis  est,  et  Acheruntino 
archiepiscopo  sitffraganeu3tcujus  mai- 


48o  TUR 

sae  episcopali*  animus  censite  ducalo- 
rum  fere  trium  millium,  qui  coiligun- 
tur  ex  vectigutibut  cwitatièt  et  pascuit 

agri  Anglonensis,  quae  cani  pieno  j uve 
Federicui  Ilirnp.  episcopi*  Angionen- 
siòut  donami ,  ettmmue  donatione  con- 
firmarunt  postea  Ludovicus,  etJoauna 
I  Siciliae  reges,  et  novissime  Carolus 
F  Augustus.  Prima  la  diocesi  conteneva 
3  abbazie  concistoriali:  s.  Maria  de'cister- 
ciensi,  ss.  Elia  e  Anastasio  de'basiliani;  e 
s.  Angelo  di  Monte  Rapaio.  Della  i. TU- 
ghelli  riporta  il  prodigio  che  promossela 
sua  fondazione;  e  della  2."  l'elenco  di  47 
abbati  e  archimandriti,  compresi  i  com- 
mendatari, 3  de'quali  cardinali  e  il  pe- 
nultimo Pampbilj  divenne  Innocenzo  X. 
Altri  furono  illustri  per  dottrina  e  santi- 
tà di  vita.  11  i.°  vescovo  fu  Simone  del 
1077,  egregio  per  morali  virtù,  Anglo- 
nensis Episcopus.  Peronella  carta  di  do- 
nazione fatta  al  celebre  monastero  de'ss. 
Elia  e  Anastasio,  si  sottoscrisse:  Si/neon 
Dei  gratta  Tursitanae  sedis  Episcopus 
interfuit.  Su  di  che  scrive  TUghelli:  Cur 
aule  ni  sic  se  deiiominaverit,  nescìo,  ta- 
si divi/tare  velimus,  lune  ternpor.  s.  Ali- 
glonensi,  jam  diu  a  gothis  diruta  civi- 
tate,  a  pud  Tursium  Episcopus  manti*- 
se  j  certuni  tamenhabentus  hoc  anno  Si- 
ìtieonem  sederti  A.iglonensem  rexisse. 
Dopo  di  lui  trovasi  Giovanni  /Inglo/ien- 
sis  Episcopus,  che  intervenne  alia  con- 
sagrazione  della  chiesa  di  Catanzaro,  fat-  t 
ta  neh  123  da  Papa  Calisto  11.  Neh  1  39 
sottoscrisse  una  donazione  pel  monaste- 
ro de'ss.  Elia  e  Anastasio,  da'principi  nor- 
manni arricchito  ripetutamele,  il  che  ri- 
levasi da' documenti  riferiti  da  Ughelli. 
Riporta  pure  il  diploma  col  quale  il  re  di 
Sicilia  Guglielmo  li  donò  nel  1  1 67  a  Gu- 
glielmo 3.°  Anglonensis  Episcopus,  il  ca- 
stello di  Nucara,  per  rimedio  e  salute  del- 
l'anima  di  suo  padre  Guglielmo  I.  Indi 
Roboamo  Anglonensis  Episcopus,  fu  nel 
1 1 79  al  concilio  generale  di  Laterauo.  E 
pure  nominalo  nel  diploma  presso  l'U- 
ghelli,  col  quale  neh  1 9 1  Tancredi  re  di 


TUR 

Sicilia  confermò  al  detto  monastero  i  be- 
ni donati  da' predecessori.  Il  vescovo  N. 
postulato  dal  capitolo,  fu  eletto  da  An- 
drea arcivescovo  d'Acerenza,  con  autori- 
tà d'Innocenzo  III,  a  cui  scrisse  nel  1  202, 
essendo  il  Papa  a  Ferentino.  Pietro  An- 
glonensis Episcopus  violatore  di  sua  di- 
gnità e  dilapidatore  di  sua  chiesa, nel  1 2  19 
fu  deposto  da  Onorio  III,  e  per  sostentar- 
si ebbe  un  assegnamento.  Gli  fu  surroga- 
to nel  1220  N.  A  questi  0  al  successore, 
l'imperatore  Federico  II  neh  23  1,  per  la 
maggior  gloria  del  Redentore  e  della  ss. 
Vergine,  per  rimedio  dell'anima  di  suo 
padre  Enrico  VI  e  de'suoi  predecessori, 
donò  in  feudo  ecclesiastico,  Civitatis,  ca- 
salisAngloniLucaniae  proviuciae,e  con- 
speda  Tarentinae  regionis,  onineni  ter- 
ritorium,et  teninientum  Anglonen.  cutti 
pertinentiis  suis,  quoderal  dictac  ch'i- 
tatis  casalis,  necnoii  codein  muniflcen- 
tiae  dono  dedit  eidem  Ecclesiae  civita- 
tetn  ipsam  casalis  Anglom,homines9vas- 
salloscpic  ejusdem ,  nonnullasque  do- 
jnus  lioniinum  habilantium  in  castro 
Tursii,  necnoii  alias  donius  in  terra  s. 
Angeli,  ut  in  donatiotiis  documento  ha- 
Z>etar.L'Ughelli  ne  riprodusse  il  diploma, 
in  unoa  quello  col  quale  Federico  II  con- 
ferma il  privilegio  concesso  all'archiman- 
drita del  monastero  de'ss.  Elia  e  Anasta- 
sio, e  lo  pacilìcò  col  vescovo  d'Anglona. 
Roberto  dall'abbazia  cislerciense  di  s.  Ma- 
ria fu  assunto  al  vescovato  nel  pontifica- 
to di  Gregorio  IX,  lodato  per  esimie  vir- 
tù e  ingegno.  Morto  verso  il  1 253,  nel  se- 
guente Inuocenzo  IV  per  far  piacere  a  Gio- 
vanni diMoute  Fosco  signore  d'Anglona, 
elesse  fr.  Deodato  di  Squillace  francesca- 
no, dotto  e  perito  in  ogni  affare,  con  e- 
pistola  diretta  al  capitoloe  presso  Ughel- 
li. Visse  pochi  mesi,  e  nell'islesso  anno  il 
Papa  fece  vescovo  il  detto  Giovanni  di 
Monte  Fosco  signore  d'Anglona.  Trasla- 
to a  Nola,  gli  successe  Leonardo  mona- 
co cisterciense  di  s.  Maria,  che  nel  1269 
sottoscrisse  in  uno  a'eauonici  la  conven- 
zione riferita  da  Ughelli,  coli'  abbate  di 


T  U  B 
detto  cenobio.  Il  vescovo  Gualtiero  è  ri- 
cordato nel  1 296,  indi  arcivescovo  di  Ta- 
ranto. Marco  deli  3o2  convenne  col  ca- 
pitolo a  quell'alto  di  concordia  coli' ar- 
chimandrita de'ss.  Elia  e  Anastasio,  rife- 
rito da  Ughelli.  Neh  322  Silvestro  nobi- 
le di  Matera;  quindi  Francesco  della  Mar- 
ra nobile  napoletano,  neli33o  trasferito 
all'arcivescovato  di  Cosenza,  e  gli  fu  sur- 
rogato Guglielmo.  Nel  1 333  Giovanni,  al 
cui  tempo  morì  santamente  il  b.  Giovan- 
ni de  Calamolatolosano,  con  verso  cistcr- 
ciense di  s.  Maria,  la  cui  vita  riprodusse 
Ughelli.  Al  vescovo  Riccardo  nel  1 352  col 
diploma  presso  Ughelli ,  Lodovico  re  e 
Giovanna  I  regina  confermarono  i  privi- 
legi da  Federico  If,  Ecclesia  Anglonen- 
si  concessi  accepit  contro,  Tursienses , 
Ecclesiac  Anglonensis  perturbalores. 
Confirmationis  diploma  itarecitatur  in 
tabulis  ejusdem  Ecclesiaeì  quibus  sane 
cef tìsici  aliis  idgenus  documentis  liqui- 
do consta t  Anglonensem  civitatem  ad 
Episcopum   spedasse.    Da  Minori   nel 

1 363  vi  fu  traslato  Filippo,  che  morto  nel 

1 364  m  questo  gli  successe  Fdippo  Sar- 
luca  primicerio  salernitano,  al  cui  tem- 
po nel  contado  di  Chiaramonte  il  conte 
Venceslao  Sanseverino,  duca  di  Venosa, 
Tricarico  e  Chiaramonte,  fondò  il  nobile 
monastero  di  s.  Nicola  pe'cisterciensi,con 
atto  riportato  da  Ughelli,in  uno  al  diplo- 
ma in  favore  del  medesimo  d'Antonello 
Sanseverino  principe  di  Salerno ,  conte 
di  s.  Severino,  di  Marsi,  di  Tursi  e  ammi- 
nistratore del  regno  di  Sicilia.  Bonifacio 
IX  nel  i3g9  fece  vescovo  Giacomo,  nel 
i4oo  lo  traslatò  a  Strongoli,  e  gli  sosti- 
tuì Ruggero  de  Morescalli,  al  quale  re 
Ladislao  con  diploma  confermò  quello 
del  conte  Venceslao  pel  monastero  di  s.  Ni- 
cola, e  si  legge  nell'Ughelli.  Da  Capaccio 
neh4i8  Martino  V  promosse  a  questa 
sedeGiovanuiCaracciolo  napoletano,  det- 
to Giovanello  Paneila.  Nel  1439  Giaco- 
mo di  Tursi  arcidiacono  d'Anglona,  poi 
sepolto  nella  chiesa  di  s.  Michele  di  Tur- 
si. Nel  1468  Lodovico  Fiouoblet  consi- 

VOL.  LXXXI. 


TUR 


48  r 


gliere  di  Ferdinando  le  nella  romana  cu- 
ria oratore,  a  quo  exemptioncm  a  solu- 
tione  veetigalium  per  decenniiun,  nuri- 
dinarumque  indictione  prò  sua  Anglo- 
nensi  civitate  gratiose  impetravit.  Nel 
1472  Giacomo  Guasconi,  in  tempo  del 
quale  Ferdinando  I  emanò  il  diploma 
pubblicato  da  Ughelli,  pel  monastero  de' 
ss.  Elia  e  Anastasio.  Morto  nel  1  000  gli  fu 
surrogato  Giacomo  di  Capua  nobilissimo 
napoletano,  il  quale  nel  i5o8  si  dimise 
cedendo  la  sede  al  nipote  Fabrizio  di  Ca- 
pua. Indi  fu  vescovo  Gio.  Antonio  Scot- 
ti napoletano,  che  nel  1  5i  2  fu  al  concilio 
di  Laterano  V,  lodato  per  ingegno  e  dot- 
trina :  rinnovatesi  sotto  di  lui  le  frequen- 
ti e  gravi  vertenze  coll'archimandrila  dei 
ss.  Elia  e  Anastasio,  sostenne  le  sue  ra- 
gioni e  poi  si  pacificò.  Nel  1028  ammi- 
nistratore il  cardinal  Gio.  Vincenzo  Ca- 
rafa  (V.)  arcivescovo  di  Napoli,  il  quale 
rassegnò  la  sede  al  nipote  Oliviero  Cara- 
fa  a'6  settembre  1 536.  Per  sua  rinunzia, 
Paolo  III  nel  i542  fece  amministratore 
perpetuo  il  proprio  nipote  cardinal  Gui- 
do Ascanio  Sforza  (V.)  a'24  novembre: 
però  egli  dopo  pochi  giorni  con  regresso 
a*2  0  dicembre  cede  la  sede  al  proprio  se- 
gretario Bernardino  Elvino  di  Sora  Te- 
soriere generale  (V.).  Nel  suo  vescova- 
to, per  essere  la  città  d'Anglona  distrut- 
ta, Paolo  I II  con  decreto  concistoriale  del- 
l'8  agosto  1 546,  presso  Ughelli,  ne  sop- 
presse la  cattedrale,  l'arcidiaconato,  il  de- 
canato, il  cantorato  e  tutti  gli  altri  bene- 
fizi ecclesiastici,  eresse  in  città  Tursi,  in 
cattedrale  la  chiesa  parrocchiale  di  s.  Mi- 
chele, istituendovi  il  capitolo  colle  digni- 
tà dell'arcidiaconato  e  decanato,  con  io 
canonici  e  le  altre  prebende.  Stabilì  per 
mensa  3ooo  ducati,  il  godimento  al  ve-^ 
scovo  de'palazzi  episcopali  di  Anglonae 
Tursi;  trasferì  nella  cattedrale  di  Tursi 
tutti  i  privilegi  e  i  diritti  della  soppressa, 
e  volle  che  Bernardino  e  i  successori  s'in- 
titolassero vescovi  d' Anglona  e  Tursi y 
e  continuassero  ad  essere  suffraganei  de- 
gli arcivescovi  d'Acerenza,  e  lo  sono  tut- 
3i 


48j  tur 

loia,  Bernardino  morì  in  Roma  nel  1 548 
e  fu  sepolto  in  s.  Maria  del  Popolo,  con 
epitaffio  riferito  da  Ughelli,  alla  quale  B. 
Vergine  divotissimo  avea  fatto  voto  pel 
doloroso  male  che  lo  affliggeva.  A'27  lu- 
glio Paolo  III  gli  sostituì  l'intimo  suo  fa- 
migliare Giulio  deGrandis  ferrarese,  ca- 
ro a'prineipi  d'Este  e  presidente  della  ca- 
mera apostolica,  che  restò  in  Roma  qua- 
le oratore  del  duca  di  Ferrara.  Morì  nel 
declinar  del  i55y  in  Roma,  ed  il  nipote 
Giulio  Saraceni  gli  fece  celebrare  il  fune- 
rale nella  chiesa  de'ss.  Simone  e  Giuda, 
e  tumulare  con  iscrizione  riprodotta  da 
Ughelli.  Pio  IV  nel  i56o  fece  vescovo 
d'Anglona  e  Tursi  Gio.  Paolo  Amarti  di 
Crema,  che  fu  al  concilio  di  Trento,  a 
forma  de'cui  decreti  ridusse  la  sua  chie- 
sa; lodato  per  ingegno,  virtù,  dottrina,  no- 
bile esperienza  e  benignità  ,  amato  dal 
cardinal  d'Este.  Rinnovatesi  le  vecchie  li- 
ti col  monastero  de'ss.  Elia  e  Anastasio, 
le  sostenne  virilmente.  Moti  nel  i58o  e 
fu  sepolto  nella  terra  di  Sinesio  nella  dio- 
cesi d'Anglona,  nella  tomba  da  lui  eretta 
per  se  e  successori,  dentro  la  cappella  e- 
legante  della  Conversione  di  s.  Paolo  da 
lui  edificata.  Gli  successe  Nicola  Grana  di 
Ferrara  suo  coadiutore  sinodali  578.  Nel 
1  5c)5  Ascanio  Giacobazzi  nobile  romano, 
referendario  delle  due  segnature,  nunzio 
della  s.  .Sede  a  Ferdinando  I  granduca  di 
Toscana;  lodato  pel  suo  sapere,  Paolo  V 
nel  1 609  lo  richiamò  a  Roma,  ove  rinun- 
ziò il  vescovato  e  poi  morì  neliGi  1,  se- 
polto nella  chiesa  di  s.  Paolo  a  piazza  Co- 
lonna de' barnabiti,  non  più  esistente.  Nel 
1609  Bernardo  Giustiniani  de'signori  di 
Scio,  canonico  di  Messina  ,  ben  istruito 
nella  scienza.  Celebrò  il  sinodo  con  uti- 
lissimi decreti,  riordinò  la  diocesi,  riven- 
dicò i  diritti  alla  sua  chiesa:  ogni  dome- 
nica istruiva  o  faceva  istruire  i  fanciulli 
nella  dottrina  cristiana.  Istituì  ogni  saba- 
to il  canto  solenne  delle  litanie  dopo  la 
compieta,  in  onore  della  B.  V'ergine,  e  de- 
cretò l'istituzione  nella  cattedrale  dell'e- 
sposizione del  ss.  Sagramento,  ut  tertio 


TUR 

quoque  cujusìibct  anni ;  restaurò  il  di- 
ruto pai  acro  vescovile  di  Chiaramente, 
ed  ivi  morto  nel  1G16,  fu  sepolto  nella 
cappella  del  ss.  Sagramento  della  chieda 
di  s.Gio.  Battista, ove  gli  fu  innalzata  una 
lapide  riconoscente  dall'arciprete.  Nello 
stesso  anno  Ionico  de'conti  Siscara  napo- 
letano illustre,  ornalo  di  scienza  e  di  vir- 
tu,  referendario  delle  due  segnature,  eb- 
be tomba  nella  chiesa  di  s.  Gio.  Battista. 
Nel  1619  Alfonso  de'conti  Giliolo  nobile 
ferrarese,  benigno  e  virtuoso,  già  nunzio 
al  duca  d'Urbino  e  a  Ferdinando  II  gran- 
duca di  Toscana,  protonotario  apostoli- 
co e  assistente  della  cappella  pontifìcia, 
non  che  governatore  di  Camerino;  non 
fu  tumulato  nella  cattedrale  di  Tursi,  co- 
me vuole  Ughelli  ,  ma  nel  sepolcro  dei 
Gonzaga  nella  chiesa  della  ss.  Annunzia- 
ta di  Firenze,  come  prova  Coleti.  Nel  1 63o 
Gio.  Battista  Deli  patrizio  fiorentino  di 
egregie  qualità,  traslato  da  Castro  d'O- 
tranto, morto  nel  1 63  1  e  sepolto  in  Cina- 
ramonle  nella  chiesa  di  s.  Gio.  Battista 
con  epitaffio  dell'arciprete  e  del  cantore. 
Dopo  pochi  giorni  gli  successeli  fratello 
Alessandro,  che  morto  in  Sinesio,  fu  de- 
posto nella  suddetta  sepoltura  ,  ove  già 
Io  era  stato  il  fratello  Pietro  Francesco 
Deli  con  suo  onorifico  epitaffio.  Nel  1 638 
Marc' Antonio  Coccini  nobile  romano,  e- 
rudiroe  dotto,  poi  traslato  a  Imola.  Nel 
1 646  FlavioGalletti  romano  monaco  vai- 
lombrosano,  ma  inetto  e  incolpato  di  di- 
verse mancanze,  fu  chiamato  in  Roma 
posto  in  carcere  nel  convento  di  s.  Ma- 
ria del  Popolo, ove  morì  nel  1 653.  Nel  se 
guente  Francesco  Antonio  de  Luca  no- 
bile di  Melfi,  di  cui  molto  scrisse  il  Cole- 
ti, per  le  sue  virtù  e  per  la  sua  gran  di- 
vozione a  S.Filippo  Neri,  ed  alla  congre- 
gazione di  recente  istituita  in  Tursi ,  e- 
dificòindi  lui  onore  da'fondamenti  nobi« 
lissima  cappella,  la  dotò  e  arricchì  di  m; 
gnifiche  suppellettili;  e  siccome  tosto  per 
l'esenzione  dalla  peste  la  città  ne  provò  il 
patrocinio,  così  fu  decretata  di  precetto 
la  festa  de)  santo.  Zelantissimo  pastore, 


TUR 
non  è  a  dire  quanto  curò  l'istruzione  del 
clero,  e  la  santificazione  della  diocesi ,  a 
vantaggiodella  qualecelebrò  il  sinodoso- 
lennemente  e  pubblicò  colle  stampe  nel 
i656.  Edificò  io  Tursi  1'  episcopio  e  lo 
abbellì, e  nuocendogli  il  clima  della  città 
fu  traslalo  a  Nazareth  nel  1667.  Nel  1672 
Matteo  de'marchesi  Consentini  calabre- 
se, fregiato  di  probità  e  dottrina,  valen- 
te predicatore,  ricevuto  dalla  città  a  mo- 
do trionfale.  Corrispose  alle concepitespe- 
ranze  pel  gran  bene  spirituale  che  fece, 
padre  de'poveri  e  degl'infermi  generosis- 
simo. Nel  1674  edificò  il  monastero  per 
le  nobili  vergini,  riparò  e  con  gran  dispen  - 
ilio  decorò  l'episcopio  con  ornamenti,  fe- 
ce doni  alla  cattedrale  e  alla  chiesa  diChia- 
ramonte,  ripristinò  1'  ordine  delle  sagre 
ceremouie  e  fu  acerrimo  difensore  dell'im- 
munità ecclesiastica.  Celebrò  due  sinodi 
e  il  i.°fece  stampare  nel  1700.  Mentre  fa- 
ceva la  visita  pastorale,  piamente  morì 
nel  i  702  in  Rocca  Imperiale,  la  cui  chie- 
sa largamente  beneficò.  Trasferito  a  Tur- 
si tra  il  pianto  di  tutti,  fu  lodato  con  o- 
razione  funebre,  e  sepolto  nella  cattedra- 
le colla  iscrizione  da  lui  ordinata  :  Hic 
jaccnt  ossa  miserabilis  peccatoris.  Nel 
1 702  gli  successe  Domenico  Carlo  Sab- 
batini  nobilissimo  di  Strongoli,camerlen- 
go  del  clero  di  Roma,  che  avea  ricusato 
egual  dignità  a  Iunocenzo  XII_,  e  ubbidì 
pel  comando  di  Clemente  XI.  In  Tursi 
eresse  da'fondamenti  il  seminario  evi  po- 
se ottimi  precettori,  perfezionò  l'episco- 
pio, elegantemente  abbellì  la  cattedrale, 
massime  la  cappella  del  ss.  Sagramento, 
e  fabbricò  la  simmetrica  torre  campa- 
naria. Rifece  l'antica  basilica  d'Anglona, 
e  la  fornì  degli  occorrenti  utensili  sagri. 
Consagrò  la  chiesa  di  s.  Filippo,  e  quella 
di  s.  Maria  de' cisterciensi.  Giusto,  vigi- 
lante, pio  e  benigno,  più  volte  visitò  la 
diocesi,  la  quale  santificò  in  vari  modi.  Di- 
fensore de'  propri  diritti,  fece  riconosce- 
re la  sua  giurisdizione  all'abbazia  de' ss. 
Elia  e  Anastasio,  che  pretendeva  l'esen- 
zione e  giurisdizione  quasi  episcopale.  Ab- 


T  U  R  483 

belli  la  residenza  e  la  villa  episcopale  di 
Chiaramente.  Generoso  co'  poveri,  colle 
zitelle,  cogl'infermi,  a  questi  assegnò  far- 
machi e  ministri  dell'arte  salutare.  Adii 
nò  due  sinodi  nel  1706  e  nel  17  18,  ed  in- 
trodusse nella  diocesi  i  cappuccini,  gli  a- 
gostiniani  ,  i  minori  osservanti ,  e  fece 
quanto  altro  descrive  Coleti,  il  quale  ter- 
minando con  esso  la  serie  de'  vescovi  di 
Anglona  e  Tursi,  la  compirò  colle  Notizie 
di  Roma.  Nel  1  72  1  Ettore  del  Quartodei 
duchi  di  Belgioioso,  di  Laurenzano  feu- 
do di  sua  casa.  Nel  1735  Giulio  Capece 
Scondito  napoletano.  Nel  1763  Gio.  Bat- 
tista Pignattelli  napoletano,  traslato  dal- 
l'arcivescovato di  s.  Severina,  colla  riten- 
zione del  titolo  arcivescovile.  Nel  1778 
Salvatore  Vecchioni  napoletano  filippino. 
Nel  18  19  Arcangelo  Gabriele  Cela  di  Bi- 
saccia. Nel  1824  Giuseppe  Saverio  Poli  di 
Molfetta.  Gregorio  XVI  nel  concistoro 
de' 19  maggio  1837  preconizzò  Antonio 
Cinque  di  Morano  diocesi  di  Cassano,  di 
quella  collegiata  di  s.  M.a  Maddalena  pre- 
posto e  1. "dignità  e  parroco,  predicatore, 
esaminatore  pro-sinodale,  convisitatore 
della  diocesi,  dotto  e  prudente.  Per  sua 
morte  il  regnante  Pio  IX  nel  concistoro 
di  Gaeta  de' 20  aprile  1849,  promulgò 
l'odierno  vescovo  mg.1  Gennaro  Acciai- 
di  napoletano,  dottore  in  sagra  teologia, 
professore  di  liturgia  e  d'  eloquenza  nel 
seminario  di  Napoli,  zelante  predicatore, 
e  caritatevole  co'carcerati  e  cogl'infermi, 
grave,  prudente,  probo  e  pieno  d'esperien- 
za. Ogni  nuovo  vescovo  è  tassato  ne' li- 
bri della  camera  apostolica  a  fiorini  100, 
ascendendo  la  mensa  a  1000  ducati,  pw 
b lieti  deductis  oneribus.  La  diocesi  si  e- 
stende  per  circa  80  miglia  di  territorio, 
e  contiene  36  luoghi. 

TURUDA.  Sede  vescovile  dell'Africa 
proconsolare  sotto  la  metropoli  di  Car- 
tagine, alla  cui  conferenza  nel  41  *  assi- 
stè il  suo  vescovo  Venusto.  Morcelli,  Afr. 
chr.  t.  1. 

TURUZA,  TVzo.Sedevescoviled'A- 
frica  nella  provincia  proconsolare,  soffra- 


484  TUS 

ganea  delia  metropoli  di  Cartagine,  e  Se- 
rotino suo  vescovo  intervenne  alla  con- 
ferenza di  tal  città  nel  4 1 1  •  Morcelli,  Afr. 
chr.  t.  l. 

TUS  o  THUS.  Sede  vescoviledella  dio- 
cesi de'Caldei,  e  città  rovinata  di  Persia 
nel  Korassan  presso  Meshehed,  situata 
nella  satrapìa  diNisabouro  Nisapor,detta 
tinche  Tausa-Masclicd e  Mescat.  Ebbe 
a  vescovi,  Samuele  ordinato  dal  cattoli- 
co Dadjcsus  verso  il  43o,  e  Simeone  Bar- 
Kalig  trasferito  alla  metropoli  di  Tan- 
gulli  dal  cattolico  Mar-Denha.  Oriens 
chr.  t.  2,  p.  i33y. 

TUSCANIA.  Sede  vescovile  d'Africa 
nella  Mauri tiana  Cesai  iense  sotto  la  me- 
tropoli  di  Giulia  Cesarea,  il  cui  vescovo 
Massimo  trovossi  uel  484  nella  conferen- 
za di  Cartagine,  e  venne  esiliato  da  Un- 
werico  re  de' vandali,  perchè  si  ricusò  sot- 
toscrivere l'erronee  proposizioni  de' do- 
natisti. Morcelli,  Afr.  chr.  t.  I. 
TUSCANIA.  V.  Toscanella. 
TUSCO.  V.  Toschi. 
TUSCOLO  o  TUSCULO.  V.  Fra- 
scati, Grotta  Ferrata,  e  pe'famosi  con- 
ti Tusculani,  Roma  e  i  molti  articoli  nei 
quali  ne  ragionai.  Paolo  III  trovandosi  iu 
Frascati  il  venerdì  2  gennaio  1 538  tenne 
concistoro,  ed  in  esso  decretò:  Quod  Op- 
pidum,óelto  Frascati,  deinceps  esset  Ci- 
i'itas  Tusculanacum  resti  turione  pristi- 
ni nominis   Tusculani.  Da'  2  3  giugno 
i854  u'è  vescovo  il  cardinal  Anton  M.*  r 
CagianodeAzevedo,dicui  ne'vol.LXVl, 
p.  262,  LXVII ,  p.  218  e  altrove.  Non 
posso  qui  tacere  almeno  un  fugace  cenno 
di  due  recentissime  glorie  tusculane  av- 
venute nel  1  856,  pel  divotocelebrato  cen- 
tenario e  pel  compito  tratto  di  ferrovia. 
Da'i5  a'24  giugno  1 856  Frascati  solen- 
nizzò decorosamente  il  2.0  patrio  cente- 
nario del  prodigioso  discoprimento,  av- 
venuto nella  chiesa  di  s.  Maria  del  Viva- 
io a' 18  giugno  1 656,  dell'immagini  dei 
patroni  i  ss.  Sebastiano  e  Rocco,  che  per 
la  loro  potente  intercessione  presso  la  di- 
vina misericordia  salvarono  la  città  dal- 


T  U  S 
la  furiosa  peste  in  detto  anno,  e  la  tute* 
larono  poi  sempre  anche  a'nostri  giorni 
per  3  volte  dal  desolatole  morbo  coleri- 
co. La  nobile  e  magnifica  esecuzione  del- 
la fausta  ricorrenza  si  deve  alla  solerte 
cura  della  pia  unione  di  24  primari  cit- 
tadini a'quali  è  affidata  la  custodia  nel- 
la nominata  chiesa  di  quel  prezioso  teso- 
ro, presieduta  dal  vigile  suo  priore  Giu- 
seppe Senni;  d'accorcio  e  colla  cooperazio- 
ne del  R.mo  clero,  dell'illustre  magistra- 
to, dell'università  deli'arteagraria,  di  cin- 
que corporazioni  di  divoti  e  dell'intera 
popolazione,  che  gareggiarono  in  proni o- 
verue  il  culto  e  le  dimostrazioni  colle  qua- 
li degnamente  lo  espressero.  Perciò  con 
religiose  e  splendide  pompe  si  celebraro- 
no processioni,  e  nel  duomo,  ove  furono 
trasportale  le  ss.  Immagini,  vesperi  e  mes- 
se pontificate  dagli  E.m*  cardinali  Amai, 
Cagiano  e  Altieri,  accompagnali  da  varie 
grandiose  musiche  vocali  e  islromentali, 
magistralmente  eseguite  colla  direzione 
degli  egregi  maestri  compositori  cav.  Gae- 
tano Capocci  eGiuseppe  Augusto  Mililot- 
ti;  come  pure  da  faconde  orazioni  sagre 
del  p.  Minini  gesuita,  del  p.  de  Ferrari 
domenicano,  e  del  can.  Sebastiani  tuscu- 
lano.  Inoltresi  fecero  sorprendenti  lumi- 
narie anche  notturne,  fuochi  artificiali, 
corse  e  altri  pubblici  spettacoli.  Termi- 
narono le  feste  lietissime  colla  solenne  ac- 
cademia Tusculana,  una  delle  coloniedel- 
la  romana  Arcadia,  tenuta  nella  chiesa  di 
s.  Maria  del  Vivaio,  con  decoro  addob- 
bata dall'  intelligente  zelo  di  Francesco 
Senni  presidente  dell'  accademia  stessa, 
ove  pronunziò  eloquente  prolusione  il 
cardiual  Altieri,  venendo  quindi  le  poe- 
sie intramezzateda  una  cantata  dell'enco- 
miato Mililotli.  Festeggiamenti  tutti  che 
annunziati  dal  Giornale  di  Roma  a  p. 
5i8  ,  descrisse  poi  elegantemente  il  eh. 
Vincenzo  Prinzivalli  neln.°i2  del  suo 
sempre  più  gradito  e  applaudi  to/^ta<or- 
do  giornale  dell'  accademia  Filodram- 
matica Romana.  Nel  voi.  LXX,  p.  i63  e 
164  parlai  del  tronco  di  Strada  ferrata 


T  U  S 

da  Roma  a  Frascati,  ili.0 (il  2.°  è  quello 
della  sezione  della  linea  Pio-Centrale  che 
da  Uoma  mette  a  Civitavecchia,  i  cui  la- 
vori furono  inaugurati  da  mg.1  Tizzani 
arci  vescovo  di  Nisibi  colle  benedizioni  del- 
la Chiesa  a'9  ottobre  1 856,  al  modo  de- 
scritto nel  a/  1Z1  del  Giornale  di  Roma, 
ove  si  legge  che  questa  ferrovia  iu  bre- 
vissimo tempo  sarà  portata  a  compimen- 
to) costruito  nello  stato  pontificio,  per  poi 
proseguirlo  a  incile  tri  (P.).  A'  7  luglio 
i856  mg/  Giuseppe  Palermo  di  Mazza- 
ra  vescovo  di  Porfirio  e  sagrista  (già  prio- 
re generale  degli  agostiniani,  morto  in 
Palermo  a'29  del  seguente  ottobre:  gli 
successe  uella  carica  e  nel  titolo  episco- 
pale mg.r  Francesco  Marinelli  di  Tolen- 
tino, già  priore  del  convento  di  s.  Ago- 
stino di  Roma,  indi  sotto-sagrista)  ne  fe- 
ce la  solenne  benedizione,  e  indi  subito 
seguì  l'apertura  con  gran  pompa  e  6  bel- 
lissimi vagoni.  Il  municipio  Tusculano 
per  eternarne  la  memoria  fece  coniare 
una  medaglia  monumentale,  con  l'iscri- 
zione: Non.  fui.  An.Chr.  MDCCCLVL 
Pio  IX  P.  M.  Alidore.  In  Ditione  Pon- 
tificia. Ferreae  Viae  Commoditas.  Ro  • 
ma  Tusculum.  S.  P.  Q.  T.  Tutto  viene 
narrato  e  celebrato  da'ti.»  i54e  i56  del 
Giornale  di  Roma. 

TOSINO,  Ordine  equestre  e  milita- 
re. Si  attribuisce  la  fondazione  agli  arci- 
duchi d'Austria  figli  dell'imperatoreFer- 
dinando  I,  cioè  agli  arciduchi  Ferdinan- 
do d'Innspruk  e  Carlo  di  Gratz,  sotto  la 
regola  di  s.  Basilio,  per  l'Austria  e  la  Boe- 
mia neh 562  circa.  Lo  scopo  fu  l'esalta- 
zione della  fede  cattolica  e  la  sua  difesa 
contro  i  turchi,  che  i  cavalieri  combatte- 
rono valorosamente  in  piti  incontri.  Pro- 
fessavano! voti  di  castità  coniugale, e  ub- 
bidienza alla  chiesa  romana  ed  al  pro- 
prio sovrano.  Portavano  un  manto  rosso, 
con  semplice  croce  verde.  L'imperatore 
n'era  gran  maestro.  11  p.  Helyot  crede  che 
il  Giustiniani  abbia  confuso  questi  cava- 
lieri, con  quelli  di  altro  ordine  militare 
che  fiorì  io  Ungheria,  i  quali  vestivauo 


T  U  T  485 

contali  insegne.  Gli  scrittori  parlano  del- 
l'ordine con  incertezza  e  dubitano  di  sua 
esistenza.  Il  p.  Bonanni  nel  Catalogo  de- 
gli ordini  equestri  e  militari,  ne  ripor- 
ta la  figura  a  p.  119. 

TUSURITA,  Tusurus,  Tizurus.  Se- 
de vescovile  d'Africa  nella  provincia  Bi- 
zaceua  sotto  la  metropoli  d'Hadramito. 
Ne  furono  vescovi,  Benenato  che  interven* 
ne  nel  393  al  concilio  di  Cabarsussa  e  fa- 
vorì il  partito  de'  donatisti,  contro  Prt- 
tuiano  di  Cartagine  che  restò  condan- 
nato; Asselico,  il  quale  co'  vescovi  cat- 
tolici di  sua  provincia  nel  4 1 1  fu  alla 
conferenza  di  Cartagine,  e  si  oppose  vi- 
rilmente a' donatisti;  e  Fiorentino  che 
venne  nel  4^4  esiliato  da  Unnerico  re 
de' vandali,  per  non  aver  sottoscritto  l'er- 
ronee proposizioni  dei  donatisti  nella  con- 
ferenza tenuta  a  Cartagine.  Morcelli,  Afr. 
chr.  t.  1. 

TUTORE,  Tutor.  Quegli  che  ha  in 
protezione  e  cura  il  pupillo;  colui  eh' è 
destinato  a  prendere  cura  della  persona 
d'un  minore  e  rappresentarlo  in  tutti  gli 
atti  civili,  e  ad  amministrare  i  beni  da 
buon  padre  di  famiglia.  Pupillo,  secondo 
il  diritto  romano,  è  un  figlio  o  una  figlia 
di  famiglia,  che  non  arrivò  ancora  all'e- 
tà della  pubertà ,  e  che  è  in  tutela.  Nei 
paesi  di  diritto  scritto  si  distinguono  con- 
formemente al  diritto  romano  ,  i  pupilli 
da'  minori.  Per  questi  s'intendono  i  fi- 
gli che  hanno  passato  l'età  della  puber- 
tà, ma  che  non  sono  maggiori ,  cioè  che 
non  hanno  compito  il  24.°  anno  di  età, 
secondo  il  diritto  civile.  La  tutela,  tutela, 
patrocinium,  praesentia,  è  l'autorità  che 
le  leggi  danno  a'tutori  per  difendere  co- 
loro, che  per  la  debolezza  dell'età  non  pon- 
no  difendersi  da  per  se  stessi,  né  prende- 
re cura  de'propri  affari.  Secondo  il  dirit- 
to romano  vi  sono  3  sorta  di  tutela:  la 
testamentaria,  ch'è  deferita  per  Testa- 
mento (V.)  del  padre;  la  legittima,  ch'è 
deferita  naturalmente  dalla  Legge  al  più 
prossimo  Parente,  tranne  il  caso, se  qual- 
che impedimento  non  1'  escluda  da  tale 


486  TUT 

incarico,  oppure  legittime  ragioni  lo  di- 
spensino dall'accettare;  la  dativa,  che  in 
mancanza  delle  due  precedenti  viene  de- 
ferita dal  Tribunale  o  Magistrato  ad  uua 
persona  idonea  e  capace.  Chiamasi  altre- 
sì tutela  officiosa  quella  che  alcuno  si  as- 
sume volontariamente  a  favore  d'un  in- 
dividuo durante  la  sua  minorità,  con- 
traendone  l'obbligo  di  nudrirlo  e  porlo 
nel  caso  di  guadagnarsi  il  vitto.  Il  codice 
de'rispettivi  slati  determina  i  doveri  e  i 
diritti  de'  tutori  fino  all'estinzione  della 
tutela.  I  sordi,  i  ciechi,  i  muti,  i  parali- 
tici, gl'insensati  e  tutti  quelli  che  sono  af- 
fetti da  qualche  considerabile  infermità 
sono  dispensati  da  ogni  tutela.  Gli  eccle- 
siastici negli  ordini  sagri  non  ponno  esse- 
re obbligati  ad  accettare  una  tutela  o  cu- 
ratela. Propriamente  la  curatela  è  la  ca- 
rica del  tutore,  ed  è  reputata  pubblica. 
Si  mettono  in  curatela  anche  i  prodighi, 
gl'interdetti,  i  minori  emancipati,  Osser- 
va il  Rinaldi  negli  Annali ,  quanto  agli 
ecclesiastici  che  non  ponno  esser  falli  tu- 
tori e  curatori,  che  nel  257  s.  Cipriano 
vescovo  di  Cartagine  cogli  altri  vescovi 
suoi  colleghi  insieme  celebrarono  un 
concilio,  ove  fra  l'altre  cose  fu  proposta 
la  famosa  querela,  che  morendo  un  cri- 
stiano nominò  nel  testamento  per  luto- 
re  de'  suoi  figli  un  prete,  contro  di  che 
procede  il  sinodo,  come  contro  gravis- 
simo delitto.  Per  cui  dice  s.  Cipriano: 
Essendosi  determinato  in  un  concilio  di, 
vescovi,  che  niuno  possa  lasciar  per  te- 
stamento tutore  e  curatore  alcun  chie- 
rico; e  che  se  alcuno  avesse  a  tal  decre- 
to contravvenuto,  in  pena  di  ciò  non  si 
olfrisse  per  lui,  ne  si  celebrasse  per  l'ani- 
ma sua  il  sagrifìcio;  non  meritando  d'es- 
ser nominato  all'aliare  nell'orazioni  dei 
sacerdoti,  chi  si  sforza  di  ritrarre  dall'al- 
tare i  sacerdoti  egli  altri  ministri; pertan- 
to avendo  Vittore  avuto  l'ardimenlo  di 
far  tutore  Geminio  Faustino  prete,  con- 
tro la  forma  dianzi  data  nel  concilio,  non 
si  dee  da  noi  fare  oblazione  o  orazione 
nella  chiesa  a  nome  suo  !  Ne'primi  secoli 


T  U  Y 

della  Chiesa  i  vescovi  non  aveano  riguar- 
do alle  leggi  civili,  che  impedivano  gli  uf- 
fizi ed  esercizi  ecclesiastici,  anzi  l'annul- 
lavano. Eranvi  molle  leggi  a  favore  dei 
pupilli,  per  le  quali  niuno,  di  qualunque 
dignità  o  stalo  si  fosse,  poteva  rifiutar  la 
tutela  loro,  e  nondimeno  i  vescovi  nel  con- 
cilio ne  fecero  una  a  quelle  contraria,  or- 
dinando che  i  chierici  non  si  ponno  no- 
minare lutori  ne'testamenti.  Favo»  irono 
poi  gl'imperatori  cristiani  questo  decre- 
to, disponendo,  che  i  chierici  e  i  monaci 
non  potessero  esser  costretti  ad  accettar 
la  tutela.  Ma  il  concilio  generale  di  Cai- 
cedonia  nel  4^'>  volle  che  i  chierici  non 
fossero  scusati  dalla  tutela  legittima,  e  da- 
tiva comandata  dal  vescovo  loro.  Tulore 
finalmente  dicesi  figuratamente,  d'un 
Protettore^  d'un  Difensore,  d'  un  Pro- 
curatore (/  .).  Un  buon  Sovrano  (V.) 
è  il  Padre  e  il  tutore  de'suoi  sudditi.  V, 
Povero,  Vedova,  e  gli  altri  articoli  re- 
lativi. 

TUTTI  I  SANTI.  F.OgNISSANTI^AN- 

ti,  Beati,  Martiri. 

TXJY  (Tuden).  Città  con  residenza  ve- 
scovile di  Spagna  nella  Galizia,  provin- 
cia di  Vigo  e  a  6  leghe  distante  da  tal 
città  ei8  daOrense,  alla  destra  del  Min- 
ilo, che  la  separa  dal  Portogallo,  per  cui 
si  chiama  Tudae  ad  Fines.  Città  forte, 
giace  sopra  un'eminenza,  circondata  da 
3  ruscelli  affluenti  di  detto  fiume,  sui  qua- 
li sono  4  ponti.  E  sede  d'un  governato- 
re militare  e  di  altre  autorità:  ha  buoni 
ripari, parecchi  forti  e  una  cittadella  guar- 
nita di  numerosa  artiglieria.  Resta  incon- 
tro a  Valencia  piazza  forte  portoghese, 
situata  alquanto  più  sopra  dall'altra  par- 
te del  Minho.  Tuy  è  ben  fabbricata,  con 
vie  regolari  ben  insipidale  e  pulite.  Ha 
una  bella  piazza  e  varie  piccole,  3  fonta- 
ne, ameni  passeggi,  e  diversi  rimarcherò* 
li  edilizi.  La  cattedrale,  d'antica  e  solida 
struttura,  è  dedicata  alla  B.  Vergine  As- 
sunta in  cielo.  Tra  le  reliquie  è  in  gran- 
dissima venerazione  in  bella  cassa  d'ar- 
gento il  corpo  di  s.  Telmo  o  Pietro  Goti-* 


TU  Y 

zalcz  Telmo  (V.)  patrono  della  ci  Ita  e 
della  diocesi,  e  protettore  di  tutti  i  mari* 
nari  di  Spagna  e  di  Portogallo,  delle  cui 
predicazioni  provarono  i  meravigliosi  ef- 
fetti auche  le  diocesi  di  Tuy  e  Compo- 
stella,  morendo  fra  le  braccia  del  suo  a- 
mico  vescovo  di  Tuy  in  questa  città.  Si 
chiama  pure  s.  Elmo,  nome  con  otto  se- 
condo il  p.  Papebrochio,  derivativo  da 
quello  di  s.  Erasmo,  uno  de'santi  tutela- 
ri che  s'invocano  ab  antico  sopra  il  Me- 
diterraneo da 'marinari,  in  uno  a  s.  Tel- 
mo. Vi  è  il  batlisterio,  ch'è  l'unico  del- 
la città,  come  la  cura  d'anime,  ammini- 
strata da  due  vicari  approvali  dal  vesco- 
vo. 11  capitolo,  secondo  le  lettere  aposto- 
liche del  Papa  Pio  IX  ,  Ad  T  icariani, 
deve  essere  composto  di  5  dignità,  lai.a 
il  decano,  l'arciprete,  l'arcidiacono,  il  can- 
tore, il  prefetto  della  scuola;  di  4  cano- 
nici chiamati  de  officio ,  cioè  magistrale, 
dottorale,  lettorale  e  penitenziere,  fra  i 
quali  è  compreso  il  teologo;  di  1 6  cano- 
nici detti  de  grada,  e  di  li  beneficiati. 
II  palazzo  vescovile,  contiguo  alla  catte- 
drale, è  bello,  comodo  e  decente.  Tra  le 
al  tre  chiese  della  città  niuna  è  parrocchia- 
le; vi  è  un  monastero  di  monache,  diver- 
si sodalizi,  il  seminario  cogli  alunni,  il  col- 
legio, parecchi  oratori*!,  l'ospedale,  l'ospi- 
zio de'lrovatelli  e  2  caserme.  Vi  si  fabbri- 
cano principalmente  biancherie  da  tavo- 
la e  cappelli  comuni ,  e  vi  hanno  concie 
di  pelli;  traffica  col  Portogallo,  e  tiene  an- 
nualmente 3  fiere.  Il  clima  è  benigno,  ma 
poco  salubre  a  cagione  dell'acque  palu- 
dose che  le  stanno  vicine.  La  campagna 
è  bella  e  fertile  di  grani,  vino,  frutti  d'o- 
gni specie  e  altre  produzioni.  Tuy  è  cit- 
tà antichissima,  che  Plinio  disse  Castel- 
limi, il  che  annunzia  che  al  suo  tempo  era 
fortificala.  Alcuni  scrittori  spagnuoli  pre- 
tendono che  occupasse  un  alti  osito,  e  che 
Ferdinando  II  re  di  Leon  del  i  i5y  la  fa- 
cesse costruire  nel  luogo  ove  oggi  si  tro- 
va. La  sede  vescovile  istituita  ne' primi 
anni  del  VI  secolo,  fu  suffraganeadi  Bra- 
ga, poi  di  Compostella,  alia  quale  luelro- 


TUY  487 

polita na  fu  confermata  nel  concordalo  del 
1 85 1 .  11 1  ."vescovo  di  Tuy  fu  Epitacio  che 
la  chiesa  di  Placencia  onora  come  un  mar- 
tire a'28  maggio.  Furono  suoi  successo- 
ri, Evasio  onorato  esso  pure  come  mar- 
tire dalla  suddetta  chiesa  ili.°dicembre; 
Anila,  assistè  al  2.0  concilio  di  Braga  nel 
572;  Neumfila,  sottoscrisse  il  3.°  concilio 
di  Toledo  nel  58g;  Anastasio,  firmò  il  4»° 
e  il  6.°  concilio  di  Toledo;  A  di  miro,  sot- 
toscrisse al  7.0;  Beato  all'8.°  nel  653,  ec. 
Fiorì  nel  secolo  XIII  Luca  detto  di  Tuy 
o  Tudensis,  perchè  fu  diacono,  poi  ve- 
scovo di  Tuy.  Scrisse  la  vita  di  s.  Isido- 
ro di  Siviglia;  una  storia  della  Spagna, 
dal  principio  del   mondo  fino  al  1274 
dell'  era  spagnuola  ;  ed  un'opera  contro 
gli  eretici  albigesi,  confutandone  gli  er- 
rori e  palesandone  le  infinite  frodi,  fal- 
sità e  corruzioni.  Il  vescovo  Luigi  Mar- 
liani   milanese  fu    eletto  a'  6  febbraio 
i5i7,  e  fti  medico  dell'imperatore  Car- 
lo V  monarca  di  Spagna,  del  quale  go- 
dè la  grazia  con  somma  autorità.  Per- 
ciò il  celebre  nunzio  di  Leone  X  Alean- 
dro,grandemente  raccomanda  vasi  a'buo- 
ni  uffici  di  lui  nella  causa  dell'aposta- 
ta ed  eresiarca  Lutero,  ed  ebbegli  pron- 
tissimi e  larghissimi,  come  dimostra  uu 
breve  del  Papa  de'4  maggio  i52i,  sino 
ad  essersi  impegnato  di  scrivere  un'ora- 
zione, o  due  come  vuole  Tiraboschi,  con- 
tro quel  pericoloso  novatore.  11  nunzio 
mandòu  lloma  l'orazione,  e  piacque  tan- 
to, specialmente  a  Giacomo  Sadoleto  ed 
a  Camillo  Porcari,  duo  romani  cloquii 
fulmina,  come  dice  l'illustre  poeta  Mar- 
cello Palonio  nella  dedica  al  cardinal  Ar- 
mellino  ,  che  questi  volle  allora  subito 
stamparla,  non  ostante  temesse  di  far  di- 
spiacere all'autore.  Morì  il  vescovo  Mar- 
liani  alla  corte  dell'imperatore  in  Worms 
nel  settembre  o  ottobre  di  detto  anno, 
e  l'Aleandro  se  ne  mostrò  assai   tristo. 
Tanto  rilevo  dal  Marini,  Archiatri  t.  1, 
p.  3o4-  Le  Notizie   di  Roma  registra- 
no i  seguenti  vescovi  di  Tuy.  Ferdinan- 
do Ignazio  d'Arangoe  Queipo.  Nell'an- 


\ ss  x  u  z 

no  17  i*>  Giuseppe  de  Larumbedi  Lum- 
brer  diocesi  di  Pamplona.  INel  1 7  5?.  Gio. 
Emanuele  Rodriguez  Castaoon  di  Leo- 
ne di  Spagna,  traslato  da  Utica  ìli  par- 
tiluts  e  già  suflraganco  di  Saragozza. 
Nel  1770  fr.  Luca  Ramirez  minore  os- 
servante di  Valalcazar  diocesi  di  Cordo* 
Aa,  trasferito  dall'arcivescovato  di  s.  Fe- 
de in  America,  colla  ritenzione  del  ti- 
tolo arcivescovile.  Nel  1775  Domenico 
Fernandez  de  Angolo  di  Focea  diocesi  di 
Burgos.  Nel  1797  Gio.  Garcia  Benito  di 
s.  Maria  del  priorato  di  s.  Giacomo  della 
Spada  nulli us.  Nel  1  Si 5  Francesco  Gar- 
cia Casarrubios-y-Melgar,  della  congre- 
gazione benedettina  cistcrciense, di  Lillo 
areidiocesi  di  Toledo,  traslato  da  Ceuta, 
morto  nel  fine  di  gennaio  1 8  55.1 1  regnan- 
tePio  IX  nel  concistorode'a  8  seguente  set- 
tembre preconizzò  l'attuale  mg.r  Telmo 
3VlaceiradiTiiy,chea'27  settembre  1  852 
avea  fallo  vescovo  di  Mondonedo,  già  ca- 
nonico teologo  della  caltedralediTuy,  poi 
decano  e  amministratore  della  diocesi,  lo- 
dandolo per  dottrina,  gravità  e  altre  vir- 
tù. Ogni  nuovo  vescovo  è  tassato  ne' li- 
bri della  camera  apostolica  in  fiorini  696, 
la  mensa  avendola  regolata  il  concorda- 
to colla  Spagna  (/  •)•  La  diocesi  è  gran- 
de circa  12  leghe  per  lunghezza  e  5  per 
larghezza,  contenendo  più  di  270  par- 
rocchie. 

TUZUDRUMA.  Sede  vescovile  del- 
l'Africa  proconsolare  sotto  la  metropoli 
di  Cartagine,  il  cui  vescovo  Ottaviano  si 
trovò  tra'  vescovi  cattolici  che  nel  525 
sottoscrissero  il  concilio  diCartagine.Mor- 
celli,  Jfr.  chr.  t.  1. 

TVER  o  TWER.  Città  arcivescovile 
di  Russia  in  Europa,  capoluogo  del  go- 
verno e  del  distretto  del  suo  nome,  di- 
stante 35  leghe  da  Mosca  eio5  da  Pie- 
troburgo, in  situazione  amenissima  sul 
Volga  che  la  traversa  e  vi  riceve  laTverlza 
e  la  Tmaka.  Tver,una  delle  città  più  bel- 
le dell'impero,  nel  centro  della  Russia,  si 
divide  in  /(.circondari,  ha  numerose  piaz- 
ze pubbliche,  35  chiese  in  pietra,  38  0- 


T  V  E 
ratorii,  3  monasteri,  il  seminario,  scuole 
ecclesiastiche,  l'istituto  della  nobiltà,  il 
ginnasio,  scuole  d'orfani  militari  e  *  lei 
popolo,  l'ospizio  de'lrovatelli,  2  ospeda- 
li, il  teatro.  Rimarchevoli  sono:  la  ca  tte- 
drale,  beli'  edilizio  gotico  costruito  nel 
1687,  e  dove  si  trova  il  corpo  di  s.  Mi- 
chele Jaroslawitch  principe  di  Tver  in 
ricca  custodia;  il  magnifico  palazzo  arci- 
vescovile, quello  del  governatore,  il  mu- 
nicipale e  il  palazzo  della  ragione;  il  ba- 
zar, il  grazioso  passeggio  del  Vauxhall, 
il  giardino  pubblico  dell'arcivescovo,  so- 
prannominato Tre  volle  santo;  le  case 
che  fiancheggiano  il  Volga  ,  il  ponte  di 
battelli  che  lo  traversa,  e  quello  in  forma 
di  zattera  sul  quale  si  varca  la  Tvertza, 
ed  il  bel  canale  di  Caterina  scavato  nel 
1  8  1  2.  Questa  città  vantaggiosamente  si- 
tuata sopra  due  fiumi  navigabili  e  tra- 
versata dalla  strada  di  Pietroburgo  a  Mo- 
sca, è  il  centro  d'  un  traffico  rag"uarde- 
vole.  Lo  slerlet  quivi  si  pesca  iu  abbon- 
danza nel  Volga.  Deve  Tver  la  sua  ori- 
gine ad  un  folte  che  Vsevolod  Jurewitch, 
principe  di  Vladimir,  fece  costruire  nel 
1  182  sulla  sponda  sinistra  del  Volga  al 
confluente  della  Tvertza,  per  cuoprire  i 
suoi  stati  da  quel  lato  contro  le  incursio- 
ni di  Novogorod;  ma  essendo  poi  la  de- 
stra sponda  del  fiume  più.  vantaggiosa  a- 
gli  abitanti  del  luogo,  il  granduca  Jaro- 
slaw  ,  figlio  di  Vsevolod,  lo  trasferì  nel 
1  240  nel  sito  che  oggi  occupa  la  parte 
principale  della  città.  Divenne  allora  la 
città  il  capoluogo  d'un  principato,  di  cui 
i.°sovrauo  fu  Jaroslaw,  figlio  del  prece- 
dente e  fratello  di  s.  Alessandro  Newsky, 
che  vi  stabilì  una  sede  vescovile  nel  127  1. 
Si  conoscono  i  vescovi  Vasiano  che  assistè 
alla  coronazione  d'Ivan  III  nel  1  49^,  e 
Teofìlatlo  Potauski  o  Lopandiski  del 
1  725. L'arcivescovo  Metodio  deplorò  l'ir- 
ruzione fra 'russi  della  dottrina  calvinisti- 
ca, e  riconobbe  il  diritto  della  Chiesa  di 
far  Simboli (f^.).  In  seguitogli  altri  prin- 
cipi di  Tver  ingrandirono  di  molto  i  lo- 
ro stati  o  per  mezzo  di  conquiste  0  per  via 


T  VE 
d'eredità,  oper  concessioni  volontarie  dei 
principi  di  Vladimir  e  di  Suzdal  e  della 
repubblica  di  Novogorod,  che  assumeva 
di  sovente  alla  propria  testa  principi  di 
questa  casa.  Nel  1 3  1 8  fu  Tver  attaccato 
da  Giorgio  Danilowilch  principe  di  Mo- 
sca, il  quale  venne  compiutamente  battu- 
to da  Michele  Jaroslawitch  figlio  postu- 
mo del  i.°sovrano,  ch'era  salilosul  trono 
nel  i  3o4,e  che  fu  assassinato  nel  1 3  i  g  da 
Uzbek  kan  della  gran  orda  de'lartori.  Il 
suo  figlio  Dmitri  fu  continuamente  in 
guerra  con  Giorgio  Danilowitch,  che  in 
fine  uccise  di  propria  mano  nel  i326,  e 
fu  pur  egli  posto  a  morte  da  detto  kan. 
Questi  neh 3^7  avendo  inviato  ad  Ales- 
sandro, fratello  e  successore  di  Dmitri,  e 
come  lui  principe  di  Vladimir,  un  amba- 
sciatore, lo  fece  bruciare  con  altri  tarta- 
ri; onde  mandò  contro  la  sua  capitale  un 
esercito  che  tutta  la  pose  a  fuoco  e  san- 
gue. Nel  i  365  il  potere,  dopo  i  due  altri 
principi  Costantino  e  Basilio,  toccò  a  Mi- 
chele figlio  d'Alessandro,  il  quale  fece  cru- 
del  guerra  al  granduca  di  Mosca,  Dmi- 
tri Ivauovilch  Donskoie,  al  quale  ei  di- 
sputava il  gran  principato,  di  cui  avea  ri- 
cevuto rinvestitura  da  Marnai  kan  e  che 
incendiò  Tver  nel  i  3y4«  Cinque  sovrani, 
i  cui  regni  niente  offrono  di  rilevante,  gli 
successero  sino  a  Michele  III  Borisowitch, 
il  quale  giunse  al  potere  nel  1 46 1 ,  e  la  cui 
sorella  Maria  avea  sposato  Ivan  Vasile- 
witcb  I  gran  principe  di  Mosca,  col  qua- 
le si  collegò  per  attaccare  i  novogorodia- 
ni;  atterrilo  poi  dalla  grande  possanza  di 
suo  cognato,  cercò  d'indurre  il  re  di  Po- 
lonia a  fargli  guerra;  ma  Ivan  istruito  del 
tradimento,  nel  j  4^6  piombò  sopra  Tver, 
se  ne  impadronì  e  lo  concesse  a  suo  figlio 
Ivan,  il  quale  vi  morì  4  anni  dopo.  Que- 
sta città  fu  allora  unita  al  gran  principa- 
to di  Mosca,  e  ne  ha  poi  sempre  segui- 
to le  sorli.  Sotlo  i  czar  Ivan  Vasilewitch 
e  Boris  Godounow,  vi  fu  rilegato  Simeo- 
ne re  di  Razau,  al  quale  quest'ultimo  fe- 


T  Z  U  489 

cedipoi  cavargli  occhi.  Nel  1606  fu  Tver 
presa  da'polacchi,  che  ne  vennero  discac- 
ciati 3  anni  dopo  da'  russi,  aiutati  dagli 
svedesi.  Ebbe  questa  città  molto  a  soffri- 
re dalla  peste,  massime  nel  1 655  che  ne 
rapì  tutti  gli  abitanti,  sicché  per  ripopo- 
larla bisognò  mandarvi  delle  colonie.Fre- 
queuti  incendi  i  pur  afflissero  Tver,  ed  è 
ad  uno  di  tali  disastri  che  deve  l'attuale 
sua  bellezza,  e  d'allora  in  poi  essa  fu  sem- 
pre in  incremento.  Anticamente  il  vesco- 
vatodi  Tver  era  suffraganeo  della  metro- 
politana di  Kiovìa,  ma  poi  divenne  arci- 
vescovato, e  gli  fu  attribuita  per  suffra- 
ganea  la  chiesa  di  Kaschiow. L'arcivesco- 
vo fa  l'ordinaria  sua  residenza  in  Raschio, 
a  27  leghe  da  Tver  sulla  Raschinka  che 
la  divide  in  due  parti.  E  antichissima,  ed 
ha  20  chiese,  un  convento,  scuole,  casa 
di  carità  e  ospedale.  Questa  città  fu  pur 
lungo  tempo  uu  appannaggio  de'priuci- 
pi  di  Tver. 

TWYFORD.  Parrocchia  d'Inghilter- 
ra, nella  contea  di  Southampton,  distan- 
te una  lega  da  Winchester.  Vi  fu  tenuto 
un  concilio  nel  685  per  l'elezione  di  Cut- 
berto.  Reg.  t.  17,  Labbé  t.  6,  Arduino 
t.  3,  Ànglic.  t.  1. 

TYN1CE.  V.  Tarnovia. 

TYRNAW  o  T1RNAVIA.  V.  Stri- 

GONIA. 

TZAR  e  AUTOCRATE.  V.  Czar  e 
Russia. 

TZUVOLLOES  0  TZORULI.  Sede 
vescovile  della  provincia  d'Europa,  sot- 
to la  metropoli  d'Eraclea,  unita  a  quel- 
lo di  Petzi  e  di  Sergentza.  Secondo  Com- 
manvillesi  chiama  TurulusoChiourlìky 
e  la  dice  eretta  nel  IX  secolo.  Ne  furono 
vescovi  Sisinnio,  che  assistè  e  sottoscris- 
se il  VII  concilio  generale;  Baside  all' Vili 
ed  a  quello  di  Fozio  sotto  Papa  Giovan- 
ni V 1 1 1;  N.  fu  al  concilio  del  patriarca  Ge- 
remia II,  contro  la  simonia;  Teona  ne 
occupava  la  sede  nel  1579.  Oriens  chr. 
t.  1,  p.  1129. 


u 


UBA 


Ui 


BADA.  Sede  vescovile  d'Africa  nel- 
la Mauritiana  Cesariense,  sotto  la  metro- 
poli di  Giulia  Cesarea,  il  cui  vescovo  In- 
genuo nel  484  intervenne  alla  conferen- 
za di  Cartagine»  e  fu  esiliato  da  Un  neri- 
co re  de'vaudali,  fautore  degli  errori  dei 
donatisti.  Morcelli,  Afr.  dir.  t.  1. 

C  BALDINI  Ottaviano,  Cardinale, 
Patrizio  fiorentino,  nato  in  Mugello  pres- 
so Firenze,  arcidiacono  di  Bologna  e  udi- 
tore di  iota,  dal  capitolo  di  detta  città  fu 
postulato  per  vescovo  ,  come  quello  che 
nell'età  di  3o  anni  già  fioriva  per  virtù, 
onde  Gregorio  IX  benignamente  condi- 
scese con  breve  onorifico  pel  prelato.  Per 
l'età  a  tenore  delle  leggi  canoniche  non 
potendo  ricevere  l'episcopale  consagrazio- 
ne,  fu  costituito  amministratore  di  Bolo- 
gna, ritenendo  l'arcidiaconato.  Innocen- 
zo IV  l'incaricò  di  prendere  giuridica  in- 
formazione sull'elezione  di  Guglielmo  da 
Fogliano  vescovo  di  Reggio,  per  esami- 
nare se  fosse  seguita  giusta  il  prescritto 
de'canoni,e  gli  comandò  di  togliere  il  go- 
verno dell'abbazia  di  s.  Stefano  all'abba- 
te che  se  n'  era  reso  indegno.  Quindi  in 
Lione  nel  dicembre  1  244  1°  creo  cardi- 
nale diacono  di  s.  Maria  in  Via  Lata,  e 
perciò  fu  uno  de'piimi  a  ricevere  il  cap- 
pello cardinalizio  ,  sostituendogli  nella 
chiesa  di  Bologna  il  domenicano  Boncom- 
pagni.  Inoltre  lo  fece  vice-cancelliere  di  s. 
Chiesa,  e  legato  di  Romagna,  che  toltala 
dall'invasione  di  Federico  II,  ben  presto 
la  ridusse  alla  divozione  e  ubbidienza  del- 
la s.  Sede.  Altri  Papi  dipoi  si  servirono 
di  lui  utilmente  contro  diversi  tirauuet- 


UB  A 

ti  che  infestavano  la  detta  provincia,  e  che 
ridusse  al  dovere.  Lo  stesso  Innocenzo  IV 
nel  1247  lo  spedì  con  Buon  nerbo  di  trup- 
pe in  soccorso  di  Parma, e  nel  1 249  Io  fece 
amministratore  di  Rimini.  Alessandro  IV 
l' inviò  in  Puglia  con  numerosa  milizia 
per  tenere  in  freno  il  tiranno  Manfredi, 
col  quale  venne  ad  un  accomodamento, 
ma  il  Papa  ricusò  il  suo  beneplacito.  Nel 
1257  Alessandro  IV  gli  affidò  la  protei- 
toria  dell'ordine  camaldolese,  e  fu  ancora 
destinato  alla  legazione  di  Francia,  do- 
ve terminò  la  causa  dell'arcivescovo  di 
Bourges,  fissando  le  regole  da  osservarsi 
dal  primate  di  Bourges  nel  visitare  la  pro- 
vincia di  Bordeaux,  con  decreto  confer- 
mato poi  dalla  s.  Sede.  Nel  passare  da 
Bologna  la  prosciolse  dall'  interdetto  ,  e 
restituì a'cittadini  tutti  i  loro  antichi  pri- 
vilegi. Essendo  legato  in  Lombardia,  con 
consenso  d'Urbano  IV,  conferì  la  chiesa 
di  Milano  a  Ottone  Visconti,  già  suo  no- 
bile  famigliare,  il  quale  dovette  aspettar 
molto  tempo  per  prenderne  possesso,  vi- 
vamente contrastatogli  da'Della  Torre  o 
Tulliani,  i  quali  l'arcivescovo  non  man- 
cò perseguilaresino  all'ultimo  sterminio; 
mentre  essendo  assai  potenti  tra'mi  lane- 
si,  gettatisi  al  partito  del  popolo,  eransi 
dichiarati  nemici  della  nobiltà.  Il  cardina- 
le era  pure  fortemente  sdegnato  contro  i 
Turriani,de'quali  fattosi  capopopoloMar- 
tino  della  Torre  difendeva  valorosamen- 
te la  plebe  contro  i  nobili,  di  cui  avea  fat- 
to sanguinoso  macello  ;  e  tra  le  altre  cose 
avea  cacciatoio  esilio  l'anteriore  arcive- 
scovo Leone  Perego,  aperto  fautore  del- 


UBA 
la  nobiltà.  U  motivo  dello  sdegno  conce- 
pito dal  cardinale  contro  i  Turriani,  in- 
cominciò allorquando  passando  per  Mi- 
lano e  alloggiato  nel  monastero  di  s.Ain- 
brogio,neirammirare  !e  rarità  di  quell'an- 
tichissima basilica,  gli  venne  tra  le  altre 
cose  mostralo  un  carbonchio,  che  per  la 
sfavillante  sua  luce  e  straordinaria  gros- 
sezza era  oltremodo  vago  e  prezioso,  on- 
de il  cardinale  l'avrebbe  volentieri  acqui- 
stato se  non  l'impediva  Martino,  ad  onta 
che  nel  vagheggiarlo  il  cardinale  ripetè 
che  sembrava  una  gemma  nata  fatta  per 
la  tiara  pontificia  più.  preziosa.  Fondò  in 
Firenze  il  monastero  di  s.  Chiara,  e  sta- 
bilì per  ispeciale  commissione  d'Alessan- 
dro IV,  alcuni  decreti  pel  buon  regola- 
mento del  clero  di  Siena,  confermali  poi 
con  bolla  pontificia.  Fu  une  de'6  cardi- 
nali compromissari,  all'arbitrio  de'quali 
nelconclave  per  l'elezione  di  Gregorio  X 
fu  dal  sagro  collegio  rimesca  la  scelta  del 
nuovo  Papa,  Taute  e  sì  preclare  azioni 
rimasero  non  poco  oscurate  dal  soverchio 
impegno  mostralo  dal  cardinale  a  favore 
della  fazione  de'ghibellini  nemici  del  Pa- 
pa, per  cui  Innocenzo  IV  avea  determi- 
nato privarlo  della  porpora,  e  ne  fu  im- 
pedito dalla  morte.  Dopo  esser  interve- 
nuto a  4  conclavi,  pagò  nel  1273  il  de- 
bito alla  natura  in  Mugello,  essendo  in 
alta  reputazione  non  meno  tra'principi, 
che  presso  i  Papi,  singolarmente  Grego- 
rio X  che  l'ebbe  carissimo,  onde  nel  por- 
tarsi al  concilio  di  Lione  11,  si  fermò  per 
tutto  l'estate  uell'amena  vdla  che  il  car- 
dinale possedeva  in  Mugello.  Abbiamo 
V  Istoria  dalla  casa  degli  Ubaldi/ii,  e 
de  fatti  d'alcuni  di  quella  famiglia,  Fi- 
renze 1  588. 

UBALD1NI  Roberto,  Cardinale.  Na- 
to di  nobili  genitori  in  Firenze,  pronipo- 
te di  Leone  XI  per  parte  di  sorella  ,  fu 
fatto  cauonico  della  metropoli  lauti,  e  la 
docilità  dell'eccellente  suo  ingegno  lo  fe- 
ce sino  da'suoi  verdi  anni  distinguere  tra 
i  suoi  condiscepoli,  che  di  gran  lunga  tut- 
ti superò.  Datosi  nell'università  di  Perù- 


UBA  491 

già  allo  studio  delle  leggi,  ne  riportò  la 
laurea  in  quella  di  Pisa.II  cardinal  Medici 
suo  prozio,  ritornato  dalla  legazione  di 
Francia,  lo  volle  tra*  suoi  famigliari,  e 
quando  nel  i6o5  fu  elevato  al  pontificato, 
conoscendo  Roberto  l'amore  che  avea  per 
lui,  concepì  le  più  liete  speranze;  ma  sva- 
nirono in  16  giorni  di  regno,  non  volen- 
do il  Papa  agonizzante  cedere  alle  insi- 
nuazioni di  crearlo  cardinale.  Desse  pe- 
rò rinverdirono  coll'elezione  di  Paolo  V, 
il  quale  o  penetrato  di  sua  disgrazia  o 
mosso  dalle  sue  rare  virtù  e  singoiar  me- 
rito, subito  lo  lece  suo  maestro  di  came- 
ra, e  dopo  avere  sperimentato  la  sua  fe- 
deltà e  industria,  cominciò  a  valersene 
negli  affari  di  maggiore  importanza,  e 
quando  dovea  scrivere  a'sovrani  e  ad  al- 
tri personaggi  di  rango,  si  serviva  di  lui; 
protestando,  che  fra  tanti  scrittori  nou 
conosceva  chi  con  più  gravità  di  senti- 
menti e  proprietà  di  vocaboli  sapesse  co- 
me l'Ubaldini  esprimerei  di  lui  concet- 
ti ;  il  che  quanto  gli  guadagnò  la  grazia 
pontificia,  altrettanto  gli  sollevò  contro 
la  bassa  invidia  della  corte  e  precipua- 
mente de'congiunti  del  Papa,  i  quali  con 
dispetto  vedevano  il  prelato  amato  e  pre- 
giato assai  più  di  loro,  A  fine  pertanto  di 
allontanarlo  dal  fianco  di  Paolo  V  con  o- 
nore  e  insieme  con  sua  soddisfazione,  si 
appigliarono  al  partito  di  persuadere  ar- 
tificiosamente il  Papa,  che  le  circostanze 
de'tempi  esigevano  che  il  nunzio  da  in- 
viarsi a  Parigi  fosse  uomo  di  vaglia,  for» 
nito  di  nobiltà,  credito,  talenti,  autorità 
e  prudenza;  onde  fra  quanti  prelati  Irò- 
vavansi  allora  nella  curia  romana,  ninno 
era  più  a  poi  tata  di  quell'importantissi- 
mo carico  dell'Ubaldini,  nel  quale  a  me- 
raviglia concorrevano  tali  prerogative.  Il 
Papa,  quantunque  di  malavoglia,  tutta- 
via s'indusse  alla  fine  ad  acconsentirvi,  e 
lo  nominò  nunzio  di  Parigi,  dopo  averlo 
sinodal  1  607  dichiaralo  vescovo  di  Mon- 
te Pulciauo.  L'  esito  del  prelato  confortò 
Paolo  V,  al  (piale  i  parenti  giustamente 
lo  aveauo  proposto;  ma  quando  ueliai.a 


4<p  UBA. 

promozione  de'nunzial  cardinalato,  do- 
vea  comprendervi  l'Ubaldini,  si  adopra- 
rono  perchè  fosse  preterito,  per  cui  il  pre- 
Iato  se  ne  gravò  con  lettera  al  cardinal 
Borghese,  non  già  perchè  a  lui  dispiaces- 
se il  ritardo  a  M'onori  ficenta  della  porpo- 
ra, ma  perchè  la  corte  di  Francia  riguar- 
dò tal  no\ilà  come  pregiudizievole  alla 
maestà  del  re.  Finalmente,  dopo  avere 
passali  q  anni  nella  nunziatura  con  suo 
gran  decoro,  e  di  aver  conclusi  rilevan- 
tissimi e  scabrosi  affari,  maneggiali  con 
prudente  destrezza  e  pari  felicità,  con  pia- 
cere e  soddisfazione  della  corte  di  Fran- 
cia e  del  Papa, questi  a'2  dicembre  i6i5 
lo  creò  cardinale  prete,  e  quando  venne 
in  Roma  gli  assegnò  per  titolo  la  chiesa 
di  s.  Matteo  in  Merulana.  11  suo  ritorno 
per  l'accoglienza  ricevuta  da  tutta  la  cit- 
tà fu  equivalente  a  un  trionfo.  Fu  ascrit- 
to a  diverse  congregazioni  ,  nelle  quali 
riusciva  autorevole  il  suo  volo;  dipoi  fu 
prefetto  di  quella  del  conci  Iio,e  venne  ben 
provveduto  di  beni  ecclesiastici,  per  so- 
stenere con  decoro  e  splendore  la  digni- 
tà. Morto  Paolo  V,  contribuì  molto  al- 
l'esaltazione del  successore  Gregorio  XV, 
il  quale  conoscendone  il  merito  e  aman- 
done la  virtù,  Iodestiuòalla  legazione  di 
I3ologna,nella  quale  fu  confermato  da  Ur- 
bano Vili,  sebbene  non  ne  favorisse  l'e- 
lezione. 11  nipote  di  Gregorio  XV  gli  as- 
segnò, finché  fosse  vissuto,  l'uso  della  vil- 
la che  possedeva  in  Frascati.  Co'suoi  do- 
mestici si  portò  più  da  padre  che  da  pa- 
drone,inclusivamentea'piùinfìmi,a 'qua- 
li  ancorché  infermi    abbonda nlemente 
somministrava  il  bisognevole  per  vivere 
con  agiatezza.  Rinunziato  il  vescovato  e 
lasciato  il  i.°titolo,passòa  quello  di  s.Pras- 
sede.  Mecenate  de'lelterati,  donava  loro 
considerabili  somme  per  sollevarli  nelle 
occorrenze  e  augustie,  e  il  situile  usò  con 
Agostino  Mascardi,  sebbene  nelle  con- 
versazioni inaratamente  ne  biasimava  la 

o 

condotta:  infermatosi  costui  e  abbando- 
nato dagli  amici,  ritrovò  per  unico  con- 
forto la  geucrosilà  esimia  del  cardinale, 


UD  A 

il  quale  nel  visitarlo  gli  lasciò  i  oo  scudi. 
Anche  Francesco  Calducci  poeta  insigne, 
ridotto  poveramente,  ne  sperimentò  la  li- 
beralità, somministrandogli  il  cardinale i 
mezzi  per  campar  la  vita.  Avea  traspor- 
to pel  suono  e  pel  canto  ,  onde  teneva 
presso  di  se  non  pochi  musici  e  suonato- 
ri,  per  mezzo  de*  quali  veniva  sollevato 
dalle  cure  e  sollecitudini,  che  lo  tenevano 
assiduamenleapplicato. Innalzò  nella  ba- 
silica Vaticana  alla  memoria  di  Leone  XI 
quel  superbo  mausoleo  di  cui  riparlai  nel- 
la biografia  di  quel  Papa,  con  l'opera  del 
celebre  scultore  Algardi.  Morì  in  Roma 
nel  i635,  di  54  anni,  e  fu  sepolto  nella 
chiesa  di  s.  Maria  sopra  Minerva.  Dichia- 
rata erede  de'suoi  beni  la  congregazione 
di  propaganda/?^,  questa  come  a  insi- 
gne benefattore  nella  propria  chiesa  gli 
eresse  un  busto  di  marmo  bianco,  con  e- 
legante  iscrizione. 

UBALDO  (s.),  vescovodi  Gubbio  nel- 
l'Umbria. Nacque  a  Gubbio,  di  nobile  fa- 
miglia (dicesi  della  famigliaBaldassini,co- 
me  riportai  all'articolo  Gubbio,  nel  qua- 
le inserii  varie  notizie  del  sauto  vescovo), 
ed  allevato  nel  seminario  di  s.  Mariano  e 
di  s.  Giacomo,  fece  grandi  progressi  nel- 
la letteratura  sagra  e  profana.  Non  si  la- 
sciò sedurre  dal  cattivo  esempio  de'suoi 
compagni,  e  non  potendo  sopportare  cer- 
ti abusi  che  vedea  tollerarsi,  abbandonò 
quel  seminario,  ed  entrò  nell'altro  di  s. 
Secondo,  ove  terminò  i  suoi  studi,  essen- 
dosi già  proposto  di  passare  la  sua  vita 
nel  celibato.  Il  vescovo  di  Gubbio,  che 
conobbe  il  suo  merito,  lo  nominò  priore 
del  capitolo  della  sua  cattedrale,  allineile 
riformassealcuni  disordini  introdottisi  ira 
i  canonici.  Egli  si  accinse  a  quest'  opera 
coi  digiuni  e  coli' orazione,  e  tratti  dalla 
sua  tre  canonici  che  gli  parvero  meglio 
disposti  degli  altri,  gl'indusse  a  vivere  in 
comunanza  con  lui,  e  il  loro  esempio  eb- 
be molta  forza  su  tutto  il  capitolo.  Reca- 
tosi poi  a  visitare  i  canonici  regolari  di  s. 
Maria  in  Porto  nel  territorio  di  Ravenna, 
ch'erano  in  gran  fama  di  santità,  prese 


UBA 
In  loro  regola,  egli  riuscì  di  farla  adot- 
tare dal  suo  capitolo.  Allorché  la  casa  ca- 
nonicale e  il  chiostro  restarono  consuma- 
ti da  un  incendio,  Ubaldo  riguardò  que- 
sto disastro  come  un'  occasione  che  Dio 
gli  presentava  onde  lasciare  il  priorato  e 
ritirarsi  in  qualche  solitudine.  Avviossi 
dunque  verso  il  deserto  di  Fonte  Avel- 
lana, ove  partecipò  il  suo  disegno  a  Pie- 
tro da  Rimini;  ma  questo  servo  di  Dio  lo 
esortò  a  tornare  alla  sua  chiesa,  e  conti- 
nuare a  farvi  del  bene,  seguendo  la  sua 
prima  vocazione.  Ubaldo  tornò  quindi  a 
Gubbio,  e  rifabbricò  la  casa  del  suo  ca- 
pitolo ,  che  divenne  fiorente.  Morto  nel 
1 1 26  il  vescovo  di  Perugia,  venne  Ubal- 
do acclamato  successore,ma  tosto  chesep- 
pe  la  sua  elezione  si  andò  a  nascondere 
in  luogo  romito,  dove  non  fu  possibile  sco- 
prirvelo.  Recatosi  quindi  a  Roma,  scon- 
giurò Onorio  II  di  dispensarlo  dall'ac- 
cettate l'  episcopato.  Il  Papa  si  lasciò  al- 
lora piegare  dalle  sue  pressanti  ragioni; 
ina  poi  lo  nominò  vescovo  di  Gubbio  nel 
1  128,  ordinando  al  clero  della  città  di 
procedere  alla  sua  elezione  secondo  le  for- 
me ordinarie  ,  e  la  cei  emonia  della  sua 
consagrazione  fu  fatta  l'anno  seguente. 
Animato  da  zelo  veramente  apostolico, 
morto  al  mondo  e  a  se  stesso,  vivea  in 
un'assoluta  mortificazione  de'sensi,  inde- 
fesso nelle  fatiche  del  ministero  episcopa- 
le, sobrio,  umile,  sincero,  e  pieno  di  ca- 
lila per  tutti.  Insorta  un  giorno  una  fie- 
ra sedizióne  nella  città,  si  gettò  in  mezzo 
de'combattenti  e  cadde  tra  loro.  Gli  am- 
mutinati credendolo  morto,  deposero  le 
armi  pieni  di  dolore.  Il  santo  vescovo,  ren- 
dute  grazie  a  Dio  della  cessazione  del  tu- 
multo, calmò  lo  spavento  del  popolo,  as- 
sicurandolo che  non  avea  riportato  alcu- 
na ferita.  Minacciando  l'imperatore  Fe- 
derico 1  Barbarossa  di  far  strage  di  Gub- 
bio, come  avea  fallo  di  Spoleto  ,  si  recò 
Ubaldo  ad  incontrarlo,  ne  disarmò  la  col- 
lera ,  e  ottenne  grazia  per  l'amalo  suo 
gregge.  Gli  ultimi  due  anni  di  sua  vita 
furono  travagliati  da  crudeli  malattie, 


U  B  A  493 

ch'egli  sopportò  con  eroica  pazienza,e  mo- 
li santamente  il  16  maggior  160.  Gli  a- 
bitanli  delle  vicine  provincie  assisterono 
a'suoi  funerali,  e  furono  testimoni  di  mol- 
ti miracoli  operati  da  Dio  alla  sua  tom- 
ba, avendo  egli  avuto  anche  in  vita  il  do- 
no de'  miracoli,  e  guarito  molti  infermi 
colle  sue  orazioni  e  col  segno  della  cro- 
ce. Celebrasi  la  sua  festa  il  16  di  maggio, 
ed  è  nominato  nel  martirologio  romano. 

UBALDO  Cornelio,  Cardinale.  Da 
Lucca,  fu  creato  da  Adriano  I  del  772 
cardinale  prete  de'ss.  Quattro. 

UBALDO,  Cardinale.  Vescovo diSa- 
bina,trovossi  insieme  con  Alessandro  lì 
neh  071  alla  dedicazione  della  chiesa  di 
Monte  Cassino,  e  vi  consagrò  1'  altare  di 
s.  Gregorio  :  a  favore  di  tal  monastero 
avea  sottoscritto  la  bolla  che  il  detto 
Papa  emanò  a' io  maggio  1067,  ne  fir- 
mò ancora  delle  altre,  e  mori  nel  pon- 
tificato di  s.  Gregorio  VII,  sebbene  al- 
tri con  poca  probabilità  gli  prolunghino 
la  vita. 

UBALDO,  Cardinale.  Prete  del  tito- 
lo di  s.  Maria  in  Trastevere  e  di  Calisto, 
sottoscrisse  la  bolla  spedita  in  Anagni  da 
Alessandro  II  nel  1062. 

UBALDO,  Cardinale.  Nel  1 090  circa 
fu  da  Urbano  li  creato  cardinale  vescovo 
di  Sabina,  e  sottoscrisse  le  sue  bolle  a 
favore  de'monasteri  di  Monte  Cassino  e 
della  Cava.  Morì  nel  1092  :  altri  dicono 
nel  1 093,  e  che  in  quell'anno  si  trovò  in 
Roma  alla  consagrazione  di  Lamberto 
vescovo  d'Arras. 

UBALDO,  Cardinale.  Innocenzo  II 
nel  1 1  33  o  1  1 34  in  Pisa  lo  creò  cardinale 
diacono  di  s.  Maria  in  Via  Lata,  ed  egli 
confermò  col  suo  nome  molte  bolle  di  quel 
Papa,  e  di  Celestino  li  nel  cui  pontifica- 
to e  sul  principio  deli  i44camkiòil  tem- 
porale coll'eterno,  dopo  aver  contribui- 
to col  suo  suffragio  all'elezione  di  Cele- 
stino II. 

UB  ALDO,  CtfrdzW/e.  Da  Lunata,pic- 
cola  terra  dell' arcidiocesi  di  Lucca,  fu 
da  Innocenzo  11  nel  1 1 33  0  11 34  in  Pi- 


286054 

4s4  uba 

sa  creato  cardinale  prete.  Oltre  la  men- 
zione che  di  lui  fa  s.  Bernardo,  si  vede 
ricordato  nella  bolla  che  detto  Papa  spe- 
dì nel  i  1 35  a  favore  de'canonici  regola- 
ri Lateranensi  di  s.  Frediano  di  Lucca. 
Morì  nel  i  i  j  j,  e  alcuni  dubitano  di  sua 
punizione. 


UBA 
UBALDO,  Cardinale.  Prete  cardi- 
nale di  s.  Lucia  si  trova  sottoscritto  ad 
una  bolla  d'  Adriano  IV  nel  i  1 56  a  fa- 
vore di  Rocco  preposto  di  s.  Costanzo 
d'  Orvieto  e  riportata  da  Ughelli,  Italia 
sacni,  t.  i. 


FINE  DEL  VOLUME  OTTAìNTESIMOPRIMO. 


BX  841  .M67  1840 

SMCR 

fioroni  ,  Gaetano, 

1802-1883. 

Dizionario  di  erud 

izi  one 

stor ico-ecc lesi  as 

t  ica 

AFK-9455  (awsk)